martedì 4 agosto 2020

Plastica biodegradabile o riciclata? Ecco quali sono i pro e i contro















Plastica biodegradabile o plastica riciclata? Quale delle due opzioni è migliore per l’ambiente? Il gruppo di ricerca IDTechEx ha cercato di rispondere a questa domanda, nel tentativo di far fronte alla sempre maggiore produzione di plastica che, con l’attuale tasso di crescita, potrebbe raggiungere le 600 milioni di tonnellate entro il 2030.

Le nuove materie plastiche biodegradabili, insieme alle più avanzate tecniche di riciclaggio, sono due approcci promettenti per aiutare il mondo a ridurre i rifiuti di plastica. Attualmente, la maggior parte della plastica prodotta non è biodegradabile, con il 30-50% impiegata per applicazioni monouso.

Generalmente, si è pensato che un maggiore investimento sulla produzione di plastica biodegradabile avrebbe potuto rappresentare una potenziale soluzione al problema dei rifiuti. Non a caso, negli ultimi dieci anni c’è stata una sempre maggiore attenzione nei confronti delle cosiddette bioplastiche, polimeri prodotti da materie prime biologiche come l’acido polilattico (PLA) e i poliidrossialcanoati (PHA).

La plastica biodegradabile ha fatto dunque sperare che il mondo potesse continuare a produrre grandi quantità di materie plastiche, senza doversi preoccupare del loro fine vita. Tuttavia, la realtà è molto diversa da quello che appare. Infatti, la provenienza biologica non garantisce che la plastica si possa realmente degradare in tempi accettabili, e molte bioplastiche pubblicizzate come tali in realtà non lo sono.

La questione, infatti, riguarda cosa si intende per “plastica biodegradabile”. Il PLA, ad esempio, è comunemente etichettato come biodegradabile, ma si degrada solo in impianti di compostaggio industriali, a temperature sufficientemente elevate affinché i microbi possano abbatterlo ad una certa velocità. Di conseguenza, se una bottiglia di PLA venisse buttata nell’oceano, ci vorrebbero centinaia di anni prima di degradarsi.

In un report dal titolo Bioplastics 2020-2025, IDTechEx sottolinea che molte regioni del mondo non hanno accesso a queste strutture di compostaggio industriale, il che significa che una diffusione di materie plastiche in PLA probabilmente non comporterebbe alcun beneficio ambientale. Questo, però, non è il caso di tutte le bioplastiche. I PHA, ad esempio, si decompongono nell’ambiente naturale nel corso di alcuni mesi, così come le miscele di amido e le nanocellulose.

Anche il riciclaggio della plastica è un’altra potenziale strada per superare il problema mondiale dei rifiuti di plastica. Le tecnologie di riciclaggio esistenti si sono affidate allo smistamento meccanico e alla fusione dei rifiuti di plastica, strategie che spesso comportano elevati livelli di contaminazione. Tuttavia, esiste una gamma di tecnologie di riciclaggio alternative che potrebbero portare a ulteriori opportunità nella catena del valore dei polimeri.

Ad esempio, l’estrazione con solvente è un metodo di riciclaggio che può produrre un polimero puro con proprietà meccaniche simili o potenzialmente identiche al materiale vergine. Tecniche come la pirolisi possono essere utilizzate per creare carburanti e materie prime chimiche da rifiuti di plastica, contribuendo a un’economia più circolare.

Dunque, sia una maggiore attenzione alla plastica biodegradabile, sia un miglioramento delle strategie di riciclaggio dei polimeri potrebbero rappresentare, congiuntamente, un buono modo per superare il problema dei rifiuti in plastica. Tuttavia, secondo IDTechEx, i due sistemi rischiano di essere in concorrenza tra loro: ad esempio, una maggiore attenzione al riciclaggio potrebbe portare ad un depotenziamento del mercato delle bioplastiche, aggravando le sfide economiche che il campo deve affrontare.

fonte: www.rinnovabili.it



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Alternative alla plastica, nei bicchieri monouso qualche criticità inaspettata. Lo rivela il test di Altroconsumo

















Nonostante una lettera inviata dell’associazione europea dei convertitori plastici EuPC indirizzata alla Commissione Europea che invitava a posporne l’entrata in vigore, l’ormai nota direttiva Sup (Single use plastics) metterà al bando dal prossimo anno diverse categorie di prodotti in plastica usa e getta, per i quali già oggi esistono valide alternative.

In particolare, dal 2021 saranno vietati: bastoncini cotonati per la pulizia delle orecchie; posate (forchette, coltelli, cucchiai, bacchette): piatti (sia in plastica che in carta con film plastico); cannucce; mescolatori per bevande; aste per palloncini (esclusi per uso industriale o professionale): contenitori con o senza coperchio (tazze, vaschette con relative chiusure) in polistirene espanso (Eps) per consumo immediato (fast-food) o asporto (take-away) di alimenti senza ulteriori preparazioni; contenitori per bevande e tazze in Eps; tutti gli articoli monouso in plastica oxo-degradabile.



I bicchieri di plastica usa e getta non sono compresi nel regolamento SUP, ma sono già in commercio alternative

Stranamente i bicchieri in plastica sono esclusi dal divieto di commercializzazione e non vengono elencati tra i prodotti per i quali la direttiva chiede misure ambiziose di riduzione nel consumo o attraverso sistemi di Epr, che allargano ai produttori il sostegno economico di trattamento e recupero dei rifiuti. Tuttavia il futuro di questi contenitori potrebbe seguire la medesima strada e sugli scaffali dei supermercati si trovano già oggi bicchieri monouso realizzati in materiali “alternativi” come la carta e la bioplastica. Materiali che il consumatore, in molti casi, fa fatica a distinguere e soprattutto a smaltire in modo corretto una volta usati.

Altroconsumo ha deciso di indagare sulla qualità di questi prodotti, spesso ritenuti implicitamente sicuri solo perché si trovano in commercio ma che in realtà possono nascondere insidie, anche di carattere rilevante, come dimostra lo studio. Le indagini di Altroconsumo hanno riguardato diversi parametri tra cui l’assenza di trasferimento di odori e sapori alle bevande, la robustezza, la capacità di contenere liquidi caldi ma soprattutto, di importanza fondamentale, la presenza di contaminanti e la loro capacità di migrare.

I risultati, relativi a bicchieri in carta e bioplastica, sono stati a volte eclatanti, visto che alcuni campioni prelevati dalle corsie dei supermercati, sono risultati non idonei al contatto con alimenti. Stiamo parlando in questo caso di requisiti cogenti, stabiliti dalla legge, e non di parametri “nice to have” o di carattere marginale.
Tradotto: si tratta di prodotti che, stando ai risultati delle analisi, non dovrebbero trovarsi in commercio.



Altroconsumo ha evidenziato criticità fra alcuni bicchieri in materiali alternativi alla plastica usati per bevande calde

Se in generale, dal punto di vista dell’assenza di odori, della robustezza e della stabilità i modelli realizzati in carta si sono rilevati migliori rispetto a quelli in bioplastica, sotto il profilo chimico la situazione si ribalta. Tre prodotti in carta su cinque hanno mostrato criticità di rilievo inerenti il mancato rispetto di requisiti di legge: sbiancanti ottici in quantità superiori ai limiti previsti, presenza di piombo e dell’interferente endocrino bisfenolo A.

Il piombo è un metallo pesante neurotossico, la cui esposizione va limitata soprattutto considerando i bambini, e potrebbe essere un contaminante della cellulosa usata per produrre i bicchieri o derivante dal contatto con i macchinari. Il bisfenolo A è invece un additivo usato per conferire durezza e resistenza, noto interferente endocrino al centro del dibattito scientifico. Si tratta di una sostanza che può agire in fasi particolari del ciclo vitale alterando l’equilibrio ormonale, e che sdarebbe meglio evitare.

Ma sono stati trovati anche ftalati (in tre bicchieri su cinque realizzati in carta e in uno su quattro in bioplastica). Si tratta di additivi che vengono aggiunti al polimero per renderlo flessibile e impermeabile e hanno effetti sul sistema endocrino e riproduttivo.

Altroconsumo suggerisce inoltre di usarli solo con bibite fredde: le criticità maggiori sono state individuate con i bicchierini che si propongono come adatti anche per bere bevande calde. Infine, spesso sulle etichette mancano indicazioni sul corretto smaltimento, punto piuttosto critico quando si parla di materiali nuovi, come le bioplastiche che i consumatori non sono abituati a gestire. La destinazione finale va definita in base alla compostabilità dei materiali (individuabile attraverso i marchi ufficiali), sia che si tratti di carta che di bioplastica.

fonte: www.ilfattoalimentare.it



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Energia in Europa, il 2020 è l’anno del sorpasso delle rinnovabili sulle fossili

Nei primi sei mesi del 2020 la produzione di energia da fonti rinnovabili in Europa ha superato quella da combustibili fossili. Il caso del Portogallo.














Quest’anno sarà indimenticabile per il mondo energetico. Un primato storico ha segnato i primi sei mesi del 2020: la produzione di energia da fonti rinnovabili in Europa ha superato quella da combustibili fossili. Nei 27 paesi dell’Unione europea le fonti alternative hanno coperto il 40 per cento della produzione, quelle tradizionali solo il 34 per cento. In cinque anni il distacco si è dimezzato. I benefici per l’ambiente? Il 23 per cento in meno di emissioni di gas serra.

A rivelarlo uno studio condotto dal think tank indipendente Ember e pubblicato il 22 luglio scorso. La ricerca raccoglie i dati degli operatori dei sistemi di trasmissione delle reti nazionali (Tso) riuniti all’interno dell’associazione Entso-E.

Rinnovabili in crescita dell’11% in un anno

Ember rivela che la produzione di energia rinnovabile è cresciuta in media dell’11 per cento rispetto al primo semestre del 2019 favorita da un inizio anno mite e ventoso. Per il solare si registra un +16 per cento, per l’eolico +11 per cento e per l’idroelettrico +12 per cento. Questo grazie alle nuove installazioni di eolico e solare in Ue che hanno coperto il 21 per cento della produzione. La maggior concentrazione è stata registrata in Danimarca (64%), Irlanda (49) e Germania (42).


Le rinnovabili battono le fossili. © Ember
Fossili in calo, per il carbone -32%

Di contro, la produzione da fossili ha risentito del calo della domanda per la pandemia di Covid-19. Questo ha comportato un altro primato: la Germania non è riuscita a eguagliare la produzione da carbone della Polonia. Nell’Ue a 27 la generazione da carbone è diminuita del 32 per cento e quella da lignite del 29 per cento. Anche la produzione di gas, indicato da molti come il vettore energetico più favorevole per la transizione energetica, ha registrato una diminuzione del 6 per cento.Leggi anche


Continua a calare la produzione di carbone in Europa
Il collasso della produzione a carbone. © Ember

“È un progresso velocissimo rispetto a soli nove anni fa quando le fossili generavano il doppio delle rinnovabili”, commenta Dave Jones, senior electricity analyst di Ember. “Il piano per la ripresa economica, il next generation eu, può aiutare i Paesi ad accelerare nella transizione energetica, investendo nell’eolico e nel solare. Il just transition fund può aiutare ad abbandonare la produzione da carbone”.Leggi anche


Next Generation Eu. Dall'Europa 750 miliardi contro la crisi economica

Centrali a carbone: le diverse anime d’Europa

Se il 2020 è l’anno del sorpasso delle rinnovabili sulle fossili, per l’anima nera della Polonia non è ancora tempo di conversione. Nel paese la produzione da carbone equivale a quella di 25 stati e non esiste un piano per la chiusura delle centrali a carbone. Ciò dimostra quanto il suo contributo sarà determinante nel percorso comunitario di transizione energetica.
In Germania crolla la produzione di energia da carbone. © Ember

In compenso, altri stati membri ne hanno anticipato la chiusura. L’ultimo in ordine di tempo, dopo Austria e Svezia, è il Portogallo. L’utility portoghese Edp ha annunciato lo stop anticipato della centrale a Sines, prevista per il biennio 2021-2023. L’utility ha dichiarato che la fonte fossile è meno conveniente della controparte green, motivo che la porterà alla chiusura o alla conversione di altre centrali, anche in Spagna.
Elettricità da rinnovabili più conveniente. © Ember


È un progresso velocissimo rispetto a soli nove anni fa quando le fossili generavano il doppio delle rinnovabili

Dave Jones, senior electricity analyst di Ember

Entro il 2025 altri sette paesi fermeranno la produzione di queste centrali. Si tratta di Francia (2022), Slovacchia (2023), Portogallo (2023), Irlanda (2025) e, ultima, Italia (2025). Il Belgio, invece, ha segnato il suo record personale: ha chiuso con il carbone nel 2016.

fonte: www.lifegate.it

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lunedì 3 agosto 2020

L’Italia può fare da battistrada dell’industria dell’eolico offshore galleggiante

Le potenzialità dell'eolico galleggiante per l'Italia sono enormi anche per gli sviluppi legati all'indotto. Ne parliamo con Luigi Severini, l'ingegnere che ha progettato il primo impianto nazionale a Taranto, e con Alex Sorokin, esperto energetico.





Dall’industria fotovoltaica fuggita in Oriente, fino alle auto elettriche ignorate dal maggior produttore automobilistico nazionale: di treni per agganciare la transizione energetica a un rilancio e ammodernamento della produzione industriali, l’Italia ne ha persi un bel po’.

Adesso un altro convoglio si sta avvicinando alla “Stazione Italia”, ma riusciremo a saltarci sopra?

Il treno si chiama eolico offshore galleggiante, una tecnologia di cui si parla ormai da molti anni, ma che nessuna nazione ha ancora sviluppato, preferendo, finché c’è spazio, continuare a costruire turbine piantate in terra o sul fondo di mari profondi meno di 30 metri.

Nei nostri mari l’eolico offshore tradizionale non lo si può installare, perché fondali così bassi, accoppiati a venti forti e costanti, sono presenti quasi sempre solo a ridosso delle coste, e gli impianti sarebbero troppo invasivi: ci servono turbine montate sopra grossi galleggianti ancorati sul fondo, da mettere molto al largo.

Che lo si possa fare lo ha dimostrato dal 2017 la norvegese Statoil, che ha installato di fronte alla Scozia sei Hywind, turbine da 5 MW montate su lunghi cilindri immersi, che da allora funzionano con un’altissima produttività, resistendo a furiose tempeste. E ci sono altri prototipi in fase di test in giro per il mondo, come quelli dell’Università del Maine.

Eppure, adesso, l’Italia potrebbe essere la prima nazione a utilizzare in modo massiccio questa tecnologia, diventando anche un centro di produzione e sviluppo di macchine per fondali profondi, da esportare nei tanti paesi, dal Giappone alle Hawaii, dalla Grecia alla California, con gli stessi nostri problemi geografici.

Sono infatti state depositate al ministero dell’Ambiente due domande per la costruzione di impianti eolici galleggianti, uno nel Canale di Sicilia, fra Pantelleria e Lampedusa, a 35 km dalla costa più vicina, e l’altro a 32 km al largo di Buggerru, sulla costa sudoccidentale sarda: il primo dovrebbe avere una potenza di 250 MW con 25 turbine Siemens da 10 MW l’una, il secondo sarebbe composto da 42 turbine GE da 12 MW l’una per 504 MW di potenza complessiva.

Si stima che insieme i due impianti produrrebbero circa 2,7 TWh l’anno, aumentando del 16% la produzione eolica annuale italiana. Queste turbine sarebbero montate su un galleggiante a tetraedro, stabilizzato da una zavorra triangolare, ideato dalla società danese Stiesdal.

 


Per rassicurare gli scettici sul fatto che sia una cosa seria, diciamo subito che dietro a questi due giganteschi progetti, c’è l’ingegnere Luigi Severini, l’uomo che “ha fatto l’impresa”: riuscire cioè a progettare, far approvare e ora costruire il primo impianto eolico offshore d’Italia (e del Mediterraneo), quello di Taranto.

«In realtà l’impianto di Taranto non è stato ancora completato. Dopo i noti problemi nati da ricorsi che ci hanno fatto perdere anni preziosi e il fallimento del fornitore tedesco delle turbine Senvion, abbiamo dovuto trovare una nuova turbina e adeguare il progetto ad essa. Adesso contiamo di riuscire a produrre la prima elettricità entro il 2021».

Ecco, proprio considerate tutte le difficoltà incontrate per installare appena 30 MW di eolico offshore davanti a una acciaieria, questo “rilancio” di centinaia di MW in mare aperto sembra un po’ il solito annuncio velleitario di megaimpianti che non vedremo mai…

«A finanziare questo progetto sarà la società danese Copenhagen Offshore Partners, una delle maggiori al mondo nello sviluppo di parchi eolici offshore, che intende investire in questi due impianti 2,1 miliardi di euro. Loro ci credono».

Come ha fatto a convincerli?

«Con le società 7SEASmed e ICHNUSA Wind Power, abbiamo prodotto business plan credibili e spiegato che l’Italia è un paese che ha grandi capacità industriali, infrastrutture adatte e che nei prossimi anni dovrà installare molti GW di eolico per rispettare gli impegni sul clima, ma non ha lo spazio a terra o in mari bassi per farlo. L’unica strada realistica per noi è installare impianti eolici galleggianti in alto mare, e, se ci riusciremo qui, poi potremo esportare la tecnologia in tutto il mondo. Dopo una accurata verifica dei progetti ci hanno dato fiducia».

Però lei sa meglio di chiunque altro quanto sia difficile fare eolico offshore in questo paese. Non teme ambientalisti, sovraintendenze e comitati del no, scatenati contro le sue turbine?


«Guardi, ci siamo riletti i 25 progetti di eolico offshore respinti in Italia, prima che approvassero quello di Taranto. Abbiamo capito che il rifiuto di tali impianti, molte volte giustificato, si è basato su tre ragioni principali: interferenza con paesaggio, ambiente e navigazione. Per cui questi due nuovi progetti li abbiamo tarati proprio per evitare queste tre obiezioni. Li metteremo così al largo che per vederli da terra servirà un binocolo, in zone di scarso traffico navale, ancorandoli a fondali di 250-300 metri, dove la luce non arriva e la vita vegetale sui fondali è inesistente».

In realtà un primo parere del WWF sull’impianto siciliano non sembra proprio entusiasta: secondo loro potrebbe danneggiare gli uccelli migratori.

«Abbiamo preso in considerazione anche quell’aspetto, e comunque gli ambientalisti dovrebbero applicare un metro di giudizio più completo, considerando il contributo che questo tipo di impianti fornirà al contenimento della principale minaccia per la Natura: il climate change».

Comunque, sembra che l’idea sia quella di evitare ad ogni costo i ritardi di Taranto.

«Ovviamente, ma questa volta è ancora più importante, perché si tratta di tecnologie nuove e costose e la remunerazione in Italia per l’elettricità da offshore, 215 €/MWh, è giusto sufficiente a rientrare dell’investimento. Siamo sul filo e dobbiamo procedere senza intoppi. Per capirci, in Francia danno 240 €/MWh all’eolico offshore».

Perché non avete costruito lì, allora?

«Diciamo che entrare nel mercato di quel paese non è facilissimo. Loro stanno lavorando sul galleggiante, ma attraverso progetti e industrie francesi».

Ma se i margini sono così ristretti, perché avete scelto la tecnologia della Stiesdal, che non è mai stata testata in mare?
«È stata abbondantemente testata in vasca navale, simulando condizioni anche molto peggiori di quelle del Mediterraneo, con ottimi risultati e già oggi è pronto un primo prototipo per una turbina da 3,6 MW. Quella tecnologia ha comunque un grande vantaggio sulle altre: i galleggianti sono costituiti con le stesse strutture delle torri eoliche e si possono assemblare con le turbine in un porto, per poi rimorchiarli al largo, evitando costosi e rischiosi lavori di montaggio in mare».

Questo però richiederà di avere delle basi a terra, dove effettuare il montaggio.

«Certo, e ciò crea una enorme opportunità per l’Italia: saremo i primi a valorizzare porti, bacini e industrie dedicati all’offshore galleggiante, acquisendo un know-how unico, da spendere poi nel mondo. Abbiamo già individuato porti adatti in Sicilia e Sardegna».

E a questo, dite, si aggiungerebbe la richiesta di acciaio che potrebbe arrivare all’Ilva di Taranto per la costruzione delle torri e dei galleggianti.

«Avremo bisogno di circa 270mila tonnellate proprio del tipo di prodotti in acciaio di alta qualità che lo stabilimento tarantino è in grado di offrire: sarà una commessa preziosa dopo il suo rilancio in chiave green. E non c’è solo l’acciaio. Il nostro progetto apre un’altra opportunità industriale: le grandi turbine offshore sono oggi progettate per i mari del nord, quindi per venti medi di 10-12 metri al secondo, contro i 6-8 del Mediterraneo. Questo ci obbliga a usare macchine sovradimensionate, più costose e meno efficienti di quanto sarebbero modelli “mediterranei”. La nostra industria potrebbe produrre turbine tarate per i nostri e altri mari nel mondo con venti simili».

Come sta andando l’iter autorizzativo?

«Abbiamo presentato la richiesta di Valutazione di Impatto Ambientale, e attendiamo dai ministeri le prime risposte. C’è stato qualche mese di ritardo anche per il covid-19, ma ora contiamo di ricevere la risposta a breve, le prime interlocuzioni con i ministeri sono andate molto bene, c’è comprensione e interesse per questo nuovo progetto. Superata la Via, le cose potrebbero procedere spedite ed entro due o tre anni potremmo cominciare a vedere le prime turbine galleggiare nel Mediterraneo. Evidentemente Taranto, nonostante i tanti intoppi, ha rotto il ghiaccio che bloccava l’offshore in Italia e tanti ne comprendono oggi le potenzialità».


Vedremo se sarà così. Ma siccome è troppo facile chiedere all’oste se il vino è buono, abbiano sentito un esperto indipendente per un giudizio su questa iniziativa, l’ingegner Alex Sorokin, che da molti anni ha la scomoda parte del “profeta inascoltato”, colui cioè che indica nell’eolico offshore galleggiante una scelta obbligata per il nostro paese, ma finora senza troppo successo.

Allora ingegner Sorokin, qualcuno finalmente l’ha ascoltata?

«Più che ascoltare me, qualcuno ha ascoltato il buon senso: nella condizione geografica italiana, quella è l’unica via percorribile per un eolico massivo. E anche per la nostra industria, che ha bisogno di rilanciare la siderurgia e ha grande esperienza nella cantieristica e nelle piattaforme offshore; è l’uovo di Colombo».

Ma questi progetti le sembrano realistici? Non peccano un po’ di megalomania?

«Sono fatti molto bene, con grande professionalità. Le loro grandi dimensioni non devono sorprendere: l’unico modo per rendere profittevoli iniziative così innovative, è puntare alle economie di scala e quindi ai grandi numeri. Il solo punto su cui ho qualche dubbio è il sistema di galleggiamento, molto interessante e innovativo, ma mai testato in grande scala e in mare aperto, ma immagino, vista l’esperienza nell’offshore dei finanziatori danesi, che chi lo produce abbia ben dimostrato la sua affidabilità».

Ma veramente l’ingegner Severini riuscirà a farseli approvare in tempi ragionevoli?

«La burocrazia italiana è forse la maggiore incognita di questa impresa, ma visti gli impegni climatici presi in sede europea, considerato che ormai l’eolico offshore dilaga nel mondo, dimostrandosi affidabile e molto produttivo, viste le enormi ricadute positive per il sistema industriale del nostro paese che arriveranno da questi due impianti, e, non ultimo, considerata anche la fiducia che i danesi sembrano riporre in noi, voglio sperare che si farà veramente di tutto per agevolarne l’iter. Anche al farsi male da soli c’è un limite, persino in Italia».

Forse questo treno che corre sull’acqua, non ce lo faremo scappare.

fonte: www.qualenergia.it



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Plastica in mare: nel 2040, la quantità di marine litter potrebbe triplicare

Una ricerca commissionata da The Pew Charitable Trusts mostra come ridurre dell’80% la quantità di rifiuti di plastica che potrebbe finire nell’oceano. Puntando tutto sulla “prevenzione”



Una ricerca commissionata da The Pew Charitable Trusts e SYSTEMIQ mostra che la quantità di marine litter legato alla plastica – il rifiuto più abbondante in mari e oceani – potrebbe triplicare nei prossimi 20 anni.

Secondo l’International Solid Waste Association, il consumo di plastica è aumentato durante la pandemia di coronavirus, soprattutto a causa dell’uso di maschere e guanti monouso, e molte discariche nel mondo hanno già raggiunto il proprio limite.

La ricerca, dal titolo Breaking the Plastic Wave, non solo mette in luce una delle più dettagliate timeline per arginare la crisi del marine litter, ma cerca di offrire anche delle soluzioni concrete per ridurre di oltre l’80% il volume di plastica che si prevede possa entrare negli oceani nei prossimi due decenni. “L’inquinamento da plastica è qualcosa che colpisce tutti. Non è un problema di un paese. È un problema di tutti“, ha dichiarato Winnie Lau, senior manager di The Pew Charitable Trusts.

Lo studio delinea quale potrebbe essere lo stato futuro del marine litter se nessuna azione dovesse essere intrapresa. In questo caso, la quantità di plastica che andrebbe in mare ogni anno potrebbe salire da 11 milioni di tonnellate a 29 milioni di tonnellate, lasciando un accumulo di 600 milioni di tonnellate nell’oceano entro il 2040. Si tratta di una quantità equivalente al peso di 3 milioni di balene.

La strategia definita nella ricerca include il reindirizzamento di centinaia di miliardi di dollari di investimenti dalla produzione di plastica alla produzione di materiali alternativi, oltre che impianti di riciclaggio ed espansione della raccolta dei rifiuti, soprattutto nei paesi in via di sviluppo.

Ciò richiederebbe soprattutto un’inversione di marcia da parte dell’industria energetica, che sta rapidamente costruendo nuovi impianti chimici in tutto il mondo per incrementare la produzione di plastica come alternativa alla sua attività tradizionale nel settore dei carburanti, minacciata dalla presenza di fonti energetiche più pulite.

Dal dopoguerra ad oggi, la quantità di plastica prodotta ogni anno è cresciuta esponenzialmente. Si è passati dai 2 milioni di tonnellate nel 1950, ai 348 milioni di tonnellate nel 2017. Ma, cosa ancora più grave, si prevede che questo numero raddoppierà entro il 2040.

ExxonMobil, Dow e Chevron Phillips Chemical (i più grandi produttori di plastica a livello mondiale) hanno dichiarato di essere impegnati a combattere l’inquinamento da plastica. Ma i progetti che finanziano si concentrano soprattutto sulla raccolta differenziata, e non sulla “prevenzione” dei rifiuti.

Lo studio, dunque, raccomanda la definizione di leggi che siano in grado di scoraggiare la nuova produzione di plastica e fornire sussidi per alternative riutilizzabili. Questo significa, però, smettere di vedere nel riciclo l’unica soluzione possibile. Infatti, secondo la ricerca, gli impegni di aziende come Coca-Cola e Nestlé di aumentare l’uso di materie riciclate ridurranno la quantità di plastica che fluisce nell’oceano solo del 7% entro il 2040.

Di contro, per ridurre la quantità di marine litter drasticamente, sarebbero necessarie alternative compostabili alla plastica monouso e gli imballaggi dovrebbero essere ridisegnati per contenere più del doppio dell’attuale quota di materiale riciclabile. Lo studio, dunque, punta tutta sulla riduzione del rifiuto a monte, che eviterebbe anche il ricorso a tecniche di riciclaggio chimico e alla combustione dei rifiuti.

CLICCA QUI PER CONSULTARE “BREAKING THE PLASTIC WAVE”

fonte: www.rinnovabili.it


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I cambiamenti climatici al SiciliAmbiente Film Festival 2020

Anche quest'anno Arpa Sicilia partecipa al Siciliambiente film festival, giunto alla sua XII edizione. La collaborazione continuerà in autunno con una nuova appendice dedicata alle scuole, previsto un ricco programma di attività didattiche e laboratoriali legate all'audivisivo.




Il festival internazionale Siciliambiente Film Festival, da sempre attento alle tematiche ambientali del pianeta e ai diritti umani, rilancia la XII edizione dal 4 all’8 agosto 2020 a San Vito Lo Capo (Trapani).

Il focus del Festival 2020 è dedicato ai cambiamenti climatici è vedrà coinvolte anche le campagne di Greenpeace Italia e Amnesty International Italia.
Alle storiche sezioni in concorso di documentari internazionali, cortometraggi e film d’animazione, a partire da quest’anno si aggiunge il concorso internazionale per lungometraggi di finzione. Nel corso delle serate saranno proiettati brevi video sulle attività di tutela ambientale svolte da Arpa Sicilia.

Il festival diretto da Antonio Bellia, sarà rimodulato nel rispetto delle normative vigenti in materia di salute pubblica ed è stato realizzato grazie al contributo della Regione Siciliana, Assessorato Turismo Sport e Spettacolo – Sicilia FilmCommission, nell’ambito del progetto “Sensi Contemporanei”, del Comune di San Vito Lo Capo, di Demetra Produzioni e Associazione culturale Cantiere 7, con la collaborazione di ARPA Sicilia, Amnesty International Italia, Greenpeace Italia e AAMOD.

Oltre il festival… SiciliAmbiente e Arpa Sicilia a scuola insieme!

Con l’intento di promuovere l’audiovisivo come risorsa didattica per lo sviluppo di competenze trasversali e di valori fondamentali come la tutela dell’ambiente, è prevista in autunno una nuova appendice delle attività svolte insieme al SiciliAmbiente Film Festival dedicata alle scuole, in particolare agli studenti e insegnanti della scuola secondaria, da svolgersi nell’autunno 2020 presso le scuole di Palermo e provincia.

Un ricco programma di proiezioni di qualità diversificate a seconda della fascia di età, a cui si affiancano attività didattiche, di approfondimento, laboratori di educazione all’immagine con l’obiettivo di promuovere lo sviluppo sostenibile e la tutela dell’educazione alla cittadinanza globale. Si prevedono inoltre attività formative rivolte ai docenti da svolgere durante l’anno scolastico. Le attività saranno curate e seguite anche da esperti di Arpa Sicilia.

Compatibilmente con le indicazioni in merito di salute pubblica sarà organizzato un matinèe per 400 ragazzi appartenenti alle scuole che avranno aderito al progetto.

I documentari in concorso

Sito ufficiale del Festivial SiciliaAmbiente

fonte: https://www.snpambiente.it/



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domenica 2 agosto 2020

Proteggere la biodiversità per prevenire la prossima pandemia. E costerebbe molto meno

Basterebbe un investimento annuale di 30 miliardi di dollari per la prevenzione di futuri focolai, quanto l'1 - 2% della spesa militare annuale dei 10 Paesi più ricchi del mondo



Finora, la pandemia di Covid-19 è costata all’economia mondiale almeno 2,6 trilioni di dollari e alla fine – mentre sta dilagando nei Paesi in via di sviluppo – potrebbe costare 10 volte di più. Quanto costerebbe evitare che tutto questo accada di nuovo? E quali sono le principali azioni che devono essere intraprese per riuscirci? A queste domande hanno cercato di rispondere Andrew Dobson, professore di ecologia e biologia evoluzionistica alla Princeton University e Stuart Pimm della Duke University e per farlo hanno messo insieme un team multidisciplinare di epidemiologi, biologi delle malattie della fauna selvatica, professionisti della conservazione, ecologi ed economisti che ora scritto su Science – Policy Forum l’articolo “Ecology and economics for pandemic prevention” nel quale si sostiene che una nuova pandemia zoonotica potrebbe essere evitata con «un investimento annuale di 30 miliardi di dollari che si ripagherà rapidamente».

Pimm ricorda che «Fino ad ora, ci sono stati almeno altri 4 agenti patogeni virali che sono emersi nella popolazione umana in questo secolo. In futuro, gli investimenti nella prevenzione potrebbero essere la migliore polizza assicurativa per la salute umana e l’economia globale».

Le principali cause della possibile e incombente diffusione dei patogeni emergenti sono la distruzione delle foreste tropicali e il commercio della fauna selvatica. Alla Princeton evidenziano che «Ciascuna ha contribuito a due delle quattro malattie emergenti che sono comparse negli ultimi 50 anni: Covid, Ebola, SARS, HIV. Sia la deforestazione che il commercio di animali selvatici causano anche danni diffusi all’ambiente su più fronti, quindi ci sono diversi benefici associati alla loro riduzione. L’aumento del monitoraggio e della sorveglianza di queste attività consentirebbe di rilevare i futuri virus emergenti in una fase molto precoce, quando il controllo potrebbe impedire un’ulteriore diffusione».

Tutte le prove genetiche credibili indicano che il Covid-19 sta emergendo da una specie di pipistrello commercializzata come cibo in Cina e i ricercatori sottolineano che «Il commercio di animali selvatici è una componente importante dell’economia globale, interessando i principali prodotti economici tra cui cibo, medicine, animali domestici, abbigliamento e mobili. Alcuni di questi vengono scambiati come beni di lusso, il che può creare un’associazione stretta che aumenta il rischio di trasmissione di agenti patogeni dal commerciante o all’acquirente. I mercati della fauna selvatica sono invariabilmente mal regolati e antigienici».

Di fronte a questa rete globale e a questi rischi crescenti, la Convention on international trade in endangered species of wild fauna and flora (CITES), ha un bilancio globale netto di appena 6 milioni di dollari e Dobson fa notare che «Molti dei 183 firmatari hanno arretrati di diversi anni per i loro pagamenti».

Invece, gli autori dell’articolo sostengono che «Il monitoraggio di questo commercio deve essere ampliato. In particolare, gli scienziati hanno bisogno di informazioni vitali sui patogeni virali che circolano nelle specie potenzialmente da cibo o da compagnia» e, per monitorare la salute degli animali, suggeriscono di «utilizzare gruppi di monitoraggio regionali e nazionali del commercio di specie selvatiche, integrati con le organizzazioni internazionali.Il monitoraggio e la regolamentazione di questo commercio non solo garantiranno una protezione più forte per le molte specie minacciate dal commercio, ma creeranno anche un archivio ampiamente accessibile di campioni genetici che possono essere utilizzati per identificare nuovi agenti patogeni quando emergono. Produrrà anche una libreria genetica di virus con due ruoli chiave: identificare più rapidamente l’origine e la posizione dei futuri patogeni emergenti e sviluppare i test necessari per monitorare i futuri focolai. In definitiva, questa biblioteca conterrà le informazioni necessarie per accelerare lo sviluppo di futuri vaccini».

Sebbene continuino gli appelli a chiudere i “mercati umidi” nei quali vengono venduti animali selvatici e domestici, per prevenire futuri focolai di agenti patogeni emergenti, il team di scienziati riconosce che «molte persone dipendono da alimenti e medicine di provenienza selvatica» e suggeriscono che sarebbe meglio chiedere una migliore sorveglianza sanitaria dei mercati nazionali: «Se più persone vengono formate per il monitoraggio, il rischio che emergano nuovi virus può essere mitigato con l’individuazione precoce e il controllo dei patogeni nel commercio di specie selvatiche e lavorando con le comunità locali per ridurre al minimo i rischi di esposizione e trasmissione».

Uno degli autori dell’articolo, Binbin Li dela Duke Kunshan University di Jiangsu, spiega che «In Cina, ad esempio, ci sono troppo pochi veterinari per la fauna selvatica e la maggior parte lavora in zoo e cliniche per animali. I veterinari sono in prima linea nella difesa contro i patogeni emergenti e nel mondo abbiamo un disperato bisogno di più persone formate con queste capacità».

Secondo il team di Dobson e Pimm, estendere e sviluppare modi migliori per monitorare e regolamentare il commercio della fauna selvatica potrebbe essere fatto per circa 500 milioni di dollari all’anno, «Un costo insignificante rispetto agli attuali costi del Covid, soprattutto se si considerano vantaggi aggiuntivi come frenare il consumo di fauna selvatica e sostenere la biodiversità».

Il rallentamento della deforestazione tropicale rallenterebbe anche l’emergenza virale, inoltre ridurrebbe l’apporto di carbonio nell’atmosfera proveniente dagli incendi boschivi e proteggerebbe la biodiversità forestale. D’altra parte, riduce i ricavi provenienti da legname, pascolo e agricoltura. Vale la pena rinunciare a questi benefici tangibili, ma f economicamente concentrati? Gli autori affrontano questa parte della loro analisi costi-benefici da due prospettive economiche complementari: prima ignorando e poi includendo i benefici del carbonio stoccato come copertura assicurativa contro i cambiamenti climatici e non facendo alcun tentativo di valorizzare la perdita di biodiversità.

L’articolo su Science – Policy Forum si concentra soprattutto sui costi pubblici necessari per prevenire la prossma pandemia tipo Covid-19.

Un altro autore, l’epidemiologo di Ecohealth Alliance Peter Daszak, richiama i risultati di numerosi studi: «L’emergenza per agenti patogeni è essenzialmente un evento regolare quanto le elezioni nazionali: una volta ogni quattro o cinque anni». Amy Ando, ​​che insegna economia agricola e dei consumi all’università dell’Illinois-Urbana Champaign, aggiunge: «I nuovi agenti patogeni sono apparsi all’incirca allo stesso ritmo di nuovi presidenti, deputati, senatori e primi ministri! Potremmo vedere i costi del Covid salire da oltre 8 a 15 trilioni di dollari, con molti milioni di persone disoccupate e che vivono in lockdown».

Il costo annuale per la prevenzione di futuri focolai è paragonabile approssimativamente all’1-2% della spesa militare annuale dei 10 paesi più ricchi del mondo. Dobson conclude: «Se consideriamo la continua battaglia contro gli agenti patogeni emergenti come il Covid-19 come una guerra che tutti dobbiamo vincere, l’investimento nella prevenzione sembra avere un valore eccezionale».

Ma evidentemente una parte dell’umanità preferisce armarsi e spararsi che salvare sé stessa e la biodiversità del pianeta.

fonte: www.greenreport.it

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Economia circolare: accordo tra Scuola Sant’Anna e Area Science Park

Lo scopo è accellerare lo sviluppo di progetti congiunti tra mondo scientifico, imprese e società per favorire la salvaguardia ambientale e l’aumento di competitività dei sistemi produttivi.




Creare un network che contribuisca alla realizzazione di un’economia circolare e alla transizione verso un modello economico e sociale sostenibile dal punto di vista ambientale, sviluppando progetti congiunti. Sono gli obiettivi principali dell’accordo quadro triennale sottoscritto tra l’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e Area Science Park di Trieste per svolgere in maniera congiunta attività di ricerca, di supporto alle imprese e di diffusione della conoscenza sui temi dell’economia circolare. Si tratta di un obiettivo ambizioso e che, secondo i promotori, appare necessario, nella consapevolezza che una transizione non sia possibile senza avviare una collaborazione su larga scala con la comunità scientifica internazionale, con i professionisti, con i manager e con i “policy makers”, ovvero i “decisori politici”.

Da questo accordo triennale è atteso un contributo originale per sviluppare nuova conoscenza, progettare, valorizzare a livello scientifico e diffondere approcci innovativi, metodi e strumenti per rendere “circolari” quanto più possibile le organizzazioni, anche quando siano in connessione, come nel caso di filiere, di aree industriali, di distretti.

L’economia circolare è al centro delle attività condotte da docenti e ricercatori dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, che ha tra i propri compiti la valorizzazione delle attività di ricerca interdisciplinari e l’innovazione nel campo del management, a ogni livello. In questo senso, all’interno dell’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, il riferimento va al gruppo SUM (acronimo di “Sustainability Management”), che opera in connessione – per gli aspetti più legati all’innovazione – con il gruppo MAIN (acronimo di “Management dell’Innovazione”). I successi e le esperienze della Scuola Superiore Sant’Anna e, nel caso specifico del suo Istituto di Management, si uniscono a quella di Area Science Park, Ente pubblico nazionale di ricerca, che ha trova la sua mission nella promozione dell’attività di ricerca e nel trasferimento dell’innovazione al settore produttivo.

“Lo sviluppo di strumenti di valutazione dell’impatto in termini di resilienza delle imprese permetterà di rafforzare la gestione dei nuovi rischi, tra cui rientrano di sicuro quelli di natura sanitaria, di cui ne è un esempio l’attuale pandemia da Covid-19, come quelli legati al cambiamento climatico e al depauperamento del capitale naturale. Si tratta di un contributo importante e necessario per la realizzazione di un modello economico sostenibile e circolare”, come sottolinea Natalia Marzia Gusmerotti, coordinatrice operativa delle attività di ricerca condotte nell’ambito dell’accordo e coinvolta in prima persona, insieme a Marco Frey, responsabile scientifico di questo accordo per l’Istituto di Management della Scuola Superiore Sant’Anna.

“Un primo esempio concreto di collaborazione, al quale stiamo già lavorando insieme – spiega Fabio Morea, responsabile dell’ufficio Studi di Area Science Park – è l’analisi degli elementi critici per la competitività e per la resilienza delle imprese. Unendo le nostre due esperienze vogliamo sviluppare una metodologia basata su dati e sul rapporto diretto con le imprese”.

fonte: http://www.livorno24.com


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Orto 2.0: si coltiva sullo smartphone ma si mangia vera frutta e verdura. La piattaforma software che unisce produttore e consumatore


















La società cooperativa agricola Orto 2.0 nasce nell’estate del 2017 in risposta a uno dei problemi principali del settore agroalimentare: ottenere una certificazione reale su provenienza, metodo di coltivazione e freschezza dei prodotti orticoli. Ad oggi, la struttura della grande distribuzione organizzata (GDO) sembra accogliere perfettamente alcune inefficienze di mercato, dalle aste al ribasso, alle tempistiche dilatate della distribuzione, fino all’effetto specializzazione che colpisce i produttori diretti, incentivando l’adozione di mono coltivazioni per accaparrarsi una fetta di mercato maggiore con una maggiore offerta, generando così esternalità negative anche sull’ambiente. Il modello che proponiamo punta a troncare la filiera della grande distribuzione organizzata eliminando molti, se non tutti gli attori che la compongono. Orto 2.0 riesce a fondere le due figure cardine della filiera: il produttore e il consumatore, grazie allo sviluppo di una piattaforma software (app Android, iOS) che mette in contatto diretto i due attori.


Ogni utente può creare il suo orto virtuale di 50 metri quadrati, personalizzando 8 file di coltivazione

Attraverso uno smartphone, ogni utente può creare il suo orto virtuale di 50 metri quadrati, personalizzando 8 file di coltivazione con diverse varietà di ortaggi stagionali. Durante la compilazione, un algoritmo guida gli utenti nella creazione di un orto perfettamente consociato, sfruttando così alcune leggi tacite di convivenza delle piante scelte, rendendo efficienti la produzione e l’autodifesa dell’orto dai fattori esterni. Una volta compilato, il team di Orto 2.0 si occupa di tutta la fase di coltivazione, dalla semina alla raccolta, lanciando una serie di notifiche all’utente per aggiornarlo sullo stato delle proprie piante.

La coltivazione segue i principi dell’agricoltura naturale, il terreno viene concimato con stallatico di cavallo e il diserbo è esclusivamente manuale. Inoltre, i trattamenti che seguono le piante, sono a base di macerati realizzati con alcuni scarti di produzione agricoli (aglio, foglie di pomodoro e ortica) e le consociazioni instaurate tra le piante dell’orto contribuiscono a una maggiore difesa reciproca.

Non appena l’orto entra in produzione, una notifica settimanale concorderà modalità e orari di ritiro o consegna del raccolto. Assicurando la presenza di un tutor al suo fianco, già dalle prime entrate nell’orto, la cooperativa punta a rendere autonomi il maggior numero di clienti, formandoli su metodi di raccolta e cura delle piante, riuscendo così a coinvolgere le persone nell’attività di produzione del proprio cibo, aumentandone così anche il valore, impattando la sfera emozionale ed esperienziale. Per chi invece non ha tempo a disposizione, ma vuole accedere comunque a questo modello, il servizio base offerto dalla cooperativa copre qualsiasi tipo di mansione nell’orto.

La coltivazione segue i principi dell’agricoltura naturale, la concimazione è con stallatico di cavallo e il diserbo è esclusivamente manuale

L’obiettivo della società è quello di replicare questi punti produttivi circostanti alle grandi città, per assicurare una maggiore vicinanza al cliente, offrendo la possibilità di avere una porzione di terra dove coltivare il proprio cibo, pur vivendo in un ambiente urbano che molto spesso assorbe tempo ed energie necessarie per seguire il processo di crescita delle piante. Il modello infatti, è volto a garantire un servizio fluido, qualitativo e puntuale. La cooperativa punta a dare a tutti la possibilità di avere uno spazio dove passare del tempo libero e contemporaneamente formarsi sulle tecniche di produzione, in un ambiente verde, fuori dalle caotiche dinamiche urbane con l’obiettivo di riavvicinare le persone alla natura e ai suoi cicli, perpetrando una Slow Colture del cibo.

Lorenzo Artibani. Per approfondire il progetto Orto 2.0 si può vedere la pagina Facebook e Instagram

fonte: www.ilfattoalimentare.it


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