lunedì 18 dicembre 2017

IL #REPAIRCAFE' ARRIVA A #PANTAREI - SABATO 23 DICEMBRE ORE 15,30

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domenica 17 dicembre 2017

Progetto FiberEUse: Le vecchie pale eoliche diventano vasche da bagno

Il Politecnico di Milano coordina un nuovo progetto che permetterà di riciclare i materiali compositi delle pale eoliche in prodotti di arredamento.



















L’economia circolare incontra l’industria del vento e dà vita a “FiberEUse”, progetto per riciclare  vecchie pale eoliche in nuovi prodotti di arredamento. Negli ultimi due decenni lo sfruttamento dell’energia del vento è cresciuto velocemente, soprattutto in Europa. Ora tocca fare i conti con le prime generazioni di aerogeneratori la cui vita utile è ormai agli sgoccioli.

Mentre gli operatori si preparato al repowering degli impianti, quindi alla sostituzione dei componenti vecchi con elementi nuovi e più efficienti, cresce l’esigenza di gestire al meglio i “rifiuti” della filiera e in particolare le pale eoliche. Tuttavia, se gran parte della turbina (fondazioni, torre, generatore, ecc…) è realizzata in materiali facili da recuperare come il calcestruzzo, l’acciaio o il rame, per il rotore la faccenda si complica. Le pale eoliche sono costituite da materiali compositi costituiti da polimeri, resine e fibre di vetro e di carbonio come rinforzi.
Separare questi materiali e recuperali significa ad oggi adottare processi complicati ed energivori, che sono ben lungi dall’essere redditizi. Quindi, sebbene processi come la macinazione meccanica e la pirolisi abbiano raggiunto un Livello di Maturità Tecnologica piuttosto elevato, il conferimento in discarica dei compositi è una pratica ancora molto diffusa.

È in questo contesto che si inserisce FiberEUse (Large scale demonstration of new circular economy value-chains based on the reuse of end-of-life fiber reinforced composites). Il progetto coordinato da Marcello Colledani del Dipartimento di Meccanica del Politecnico di Milano con la collaborazione di Stefano Turri del Dipartimento di Chimica, Materiali e Ingegneria Chimica “Giulio Natta”, si è dato 4 anni di tempo per capire come riciclare i compositi migliorando la redditività del processo. Nel dettaglio il progetto studierà come recuperare questi materiali da pale e componenti aeronautici obsoleti per ottenere prodotti di arredamento e sportivi attraverso l’utilizzo della stampa 3D e di tecniche a basso impatto ambientale.

“Il riciclo dei materiali compositi è una sfida impegnativa ma il cui impatto sociale ed economico avrà ricadute significative”, si legge nella nota stampa che accompagna il lancio del progetto. Solo “in Europa entro il 2020 si ritireranno circa 50.000 tonnellate di compositi da pale eoliche a fine vita”.
L’iniziativa riunisce un gruppo di lavoro internazionale composto da 21 partner europei (Italia, Austria, Francia, Finlandia, Germania, Regno Unito, Spagna) tra cui 14 imprese, 2 associazioni industriali, 3 Università e 3 Centri di ricerca e ha ricevuto un finanziamento di 9,8 milioni di euro dal programma Horizon 2020 dell’Unione Europea.

fonte: www.rinnovabili.it

10 consigli contro il consumismo e gli sprechi di Natale






















Il Natale è il periodo più allegro dell’anno, ma anche il più caro per gli italiani in termini di sprechi: tra denaro, cibo e imballaggi, le perdite toccano volumi davvero elevati.
Si avvicina il tempo delle feste e noi italiani, si sa, amiamo viverle come tradizione comanda: divertimento in famiglia, convivialità e buon cibo sulla tavola. Ma se, dall’altro lato della medaglia, ci trovassimo a fronteggiare una vera e propria emergenza?
Gli sprechi nel periodo natalizio sono, purtroppo, all’ordine del giorno. Le “grandi abbuffate” delle feste si traducono spesso in tonnellate di cibo che finisce nella spazzatura ancora più che commestibile. Accanto allo spreco alimentare, dobbiamo menzionare anche quello energetico e quello legato a carta e imballaggi.
A confermare questa tendenza, alcuni recenti dati Waste Watcher presentati in occasione della consegna dei Premi Vivere a Spreco Zero, i piccoli “Oscar” della sostenibilità assegnati dalla campagna Spreco Zero di Last Minute Market e dal progetto Reduce del Ministero dell’Ambiente e Università di Bologna – Distal.
Secondo i numeri raccolti da Waste Watcher, gli sprechi principali legati al Natale riguardano il denaro (43%), cibo (41%) ma anche carta e imballaggi (11%) e tempo (5%). A questo associamo anche il fatto che, per gli italiani, le feste natalizie rappresentano allo stesso tempo un momento di piacere (28%) e di spreco (23%), quasi a pari merito con un periodo di regali (19%).
Se, da una parte, questi dati possono allarmarci, dall’altra è bene tenerli a mente per ribaltarli, trasformando la kermesse del consumismo in una festa davvero sostenibile.
Da dove partire? Ebbene, sicuramente un po’ di fantasia e di riciclo creativo sono alla base di questo processo. Per i giorni che seguono il Natale, la spesa si fa direttamente nel nostro frigorifero: le combinazioni per creare piatti nuovi e gustosi sfruttando gli avanzi sono pressoché sterminate.
Una serie di piccoli accorgimenti extra possono fare davvero la differenza. Prima di tutto, l’attenzione è rivolta al consumo di carte e imbalaggi: pensa che, nel Regno Unito, le 300.000 tonnellate di carta consumate nel periodo  natalizio sono sufficienti per coprire il Big Ben quasi 260.000 volte.
Utilizzare imballaggi riciclabili e avere cura di fare la raccolta differenziata può permettere un risparmio notevole, riducendo l’impatto ambientale.
Per ridurre gli sprechi di Natale e trasformarlo in una festa più sostenibile, abbiamo redatto un ebook gratuito con 10 consigli che ti guideranno in questo processo. Meno sprechi, più riciclo creativo: siamo certi che questa sia l’unica ricetta possibile per vivere il Natale con uno spirito più green.

fonte: http://nonsoloambiente.it

Petrolio: Plastic Dreams




La plastica è il materiale del secolo, il miracolo del dopoguerra, il grande successo della chimica. E' diventata sinonimo di modernità il simbolo del design, della forma e della bellezza: per dimostrarlo Renzo Arbore apre in esclusiva a Petrolio la sua meravigliosa collezione di oggetti. Ma un grande successo è diventato anche un grande problema. Dagli anni '50, quando il Premio Nobel Giulio Natta inventò il Moplen, ad oggi abbiamo prodotto 8,3 miliardi di tonnellate. Dove va a finire la plastica che usiamo tutti i giorni? Che impatto ha sull'ambiente? In Europa si ricicla solo il 25% della plastica, e lItalia pur in vetta della raccolta differenziata in Europa, disperde tra discariche abusive, rifiuti abbandonati o buttati nei cassonetti sbagliati 360mila tonnellate di plastica all'anno. Secondo la rivista internazionale Science, il nostro Paese sversa in mare, attraverso i fiumi, 45 mila tonnellate di plastica all'anno.


Petrolio 

sabato 16 dicembre 2017

Atlante dell’economia circolare, 100 storie italiane a cui ispirarsi

Nasce l'Atlante dell'economia circolare, un sito in costante aggiornamento che si propone di raccogliere tutte le esperienze italiane più virtuose. 
















C’è Bimora, la startup che ha creato la macchina dei vuoti a rendere; c’è Junker Life, l’app che riconosce il tipo di rifiuto e indica in quali bidoni va gettato; oppure Tyrebirth, l’azienda che ha scoperto come riciclare in soli 30 minuti gli pneumatici fuori uso attraverso l’utilizzo delle microonde. E ci sono altre 97 storie di imprese virtuose, per un totale di cento esperienze che rappresentano il nucleo di partenza del primo Atlante italiano dell’economia circolare: un vero e proprio archivio, da arricchire nel tempo, che si propone di censire e raccontare attraverso una piattaforma web geo-referenziata e interattiva, realtà economiche e associative capaci di applicare i principi dell’economia circolare



Il riutilizzo vola in tutti i settori…

Riutilizzo, riduzione degli sprechi, diminuzione dei rifiuti, reimmissione nel ciclo produttivo di materie prime recuperate: sono queste le parole d’ordine del progetto, promosso da Ecodom, il consorzio italiano per il recupero dei rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche (i Raee) e dal primo Centro di documentazione sui conflitti ambientali in Italia (Cdca).

Da un primo sguardo all’atlante, quello che si evince è che le esperienze di economia circolare appartengono ai settori più diversi, indice della capacità italiana di attingere risorse da ciò che viene dismesso e di riuscire a cambiare le abitudini di consumo: il 19 per cento sono aziende che si occupano del riciclo dei rifiuti e di recupero di materiali, come quelle citate all’inizio. Ma vanno molto bene anche le imprese che realizzano prodotti di moda e di arredamento (borse, agende, cinture, tappeti), come Alisea che ha creato Perpetua, la matita composta all’80 per cento di grafite che non sporca le mani, non si rompe e scrive anche senza punta e Carmina Campus che ha trasformato i fondi di lattine per una linea di design usando le linguette per farne preziosi bracciali, anelli, orecchini e collane.




 

 

 

 



Le borse di Carmina Campus, realizzate riciclando fondi di lattine

…anche nell’edilizia e nell’agroalimentare

Ma non mancano neanche esempi  di riciclo nell’edilizia come TS Asfalti, che appunto ricicla l’asfalto, Mook che utilizza legni consumati dal mare, pezzi di vecchie porte, mobili e stoffe, e ancora aziende che producono tinture ecosostenibili o architettura sostenibile. Del settore alimentare fanno parte una decina delle imprese incluse nell’atlante come il Centro di lombicultura che gestisce la produzione e la vendita di humus di lombrico per rendere migliore la struttura del terreno o Funghi espresso che utilizza i fondi di caffè per coltivare i funghi, o Crush, la nuova gamma ecologica di Favini, realizzata con residui di agrumi, uva, ciliege, lavanda, mais salvate dalla discarica che sostituiscono fino al 15 per cento della cellulosa proveniente da albero.



















Secondo l’approccio dell’economia circolare, un oggetto che non funziona 
più ha semplicemente terminato uno dei suoi cicli di vita, ma ce ne saranno altri. 
Tim Boyle/Getty Images

Secondo Giorgio Arienti, direttore generale di Ecodom, “l’economia circolare rappresenta un obiettivo importante e un cambio di approccio necessario visto che le risorse del pianeta sono sempre più scarse. In Italia i rifiuti valgono 10 miliardi l’anno, ma solo 1 entra nel circuito dell’economia circolare, secondo il Waste strategy annual report 2017. L’atlante e le esperienze che contiene stanno dimostrando che è possibile ipotizzare sistemi economici sostenibili, a basso impatto ambientale e ad alto valore sociale”. Senza contare che, secondo la Commissione europea, grazie all’economia circolare si potranno creare 2 milioni nuovi posti di lavoro e registrare un risparmio annuo di circa 72 miliardi di euro per le imprese europee.

fonte: www.lifegate.it

Ruanda, inaugurato il primo impianto di riciclo dei RAEE

Alla nuova centrale di riciclaggio si aggiunge un sistema di raccolta su scala nazionale con incentivi e l’istituzione di una struttura di demanufacturing
























L’Africa, continente troppo spesso meta dello smaltimento illecito dei RAEE, i rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, punta sull’economia circolare dei rifiuti elettronici. Un importante capitolo di questa nuova sfida ha avuto luogo in Ruanda, nel distretto di Bugesera, dove è stato inaugurato il primo impianto di riciclo di e-waste. Con un investimento totale di circa 1,3 milioni di dollari, l’opera rappresenta un fondamentale passo in avanti per quanto riguarda la gestione sostenibile dei rifiuti nel Paese, nonché la creazione di posti di lavoro “verdi”.
L’impianto di riciclaggio di apparecchiature elettriche ed elettroniche fa parte della strategia nazionale di gestione dei rifiuti elettronici del Ruanda, che punta a migliorare le pratiche di riciclo. La struttura si occuperà non solo di recupero di materia prima seconda, ma anche di riuso, in pieno spirito “circolare”: i computer rigenerati saranno avviati a riutilizzo e inviati al consiglio di istruzione del Ruanda per la distribuzione alle scuole primarie locali.


La strategia include un sistema di raccolta su scala nazionale con incentivi e l’istituzione di una struttura di demanufacturing che sarà collegata a industrie di riciclaggio sostenibili a livello nazionale, regionale e internazionale.
Nell’aprile 2014, il governo ruandese attraverso l’iniziativa del Fondo Verde, ha stanziato circa 1,5 milioni di dollari per creare l’impianto di riciclaggio dei rifiuti elettronici nell’ambito della strategia nazionale di gestione dei rifiuti elettronici. L’iniziativa, tutta all’insegna dell’economia circolare, è supervisionata dal Ministero del commercio e dell’industria, nonché dal Fondo nazionale per il cambiamento climatico e l’ambiente e da un gruppo di istituzioni di supporto. Il funzionario governativo Innocent Karangwa ha dichiarato che la struttura è già operativa.

fonte: www.rinnovabili.it

Onu, verso la “fine” della plastica usa e getta in mare, ma piano

Sir David Attenborough: «Gli oceani di fronte alla più grande minaccia nella loro storia»























La fine dell’era della plastica usa e getta presa in considerazione all’UN Environment Assembly L’inquinamento marino è stato uno dei temi centrali dell’UN Environment Assembly dell’ United Nations environment programme (Unep) tenutasi a Nairobi e, in uno dei documenti preparatori del summit ambientale, l’Unep ha evidenziato che «L’inquinamento marino si ritrova in tutti gli oceani del mondo, anche nelle fregion i più remote. L’aumento continuo della quantità di rifiuti solidi che producono gli esseri umani e la grande lentezza con la quale questi rifiuti si degradano comportano un aumento progressivo della quantità di rifiuti che si trovano in mare, nei fondali marini e lungo le coste in tutto il mondo».
L’Unep ricorda che «Le attività umane a terra sono le principali fonti di inquinamento marino. Si tratta in particolare dello sversamento di rifiuti lungo le coste, dei rifiuti sulle spiagge e della decomposizione delle imbarcazioni. Le inondazioni e altri avvenimenti legati alle condizioni meteorologiche eliminano questi rifiuti in mare, dove sfociano o sono portati dalle correnti. Le principali fonti marittime dell’inquinamento marino comprendono l’attrezzi da pesca abbandonati, i trasporti navali e lo sversamento legale e illegale. Tutto questo inquinamento provoca gravi perdite economiche. Le comunità costiere fanno fronte a spese crescenti in materia di pulizia delle spiagge, di salute pubblica e di eliminazione dei rifiuti. L’industria marittima  è influenzata dai costi più elevati associati alle eliche bloccate, ai motori danneggiati e alla gestione dei rifiuti nei porti. L’industria della pesca è danneggiata negli attrezzi e dalle catture ridotte e contaminate».
Inoltre, l’inquinamento marino provoca una perdita di biodiversità e danneggia i servizi eco sistemici: «Gli attrezzi da peasca abbandonati  possono continuare a uccidere la vita marina e a soffocare gli habitat faunistici  – fa notare l’Unep – I pesticidi e altre tossine aderiscono a delle minuscole particelle di plastica sversate (microplastiche), che possono essere ingerite accidentalmente dalla piccola vita selvatica. Una volta ingerite, le tossine si moltiplicano nella misura in cui risalgono la catena alimentare, si accumulano negli uccelli, nella vita marina ed eventualmente negli esseri umani».
Il Global Programme of Action for the Protection of the Marine Environment from Land-Based Activities, avviato nel 1995,  punta a orientare le autorità nazionali verso la prevenzione, la riduzione, il controllo e l’eliminazione del degrado del mare dovuto alle attività antropiche terrestri, Nel 2017 l’Unep ha lanciato anche la #CleanSeas campaign che esorta i governi ad adottare politiche miranti a ridurre l’utilizzo di plastica e di chiedere all’industria di ridurre gli imballaggi di plastica e di progettare prodotti che comportino meno rifiuti, ma chiede anche ai consumatori di cambiare le loro abitudini riguardo ai rifiuti«Prima che al nostro mare non vengano causati danni irreversibili«. L’Unep è al lavoro anche sul Regional Seas programme che punta a rafforzare la protezione del mare in tutto il mondo.
E’ in questo quadro di grande rischio e difficoltà che all’UN Environment Assembly di Nairobi  i ministri dell’ambiente hanno sottoscritto un documento nel quale si afferma che l’afflusso di plastica in mare deve essere fermato. Una dichiarazione accolta favorevolmente da scienziati e ambientalisti ma che fanno notare che  è di fatto un accordo sui principi  che non fissa obiettivi e scadenze. I ministri dell’ambiente rispondono che la dichiarazione è in realtà una pietra miliare perché indica a governi, industria e opinione pubblica che è necessario un grande cambiamento.
Il ministro norvegese dell’ambiente, Vidar Helgesen (Partito Conservatore), che a Nairobi è stato il leader del fronte che ha imposto di discutere dell’inquinamento marino da rifiuti di plastica (Marine Litter) ha detto a BBC News: «Ciò per cui eravamo venuti qui era la necessità di agire, il punto di partenza era quello di puntare era puntare a zero immissioni di rifiuti in mare, quindi è stato fatto effettivamente un passo avanti per l’immissione zero di plastica nell’oceano». Ma Helgesen ha dovuto ammettere che quello fatto in Kenya è solo l’inizio dell’azione contro il marine litter.
Secondo Li Lin, del Wwf International, all’UN Environment Assembly  «Si sono visti  progressi abbastanza buoni sui rifiuti marini e sulle microplastiche. Vorremmo solo vedere questo accordo attuato da governi, imprese, ONG e consumatori il più rapidamente possibile, perché questo problema è urgente».
Ambientalisti e scienziati sono preoccupati perché sappiamo che la plastica sta già danneggiando la vita marina, ma non sappiamo quanti danni possa subire ancora prima che possano essere colpiti interi ecosistemi. A questo problema, derivante dalla cattiva gestione e dal mancato riutilizzo di rifiuti/risorse, si aggiungono i cambiamenti climatici, l’acidificazione, le zone morte e gli altri tipi di inquinamento che satanno modificando rapidamente – e in peggio – mari e oceani.
I delegati all’UN Environment Assembly sperano che questi pericoli e le crescenti prese di posizione spingano i governi ad adottare rapidamente politiche nazionali per gestire i rifiuti  di plastica e ridurne la quantità e il consumo, invece che aspettare che dall’Onu arrivino risoluzioni miracolose.
Ma fermare i rifiuti di plastica richiederà nuove tecnologie e nuovi atteggiamenti da parte dei consumatori e tra le molte sfide legate all’inquinamento che l’umanità deve affrontare, questo è senza dubbio uno dei più difficili.
Ne è convinto anche Sir David Attenborough che avverte: «Gli oceani del  mondo stanno attualmente affrontando la più grande minaccia nella loro storia».
Nell’ultimo episodio di Blue Planet II, trasmesso il 10 dicembre in prima serata dalla BBC, Attenborough lancia un forte allarme sullo stato dei nostri oceani che sono già stati gravemente danneggiati dai cambiamenti climatici, dall’inquinamento da plastica e dalla pesca eccessiva.
In un’intervista il grande documentarista ha detto: «Per anni abbiamo pensato che gli oceani fossero così vasti e  che i loro  abitanti fossero così infinitamente numerosi che non potessimo fare nulla che avesse un effetto su di loro. Ma ora sappiamo che era sbagliato. Ora è chiaro che le nostre azioni stanno avendo un impatto significativo sugli oceani del mondo. Ora sono minacciati come mai prima nella storia umana. Molte persone credono che gli oceani abbiano raggiunto un punto di crisi, Come esseri umani abbiamo la responsabilità di prevenire ulteriori danni. Sicuramente abbiamo la responsabilità di prenderci cura del nostro pianeta blu. Il futuro dell’umanità, e in effetti di tutta la vita sulla Terra, ora dipende da noi».
Ma potenti forze politiche ed economiche si muovono per impedire la rivoluzione culturale e ambientale di cui il mobdo avfrebbe bisogno e Sir David Attenborough si è trovato per la prima volta in vita sua a fare i conti con una richiesta di “controllo dei fatti”  sui contenuti di Blue Planet 2, Controllo superato ma dovuto al fatto che i dirigenti della BBC erano preoccupati che il documentario fosse «diventato troppo politicizzato», formula che sottintende che a qualche politico di governo non piace che si parli troppo di global warming e marine litter.
Di fronte a questi attacchi, il produttore della serie, Mark Brownlow ha detto al Guardian che «E’ impossibile trascurare il danno causato negli oceani. Non potevamo ignorarlo: non sarebbe stato un ritratto veritiero degli oceani del mondo. Non andiamo in giro a fare campagna elettorale. Siamo semplicemente mostrando qualcosa ed è abbastanza scioccante. Gran parte del filmato girato durante la realizzazione della era troppo sconvolgente per la trasmissione, incluse le riprese con le scene di pulcini albatros morti  per aver mangiato  plastica». Ma la troupe della BBC ha anche girato le scene scioccanti del più grande e peggiore sbiancamento di massa di coralli della storia che ha colpito la Grande Barriera Corallina Australiana.
Jon Copley, uno scienziato dell’Università di Southampton, che compare nell’episodio finale di Blue Planet II, ha detto all’Evening Standard:  «Quel che mi sconvolge di ciò che tutti i dati mostrano è quanto velocemente le cose stiano cambiando qui [in Antartide]. Ci stiamo dirigendo verso un territorio inesplorato».
Lo show evidenzia anche l’effetto che l’inquinamento acustico può avere sulla vita marina, spiegando quanto i forti suoni prodotti della navigazione e dalle attività turistiche ostacolino e confondano i rumori naturali prodotti dagli animali per comunicare sott’acqua.
Attenborough  mette in guardi gli spettatori anche sui pericoli del sovra sfruttamento: «Ogni notte vengono calati migliaia di chilometri di lenze da pesca: ce n’è abbastanza da avvolgere due volte il mondo».

Ma Blue Planet II non è uno spettacolo triste: mostra anche quanto siano ancora meravigliosi il mare e il lavoro di chi lo protegge, come Len Peters, un ambientalista che a Trinidad è riuscito a mettere fine alla caccia alle tartarughe marine e che spiega che quando era un bambino era normale mangiare carne di tartaruga, ma la popolarità di questa carne aveva portato a solo 30 – 40  il numero di tartarughe nidificanti a Trinidad, ora dopo una vita passata a difenderle, secondo Peters le tartarughe marine di Trinidad sono più di 500.

fonte: www.greenreport.it