venerdì 18 giugno 2021

L'Olanda allarga il deposito su cauzione

Da luglio il sistema sarà esteso anche alle bottiglie PET con capacità inferiore al litro. Poi toccherà alle lattine.















Dal prossimo 1° luglio il deposito su cauzione viene esteso in Olanda anche alle bottiglie PET di piccolo formato, inferiore al litro di capacità. Rispetto a quello per le bottiglie più grandi, già in vigore nel paese, sarà di importo più basso, ovvero 15 centesimi di euro contro 25 centesimi.

La raccolta delle bottiglie, con restituzione del corrispettivo, avverrà nei supermercati, punti vendita presso le stazioni ferroviarie e le stazioni di servizio sulle autostrade. Saranno invece esentati alberghi, bar, ristoranti e piccole attività commerciali. Scuole e società sportive potranno aderire su base volontaria.
Nel complesso i punti di raccolta saranno circa 12mila in tutto il paese.

La gestione del sistema di deposito su cauzione è affidata ai produttori di bottiglie. La decisione di estenderlo anche al formato inferiore al litro è frutto del fallimento di un accordo volontario siglato tre anni fa dal governo con le associazioni imprenditoriali e quella dei comuni olandesi che si proponeva di ridurre tra il 70% e il 90% il volume di contenitori dispersi nell'ambiente. Secondo il ministero dell'ambiente olandese, delle 900 milioni di bottigliette PET immesse al consumo, circa 100 milioni finiscono nell'ambiente, mentre il sistema di deposito consentirà di recuperare il 90% delle bottiglie di plastica, piccole e grandi.

Il passo successivo sarà introdurre il deposito su cauzione anche per le lattine, che entrerà in vigore se entro l'autunno il numero di contenitori di alluminio dispersi in ambiente non verrà ridotto del 70-90%.

fonte: www.polimerica.it


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Mediterraneo e cambiamento climatico

 

Le Nazioni Unite, il 5 giugno, giornata mondiale dell'ambiente, hanno dato avvio ad un nuovo decennio per la salvaguardia della biodiversità, che, insieme ai cambiamenti climatici, rappresenta una delle più importanti sfide ambientali che dovremo affrontare nel prossimo futuro.

In occasione, invece, della giornata mondiale degli oceani, l'attenzione è stata puntata sul Mediterraneo e il cambiamento climatico. Da una parte, il WWF ha pubblicato un nuovo report dal titolo “ Gli effetti del cambiamento climatico nel Mediterraneo. Sei storie da un mare sempre più caldo”, dove mette in luce come il cambiamento climatico abbia già influenzato e alterato il "nostro mare", per alcuni versi in modo irreversibile; dall'altra, Enea ha presentato un innovativo modello per proiezioni climatiche ad alta risoluzione dell’area mediterranea, dal nome ENEA-RegESM, che è in grado di simulare le dinamiche atmosfera-oceano in relazione con i processi fisici e biologici che avvengono sulla superficie terrestre, come flussi di calore, assorbimento di CO2 da parte degli ecosistemi terrestri e ciclo idrologico.

Secondo Enea, il Mar Mediterraneo è un "sorvegliato speciale". Da un punto di vista atmosferico, la regione mediterranea è una zona di transizione compresa tra la fascia temperata e quella tropicale caratterizzata da basse precipitazioni totali annue; durante l’inverno, la pioggia è portata dai venti occidentali, mentre le estati secche e calde dipendono dall’influenza innescata dal monsone indiano.

Conformazione del territorio, natura frastagliata delle aree costiere con un numero considerevole di isole e stretti e variabilità dell’orografia delle aree continentali interne rendono il bacino del Mediterraneo una regione particolarmente complessa.

Le temperature delle acque del Mediterraneo stanno aumentando il 20% più velocemente rispetto alla media globale, questo comporta gravi conseguenze, destinate ad aumentare nei prossimi decenni; se non verrà fatto nulla, assisteremo all’aumento del livello del mare che potrebbe superare il metro entro il 2100, con impatti su un terzo della popolazione che vive in questa regione.

Il WWF, nel suo nuovo report, evidenzia come siano necessarie azioni urgenti e significative, sia per ridurre ulteriori emissioni di gas serra, sia per adattarsi alle nuove condizioni con un mare sempre più caldo, pur consapevoli che non esiste un modo veloce per sconfiggere il cambiamento climatico. Infatti anche con un’azione globale immediata di riduzione delle emissioni di gas serra, le temperature probabilmente continuerebbero ad aumentare per decenni, quindi quello che dobbiamo fare è aumentare la resilienza e proteggere e ripristinare le risorse naturali del Mar Mediterraneo.

Nel report si sottolinea come sia in atto un'allarmante perdita di biodiversità marina, la fauna marina, sottoposta a enormi pressioni, sta diminuendo a causa di inquinamento, sviluppo costiero, eutrofizzazione, traffico marittimo, produzione di energia e altre attività antropiche. A questo si aggiunge una presenza sempre maggiore di specie non autoctone, nel Mediterraneo, si registrano 1.000 specie animali aliene tipiche dei mari tropicali, la cui sopravvivenza e diffusione, soprattutto verso nord e ovest del bacino, è favorita dall’aumento della temperatura media dell’acqua dovuta ai cambiamenti climatici.

Al tempo stesso, il cambiamento del clima comporta lo spostamento di alcune specie native, che stanno muovendo i propri areali verso nord per seguire le acque più fredde, mentre altre specie endemiche sono state spinte sull’orlo dell’estinzione.

Tutto questo determina
un'alterazione degli equilibri tra specie, come è evidente con la proliferazione di meduse, che affligge pescatori e turisti
l’emergere di nuovi patogeni
l’aumento di fenomeni atmosferici estremi, che sta devastando habitat marini fragili come quelli della Posidonia e i fondali corallini.

Per approfondimenti leggi: “Gli effetti del cambiamento climatico nel Mediterraneo. Sei storie da un mare sempre più caldo”

fonte: www.arpat.toscana.it


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Idrogeno e litio dall’acqua di mare, ora è possibile

I ricercatori della King Abdullah University of Science and Technology hanno sviluppato un sistema economicamente fattibile per estrarre il litio ad alta purezza direttamente da mari ed oceani.













Il litio è un elemento vitale per l’odierno accumulo energetico a batterie, ma l’aumento della domanda a cui andremo incontro dovrebbe esaurire le riserve terrestri entro il 2080. La soluzione? Per qualcuno è da cercare in acqua. Gli oceani contengono circa 5.000 volte più litio della terraferma, ma a concentrazioni estremamente basse di circa 0,2 parti per milione (ppm). In altre parole il prelievo marino è sempre stato un processo lungo, complesso e costoso. Una nuova ricerca della King Abdullah University of Science and Technology (KAUST) potrebbe cambiare le carte in tavola. Qui infatti un gruppo di scienziati ha realizzato un nuovo sistema per estrarre il litio dall’acqua di mare.

Il team guidato da Zhiping Lai ha sperimentato un metodo mai utilizzato prima: una cella elettrochimica contenente una membrana ceramica in ossido di litio, lantanio e titanio (LLTO). La struttura possiede pori abbastanza larghi da consentire il passaggio degli ioni di litio. Bloccando nel contempo gli ioni più grandi di sodio, magnesio e potassio, presenti nell’acqua a concentrazioni molto più elevate. “Le membrane LLTO non sono mai state utilizzate prima per estrarre e concentrare gli ioni di litio”, afferma il ricercatore Zhen Li, che ha sviluppato la cella.

Estrarre litio dall’acqua di mare, come funziona?

In un articolo pubblicato sulla rivista Energy & Environmental Science, gli scienziati spiegano il funzionamento del loro sistema. L’unità contiene tre scomparti. L’acqua di mare scorre in una camera di alimentazione centrale; qui gli ioni di litio positivi passano, attraverso la membrana LLTO, in un compartimento laterale contenente una soluzione tampone e un catodo di rame rivestito di platino e rutenio. Nel frattempo, gli ioni negativi escono dalla camera di alimentazione e, attraverso una membrana a scambio anionico, passano in un terzo compartimento contenente una soluzione di cloruro di sodio e un anodo di platino-rutenio.

Il gruppo ha testato l’impianto usando l’acqua del Mar Rosso. Ad una tensione di 3,25V, la cella ha generato gas idrogeno al catodo e gas cloro all’anodo. E indotto il passaggio del litio attraverso la membrana LLTO, accumulandolo nella camera laterale. Ovviamente il risultato non è l’elemento puro, ma una soluzione acquosa arricchita di litio. Ma con altri quattro cicli di lavorazione si raggiunge una concentrazione di oltre 9.000 ppm.

I ricercatori stimano che la cella avrebbe bisogno di soli 5 dollari di elettricità per estrarre 1 chilo di litio dall’acqua di mare. Il valore dell’idrogeno e del cloro prodotti nel processo compenserebbe ampiamente questo costo e l’acqua residua potrebbe essere utilizzata negli impianti di desalinizzazione. “Continueremo a ottimizzare la struttura della membrana e il design delle celle per migliorare l’efficienza del processo”, affermano gli scienziati. Il team spera anche di collaborare con l’industria del vetro per produrre la membrana LLTO su larga scala e a costi accessibili.

fonte: www.rinnovabili.it



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giovedì 17 giugno 2021

Pnrr, ripartenza e bonus 110%: attenzione ai rifiuti speciali




Presentati da Ispra i dati nazionali riferiti al 2019 per produzione e gestione dei rifiuti delle attività produttive.

Con 10,5 milioni di tonnellate in più prodotte nel 2019, in linea con la crescita del PIL, la produzione di rifiuti speciali in Italia sfiora la cifra di 154 milioni di tonnellate. Il 45,5% è costituito dai rifiuti provenienti dal settore delle costruzioni e demolizioni (oltre 70 milioni di tonnellate).



Molto bene il riciclo: si recupera materia dal 69 % dei rifiuti avviati a gestione, solo il 7,3% è smaltito in discarica. Il recupero è molto efficiente soprattutto su quelli da demolizione e costruzione, per i quali l’Italia con un 78,1% si attesta sopra l’obiettivo europeo di recupero (70% entro il 2020). Meno bene per i veicoli fuori uso: siamo al di sotto di quanto richiesto dall’Europa in termini di recupero totale del veicolo (84,2% a fronte di un target UE del 95%). La sfida per la nostra industria è diminuire la quantità di rifiuti speciali attraverso l’ottimizzazione dei cicli produttivi e la ecoprogettazione, applicando tecniche in grado di rendere i prodotti maggiormente riciclabili o facilmente smontabili.

A gestire e produrre la maggior parte dei rifiuti speciali in Italia sono le regioni del Nord dove il tessuto industriale è più sviluppato: 88,6 milioni di tonnellate (57,6% del dato complessivo nazionale) sono prodotti in quest’area del Paese e oltre la metà degli impianti di gestione operativi si trova al Nord. Soprattutto in Lombardia, dove sono localizzate 2.180 infrastrutture, il 20,1% del totale nazionale.

https://www.snpambiente.it/wp-content/uploads/2021/06/PPT-ISPRA-Rifiuti-speciali.pdf


Quest’anno il Rapporto Rifiuti Speciali dell’Ispra giunge alla sua 20° edizione e si conferma lo strumento principe a livello nazionale attraverso il quale avere un quadro di informazioni oggettivo, puntuale e sempre aggiornato sulla produzione e gestione dei rifiuti speciali non pericolosi e pericolosi. Il Rapporto, predisposto dal Centro Nazionale dei rifiuti e dell’economia circolare di Ispra, in collaborazione con il Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente, esamina oltre 60 indicatori elaborati a livello nazionale, di macroarea geografica e regionale, nonché per attività economica e per tipologia di rifiuto.

I dati 2019 consentono di avere una fotografia completa della situazione pre-pandemia e di poter utilizzare queste cifre nella programmazione da mettere in campo in vista della ripartenza che attende il Paese grazie al Pnrr.



“Il Pnrr rappresenta un’ulteriore occasione per migliorare la nostra capacità di recupero dei materiali cercando di incrementare le prestazioni anche energetiche in campo edilizio – sottolinea il Direttore generale dell’Ispra Alessandro Bratti – Occorre potenziare e migliorare l’impiantistica per raggiungere gli obiettivi europei e per proporci sempre di più come leader a livello europeo nell’economia circolare”.

Online tutti i dati: https://www.catasto-rifiuti.isprambiente.it

fonte: www.snpambiente.it

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Cinque aziende producono un quarto della plastica monouso mondiale

ExxonMobil, Sinopec e Dow sono in cima alla lista dei produttori di polimeri













La plastica monouso finisce spesso nelle discariche o nelle spiagge ingombranti.

Le prime cinque aziende dietro la plastica monouso - i materiali utilizzati per realizzare borse della spesa, cannucce e imballaggi per alimenti che spesso finiscono nelle discariche o nelle spiagge ingombranti - sono responsabili di quasi un quarto del totale globale, alimentate dalla domanda degli Stati Uniti e Cina.

La società petrolifera ExxonMobil, il gruppo chimico Dow e la raffineria cinese Sinopec sono in cima alla lista delle quasi 300 aziende che nel 2019 hanno prodotto collettivamente circa 110 milioni di tonnellate di polimeri, gli elementi costitutivi della plastica monouso, secondo una ricerca del gruppo filantropico Minderoo Foundation.

La società chimica Indorama Ventures e la compagnia petrolifera Saudi Aramco sono state rispettivamente il quarto e il quinto produttore.

Le prime cinque società hanno generato collettivamente circa 26 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica, secondo il rapporto, basato su dati delle Nazioni Unite, della Banca mondiale e delle dogane nazionali, e su una ricerca della società di consulenza Wood Mackenzie. Quasi la metà di queste, ovvero 11 milioni di tonnellate, è stata utilizzata negli Stati Uniti e in Cina.

I rifiuti di plastica sono “un problema enorme”. . . Su questa traiettoria, entro il 2050 avremo più plastica nel nostro oceano in termini di peso che pesce", ha affermato Sander Defruyt, che guida l'iniziativa New Plastics Economy presso la Fondazione Ellen MacArthur.

La sua causa principale era la nostra "società usa e getta": i paesi devono passare da un sistema "basato sull'estrazione di risorse a uno basato sulla circolazione delle risorse".

Le materie plastiche sono realizzate con sostanze chimiche a base di combustibili fossili e si rompono in pezzi sempre più piccoli quando vengono smaltite, invece di decomporsi come fa il cibo. Sebbene gli articoli di plastica usa e getta possano spesso essere riciclati, molti non lo sono e milioni di tonnellate di rifiuti di plastica finiscono nell'oceano ogni anno.

Poiché le immagini delle spiagge disseminate di plastica sono diventate luoghi familiari, i governi hanno iniziato a reprimere il materiale con divieti o tasse sulla plastica.

L'anno scorso, l'Inghilterra ha vietato le cannucce di plastica monouso, gli agitatori e i cotton fioc e ha aumentato la carica sui sacchetti di plastica. La Cina ha bandito borse e posate monouso nelle principali città e sta pianificando di estendere i divieti di plastica negli anni fino al 2025.

Nel tentativo di invogliare gli acquirenti eco-consapevoli, i marchi di consumo, tra cui la catena di caffè Starbucks e il rivenditore di fast food McDonald's, hanno iniziato a sostituire gli articoli in plastica usa e getta con alternative di carta. Ad aprile, il droghiere Morrisons ha annunciato che sarebbe diventato il primo supermercato del Regno Unito a rimuovere completamente i sacchetti di plastica dai negozi.

Nel suo rapporto annuale 2020, Dow ha affermato che la plastica sta affrontando "un maggiore controllo pubblico".

“I governi locali, statali, federali e stranieri hanno sempre più proposto – e in alcuni casi approvato – divieti su alcuni prodotti a base di plastica, compresa la plastica monouso”, che potrebbe influire sulla domanda, ha affermato.

Tuttavia, i produttori si aspettano un aumento della domanda globale di materie plastiche, trainata dalla crescita della popolazione e da una classe media in espansione. La pandemia ha anche provocato un aumento dell'uso di articoli usa e getta, che sono stati visti come un modo per ridurre al minimo la trasmissione del virus.

Exxon ha affermato nel suo rapporto annuale 2020 che la domanda globale di prodotti chimici aumenterà di oltre il 40% entro il 2030. La divisione chimica di Exxon è stata l'unico segmento redditizio nel 2020, con una domanda "resiliente" durante la pandemia in aree chiave tra cui "imballaggio alimentare, igienico-sanitario”.

Helen McGeough, responsabile del team di analisti globali per il riciclaggio della plastica presso ICIS, ha affermato che i divieti del governo tendevano ad essere di portata ristretta. "La vera sfida" per i produttori era il rischio che "i produttori iniziassero ad abbandonare la plastica" per accontentare gli acquirenti, ha affermato.

Secondo il rapporto Minderoo, la plastica monouso rappresenta più di un terzo di tutta la plastica prodotta ogni anno, la maggior parte dei quali è realizzata con materiali "vergini", quelli prodotti con combustibili fossili, piuttosto che con materiale riciclato. L'analisi ha monitorato la produzione di cinque polimeri che rappresentano quasi il 90% di tutte le plastiche monouso.

Molti articoli di plastica usa e getta sono tecnicamente riciclabili, ma spesso finiscono nelle discariche o vengono bruciati o gettati direttamente nell'ambiente.

La domanda era "se i sistemi sono in atto in termini di raccolta e ritrattamento", ha detto McGeough. Una mancanza globale di tali sistemi significa che i grandi produttori potrebbero non avere abbastanza materiale riciclato per fare affidamento solo su quello, ha aggiunto.

Defruyt ha affermato che i governi dovrebbero introdurre schemi di "responsabilità estesa del produttore" che impongano alle aziende di pagare per la gestione dei rifiuti prodotti. Data la portata della sfida: "L'unico luogo da cui possono provenire questi finanziamenti è l'industria".

In una dichiarazione, Exxon ha affermato che "condivide la preoccupazione della società per i rifiuti di plastica e concorda che deve essere affrontata. Quasi 3 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso ad adeguati sistemi di raccolta o smaltimento dei rifiuti”.

Exxon ha rifiutato di commentare se avesse obiettivi per produrre una proporzione maggiore della sua plastica da materiali riciclati, ma ha affermato che stava "lavorando su soluzioni di riciclaggio avanzate".

Indorama Ventures, che secondo il rapporto di Minderoo ha ottenuto un punteggio elevato per la "circolarità" delle risorse rispetto alla maggior parte degli altri produttori, ha affermato di essersi impegnata a investire 1,5 miliardi di dollari per riciclare 50 miliardi di bottiglie di plastica in 750.000 tonnellate di materiale riciclato entro il 2025.

Dow ha rifiutato di commentare, ma ha indicato il suo obiettivo di consentire la raccolta, il riutilizzo o il riciclaggio di 1 milione di tonnellate di plastica entro il 2030.

Saudi Aramco ha dichiarato: “La plastica ha svolto un ruolo essenziale nell'elevare gli standard di vita in molte economie . . . Risolvere la sfida dei rifiuti di plastica richiede la partecipazione e l'impegno a lungo termine di tutti gli elementi della società, inclusi consumatori, produttori, sviluppatori di tecnologie, comunità finanziaria, governi e società civile”.

fonte: https://www.ft.com/



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