giovedì 27 febbraio 2020

Riciclaggio delle batterie EV, Audi e Umicore chiudono il cerchio

Impiegando il know how acquisito nel riciclaggio di materiale tecnologico, l’azienda belga garantisce il recupero del cobalto e del nichel e il loro riutilizzo nella produzione di nuove batterie





















Il riciclaggio delle batterie dei veicoli elettrici (EV) rappresenta un tema complesso con sfide ancora aperte. Molte delle componenti utilizzate per la loro produzione presentano, infatti, seri problemi ambientali sia in fatto di estrazione che di successivo smaltimento. Per trovare soluzioni utili c’è voluto del tempo e, soprattutto, un adeguato numero di veicoli “dismessi”, ma chiudere ancora definitamente il cerchio non è un’impresa facile.
A provarci è oggi la nuova partnership tra la casa automobilistica tedesca Audi e la società belga Umicore.
Le due realtà hanno concluso lo scorso dicembre i test di un progetto finalizzato al riciclo sostenibile delle batterie dell’Audi e-tron. Il risultato? Umicore è stato in grado di recuperare da  questi dispostivi il 90 per cento del cobalto e del nichel presenti.


L’ottimo valore raggiunto non rappresenta però l’obiettivo finale. La partnership mira a rendere l’intera filiera circolare, ossia trasformare le fasi finali della gestione batterie in quelle iniziali di un nuovo ciclo produttivo. Nel dettaglio, in questi giorni è stata avviata la seconda fase del progetto, che prevede di utilizzare cobalto e nichel recuperati per sintetizzare materiali precursori e catodi per nuove Audi e-tron.
Nonostante manchino al momento conferme ufficiali, è lecito immaginare che lo stesso processo potrà in futuro, rimanendo in Casa Audi, essere impiegato anche per il riciclaggio delle batterie Volkswagen e Porsche.
Un circuito chiuso per il recupero ed il riutilizzo delle materie prime della batteria è un grande salto tecnologico. Così facendo – ha detto Bernd Martens, membro del consiglio di amministrazione IT di Audi – risparmieremo risorse preziose e ridurremo le emissioni di CO2. In questo modo ci avviciniamo in modo significativo all’obiettivo di una catena di approvvigionamento completamente sostenibile. Una pietra miliare verso il raggiungimento delle emissioni nette pari a zero entro il 2050”.In base a quanto annunciato da entrambe le aziende, nel prossimo futuro saranno sviluppate ulteriori e superiori capacità di riciclaggio. 

fonte: www.rinnovabili.it

In Italia mancano gli impianti per gestire i rifiuti: i costi di smaltimento sono già saliti del 40%

Ref ricerche: «Vincoli di carattere amministrativo e di consenso tendono a ostacolare gli investimenti necessari per adeguare la capacità produttiva. In questo quadro, le istituzioni sono spesso mancate nel loro ruolo di “governo” dei fenomeni»





















In Italia vengono prodotti ogni anno circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani e, benché siano spesso lontane dal pubblico dibattito, 138 milioni di tonnellate di rifiuti speciali: se per la prima categoria anche l’Istituto superiore per la protezione ambientale (Ispra) ha voluto sottolineare che «vi sono regioni in cui il quadro impiantistico è molto carente o del tutto inadeguato», la seconda vive ormai in un regime d’emergenza costante. Come documenta Ref ricerche nel rapporto Gestione dei rifiuti: per le imprese costi in aumento, pubblicato oggi per offrire una stima dell’aumento dei costi di gestione dei rifiuti per l’industria, si stima che «l’incremento medio dei costi possa avere superato negli ultimi due anni il 40% e che tale incremento corrisponda, per la sola industria manifatturiera, ad un aggravio di costi di 1,3 miliardi di euro all’anno».
Come mai? Negli ultimi due anni le imprese hanno registrato crescenti difficoltà nella gestione dei rifiuti, e per Ref ricerche «la causa va ricercata nella saturazione della capacità disponibile negli impianti», che a sua volta si ripercuote sulla collettività in termini di competitività del tessuto economico, costi per le imprese e anche per le famiglie. Il “Borsino dei rifiuti” segnala ad esempio un costo di smaltimento pari in media a 160 euro a tonnellata – valore praticamente raddoppiato rispetto a pochi anni fa – con punte di 240 euro a tonnellata, con ampie differenze a seconda delle frazioni di rifiuti considerate: se per i non pericolosi si registra ad esempio un incremento del 35%, per i pericolosi si arriva al +100% negli ultimi due anni.
Le motivazioni alla radice di quest’impennata nei costi di gestione dei rifiuti sono molteplici, e talvolta controintuitive. Si guardi ad esempio all’andamento della raccolta differenziata, ormai in crescita costante anche in aree del Paese – come il Mezzogiorno – che scontano ancora ritardi storici: «L’aumento dei tassi di raccolta differenziata e dei rifiuti avviati a riciclo ha determinato un incremento dei sovvalli destinati a smaltimento e a recupero energetico», ricordano da Ref ricerche dettagliando il caso della plastica: i volumi raccolti sono aumentati del 35% dal 2013 al 2017, e i conseguenti scarti destinabili a recupero energetico sono aumentati di 180mila tonnellate. Ecco perché si parla di “ciclo integrato dei rifiuti” con la necessità dei rispettivi impianti ad ogni step della gerarchia europea, nonostante sia ancora credenza diffusa che una volta raccolti in modo differenziato in qualche modo i rifiuti “spariscano” insieme al bisogno di impianti per trattarli.
Oltre all’aumento delle raccolte differenziate, Ref ricerche individua molteplici tendenze alla radice della crisi in corso: il forte aumento della produzione di rifiuti speciali nel triennio 2014-2017, sostenuta da una ripresa del comparto manifatturiero; la chiusura del mercato cinese alle importazioni di rifiuti a partire dal gennaio del 2018, sottolineando che «gli incendi e le pratiche illegali sono una conseguenza della situazione che si è venuta a creare», come testimoniato anche dalla Direzione investigativa antimafia; la sentenza del Consiglio di Stato del 28 febbraio 2018 ha bloccato la autorizzazioni “caso per caso” rilasciate dalle Regioni per i processi di recupero End of Waste, dato che «le problematiche autorizzative permangono» anche a seguito dell’intervento normativo nel decreto Crisi aziendali; lo stop allo spandimento in agricoltura dei fanghi di depurazione, a seguito di una sentenza del Tar Lombardia del 2018 che «ha gettato tutta l’industria nello stallo, fino al ripristino dei limiti alla concentrazione di inquinanti previsto dal “decreto Genova”, che ha in parte giovato»; l’opposizione delle regioni alla libera circolazione dei rifiuti urbani tal quale destinati a recupero energetico, così come auspicata dall’art. 35 dello “Sblocca Italia” (2014) per assicurare l’autosufficienza nazionale, ha «implicitamente avallato la prassi di trattare i rifiuti urbani al solo scopo di “trasformarli” in speciali, di libera circolazione».
Tutte queste cause vedono un’unica soluzione che possa assecondare i criteri di sostenibilità e prossimità: la realizzazione di nuovi impianti per gestire i rifiuti – compresi gli scarti dell’economia circolare – sul territorio, che richiama alla necessità di una presa di coscienza da parte di istituzioni e politica. Da una parte «occorre ripensare profondamente la gestione dei rifiuti del Paese, superando il dualismo tra rifiuti urbani e speciali e costruendo gli impianti necessari alla loro gestione», come spiegano da Ref ricerche osservando che «lo stesso dibattito in seno alla DG Ambiente della Commissione Ue sta valutando l’introduzione, a partire dal 2024, di target di riciclo/recupero anche per i rifiuti speciali, come riportato dall’art. 11, comma 6 della Direttiva 851/2018». Contemporaneamente  occorre superare quei «vincoli di carattere amministrativo e di consenso» che «tendono a ostacolare gli investimenti necessari per adeguare la capacità produttiva. In questo quadro – sottolineano da Ref ricerche – le istituzioni sono spesso mancate nel loro ruolo di “governo” dei fenomeni, sviando le questioni che le vedono investite direttamente di un ruolo di pianificazione, come per il caso dei rifiuti urbani, e demandando al mercato soluzioni che il mercato stesso non era in grado di trovare».
fonte: www.greenreport.it

Difficile riciclare i materassi. E così vince l’illegalità

















Nonostante la Brexit c’è una cosa che ci lega molto con gli inglesi: anche nel Regno Unito i materassi sono gli oggetti più comunemente scaricati illegalmente in strada. Ora però un’inchiesta del quotidiano The Guardian mette in luce un altro aspetto: la difficoltà tecnica di riciclare i vecchi materassi – sia per via della presenza delle molle sia per le plastiche difficili da disassemblare – che fa a pugni con un vero e proprio boom delle vendite dei materassi che, da Londra a New York ma anche da noi, ora sono offerte con le formule “entro 100 giorni puoi restituirlo senza pagare nulla”.


Il risultato? Il mercato a livello mondiale è cresciuto fino a 13 miliardi di dollari di fatturato, esistono pochi centri specializzati nel riciclo di questi prodotti e le discariche (ma anche i cassonetti sotto casa) si riempiono di questi manufatti fino ad essere smaltiti illegalmente nello Sri Lanka, come hanno testimoniato i reporter britannici.
Milioni di “pezzi” da smaltire ogni anno


Nel 2017, scrive il Guardian, il Regno Unito ha gettato via oltre 7 milioni di materassi, la maggior parte dei quali è andata direttamente in discarica. Zero Waste Scotland, un’associazione ecologista, ha stimato che “se i 600.000 materassi che la Scozia butta via ogni anno fossero impilati uno sopra l’altro, la pila sarebbe più di 100 volte più alta di Ben Nevis”, la montagna più alta delle Isole Britanniche, che arriva a 1.345 metri. Secondo la National Bed Federation, l’associazione nazionale di categoria, solo il 19% circa dei materassi viene riciclato. La ragione? Sono difficilissimi da riciclare, in primis, a causa delle le molle che inceppano o rovinano i tritovagliatori.


Anche negli Usa il problema è molto sentito: ogni anno si buttano 18,2 milioni di materassi, ma sono disponibili solo 56 strutture dedicate per riciclarli.

Il cambiamento del comportamento dei consumatori, scrive ancora il Guardiana è alla base di questa montagna di materassi in continua crescita. Fino a qualche anno fa secondo la ricostruzione del quotidiano si cambiava materasso ogni 8-10 anni ora invece, il boom di aziende che offrono l’acquisto con “il diritto di ripensamento” entro 100 giorni (negli Usa c’è chi lo estende fino a 365 giorni) sta facendo crescere a dismisura il problema dello smaltimento. Secondo alcune fonti l’acquisto on line di materassi avrebbe un tasso di restituzione del 20%.
I prodotti “ricoperti” e venduti come nuovi

E dove esiste un problema di smaltimento, spunta naturalmente la criminalità organizzata. I giornalista del Guardian raccoantno: “Esitono siti dove i truffutari raccolgono i materassi ‘usati’, selezionano quelli in buone condizioni, sostituiscono l’involucro esterno e quindi avvolgono in nuove coperture che spesso hanno il logo di un produttore noto e li rimettono in vendita come nuovi“.


C’è un altro modo per smaltire illegalmente i materassi usati: vengono esportati nelle discariche dei paesi in via di sviluppo.. Nel luglio 2019, conclude il Guardian, sono stati trovati 100 container di rifiuti britannici nel porto di Colombo, nello Sri Lanka. Erano stati inviati illegalmente lì, con il pretesto di riciclare i metalli.

fonte: https://ilsalvagente.it

mercoledì 26 febbraio 2020

Plastica: un sistema da riformare








È una autentica crociata quella che negli ultimi anni si sta combattendo ad ogni latitudine contro la plastica. Un materiale che, da simbolo della modernità, sembra oggi diventato simbolo di un sistema di sviluppo da cambiare. Ma è davvero così, o esiste anche per la plastica, in particolare per gli imballaggi, un futuro all'insegna della sostenibilità? Quali sono gli ostacoli lungo il percorso verso gli ambiziosi obiettivi fissati dall'Ue? Abbiamo provato a capirlo parlando con chi la raccoglie, seleziona e avvia a riciclo.

«Noi abbiamo oggi un immesso a consumo di oltre 2 milioni di tonnellate l'anno di imballaggi in plastica - spiega Walter Regis, presidente di Assorimap - con un avvio al riciclo di circa 600mila tonnellate, quindi 25,6%. Se però parliamo di riciclo effettivo scendiamo al 20%. Le direttive europee sull'economia circolare ci chiedono per il 2025 il 50% di riciclo effettivo e il 55% al 2030. Sicuramente il sistema così com'è non è in grado di poter centrare questi obiettivi». 

Insomma, in Italia dicono i numeri, 8 imballaggi in plastica su 10 non vengono riciclati. Un ritardo pesantissimo rispetto agli ambiziosi target europei. Questo anche perchè c'è plastica e plastica, e non tutte quelle che finiscono nel sacchetto della raccolta differenziata poi possono essere facilmente rigenerate. Per capirlo siamo andati in uno dei più grandi impianti italiani di selezione, dove i sacchetti della differenziata vengono separati nelle singole materie che poi verranno avviate a riciclo.

fonte: https://www.ricicla.tv/

#NationalGeographic : PLANET OR PLASTIC?
















National Geographic presenta nei centri commerciali gestiti da CBRE il tour della mostra “Planet or Plastic?”. La mostra verrà presentata all’interno dell’iniziativa Plasticnet che incoraggia i visitatori a ridurre l’utilizzo della plastica monouso.
Un progetto fotografico che, dall’impatto sull’ambiente all’educazione al riciclo, racconta i danni provocati dall’enorme quantità di plastica dispersa negli oceani.

La mostra accompagna gli spettatori in un percorso fotografico che stimola una riflessione sulla gestione non sempre sostenibile dei materiali plastici. Otto i grandi temi affrontati: dalla sua invenzione, avvenuta poco più di un secolo fa, al consumo di massa, “Planet or Plastic?” ripercorre il tragico impatto della plastica sull’ambiente e sugli ecosistemi.

LE TAPPE DELLA MOSTRA

La partnership sviluppata da CBRE con National Geographic porterà la mostra “Planet or Plastic?”, per l’anno 2020, nei centri commerciali delle principali città italiane. L’esposizione fotografica sensibilizzerà i visitatori sulla tematica ambientale invitandoli a condurre uno stile di vita più attento e sostenibile.

https://www.nationalgeographic.it

#Seguici anche sul nuovo #canale #Telegram @RifiutiZeroUmbria

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Le 5 mamme che si sono inventate la “stoviglioteca”: alle feste i piatti ora si affittano

L’obiettivo è tutelare l’ambiente e ridurre i rifiuti: “Il nostro servizio a Buttigliera Alta è totalmente autofinanziato”




BUTTIGLIERA ALTA. Qualsiasi discorso sull’ambiente ruota attorno ad un unico, importante postulato: ognuno di noi, nel suo piccolo, può fare la differenza. Lo sanno bene Elena, Maria Chiara, Tiziana, Arianna e Barbara, le cinque mamme che pochi giorni fa, in occasione di una festa di carnevale per bambini, hanno inaugurato a Buttigliera Alta la loro «stoviglioteca». L’idea alla base dell’iniziativa è semplice quanto ambiziosa: ridurre drasticamente la mole di rifiuti prodotta durante feste e ricevimenti attraverso il noleggio gratuito di stoviglie e posate in plastica lavabili e riutilizzabili.
L’idea
«Nella vita facciamo tutt’altro, ad unirci è l’amicizia e la comune passione per le tematiche ambientali. Ci siamo ispirate al virtuoso esempio di Linda Maggiori, la giornalista e blogger di Faenza ideatrice del progetto» specifica Elena Bollati, una delle protagoniste dell’iniziativa «Il nostro è un servizio totalmente autofinanziato; chi vuole usufruirne può contattarci tramite whatsapp o via e-mail per prenotare le stoviglie e concordare il luogo in cui ritirarle. È previsto il pagamento di una cauzione e di un contributo simbolico di un euro. Al termine dell’utilizzo è sufficiente riportare ad una delle organizzatrici il kit lavato ed asciutto». Piatti, bicchieri, posate, caraffe, vassoi: questi gli elementi di cui si compone il progetto di sostenibilità ambientale che da qualche anno sta spopolando in tutta Italia, tanto che sul web crescono a vista d’occhio le pagine dedicate alle stoviglioteche.

«In completa autonomia»

«Il comune di Buttigliera Alta è al corrente della nostra iniziativa, ma abbiamo deciso di portarla avanti autonomamente, a differenza di quanto avviene altrove, ad esempio ad Almese o a Grugliasco» prosegue Elena. «Non vogliamo che possa essere strumentalizzata, ma ci auguriamo che anche l’amministrazione decida di avvalersene per i suoi eventi. Si tratta di un impegno che abbiamo inteso assumere per il bene dei nostri figli. È necessario che comprendano sin da ora la necessità di cambiare le loro abitudini e spetta a noi il compito di guidarli verso un futuro più sostenibile».

fonte: www.lastampa.it