domenica 15 luglio 2018

Studio epidemiologico Sentieri, la sintesi dei risultati


















I dati dello studio epidemiologico Sentieri, incentrato sui SIN (siti contaminati di interesse nazionale ai fini della bonifica), sono stati presentati in sintesi lo scorso 12 giugno al ministero della Salute. Pubblichiamo la nota esplicativa del gruppo di progetto che riassume i risultati per l’insieme dei siti considerati.
La nota è a cura di Pietro Comba1, Aldo Di Benedetto2, Eugenia Dogliotti1, Ivano Iavarone1, Amerigo Zona11Dipartimento Ambiente e salute, Istituto superiore di sanità
2Direzione generale della prevenzione, ministero della Salute






fonte: https://ambienteinforma-snpa.it

Via il monouso dalle mense: più salute, più ambiente, più soldi

Le plastiche usa e getta possono rilasciare interferenti endocrini nei cibi, e danneggiare la fertilità.









Inquinano in modi non del tutto noti, e – non da ultimo – sono un grave spreco di denaro pubblico.
Perché fare lo sforzo di dotare scuole e ospedali di una lavastoviglie, e inserire negli appalti pubblici la clausola di servire le pietanze delle mense di scuole e ospedali nella ceramica, vetro e acciaio?
C’è un enorme risparmio di denaro pubblico. Marco Storchi, Direttore Servizi alla persona del Policlinico S. Orsola di Bologna, che ha introdotto i piatti in ceramica nel 2015, ha calcolato che solo riorganizzare la mensa, eliminando i piatti di plastica, e reintroducendo la ceramica e la lavastoviglie, si è ottenuto un risparmio che varia dai 60 ai 70mila euro in un anno. Solo per un ospedale.
Inoltre, con la ceramica c’è la sicurezza di un materiale sano, che non rilascia sostanze chimiche con le alte temperature; c’è la certezza di ridurre l’inquinamento da microplastiche, un dramma che ha ulteriori risvolti negativi per la salute pubblica. E poi si limita lo spreco di materie prime, la produzione e le relative emissioni di carta e plastica, il loro trasporto, mentre si riduce ovviamente anche la produzione e lo smaltimento di rifiuti.
Ci sono inoltre altri aspetti da non sottovalutare, che potremmo chiamare psicologici ed educativi: nelle scuole montessoriane – paradossalmente più diffuse all’estero che in Italia– il piatto in ceramica e il bicchiere di vetro si usano per responsabilizzare il bambino, aiutarlo a conoscere e capire il mondo che lo circonda sin dall’asilo nido, accrescere la sua autostima e renderlo autonomo. In più, usare un piatto lavabile educa le prossime generazioni al riuso, al rispetto dell’ambiente, allontanandole dalla cultura dell’usa-e-getta. Negli ospedali, il piatto in ceramica è una coccola, dà una sensazione di “casa” e di “bello” al paziente.
Eppure, ad oggi, nidi, primarie, elementari e ospedali hanno quasi sempre (pochissime le eccezioni, tipo Parma e altre piccole realtà) piatti e posate monouso, a volte in materiali compostabili, più spesso in plastica.
Serve un altro motivo per preferire la ceramica? E’ già successo – ed è successo a Roma – che piatti e bicchieri di plastica distribuiti nelle mense scolastiche fossero di qualità talmente scadente da sciogliersi completamente davanti agli occhi dei bambini.
Mentre si attende che tutto questo venga valutato a livello centrale – come ha fatto la Francia, che ha bandito l’usa e getta entro il 2020 – o imposto dall’alto anche a noi (L’Unione europea sta pensando di dimezzare entro il 2030 il consumo di plastica usa e getta) piccoli passi avanti li facciamo grazie ad amministrazioni e fornitori virtuosi. Tra gli ultimi c’è Poggibonsi, che si prepara a diffondere ovunque l’uso dei piatti di ceramica e bicchieri di vetro. La novità è stata introdotta nel servizio di mensa scolastica nell’ambito degli investimenti a cura di Cir Food, come previsto nel capitolato di gara. La spesa è ridicola rispetto ai vantaggi e comprende anche il rinnovo delle cucine del Comune (in totale 260mila euro) che saranno ripagati in breve tempo dal risparmio sull’acquisto di usa e getta (e comunque i costi sono per la ditta appaltante, come da accordi col Comune).
E poi c’è chi si è rifiutato di cambiare, di assecondare la “tentazione” di semplificare le cose, ma solo all’apparenza. Il Comune di Parma ha sempre mantenuto la “vecchia” tradizione delle mense scolastiche con piatti in ceramica, e oggi ne gode le conseguenze, anche di immagine. L’assessora Ines Seletti, alla Scuola e al Servizio di Integrazione Scolastica, è recentemente stata intervistata da Rai3, per un servizio che – come il nostro – ha potuto sottolineare l’attenzione ambientalista della giunta pizzarottiana, che non solo è uno dei più grandi Comuni a scegliere il riuso nelle mense scolastiche, allargandola agli ospedali, ma vi ha anche portato l’acqua in caraffa. Qualcosa che, di nuovo, permette ampi risparmi economici e ambientali e che è anche preferibile per la salute. L’acqua del rubinetto è generalmente più controllata di quella in bottiglia, accusata recentemente di nascondere microplastiche al suo interno. “Abbiamo assunto allo scopo una tecnologa – mi spiega l’assessora Seletti – che decide i tempi di sedimentazione dell’acqua e i controlli necessari, che mette in atto l’Asl come minimo una volta al mese”. Controlli serratissimi: ad esempio a Milano, dove pure si serve acqua in caraffa nelle scuole (ma piatti, posate e bicchieri sono interamente monouso), i controlli non sono previsti dall’amministrazione comunale. E’ la ditta che fornisce i pasti – Milano Ristorazione – a controllare sua sponte, ma solo una, due volte l’anno, l’acqua che eroga ai bambini.
“Abbiamo a Parma un procedimento preciso – mi spiega Annalisa Fortini, la tecnologa comunale, esperta in scienze e tecnologie alimentari. L’acqua viene raccolta dal rubinetto dopo averla lasciata scorrere per almeno 5 minuti. Poi deve evaporare almeno 15 minuti, meglio mezz’ora, che è il tempo di evaporazione del cloro. Il procedimento segue il capitolato d’appalto, e comprende anche regole come quella di svitare il frangiflutto, il piccolo filtro all’estremità del rubinetto, e lavarlo ogni giorno, perché è lì che più spesso si annidano le impurità, il calcare e i batteri. Tra le altre norme, bisogna far scorrere di più l’acqua dopo la chiusura delle scuole, controllarla ogni mese, su ogni scuola, con l’analisi di circa 15 parametri fisici, chimici e microbiologi. Se ci sono anomalie, viene sospesa l’erogazione in caraffa, si contatta la asl e si rifanno le analisi, si incrociano i risultati e si capisce se il problema è a valle o a monte. Questo in teoria, finora non ne abbiamo mai avuta la necessità, viste le regole preventive”.
Tornando alla questione piatti in ceramica, Fortini ci conferma che la soluzione è migliore anche dal punto di vista della salute. “C’è un range di temperature all’interno del quale usare piatti e posate di plastica, ammesso che si tratti di materiale a norma, non crea problemi di contaminazione del cibo. Al di fuori di queste temperature esiste un rischio che la plastica rilasci sostanze dannose“.
Oltre alle scuole, Parma ha portato piatti e posate di ceramica anche nel proprio ospedale. Ma ci sono ancora altri programmi a favore dell’ambiente e dell’economia. “Ad esempio abbiamo programmi per insegnare alle classi un uso corretto del cibo e l’abitudine a non sprecare”, ci dice Seletti. Caso più unico che raro, a Parma poi i bambini si servono da soli: decidono la quantità in base all’appetito, imparano l’autogestione ai fini anti-spreco e imparano come si impiatta con cura. “Inoltre il cibo in avanzo è dato alle mense dei poveri e all’emporio solidale, che potremmo chiamare il supermercato per non abbienti. Abbiamo programmi in partenza a settembre per imparare poi cosa è bene mangiare per stare in salute, mentre un equipe di genitori – che seguono un corso di preparazione apposito – fa sopralluoghi nelle mense per valutare scarti e freschezza del cibo. Il menù è totalmente bilanciato tra cereali e proteine vegetali. Per questo la qualità del nostro menù scolastico e ospedaliero ha un’ottima posizione nei ranking nazionali. Abbiamo un bando molto restrittivo, che prevede solo biologico e km zero, e siamo contro la logica di altre città che valutano solo la spesa economica quando scelgono la ditta che produce e distribuisce il cibo nelle mense. I nostri pasti ci costano 6.90 euro l’uno: una cifra che parla da sola rispetto a una media per le altre città che punta al ribasso e si attesta sui 3.5 euro a pasto mediamente”.
Qualità, e qualità che ripaga, nel breve e nel lungo periodo. L’Europa vuole ridurre entro il 2030 il monouso perché ogni anno sono 25 milioni le tonnellate di rifiuti che produciamo, solo noi europei, mentre ne ricicliamo appena il 30% (14% a livello mondiale). La Francia ha già organizzato il bando dell’usa-e.getta, il Regno Unito ha posto una tassa sui bicchieri monouso per disincentivarli, e si riscoprono servizi come il lattaio a domicilio che consegna in vetro e ritira i vuoti a perdere. Sistema che la Germania da tempo usa anche per festival e sagre: niente monouso ma vuoto a rendere.
“Si sa che le plastiche possono essere interferenti endocrini – ha spiegato a Rai3 Maurizio Simmaco, docente di Biologia Molecolare all’Università Sapienza di Roma, parlando proprio del caso-Parma – possono liberare sostanze che alterano i segnali alle cellule e il funzionamento di alcuni enzimi. Inoltre le plastiche disperse nell’ambiente si diffondono come microplastiche, inquinano le falde entrano nella catena alimentare e si accumulano nell’organismo. Non si conosce del tutto il loro effetto, ma è ben noto per esempio il danno alla fertilità maschile e femminile. Ci sono tanti studi in merito, e tutti arrivano alla stessa conclusione: è difficile capire quanta plastica viene rilasciata dai contenitori in plastica agli alimenti che contengono: non sappiamo quanto fa male, ma per un principio di cautela conviene considerarla qualcosa a rischio”.
fonte: http://www.peopleforplanet.it/

La barriera corallina del Belize è ufficialmente fuori pericolo

La barriera corallina del Belize era minacciata dalle trivelle, ma la popolazione si è mobilitata e il governo le ha dato ascolto. Ora l'Unesco l'ha tolta dall'elenco dei siti a rischio.



Dopo un decennio, la barriera corallina del Belize è stata tolta dalla lista dei patrimoni dell’umanità in pericolo. La decisione ufficiale è stata presa il 26 giugno durante il meeting del comitato Unesco, che si è tenuto in Bahrain.
È una vittoria per gli ambientalisti che lottano in sua difesa da anni, per il governo che ha approvato una legge ad hoc, per chi in Belize vive di pesca e turismo e quindi alla salute del territorio lega la propria sussistenza. Ma soprattutto è una vittoria per il Pianeta, che vede finalmente tutelata una delle sue culle di biodiversità più preziose.

La barriera corallina del Belize è un luogo unico al mondo

Il Belize, piccolo stato centroamericano dalla superficie pari all’incirca a quella della Toscana, ospita una barriera corallina lunga circa 300 chilometri, la seconda più grande al mondo dopo quella australiana. È l’habitat di circa 1.400 specie, tra animali e vegetali, incluse alcune che risultano in via di estinzione: dalla tartaruga embricata al lamantino, ad almeno sei specie diverse di squali. Per questo, nel 1996 è stata dichiarata patrimonio Unesco.
Si tratta anche di una fondamentale risorsa economica, poiché – secondo le stime del Wwf – sono circa 190mila le persone che vivono di pesca e turismo. Tutto questo in uno stato che conta poco meno di 370mila abitanti e che risulta ancora poco industrializzato.

Mobilitarsi per l’ambiente è servito

Nel 2009 la barriera corallina del Belize era stata inserita dall’Unesco tra i patrimoni dell’umanità a rischio, a causa di una serie di problematiche, tra cui “la vendita di terreni ai privati, la distruzione delle mangrovie e le estrazioni petrolifere offshore”. Da allora, però, i passi avanti sono stati tanti e decisi. Nel 2016 decine di migliaia di persone hanno risposto all’appello con cui il Wwf chiedeva al governo di bloccare tutte le attività di estrazione petrolifera nelle acque territoriali. E all’inizio di quest’anno il governo ha risposto, con una rivoluzionaria legge che dice “basta” al petrolio e trasforma la piccolissima nazione del Centro America in un pioniere nella protezione degli oceani.
Un cammino che ha convinto gli esperti dell’Unesco a sancire a chiare lettere che la barriera corallina del Belize, per il momento, è salva. Secondo Mechtild Rossler, a capo del centro per i patrimoni dell’umanità Unesco, questo risultato “dimostra il potere dell’azione collettiva di governi, Unesco, Iucn e società civile, e dà il buon esempio al resto del mondo”.
fonte: www.lifegate.it


sabato 14 luglio 2018

Prodotti in Italia primi pneumatici con gomma riciclata

Progetto del Consorzio di riciclo EcoTyre, test su 20 camion



















ROMA - In questi giorni 20 camion stanno percorrendo migliaia di chilometri per testare sulle strade italiane una soluzione tecnologica che potrebbe cambiare radicalmente il settore degli pneumatici fuori uso (PFU): un pneumatico prodotto con una mescola che contiene gomma riciclata, ottenuta proprio dal granulato di PFU.

Il Progetto "da Gomma a Gomma" è partito da oltre tre anni.

EcoTyre, primo consorzio Italiano per numero di Soci nel settore della gestione degli PFU e secondo per quantitativi trattati, in collaborazione con alcuni soci e fornitori esterni della filiera, ha messo a punto un processo innovativo che consente di utilizzare la gomma triturata derivante direttamente dalle gomme giunte a fine vita, per generare una mescola utilizzabile per la produzione di nuovi pneumatici.

Il progetto ha visto la realizzazione di un granulato di gomma riciclata studiato ad hoc, con caratteristiche particolari. Poi la devulcanizzazione del granulato, per rendere nuovamente utilizzabile la gomma granulata a fine vita. Infine lo studio e la messa a punto, a cura di un importante Socio di EcoTyre, di una mescola innovativa capace di ottimizzare le caratteristiche della nuova gomma.

"Abbiamo fortemente voluto promuovere questo progetto. - ha dichiarato Enrico Ambrogio, Presidente di EcoTyre - Da sempre crediamo che la vera soluzione per il trattamento degli PFU sia il riutilizzo della gomma nella gomma. Fin dall'inizio dell'attività di gestione di PFU abbiamo cercato di ridurre il recupero energetico a vantaggio del recupero di materia. Oggi possiamo affermare con orgoglio di aver realizzato un passo in avanti decisivo verso questa possibilità".

fonte: www.ansa.it

Teneri bulloni, i robot di Massimo Sirelli maestro dell’arte con riciclo

Massimo Sirelli, artista di riferimento per l'upcycling e il riuso creativo, si racconta in concomitanza con la mostra al museo Marca di Catanzaro che lo vede protagonista fino al 30 agosto.


Massimo Sirelli è il punto di riferimento in Italia per l’arte applicata al concetto di upcycling, quella speciale forma di creatività attraverso la quale materiali di scarto vengono trasformati in oggetti di valore esponenziale.
La sua ricerca artistica, che affonda le radici nel mondo del writing, ha finito per scontrarsi nel corso degli anni col suo eterno spirito fanciullesco. Hanno così preso forma i suoi incredibili robot: creature assemblate con oggetti provenienti dai mercati, dagli scaffali, dalle strade di tutto il mondo, ognuno dotato di una sua personalissima identità e una storia da raccontare.
Sirelli è talmente affezionato a queste sue creature fantastiche, da aver ideato la prima casa al mondo per adozioni di robot da compagnia al mondo. Un progetto nato dalla voglia di sperimentare una forma di creatività consapevole che mette in primo piano l’aspetto emozionale della materia attraverso la cultura del riuso applicata al design.









Teneri bulloni rappresenta la consacrazione finale di questo ambizioso progetto, in mostra a partire dal 7 giugno e fino al 30 agosto al museo Marca di Catanzaro, sotto l’egida del direttore artistico Rocco Guglielmo. Massimo Sirelli racconta in questa intervista il mondo di questi simpaticissimi robot.
Come nasce l’idea di realizzare questi robot?L’idea nasce dalla mia passione per i giocattoli e gli oggetti più strani a cui ero affezionato da piccolo. Ho messo tutto insieme, aggiungendo passione e divertimento.
Raccontaci del tuo passato da street artist e delle fonti di ispirazione che alimentano la tua arte?Più che di street artist, il mio è un passato da vero e proprio writer. Negli anni Novanta scrivevo il mio nome ovunque fosse possibile: treni, muri, tetti e tunnel. Chiaramente questa lunga parentesi della mia vita è stata un palestra creativa non indifferente, che ha influenzato prima il mio lavoro in pubblicità e poi ogni mia opera artistica successiva.














Il progetto della casa per adozioni porta avanti due istanze in parallelo. Da un lato sviluppa un’idea creativa per riciclare e dare nuova vita a materiali di scarto, dall’altro conferisce un’anima a questi robot, rendendoli quasi umani. Come hai mantenuto in equilibrio questi due temi portanti?È difficile spiegare quello che si riesce a fare in maniera inconsapevole. Io lavoro a questi robot con amore e divertimento, e quando fai una cosa che ti piace curi ogni dettaglio fino all’estremo: questo fa sì che loro abbiano anima. Il lavoro di riuso è sicuramente nobile, ma penso che lo sia ancor di più il riciclo di storia e di vita. Grazie a questi robot rivivono storie e persone.
Hai usato molta letteratura fantastica e fumetto di fantascienza. Possiamo dire che i robot vivono in un mondo fiabesco?Sì, è proprio così. Quando scrivo le storie dei miei robot mi piace creare collegamenti sottili tra tante cose: musica, arte, attualità, fumetti, cartoni animati, storia antica e cultura moderna. Loro sono vivi perché parlano come noi e di quello che viviamo e conosciamo, solo che lo fanno con un linguaggio più semplice e divertente.
Quale immaginario artistico ti ha dato maggiori spunti?Di sicuro tutta la cinematografia che si rifà alla robotica fantastica. Compaiono robot animati da sempre e sono loro che rivivono nelle mie creature.














È vero che ogni pezzo, ogni materiale usato per costruirli ha una sua storia?Ogni pezzo ha una storia. Ogni storia è un pezzo di vita. Ad esempio, Lento Piano come testa ha una sveglia rimasta sul comodino di mia mamma per oltre 30 anni. La storia di questa sveglia viene raccontata con grande sincerità sulla scheda del robot.
Cosa deve aspettarsi chi visita la mostra?La mostra è un progetto molto grande. Ci sono oltre sessanta sculture esposte. Da piccoli robot che stanno nel palmo di una mano fino ad animali che superano le dimensioni umane. Questa mostra è ricchissima di suggestioni, riferimenti, scrittura, pensieri e centinaia di componenti uniti insieme. Il gioco per chi osserva è anche provare a capirne la provenienza.
Il tema del riuso e del recupero è da molti anni una priorità per molti artisti. Quali percorsi si potrebbero ancora esplorare e quali sono i tuoi futuri progetti in questo senso?Tutta la mia produzione artistica si basa sul riuso. Anche quando dipingo, solitamente uso come superfici qualunque cosa mi ispiri: lamiere, arredi urbani, poster pubblicitari o carta stampata. Nel mio futuro vedo opere di dimensione monumentale fatte per il grande pubblico e realizzate come sempre utilizzando materiale di recupero.











Com’è la situazione ambientale in Italia e nel resto del mondo vista da un artista che ha vissuto nelle grandi città?
Credo che dovremmo fermarci a riflettere sulle cose essenziali di cui realmente abbiamo bisogno. Siamo pieni di cose inutili che ci rubano tempo, soldi e attenzione. Tutte queste cose stanno distruggendo le nostre vite e il pianeta. Da tempo ho avviato un percorso per vivere con meno: poche cose belle ed essenziali. Pochi vestiti, pochi oggetti in casa e così vivo meglio. Da tre anni ormai non ho più nemmeno l’auto e uso solo la sharing mobility e i mezzi di trasporto. Forse è arrivato il momento di chiudere, o aprire, gli occhi e smetterla di essere vittime di tutti questi falsi bisogni indotti dalla macchina del consumismo. Allora dico “viva i robot” che hanno un’anima e fanno bene al cuore.
fonte: www.lifegate.it

Tutti al male




















Il mar Mediterraneaneo, una volta il centro del mondo, è ora il centro del mare alla plastica. E come potrebbe essere altrimenti, visto che l’uomo continua a produrre, usare e gettare via plastica non biodegradabile a ritmi insostenibili, e visto che il nostro è un mare essenzialmente chiuso, con in aggiunta duecento milioni di turisti l’anno. Spesso sia visitatori che residenti pensano che il mare sia una sorta di pattumiera.
La non felice situazione emerge da un rapporto stilato dal WWF internazionale chiamato Out of the Plastic Trap: Saving the Mediterranean from Plastic Pollution. Da questo rapporto emerge che la plastica rappresenta il 95 per cento dell’inquinamento del mare, fondo marino e lungo le spiagge del Mediterraneo. I paesi più inquinati e inquinanti? Turchia e Spagna, in primis seguiti da Italia, Egitto e Francia. Il resto dell’Europa, che non si affaccia sul Mediterraneo non è che stia troppo meglio
L’arrivo di turisti aumenta i rifiuti del 40 per cento.
La plastica causa bruttura, sporcizia, danni alla vita marina che mangia o si ferisce con questi pezzi di plastica o ne resta soffocata. Le microplastiche invece accumulano silenziose, entrano nella catena alimentare e diventano parte dell’ecosistema di tutti. E di queste ultime purtroppo il Mar Mediterraneo è campione. Il 7 per cento delle microplastiche del mondo si trova nel Mediterraneo.
La concentrazione di microplastica è più alta in Mediterraneo che nella Great Garbage Patch dell’Oceano Pacifico.
Una persona media che mangia pesce nel corso dell’anno mangia pure 11.000 pezzetti di microplastiche che non vede. È una emergenza globale. Ci sono 150 milioni di tonnellate di plastica nell’oceano. In Europa produciamo ogni anno 27 milioni tonnellate di immondizia da plastica. Solo un terzo viene reciclato. Metà dell’immondizia urbana da plastica in Italia, Francia e Spagna non viene riciclata.
Cosa fare?
Non lasciare rifiuti al mare, dalle cicche di sigaretta ai piatti di plastica. Usare prodotti biodegradabili, non usare ciò che non serve, usare il vetro, educare i ragazzi, mettere pressione ai politici e non lamentarsi se evitare la plastica costa fatica.
In Svezia invece hanno inventato un nuovo sport che si chiama ploggin(un misto di plocka – raccogliere – e jogging). Cioè raccogliere  di plastica mentre si corre o si passeggia.
Soprattutto è importante essere coscienti e sapere che tutte le nostre azioni, piccole o grandi che siano, hanno delle conseguenze.
Maria Rita D'Orsogna
fonte: https://comune-info.net

venerdì 13 luglio 2018

Glifosato nel miele, la giustizia francese apre un’inchiesta

Duecento apicoltori hanno denunciato la tedesca Bayer, dopo che del glifosato è stato trovato nel loro miele. Il tribunale di Lione ha aperto un’inchiesta.
















Sylvère Obry è un bracciante francese in pensione. Ha 78 anni ma non ha perso la passione per il suo lavoro. Così, da anni è diventato un apicoltoreamatoriale. Possiede 90 alveari e per questo è abituato a vendere le eccedenze di miele al gruppo Famille Michaud Apiculteurs, nel dipartimento dell’Aisne, la campagna a nord-est di Parigi.

L’esposto contro Bayer depositato al tribunale di Lione

Nello scorso mese di febbraio, però, per la prima volta l’azienda si è rifiutata di acquistare tre partite, per un totale di 900 chilogrammi. Il motivo: nel miele è stato trovato del glifosato, uno degli erbicidi più diffusi in campo agricolo, principio base del Roundup, prodotto dalla multinazionale Monsanto (di recente acquisita dalla Bayer).









La sua storia è stata raccontata dal quotidiano Le Monde, perché proprio da lì è nata una sorta di class action degli apicoltori, che hanno deciso di sporgere denuncia contro l’azienda. In 200, infatti, attraverso un sindacato locale, hanno depositato un esposto alla procura di Lione (poiché lì si trova la sede francese del colosso tedesco dell’agrochimica). E il 4 giugno i giudici hanno deciso di aprire un’inchiesta per chiarire la vicenda, di concerto con il polo Salute pubblica della procura di Marsiglia.

Il glifosato rintracciato regolarmente nel miele in Francia

“È una buona cosa. Per me e per tutti gli apicoltori che vivono del loro lavoro. È qualcosa che occorreva fare per salvare i nostri alveari”, ha commentato Obry. “Sono contento del fatto che la questione sia stata presa con la dovuta serietà e che si cominci a valutare il problema in Francia. Credo di poter dire che è la prima volta che ciò accade”, ha aggiunto il suo avvocato.
Gilles Lanio, presidente dell’Unione nazionale degli apicoltori francesi e apicoltore in Bretagna, ha da parte sua sottolineato come la vicenda “confermi che, purtroppo, il glifosato è ormai presente ovunque. Nessuno può evitarlo, neanche le api”. L’impresa Famille Michaud Apiculteurs ha confermato in questo senso che il pesticida viene ritrovato regolarmente nel corso dei controlli effettuati sul miele, in concentrazioni superiori alla soglia stabilita dalla stessa azienda. Ben il 12 per cento dei lotti forniti in Francia sono stati rinviati al mittente per questa ragione.
fonte: https://www.lifegate.it