domenica 5 luglio 2020

Pneumatici Fuori Uso: intervista a Roberto Bianco, presidente di Greentire

Presente e futuro della gestione degli Pneumatici Fuori Uso, i cosiddetti PFU, alla luce del nuovo decreto commentato da Roberto Bianco di Greentire.




Il nuovo decreto (DM 182/2019) che regola gli Pneumatici Fuori Uso (PFU) ha raccolto, complessivamente, pareri positivi dai consorzi che si occupano della gestione di questa tipologia di rifiuti. Tuttavia esistono ancora delle problematiche, non risolte, in questo settore. Proprio per approfondire le novità del DM 182/2019, e avere una panoramica completa del trattamento e gestione degli pneumatici fuori uso, abbiamo rivolto alcune domande a Roberto Bianco, presidente di Greentire, Società Consortile che si occupa di ritiro e gestione di PFU.

Dottor Bianco, ci può spiegare in modo sintetico come avviene in Italia la gestione e smaltimento dei PFU e qual è il ruolo di Greentire?


Nel 2011 una normativa ha affrontato la problematica con un decreto basato sulla responsabilità estesa dei produttori e importatori. Nel corso degli anni successivi, il decreto ha manifestato alcune criticità, cui si è tentato di ovviare con l’emissione di un nuovo atto nell’aprile del corrente anno. In termini pratici, l’utente che si reca da un gommista a cambiare gli pneumatici, acquistando quelli nuovi paga un contributo ambientale che permette il recupero di quelli che si lasceranno al gommista, in quanto a fine vita. Quel contributo ambientale perviene a chi ha incarico di gestire le operazioni di recupero: tipicamente società consortili come Greentire, ma la legge permette ad un produttore od un importatore, se desiderato, di provvedere autonomamente. Le specializzazioni sottese a tali attività, però, fanno sì che non siano molti i soggetti che decidono di gestire autonomamente gli PFU.

Greentire, tra le società di gestione, ha una mission che la caratterizza, ossia tentare di ottenere il maggior recupero di materia possibile dagli PFU, in luogo del recupero di energia.

Quali sono i numeri della raccolta e del riciclo dei PFU in Italia?

Non ci sono dati “ufficiali”, ma ragionevolmente si stimano circa 350.000 / 380.000 tonnellate di pneumatici che arrivano annualmente a fine vita. I numeri del riciclo variano significativamente tra gli operatori, anche perché fino ad oggi non esistono criteri vincolanti ed univoci per determinare ciò che è effettivamente recupero di materia e ciò che, invece, magari lo può essere formalmente, ma non nella ratio.

Fonte: Greentire Roberto Bianco Presidente Greentire


Ci sono a suo avviso dei margini di miglioramento per quanto riguarda il settore dei PFU?

Certamente. Il nuovo decreto ha migliorato, come dicevamo, alcune criticità, ma resta molto altro da fare. A titolo esemplificativo, oggi è permesso recuperare il 100% degli PFU come energia pur mantenendo un contributo ambientale simile od uguale a chi effettua il 50% , o più, di recupero di materia. Ciò non mi sembra giusto, essendo il recupero di materia molto più oneroso. Un ulteriore miglioramento sarà consentito dal decreto End of waste che conferirà la giusta “dignità” ai prodotti derivati. E, si spera, contribuirà anche a modificare l’approccio mentale a detti prodotti che, ancora oggi, vengono considerati nella accezione negativa di derivati da rifiuti. Un importante contributo, poi, potrebbe derivare anche da cam (criteri ambientali minimi) sempre più diffusi e relativi a sempre più prodotti.

Il nuovo decreto sui PFU va a toccare due aspetti molto importanti per i consumatori: la riduzione del contributo ambientale e maggiori controlli sugli acquisti degli pneumatici online. Che cosa ne pensa?


Ne penso tutto il bene possibile, quantomeno in linea di principio. Sarà importante, ora, una verifica nei fatti. Credo sia opportuno precisare che le vendite “on line” non sono certamente “il male” ma uno strumento; è l’utilizzo che, a volte, viene fatto dello strumento a creare problemi.

Per quanto riguarda invece le novità introdotte per chi si occupa di gestione e smaltimento di PFU, come Greentire, come valuta il nuovo decreto?

Credo che dalle mie risposte precedenti si possa desumere il punto di vista di Greentire. Apprezziamo alcune modifiche del nuovo decreto e ne attendiamo la verifica pratica. Siamo delusi che non si sia potuto “fare di più” su temi quali la premialità su risultati di recupero di materia. Sospendiamo il giudizio su altri temi che, dai dati in nostro possesso, non ci sembrano condivisibili, pronti a promuoverli ove i fatti dimostrassero che quanto sancito dal decreto dovesse essere aderente alla realtà ed alle necessità, percentuali di raccolta per macroaree in primis.

Un’ultima domanda, infine, sulla situazione economica: la crisi derivante dal coronavirus ha avuto e avrà in futuro ripercussioni sul settore dei PFU?

Una ripercussione l’ha già certamente avuta in quanto un recente emendamento ha, in sostanza, accorpato la raccolta degli anni 2020 e 2021, con tutte le conseguenze pratiche del caso. Per quel che riguarda Greentire, il periodo marzo / aprile non ha determinato significative flessioni della raccolta o, quantomeno, non certo delle dimensioni che molti settori hanno avuto. In ogni caso, conoscendo le necessità della nostra filiera, ci siamo impegnati per far sì di ridurre al minimo tale variazione.


fonte: www.greenstyle.it



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L'Ilva è come il Paltò di Napoleone in "Miseria e Nobiltà". Intervista ad Alessandro Marescotti






















Alessandro Marescotti, Presidente di Peacelink, parlando della vicenda Ilva ha tra l’altro dichiarato: "INVITALIA non può salvare l'ILVA.

La sua mission è infatti differente rispetto a quella che fu la mission di GEPI.

E lo ha chiarito l'AD di INVITALIA, spiegando che INVITALIA non può tornare a diventare un carrozzone per mascherare i fallimenti.

Tra il 1971 e il 1992 a GEPI lo Stato erogò circa 4.000 miliardi di lire per gestire 108.000 lavoratori.

Una prospettiva non più proponibile oggi, come ha chiarito bene l'AD di INVITALIA, Arcuri.

Cliccate qui sotto per saperne di più sul passato di GEPI che qualcuno si illude possa ritornare mascherato da INVITALIA".


fonte: https://www.radioradicale.it


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Plastiche monouso, la Germania avvia l'iter per recepire la direttiva SUP

A darne notizia è stata la ministra dell'Ambiente, Svenja Schulze, affermando che questo è il primo e più significativo passo della Germania contro la cultura dell’usa e getta



La Germania avvia l’iter legislativo per il recepimento della Direttiva europea UE 2019/904 sulla “riduzione dell’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente”, meglio conosciuta come direttiva SUP.

A darne notizia è stata la ministra dell'Ambiente, Svenja Schulze, affermando che questo è il primo e più significativo passo della Germania contro la cultura dell’usa e getta. Di fatto l’avvio dell’iter è il primo atto ufficiale del Bundeskabinett da quando la Germania ha assunto la guida del semestre di presidenza europeo. L'entrata in vigore della direttiva europea è prevista per il 3 luglio 2021.

L’annuncio della ministra ha permesso ad ambientalisti e società di smaltimento dei rifiuti urbani di chiedere miglioramenti nell'attuazione. Per Patrick Hasenkamp (Vice Presidente dell'Associazione delle imprese comunali – VKU) i prodotti vietati dalla Sup rappresentano circa un decimo del volume dei rifiuti urbani intercettati nei contenitori pubblici e alcune volte raggiungono la percentuale del 20%. “Quando si tratta di attuare la direttiva UE, il diavolo è nei dettagli – dice Hasenkamp - la plastica usa e getta non dovrebbe semplicemente essere sostituita da prodotti usa e getta realizzati con altri materiali e i prodotti usa e getta non dovrebbero semplicemente essere dichiarati "riutilizzabili".

Anche il mondo dell’ambientalismo tedesco non è del tutto soddisfatto. “Schulze vuole solo soddisfare i requisiti minimi dell'UE - ha affermato l'esperto di rifiuti Thomas Fischer dell'agenzia di stampa Dpa – Sarebbe necessaria una estensione del divieto a le tazze usa e getta per bevande e al packaging in plastica per alimenti”.

fonte: www.ecodallecitta.it



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sabato 4 luglio 2020

Lo sapevi che le tartarughe sono danneggiate dalla plastica abbandonata in mare


















fonte: www.ricicla.tv

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Pavegen, energia elettrica dal cammino delle persone

Esiste una tecnologia in grado di ottenere energia elettrica dai passi degli esseri umani. L’augurio è che possa provenire anche dal movimento delle auto.















Ricavare energia elettrica dal cammino delle persone. E fra qualche tempo, se possibile, dalla circolazione delle auto (più precisamente, la generazione di energia potrebbe avvenire quando i veicoli si fermano agli stop e ai semafori), come auspica il Gruppo Volkswagen, da sempre sensibile alle tematiche ambientali. A un primo sguardo potrebbe sembrare la classica invenzione tanto interessante quanto irrealizzabile: invece il pavimento che ricava energia dai passi delle persone è già realtà e ha dimostrato di funzionare. Si chiama Pavegen ed è frutto del genio di Laurence Kemball-Cook, un designer industriale sensibile alla tematica delle fonti rinnovabili per la produzione di energia che ha avuto un’intuizione davvero interessante. “L’eolico e il solare possono non funzionare nelle grandi città, dove c’è molta ombra e gli edifici bloccano il vento” spiega Kemball-Cook, che ha una laurea in design industriale, in un’intervista ripresa da MoDo, il portale di Volkswagen Group Italia che racconta la mobilità di domani. “Una stazione della metro all’ora di punta è come un alveare, pieno di attività ed energia. E se si potesse sfruttare quest’energia e trasformarla?”





Dettaglio sul pavimento Pavegen © Pavegen
Dalla teoria alla pratica

Detto, fatto. Kemball-Cook e il suo team di tecnici si sono messi al lavoro per creare il pavimento capace di trasformare l’energia cinetica dei passi in elettricità. Ma il primo prototipo, pur incoraggiante, non fornisce risultati soddisfacenti. La svolta arriva nel 2016, quando la Pavegen mette a punto la seconda generazione del pavimento. Le “mattonelle” di cui è composto, a tre lati, presentano un volano per ogni angolo. Queste, e altre ottimizzazioni, consentono di generare fino a 200 volte più elettricità rispetto al prototipo iniziale. Le applicazioni più logiche per una pavimentazione di questo genere (garantita venti anni) sono quelle nei luoghi affollati: centri commerciali, aeroporti, zone pedonali.

Il pavimento Pavegen ricava energia dai passi © Pavegen
Dai piedi alle ruote

L’obiettivo è che il medesimo meccanismo di recupero dell’energia si possa applicare – con gli opportuni adeguamenti – al manto stradale, per trasformare l’energia cinetica delle auto di passaggio (su pedane posizionate agli stop e ai semafori) in elettricità. Dato il peso delle auto – 1.500 kg circa, in media, contro 75, sempre a livello indicativo, di una persona – si potrebbe generare una quantità d’energia decisamente superiore. Va detto che Pavegen non ha ancora rilasciato informazioni ufficiali sullo stato di avanzamento lavori in merito a questo progetto.


Il pavimento Pavegen trasforma energia cinetica in elettricità © Pavegen
Dove si trova nel mondo

Pavegen ha “steso” la sua pavimentazione in diversi luoghi del mondo. Fra questi: l’International Airport di Abu Dhabi, alcune sedi di Bnp Paribas e di Ellandi, Google e Siemens. Non solo: le mattonelle che trasformano energia cinetica in elettricità si trovano anche in Bird Street (che è anche la prima strada al mondo ad averle ricevute), a Londra, già dal 2017 e hanno permesso di alimentare l’illuminazione. Ancora, Pavegen è presente a Washington D.C., nei pressi della Casa Bianca. Senza contare le numerose applicazioni di tipo promozionale, in occasione per esempio di grandi eventi sportivi (del rugby e della Formula E).

Sostenibilità economica

Affinché un’invenzione possa rappresentare un passo avanti per l’umanità – e/o per l’ambiente – deve sussistere una condizione irrinunciabile: la sostenibilità economica della stessa. Diversamente, tale soluzione rischia di rimanere incompiuta, confinata nel cassetto delle buone idee, ma irrealizzabili. Bene: nel 2018, Kemball-Cook ha firmato un memorandum d’intesa con Siemens per espandere il volume d’affari dell’azienda. Vendendo – questo è l’obiettivo – il pavimento smart allo stesso prezzo di uno tradizionale.


Pavimento Pavegen a Berlino © Pavegen
Raccolta dati e gaming

La pavimentazione Pavegen dispone anche di una serie di trasmettitori Bluetooth a bassa potenza, i beacon. In questo modo si ha una rappresentazione precisa dei flussi di persone, dei picchi di traffico pedonale e delle abitudini delle persone. Elementi chiave per lo sviluppo delle smart cities . Non è tutto: la tecnologia Pavegen consente anche, tramite app, di decidere dove inviare l’energia generata; a un negozio o a un ente di beneficenza, solo per fare due esempi. Tutto ciò perché Laurence Kemball-Cook e la sua Pavegen non dimenticano uno dei principi fondanti della propria attività: la “gamification of life”. In poche parole, trovare modi divertenti per motivare le persone al cambiamento mediante feedback immediati. ”Nei prossimi mesi l’obiettivo è attivare un sistema che ‘premi’ le persone per i loro passi”, dice infine Kemball-Cook. Qualcosa che potrebbe stimolare anche i più pigri a fare attività fisica. Con il doppio vantaggio: quello individuale, salutistico, e quello collettivo, di creazione di energia pulita”.

fonte: www.lifegate.it


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Qual è il peso e l’impatto dei cittadini nella transizione energetica

A monitorare le "Iniziative di Azione Collettiva" (CAIs) per la transizione energetica è un progetto europeo che vede partecipe anche l'Italia. Entro fine luglio si possono presentare le proprie iniziative.



















Hai lanciato una Iniziativa di Azione Collettiva per la transizione energetica? Vuoi partecipare ad un progetto che sta indagando sulle queste realtà?

Un progetto europeo, COMETS, sta mappando queste iniziative in sei paesi europei, compresa l’Italia. E fino alla fine di luglio potrai partecipare presentando la tua iniziativa (vedi più avanti).

Partiamo dalla spiegazione di cosa sono le Iniziative di Azione Collettiva (CAIs) per la transizione energetica: sono piani o progetti che, combinando diversi modelli organizzativi e di business, varie tecnologie e risorse in differenti contesti territoriali e socio-culturali, possono rafforzare il ruolo dei cittadini come parte attiva del sistema energetico producendo un impatto sociale, economico e ambientale

COMETS (Collective Action Models for the Energy Transition and Social Innovation) è, appunto, il progetto europeo che sta monitorando tali iniziative; è finanziato nell’ambito del programma Horizon 2020 con l’obiettivo di comprendere l’impatto delle Iniziative di Azioni Collettive (CAI) nella transizione energetica a livello locale, nazionale ed europeo.

Un webinar di presentazione è stata l’occasione per illustrare più compiutamente le premesse e gli obiettivi del progetto. COMETS è coordinato dall’Università di Torino e coinvolge 12 partner da 8 paesi europei. Il centro GREEN (Centro di Ricerca sulla geografia, le risorse naturali, l’ambiente, l’energia e le reti) dell’Università Bocconi è il partner italiano.

Problemi, opportunità e prospettive delle CAIs

Nel corso del webinar Alessandro Sciullo e Osmar Arobbio (Unito) hanno condiviso le premesse e gli obiettivi del progetto che si prefigge di sviluppare una solida conoscenza e comprensione dei processi di innovazione sociale promossi dalle CAIs.

Affinché tali iniziative possano prodursi è necessario che i cittadini siano motivati a partecipare, abbiano una quantità e qualità di informazioni che consenta loro di sviluppare una sensibilità rispetto al tema energetico e ambientale. Naturalmente servono competenze esperte e un adeguato supporto finanziario.

Questo, in estrema sintesi, è il presupposto di partenza del progetto, che ha l’ambizione di quantificare il contributo complessivo delle CAIs alla transizione energetica attraverso una indagine che coinvolga tutte le iniziative in corso nei sei paesi europei coinvolti (IT, ES, BE, NL, PL, EE).

Una successiva indagine qualitativa darà risposte circa le condizioni che rendono possibili tali iniziative e gli eventuali ostacoli nonché gli impatti ambientali, economici e sociali che possono produrre.

“La letteratura in materia ha già prodotto risultati in questo senso”, ha detto Arobbio, rilevando che “il contributo delle CAIs è ben poco sfruttato a causa della frammentazione delle iniziative: le CAI energetiche tendono infatti a svilupparsi separatamente le une dalle altre, senza sinergia con altre iniziative in settori differenti da quello energetico. Inoltre, ogni iniziativa è fortemente dipendente dal contesto e l’assenza di una strategia applicabile ovunque ne limita la replicabilità. Infine, si ritiene che ci sia molta ricerca sulle CAIs ma poca ricerca con esse”.

Il progetto, al suo secondo anno dei tre complessivi, sta entrando nella fase di indagine con lo scopo di capire quali sono i fattori determinanti per lo sviluppo delle Iniziative di Azione Collettiva nel settore energetico.

In particolare, quali le innovazioni sociali nel settore energetico sia in termini di prodotto che di processo. Chi promuove e partecipa in queste iniziative e perché; in che senso e misura le CAIs possono essere considerate innovazioni sociali. E, infine, quando possiamo dire che una CAI energetica ha successo, cioè sia sostenibile rispetto all’ambiente, all’economia e alla società.

Da questa ricognizione COMETS potrà proporre nel breve termine nuovi strumenti per aiutare le CAIs e i decisori locali coinvolgendoli nel progetto.

Nel medio-lungo termine sarà disponibile una Piattaforma di Supporto per nuove iniziative contenente un set di informazioni esaustivo, scenari, roadmaps e modelli oltre a un network di iniziative collettive.

Potranno beneficiarne le CAI esistenti e future, con nuove soluzioni per un ulteriore sviluppo, i cittadini, che acquisiranno consapevolezza sui vantaggi della partecipazione al mercato dell’energia, e i decisori politici locali ed europei, che avranno strumenti basati sull’evidenza a supporto della transizione energetica per lo sviluppo di un sistema energetico più decentralizzato, economico, sicuro, inclusivo e sostenibile.

I primi risultati dell’indagine

Dalle prime risposte ottenute (circa un centinaio che riguardano tutti i paesi coinvolti) emerge che alla base dello sviluppo delle iniziative c’è l’obiettivo di rendere più sostenibili i comportamenti dei cittadini e perseguire un modello di democrazia energetica in alternativa al sistema tradizionali delle fossili.

Veronica Lupi (Green Bocconi), che ha presentato i risultati, rileva che un forte interesse risiede anche nella possibilità di ottenere vantaggi economici per i cittadini e aumentare la generazione di energia a livello locale.

Prevale la collocazione delle iniziative nelle aree urbane, limitatamente ad un unico Comune, ma con poco margine rispetto ad iniziative in ambito rurale e che coinvolgono più comuni, come anche nella stessa regione.

Le CAIs sono state finanziate per la maggior parte dai cittadini oppure con contributi pubblici e sussidi, mentre una componente minore è stata finanziata da banche e crowdfunding.

Le motivazioni principali che incentivano la partecipazione dei cittadini membri sembrano essere il senso di appartenenza alla comunità e la possibilità di investire denaro in energia rinnovabile, insieme alla possibilità di avere un buon ritorno dell’investimento.

La maggior parte delle iniziative sono connesse con la generazione di energia, sia con impianti fotovoltaici che eolici. Quasi la metà delle CAIs offre anche servizi di consulenza sui servizi energetici.

In generale le CAIs sono attive a livello sociale con attività di lobbying, consigli di policy e attività sui media e canali social, supporto ad altri progetti locali e attenzione alla povertà energetica.

Non mancano gli ostacoli alla partecipazione dei cittadini. Tra questi emerge la mancanza di interesse alla transizione energetica e la non comprensione dei benefici che l’iniziativa potrebbe produrre.

Infine, trovare un supporto politico, capire le procedure amministrative, il difficile accesso alla finanza e al rispetto di norme e regolamenti vengono indicati tra i fattori che rendono difficile lo sviluppo e il mantenimento nel tempo delle iniziative. Pare poco o per nulla problematico competere con altre iniziative di azione collettiva, ma in misura maggiore con soggetti energetici strutturati.

Come partecipare all’indagine

Ai soggetti che vorranno partecipare all’indagine compilando il questionario entro la fine di luglio sarà chiesto di specificare il nome dell’iniziativa e come ha avuto origine, quale l’obiettivo che si vuole raggiungere e quale la governance e il livello di partecipazione dei cittadini, l’ambiente in cui opera l’iniziativa, sia a livello geografico che sociale e in riferimento ai partners dell’iniziativa. Il tempo di compilazione del questionario è di circa 25/30 minuti

Prossimi passi

Alla chiusura della survey, grazie all’analisi dei dati raccolti si potrà fare una valutazione delle performance delle CAIs nell’incentivare l’innovazione economica, ambientale e sociale, caratterizzare le varie tipologie di CAI ed effettuare comparazioni tra i paesi partecipanti.

Saranno infine selezionati 5 casi studio per paese che, nell’ottica della ricerca-azione, a partire dal mese di ottobre saranno visitati dal gruppo di ricerca. Da aprile 2021, infine, si costruiranno scenari e roadmaps e modelli.

Iniziative di Comunità energetiche in Italia

Chiara Candelise (Green Bocconi) ha introdotto alcuni casi di comunità energetiche distinguendo quelle della New Wave, cioè nate negli anni 2000, che si caratterizzano come aggregazioni di cittadini per lo sviluppo e investimenti in progetti di rinnovabili, basati sostanzialmente su modelli di business, da quelle storiche sviluppatesi intorno all’idroelettrico nelle zone alpine, e poi da quelle che Candelise definisce comunità tecniche, che si stanno diffondendo in Italia in vista del recepimento della direttiva europea sulle comunità energetiche.

Il caso della Comunità energetica del Pinerolese (tecnica), che è stato illustrato dal professor Angelo Tartaglia, e quelli di Energia Positiva e ènostra, che avevamo intervistato insieme a WeForGreen (modelli di business) rientrano nell’ampio spazio che QualEnergia.it ha dedicato alle esperienze e agli studi sulle Comunità energetiche.

Tra le comunità tecniche ricordiamo quelle sarde di Berchidda e Benetutti oltre all’esperienza di Serrenti, che ha tutte le caratteristiche per evolvere in comunità energetica.

Va evidenziato l’interesse del progetto COMETS riguardo gli ostacoli che possono impedire il pieno dispiegarsi delle iniziative volte a favorire la transizione energetica. Il tema era stato trattato in un interessante studio di Magnani, Osti e Carrosio a proposito della fiducia nella riqualificazione dei condomini e, quanto all’incertezza normativa, nel corso della presentazione del Rapporto Comunità Rinnovabili di Legambiente.

Infine, il tema della transizione energetica e della accettabilità sociale delle energie rinnovabili, cui le comunità energetiche dovrebbero porre rimedio, è stato affrontato in due interviste a Luca Tricarico e Natalia Magnani.
Il progetto COMETS
La piattaforma di supporto

fonte: www.qualenergia.it



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I #Seminari del #CRURZ - Economia Circolare tra strategie globali e pratiche locali - Giovedi 9 luglio 2020 - ore 21.30

a cura di Enzo Favoino


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venerdì 3 luglio 2020

Processo Miteni: “Mi batto contro il Pfas nel sangue di mia figlia” | VIDEO

Michela Piccoli fa parte del comitato delle Mamme No Pfas, tra i 200 che si sono costituiti parte civile nel processo a carico degli ex vertici della Miteni, l’azienda che per oltre 50 anni ha prodotto Pfas e che è costruita sopra la falda acquifera che rifornisce le province di Vicenza, Verona e Padova



“Io spero di ottenere giustizia, al di là di un risarcimento danni”. Michela è determinata a portare avanti la battaglia delle “Mamme No Pfas”. Stiamo parlando della vicenda della contaminazione da Pfas dell’acqua tra le province di Vicenza, Verona e Padova, un tema di cui ci aveva parlato Nadia Toffa già nel 2016. Gli Pfas sono composti chimici presenti in tantissimi oggetti che usiamo tutti giorni, come pentole antiaderenti, giubbotti impermeabili, cartoni della pizza. La ditta che per oltre 50 anni ha prodotto queste sostanze è la Miteni, fallita a fine 2018, e che è costruita proprio sopra la falda acquifera che rifornisce gli acquedotti che danno da bere alle tre province. Alcuni studi avrebbero stabilito delle correlazioni tra queste sostanze e alcune patologie come diabete, aumento del colesterolo e malattie della tiroide. E secondo uno studio del gruppo di ricerca del professor Carlo Foresta dell’Università di Padova, i Pfas sarebbero responsabili dell’alterazione della fertilità nella donna.

“Le mie amiche hanno avuto casi di poliabortività”, racconta Michela, che vive nella zona interessata, intervistata da Giulia Innocenzi a Iene.it: aspettando Le Iene. “Anche io ho avuto un aborto spontaneo e ci sono molti casi di figli di donne che conosco che sono nati piccoli o pretermine”. Michela racconta anche di alcune patologie nella sua famiglia: “Mio suocero è morto a 62 anni per una morte improvvisa, colesterolo alle stelle e problemi di cardiopatia, mio marito prende le statine da 20 anni, mia cognata ha problemi di colesterolo molto alto”.

"Chi è Maria?", chiede Giulia Innocenzi vedendo la maglietta di Michela con su scritto questo nome e un valore: “Maria è mia figlia, questo è il valore di Pfoa, una tipologia di Pfas, che aveva nel sangue quando aveva 14 anni. È un livello altissimo, 10 volte sopra il limite. E non dovrebbero proprio esserci i Pfas nel sangue”. Michela, da quando la contaminazione delle acque è stata nota, non beve più acqua del rubinetto: “Anche se adesso ci sono 10 batterie di filtri nell’acqua io non la bevo più, poi ognuno è libero di fare quello che vuole. Ma quando sei stato scottato una volta con l’acqua calda non ti fidi più nemmeno di quella fredda!”.

Proprio su questa vicenda è in corso un processo, in fase di udienza preliminare, che vede imputati 13 dirigenti tra cui gli ex vertici della Miteni, accusati di avvelenamento delle acque e disastro innominato. Sono state ammesse oltre 200 parti civili tra cui ex lavoratori Miteni, la Regione Veneto, il Ministero della salute e le Mamme No Pfas, di cui fa parte Michela.

L’8 giugno è ripreso, con l'udienza preliminare sulle citazioni dei responsabili civili, il processo. Il giudice ha dato atto della correttezza delle notifiche effettuate dalla Regione Veneto al fallimento di Miteni. Le notifiche riguardano le due società controllanti di Miteni: la società giapponese Mitsubishi Corporation, che ha depositato l'atto di costituzione, e la società lussemburghese International Chemical Investors. Il processo è stato rinviato all'udienza del 12 ottobre, l'inizio della discussione dell'udienza preliminare.






fonte: https://www.iene.mediaset.it/




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ONU: batterie per auto elettriche, il problema delle materie prime

La Conferenza delle Nazioni Unite su Commercio e Sviluppo ha esaminato le diverse fasi della trasformazione da minerali / salamoie in prodotti a valore aggiunto e le implicazioni per i paesi produttori




La domanda di materie prime utilizzate per la produzione di batterie per auto elettriche è destinata a crescere rapidamente man mano che il petrolio perderà potere. Un aumento che potrà aprire nuove opportunità commerciali ma che, nel contempo, si trascina ancora diverse preoccupazioni in merito all’impatto ambientale e sociale. Il futuro, come spiega l’UNCTAD, la Conferenza delle Nazioni Unite su Commercio e Sviluppo, sarà deciso dalla capacità o meno dei paesi chiave di evitarne gli effetti negativi. “Le batterie ricaricabili svolgeranno un ruolo significativo nella transizione globale verso un sistema energetico a basse emissioni di carbonio […] se le materie prime utilizzate nella loro produzione verranno acquistate e prodotte in modo sostenibile”, afferma l’UNCTAD.

Si tratta, tuttavia, di un percorso ad ostacoli.

Il primo problema è prettamente geografico: le materie prime critiche per le batterie auto (e non solo) sono concentrate in poche regioni. Quasi il 50% delle fonti mondiali di cobalto, ad esempio, si trova nella Repubblica Democratica del Congo, il 58% del litio impiegato dal mercato mondiale proviene dal Cile. O ancora, l’80% delle riserve di grafite naturale si trovano in Cina, Brasile e Turchia, mentre il 75% delle riserve di manganese appartengono ad Australia, Brasile, Sudafrica e Ucraina. Come evidenziato nel nuovo report della Conferenza, questa produzione altamente concentrata e spesso suscettibile di interruzioni, solleva preoccupazioni sulla sicurezza dell’approvvigionamento.

Secondo il documento, investire in tecnologie che dipendono meno da questi elemento critici potrebbe aiutare a ridurre la vulnerabilità dei consumatori, ma ridurrebbe i ricavi delle nazioni produttrici. Senza contare che la maggior parte del valore aggiunto viene oggi generato al di fuori di questi Paesi. Un caso eclatante è cobalto congolese: l’incremento del valore è legato alle operazioni di lavorazione e raffinazione effettuate negli impianti di Belgio, Cina, Finlandia, Norvegia e Zambia.

“L’aumento della domanda di materie prime strategiche utilizzate per fabbricare batterie per auto elettriche aprirà maggiori opportunità commerciali per i paesi che forniscono questi materiali” ha affermato Pamela Coke-Hamilton, direttrice internazionale dell’UNCTAD. “È importante che questi paesi sviluppino la loro capacità di crescere nella catena del valore”.

Ciò significa anche affrontare velocemente gli impatti ambientali e sociali di questa filiera. Basti pensare che circa il 20% del cobalto fornito dal Congo proviene da miniere artigianali in cui sono state segnalate violazioni dei diritti umani e lavoro minorile. E in Cile, l’estrazione del litio utilizza quasi il 65% dell’acqua nella regione del Salar de Atamaca, una delle aree desertiche più aride del mondo. Ciò ha causato l’esaurimento e l’inquinamento delle acque sotterranee, costringendo gli agricoltori e i pastori locali ad abbandonare le proprie terre.

Una delle soluzioni onnicomprensive individuate dagli autori del report consiste nell’aumentare il tasso di di riciclo dei materiali; a partire ovviamente da una migliore progettazione delle batterie e sviluppando standard di riciclaggio ad alta efficienza collegati a uno schema di certificazioni

fonte: www.rinnovabili.it



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