domenica 21 aprile 2019

Lo scioglimento del permafrost artico causa enormi emissioni di protossido d’azoto

Un nuovo studio della Harvard University ha scoperto che le emissioni di uno dei più potenti gas serra sono 20 volte superiori alle previsioni.





















Lo scioglimento del permafrost artico sta rilasciando nell’atmosfera una quantità di protossido d’azoto, uno dei principali gas serra, 20 volte superiore alle previsioni: a lanciare l’allarme è una ricerca condotta dalla Harvard University. Gli studi sulle emissioni derivate dallo scioglimento del permafrost si sono finora concentrati su due dei principali gas serra, il metano e il diossido di carbonio. L’ultimo report dell’EPA (l’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente), datato 2010, considerava “trascurabili” le emissioni di protossido d’azoto in relazione al disgelo del permafrost.

La nuova ricerca, pubblicata sulla rivista Atmospheric Chemistry and Physics, ha rilevato però che il permafrost presente in Alaska sta rilasciando attualmente quantità di protossido mai previste prima: “Ulteriori piccoli incrementi di emissioni di protossido d’azoto potrebbero determinare gli stessi effetti sul cambiamento climatico di un enorme rilascio di CO2”, avverte il professor Jordan Wilkerson, dottorando e primo autore dello studio presso il laboratorio di Chimica atmosferica ad Harvard.
Il protossido d’azoto è un gas difficile da intercettare con gli strumenti con cui vengono registrate tradizionalmente le emissioni di gas serra, eppure è capace di trattenere il calore terrestre fino a 300 volte in più del diossido di carbonio.
I ricercatori americani hanno collezionato dati su quattro diversi gas serra (metano, diossido di carbonio, vapore acqua e protossido d’azoto) a partire dal 2013, sfruttando un piccolo velivolo capace di volare a 50 metri da terra con cui hanno sorvolato oltre 310 chilometri quadrati di territori coperti dal permafrost in Alaska. In appena un mese, la quantità di protossido d’azoto raccolta dal laboratorio mobile superava la quota stimata dal report dell’Epa per un intero anno. 

Le ipotesi del team guidato dal dottor Wilkerson sono state ulteriormente confermate da altri studi condotti tramite sensori installati direttamente nella tundra e carotaggi di permafrost poi scaldati artificialmente in laboratorio.
Oltre ad essere un potente gas serra, una volta raggiunta la stratosfera, luce e ossigeno convertono il protossido in ossido d’azoto, uno dei principali gas causa del buco dell’ozono.
“Non abbiamo idea di quanto le emissioni di protossido possano aumentare nel futuro. Né sapevamo che fossero significative fino a quando non abbiamo osservato i risultati dello studio”, ha concluso Wilkerson, invitando la comunità scientifica a prendere in seria considerazione il fenomeno finora trascurato.

fonte: www.rinnovabili.it

Arrivano le sneakers fatte con gli scarti di mela, la nuova linea Vegan di Womsh

Le bucce e i torsoli della mela, gli scarti della produzione industriale, vengono valorizzati per creare delle sneaker belle, pratiche e soprattutto sostenibili. La grande novità della linea Vegan di Womsh.













Le sneakers sono un accessorio immancabile per chiunque, ma non si sente spesso parlare di “sneakers vegan italiane”. Questo nuovo tipo di calzatura sta cambiando le regole dell’industria della moda, ancora troppo impattante sull’ambiente, dall’interno. Non sono semplici scarpe, ma il simbolo di un approccio sensibile e olistico ai temi del design e della produzione che guida l’azienda Womsh sin dalla sua nascita nel 2011. Le caratteristiche sostenibili delle sneakers made in Italy sono molte – le abbiamo raccontate anche in passato – e ora è arrivata la novità che ci aveva anticipato il fondatore Gianni Dalla Mora l’anno scorso: a partire dalla collezione primavera-estate 2019, sei modelli della linea Vegan di Womsh sono realizzati con Appleskin, una similpelle vegetale, quindi cruelty-free, fatta per metà con gli scarti della lavorazione industriale delle mele, in un’ottica di economia circolare.

La linea Vegan di Womsh realizzata con gli scarti di mela

In questo modo, nello scegliere una scarpa non si è costretti a rinunciare all’eleganza e alla praticità di un materiale di alta qualità e nemmeno a un design originale e moderno se si vuole fare un acquisto consapevole, cioè secondo criteri di responsabilità sociale e ambientale. A partire dal fatto che per ridurre notevolmente l’impatto delle sue materie prime, Womsh ha scelto di appoggiarsi a Frumat leather, azienda di Bolzano che produce materiali fatti con scarti industriali biologici, come la buccia e il torsolo della mela usati per creare Appleskin. Un’innovazione così efficace da essere scelta come vincitrice del premio dedicato alla tecnologia e all’innovazione dei Green carpet awards 2018, prestigioso riconoscimento nell’ambito della moda sostenibile ideato da Eco-Age di Livia Firth in collaborazione con la Camera nazionale della moda italiana (Cnmi).
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La nuova collezione della linea Vegan di Womsh per la primavera-estate 2019. Sei modelli sono realizzati con similpelle fatta per metà dagli scarti della produzione industriale della mela © Womsh

L’impegno a favore delle foreste

Per la vendita di ogni paio di sneakers della linea Vegan, Womsh regala un albero di cacao per ogni acquisto effettuato online. Una scelta che rappresenta la continuazione naturale di un percorso già intrapreso insieme a LifeGate, attraverso il quale dal 2014 a oggi sono state compensate quasi 94 tonnellate di CO2 equivalenti prodotte dalla fabbricazione, dalla spedizione e dallo smaltimento di circa 15mila paia di scarpe, grazie all’adesione di Womsh al progetto Impatto Zero®. Questo traguardo è stato raggiunto attraverso la tutela di circa 18mila metri quadrati di foresta in Madagascar e in Italia, in media, ogni anno.
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La similpelle vegetale usata per la nuova linea Vegan di Womsh si chiama Appleskin, prodotta dall’azienda Frumat leather, ed è fatta per metà dagli scarti della produzione industriale delle mele © Womsh

Ma non solo. A partire dal 21 marzo 2018, in occasione della Giornata internazionale delle foreste, è stata lanciata l’iniziativa One Womsh, One forest: per ogni paio di sneakers vendute vengono tutelati 10 metri quadri di Amazzonia brasiliana attraverso il progetto Foreste in piedi di LifeGate. L’acquisto di un semplice paio di scarpe diventa dunque una piccola ma significativa azione a favore della salvaguardia dei polmoni verdi del Pianeta e quindi della lotta ai cambiamenti climatici. Non a caso, l’azienda ha deciso di adottare fonti di energia rinnovabile per il 90 per cento delle sue operazioni.

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Womsh ha reso a Impatto Zero circa 15mila paia di scarpe, tutelando quasi 18mila metri quadri di foresta all’anno, un’estensione pari a 69 campi da tennis © Womsh

Sostenibilità non solo ambientale ma anche sociale

L’etica di Womsh non è solo radicata nel rispetto per l’ambiente, è forte anche per le sue caratteristiche sociali. Il fatto che le scarpe vengono prodotte interamente in Italia non è dovuto solo alla qualità dei materiali e della manifattura nostrana, ma al desiderio di monitorare da vicino le condizioni di lavoro – un fatto molto rilevante perché l’esportazione della manifattura può limitare il controllo che i marchi esercitano nel garantire che i diritti dei lavoratori vengano rispettati.
Inoltre, le scarpe Womsh non sono solo create in maniera responsabile, sono anche smaltite in modo socialmente utile perché la loro gomma viene riutilizzata per realizzare i pavimenti anticaduta dei parchi giochi per bambini grazie al progetto Il giardino di Betty, sostenuto da Esosport. Solo nel 2018, sono state riciclate 1.500 paia di sneakers.

Womsh sostiene la Design Week raccontata da LifeGate

A conferma dell’attenzione di Womsh ai temi della sostenibilità, l’azienda ha deciso di sostenere LifeGate nella realizzazione dei contenuti editoriali per raccontare la Design Week 2019 di Milano dal punto di vista della responsabilità ambientale e sociale. Ovvero i progetti e le proposte che si pongono di far fronte alle grandi sfide internazionali, come la lotta al riscaldamento globale, l’adozione di un modello di economica circolare e la progettazione di smart city in tutto il mondo, per influire sul design del futuro, perché diventi sempre più sostenibile e resiliente. E proprio Womsh, una scarpa pensata in modo intelligente e consapevole, dimostra che questo futuro è già alle porte – anzi, ai piedi.
fonte: www.lifegate.it

La seconda vita delle cose, tema fondamentale per l’economia circolare



Il punto sul riuso e il riutilizzo. Lo scorso 22 novembre 2018, nell’ambito della 24 Ore del Riuso, si sono anche svolti gli Stati Generali sul Riuso. “La seconda vita delle cose oggi è un tema fondamentale nell’ambito dell’economia circolare: riutilizzare le cose prima che vengano a far parte dei rifiuti” ha sottolineato Alessandro Stillo, presidente di Rete ONU. Oggi ci sono tantissimi enti, cooperative, associazioni, commercianti, contoterzisti che operano in questo settore. “Noi li abbiamo radunati insieme e abbiamo anche radunato esperienze in campo italiano e internazionale sia sul riuso, sul riciclo che sulla raccolta differenziata. Oggi infatti – ha sottolineato Stillo – deve esserci un sistema integrato”. E’ la prima volta si trovavano insieme tutti questi soggetti per uno scambio di buone pratiche e anche delle difficoltà che si incontrano. “Per il settore, questo secondo noi, è assolutamente fondamentale per il futuro” ha concluso il presidente di Rete ONU.









fonte: http://tavolodelriuso.it/

sabato 20 aprile 2019

Earthday 2019, torna il Villaggio per la Terra: concerti e talk nel cuore verde di Roma

Si parte il 22 Aprile con il concertone nella Terrazza del Pincio per la Giornata mondiale della Terra: dal 25 al 29 Aprile oltre 600 iniziative nel Villaggio che sorgerà al Galoppatoio di Villa Borghese.




















In occasione dell’Earthday 2019, dal 25 al 29 Aprile, Roma ospiterà il Villaggio per la Terra: oltre 600 eventi, un grande concerto, talk con esperti, laboratori per i più giovani e tanto altre iniziative per promuovere e celebrare la Tutela del Pianeta a tutto tondo.

Due le location, entrambe immerse nel polmone verde della città eterna, Villa Borghese: sulla Terrazza del Pincio verrà allestito un palco attivo già il 22 Aprile quando, in occasione della Giornata mondiale della Terra istituita dalle Nazioni Unite, si esibiranno Carmen Consoli, Marina Rei, Paolo Benvegnù, Eva Pevarello e Mirkoeilcane nel tradizionale Concerto per la Terra; al Galoppatoio (circa 500 metri dal Pincio) sorgerà invece il Villaggio per la Terra che ospiterà al suo interno il Villaggio dello Sport, quello dei bambini e quello dei ragazzi.

Una 6 giorni di festa e confronto: i visitatori del Villaggio troveranno disseminate tra il Pincio e il Galoppatoio 17 piazze multimediali dove si terranno talk focalizzati sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite e sulle 5 P della sostenibilità (Peace, Prosperity, Partnership, Planet e People).


Diversi punti di vista per parlare dei temi “caldi” che riguardano la nostra casa Terra: dall’approccio istituzionale d’incontri come il talk R-Innovare lo sviluppo, organizzato venerdì 26 aprile dalle 15 alle 18 nella Tensostruttura del Galoppatoio, che vedrà gl’interventi di relatori come Vito Cozzoli, Capo di Gabinetto del Ministero dello Sviluppo Economico, Dario Dongo, fondatore di WIISE e cofondatore del Fatto Alimentare e l’onorevole Andrea Orlando, Commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici della Camera dei Deputati, oppure ricreativi e ludici come RinnovArti, l’evento organizzato da Rinnovabili.it, che porterà sul palco del Pincio musicisti armati di strumenti realizzati solo con materiali riciclati.

E ancora, grande attenzione alle giovani generazioni, con il Festival Educazione alla Sostenibilità, che il 26 e il 29 Aprile dedicherà due incontri rispettivamente destinati a ricercatori universitari e agli studenti delle scuole superiori; ma anche verso un tema di grande attualità come la violenza di genere, con il lancio della campagna di sensibilizzazione #4women4earth.

Il Villaggio per la Terra 2019 è organizzato in collaborazione con il Movimento dei Focolari di Roma, le Agenzie delle Nazioni Unite, il MIUR e il Ministero dell’Ambiente: sul sito dell’evento è possibile consultare il programma completo delle iniziative.

fonte: www.rinnovabili.it

Una discesa del Tevere a rifiuti zero

Muovere una carovana di un centinaio di persone con tutto il seguito e farlo cercando di minimizzare l’impatto ambientale complessivo, secondo i criteri dell’economia circolare, è una sfida che merita. Il Coordinamento Rifiuti Zero Umbria (CRURZ) l’ha raccolta!



Muovere una carovana di un centinaio di persone con tutto il seguito e farlo cercando di minimizzare l’impatto ambientale complessivo, secondo i criteri dell’economia circolare, è una sfida che merita. Il Coordinamento Rifiuti Zero Umbria (CRURZ) l’ha raccolta sapendo che è solo un punto di partenza, sempre perfettibile, ma ha trovato nel soggetto promotore, www.tibertour.com, una grande sensibilità ancora poco diffusa.

La 40a edizione della Discesa Internazionale del Tevere (DIT) partirà il 25 Aprile da Città di Castello e dopo le tappe umbre di Umbertide, Pretola, S. Angelo di Celle, Deruta-Casalina e quelle laziali di Orte, Ponzano Romano e Nazzano Romano arriverà il 1° Maggio a Roma presso il Ponte Tor di Quinto-Ponte Marconi; con un’appendice al mare di Fiumicino il 12 maggio.

Grazie alla ferma intenzione di minimizzare il loro impatto i partecipanti hanno adottato alcune opzioni virtuose a cominciare dai saponi scelti per l’igiene personale e il bucato nei giorni della discesa che saranno solidi onde evitare le microplastiche contenuti in quelli liquidi; le bottiglie di plastica per l’acqua sono vietate, al loro posto quelle in acciaio inox riempite con acqua del rubinetto; c’è il divieto di usare ogni altro oggetto monouso; anziché gadget come ricordo si avrà un timbro con inchiostro per tessuti su una t-shirt usata; su due piattaforme digitali, una pubblica, “freecycle romaitaly”, e l’altra dedicata al gruppo si scambiano e riutilizzano attrezzature e abbigliamento.
Inoltre, prima ancora che intervenisse il CRURZ, i discesisti avevano già deciso di portare un kit individuale per i pasti di gruppo composto da un bicchiere e posate lavabili, perciò è stato facile convincerli ad aggiungere anche la ciotola, al posto dei piatti biodegradabili/compostabili serviti con le porzioni standard, e il costo del noleggio dei piatti in ceramica è stato impiegato per migliorare qualità e quantità del cibo acquistato anche sfuso direttamente dal produttore. In questo modo si eviterà lo spreco alimentare generato dalle porzioni standard perché ognuno si servirà da solo, il surplus di pane servirà per fare la pulizia della ciotola e il panino per il giorno dopo con gli avanzi. Il commento di Roberto Crosti, uno degli storici organizzatori, è stato: il kit per mangiare è come quello adottato nelle prime edizioni della discesa. Bene, significa che era già una buona pratica da recuperare oggi che finalmente abbiamo compreso la follia del modello “usa e getta”.
Con queste scelte virtuose la Discesa si guadagna il patrocinio #plasticfree del Ministero dell’Ambiente e la partecipazione all’evento “Let’s Clean Up Europe”. La sperimentazione di queste pratiche sarà proposta in altri eventi sportivi su fiumi e laghi secondo le intenzioni manifestate dal referente della UISP Acquaviva Gianni Russo.
Al termine della discesa il CRURZ ha proposto un questionario di autovalutazione sui comportamenti organizzato in tre blocchi riguardanti la mobilità, l’oggettistica e le pratiche di riduzione, riuso, riciclo. Il giudizio in base al punteggio prevede quattro livelli di sensibilità ambientale a rifiuti zero definiti da un giudizio crescente a partire da Auguri!, Forza! Complimenti! Modello! Perché si può imparare qualcosa anche con la leggerezza del gioco, commenta Anna Rita Guarducci presidente del CRURZ. E Buona Discesa a Rifiuti Zero!
info
fonte: https://www.terranuova.it

Plastica: forbici molecolari per distruggerla, ricreati i super-batteri

Nuova e più efficiente struttura per i batteri mangia-plastica, la novità dalla Germania: i rifiuti potranno essere scoposti e usati per nuovi oggetti.















Distruggere la plastica grazie a dei super-batteri. Alcuni ricercatori tedeschi hanno messo a punto delle cosiddette forbici molecolari, “strumenti” in grado di attaccare i materiali plastici rendendoli biodegradabili. Alla base della novità due enzimi scoperti nel 2016, come riferito dai ricercatori della University of Greifswald e dell’Helmholtz-Zentrum-Berlin sulla rivista scientifica “Nature Communications“.
Si tratta, come spiegato dai ricercatori, di una struttura appositamente studiata per migliorare la creazione di varianti di batteri mangiaplastica in grado di consumare il materiale in maniera più efficiente.
Alla base dell’innovazione la scoperta fatta nel 2016 presso il Kyoto Institute of Technology, dove gli studiosi nipponici hanno individuato gli enzimi capaci di degradare la plastica: il Petase e Mhetase. Come dichiarato da Uwe Bornscheuer, ricercatrice presso l’Helmholtz-Zentrum-Berlin:
Scoprire la struttura dei due enzimi ci permetterà di programmare, produrre e descrivere delle varianti biochimiche molto più attive di quelle naturali.
I due enzimi scoperti in Giappone sono stati ora riprodotti in laboratorio dai ricercatori tedeschi, aprendo la porta a una più agevole gestione dei rifiuti plastici. In prima battuta a intervenire è il Petase, che frammenta la plastica, mentre il Mhetase mette in atto la scomposizione finale in acido tereftalico e glicole di etilene. Grazie a questi due elementi sarà possibili produrre nuovi materiali senza il ricorso a fonti fossili.

fonte: www.greenstyle.it

venerdì 19 aprile 2019

A Bologna una mostra di National Geographic per un uso responsabile della plastica















Dal 13 aprile National GeographicGenus Bononiae. Musei nella Città e la Fondazione Carisbo hanno inaugurato a Bologna, presso il complesso museale di Santa Maria della Vita, la mostra Planet or Plastic?, nell'ambito dell'omonima campagna internazionale lanciata da National Geographic, che vede anche Marco Mengoni impegnato come ambasciatore per l'Italia. 
Leggera, resistente, economica: la plastica ci ha cambiato la vita. Dall'elettronica alla sanità fino ai trasporti e al più semplice oggetto di consumo oggi non possiamo più farne a meno, ma quella prodotta dalla sua invenzione a oggi, riciclata solo in minima parte, si sta accumulando nell'ambiente. Da quel giorno ne sono stati prodotti 8,3 miliardi di tonnellate, di cui 6,3 sono diventati rifiuti che possono rimanere nell'ambiente anche per 400 anni o più. Perché le materie plastiche non sono biodegradabili. La plastica che finisce in mare mette in pericolo la vita degli animali marini, si accumula in grandi isole galleggianti, e con il tempo si rompe in pezzi sempre più piccoli che vengono ingeriti da pesci, cetacei, uccelli.
Il percorso della mostra – curata da Marco CattaneoDirettore di National Geographic Italia, e dalla redazione, con la collaborazione della scrittrice e documentarista Alessandra Viola – alternerà le fotografie dei grandi reporter di National Geographic all'originale lavoro artistico di Mandy Barker, che ha scelto di raccogliere rifiuti di plastica da tutto il mondo per un progetto fotografico di eccezionale valore estetico e al tempo stesso di grande impatto emotivo. All'interno della mostra l'installazione Iceberg, di Francesca Pasquali, artista nota per rivalutare oggetti d'uso comune, come delle semplici cannucce di plastica per farne delle vere e proprie opere d'arte. "Le cannucce si trasformano in presenze plastiche vibranti affondate in un mare riflettente che cattura la nostra stessa immagine e ci rende compartecipanti dell'opera stessa" (Ilaria Bignotti).
Completa il percorso la proiezione del documentario di National Geographic Punto di non ritorno del regista premio Oscar Fisher Stevens e dell'attore premio Oscar e Messaggero della Pace per conto dell'ONU Leonardo Di Caprio: un affascinante resoconto sui drammatici mutamenti che si verificano oggi in tutto il mondo a causa dei cambiamenti climatici,
L'esposizione accompagna lo spettatore in un coinvolgente percorso articolato in una quarantina di foto e due video-installazioni volte a provocare una riflessione sul materiale che è diventato ormai sinonimo di degrado e distruzione del pianeta. Otto i grandi temi in mostra, dalla quantità di plastica prodotta nel mondo all'impatto sull'ambiente e sulla catena alimentare, dal riuso all'educazione individuale e collettiva.
La mostra sarà anche l'occasione per partecipare a un grande progetto collettivo. Ai visitatori è richiesto di portare in mostra e lasciare in un grande contenitore le loro bottiglie di plastica, una per ciascuno di loro. Quelle bottiglie troveranno nuova vita in una installazione architettonica itinerante che sarà l'oggetto del concorso internazionale di idee Plastic Monument – Architectural Design Competition. Parallelo a Planet or Plastic?, il concorso vedrà giovani architetti sfidarsi per realizzare un'installazione destinata a farsi ambasciatrice internazionale dei valori di tutela e sensibilità ambientale propri della mostra. Bandito da YAC - Young Architects Competitions, società leader nella promozione di concorsi internazionali di idee, e sostenuto da Bio-On, gigante made in Italy nel settore delle bioplastiche il concorso – che si aprirà in concomitanza della mostra e si chiuderà nel luglio 2019 – vedrà la partecipazione in veste di giurati anche di architetti del calibro di Kengo Kuma, Carlo Ratti e Italo Rota.
L'esposizione – interamente prodotta con materiali sostenibili e riciclabili, come cartone alveolare e carta da parati – ha il Patrocinio del Comune di Bologna ed il sostegno di Basf, Coop Alleanza 3.0, Rossetto e Sharp, con la collaborazione di Bio-On e YAC - Young Architects Competitions e la partnership tecnica di Riciclia.

Planet or Plastic?
a cura di Marco Cattaneo
dal 13 aprile al 22 settembre 2019
Chiesa S. Maria della Vita
Via Clavature, 8-10, 40124 Bologna BO
orari: martedì/domenica, ore 10.00 – 19.00
ingresso: Intero 10 euro, ridotto 5 euro
informazioni mostra: tel. +39 051 19936343 - Mail: esposizioni@genusbononiae.it
Sito web: www.genusbononiae.it


fonte: https://www.greencity.it/