mercoledì 18 ottobre 2017

Una scomoda verità 2, il secondo film di Al Gore in anteprima al MAXXI di Roma

Il prossimo 20 ottobre, al MAXXI di Roma, Museo nazionale delle arti del XXI secolo, si svolgerà un’anteprima evento di Una scomoda verità 2, il secondo film che vede come protagonista il Premio Nobel per la Pace Al Gore, intento ad affrontare il tema del cambiamento climatico. Diretto da Jon Shenk e Bonni Cohen e distribuito da 20th Century Fox Italia, il film sarà nelle sale italiane solo nelle date del 31 ottobre e 1 novembre.
















Una scomoda verità 2 al MAXXI

L’evento al museo, che inizierà ore 18.30, sarà l’occasione non solo per assistere alla proiezione, ma anche per confrontarsi con diverse personalità legate al mondo della divulgazione dei temi ambientali e della promozione degli stili di vita sostenibili. A partire da Giovanna Melandri, cui spetterà il discorso di apertura della serata: l’attuale presidente della Fondazione MAXXI, oltre ad aver toccato il tema della sostenibilità più volte durante la propria carriera politica, è anche autrice del libro “Cultura Paesaggio Turismo. Politiche per un New Deal della bellezza italiana”, pubblicato nel 2006.
Sul palco, con interventi della durata di 10 minuti organizzati dal partner HITalk Mario Tozzi, geologo, divulgatore scientifico e conduttore TV, Simone Molteni, direttore scientifico di LifeGate e inventore del progetto Impatto Zero®, il primo progetto italiano di lotta ai cambiamenti climatici e uno dei leader di Climate Reality Project Europe, l’Organizzazione mondiale non profit fondata da Al Gore, approfondiranno la tematica del cambiamento climatico puntando sulle possibili soluzioni future.
“Il film è ci riporta all’urgenza della situazione e alla necessità di abbandonare i combustibili fossili e passare all’energia rinnovabile”, ricorda Molteni. 

La proiezione del film, della durata di 1 h e 40′, sarà preceduta da un’introduzione a cura di 20th Century FOX.

Una scomoda verità 2, undici anni dopo

Dopo unidici anni dalla prima pellicola, che nel 2007 ha ottenuto due premi Oscar, uno come miglior documentario e uno per la miglior canzone originale (I need to wake up, di Melissa Etheridge), e che è valsa al suo protagonista un premio Nobel per la pace, Gore torna sul grande schermo con più grinta, determinazione e più ottimismo di prima. Da quando nel 2007 l’ex vicepresidente decise di raccontare le sfide climatiche, molte cose sono cambiate.


Al Gore, Una scomoda verità 2


Al Gore insieme a un gruppo di attivisti: dall’uscita del primo film, il movimento ambientalista è cresciuto.
Quando fu girato il primo film non era ancora entrato ufficialmente in vigore il Protocollo di Kyoto, molte persone non sapevano nemmeno cosa fosse il riscaldamento globale e le multinazionali del petrolio non avevano la benché minima intenzione di ammettere che i combustibili fossili potessero essere parte del problema. Il cambio di rotta verso stili di vita più sostenibili e meno energivori prospettato da Al Gore nel primo documentario doveva sembrare fantascienza.

Video: Una scomoda verità 


Oggi, a undici anni di distanza, lo scenario politico ed economico è molto diverso: il mercato delle energie rinnovabili è in crescita e ha fatto segnare nel 2016 il record di investimenti nel settore; la consapevolezza dell’esistenza del riscaldamento globale di origine antropica è sempre più diffusa tra le persone, i movimenti ambientalisti sono cresciuti, la green economy è una realtà, le aziende che si occupano di ambiente e che fanno profitto rispettando il pianeta sono sempre di più. Non ultimo, l’Accordo di Parigi sottoscritto nel 2015 dalla maggior parte delle nazioni del mondo ha segnato una svolta a livello internazionale. Ma non basta.


Al Gore, Una scomoda verità
Al Gore e Justin Trudeau, primo ministro canadese, alla COP 21 di Parigi.

Il messaggio del nuovo film

A che punto siamo? Quanta strada si deve fare ancora? C’è speranza? Al Gore, sfidando il pessimismo diffuso che caratterizza il tema del cambiamento climatico, ha voluto fare il punto sulla situazione, esaminando soluzioni originali e nuove tecnologie. Secondo l’ex vicepresidente, non è ancora tutto perduto, ma dobbiamo agire adesso, con tempestività, facendoci tutti promotori di una vera e propria transizione energetica, lasciando finalmente da parte le fonti fossili e privilegiando le rinnovabili, cambiando una volta per tutte stile di vita e riducendo il nostro impatto sul pianeta.

Info

Si potrà assistere al film in molte sale italiane solo il 31 ottobre e 1 novembre. Per conoscere in anteprima i cinema che lo proietteranno e acquistare i biglietti, basta visitare il sito dell’evento e prenotarsi.
L’hashtag di riferimento per condividere pensieri e opinioni sul film tramite i social network è #UnaScomodaVerità2


fonte: https://www.lifegate.it/

Vuoti a rendere e rivolte silenziose

















Dopo due anni (alla buon’ora) dall’approvazione del “vuoto a rendere(collegato ambientale 12/2015 art.219), ideato e proposto dal deputato Stefano Vignaroli del M5S, finalmente è arrivato il decreto attuativo che ci spiega nei dettagli come far partire la sperimentazione.In sostanza, a partire dal 10 ottobre, per dodici mesi, il barista, albergatore o ristoratore che volontariamente aderisce all’iniziativa, al momento dell’acquisto delle bottiglie piene versa una cauzione al grossista (distributore o produttore), cauzione che verrà restituita al momento della resa dei vuoti. Saranno quindi interessate dal vuoto a rendere solo le bottiglie consumate nel locale, di volume compreso tra gli 0,20 e gli 1,5 litri, in particolare bottiglie di birra e acqua minerale, in materiale riusabile (vetro o policarbonato duro). Un’etichetta trasparente con il logo del ministero dell’Ambiente distinguerà gli esercenti che aderiscono al sistema. Il valore della cauzione sarà proporzionale a quello del “vuoto”: l’importo potrà variare da 0,05 euro per le lattine da 200 ml, fino a 0,3 euro per le bottiglie da un litro e mezzo e “in nessun caso comporta un aumento del  prezzo  di  acquisto per  il  consumatore”.Un comitato tecnico valuterà la sperimentazione. Purtroppo questa legge ha un grosso limite: non prevede incentivi economici da parte del ministero dell’Ambiente. È fondamentale quindi l’impegno dei comuni, che dovrebbero ideare progetti per sensibilizzare gli esercenti con forme di sconto o altri incentivi. È un po’ quello che stiamo facendo qui a Faenza (Ravenna). Si chiama Disimballiamoci ed è un progetto ideato dalle associazioni ambientaliste e sottoposto al Comune.
Il progetto faentino è rivolto a bar, ristoratori, gelaterie e negozi alimentari e mira proprio a ridurre gli imballaggi. Quei commercianti che compiono azioni virtuose per la riduzione dei rifiuti (come appunto il vuoto a rendere) avranno uno sconto sulla Tari, la tassa sui rifiuti. Lo sconto Tari aumenta se i baristi, oltre ad aderire al vuoto a rendere, servono ai clienti acqua “pubblica” o da erogatori, se macinano caffè in grani, (o usano cialde completamente biodegradabili), se adottano la dosatrice di zucchero al posto delle bustine monodose, se usano esclusivamente coppette o contenitori da asporto compostabili, oppure se accettano contenitori da gelato portati da casa dai clienti.
All’estero è già pratica comune da anni: in Germania, in Danimarca, Estonia, Finlandia, Croazia, Norvegia, Svezia, Svizzera, Ungheria e Repubblica Ceca, non solo il vuoto a rendere è obbligatorio, ma tutti gli esercizi che vendono una determinata bibita sono costretti ad accettarne i vuoti, anche se la specifica bottiglia non è stata acquistata da loro. In Germania sono i consumatori a pagare la cauzione (in tedesco pfand) che viene restituita solo se riportano la bottiglia. Gli imballaggi riusabili sono avviati alla filiera del riuso, quelli riciclabili vengono riciclati, aiutando a diminuire l’indifferenziata e i rifiuti abbandonati.
Il risparmio per la comunità, per la salute e per l’ambiente sono enormi; basti pensare che una bottiglia di vetro, con il sistema del vuoto a rendere, può essere riutilizzata fino a quaranta volte prima di essere avviata alla filiera del riciclo.
Forse a causa del basso prezzo del petrolio, forse per le pressioni delle lobby dell’imballaggio, forse per colpa della pubblicità che ha sempre più “imballato” la mente dei consumatori, in Italia questa pratica, una volta così diffusa, è stata abbandonata. Per troppi anni, il familismo “igienico” e amorale degli italiani si è unito a una burocrazia gretta e ottusa, facendo disastri. Abbiamo inquinato l’ambiente circostante a livelli incredibili, riempiendo le discariche, avvelenando cibo aria e terreni di diossina. Mentre fioccano multe contro i piccoli produttori che riusano i contenitori, languono i controlli contro gli inceneritori e le discariche. Il riuso, il vuoto a rendere, è diventata una pratica clandestina, quasi da obiettori di coscienza.
Attualmente però la rete delle famiglie che tendono ai rifiuti zero è sempre più fitta. I mercatini, i gruppi di acquisto, i piccoli negozi sfusi sono sempre più diffusi, come una rivolta silenziosa. Noi da anni acquistiamo nei mercatini portandoci le sporte per la frutta e verdura, riportando i contenitori vuoti per le uova, i barattoli vuoti del miele da ridare all’apicoltrice, le bottiglie vuote del latte da riempire alla spina, acquistiamo pasta e riso e legumi nei piccoli negozi dello sfuso o tramite gruppi di acquisto. In un anno, in media, abbiamo così prodotto pochissimi rifiuti (0,5 kg di indifferenziata e 0,7 kg di plastica a testa l’anno).
La speranza è che la sperimentazione del vuoto a rendere abbia successo, sia estesa e resa obbligatoria come all’esteroIn un mondo pieno di rifiuti (4 miliardi di tonnellate ogni anno), disimballarsi è un imperativo, non più prorogabile.

Linda Maggiori

fonte: https://comune-info.net

martedì 17 ottobre 2017

Agenzia europea per l'ambiente, rapporto sull'economia circolare

Per approdare ad un'economia circolare è necessario che i prodotti siano più facili da riparare e riutilizzare, questo li rende più duraturi nel tempo





















Il rapporto, presentato in occasione del Forum mondiale sull'economia circolare, esamina in modo specifico il modello su cui si basa il design del prodotto e di come le tendenze emergenti di produzione e di consumo possano migliorare oppure ostacolare un utilizzo più circolare e più efficiente del prodotto stesso.
Un'economia circolare efficiente richiede non solo che i beni siano più duraturi, in quanto riparabili e riutilizzabili, ma anche lo sviluppo di servizi di supporto e infrastrutture di riciclaggio.
Attualmente la progettazione del prodotto si basa sul modello lineare «fatto-usato-gettato», modello che risulta fortemente dipendente da materie prime ed energia utilizzate entrambe in grande quantità ed a basso costo economico. L'attuale modello di sviluppo risulta fortemente impattante e comporta una serie di problemi ambientali,  tra questi: la maggior quantità di rifiuti da gestire, le emissioni di carbonio e la perdita di biodiversità.
L'economia circolare si basa, al contrario, su un uso più efficiente e sostenibile delle risorse, che tiene conto del valore dei materiali e dei prodotti che dovrebbero essere sfruttati nella maniera migliore possibile e per il più lungo tempo possibile. Questo elementare, quanto fondamentale, comportamento andrebbe a ridurre la necessità di nuovi materiali e di energia: in questo modo si avrebbero minori emissioni di carbonio e minori pressioni ambientali legate al ciclo di vita dei prodotti (estrazione delle materie prime-energia utilizzata per produrre le merci-utilizzo fino allo smaltimento del prodotto in impianti di recupero/smaltimento).
In questo contesto, l'efficienza delle risorse, la riduzione dei rifiuti, il miglioramento della capacità di riutilizzare, riparare o riciclare i prodotti sono passi importanti e necessari al fine di una conversione dell'economia in chiave sostenibile.
Il rapporto mette in evidenza inoltre che il miglioramento della capacità di riutilizzo e riciclo dei prodotti può offrire importanti benefici ambientali ed economici incoraggiando, ad esempio, innovazioni nella progettazione di prodotti meno dannosi per l'ambiente nonché servizi basati sul recupero dei prodotti.
In definitiva, anche se l'economia lineare è profondamente radicata nel tessuto sociale, le tendenze emergenti della produzione e del consumo indicano che il ruolo dei prodotti nella società sta cambiando, con potenziali benefici per l'utilizzo di materiali circolari. Ad esempio, nuove tecnologie, come la stampa 3D, possono ridurre il numero di materiali utilizzati in un prodotto e possono essere usati per stampare parti di ricambio, stimolando la riparazione dei prodotti. Tali sviluppi possono essere anche una barriera per il riciclaggio e questo nel caso in cui la tecnologia porti alla costituzione di complessi miscugli di materiali diversi che, integrati in un unico prodotto, ne rendono più difficile la successiva separazione.
Su quello che potrà essere lo scenario futuro, purtroppo, non c'è chiarezza; molto dipenderà dai governi e dagli incentivi finanziari per trasformare le attività di nicchia più promettenti in modelli economici circolari e questo avendo un'attenzione particolare alla conoscenza dei legami tra i prodotti ed i materiali, al loro modello di business ed al comportamento dei consumatori.
Visualizza il rapporto Circular by design

fonte: http://www.arpat.toscana.it

Doggy Bag? Chiedere gli avanzi fa figo e lusinga lo chef. Parola di Bruno Barbieri















Portare gli avanzi a casa? Niente di cui vergognarsi, anzi sarebbe addirittura ‘figo’. Parola dello chef Bruno Barbieri che in tanti apprezzano per i suoi modi schietti e diretti, quando di certo non le manda a dire ai concorrenti della fortuna serie di Masterchef Italia. In un’intervista al Corriere spiega perché chiedere la doggy bag è come fare un regalo allo chef.

La doggy bag, ovvero portare ciò che avanza a casa è una pratica ormai sdoganata all’estero, ma che in Italia rimane ancora un tabù, anche se di strada se n’è fatta. Nel 2014 secondo la Coldiretti, solo un italiano su tre, quando andava a mangiare fuori casa portava con sé gli avanzi, semplicemente perché si vergognava di chiederli.
Ma oggi, anche i grandi chef come Barbieri la consigliano perché in cucina è vietato sprecare. Uno dei volti più amati di Masterchef, in un’intervista al Corriere della Sera spiega che non c’è proprio nessuna vergogna anzi:
“Mi capita, ma ancora poco. Un po’ perché le nostre porzioni sono misurate, un po’ perché la gente si vergogna. Invece io lo voglio dire ai miei clienti: se mi chiedete di portare a casa il cibo che vi ho preparato, mi fate un regalo. Significa che vi è piaciuto, che per qualche motivo non lo riuscite a finire lì, ma che lo volete comunque terminare. Per chi cucina questa richiesta è gratificante, non sminuente. Insomma, è una richiesta “figa””.
Capito? Quindi non solo la doggy bag è un segno di civiltà, ma è anche una sorta di regalo allo chef che si sentirà lusingato del fatto che ciò che ha preparato, è piaciuto così tanto da voler portare gli avanzi con sé.
Molte volte, infatti, al ristorante capita di ordinare più cose di quelle che poi si riescono a consumare, ma pensateci un attimo: quando siete a casa da amici che magari hanno cucinato parecchie ore per portare in tavola delle squisitezze, non è scortese non mangiare tutto?


doggy bag 
Infatti a volte, sono proprio gli amici stessi a preparare le doggy bag da portar via. Cosa cambia al ristorante? Assolutamente nulla, a maggior ragione chequel cibo è stato pagato.
In Italia 16 miliardi di euro l'anno di prodotti alimentari finiscono nel cassonetto, di cui 2,6 miliardi nel settore della ristorazione, sia commerciale che collettiva. Ma evidentemente nel Belpaese ci sono ancora molti freni, al contrario di una volta, quando i nostri nonni spesso e volentieri tornavano a casa con la borsetta piena per i giorni a seguire. E succedeva anche ai matrimoni, senza provare alcun tipo di imbarazzo.
“Tutta l’attività di un ristorante punta a evitare che accada: lo spreco è il nemico di ogni chef, una voce di costo che non torna a fine mese e un dispiacere per la passione che ognuno di noi mette nel piatto. Per questo, lo ribadisco, se il problema è solo che si è sazi, chiedere di portare a casa gli avanzi significa far felici noi cuochi”, dice Barbieri al Corriere.
In generale, in una cucina professionale, spiega lo chef ci sono regole severissime per non dare fondo allo spreco.
“La spesa è contingentata, la preparazione dei piatti ha dosi precise, tutto quello che si può riutilizzare si riutilizza. Per esempio il pane avanzato nei cestini dei clienti è usato per preparare il pranzo della brigata, il vino delle bottiglie aperte lo utilizziamo per i fondi o per sfumare il risotto. O ce lo beviamo noi a fine servizio”.

E questa pratica dovrebbe essere utilizzata anche nelle nostre case. Quando andiamo al supermercato facciamolo con una lista ben precisa, senza farci prendere dalla foga dell’acquisto sfrenato. Non c’è per fortuna nessuna carestia all’orizzonte, basta comprare ciò che ci serve, scegliendo ovviamente frutta e verdura di stagione.
E invece, quando andiamo al ristorante, ricordiamoci che la doggy bag non solo fa felici gli chef, ma fa anche figo!

fonte: www.greenme.it

Incontro nazionale e internazionale dei comuni e delle comunità Rifiuti Zero



Grande attesa per il fittissimo meeting previsto il 27-28-e 29 ottobre a Campi Bisenzio (FI). Sarà un’occasione unica dove si incontreranno grandi esperti nazionali e internazionali, amministratori da tutta Italia e dall’estero, attivisti e cittadini impegnati per la causa Rifiuti Zero e la difesa della salute e dell’ambiente. Ci saranno gli esperti dello ZW International Board quali PAUL CONNETT, JACK MACY, RICK ANTHONY, RUTH ABBE, MAY PERMUTTER, JOAN MARC SIMON, ENZO FAVOINO, PAOLO CONTO’, ma anche rinomati sindaci quali GIORGIO DEL GHINGARO, sindaco del comune di Viareggio e primo sindaco ad aver aderito alla strategia ZW in Italia ed in Europa nel suo primo mandato a Capannori, LUCA MENESINI, sindaco del comune di Capannori, VIRGINIA RAGGI, sindaca di ROMA, (partecipa anche l’assessora all’ambiente PINUCCIA MONTANARI), RAFFAELE DEL GIUDICE, vicesindaco di Napoli, e amministratori quali ALAIN MAROIS, presidente del consorzio rifiuti Smicval della Gironda – FR, IVAN STOMEO, referente per la gestione rifiuti di ANCI NAZIONALE e CONCETTA MATTIA a nome di ANPAS NAZIONALE. Tantissimi comuni rappresentati dai loro sindaci e amministratori saranno presenti dal Sud al Nord d’Italia.
Scoprite il fitto programma e partecipate numerosi!

fonte: http://www.zerowasteitaly.org

lunedì 16 ottobre 2017

Il Parlamento europeo mette al bando Monsanto. L’azienda produttrice del RoundUp ha rifiutato di partecipare a un’audizione sull’erbicida glifosato

















I rappresentanti di Monsanto non possono più entrare al Parlamento europeo, dopo che la multinazionale statunitense ha rifiutato di partecipare alle audizioni su “I Monsanto Papers e il glifosato”, organizzate dalle commissioni ambiente e agricoltura per l’11 ottobre, in merito alle accuse secondo cui Monsanto, produttrice del RoundUp, avrebbe indebitamente influenzato le decisioni delle autorità regolatorie sui rischi dell’erbicida glifosato.
La messa al bando dei lobbisti di Monsanto è stata decisa dai presidenti di tutti i gruppi parlamentari, applicando per la prima volta le nuove regole emanate lo scorso gennaio, secondo cui il diritto di accesso di soggetti terzi al Parlamento europeo può essere revocato in caso di rifiuto “di accettare un invito formale a partecipare a un’audizione o a una riunione di commissione o di collaborare con una commissione d’inchiesta, senza fornire una giustificazione sufficiente”.

Il Parlamento europeo ha bandito i lobbisti di Monsanto dopo che si sono rifiutati di partecipare alle audizioni sui “Monsanto papers”
In una lettera inviata alla conferenza dei presidenti dei gruppi del Parlamento europeo, Monsanto afferma che l’audizione organizzata dalle due commissioni parlamentari “non è un forum appropriato” dove affrontare queste questioni. Infatti, l’audizione, a cui parteciperanno anche accademici, autorità regolatorie e ong, “potrebbe essere vista come l’ultimo tentativo, da parte di coloro che si oppongono alle pratiche agricole moderne, di influenzare e frustrare il processo scientifico e regolatorio dell’Ue, per seguire la loro agenda”.
Il vice-presidente di Monsanto, Philip Miller, scrive: “Abbiamo osservato con crescente allarme la politicizzazione delle procedure Ue sul rinnovo dell’autorizzazione al glifosato, una procedura che dovrebbe essere scientifica ma che per molti aspetti è stata monopolizzata dal populismo”.
Intanto, questa settimana ci sarà una prima riunione dei rappresentanti degli Stati Ue, che dovranno esprimersi sulla proposta della Commissione europea di rinnovare l’autorizzazione al glifosato per un periodo di 10 anni. La Francia ha già annunciato che voterà contro e questo potrebbe rendere difficile il raggiungimento della maggioranza qualificata di almeno 16 Stati membri (in rappresentanza di almeno il 65% della popolazione Ue) senza la quale la Commissione non intende procedere, anche potendolo fare.

fonte: www.ilfattoalimentare.it

Scarpe per bambini, evitare lo spreco grazie all’economia circolare

Shoey Shoes è un sistema che permette ai consumatori di evitare l’acquisto delle calzature “noleggiando” scarpe che “crescono” al crescere del piede de bambino

















Impressionato dall’enorme spreco che le scarpe per bambini possono comportare – indossate pochi mesi e poi inesorabilmente sostituite dalla misura successiva, complice il cambio della stagione e la crescita rapida del piede – Thomas Leech, un giovane laureato in product design, ha deciso di porre rimedio creando Shoey Shoes, un sistema che permette ai consumatori di evitare l’acquisto delle calzature, iscrivendosi a un programma che permette loro di “noleggiare” le scarpe, restituirle quando diventano strette e riceverne un altro paio in base alla crescita del piede del bambino.

I piedi dei bambini crescono di circa una mezza misura ogni tre mesi, con una velocità tale da creare un inevitabile turn over di scarpe che spesso, dopo qualche mese di utilizzo, sono ancora nuove. Ad oggi, il modello di business è quello dell’acquisto, non esistono sistemi per ridistribuire i prodotti che ancora hanno un valore e possono essere riutilizzati.
scarpe 

Thomas Leech ha ideato un nuovo modello per il settore delle calzature: i clienti, invece di comprare le scarpe, si iscrivono a un programma di fornitura di scarpe che crescono assieme ai piedi dei loro bambini. Il produttore avrà indietro le scarpe che ha fabbricato e che, essendo state prodotte in base ai principi dell’ecodesign, potranno essere facilmente smontate e ri-assemblate, sostituendo le parti consumate e riciclando i pezzi inutilizzabili. Non solo. Ogni calzatura è prodotto interamente da materiali di scarto e tecniche di fabbricazione semplificate.
L’idea di Leech non è ancora sul mercato. Per realizzare questo genere di scarpe, bisognerebbe evitare l’uso di collanti industriali – che renderebbero difficile la separazione delle diverse componenti – e l’uso di alternative sembra comporti dei problemi a livello di impermeabilità.


fonte: www.rinnovabili.it