sabato 21 luglio 2018

Rifiuti di Roma, Montanari: 'Avanti senza discarica, ad ottobre si sblocca la nuova impiantistica'

L'assessora all'Ambiente di Roma: "Continuiamo a lavorare per le fabbriche dei materiali quale soluzione per raggiungere gli obiettivi al 2021: estensione del porta a porta in tutti i municipi, il 70% di differenziata e la diminuzione della la spazzatura complessiva di Roma di 200mila tonnellate"






Nella difficile situazione che Roma sta vivendo sul fronte dei rifiuti, l'amministrazione Raggi decide di andare avanti per la sua strada e proseguire con la strategia Rifiuti Zero, rinunciando a qualsiasi ipotesi di nuova discarica – neppure una momentanea discarica di servizio come auspicato dalla Regione Lazio – e puntando sulla massimizzazione della raccolta differenziata attraverso la diffusione del porta a porta e sulla nuova impiantistica, che a breve dovrebbe ricevere il via libera. Abbiamo raggiunto per telefono l'assessora all'Ambiente Pinuccia Montanari.

Assessora conferma che l'ipotesi di una discarica è esclusa?
Per la discarica a Roma non ci sono siti disponibili. E poi la città ha già dato su questo fronte, per cui continuiamo a lavorare per le fabbriche dei materiali quale soluzione per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi al 2021, che sono l'estensione del nuovo modello di raccolta porta a porta in tutti i municipi, il 70% di differenziata e la diminuzione della la spazzatura complessiva di Roma di 200mila tonnellate.

Un impianto di recupero di materia dal rifiuto residuo (RUR), detto volgarmente Fabbrica dei Materiali, costituisce il mezzo migliore per evitare di ricorrere a discariche, gassificatori e inceneritori. Come ci spiegava qualche anno fa Enzo Favoino proprio a proposito di Roma e del Lazio, questo impianto è costituito da due sezioni parallele di trattamento: in una viene lavorata la frazione residua (sottovaglio) che contiene ancora componenti fermentescibili. Questa viene resa “inerte” attraverso un processo di “stabilizzazione” (del tutto analogo al compostaggio) in modo da minimizzarne gli impatti relativi alla collocazione a discarica. Nell’altra sezione (che tratta il sopravvallo) viene fatto invece il recupero dei materiali, attraverso una combinazione di varie separazioni sequenziali (ad esempio separatori balistici, magnetici, lettori ottici) analogamente a quanto avviene nelle piattaforme di selezione dei materiali da raccolta differenziata.

A proposito delle fabbriche dei materiali, lei ha detto che per i primi impianti state per depositare gli atti in giunta. Che tempi ci sono?
Guardi si tratta del piano industriale di Ama che è pronto ed è già stato discusso con la commissione ambiente. Lo presenteremo prima alla sindaca e poi alla maggiornza e poi si potrà partire. Io credo che ottobre al'incirca sarà il mese decisivo.

Da quali impianti si partirà?
In sostanza faremo così. Abbiamo i due impianti per l'organico che sono già stati depositati in Regione e sono in attesa di VIA. Contemporanemante Ama sta lavorando al piano industriale suddetto che partirà dall'intercettazione di frazioni importanti come ingombranti, materassi, raee e altri, che possono creare un mercato interessante. Stiamo cercando di dedicarci a tutte le filiere.

Per quanto riguarda i due impianti di tmb, Salario e Rocca Cencia, quale sarà il loro futuro?
Sempre secondo il piano Ama l'obiettivo è quello di renderli più efficienti e trasformarne almeno uno dei due in fabbrica di materiali e sarà Rocca Cencia quasi sicuramente, mentre per il Salario è prevista la chiusura delle attività nel 2019. Ma anche a questo proposito io ribadisco che il nostro obiettivo fondmentale è quello del 2021. Gli obiettivi intermedi sono più obiettivi da cronoprogramma, quello su cui dobbiamo misurarci è l'obiettivo ultimo e fino ad ora devo dire che Ama è in linea con la tabella di marcia.

A proposito del decentramento dell'azienda, può spiegare meglio in cosa consisterà?
Si tratta proprio di un nuovo modello gestionale, che è stato già testato, e che consiste nel collocare una struttura di Ama in ogni municipio, che effettuerà tutte le attività di gestione della raccolta rifiuti e dello spazzamento stradale relative a quel territorio in maniera più controllata. Questo consentirà anche ai lavoratori di svolgere le proprie mansioni facendo riferimento unicamente alla struttura del loro municipio.


fonte: www.ecodallecitta.it

Corde per chitarra, negli USA ne hanno riciclate 2 milioni in 2 anni

L’iniziativa è stata lanciata dall’azienda americana D’Addario, nota produttrice di accessori per strumenti musicali





Un programma per riciclare le corde della chitarra. Si chiama Playback, lo ha lanciato l’azienda americana D’Addario, nota produttrice di accessori per strumenti musicali e ad oggi ha già consentito di avviare a riciclo 2 milioni di corde. D’Addario è da tempo attenta alla sostenibilità dei propri prodotti. L’azienda utilizza imballaggi ecologici al 100% e pianta alberi per compensare le emissioni di anidride carbonica prodotti. Dal 2016 ha fatto partire il programma di riciclo delle corde per chitarra, con l’aiuto di TerraCycle, società che offre consulenza innovativa in materia di economia circolare.

A luglio PlayBack ha festeggiato i 2 milioni di corde riciclate, appena 7 mesi dopo aver raggiunto l’obiettivo di 1 milione.

PlayBack fa parte del programma fedeltà del Players Circle di D’Addario. Una volta registrati, i membri che raccolgono e permettono l’avvio al riciclo delle corde guadagnano dei punti che poi possono essere utilizzati per comprare nuovi set di corde, plettri e altri accessori. I punti possono anche essere donati alla D’Addario Foundation, un’organizzazione senza scopo di lucro che finanzia programmi per l’educazione musicale in comunità svantaggiate.

D’Addario è uno dei più grandi produttori di accessori per strumenti musicali. Un’azienda di famiglia la cui storia parte nel diciassettesimo secolo e che impiega oltre 1.100 lavoratori in tutto il mondo e fabbrica il 95 per cento dei suoi prodotti negli Stati Uniti.

TerraCycle è un’azienda americana dell’economia circolare che ha come mission l’eliminazione del concetto di rifiuto. È partner per la circular economy di produttori di beni di consumo, distributori, enti locali e impianti per il riciclo di prodotti e imballaggi che altrimenti finirebbero in discarica o inceneriti.

Per maggiori informazioni sul programma di D’Addario per il riciclo delle corde per chitarra, visita il sito www.ddar.io/playback.


fonte: www.rinnovabili.it

Quanto è circolare l’economia? In quella italiana l’uso di materiali riciclati è fermo al 18,5% sul totale

Come migliorare? Fluttero: «Iva agevolata, diffusione del Gpp e corretta informazione dei consumatori»





















L’Ispra informa che nel 2016 per i rifiuti urbani in Italia «la percentuale di preparazione per il riutilizzo e il riciclaggio si attesta al 47,7%», mentre per i rifiuti speciali il recupero di materia è al 65%. Eppure per Eurostat (2014) il “circular material use rate” è ancora al 18,5%. Cosa significa, e come si spiega quest’ampio divario?
«Si tratta di indicatori diversi, anche se in qualche modo collegati. Il tasso di circolarità nell’uso di materia elaborato da Eurostat misura la quota di materiale recuperato e reimmesso nell’economia ed è parametrato all’uso complessivo della materia. Esso, quindi, misura l’impiego di materiale riciclato, che va a sostituire la materia prima vergine o naturale, rispetto a tutta la materia impiegata. In alcuni settori, ad esempio quelli della produzione di imballaggi in carta, vetro o alluminio, tale tasso è molto alto, e può raggiungere picchi dell’80/90%, ma evidentemente ci sono altri settori in cui è molto basso o quasi nullo.
Diverso è invece il tasso di riciclaggio o di preparazione per il riutilizzo, calcolati sul peso complessivo dei rifiuti raccolti. Essi misurano le quote di rifiuti avviati a riciclo o preparazione per il riutilizzo; la nuova metodologia europea appena adottata precisa che occorre considerare i rifiuti che entrano nell’impianto di riciclo o che hanno subito una prima selezione».
Secondo l’ultimo sondaggio condotto da Lorien Consulting per Legambiente e Conou il 58% degli italiani si ritiene ben informato su “la raccolta differenziata e il riciclo dei rifiuti”, eppure solo per il 46% dello stesso campione intervistato il rifiuto differenziato dovrebbe essere avviato a riciclo. Come pensa sia nata questa percezione distorta, e quali i possibili interventi per sanarla?
«Considero più preoccupante che il 42% degli intervistati non si ritenga ben informato sulla raccolta differenziata perché questa e la parte del ciclo di gestione dei rifiuti che riguarda direttamente i cittadini. La percezione legata all’avvio al riciclo è importante ma l’operatività riguarda maggiormente istituzioni pubbliche e settore della imprese private».
Su quali strumenti economici e fiscali crede sarebbe più opportuno fare leva per favorire in Italia l’effettiva applicazione della gerarchia per un corretto ciclo integrato dei rifiuti, e dunque anche una più efficiente economia circolare?
«In primis, IVA agevolata per prodotti che contengono una quota minima di riciclato, in modo da rendere competitivo il costo tra questi ultimi rispetto ai prodotti realizzati esclusivamente con materiale vergine; poi contributi ambientali differenziati per i prodotti più facilmente riciclabili, o che contengono materiale riciclato, o che sono riparabili, o facilmente disassemblabili in parti costituite da uno o più materiali, in modo da facilitare il riciclo. Occorrerebbe comunque eliminare i sussidi ambientalmente dannosi, che ammontano, secondo le stime contenute nel catalogo del Ministero dell’ambiente, a 16,2 miliardi di euro (a fronte dei 15,7 miliardi di euro dei sussidi ambientalmente favorevoli). Un ruolo importante lo gioca anche la diffusione del GPP e l’applicazione dei CAM, ovvero dei criteri minimi ambientali negli appalti e negli acquisti pubblici. Più in generale, occorre favorire una corretta informazione di utenti e consumatori anche attraverso la certificazione ambientale di prodotto, che ha lo scopo di verificare specifiche caratteristiche di sostenibilità, ad es. la durabilità oppure il contenuto di materiale riciclato».
E per quanto riguarda invece gli strumenti normativi?

«La definizione di criteri End of Waste per i principali flussi di rifiuti recuperabili; l’introduzione di percentuali minime obbligatorie di materiale riciclato, ove tecnicamente fattibile, nei beni o manufatti acquistati dalle stazioni appaltanti. In generale, la semplificazione amministrativa degli adempimenti a carico delle imprese “circolari”, soprattutto quelle piccole e medie».

fonte: www.greenreport.it

venerdì 20 luglio 2018

Viaggio nel termovalorizzatore di Torino



















Sono la bestia nera di qualsiasi comitato di cittadini. I termovalorizzatori, ossia gli impianti che bruciano la spazzatura per produrre energia elettrica. Non appena si parla di costruirne uno, sorgono comitati di cittadini contro. E se l'impianto c'è già, inevitabilmente c'è pure il gruppo di abitanti della zona che lo combatte. La paura è sempre la stessa: i fumi del termovalorizzatore sono inquinanti, fanno ammalare chi ci vive intorno.

Ma cosa c'è di vero? A Torino, dove esiste uno dei termovalorizzatori più grandi e moderni d'Italia, è stato formato un Comitato locale di controllo formato da Asl locali, Arpa e Istituto superiore di sanità. Il Comitato ha condotto un'indagine epidemiologica dal 2013 ad oggi su 200 torinesi che abitano intorno all'impianto e altri 200 che vivono in altre zone. Il risultato è che non ci sono differenze fra un gruppo e l'altro nella presenza di inquinanti nelle urine e nel sangue.

L'aria di Torino è inquinata, ma a causa delle auto e del riscaldamento, non per il termovalorizzatore.

L'impianto torinese del quartiere Gerbido è entrato in funzione nel 2013 alla periferia sudovest della città, vicino a Mirafiori. Brucia 500.000 tonnellate di spazzatura all'anno, 1.600 al giorno. Produce 65 megawatt di elettricità, sufficiente ai bisogni di 175.000 famiglie. Dall'inverno 2019-2020, produrrà anche acqua calda per riscaldare le case con il teleriscaldamento. L'impianto è gestito dall'Iren, multiutility quotata in Borsa: al 50% è dai Comuni di Torino, Genova, Piacenza, Parma e Reggio Emilia, per il resto di privati.

I tir della spazzatura indifferenziata (a Torino la differenziata è solo al 50%), quando arrivano al termovalorizzatore vengono controllati per accertare la provenienza del rifiuto (per evitare smaltimenti illegali) e l'eventuale presenza di materiali radioattivi. Quindi la spazzatura viene scaricata in una gigantesca fossa di cemento armato, lunga 150 metri, larga 10 e alta 30, pressurizzata per evitare la diffusione di odori. Stando davanti alla fossa, non si sente alcuna puzza.

Due benne a polipo buttano 7-8 tonnellate di rifiuti alla volta nella caldaia. La spazzatura brucia da sola a oltre 1.000 gradi. Deve rimanere sopra gli 850 gradi per non produrre diossina. Se scende sotto quella soglia, entrano in azione bruciatori a gas. Il fondo della caldaia è formato da griglie inclinate che si muovono, per far cadere in fondo le scorie. I fumi roventi scaldano l'acqua dentro dei radiatori. Il vapore acqueo fa girare una turbina, che produce elettricità.

I fumi, carichi di sostanze pericolose, subiscono 4 processi di pulitura: un elettrofiltro toglie il 99% delle polveri, un reattore a secco assorbe metalli e gas acidi, i filtri a maniche trattengono le polveri sottili, un reattore catalitico abbatte gli ossidi di azoto.

I fumi depurati escono da un camino alto 100 metri.

All'interno del camino ci sono rilevatori di 10 sostanze inquinanti, collegati direttamente con l'agenzia regionale ambientale, l'Arpa. Questa può sapere in tempo reale cosa esce dall'impianto, senza dover chiedere all'impianto.

Sul sito del termovalorizzatore (trm.to.it) i cittadini possono controllare i valori delle emissioni dell'impianto del giorno prima, e verificare se rimangono sotto i limiti di legge.

Fin dall'inizio, la società di gestione Trm (80% Iren, 20% Comuni della zona) ha tenuto un atteggiamento di dialogo con la popolazione locale. L'impianto è visitabile al pubblico e accoglie numerose scuole. (ANSA).


fonte: www.ansa.it

Un mare da salvare, il surf di cartone riciclato


 

fonte: http://video.sky.it

Dai vecchi pneumatici le strade del futuro, silenziose e a prova di buca

La Toscana testa i primi tratti di “strada riciclata” frutto del progetto europeo Nereide. Tra gli obiettivi: ridurre del 20% il rumore dei veicoli




Ridurre l’inquinamento acustico, mentre si migliora sicurezza stradale e sostenibilità. Sono questi gli obiettivi del progetto Nereide, iniziativa guidata dal Dipartimento di Ingegneria Civile e Industriale dell’Università di Pisa e dedicata a creare le strade del futuro. Cofinanziato dal programma europeo LIFE, Nereide fa del riciclo il suo strumento chiave. L’idea la base del progetto è quella di impiegare vecchi pneumatici e rifiuti d’asfalto nella produzione di nuove miscele per la pavimentazione.

La gomma recuperata dagli pneumatici fuori uso (PFU) possiede, infatti, resilienza, proprietà elastiche e insonorizzanti in grado di renderla un ottimo materiale sostitutivo degli aggregati vergini. Per dimostrarne le potenzialità, i partner dell’iniziativa – tra cui ARPAT, il Belgian Road Research Centre (BRCC), l’Istituto di acustica e sensoristica Orso Maria Corbino del CNR ed Ecopneus – hanno realizzato in Toscana e in Belgio due tratti di “eco-strada” a base di polverino di PFU e asfalto riciclato.

Come spiega Pietro Leandri, Professore associato dell’Università di Pisa e coordinatore del progetto “Ci siamo concentrati sullo studio di miscele innovative e sostenibili dal punto di vista ambientale, alcune delle quali con elevate percentuali di materiali riciclati, che garantiscano comunque una lunga durata della pavimentazione”.

Per la precisionel’intervento italiano ha riguardato Massarosa, in provincia di Lucca: qui è stato ri-pavimentato un tratto lungo 2.400 metri utilizzando una particolare tecnologia di produzione a “tiepido”, che sfrutta temperature di 30°-40° inferiori rispetto a quelle standard. In questo modo è possibile ridurre oltre che i consumi energetici anche le emissioni associate alla posa dell’asfalto.


Il vero fulcro del progetto è tuttavia l’innovativa strumentazione con cui saranno testate le strade “Un dispositivo specifico, basato sui metodi attualmente disponibili in letteratura, verrà installato in un laboratorio mobile e usato per misurare l’assorbimento acustico”, si legge sul sito del progetto. “L’efficacia delle nuove superfici sarà valutata grazie alla misurazione delle caratteristiche della superficie, delle proprietà acustiche e con dei sondaggi sottoposti alla popolazione esposta”. In questo contesto, l’ARPAT e il CNR hanno sviluppato nuovi protocolli acustici per misurare con estrema precisione l’effettiva riduzione del rumore, anche in contesti urbani o complessi, accoppiandoli a strumenti e modelli psicoacustici per valutarne il reale impatto sulla percezione dei cittadini. Quello che ci si aspetta di ottenere è una riduzione dell’inquinamento acustico di 5dB rispetto le pavimentazioni tradizionali, e di almeno 2 dB rispetto altri conglomerati bituminosi porosi convenzionali, assieme ad un aumento dell’aderenza su strada del 20 per cento.

A partire da questo autunno, Nereide compirà un passo in più, testando per la prima volta pavimentazioni con un elevato quantitativo di gomma riciclata (circa il 20% rispetto al 2-3% di oggi). La maggiore quota di polverino, ottenuto da vecchi pneumatici, dovrebbe comportare una riduzione del rumore di 12 dB, livello solitamente raggiungibile solo con le barriere acustiche. “La gestione e manutenzione delle nostre strade è sotto la lente dei media – aggiunge Leandri – ma anche e soprattutto del mondo scientifico e accademico: anche per questo il 16 e 17 luglio ospiteremo a Pisa un workshop internazionale per presentare i risultati fin qui raggiunti da Nereide e confrontarci sugli ultimi sviluppi della ricerca internazionale sul settore”.


fonte: www.rinnovabili.it

giovedì 19 luglio 2018

Lo stato indiano completamente senza pesticidi, divenuto modello mondiale


















Un angolo di verde incastonato nel cuore dell'Himalaya, completamente libero dai pesticidi e sempre più ricco. È il Sikkim, il primo stato indiano che ha detto addio alle sostanze che avvelenano le terre ricorrendo esclusivamente al biologico.
Al confine con Nepal, Tibet e Bhutan, lo stato da 15 anni ha vietato l'uso dei pesticidi, facendo letteralmente rifiorire il turismo e la fauna selvatica. Il piccolo stato indiano nel 2003 lanciò un esperimento radicale: i suoi leader, guidati dal primo ministro, Pawan Kumar Chamling, decisero di eliminare gradualmente i pesticidi in ogni azienda agricola dello stato, una mossa senza precedenti in Indi, e probabilmente nel mondo.
Un cambiamento rivoluzionario e importante per l'India, un paese i cui progressi nell'agricoltura sono stati guidati da un uso massiccio di fertilizzanti e pesticidi per incrementare rapidamente la produzione di cibo in tutto il paese, riducendo la dipendenza dagli aiuti esteri.
Anche se finalizzato a ridurre le carestie, l'uso indiscriminato di pesticidi negli anni 70-80 si è fatto presto sentire, sotto forma di un picco nei livelli di cancro nelle aree agricole industriali ma anche fiumi inquinati e suolo sterile.
I residui di pesticidi - inclusi quelli di alcuni prodotti chimici vietati in altri paesi - stavano contaminando pesce, verdure e riso. Preoccupati dalla situazione, i leader politici del Sikkim capirono che non si poteva più continuare in quel modo e occorreva un cambiamento di rotta. Decisero così di affidarsi all'agricoltura biologica.
Oggi, a distanza di 15 anni, questo stato himalayano avvolto dalle nuvole sta raccogliendo tanti frutti. Negli anni successivi al passaggio al biologico, il Sikkim ha bandito pesticidi e fertilizzanti chimici, aiutato gli agricoltori a certificare circa 760mila ettari di terreni agricoli come biologici e dal 1° aprile ha vietato l'importazione di molte verdure non organiche provenienti da altri stati.
La transizione non sempre è stata facile: alcuni agricoltori si sono lamentati del calo dei raccolti e dello scarso sostegno del governo ma la salute generale è notevolmente migliorata.
sikkim agricoltura
Questo è un grande momento per l'India”ha detto Radha Mohan Singh, ministro dell'agricoltura.
La domanda di alimenti biologici è elevata in India e in rapida crescita. La preoccupazione per i pesticidi e il desiderio di cibo privo di sostanze chimiche stanno alimentando un mercato che sta crescendo del 25% all'anno, più del 16% a livello mondiale, secondo un recente studio delle Camere di commercio e industria dell'India. Il mercato del paese per i prodotti biologici confezionati ha raggiunto quasi gli 8 milioni di dollari si prevede che raggiungerà i 12 milioni entro il 2020.
E il merito è anche del primo ministro del Sikkim, Pawan Kumar Chamling, che ha creduto in questa rivoluzione divenendone il principale motore.
Quando abbiamo deciso di dedicarci all'agricoltura biologica nel Sikkim, abbiamo affrontato tante sfide. Agricoltori o coltivatori non avevano idea di cosa fosse l'agricoltura biologica, quindi l'educazione era la nostra prima priorità. Lentamente, le persone hanno cominciato a capirci e a sostenerci”.
Ma l'ordine esecutivo a marzo di vietare l'importazione di prodotti non biologici dagli Stati vicini ha gettato lo stato in tumulto, con prezzi a volte triplicati nei mercati e i commercianti in rivolta.
Lo stato ha anche vietato l'uso di oggetti in plastica e le bancarelle lungo le strade utilizzano piatti modellati dalle foglie. La transizione, che ha richiesto più di un decennio, non è stata facile.
Ad aprile, i funzionari statali hanno aperto due mercati in cui gli agricoltori possono vendere i loro prodotti direttamente ai consumatori e hanno aggiunto più di due dozzine di veicoli di trasporto per aiutarli a spostare più facilmente le merci.
La scelta di puntare sul biologico ha fatto bene anche al turismo che ha subito un'impennata, soprattutto con gli eco-tour e le vacanze in fattorie e campagne. Tra il 2016 e il 2017 il settore ha contribuito al prodotto interno lordo dello Stato passando dal 5% all'8%.
Il consumo di soli prodotti biologici ha generato benefici per la salute dei Sikkimesi, che ricevono cibo più nutriente, ha “ringiovanito” il suolo, salvaguardato la fauna e le popolazioni di api, minacciate dai pesticidi.
Un piccolo paradiso nel cuore delle montagne che dovrebbe essere considerato come esempio in tutto il mondo.
fonte: www.greenme.it