Si tratta di un documento ampiamente condivisibile nei principi generali, come, per esempio, tutto il primo punto dedicato ai rapporti Italia/Europa. Tuttavia subito dopo ci imbattiamo nel punto “2: la strada per la crescita”. Si tratta di un evidente retaggio della dottrina economica novecentesca del neo-liberismo fondata sulla crescita dei consumi, formatasi in un contesto planetario che all’inizio del XXI secolo già non esiste più. Non ci sono più infinite risorse inesplorate di energie fossili, né di materie prime minerarie; la popolazione mondiale è passata in 50 anni da 3 miliardi a 7 miliardi di persone, che vivono in un pianeta che fa sempre più fatica a fornire ciò che gli si chiede per soddisfare esigenze di crescita dei consumi che ormai provocano maggiori danni che benefici.
Il primo paradosso è nell’affermazione “la crescita non nasce dal debito pubblico” ritenendo che “la crescita si può costruire solo su finanze pubbliche sane”. Fatta salva la necessità di eliminare sprechi e spese pubbliche in servizi scadenti, burocrazie inefficienti ed opere pubbliche che non producono benessere, occorre risolvere una contraddizione di fondo che si cela dietro queste affermazioni. Il problema è che il debito pubblico è causato proprio dalla dottrina economica della crescita: i paesi si indebitano per mobilitare risorse che alimentano i consumi, riponendo una fede assoluta nel fatto che la crescita dei consumi compenserà il debito contratto; questo era vero in passato, non è più vero nel presente e sempre meno lo sarà in un futuro sempre più affollato di uomini/consumatori che richiederanno sempre maggiori quantità di risorse, sempre più scarse. L’efficienza in economia come nella finanza è una condizione necessaria ma non sufficiente se si aspira a costruire un futuro di benessere per tutti. Non basta chiamare “verde” una benvenuta economia più efficiente per risolvere le contraddizioni del consumismo; non c’è niente di peggio di andare con la massima efficienza nella direzione sbagliata.
La contraddizione risulta più evidente se analizziamo alcuni aspetti particolari del documento. Ottimi e condivisibili i propositi sul riciclo dei materiali e sulla difesa del territorio, ma tutto crolla di fronte al riferimento alla “nuova strategia energetica nazionale che fa della crescita sostenibile, dal punto di vista economico e ambientale, il proprio imperativo e punta a fare del Paese un hub energetico nel Mediterraneo.” Leggendo questa strategia (SEN) ci accorgiamo che questo documento è estremamente rischioso ed azzardato da un punto di vista economico ed estremamente dannoso per l’ambiente locale e globale.
Della strategia evidenziamo le tre seguenti criticità:
Al di là delle buone dichiarazioni di intenti sullo sviluppo delle rinnovabili, ciò che ha preceduto la SEN ci fa sospettare che esse possano restare solo buone intenzioni soprattutto considerando in che direzione verrà indirizzata la quasi totalità degli investimenti. Si è iniziato con l’emanazione dei nuovi decreti sugli incentivi alle fonti rinnovabili, approvato il 5 e il 6 luglio, che frena di fatto lo sviluppo di queste fonti, ritenendo sufficiente per l’Italia l’essere ormai in linea con l’obiettivo minimo fissato dalla UE per il 2020. Tutto ciò avviene proprio mentre la IEA (International Energy Agency) pubblica un rapporto in cui prevede che nei prossimi 5 anni le energie rinnovabili cresceranno nel mondo di oltre il 40%, dato incredibile in un periodo in cui tutti gli altri settori industriali sono nel pieno di una profonda crisi.
L’Italia presenta addirittura negli ultimi anni risultati ancor più straordinari per quanto riguarda il fotovoltaico che nel 2011 ha quadruplicato la potenza installata rispetto all’anno precedente, occupando 120.000 addetti in un paese in cui nessun altro settore è in crescita e l’occupazione è in forte calo. Si parla di una tecnologia che, per effetto delle ore di soleggiamento, in alcune regioni meridionali diventerà competitiva con 10 anni di anticipo rispetto alla Germania e quindi l’Italia dovrebbe avere il massimo interesse a sviluppare una industria nazionale e ad investire in innovazione e ricerca.
Il petrolio
E’ una fonte energetica ad alte emissioni di CO2, seconda solo al carbone, le cui risorse estraibili, ai ritmi di crescita della popolazione mondiale e dei consumi (almeno di quelli pre-crisi) sono destinate ad esaurirsi probabilmente poco oltre il 2050, anche considerando il contributo che potranno dare le recenti scoperte di scisti bituminosi da cui è possibile estrarre petrolio e gas con complessi e costosi processi chimici. Ciò non significa che non ci sarà più petrolio sulla Terra, ma che i giacimenti residui saranno così profondi e difficili da raggiungere, che per estrarlo occorrerà più energia di quanta se ne potrà ottenere bruciandolo. Per dare una idea della gravità della situazione, basti pensare che fino al 1940 impiegando una sola tonnellata di petrolio se ne potevano estrarre ben 100; fino al 1970, sempre spendendo una tonnellata di petrolio per le attività di estrazione, se ne potevano ricavare solo 23; oggi, con la stessa tonnellata di petrolio se ne possono estrarre appena 8. Quando se ne riuscirà ad estrarre una sola diventerà inutile procedere.
Vediamo alcuni dati (figura 1). In Italia, nel 2011, abbiamo consumato circa 72 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi, che hanno contribuito a coprire il 39,4% dei consumi energetici totali. Il petrolio nazionale pari nel 2011 a 5,28 milioni di tonnellate (fonte MISE) ha coperto circa il 7,5% dei consumi petroliferi, corrispondente a circa il 3% dei consumi energetici nazionali. Nel sottosuolo italiano è stata accertata la presenza di 76,3 milioni di tonnellate di petrolio, 110,6 sono probabili, 95,2 possibili (fonte MISE), per una disponibilità teorica complessiva di circa 282 milioni di tonnellate di petrolio, corrispondenti a circa quattro anni di consumi nazionali. Se volessimo coprire il 20% dei consumi petroliferi nazionali, come ha affermato il Ministro Passera, l’ipotetico petrolio nazionale si esaurirebbe in appena venti anni; quello accertato in poco più di cinque anni.
Certamente se ne trarrebbe un temporaneo beneficio economico ed occupazionale, ma al costo della distruzione di posti di lavoro permanenti, legati alle produzioni agricole di qualità (come in Val d’Agri) o al turismo per quanto riguarda i giacimenti marini, smentendo punti essenziali dell’”Agenda Monti” che si riferiscono alla cosiddetta “economia verde”. Senza considerare il rischio elevato di incidenti in grado di produrre danni economici di grande rilevanza; basti pensare all’incidente del 2010 nel Golfo del Messico, o all’esplosione del pozzo ENI di Trecate, nel novarese, che inondò di greggio le risaie e fece piovere idrocarburi sulla città il 28 febbraio del 1994.
Il gas
Analogo discorso può farsi per gli enormi investimenti in infrastrutture per fare dell’Italia la porta europea del gas, fonte energetica importante per la transizione verso le energie rinnovabili. Se è ragionevole ed auspicabile migliorare le infrastrutture per diversificare gli approvvigionamenti ed abbassare i costi, la scelta è molto critica per le sue dimensioni tecniche ed economiche.
L’ipotesi, chiaramente suggerita da ENI, richiede enormi investimenti in infrastrutture ed altrettanto enormi impatti sul territorio, per fare dell’Italia la porta europea del gas. Si tratta di infrastrutture destinate a durare almeno 50 anni che non tengono conto del fatto che il mercato europeo del gas è destinato a calare di fronte agli impegni sulle rinnovabili: Germania, 80% dell’elettricità nel 2050, Danimarca, 100% nel 2050, Gran Bretagna, 30-45% nel 2030. Inoltre paesi che si affacciano sul Mediterraneo, come Francia, Spagna ed altri potrebbero decidere di dotarsi di loro rigassificatori ignorando il gas che viene dall’Italia.
Se il Prof. Monti gode del mio modesto ma enorme apprezzamento, e lo ritengo una personalità imprescindibile per riportare l’Italia su un binario di serietà e di realismo, fondamentale per superare un difficilissimo presente, la sua agenda mi crea più d’una perplessità in una prospettiva di sostenibilità nel medio e lungo termine.
Il primo paradosso è nell’affermazione “la crescita non nasce dal debito pubblico” ritenendo che “la crescita si può costruire solo su finanze pubbliche sane”. Fatta salva la necessità di eliminare sprechi e spese pubbliche in servizi scadenti, burocrazie inefficienti ed opere pubbliche che non producono benessere, occorre risolvere una contraddizione di fondo che si cela dietro queste affermazioni. Il problema è che il debito pubblico è causato proprio dalla dottrina economica della crescita: i paesi si indebitano per mobilitare risorse che alimentano i consumi, riponendo una fede assoluta nel fatto che la crescita dei consumi compenserà il debito contratto; questo era vero in passato, non è più vero nel presente e sempre meno lo sarà in un futuro sempre più affollato di uomini/consumatori che richiederanno sempre maggiori quantità di risorse, sempre più scarse. L’efficienza in economia come nella finanza è una condizione necessaria ma non sufficiente se si aspira a costruire un futuro di benessere per tutti. Non basta chiamare “verde” una benvenuta economia più efficiente per risolvere le contraddizioni del consumismo; non c’è niente di peggio di andare con la massima efficienza nella direzione sbagliata.
La contraddizione risulta più evidente se analizziamo alcuni aspetti particolari del documento. Ottimi e condivisibili i propositi sul riciclo dei materiali e sulla difesa del territorio, ma tutto crolla di fronte al riferimento alla “nuova strategia energetica nazionale che fa della crescita sostenibile, dal punto di vista economico e ambientale, il proprio imperativo e punta a fare del Paese un hub energetico nel Mediterraneo.” Leggendo questa strategia (SEN) ci accorgiamo che questo documento è estremamente rischioso ed azzardato da un punto di vista economico ed estremamente dannoso per l’ambiente locale e globale.
Della strategia evidenziamo le tre seguenti criticità:
- Sfruttamento del petrolio nazionale
- Fare dell’Italia la porta di ingresso (hub) in Europa del gas
- Sostanziale frenata nel sostegno economico e amministrativo alle rinnovabili
Al di là delle buone dichiarazioni di intenti sullo sviluppo delle rinnovabili, ciò che ha preceduto la SEN ci fa sospettare che esse possano restare solo buone intenzioni soprattutto considerando in che direzione verrà indirizzata la quasi totalità degli investimenti. Si è iniziato con l’emanazione dei nuovi decreti sugli incentivi alle fonti rinnovabili, approvato il 5 e il 6 luglio, che frena di fatto lo sviluppo di queste fonti, ritenendo sufficiente per l’Italia l’essere ormai in linea con l’obiettivo minimo fissato dalla UE per il 2020. Tutto ciò avviene proprio mentre la IEA (International Energy Agency) pubblica un rapporto in cui prevede che nei prossimi 5 anni le energie rinnovabili cresceranno nel mondo di oltre il 40%, dato incredibile in un periodo in cui tutti gli altri settori industriali sono nel pieno di una profonda crisi.
L’Italia presenta addirittura negli ultimi anni risultati ancor più straordinari per quanto riguarda il fotovoltaico che nel 2011 ha quadruplicato la potenza installata rispetto all’anno precedente, occupando 120.000 addetti in un paese in cui nessun altro settore è in crescita e l’occupazione è in forte calo. Si parla di una tecnologia che, per effetto delle ore di soleggiamento, in alcune regioni meridionali diventerà competitiva con 10 anni di anticipo rispetto alla Germania e quindi l’Italia dovrebbe avere il massimo interesse a sviluppare una industria nazionale e ad investire in innovazione e ricerca.
Il petrolio
E’ una fonte energetica ad alte emissioni di CO2, seconda solo al carbone, le cui risorse estraibili, ai ritmi di crescita della popolazione mondiale e dei consumi (almeno di quelli pre-crisi) sono destinate ad esaurirsi probabilmente poco oltre il 2050, anche considerando il contributo che potranno dare le recenti scoperte di scisti bituminosi da cui è possibile estrarre petrolio e gas con complessi e costosi processi chimici. Ciò non significa che non ci sarà più petrolio sulla Terra, ma che i giacimenti residui saranno così profondi e difficili da raggiungere, che per estrarlo occorrerà più energia di quanta se ne potrà ottenere bruciandolo. Per dare una idea della gravità della situazione, basti pensare che fino al 1940 impiegando una sola tonnellata di petrolio se ne potevano estrarre ben 100; fino al 1970, sempre spendendo una tonnellata di petrolio per le attività di estrazione, se ne potevano ricavare solo 23; oggi, con la stessa tonnellata di petrolio se ne possono estrarre appena 8. Quando se ne riuscirà ad estrarre una sola diventerà inutile procedere.
Figura1 – riserve petrolifere in Italia (fonte MISE: Ministero per lo Sviluppo Economico)
Questo dimostra che volenti o nolenti tale fonte ha un futuro molto limitato e sarà sempre più soggetta ad impennate verso l’alto del prezzo. A ciò si aggiungono le emissioni di gas serra che alterano il clima, e che, nonostante il fallimento delle ultime conferenze internazionali, saremo chiamati a ridurre o fronteggiarne le conseguenze, come la attuale drammatica scarsità della produzione cerealicola mondiale, causata da condizioni metereologiche eccezionalmente avverse. Se l’era del petrolio è al tramonto, che senso ha per l’Italia investire ancora su di esso?Vediamo alcuni dati (figura 1). In Italia, nel 2011, abbiamo consumato circa 72 milioni di tonnellate di prodotti petroliferi, che hanno contribuito a coprire il 39,4% dei consumi energetici totali. Il petrolio nazionale pari nel 2011 a 5,28 milioni di tonnellate (fonte MISE) ha coperto circa il 7,5% dei consumi petroliferi, corrispondente a circa il 3% dei consumi energetici nazionali. Nel sottosuolo italiano è stata accertata la presenza di 76,3 milioni di tonnellate di petrolio, 110,6 sono probabili, 95,2 possibili (fonte MISE), per una disponibilità teorica complessiva di circa 282 milioni di tonnellate di petrolio, corrispondenti a circa quattro anni di consumi nazionali. Se volessimo coprire il 20% dei consumi petroliferi nazionali, come ha affermato il Ministro Passera, l’ipotetico petrolio nazionale si esaurirebbe in appena venti anni; quello accertato in poco più di cinque anni.
Pozzi di petrolio in Val D’Agri
Il gas
Analogo discorso può farsi per gli enormi investimenti in infrastrutture per fare dell’Italia la porta europea del gas, fonte energetica importante per la transizione verso le energie rinnovabili. Se è ragionevole ed auspicabile migliorare le infrastrutture per diversificare gli approvvigionamenti ed abbassare i costi, la scelta è molto critica per le sue dimensioni tecniche ed economiche.
L’ipotesi, chiaramente suggerita da ENI, richiede enormi investimenti in infrastrutture ed altrettanto enormi impatti sul territorio, per fare dell’Italia la porta europea del gas. Si tratta di infrastrutture destinate a durare almeno 50 anni che non tengono conto del fatto che il mercato europeo del gas è destinato a calare di fronte agli impegni sulle rinnovabili: Germania, 80% dell’elettricità nel 2050, Danimarca, 100% nel 2050, Gran Bretagna, 30-45% nel 2030. Inoltre paesi che si affacciano sul Mediterraneo, come Francia, Spagna ed altri potrebbero decidere di dotarsi di loro rigassificatori ignorando il gas che viene dall’Italia.
Se il Prof. Monti gode del mio modesto ma enorme apprezzamento, e lo ritengo una personalità imprescindibile per riportare l’Italia su un binario di serietà e di realismo, fondamentale per superare un difficilissimo presente, la sua agenda mi crea più d’una perplessità in una prospettiva di sostenibilità nel medio e lungo termine.
Andrea Masullo