mercoledì 17 luglio 2019

La Cina verso un boom dello storage, grazie alla riforma del mercato dei servizi di rete

Aumenterà di 25 volte la capacità totale disponibile nell’energy storage in pochi anni. Le stime di Wood Mackenzie.

















Grandi trasformazioni attendono il mercato cinese delle fonti rinnovabili: da una parte, si sta aprendo la nuova stagione degli impianti solari/eolici in market parity senza sussidi (vedi qui), dall’altra s’intravede già il prossimo boom dei sistemi per l’accumulo energetico.
Secondo le ultime analisi di Wood Mackenzie, infatti, la Cina vedrà aumentare di ben 25 volte la capacità totale installata nell’energy storage in pochi anni.
Nel 2017 erano 489 MW/843 MWh con la previsione di toccare 12,5 GW/32 GWh nel 2024.
Intanto, lo scorso anno, Pechino ha realizzato progetti per complessivi 580 MW/1,1 GWh portando così la taglia cumulativa dell’accumulo energetico a poco più di 1 GW/quasi 2 GWh nel 2018 (solo la Corea del Sud ha fatto di meglio).
A trainare il settore sono stati soprattutto gli incentivi del governo centrale, che hanno supportato diversi impianti FTM (Front-of-the-meter: grandi installazioni al servizio della rete) costruiti dalla State Grid Corporation of China.
La società energetica pubblica così è stata in grado di sviluppare 425 MWh di progetti pilotaconnessi alle linee di trasmissione/distribuzione.
E lo scenario dovrebbe accelerare notevolmente dal 2020, spiega Wood Mackenzie, grazie ai cambiamenti che riguarderanno il mercato dei servizi del dispacciamento.
In pratica, si passerà dall’attuale meccanismo, che prevede una remunerazione piuttosto “basica”, a un mercato più integrato con i prezzi spot dell’energia elettrica. In altre parole, determinati servizi offerti dalle tecnologie di storage, come la regolazione di frequenza e il bilanciamento tra domanda/offerta, riceveranno pagamenti più generosi.
Questa riforma, insieme con la continua riduzione dei costi delle batterie, consentirà ai sistemi di accumulo di diffondersi su vasta scala in Cina.
Più in dettaglio, chiarisce Wood Mackenzie, guardando ai progetti realizzati nel 2018 per partecipare ai servizi per il dispacciamento (ancillary services), il 60% delle installazioni è di tipo stand-alone e solo il 19% prevede l’abbinamento diretto con parchi eolici o fotovoltaici (renewable-plus-storage) anche perché stanno venendo meno le condizioni economiche per investire in questa direzione, a causa dell’eliminazione graduale dei sussidi agli impianti solari.
Un settore promettente, termina l’analisi, è quello delle installazioni di batterie Behind-the-meter, cioè dietro al contatore, per le applicazioni commerciali/industriali, che lo scorso anno sono arrivate a circa 513 MWh.
fonte: www.qualenergia.it

Nel Varesino un gioiello in bioedilizia: grazie a Paea

È terminata la ristrutturazione in bioedilizia dell'edificio a uso residenziale la cui progettazione e risistemazione è stata interamente seguita dal personale dell'associazione Paea. Un gioiello che ha recuperato un casale degli anni '60 rendendolo un esempio di comfort e risparmio energetico.





















La ristrutturazione del "brutto anatroccolo" degli anni ’60 ha avuto termine e ha raggiunto ottimi risultati in termini di estetica e comfort interno, conseguendo una prestazione energetica di classe A4. Sono stati installati: una pompa di calore aria-acqua per il riscaldamento, un Nuos (scaldacqua a pompa di calore) per l’acqua calda sanitaria ed un impianto fotovoltaico da 3 kW.
Grande la soddisfazione di tutti gli attori dell’impegnativo processo di trasformazione: i committenti, Marina Russo e Walter Milanesi, che hanno avuto un ruolo chiave nella progettazione essendo Marina a capo di Area Progetto dell’Associazione Paea, ma anche i tecnici collaboratori e gli artigiani che hanno prestato il proprio lavoro.
Marina e Walter abitano la loro casa da quasi un anno e hanno avuto prova di cosa significhi vivere in spazi ben coibentati e studiati per il benessere delle persone che li abitano.
Avevamo scritto dell’inizio dei lavori già nel 2017. L’edificio di Caronno Pertusella (VA) era disabitato da qualche anno e vantava tutti i pregi e i difetti dell’epoca di costruzione (anni ’60): generose aperture ma molto disperdenti, come d’altronde tutto l’involucro. Per fortuna si trattava di una costruzione sana dal punto di vista delle fondamenta e non presentava problemi di umidità di risalita. 
L’inconveniente di avere due lati dell’edificio coincidenti con la linea di divisione dei lotti confinanti ha fatto escogitare un intervento misto di isolamento delle pareti perimetrali: quelle corte sul confine sono state isolate solo dall’interno con 10 cm di polistirene e 5 cm di sughero biondo mentre le altre due con un cappotto esterno di 15 cm in calce canapa e sughero interno di 5 cm. I ponti termici delle solette di piano sono comunque stati coibentati esternamente con una striscia di polistirene super compresso di 2 cm scrostando l’intonaco esterno per alloggiare l’isolante nello scavo ottenuto.
La falda del tetto esistente è stata isolata con 15 cm di polistirene e 5 cm di sughero naturale, doppio assito per la ventilazione e copertura in lamiera verniciata antirombo; la coibentazione della copertura relativa all’ampliamento è stata realizzata con calce e canapa posata semi a secco nell’intercapedine della struttura lignea 
Isolamento di copertura .
Il cappotto di calce canapa 
Cappotto in calce e canapaè stato realizzato con lo stesso metodo usato per la parete nuova al secondo piano, cioè provvedendo a montare un’intelaiatura di legno, procedendo con una casseratura (da disarmare man mano che il muro sale) ed un getto formato da un impasto di calce e canapa.
L’impasto si ottiene in cantiere miscelando calce idraulica naturale e canapulo con una betoniera planetaria orizzontale. Si tratta di lavorazioni semplici che devono rispettare le dosi definite di acqua, calce e canapa, comunque svolgibili anche da manovalanza comune. Questo rende il sistema proponibile nelle più svariate situazioni: isolamento interno, cappotti esterni, nuove pareti, intonaci.
A parte la descrizione tecnica, ci interessa capire altri aspetti che hanno riguardato la costruzione e abbiamo chiesto a Marina di illustrarceli.
Marina, innanzitutto come vivete la vostra nuova casa?
Questa casa ci sta dando molte soddisfazioni: in estate, le persone che entrano mi chiedono se abbiamo l’aria condizionata dato il comfort di freschezza percepito; e questo inverno che è stato così rigido in Lombardia, abbiamo sperimentato una temperatura costante di 21 gradi giorno e notte, pur avendo i caloriferi praticamente spenti.
Le aspettative iniziali sono state soddisfatte?
Direi proprio di si in quanto volevamo creare un edificio che rispondesse al criterio fondamentale della sostenibilità come la concepiamo noi di PAEA, e cioè che non dobbiamo risparmiare eneCassero della parete esterna, zona nottergia ma dobbiamo non consumarne proprio!
Quali sono stati gli obiettivi raggiunti?
Quello di abitare un edificio ad emissioni zero, portandoci verso l’uso di risorse provenienti esclusivamente da fonti rinnovabili; inoltre abbiamo inserito un serbatoio per l’acqua piovana proprio per evitare il più possibile di consumare acqua potabile per il giardino.
Le difficoltà incontrate sono state di carattere tecnico o di mancanza di competenze tra gli operatori del settore?
Inizialmente abbiamo avuto qualche difficoltà con le maestranze, in quanto facevano fatica a capire la filosofia che desideravo seguire in relazione ai dettagli legati ai ponti termici, ma alla fine con l’impresa Gierre Edile (opportunamente formata), siamo riusciti a terminare la ristrutturazione egregiamente. La formazione è stata affidata al capocantiere dell’Associazione PAEA, Verdiano Donini , il quale ha tenuto un corso rivolto a tecnici e maestranze sulla corretta posa e realizzazione del cappotto in calce e canapa. L’Associazione PAEA ha rilasciato un attestato che è stato consegnato ai partecipanti.
Avete voluto usare per lo più materiali a basso impatto ambientale, questo ha comportato delle difficoltà o dei costi aggiuntivi?
Qualche difficoltà l’abbiamo dovuta affrontare facendo ampie ricerche di mercato per trovare di volta in volta prezzi ragionevoli relativi ai materiali naturali.  Per quanto riguarda la manodopera, per le coibentazioni con materiali naturali non abbiamo potuto avvalerci di prezzi stabiliti dalla Camera di Commercio e questo ha fatto lievitare un po’ i prezzi. Possiamo concludere che se i collaboratori sono eticamente professionali si riesce a contenere i costi.
Perché avete scelto la coibentazione in calce canapa?
Abbiamo scelto questo tipo di coibentazione perché la canapa è una pianta dalle mille risorse (dall’edilizia alla salute, alla bonifica dei terreni inquinati) e della quale, secondo noi, andrebbe incentivata la coltivazione.
fonte: http://www.ilcambiamento.it

Decreto FER 1, c'è la firma dei Ministri Di Maio e Costa


















È ufficiale: il decreto FER 1 è stato firmato dai Ministri dello Sviluppo economico e dell'Ambiente, e quindi inviato per la registrazione alla Corte dei Conti prima della pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.


Secondo i dati riportati nel comunicato stampa del MiSE, l'attuazione del provvedimento consentirà la realizzazione di impianti per una potenza complessiva di circa 8.000 MW, con un aumento della produzione da fonti rinnovabili di circa 12 miliardi di kWh e con investimenti attivati stimati nell’ordine di 10 miliardi di euro.

Per quanto riguarda il regime di sostegno all'idroelettrico, intorno al quale negli ultimi mesi si erano concentrate le attenzioni del Governo e della Commissione Ue, risulta che "saranno ammessi agli incentivi solo gli impianti idroelettrici in possesso di determinati requisiti che consentano la tutela dei corpi idrici, e in base a una valutazione dell’Arpa". Il comunicato stampa del MiSE conferma anche il premio di 12 €/MWh - in aggiunta agli incentivi sull’energia elettrica - per gli impianti fotovoltaici realizzati al posto delle coperture in amianto o eternit.

"Un grande lavoro di squadra dei due ministeri, Ambiente e Sviluppo economico, che darà impulso alla produzione di energia rinnovabile, creando migliaia di nuovi posti di lavoro – ha dichiarato Di Maio – e puntando alla attuazione della transizione energetica, in un’ottica di decarbonizzazione".

"E’ una vera e propria rivoluzione copernicana, un cambio di paradigma – ha commentato Costa – si premia l’autoconsumo di energia per gli impianti su edificio fino a 100 kW e l’eliminazione dell’amianto, si incentiva la produzione di energia sostenibile oltre che rinnovabile. Questo decreto è una grande opportunità di sviluppo e di tutela ambientale".

Purtroppo i due ministeri non hanno diffuso il testo definitivo del provvedimento, per il quale occorrerà attendere la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.
Riferimenti

Rinnovabili, Di Maio e Costa firmano il decreto FER1
il comunicato stampa del MiSE



fonte: www.nextville.it

Food Forest: trasformare il proprio orto o giardino in un'oasi di bellezza e cibo!

La conosciamo come food forest, foresta-giardino o foresta commestibile ed è una modalità di progettazione che si sta sempre più diffondendo in Italia, capace di prendere spunto dall’esempio della foresta applicandolo alla coltivazione di un orto o giardino e creando un habitat autosufficiente che produce cibo, energia e salute. Ce ne parla l'agronomo Marco Pianalto, che, il 27 e 28 luglio ad Alto (CN) terrà il corso “La FOOD Forest in Permacultura”, insegnandoci come trasformare il proprio orto o giardino in un'oasi di bellezza e... cibo!















La natura è piena di meraviglie: ci sa dare tutto ciò di cui abbiamo bisogno senza chiedere nulla in cambio, se non rispetto e amore per le sue creature. Negli ultimi decenni abbiamo dimenticato quelle conoscenze che i nostri antenati avevano faticosamente accumulato nei secoli, che univano l'attenzione al funzionamento spontaneo della foresta, capace di autogestirsi e autoalimentarsi, alla capacità di coltivare piante utili e commestibili.
La food forest, negli ultimi anni sempre più praticata, prende proprio esempio da questa stretta relazione. Ce ne parla Marco Pianalto, agronomo, insegnante, progettista e consulente in permacultura, che da anni ha fatto di questa tecnica la sua passione ed il suo lavoro. Dopo varie esperienze per il mondo ha deciso di tornare in Italia impegnandosi nella diffusione dell’Agricoltura Organica Rigenerativa e nella difesa dell’agricoltura familiare. In un’intervista ci svela tutti i segreti legati alla food forest.


Che cosa significa “foresta commestibile”?
“La food forest o forest garden rappresenta l'unione tra due elementi quali il giardinaggio, più curato e coltivato, e la foresta, quale spazio più selvaggio e naturale che si autogestisce. Si tratta di due sistemi, uno voluto e realizzato dall'uomo e l’altro dalla natura, i quali si integrano e diventano un habitat unico, ricco e variegato. 
E’ un ecosistema progettato assimilabile al giardino ma che imita la struttura e le funzioni della foresta e che varia all’interno del contesto geografico e climatico nel quale viene realizzato.
All’interno della foresta-giardino la componente estetica si connette alla capacità produttiva: si possono coltivare piante da frutto, erbe medicinali, ortaggi, fiori e di conseguenza è possibile produrre cibo come verdura, frutta o frutta a guscio oppure spezie, medicine o legna per riscaldarsi. 
Si tratta quindi di un sistema autosufficiente e a bassa manutenzione sviluppato su vari livelli che coinvolgono piante ad alto fusto, arbusti, piante erbacee capace di ottenere il massimo rendimento senza però cadere nella trappola della monocultura”.
Da dove deriva il termine food forest?
“Esiste una lunga tradizione nei paesi asiatici, dove le popolazioni native si sono da sempre dedicate a questa tecnica, non coltivando una sola specie o una tipologia di pianta ma prendendo ad esempio il funzionamento spontaneo della foresta.
In Europa tale pratica ha origini più recenti ed è stata importata su iniziativa di Robert Hart, pioniere della food forest, che ha realizzato la prima foresta commestibile in Inghilterra, sulla base del modello asiatico. Il metodo è stato poi migliorato e sperimentato nel tempo e gli esperti hanno capito che nei climi europei è possibile arrivare allo stesso grado di complessità sulla base del contesto geografico locale”.
Quanto è importante il rapporto con la natura?
“Il contatto con la natura è un concetto centrale e fondamentale. La natura è assolutamente il modello a cui ispirarsi, nonchè un modello dinamico e non statico. E’ importante entrarvi in contatto, saperla ascoltare ed osservare, oltre che valorizzare gli elementi che ne fanno parte. Quelle che molti di noi chiamano “erbacce” ad esempio, rappresentano una vegetazione spontanea molto importante, in quanto ci danno informazioni sullo stato del suolo. E’ inoltre essenziale imparare a rispettare i tempi della natura. Dalla pianta spontanea alla quercia c'è un lavoro di collaborazione reciproca di un ecosistema interconnesso. Sarebbe un errore pensare di poter creare una food forest istantaneamente, poiché una foresta ha i suoi tempi di crescita”.
In quale luogo si può realizzare una foresta commestibile?
“La dimensione preferibile sarebbe quella periurbana, ma è possibile realizzarla anche all’interno del proprio giardino. Dalle esperienze con le quali mi sono interfacciato, la sua superficie può variare da pochi metri fino a raggiungere sistemi più complessi dall’estensione di 1 o 2 ettari che necessitano del coinvolgimento di più persone. Quella della foresta giardino è una sfida in cui chiunque sia appassionato di giardinaggio e orticultura può cimentarsi!”
Qual è il ruolo della permacultura?
“La permacultura è una disciplina di progettazione dell'abitare in modo sistemico e i suoi metodi e principi si sposano bene all’interno della food forest, consentendo una manutenzione meno assidua. Il ciclo della permacultura privilegia ad esempio la presenza di piante perenni che non richiedono di disturbare continuamente il suolo”.
Quali sono i vantaggi della foresta-giardino?
“Se osserviamo una foresta, notiamo che ha tutti gli elementi di cui ha bisogno per vivere: non ha bisogno di essere concimata o coltivata, è un sistema autosufficiente che si autoproduce. Offre inoltre una grande biodiversità, favorendo la presenza di specie animali che si adattano con facilità a vivere in un ambiente di questo tipo. Inoltre, essendo un sistema completamente naturale, supera il concetto di monocultura e del conseguente utilizzo di pesticidi e veleni. Si tratta certamente di una soluzione più complessa ma alla lunga molto più sostenibile e naturale.
La food forest permette quindi di trasformare un orto o giardino ad alta manutenzione in un sistema perenne ed autofertile. La sua efficienza, in particolare, è legata alla situazione di cambiamento climatico e energetico che stiamo vivendo, in quanto si configura come uno spazio produttivo ma allo stesso tempo resiliente, ovvero capace di sfruttare le trasformazioni del clima ed autoregolarsi in periodi caratterizzati da un’alternanza di siccità e abbondanza di acqua”.
E’ possibile realizzare foreste giardino in contesti urbani? Che benefici apporterebbero nelle nostre città?
“In questi contesti la presenza di orti-giardino è possibile: l’ambiente preferibile sarebbe quello suburbano ma il vantaggio che hanno gli ambienti urbani è quello di avere spazi di verde pubblico che possono diventare sia belli che fruibili e nel mio lavoro sto notando sempre più interesse da parte delle amministrazioni nell’intraprendere esperienze di questo tipo. Più aumenta la consapevolezza dell’importanza della policoltura ed il cittadino si spende come coltivatore o giardiniere all’interno dei contesti urbani, più nelle nostre città avverrà il cambiamento”.
Quali esperienze?
“Città come Londra o Berlino stanno mettendo in pratica esperienze di food forest nei contesti cittadini, in particolare in zone che sono state lasciate incolte per lungo tempo e che ora stanno acquisendo una nuova connotazione agricola e produttiva. 
In Italia stanno crescendo le esperienze nelle quali le amministrazioni sono state coinvolte e c’è una diffusione sempre più consistente di questa realtà proprio perchè si tratta di un metodo che lascia aperte le porte alla sperimentazione. C’è poi un aspetto fondamentale: lo spazio verde, più è amato e curato dai cittadini di un quartiere, più dura nel tempo”.
Per scoprire il mondo della food forest, il 27 e 28 luglio avrà luogo il corso teorico e pratico "La FOOD Forest in Permacultura" condotto proprio da Marco Pianalto.
L'obiettivo è la creazione di una foresta commestibile in grado di produrre cibo e habitat su sette livelli. Il corso si svolgerà presso il Comune di Alto (CN) in un terreno che farà da sperimentazione e si focalizzerà approfondendo concetti quali la preparazione del terreno, principi della permacultura, pacciamatura, manutenzioni, studio del suolo e del clima, osservando e riproducendo quanto succede in natura.
Per maggiori informazioni consultare il seguente link.

fonte: http://piemonte.checambia.org

martedì 16 luglio 2019

La casa in plastica riciclata a prova d’uragano

Realizzata sulle coste della Nuova Scozia, in Canada, la casa prefabbricata è composta di pannelli realizzati grazie al riciclo di oltre 600 mila bottiglie in PET e può resistere a venti oltre i 500km/h.
















Una casa composta di pannelli realizzati con bottiglie di plastica riciclata capace di resistere alla potenza di un uragano di categoria 5: il progetto è stato realizzato in Canada, nella Saint Mary Bay, in Nuova Scozia, dall’impresa di costruzione JD Composites.

I progettisti hanno lavorato fianco a fianco con la Armacell, una ditta canadese specializzata nella produzione di pannelli in schiuma di polietilene: per realizzare i 184 pannelli prefabbricati (spessi quasi 15 cm) è stato necessario triturare e fondere 612 mila bottigliette in PET, per poi estrudere il materiale di risulta mischiandolo ad aria in modo da realizzare una schiuma malleabile.

I pannelli fabbricati sono stati inviati presso lo stabilimento di test ingegneristici Exova di Mississauga, in Ontario: posti in galleria del vento, hanno resistito alla pressione di venti fino a 524 chilometri orari con una flessione di soli 6,2 millimetri. Per intenderci, i venti del devastante uragano Patricia che nel 2015 colpì il Guatemala arrivarono “solo” a 350 chilometri orari.

Oltre alla resistenza agli eventi climatici estremi, i pannelli in schiuma di polietilene hanno notevoli caratteristiche d’isolamento termico, protezione dall’umidità e dalle muffe, grande durabilità e sono modulabili, permettendo di completare la costruzione in poche settimane o addirittura giorni per le strutture più semplici.


La nostra idea non è quella di realizzare case personalizzate per coppiette in cerca della loro abitazione dei sogni– ha spiegato Joel German, uno dei fondatori di JD Composites – Il nostro obiettivo sono abitazioni piccole, rifugi, capannoni, uffici, bivacchi per la notte e strutture d’emergenza per le catastrofi naturali”.

La casa realizzata in Nuova Scozia è costata complessivamente circa 350 mila euro (490 mila dollari canadesi, terreno incluso) e verrà messa a disposizione di turisti e villeggianti così da poterne testare la risposta a un uso intensivo.

fonte: www.rinnovabili.it

STOP USA E GETTA! IL FUTURO È ADESSO!

Zero Waste Italia, Movimento per la Decrescita Felice e Italia Che Cambia lanciano la campagna permanente #stopusaegetta.

L'invito a partecipare è esteso ad associazioni, imprese, istituzioni e singoli cittadini. Il futuro è adesso!





Che bello non avere il pensiero di dover mettere piatti, posate e bicchieri in lavastoviglie a fine pasto o addirittura doverli lavare a mano! Che comodità andare al supermercato e trovare la frutta già tagliata, riposta in comode confezioni. E sicuramente è più semplice bere l’acqua in bottiglia, che è più pratica di quella del rubinetto.

Ma ti sei mai chiesto dove finiscono bicchieri, posate, piattini, contenitori, confezioni, bottigliette e gli altri numerosissimi oggetti che nella tua vita usi una sola volta e poi butti via? Sai qual è la loro destinazione finale? Sei tu! Già, proprio tu!

Ogni settimana nel tuo stomaco finiscono 5 grammi di plastica. Nei tuoi escrementi si trovano pezzi di plastica, fino a 20 frammenti per ogni 10 grammi di feci. Ogni settimana, insieme all’acqua che bevi, ingerisci 1769 particelle di plastica. E non è tutto! La plastica e altri materiali monouso stanno distruggendo il Pianeta. Ogni anno finiscono negli oceani 8 milioni di tonnellate di plastica.

La direttiva europea 904 prevede il bando della plastica monouso a partire dal 2021. È troppo tardi: dobbiamo agire oggi! Non aspettare che l’industria si adegui e ti proponga soluzioni “sostenibili”. Probabilmente non lo farà mai. L’unico in grado di cambiare veramente le cose sei tu!

È ora di dire BASTA alla cultura dell’usa e getta! Le risorse del pianeta che ci ospita sono finite, non possiamo continuare a sfruttarle pretendendo che non finiscano mai.

Il Movimento per la Decrescita Felice, Zero Waste Italy e Italia Che Cambia lanciano la campagna permanente #stopusaegetta, per bandire una volta per tutte – e non solo per una settimana! – tutte le confezioni e i dispositivi monouso. Proporremo approfondimenti per mettere in guardia il grande pubblico sui danni che l’usa-e-getta sta provocando all’ecosistema e indicheremo le alternative virtuose che ciascuno può adottare nella vita di tutti i giorni.

Anche tu puoi fare la tua parte seguendo i nostri suggerimenti e aiutandoci a far circolare questo messaggio.

Non aspettare il 2021, il futuro è adesso!

fonte: www.italiachecambia.org

Un concorso per raccontare (e valorizzare) l’economia circolare

"Storie di economia circolare" torna per la seconda edizione alla ricerca di video, foto, podcast, testi e fumetti che meglio raccontino il cambiamento. Candidature aperte fino al 31 luglio 2019 e premi dai 4.500 ai 2.000 euro.















Un modello economico sostenibile è possibile: lo dimostrano le 210 esperienze reali, mappate da Ecodom, il principale consorzio di gestione dei Raee, e dal Cdca -Centro di documentazione sui conflitti ambientali- che per il secondo anno consecutivo promuovono il concorso “Storie di economia circolare” per valorizzare questi e altri progetti. Ogni esperienza è infatti una storia da raccontare per dire che realtà economiche e sociali che crescono senza sfruttare intensamente le risorse esauribili esistono e funzionano, e per dimostrare che “Sì, si può fare!”.
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La prima edizione del concorso Storie di economia circolare ©www.economiacircolare.com

Il concorso: premi dal video alla scrittura

Giornalisti, videomaker, reporter radiofonici, fotografi e disegnatori, sia professionisti che amatori, senza limiti d’età, sono invitati a realizzare opere che raccontino esperienze virtuose di sistemi economici sostenibili in Italia e a inviarle entro il 31 luglio 2019. A una prima selezione effettuata tramite un sistema di votazione online, seguirà la valutazione di una giuria tecnica e di un comitato scientifico.
La partecipazione al concorso è gratuita, mentre in palio ci sono 4.500 euro per la categoria video, 4.000 euro per la categoria foto, 2.500 euro per la categoria radio, 2.500 euro per la categoria fumetto e 2.000 euro per la categoria scrittura. E il video vincitore sarà proiettato durante la 31ma edizione del Trieste Film Festival, che si svolgerà dal 17 al 22 gennaio 2020, grazie a una partnership con la manifestazione.
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Alcuni dei vincitori della scorsa edizione ©www.economiacircolare.com
Si può concorrere per una sola categoria in gara raccontando una delle storie presenti sull’Atlante italiano dell’economia circolare, la piattaforma web interattiva che censisce e racconta esperienze di economia circolare in Italia, oppure una di propria conoscenza, basta che soddisfi almeno uno dei criteri di circolarità  e i principi etici irrinunciabili del codice etico, come l’utilizzo di materia prima seconda o il recupero di oggetti (qui il regolamento completo).

Economia circolare: chi, cosa e dove

Secondo quanto emerge dall’Atlante italiano dell’economia circolare, il protagonista del cambiamento è il settore tessile con il 15,2 per cento delle realtà mappate che recupera tessuti e capi usati, rigenera fibre tessili, organizza scambio di vestiti e trasforma materiali di scarto come cartone bucce di arance e pneumatici in abiti e accessori. Seguono il settore alimentare (11 per cento) e le attività di raccolta e gestione dei rifiuti (10,4 per cento).
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Una delle realtà di economia circolare raccontate nella prima edizione del concorso ©www.economiacircolare.com
Quasi un terzo (30,4 per cento) delle realtà sono no-profit, mentre l’1,4 per cento è rappresentato da enti di ricerca. La maggior parte delle aziende (37 per cento) realizza prodotti circolari, ovvero progettati per renderne più facile lo smontaggio e riciclo, il 32 per cento appartiene alla categoria servizi, il 15,2 per cento ha scelto un modello produttivo circolare in grado di riciclare i propri scarti per creare nuovi prodotti.
Le realtà mappate si trovano per la maggior parte nel centro Italia (37,6 per cento), seguito dal nord con il 35,7 per cento e dal 26,6 per cento del sud e isole. La regione più virtuosa è la Lombardia con il 19,5 per cento delle attività, seguita dal Lazio con il 15,7 per cento, dalla Toscana con l’11,4 per cento e dalla Campania con il 9 per cento. Fanalino di coda Umbria e Molise con solo due aziende inserite nell’Atlante e la Valle d’Aosta senza alcuna esperienza censita.
fonte: www.lifegate.it