domenica 23 settembre 2018

Quant’è difficile parlare del clima: la BBC corre ai ripari con nuove regole

Errori, equivoci e fraintendimenti sono sempre in agguato, quando si riportano le notizie che riguardano i cambiamenti climatici. Un documento interno del colosso radio tv inglese spiega ai giornalisti come essere chiari e imparziali su questo tema, evitando di dare troppo spazio ai negazionisti e ai sedicenti “esperti”.























Il cambiamento climatico antropogenico esiste  (Man-made climate change exists): non poteva essere più chiara la BBC nel definire la sua posizione ufficiale su un tema che fa sempre più notizia sulle testate giornalistiche di tutto il mondo, comprese quelle generaliste.
L’affermazione è contenuta in un documento (crib sheet, letteralmente “bigliettino”) inviato da Francesca Unsworth, direttore delle news della BBC, ai giornalisti del colosso pubblico radio tv inglese, tramite una mail che invita tutti i colleghi a partecipare a un corso di un’ora su come riportare correttamente le informazioni sui cambiamenti climatici (Reporting Climate Change).
Dopo un’estate caratterizzata da ondate di calore e altri fenomeni meteorologici “estremi” e con importantissimi eventi da coprire nei prossimi mesi in campo ambientale, come la conferenza Onu sul clima di dicembre, oltre alla pubblicazione del nuovo rapporto dell’IPCC, Intergovernmental Panel on Climate Change (vedi QualEnergia.it sulle bozze uscite nei mesi scorsi), la BBC ha sentito l’esigenza di chiarire la sua politica editoriale.
Soprattutto per sgombrare il terreno da equivoci e fraintendimenti su cosa sia esattamente il climate change, sulle sue cause e sui possibili rimedi per mitigarne gli effetti.
E per evitare di dare troppa voce in capitolo ai negazionisti del clima, tutti quelli che a vario titolo – tra sedicenti “esperti”, lobbisti, politici e così via – si sforzano di sottostimare o proprio negare del tutto l’esistenza di un surriscaldamento globale indotto dalle attività umane.
Le notizie che riguardano l’energia e l’ambiente, infatti, si prestano molto facilmente a semplificazioni ed errori d’interpretazione, anche grossolani, che finiscono per disorientare il pubblico.
Nel crib sheet, citato integralmente dal sito Carbon Brief (vedi qui), si fa riferimento ai numerosi sbagli compiuti dalla BBC nel documentare un “argomento difficile” come il cambiamento climatico.
In particolare, si legge nella sezione “Editorial Policy”, la BBC ritiene che la “scienza migliore” (best science) nel descrivere/spiegare i mutamenti del clima sia quella dell’IPCC.
Un passo decisivo riguarda il “falso bilanciamento”: in sintesi, spiega la nota editoriale, poiché il cambiamento climatico è un dato acquisito e accettato, il giornalista non è tenuto a bilanciare il dibattito con la presenza di un negazionista, per ottenere l’imparzialità dell’informazione.
Tuttavia, chiarisce la nota, in alcune discussioni sulla “sostenibilità” ambientale andrebbero incluse le argomentazioni di chi è scettico.
L’importante, spiega la BBC, è che il giornalista conosca il punto di vista del suo interlocutore per intervistarlo in modo efficace, chiarendo al pubblico una serie di elementi, tra cui le sue affiliazioni(quale organizzazione rappresenta, da chi è finanziata, sta parlando con autorità scientifica?) e le opinioni espresse in precedenza.
Inoltre, precisa il documento interno del colosso radiotelevisivo inglese, dare per certa l’esistenza del cambiamento climatico non ci autorizza a semplificare troppo le cose.
Difatti, è difficile valutare con esattezza come e quanto l’uomo abbia influenzato e stia influenzando i vari processi naturali.
Un conto è sostenere che in varie regioni del mondo, con elevata probabilità, ci saranno eventi estremi, come inondazioni e ondate di calore, sempre più intensi e frequenti, un altro conto è attribuire l’origine di un singolo evento al climate change: il rischio, nel secondo caso, è instaurare un nesso di causa-effetto che non può essere provato scientificamente.
D’altronde, alcuni recenti studi ripresi da QualEnergia.it mostrano quanto sia complesso prevedere come “risponderà” il nostro Pianeta al continuo aumento delle concentrazioni di CO2 nell’atmosfera (Clima: l’effetto domino porterà inevitabilmente a un “Pianeta-serra”?).
Quindi, in sintesi, il cambiamento climatico antropogenico esiste ma non sappiamo ancora con quale velocità stia procedendo e quali saranno le sue conseguenze finali.
Le variabili in gioco sono molte, come confermano i differenti scenari elaborati dall’IPCC e il fatto che si parli sempre di probabilità, non di certezze matematiche, quando si cerca di descrivere come sarà il mondo tra cinquanta o cento anni.
L’unica certezza è che senza un taglio drastico e urgente delle emissioni inquinanti, gli obiettivi degli accordi di Parigi rimarranno fuori portata. Ecco perché il dibattito, anche nella scienza ufficiale, resta apertissimo.
fonte: https://www.qualenergia.it

Zero Waste Italy WORKSHOP NAZIONALE SABATO 6 Ottobre 2018 ore 9/13 c/o Polo tecnologico di Capannori

PRODOTTI ELETTRICI ED ELETTRONICI (AEE-RAEE), 
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vi aspettiamo



sabato 22 settembre 2018

La nuova direttiva europea su energie rinnovabili

















Questa nuova direttiva europea sulle energie rinnovabili  non ha ancora completato il suo iter, ho visto che deve essere votata dal parlamento europeo ad ottobre 2018 per poi essere recepita nelle normative nazionali
http://www.consilium.europa..eu/it/press/press-releases/2018/06/27/renewable-energy-council-confirms-deal-reached-with-the-european-parliament/ non so se in teoria ci sarebbe ancora la possibilità di intervenire, magari facendone richiesta al nostro governo
Ormai si incominciano a sentire i danni del cambiamento climatico ad es.  troppa acqua = alluvioni/ ma anche troppa poca acqua = siccità con relativi incendi boschivi/eventi climatici estremi come le tempeste; “Ma l’era delle tempeste comincerà molto prima che il pianeta arrivi a un effetto serra fuori controllo. Persino senza il caos provocato dalla disintegrazione delle calotte polari, in questo secolo le tempeste più forti diventeranno sempre più potenti” p.287 del libro ‘Tempeste’ del climatologo James Hansen, per molti anni Direttore dell’Istituto Godard della NASA che nel suo libro scrive anche che noi non sentiamo ancora gli impatti pieni dei gas serra già emessi in atmosfera. Se non si riesce nemmeno adesso a fare le scelte politiche necessarie per tutti quanti siamo! Almeno non dare incentivi proprio sbagliati, tagliare alberi per bruciarli per produrre elettricità aumenterà il gas serra anidride carbonica in atmosfera: in questo link  https://phys.org/news/2018-09-europe-renewable-energy-poised-global.html#nRlv scrivono: “Anche se il legname è rinnovabile, tagliare e bruciare la legna per avere energia aumenta il carbonio in atmosfera per tempi che vanno da decenni alle centinaia di anni a seconda di un certo numero di fattori, spiegano i ricercatori. L’uso di bioenergia in questa forma prende del carbonio che altrimenti rimaneva immagazzinato in una foresta e lo mette in atmosfera.. A causa di varie inefficienze sia nel metodo di taglio che in quello di combustione il risultato è che di gran lunga più carbonio viene emesso dalle ciminiere in aria per kilowatt ora di elettricità o calore rispetto alla combustione di combustibili fossili  spiegano gli autori ”
Poi le foreste con la fotosintesi ci tolgono della CO2 dall’atmosfera, deforestare di questi tempi non è davvero gran che, noi non abbiamo tecnologie in grado di rimuovere la CO2 dall’atmosfera. Con le nostre emissioni abbiamo cambiato la composizione dell’atmosfera, dell’aria che respiriamo. Dati dell’Osservatorio Mauna Loa più recenti: siamo arrivato a 406,99 parti per milione di CO2, negli anni ’50 (1950) erano meno di 330 ppm di CO2 in atmosfera.

Nadia Simonini
Rete Nazionale dei Comitati Rifiuti Zero       

Live stream RifiutiZeroUmbria CRU RZ: Piano D'ambito e Ciclo Virtuoso, Quali Prosettive - Perugia, 22 Settembre 2018




#RifiutiZeroUmbria @Cru_rz

Il parlamento UE chiede la messa al bando delle microplastiche

“Trasformare le lande desolate della plastica in miniere d’oro”. I deputati dell’ENVI votano la propria posizione sulla strategia europea per la plastica






Migliorare la qualità della plastica riciclata, incentivare la raccolta dei rifiuti marini, armonizzare le norme sui polimeri bio e mettere al bando le microplastiche. Questo quanto chiedono oggi gli eurodeputati della Commissione Ambiente (ENVI). I parlamentari hanno approvato ieri la proposta di risoluzione del collega Mark Demesmaeker (ECR, BE) sulla Strategy for plastics in a circular economy, adotta dall’esecutivo il 16 gennaio 2018. “La plastica è un materiale importante e prezioso, che ricopre un ruolo utile nella società e nell’economia”, si legge nella proposta. “Tuttavia, il modo in cui oggi si produce e si utilizza la plastica è insostenibile e finanziariamente impraticabile”.
Ecco perché i deputati sono d’accordo nel chiedere alcune azioni che coinvolgano tutti i settori e non solo quello del packaging, oggi il più bersagliato dalle contromisure. “La strategia per la plastica dovrebbe guardare oltre i materiali da imballaggio sostenibili e fungere da leva per stimolare nuovi modelli aziendali e di consumo intelligenti e circolari che riguardino l’intera catena del valore”.

Uno degli elementi essenziali per ottenere ciò consisterebbe nella creazione di un mercato interno per le materie prime seconde, basato su standard di qualità e sicurezza condivisi e che tengano conto dei diversi gradi di riciclaggio compatibili con i differenti usi. Le nazioni dovrebbero inoltre considerare la possibilità di ridurre l’IVA sui prodotti contenenti materiali riciclati. Strasburgo sottolinea che esistono diversi modi per raggiungere tassi elevati di raccolta differenziata e riciclaggio, tra cui scegliere come ad esempio un sistema di responsabilità estesa del produttore, meccanismi di deposito-rimborso e una maggiore sensibilizzazione del pubblico.

Gli europarlamentari chiedono anche la messa al bando, entro il 2020, di due prodotti polimerici: la plastica oxo-degradabile “che non si biodegrada in modo sicuro e non offre pertanto un vantaggio ambientale comprovato” e le microplastiche impiegate nei cosmetici e nei prodotti per la pulizia. Un tema su cui, va detto l’Italia ha fatto scuola, al pari di quanto già successo in passato con gli shopping della spesa. Il Bel paese è stato infatti il primo ad approvare una legge contro le microplastiche.
“Dobbiamo sfruttare questo slancio per investire e innovare – si legge nel testo di Demesmaeker – Se riusciremo a sviluppare un approccio globale che comprenda l’intera catena dal valore attraverso modelli aziendali e di consumo circolari, saremo in grado di creare una situazione vantaggiosa per tutti i portatori di interesse coinvolti. Possiamo trasformare le lande desolate della plastica in miniere d’oro”.

fonte: www.rinnovabili.it

Carlo Petrini: il made in Italy non passi da Amazon, ma dalle botteghe

“Il cibo non è un fatto italiano, il cibo è un fatto mondiale”. Così Carlo Petrini ha ribadito nel suo intervento, pronunciato all’apertura del Salone del Gusto 2018, quanto importante sia il tema del cibo nell’epoca della globalizzazione. I nostri comportamenti alimentari sono fondamentali anche per ridurre l’effetto serra.




















Nel nostro mondo, sempre più interconnesso, bisogna varare delle nuove politiche che guardino non solo al nostro singolo Paese di appartenenza, ma anche al mondo. Per questo in Italia, ha affermato Petrini, c’e bisogno di ridurre i consumi di carne, incentivare il biologico, tutelare il suolo e l’agricoltura fermando la cementificazione selvaggia.

Un discorso, quello di Petrini, di grande visione globale, pur affrontando le criticità dell’Italia e che è risultato al pubblico come un ideale contraltare a quanto affermato poco prima dal ministro delle politiche agricole alimentari e forestali (MiPAAF) Gian Marco Centinaio. Il ministro, in una invettiva accorata, aveva ribadito la propria intenzione di preservare il made in Italy, lottando contro l’italian sounding e le contraffazioni alimentari, bloccando navi e rimandandole indietro nel caso di trasporto di prodotti non rispondenti alle normative e ai gusti degli italiani.
Una tutela strenua della nostra italianità contro ogni ingerenza estera, una versione del Salvini pensiero declinato sul cibo insomma. Una tutela che, secondo Centinaio, passerà anche attraverso accordi con Amazon e Alibaba, i due colossi del commercio elettronico più noti e usati al mondo. Come ci si sarebbe potuto aspettare proprio questo passaggio di Centinaio ha trovato una replica puntuale da Carlin Petrini.
Se per la maggior parte del suo intervento l’ideatore del movimento Slow Food aveva solo proposto una visione alternativa a quanto detto da Centinaio, senza mai citarlo direttamente, nel finale del suo discorso ha apostrofato il ministro, in modo ironico, affermando che fare accordi con Amazon e Alibaba per preservare il made in Italy equivale a stringere accordi con dei nemici, delle multinazionali che poco o nulla hanno a che fare con lo slow food e con la sostenibilità ambientale. Piuttosto, ha affermato Petrini, bisognerebbe incentivare il ritorno alle botteghe, dove si possano consumare i prodotti del territorio, con ritmi e sapori che nulla hanno a che vedere con la distribuzione tramite e-commerce globalizzati.
fonte: www.greenstyle.it

Dove vanno i rifiuti

Cosa succede alle cose che buttiamo nei bidoni della raccolta differenziata, e soprattutto cosa succede se sbagliamo bidone














In Italia ogni persona produce in media 497 chilogrammi di rifiuti urbani all’anno, il 51 per cento dei quali viene sottoposto a riciclaggio e compostaggio, riducendo sensibilmente il loro impatto sull’ambiente. Il dato è più o meno in linea con quello medio dei 28 paesi dell’Unione Europea, dove nel complesso ogni cittadino produce 482 chilogrammi di rifiuti, il 47 per cento dei quali viene riciclato. Risultati di questo tipo – tra i migliori al mondo, ma non ancora sufficienti – sono resi possibili dall’impegno (e dalla pazienza) di tutti noi, alle prese quotidianamente con bidoni di colori diversi e sacchi in cui separare plastica, vetro, lattine, carta e rifiuti organici. Dopo anni di leggi, campagne informative e qualche multa, inizia a crescere la consapevolezza che per avere un mondo più pulito e libero dai rifiuti sia essenziale la differenziata. Ma cosa succede quando sbagliamo bidone? E se lasciamo un po’ di scotch sul cartone da riciclare o un’etichetta sul barattolo di vetro? Proviamo a capirci qualcosa.
La raccolta differenziata in Italia ed Europa
Prima di arrivare al come, un po’ di dettagli sul cosa. Il dato medio sul riciclo italiano, come quello europeo, comprende grandi differenze a seconda dell’area geografica: il paese più virtuoso nel riciclo è la Germania (66 per cento), mentre agli ultimi posti ci sono Malta (8 per cento) e Romania (15 per cento). In Italia sono più virtuose le regioni settentrionali con il 64,2 per cento di rifiuti urbani riciclati rispetto alla produzione totale; il dato scende al 48,6 per cento nel centro e al sud si riduce ulteriormente al 37,6 per cento (dati ISPRA 2016).
L’Unione Europea ha obiettivi molto ambiziosi per il riciclo. Durante la sessione plenaria del Parlamento Europeo dello scorso aprile, per esempio, sono stati decisi nuovi obiettivi vincolanti per il riciclo, così come per la gestione degli imballaggi e delle discariche. Entro il 2025 si dovrà arrivare al riciclo di almeno il 55 per cento dei rifiuti urbani. L’obiettivo va di pari passo con una progressiva riduzione dell’impiego delle discariche, il metodo più economico e inquinante per smaltire i rifiuti. Il Parlamento Europeo ha stabilito che entro il 2035 al massimo il 10 per cento del totale dei rifiuti potrà essere smaltito nelle discariche; più del 25 per cento dei rifiuti urbani viene ancora smaltito in quel modo.
La gestione dei rifiuti non riguarda naturalmente solo quelli urbani, prodotti cioè dai singoli abitanti con le loro attività quotidiane, ma su scale molto più grandi anche i rifiuti industriali, che sono molto inquinanti. Le leggi italiane ed europee, che indicano in che direzione devono muoversi i singoli stati, prevedono un progressivo passaggio verso un’economia “circolare”, dove buona parte dei materiali viene riciclata e riutilizzata più volte. Le industrie e le grandi aziende fanno di solito ricorso a particolari consorzi, che offrono assistenza e coordinano i processi di smaltimento dei loro rifiuti, aiutandole anche a produrne di meno (per esempio gestendo meglio gli imballaggi). Anche se la quantità di rifiuti urbani è più bassa di quelli industriali, il suo impatto sull’ambiente rimane comunque significativo e per questo è importante fare la raccolta differenziata.
I rifiuti urbani
La gestione dei rifiuti cambia molto da città a città, a seconda del numero di abitanti, dell’estensione del suo territorio, della disponibilità di discariche, inceneritori e centri di smaltimento, senza dimenticare delle risorse economiche per farli funzionare. Esistono linee guida alle quali le amministrazioni cittadine devono fare riferimento, mentre sui dettagli (come il colore del bidoni, le modalità di raccolta e ritiro) ogni comune è sostanzialmente libero di scegliere come fare. Questo comporta un po’ di confusione, soprattutto per chi si sposta tra una città e un’altra.
Semplificando moltissimo, il servizio di ritiro e smaltimento dei rifiuti urbani viene finanziato attraverso un sistema di tassazione locale. L’importo che ognuno deve pagare cambia a seconda delle politiche scelte dal comune: i criteri variano dalle dimensioni dell’abitazione in cui si vive alla stima o misurazione effettiva della quantità di rifiuti prodotta. La gestione dei rifiuti è tra le spese più consistenti per un comune e di solito viene affidata a un’azienda, che stipula un contratto con l’amministrazione e si fa carico della raccolta e dello smaltimento. Le aziende possono essere private, pubbliche o miste, spesso con un coinvolgimento diretto degli stessi comuni.
Tanti materiali, molti bidoni
La raccolta differenziata interessa quattro grandi tipologie di rifiuti: carta, vetro, alluminio/acciaio e plastica, oltre a quelle più limitate, come medicinali, pile, ecc. A questi si aggiunge, in alcuni comuni, l’ulteriore separazione tra l’organico (“umido”) e i rifiuti non differenziabili. Come sa bene chi fa la raccolta differenziata, questo significa tenersi in casa diversi cestini per le varie famiglie di rifiuti, che dovranno poi essere vuotati nei bidoni condominiali corrispondenti o nei cassonetti per la differenziata, per strada.

Modelli di cassonetti e bidoni per la raccolta differenziata in una città italiana: i colori cambiano nei vari comuni (AMIAT – Torino)
Dove vanno i nostri rifiuti da riciclare
Cosa succede dopo avere buttato la differenziata resta per molti un mistero: sappiamo che a un certo punto arriva un camioncino a portarsela via, poi non se ne sa molto altro. È soprattutto per la carenza di informazioni sul destino della nostra spazzatura, e per una certa diffidenza, che negli anni si sono sviluppate leggende metropolitane piuttosto radicate che finiscono più o meno tutte allo stesso modo: “Tu fai la differenziata, poi loro passano coi camion e alla fine mettono tutto insieme lo stesso”. Ecco, no.
I rifiuti sono ritirati porta a porta o per strada da mezzi di diverse dimensioni, a seconda delle diverse tipologie. Vengono poi trasportati nelle stazioni di trasferimento, impianti dove i vari tipi di rifiuti sono smistati, se necessario compattati, e caricati su camion più grandi che li porteranno negli impianti finali per il loro trattamento. Le stazioni di trasferimento sono molto importanti, soprattutto nelle grandi città dove ogni giorno si devono gestire molte tonnellate di rifiuti.
E allora perché non fare in modo che siano le stazioni di riferimento a differenziare i rifiuti al posto nostro, e senza l’impiccio di cinque cestini diversi, si starà chiedendo qualcuno di voi. La risposta è che non è per niente semplice separare i materiali in un sacco dell’immondizia, dopo che sono stati messi tutti insieme: vetri che nel trasporto si sono frantumati, contenitori di plastica che si sono unti, carta diventata poltiglia a causa dell’umido e così via. Se ognuno separa i propri rifiuti, provvede nel suo piccolo a una parte del lavoro più complicato del processo di riciclo. Non ci pensiamo spesso perché ha a che fare con cose di cui vogliamo liberarci il prima possibile, soprattutto se poi puzzano in casa, ma quando differenziamo i rifiuti ci comportiamo un po’ come un’intelligenza collettiva, una cosa da rendere fieri molti formicai.


Lasciate le stazioni di trasferimento, i rifiuti raggiungono gli stabilimenti dove vengono trattati a seconda della loro tipologia, prima della loro rigenerazione, cioè la trasformazione in nuovi oggetti. Come suggerisce il nome, questi centri di selezione hanno il compito di effettuare una suddivisione più accurata nelle varie sottotipologie di rifiuti.
Prendiamo la plastica: nel bidone buttiamo insieme bottiglie di vario colore, flaconi del detersivo, vaschette, sacchetti e altri imballaggi. Ognuno di questi è realizzato con diversi polimeri, le macromolecole sintetiche che formano la plastica. Sono indicate sulla confezione con una sigla e un simbolo: la più conosciuta è PET, polietilene tereftalato, utilizzato per le bottiglie e altri contenitori alimentari.
Polimeri diversi richiedono sistemi di trattamento diversi, quindi non possono essere riciclati tutti insieme. Un tempo nei centri di selezione la plastica da riciclare veniva fatta passare su lunghi nastri trasportatori, con operatori che riconoscevano e separavano manualmente imballaggi e contenitori. Era un’operazione lunga e con elevata probabilità di errore, ora sostituita da soluzioni automatiche più veloci e affidabili. Si utilizzano sistemi che emettono onde elettromagnetiche indirizzate verso il materiale che transita sul nastro trasportatore. Le onde vengono riflesse in modi diversi dai rifiuti, a seconda dei polimeri che li costituiscono. Il macchinario rileva le differenze e smista il materiale, anche in base al colore, utilizzando per esempio getti d’aria compressa per indirizzarlo su altri nastri trasportatori. Un numero ridotto di operatori sorveglia il lavoro della macchina, intervenendo se viene commesso un errore.
I rifiuti di plastica suddivisi per tipologia, vengono immagazzinati e successivamente venduti alle industrie che li lavorano per il riciclo vero e proprio. Alcune di queste aziende partono dai rifiuti e realizzano il prodotto finito, altre trasformano la plastica da riciclare in piccole sfere (granuli o pellet), da destinare ad altre aziende. Da 20 bottiglie PET si può ottenere una coperta di pile, per esempio. La plastica riciclata viene usata per innumerevoli scopi, compresa la costruzione di nuovi arredi urbani come panchine, staccionate e giochi per i parchi pubblici. Mischiata a plastica ottenuta dalla lavorazione del petrolio, quella riciclata può anche essere impiegata per prodotti di maggior pregio.
Qualcosa di analogo avviene con il vetro, l’alluminio e la carta. Anche questi rifiuti vengono selezionati e destinati al loro recupero. La carta è tra i materiali più riciclati, sia per produrre fogli e cartoni derivanti al 100 per cento dal riciclo, sia per produrre carta di maggiore qualità e resistenza mischiandola alle preparazioni derivanti dal trattamento del legno. Il 90 per cento circa dei sacchetti, delle scatole e dei giornali è realizzato con carta riciclata. Il vetro e l’alluminio hanno una resa ancora migliore e possono essere riciclati teoricamente all’infinito. Con un chilogrammo di vetro riciclato si possono produrre un chilogrammo di nuovi recipienti, senza la necessità di aggiungere materiale. Si stima che ormai in Italia oltre il 70 per cento delle bottiglie di vetro sia prodotto tramite il materiale vetroso recuperato con la raccolta differenziata.
E se sbaglio qualcosa? 😬
Davanti ai vari bidoni di diverso colore molti vanno in ansia da prestazione, incerti su dove debba essere inserito un rifiuto e se debba essere prima preparato in qualche modo. Di solito i comuni e le aziende che si occupano del recupero della spazzatura distribuiscono volantini con le istruzioni, ma non sono sempre molto dettagliate e qualche dubbio può rimanere. Il consiglio è consultare i loro siti o mettersi in contatto telefonicamente, nel caso di dubbi.
CONAI, il Consorzio per il Recupero degli Imballaggi nato proprio per coordinare il lavoro di raccolta differenziata in Italia, ha pubblicato un decalogo con regole generali su come differenziare. Sono indicazioni di massima, se qualcosa non vi torna il consiglio è di consultare l’azienda dei rifiuti del vostro comune.
Questa è una versione supercondensata del Decalogo, che trovate nella sua versione completa qui.
  1. Separare correttamente ogni imballaggio in base al materiale di cui è fatto.
  2. Ridurre il più possibile l’ingombro degli imballaggi prima di inserirli nei bidoni.
  3. Dividere gli imballaggi composti da materiali diversi: barattoli di vetro e tappi di metallo, involucri di plastica con scatole di carta al loro interno.
  4. Rimuovere scarti e residui di cibo dai contenitori.
  5. Non mettere carta sporca e unta, scontrini e fazzoletti usati nella raccolta per la carta.
  6. Non mettere oggetti in ceramica, porcellana, cristallo, pyrex e lampadine nel bidone del vetro.
  7. Oltre alle lattine, ci sono molti altri imballaggi di alluminio riciclabili: vaschette, bombolette, tubetti e fogli di alluminio da cucina.
  8. Attenzione agli imballaggi di ferro e acciaio, di solito riciclabili nello stesso bidone per l’alluminio.
  9. Oltre alle bottiglie, nel bidone della plastica possono essere inseriti una grande quantità di imballaggi, ma non giocattoli e piccoli elettrodomestici.
  10. Gli imballaggi in legno devono essere smaltiti separatamente, conferendoli presso le isole ecologiche.
Leggendo il Decalogo probabilmente vi sarà venuta in mente quella volta che avete sbagliato a mettere un tipo di rifiuto in uno dei bidoni della differenziata, oppure avrete scoperto di avere sempre fatto qualcosa di sbagliato. Niente paura: come abbiamo visto, i sistemi di selezione nelle stazioni di trasferimento si occupano anche di rimediare agli errori di questo grande lavoro collettivo di separazione dei rifiuti. Non deve però diventare una scusa per fare meno attenzione quando si fa la raccolta differenziata: meno errori ci sono, più si ricicla facilmente e meno costi si devono affrontare per farlo (costi che in fin dei conti sono quasi tutti a carico nostro). Inoltre, se la raccolta non viene effettuata in modo adeguato, i comuni hanno la facoltà di multare i singoli cittadini (se vivono da soli) o i condomini, quindi meglio fare attenzione.
“Buttano tutto insieme”
C’è un luogo comune, al limite della leggenda metropolitana e piuttosto diffuso, secondo il quale in realtà separare nei bidoni non servirebbe a nulla “perché tanto poi mettono tutta l’immondizia insieme in discarica, o per bruciarla”. Ad alimentare questa credenza hanno contribuito isolati casi di cronaca, la scarsa conoscenza di come funziona la raccolta differenziata e una certa diffidenza verso le pubbliche amministrazioni e le aziende che se ne occupano. In realtà il ministero dell’Ambiente, le agenzie regionali per la protezione dell’ambiente e gli stessi comuni effettuano periodicamente controlli per verificare che raccolta e gestione dei rifiuti siano effettuate nei modi concordati. I rapporti sono resi pubblici, qui ne trovate un esempio, e offrono informazioni e statistiche sull’andamento della raccolta. Inoltre i consorzi come CONAI si occupano di verificare che i loro membri osservino le regole, anche per tutelare il loro interesse.
Meno della metà
In numerosi comuni italiani la raccolta differenziata non è ancora attiva o non copre porzioni significative della popolazione. Nelle 14 principali città metropolitane, solo 6 superano il 50 per cento di rifiuti trattati con la raccolta differenziata. Roma supera di poco il 40 per cento, Milano è intorno al 64 per cento, mentre Palermo supera di poco il 10 per cento. C’è quindi ancora molto da lavorare per rendere più diffusa la differenziata nel nostro paese, che offre evidenti vantaggi sia sul piano ambientale sia economico.
fonte: www.ilpost.it