venerdì 20 luglio 2018

Dai vecchi pneumatici le strade del futuro, silenziose e a prova di buca

La Toscana testa i primi tratti di “strada riciclata” frutto del progetto europeo Nereide. Tra gli obiettivi: ridurre del 20% il rumore dei veicoli




Ridurre l’inquinamento acustico, mentre si migliora sicurezza stradale e sostenibilità. Sono questi gli obiettivi del progetto Nereide, iniziativa guidata dal Dipartimento di Ingegneria Civile e Industriale dell’Università di Pisa e dedicata a creare le strade del futuro. Cofinanziato dal programma europeo LIFE, Nereide fa del riciclo il suo strumento chiave. L’idea la base del progetto è quella di impiegare vecchi pneumatici e rifiuti d’asfalto nella produzione di nuove miscele per la pavimentazione.

La gomma recuperata dagli pneumatici fuori uso (PFU) possiede, infatti, resilienza, proprietà elastiche e insonorizzanti in grado di renderla un ottimo materiale sostitutivo degli aggregati vergini. Per dimostrarne le potenzialità, i partner dell’iniziativa – tra cui ARPAT, il Belgian Road Research Centre (BRCC), l’Istituto di acustica e sensoristica Orso Maria Corbino del CNR ed Ecopneus – hanno realizzato in Toscana e in Belgio due tratti di “eco-strada” a base di polverino di PFU e asfalto riciclato.

Come spiega Pietro Leandri, Professore associato dell’Università di Pisa e coordinatore del progetto “Ci siamo concentrati sullo studio di miscele innovative e sostenibili dal punto di vista ambientale, alcune delle quali con elevate percentuali di materiali riciclati, che garantiscano comunque una lunga durata della pavimentazione”.

Per la precisionel’intervento italiano ha riguardato Massarosa, in provincia di Lucca: qui è stato ri-pavimentato un tratto lungo 2.400 metri utilizzando una particolare tecnologia di produzione a “tiepido”, che sfrutta temperature di 30°-40° inferiori rispetto a quelle standard. In questo modo è possibile ridurre oltre che i consumi energetici anche le emissioni associate alla posa dell’asfalto.


Il vero fulcro del progetto è tuttavia l’innovativa strumentazione con cui saranno testate le strade “Un dispositivo specifico, basato sui metodi attualmente disponibili in letteratura, verrà installato in un laboratorio mobile e usato per misurare l’assorbimento acustico”, si legge sul sito del progetto. “L’efficacia delle nuove superfici sarà valutata grazie alla misurazione delle caratteristiche della superficie, delle proprietà acustiche e con dei sondaggi sottoposti alla popolazione esposta”. In questo contesto, l’ARPAT e il CNR hanno sviluppato nuovi protocolli acustici per misurare con estrema precisione l’effettiva riduzione del rumore, anche in contesti urbani o complessi, accoppiandoli a strumenti e modelli psicoacustici per valutarne il reale impatto sulla percezione dei cittadini. Quello che ci si aspetta di ottenere è una riduzione dell’inquinamento acustico di 5dB rispetto le pavimentazioni tradizionali, e di almeno 2 dB rispetto altri conglomerati bituminosi porosi convenzionali, assieme ad un aumento dell’aderenza su strada del 20 per cento.

A partire da questo autunno, Nereide compirà un passo in più, testando per la prima volta pavimentazioni con un elevato quantitativo di gomma riciclata (circa il 20% rispetto al 2-3% di oggi). La maggiore quota di polverino, ottenuto da vecchi pneumatici, dovrebbe comportare una riduzione del rumore di 12 dB, livello solitamente raggiungibile solo con le barriere acustiche. “La gestione e manutenzione delle nostre strade è sotto la lente dei media – aggiunge Leandri – ma anche e soprattutto del mondo scientifico e accademico: anche per questo il 16 e 17 luglio ospiteremo a Pisa un workshop internazionale per presentare i risultati fin qui raggiunti da Nereide e confrontarci sugli ultimi sviluppi della ricerca internazionale sul settore”.


fonte: www.rinnovabili.it

giovedì 19 luglio 2018

Lo stato indiano completamente senza pesticidi, divenuto modello mondiale


















Un angolo di verde incastonato nel cuore dell'Himalaya, completamente libero dai pesticidi e sempre più ricco. È il Sikkim, il primo stato indiano che ha detto addio alle sostanze che avvelenano le terre ricorrendo esclusivamente al biologico.
Al confine con Nepal, Tibet e Bhutan, lo stato da 15 anni ha vietato l'uso dei pesticidi, facendo letteralmente rifiorire il turismo e la fauna selvatica. Il piccolo stato indiano nel 2003 lanciò un esperimento radicale: i suoi leader, guidati dal primo ministro, Pawan Kumar Chamling, decisero di eliminare gradualmente i pesticidi in ogni azienda agricola dello stato, una mossa senza precedenti in Indi, e probabilmente nel mondo.
Un cambiamento rivoluzionario e importante per l'India, un paese i cui progressi nell'agricoltura sono stati guidati da un uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi per incrementare rapidamente la produzione di cibo in tutto il paese, riducendo la dipendenza dagli aiuti esteri.
Anche se finalizzato a ridurre le carestie, l'uso indiscriminato di pesticidi negli anni 70-80 si è fatto presto sentire, sotto forma di un picco nei livelli di cancro nelle aree agricole industriali ma anche fiumi inquinati e suolo sterile.
I residui di pesticidi - inclusi quelli di alcuni prodotti chimici vietati in altri paesi - stavano contaminando pesce, verdure e riso. Preoccupati dalla situazione, i leader politici del Sikkim capirono che non si poteva più continuare in quel modo e occorreva un cambiamento di rotta. Decisero così di affidarsi all'agricoltura biologica.
Oggi, a distanza di 15 anni, questo stato himalayano avvolto dalle nuvole sta raccogliendo tanti frutti. Negli anni successivi al passaggio al biologico, il Sikkim ha bandito pesticidi e fertilizzanti chimici, aiutato gli agricoltori a certificare circa 760mila ettari di terreni agricoli come biologici e dal 1° aprile ha vietato l'importazione di molte verdure non organiche provenienti da altri stati.
La transizione non sempre è stata facile: alcuni agricoltori si sono lamentati del calo dei raccolti e dello scarso sostegno del governo ma la salute generale è notevolmente migliorata.
sikkim agricoltura
Questo è un grande momento per l'India”ha detto Radha Mohan Singh, ministro dell'agricoltura.
La domanda di alimenti biologici è elevata in India e in rapida crescita. La preoccupazione per i pesticidi e il desiderio di cibo privo di sostanze chimiche stanno alimentando un mercato che sta crescendo del 25% all'anno, più del 16% a livello mondiale, secondo un recente studio delle Camere di commercio e industria dell'India. Il mercato del paese per i prodotti biologici confezionati ha raggiunto quasi gli 8 milioni di dollari si prevede che raggiungerà i 12 milioni entro il 2020.
E il merito è anche del primo ministro del Sikkim, Pawan Kumar Chamling, che ha creduto in questa rivoluzione divenendone il principale motore.
Quando abbiamo deciso di dedicarci all'agricoltura biologica nel Sikkim, abbiamo affrontato tante sfide. Agricoltori o coltivatori non avevano idea di cosa fosse l'agricoltura biologica, quindi l'educazione era la nostra prima priorità. Lentamente, le persone hanno cominciato a capirci e a sostenerci”.
Ma l'ordine esecutivo a marzo di vietare l'importazione di prodotti non biologici dagli Stati vicini ha gettato lo stato in tumulto, con prezzi a volte triplicati nei mercati e i commercianti in rivolta.
Lo stato ha anche vietato l'uso di oggetti in plastica e le bancarelle lungo le strade utilizzano piatti modellati dalle foglie. La transizione, che ha richiesto più di un decennio, non è stata facile.
Ad aprile, i funzionari statali hanno aperto due mercati in cui gli agricoltori possono vendere i loro prodotti direttamente ai consumatori e hanno aggiunto più di due dozzine di veicoli di trasporto per aiutarli a spostare più facilmente le merci.
La scelta di puntare sul biologico ha fatto bene anche al turismo che ha subito un'impennata, soprattutto con gli eco-tour e le vacanze in fattorie e campagne. Tra il 2016 e il 2017 il settore ha contribuito al prodotto interno lordo dello Stato passando dal 5% all'8%.
Il consumo di soli prodotti biologici ha generato benefici per la salute dei Sikkimesi, che ricevono cibo più nutriente, ha “ringiovanito” il suolo, salvaguardato la fauna e le popolazioni di api, minacciate dai pesticidi.
Un piccolo paradiso nel cuore delle montagne che dovrebbe essere considerato come esempio in tutto il mondo.
fonte: www.greenme.it

I profeti inascoltati del clima

Le tre alternative ai disastri ambientali: rassegnarsi, adattarsi, pianificare. La terza soluzione significa darsi l’obiettivo di non occupare nuovi spazi
















«Le tre alternative ai disastri ambientali: rassegnarsi, adattarsi, pianificare. La terza soluzione significa darsi l’obiettivo di non occupare nuovi spazi» «L’uomo ha perso la capacità di prevedere e prevenire; finirà per distruggere la Terra»: queste parole furono pronunciate da Albert Schweitzer, il grande pensatore premio Nobel per la pace, nel 1953, quando le bombe atomiche esplodevano nell’atmosfera.
Esplosione che stavano diffondendo atomi radioattivi e cancerogeni su tutto il pianeta. Nei decenni successivi l’umanità ha conosciuto un aumento dei consumi e dell’uso dell’energia e delle risorse naturali, accompagnato da un corrispondente aumento della diffusione nel pianeta di rifiuti solidi e liquidi e di gas come anidride carbonica, metano, composti clorurati, eccetera, che stanno modificando la composizione chimica dell’atmosfera con conseguente aumento della temperatura media del pianeta.
Tale aumento provoca alterazioni nella circolazione delle acque e le conseguenze si vedono sotto forma di più frequenti violente tempeste o lunghe siccità, di avanzata dei deserti in alcune zone, di frane e allagamenti in altre.
Gli effetti negativi dei cambiamenti climatici potrebbero essere contenuti attraverso una limitazione delle attività umane inquinanti, ma qualsiasi tentativo in questa direzione è finora fallito perché danneggia potenti interessi economici, gli affari, le finanze, le imprese, i produttori di petrolio e di energia o gli sfruttatori delle terre agricole e delle foreste.
Già novanta anni fa i biologi matematici Volterra e Kostitzin avevano spiegato che l’intossicazione dell’ambiente dovuto ai rifiuti delle attività dei viventi porta ad un inevitabile sofferenza e declino delle popolazioni che tale ambiente occupano, tanto più rapido quanto maggiore è la produzione di rifiuti. E quarant’anni fa Commoner («Il cerchio da chiudere») aveva scritto che i guasti ambientali sono proporzionali al “consumo” procapite di merci e risorse naturali e alla conseguente produzione di scorie. Temi poi ripresi dal libro sui «Limiti alla crescita». Tutte cose ridicolizzate o dimenticate o ignorate dal potere economico e dalle autorità politiche perché disturbano il ”normale” andamento delle cose.
Che fare per, almeno, attenuare costi e dolori? Ci sono varie alternative: quella attuale è andare avanti come al solito ignorando il fatto (certo) che ci sarannosempre più frequenti disastri ambientali come quelli che hanno devastato la bella Nuova Orleans, o le Filippine, o le fortunate isole e coste turistiche, e rimediando i danni con i soldi. In Italia si invoca lo stato di calamità naturale che consiste nel chiedere soldi pubblici per risarcire chi perde la casa, e i beni o i raccolti, o i macchinari delle fabbriche, o per ricostruire strade e ferrovie e scarpate e ponti travolti dalle intemperie o dalle frane e alluvioni. Soldi che vengono poi spesi in genere per ricostruire negli stessi posti che saranno di sicuro devastati da eventi futuri.
Lo stesso vale per i disastri mondiali per i quali le comunità locali o internazionali spendono soldi per risarcire i danni che le persone hanno subito, per l’imprevidenza dei loro governi i quali non hanno preso le precauzioni— tanto per cominciare la limitazione delle emissioni di gas serra — che avrebbero salvato vite e beni; poco conta se aumentano i dolori umani e le morti che non entrano nelle contabilità nazionali e aziendali, poco conta se l’agire “come al solito” provoca migrazioni di masse umane in fuga dall’avanzata dei deserti, dalle zone devastate da cicloni e frane, provoca conflitti senza fine fra popoli che si contendono terre in cui vivere.
La seconda alternativa è offerta dalla recente invenzione della resilienza, cioè dell’adattamento alle prevedibili catastrofi senza fare niente per prevenirle. Si sa che le tempeste tropicali e l’aumento del livello degli oceani potranno danneggiare le strutture costiere: pensiamo allora a costruire edifici su piloni, barriere nel mare per proteggere le rive; si sa che le più frequenti e intense piogge provocano frane e alluvioni: pensiamo a costringere i fiumi dentro canali e argini artificiali. la fantasia dei resilientisti è senza fine nel suggerire come adattarsi alla ”cattiveria” della natura e del pianeta senza ricorrere a divieti che rallenterebbero il glorioso cammino della crescita economica.
Ci sarebbe un’altra soluzione; dal momento che si può interrogare la natura e prevedere come circoleranno le acque e le masse d’aria in conseguenza di quello che stiamo facendo al pianeta e dal momento che non sembra ci sia nessuna ragionevole possibilità di frenare le modificazioni in attocioè di consumare meno energia o di rallentare i consumi, si potrebbe cercare almeno di non occupare gli spazi, pure economicamente appetibili, dove si manifesteranno le forze distruttive della natura.
La chiamavano pianificazione territoriale ed era insegnata anche in cattedre universitarie ed era stata raccomandata e spiegata da studiosi, ed era perfino stata ascoltata, se pure non attuata, da alcuni uomini politici illuminati e presto spazzati via. Perché perfino il minimo rimedio della pianificazione presuppone lo “sgradevole” coraggio di dire di no, di vietare la presenza umana nelle zone ecologicamente fragili ed esposte a frane, marosi, tempeste e ad altri eventi catastrofici.
Il divieto di costruire opere permanenti, ad esempio a meno di cento[trecento, ndr] metri di distanza dalla riva del mare o dei fiumi, per permettere alle onde e alle acque di recuperare i propri spazi naturali, una minima azione di prevenzione, priva l’uso delle zone più appetibili e ne danneggia i proprietari; un divieto inaccettabile perfino allo stato che, teoricamente, sarebbe il proprietario di parte delle coste e rive, come dimostra la frenesia di vendere le spiagge ai “concessionari”, dopo che essi hanno già devastato le zone ricevute in affitto.
La pianificazione e la prevenzione non rendono niente ma anzi costano e disturbano la proprietà (privata ma anche pubblica); poco conta che tali costi permettano “ad altri” di risparmiare costi futuri. Nessuna ragionevole persona, nella società del libero mercato, deve spendere neanche un soldo pensando “ad altri”, non al prossimo vicino e tanto meno al prossimo del futuro. Quando ci fanno vedere alla televisione le file di cadaveri, le persone disperate nel fango, al più rivolgiamo un pensiero a “quei poveretti”, fra una forchettata e l’altra. E così, con allegra incoscienza e ignoranza di singoli e di governanti, si corre spensieratamente verso un ancora più sgradevole futuro.
Giorgio Nebbia
fonte: https://comune-info.net

La Regione Lazio presenta la prima strategia anti-plastica

Dal premio “Comune Plastic Free” al recupero dei rifiuti dispersi in mare: la Regione presenta le azioni per contrastare l’inquinamento da plastica sul territorio





















Anche il Lazio abbraccia la lotta ai rifiuti plastici. La Giunta ha presentato ieri la memoria “Lazio Plastic Free”strategia anti-plastica contenente una serie di azioni implementante o da implementare per contrastare uno dei più diffusi problemi ambientali del pianeta. Come spiega Massimiliano Valeriani, assessore Politiche abitative, Urbanistica e Ciclo dei Rifiuti “Le linee guida del piano regionale sono contenute in una memoria approvata oggi dalla Giunta al fine di definire l’impegno dell’amministrazione sulla sensibilizzazione alle buone pratiche nella raccolta differenziata degli imballaggi di plastica”.
Il piano contiene complessivamente 10 misure in cinque campi d’azione – riduzione, recupero, riciclo, rigenerazione e riuso – restituendo un approccio al problema a 360°. “Negli ultimi anni  – ha commentato il presidente della Regione, Nicola Zingaretti – abbiamo speso 180 milioni per la riconversione green delle imprese, e ora siamo la seconda regione: eravamo quarti. Sono investimenti che hanno un impatto immediato. Abbiamo poi già realizzato 155 interventi sul settore energetico su palazzi, scuole e municipi risparmiando 4 milioni l’anno. Abbiamo alle spalle una stagione in cui abbiamo molto investito. Oggi apriamo un altro fronte che vuole trasformare il ciclo aggredendo nodi strutturali come quello della plastica”.

Cosa prevede, nel dettaglio, la nuova strategia anti-plastica del Lazio:

1.La definizioni di accordi che favoriscano la riduzione degli imballaggi in plastica e il recupero delle eccedenze alimentari. Il lavoro è già iniziato e coinvolgerà da vicino strutture pubbliche come gli ospedali.

2.L’istituzione del Premio Comune Plastic Free, per incentivare agli enti locali attivi sul fronte della lotta all’inquinamento da materie plastiche.

3.Il recupero e lo studio della plastica in mare, grazie anche alla collaborazione dei pescatori.

4.L’installazione di ecocompattatori di rifiuti nei principali punti vendita.

5.La disposizione di agevolazioni per Comuni e imprese che diminuiranno la produzione di rifiuti plastici. “La Regione – si legge in una nota stampa – investe 2 milioni di euro per sostenere l’applicazione della Tarip, tariffa puntuale sui rifiuti, nei Comuni del Lazio. Il prossimo autunno partirà il primo bando”.

6.L’introduzione della figura del Green Manager per la corretta gestione del ciclo dei rifiuti negli Enti Pubblici, negli ospedali, negli istituti scolastici e nelle grandi aziende.

7.La realizzazione dei centri per il riuso, con l’obiettivo di aprirne almeno uno in ogni provincia del Lazio, oltre ad uno o due nella città di Roma.

8.La realizzazione di una filiera industriale per il riciclo della plastica attraverso l’applicazione di innovazioni tecnologiche e la realizzazione di specifici impianti a chiusura del ciclo.

9.L’introduzione di criteri di merito sugli appalti regionali per chi non usa plastica o usa plastica riciclata nelle amministrazioni e nei servizi pubblici.

10.Il lancio di campagne di sensibilizzazione ed educazione ambientale nei Comuni e nelle scuole del Lazio.

fonte: www.rinnovabili.it

mercoledì 18 luglio 2018

Intervista a Sergio Costa, Ministro dell’Ambiente

Omogeneità nei controlli in Italia, varare i decreti attuativi della legge 132, dialogare e affiancare i cittadini con risposte chiare e trasparenti. Queste le priorità di lavoro con Snpa del Ministro Costa.






In occasione della partecipazione del Ministro dell’Ambiente al Consiglio nazionale Snpa, una redattrice di AmbienteInforma gli ha posto alcune domande. Ecco il video con le risposte.


Intervista a cura di Anna Rita Pescetelli
fonte: https://ambienteinforma-snpa.it/

Veicoli “fossili”: la rottamazione non sarà cosa da poco

Il bando alla circolazione di diesel e benzina è stato annunciato in diversi Paesi del mondo. Italia non pervenuta. Ma il tempo stringe. La rubrica di Stefano Caserini





Norvegia: 2025; Germania: 2030; India: 2030; Irlanda: 2030; Israele: 2030; Paesi Bassi: 2030; Scozia: 2032; Gran Bretagna: 2040; Francia: 2040; California: 2040; Taiwan: 2040. Questo l’elenco dei Paesi che hanno annunciato l’intenzione di introdurre un divieto di vendita di automobili alimentate a combustibili fossili. Si tratta di annunci, non ancora seguiti da atti legislativi definitivi, ma in alcuni i divieti non si sono limitati all’effetto annuncio, sono stati inseriti nei lavori dei governi e dei parlamenti. In alcuni casi il divieto riguarda solo i due combustibili più usati, benzina e diesel, in altri anche GPL e metano; in qualche Stato il divieto si estende ai mezzi commerciali leggeri.

La Norvegia potrebbe essere la prima ad attuare questo divieto, fra meno di 8 anni, e questo obiettivo ha il supporto dei quattro maggiori partiti politici. Il 2025 è davvero vicino, ed è legittimo che per qualcuno questi annunci sembrino incredibili, nel senso “non credibili”. In fondo la produzione e vendita su scala industriale di veicoli alimentati a combustibili fossili avviene da più di un secolo ed è diffusa in modo capillare nel mondo, generando profitti giganteschi. Rottamarla in qualche decennio non sarà cosa da poco: i dubbi sono legittimi.


2025, l’anno in cui in Norvegia sarà vietata la vendita di veicoli alimentati a benzina e diesel

A questi annunci se ne aggiungono altri, che riguardano la circolazione dei veicoli diesel: Città del Messico, Atene, Parigi, Madrid hanno annunciato l’intenzione di introdurre divieti di circolazione per questi veicoli nel 2025. Il motivo alla base in questi casi non è il cambiamento climatico, ma l’inquinamento dell’aria: i veicoli diesel hanno maggiori emissioni di ossidi di azoto e di polveri fini rispetto ai veicoli a benzina. Certo, gli ultimi modelli dotati di dispositivi per abbattere una parte delle emissioni di questi inquinanti (De-NOx e filtri antiparticolato) hanno ridotto un po’ il problema, ma non basta, tanti sono i diesel inquinanti ancora circolanti.

Anche in questi casi si tratta di annunci importanti, perché un divieto sulla circolazione agisce molto più rapidamente di un divieto sulla produzione dei veicoli, che permette la circolazione per molti anni dei veicoli già prodotti.

E l’Italia? Non pervenuta, a livello nazionale, sui divieti alla vendita. A livello di città, sia Milano sia Roma hanno annunciato l’intenzione di vietare la circolazione dei diesel, rispettivamente dal 2025 e dal 2030. Il divieto però sarebbe limitato solo al centro città, che nel caso di Milano è un’area piuttosto esigua, circa 9 chilometri quadrati. I divieti maggiori in Italia continuano a riguardare singole categorie di veicoli (euro 2, 3, 4, ecc.), con categorie e date che cambiano da zona a zona, in modo non sempre comprensibile e giustificato. Si tratta di divieti che a volte colpiscono veicoli prodotti poco più di una decina d’anni prima, e nel caso dei diesel i reali vantaggi del passaggio da una categoria euro alla successiva sono stati, in passato, discutibili.

L’area della pianura padana in cui vivo, in cui le condizioni meteorologiche sono davvero sfavorevoli alla dispersione degli inquinanti, sarebbe una delle aree del mondo che avrebbe più da guadagnare da un bando dei veicoli a combustibili fossili. Solo con una politica decisa contro i combustibili fossili si potrebbero raggiungere quei limiti così ambiziosi di qualità dell’aria. I tempi della crisi climatica non permettono di continuare con la lentezza e le inerzie degli ultimi 20 anni. Servono segnali precisi e diretti ai produttori, serve fare capire loro che è necessario cambiare in modo rapido il sistema dei trasporti. Anche in Italia.

Stefano Caserini è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato” (Edizioni Ambiente, 2016)

fonte: https://altreconomia.it/



La ragazza di 23 anni che ha scoperto il segreto per decomporre la plastica (e trasformarla in molecole organiche)



















Eterna plastica? Una ragazza di appena 23 anni, Miranda Wang, ha trovato il modo per degradarla ottenendo dei prodotti utilizzabili per molte applicazioni (senza usare il petrolio). Una tecnologia (da cui è stata fondata la compagnia specializzata BioCellection) che su larga scala potrebbe ridurre significativamente la plastica indistruttibile che affligge i nostri mari (e non solo).
Le materie plastiche sono fatte di lunghissimi polimeri, ovvero catene di composti chimici tutti uguali, quasi mai biodegradabili e quindi quasi permanenti nell’ambiente. Ma la chiave per la loro “distruzione” sembra essere l’utilizzo di un catalizzatore, ovvero di una molecola che rende la reazione di “taglio” molto più rapida ed economica.
I batteri presenti naturalmente non ce la fanno e anche per la chimica ci sono diversi problemi, salvo qualche caso in fase di studio che coinvolge l’utilizzo di enzimi. Il problema nasce dalla difficoltà di spezzare le catene fatte da legami tra atomi di carbonio molto stabili. Per riuscirci sono necessarie alte temperature, ma queste implicano costi elevati ed emissioni in atmosfera non molto amiche dell’ambiente.
La soluzione (forse)? “Abbiamo identificato un catalizzatore che taglia le catene polimeriche per innescare una reazione a catena intelligente, a pressione atmosferica e ad una temperatura che può essere gestita da un bollitore – si legge sul sito della società - Una volta che il polimero si rompe in pezzi con meno di 10 atomi di carbonio, l’ossigeno dell’aria si aggiunge alla catena e forma preziose specie di acidi organici che possono essere raccolte, purificate e utilizzate per realizzare i prodotti che amiamo”.
I catalizzatori sono molecole che facilitano reazioni molto complesse, agendo in diversi modi ma con un medesimo principio di base, ovvero modificandone il meccanismo. Procedendo in maniera diversa tutto cambia e, se il catalizzatore è veramente efficace, si registra una velocità maggiore, magari con temperature e pressioni più basse, quindi con costi inferiori. Ulteriore vantaggio: il catalizzatore può essere recuperato a fine reazione per molti cicli consecutivi.
plastica catalizzatore
La tecnologia proposta da Miranda Wang promette inoltre apparati semplici e quindi potenzialmente industrializzabili, nonché il recupero di prodotti utili per altre applicazioni e soprattutto non derivati dal petrolio, aggiungendo un altro vantaggio per l’ambiente.
“Il nostro prodotto è una miscela di esteri dibasici contenenti da 4 a 9 atomi di carbonio – si legge ancora sul sito - Nessun altro team ha creato tali prodotti dai rifiuti di plastica post-consumo! Gli eteri sono prodotti oggi utilizzando petrolio e sono essenziali per ottenere svariati tessuti e materiali. La nostra innovazione utilizza i rifiuti di plastica sostituendo il petrolio come risorsa per filiere sostenibili.





La società condurrà una dimostrazione pilota del proprio processo il prossimo ottobre convertendo 17 tonnellate di rifiuti di plastica in 6 tonnellate di sostanze chimiche di valore in 3 mesi. Successivamente il team ha in programma di costruire un apparato più grande per continuare a riciclare i materiali ed espandere la propria ricerca includendo il riciclo anche di altri materiali plastici.

fonte: https://www.greenme.it