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Clima 2020: calano le emissioni di gas serra. Rinnovabili al palo, Italia sempre più calda

Nuovo rapporto di Italy for Climate: l'Italia non riuscirà a centrare l'obiettivo del -55% al 2030. Da noi la temperatura aumenta più della media mondiale, ma c’è un boom di vendite di auto ibride e elettriche



Le performance climatiche dell’Italia nel 2020, anno della pandemia, hanno registrato la diminuzione delle emissioni di gas serra per merito, se è un merito, della grave recessione indotta dalle misure sanitarie che hanno fatto scendere i consumi energetici. Però le emissioni di gas serra negli ultimi 30 anni sono calate appena la metà del taglio necessario a centrare il nuovo target del -55% al 2030; e c’è lo stallo delle rinnovabili, che non crescono da un decennio e nel 2020 sono addirittura diminuite, perdendo una produzione di energia pari a 400mila tonnellate equivalenti petrolio. Il Covid, poi, non arresta la crisi climatica: l’Italia è sempre più “calda”, rispetto al 1880 la temperatura media è aumentata di quasi 2,4 °C, molto più della media mondiale di circa +1°C, e nel solo 2020 sono stati censiti in Italia quasi 1.300 eventi meteorologici estremi. Ma nel 2020 ci sono anche segnali incoraggianti: la drastica riduzione dell’uso del carbone, il boom delle vendite di auto elettriche e ibride che coprono ora circa il 20% del mercato.
La fotografia dell’Italia del clima è contenuta nel Rapporto “10 trend chiave sul clima2020: che cosa è accaduto in Italia nell’anno della pandemia” realizzato da Italy for climate, l’iniziativa della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile che ha raccolto le adesioni di imprese impegnate sul tema del cambiamento climatico (Chiesi, Conou, Davines, Edison, Erg, Illy, Italian Exhibition Group), che fornisce una rappresentazione sintetica di alcune tendenze rilevanti in materia di clima e energia.

I dieci trend

Nel 2020 con la pandemia l’economia italiana ha subito la più grave recessione dal dopoguerra a oggi, con il Pil in picchiata -8,9% e la produzione industriale che nel lockdown è scesa di quasi il 45%. In trent’anni si è registrato appena metà del taglio delle emissioni di gas serra necessario al 2030, nel 2020 -27% rispetto al 1990. L’Italia, nonostante gli effetti della pandemia, è quindi lontana dall’ obiettivo europeo del -55% al 2030 e dalla neutralità climatica entro metà secolo. Nel 2020 le emissioni sono diminuite del 9,8% rispetto all’anno precedente.
Calano tutti i consumi energetici, ma la pandemia colpisce in modo particolare i combustibili per i trasporti (-16%) e il carbone (-27%), in particolare quello per la produzione di elettricità.
Le rinnovabili non crescono da quasi un decennio e nel 2020 il consumo di energia rinnovabile è nuovamente diminuito: -400mila tonnellate equivalenti di petrolio. I nuovi impianti per la generazione elettrica da rinnovabili sono fermi al palo: in un anno installati circa 1.000MW, ne servirebbero almeno 7.000. In Europa nel 2020 sono stati installati oltre 30.000 MW, con Germania, Spagna e Francia in prima linea.
La produzione di energia elettrica da carbone ai minimi storici, con l’obiettivo del completo phase-out entro il 2025 che non sembra più irraggiungibile, e le emissioni specifiche del kWh elettrico non sono mai state così basse, 258 gCO2/kWh.
Calano gli spostamenti privati (-20% rispetto al 2019), cambiano un po’ le abitudini alla mobilità delle persone che vanno di più a piedi e in bicicletta, triplica lo smartworking (+200%). Boom di vendite di auto ibride ed elettriche che arrivano a coprire quasi il 20% del mercato, crollo di diesel e benzina (-40%). Tornano a diminuire le emissioni dei nuovi veicoli. Rebound: con la fine delle restrizioni, il periodo estivo, tornano subito a crescere consumi ed emissioni che raggiungono già livelli pre-crisi.
La crisi climatica morde in Italia: le temperature crescono più che nel resto del mondo +2,4 °C e si moltiplicano gli eventi estremi. Censiti per l’Italia quasi 1.300 eventi meteorologici estremi connessi al cambiamento climatico. Si tratta del valore più alto mai registrato dopo l’anno record 2019, dal 2008 si sono moltiplicati otto volte e questa è la tipologia: +480% i tornado, +580% le piogge intense e le bombe d’acqua, +1.100% le grandinate e +1.200% le raffiche di vento.

Il commento di Edo Ronchi

“Gli eventi generati dalla crisi climatica - ha sottolineato Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile - sono sempre più drammatici. In Italia, solo nell’ ultimo mese, la Sardegna sta bruciando, Milano e la Lombardia sono andate sott’ acqua e hanno sperimentato grandinate eccezionali, l’Europa è stata colpita da quella che è stata definita l’alluvione del secolo. Incendi e alluvioni si succedono con frequenza e gravità in continuo peggioramento in varie parti del mondo. L’attenzione dei cittadini e del media è fortemente cresciuta, manca, invece, un’adeguata accelerazione delle misure, concrete e impegnative, di riduzione dei gas serra. Se aspettiamo che partano tutti per aumentare il nostro passo, saremo travolti dalla crisi climatica. Insieme all’Europa dobbiamo incalzare i ritardatari - a partire dalla Cina che sta rinviando misure incisive per il clima - dimostrando che siamo in grado di realizzare rapidamente un’economia climaticamente neutrale, con maggior benessere e più occupazione e tassando adeguatamente le importazioni di prodotti ad alte emissioni provenienti da Paesi che non si impegnano per il clima“.

Per saperne di più: www.italyforclimate.it

fonte: www.e-gazette.it/


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Da Whitestar una macchina che riutilizza le capsule di caffè usate

Sono oltre 75 miliardi le capsule di caffè vendute nel mondo, e oltre 1,5 miliardi ogni anno quelle vendute in Italia, che generano tonnellate di rifiuti.



La moka non è più l'unica regina del caffè. È ormai un dato di fatto che il primato della moka sia sempre più conteso dal consumo di capsule di caffè, sia in casa che in ufficio, con oltre75 miliardi di capsule di caffè vendute ogni anno nel mondo, di cui circa 1 miliardo e mezzo solo in Italia. I due mesi di lockdown hanno impresso un'ulteriore accelerazione a questo trend, con clienti e consumatori che si sono dimostrati più propensi a prendersi il caffè in casa ricorrendo alle capsule e alle cialde.

Dietro questi numeri incoraggianti per i produttori del settore, ce ne sono infatti altri decisamente allarmanti per noi tutti, in quanto coinvolgono in prima persona l'ambiente. In Italia su circa 1 miliardo e mezzo di capsule vendute all'anno, a finire in discariche e inceneritori è l'equivalente di oltre 12 mila tonnellate. Le capsule, realizzate in plastica e in alluminio, possono richiedere fino a 500 anni per essere smaltite.


Questa sfida è stata raccolta con inventiva tipicamente Made in Italy, da una azienda di Rieti, la Whitestar che ha brevettato una gamma di macchine separacapsule per la preparazione al riutilizzo delle capsule di caffè usate.
Le macchine separacapsule Whitestar sono in grado di preparare al riutilizzo le capsule di caffè usate, separando attraverso un meccanismo brevettato, efficiente e pulito, a basso consumo, l'involucro delle capsule dal caffè esausto.
Queste macchine sono state progettate per lavorare sia su grandi quantitativi nei centri di raccolta o nelle aziende del settore vending o di quello Ho.Re.Ca., sia su quantitativi minori, direttamente all'interno dei rivenditori e dei negozi specializzati nella vendita di capsule da caffè. Negozi presenti in diverse migliaia nelle città italiane. In questo modo ogni rivenditore può fare la sua parte, contribuendo a risolvere l'annoso problema legato allo smaltimento di un rifiuto composto da diverse tipologie di materiali che, altrimenti, finisce nell'indifferenziato.
Tra le prime multinazionali a credere in questa soluzione Made in Italy è Nespresso che con la LaTwist, la macchina separacapsule per coffee shop di Whitestar, ha inaugurato poche settimane fa il nuovo flagship store boutique Nespresso di Vienna.

fonte: ww.greencity.it


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RiciclaTv: Rifiuti Tessili tra tradizione ed innovazione


 











Ricicla.tv



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L’uso degli erbicidi aumenta dell’85% il rischio melanoma

 










L’uso degli erbicidi è stato trovato associato ad un aumento dell’85% il rischio melanoma, a prescindere dal tipo di esposizione. A lanciare l’allarme è l’Intergruppo Melanoma Italiano (IMI) che ha condotto una meta-analisi su 184.389 persone arruolate in 9 studi indipendenti sul rischio di tumore della pelle. Scopo della ricerca: individuare un possibile collegamento tra il melanoma e l’esposizione ai pesticidi ed indagare l’eventuale classe di pesticidi maggiormente implicati. Visti i preoccupanti dati preliminari emersi, l’Associazione scientifica non-profit lancia un appello al mondo della ricerca sollecitando nuove indagini che valutino in maniera più mirata la correlazione.

I fattori di rischio ambientale

Ad oggi il melanoma ha una incidenza in costante aumento, soprattutto per quanto riguarda quelli sottili, ossia quelli nella prima fase di sviluppo.
“Ma se da un lato le persone si controllano di più, facendo registrare un l’incremento dei casi – spiega il presidente IMI, Ignazio Stanganelli, direttore della Skin Cancer Unit IRCCS IRST Romagna Cancer Institute – i numeri sono comunque troppo elevati per essere spiegati con una maggiore attenzione alla diagnosi precoce e i fattori di rischio ambientale attualmente noti.”

Sostanze cancerogene e melanoma

Lo Iarc (International Agency for Re-search on Cancer) ha stilato una lista di pesticidi che negli anni si sono dimostrati alla base dell’insorgenza di diverse forme di tumori maligni come quelli del sangue, del colon, della prostata. Questo è stato il motivo che ha portato ad analizzare anche il rischio tra tumori della pelle e l’esposizione a pesticidi, insetticidi ed erbicidi. È stata così condotta una revisione delle ricerche scientifiche fino a settembre 2018. Dallo studio, pubblicato su Journal of the European Academy of Dermatology and Venereology (JEADV), è emersa una chiara correlazione tra l’uso di qualsiasi tipo di erbicidi e l’incidenza del melanoma indipendente-mente dal tipo di esposizione.

“Qualunque uso di erbicidi – sottolinea Sara Gandini, direttrice dell’unità “Molecular and Pharmaco-Epidemiology” dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano – sembra associato ad un aumentato rischio di melanoma cutaneo con un SRR (Summary Relative Risk) di 1.85 indipendentemente dal tipo di esposizione, che corrisponde ad un 85% di rischio in più rispetto a chi non li usa. Questo risulto però andrà confermato da ulteriori studi che tengano presenti di tutte le possibili fonti di distorsione come ad esempio la quantificazione dell’esposizione solare”. Al contrario, non sembra esserci un aumento del rischio di questa forma di tumore della pelle e l’utilizzo di pesticidi o insetticidi. Le categorie più esposte sono agricoltori, vivaisti, appassionati di giardinaggio, tutti coloro che utilizzano questi prodotti per professione o nel tempo libero.

L’interazione con fattori ambientali

“Il meccanismo che conduce a questo tumore maligno altamente aggressivo – continua Stanganelli – non è ancora completamente noto, anche se è molto probabile che l’esposizione ai raggi UV possa associarsi o addirittura potenziare il ruolo di queste sostanze chimiche. Gli agricoltori passano molto tempo all’aperto e l’aumento della temperatura cutanea dovuta alla esposizione al sole potrebbe incrementare ulteriormente l’assorbimento di queste molecole attraverso la pelle. Tra l’altro ancora non è noto come tali sostanze possano venire alterate dall’esposizione ai raggi solari e dalla temperatura e se generano intermedi tossici che inducono il cancro.”

Il ruolo del biossido di titanio

Un altro aspetto da considerare è che alcuni filtri solari, contenenti biossido di titanio o l’ossido di zinco, aumenterebbero l’assorbimento attraverso la pelle del parathion, un insetticida altamente tossico anche per l’uomo. Alla base del meccanismo, ipotizzano gli esperti Imi, potrebbero esserci stress ossidativo, danno del Dna, aberrazione cromosomica e infiammazione cronica, così come avviene per le diverse categorie professionali a contatto con il benzene e suoi derivati, per i lavoratori nelle fabbriche di petrolati, nelle aziende di materiale elettrico o elettronico e i grafici; con la diossina per i lavoratori della carta o con il tricloroetilene per coloro che lavorano nelle industrie di chimica o metalli, personale biomedico. Per queste categorie è già stato riscontrato un aumentato rischio di melanoma cutaneo.

Servono ulteriori studi

Di qui l’auspicio della messa a punto di un sistema di sorveglianza e di prevenzione rivolta ai lavoratori esposti a pesticidi, erbicidi e insetticidi affinché siano posti dei programmi di prevenzione sanitaria, d’informazione professionale e di regolamentazione per l’uso di queste sostanze potenzialmente nocive. “Sono necessari ulteriori studi – conclude Stanganelli – che possano chiarire la correlazione tra fattori ambientali e alcune sostanze chimiche in relazione all’aumento dell’incidenza del melanoma.”

fonte: ilsalvagente.it


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Venezia si impegna a bandire la plastica e a praticare l’economia circolare

La Giunta della città lagunare aderisce all'iniziativa Plastic Smart Cities promossa dal WWF per eliminare la dispersione di plastica in natura. Venezia è la prima città italiana a far parte di questo programma e vuole diventare un esempio nella lotta all’inquinamento da plastica e nella ricerca di soluzioni innovative di economia circolare.










La Giunta comunale di Venezia ha approvato, su proposta dell’Assessore all’Ambiente Massimiliano De Martin, il provvedimento con cui il Comune aderisce all’iniziativa globale WWF “Plastic Smart Cities” per la lotta contro l’inquinamento da plastica entro il 2030. Venezia è la prima città italiana ad aderire all’iniziativa che include altre città del Mediterraneo come Nizza, Dubrovnik, Smirne e Tangeri.

«La tutela dell’ambiente, la promozione di una responsabilità collettiva di attenzione all’ecosistema, il sostegno all’economia circolare, gli investimenti per una mobilità condivisa e sempre più “green”, l’orgoglio di aver avviato le procedure per avere in città il primo distributore fisso di idrogeno in Italia e una seria campagna per il recupero delle reti da pesca abbandonate in mare dimostrano, a vari livelli, l’impegno di Venezia in quell’importante progetto di salvaguardia del pianeta che deve vederci tutti compatti», commenta De Martin. «Tutte azioni che questa Amministrazione Comunale si onora di aver avviato e sostenuto con l’obiettivo non solo di dare attuazione all’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ma di procedere su un percorso che deve responsabilizzare ciascuno di noi».

Con la sottoscrizione della dichiarazione d’intenti (Plastic Smart City Commitment) predisposta dal WWF, l’Amministrazione comunale, ha voluto quindi ribadire questo suo impegno a tutela dell’ambiente e, in questo caso, per eliminare la dispersione di plastica in natura entro il 2030 sviluppando un piano d’azione che preveda, tra le altre cose, l’avvio di un progetto pilota che porti a un 30% di riduzione di inquinamento da plastica entro due anni. «Uniti sapremo raggiungere anche questo obiettivo – prosegue De Martin – e sono sicuro che arriveremo a risultati ancora più importanti. Venezia ogni anno durante il Giorno della Sensa “sposa” il Mare e quindi non poteva non essere in prima linea in questa importante campagna in sua difesa».

Il protocollo impegna inoltre a promuovere il coinvolgimento di settori chiave e parti interessate nella valutazione e nel miglioramento delle politiche, dei servizi e dei finanziamenti per prevenire la produzione di rifiuti di plastica e promuovere la loro gestione con soluzioni circolari, a sviluppare un piano di monitoraggio delle attività con baseline e target annuali e a condividere i progressi con il WWF attraverso le proprie attività di reporting, con un coinvolgimento attivo degli stakeholder e della cittadinanza nell’elaborazione e nell’attuazione delle politiche da adottare.

«Siamo orgogliosi di supportare l’iniziativa di Venezia, che è una città d’arte tra le più amate al mondo, sospesa tra bellezza e fragilità, e che diventa così simbolo della lotta alla dispersione della plastica in natura», commenta Donatella Bianchi, presidente WWF Italia. Grazie alla rete di città costiere a forte vocazione turistica dal nord al sud del Mediterraneo, tra cui Nizza, Dubrovnik, Smirne, Tangeri e da oggi Venezia, il WWF sta sviluppando la più grande attivazione civica degli ultimi decenni in difesa del mare. Una sfida cruciale che la pandemia ha ulteriormente accentuato per proteggere il Mediterraneo sempre più soffocato da plastiche e microplastiche che minacciano tutto l’ecosistema marino e la nostra salute.

L’iniziativa Plastic Smart Cities promossa dal WWF mira a collaborare con almeno 25 città o isole del Mediterraneo per ottenere risultati concreti e misurabili per fermare lo sversamento di plastica in natura entro il 2030. Venezia quindi contribuirà e beneficerà di una rete di conoscenze in merito a metodologie sviluppate per l’analisi della gestione dei rifiuti plastici, progetti di innovazione e soluzioni già messi in atto per evitare il consumo di plastica monouso.

Secondo il WWF, il Mediterraneo si sta trasformando in una pericolosa trappola di plastica: ogni anno, circa mezzo milione di tonnellate di plastica di grandi e piccole dimensioni entra nelle acque del nostro bacino, l’equivalente di 33.800 bottiglie di plastica gettate in mare ogni minuto. Un terzo dei rifiuti di plastica è mal gestito e, senza un’azione drastica, si prevede che quadruplicherà entro il 2050. Uno studio pubblicato nel 2020 su Science1 individua nella zona del Mar Tirreno la più alta concentrazione di microplastiche mai misurata nelle profondità di un ambiente marino: 1,9 milioni di frammenti per metro quadrato.

L’emergenza COVID ha purtroppo favorito il grande ritorno della plastica monouso con evidenti effetti collaterali sull’ambiente, a causa dell’aumento dei rifiuti spesso mal gestiti e dispersi. Quello delle mascherine rappresenta solo la punta dell’iceberg di un problema molto più ampio che ha messo un freno ai recenti progressi fatti in materia di sostenibilità e gestione dei rifiuti: la quarantena ha ad esempio stimolato l’aumento degli acquisti online con conseguente aumento degli imballaggi plastici, mentre il divieto nei food service di contenitori riutilizzabili in favore dell’usa e getta. Il WWF ritiene che la pandemia non debba ostacolare l’ambizione nazionale e globale di ridurre la plastica e l’inquinamento da essa generato e debba invece accelerare la ricerca di alternative al monouso e la messa in atto di sistemi circolari di gestione efficiente delle risorse.

Il progetto “Venezia e Smirne insieme contro l’inquinamento da plastica” è realizzato grazie al supporto della Fondazione Blue Planet Virginia Böger. Maggiori informazioni sull’iniziativa globale sono disponibili su questo sito.

1 – Kane I.A. et al., 2020. Seafloor Microplastic Hotspots Controlled By Deep-Sea Circulation, Science, 2020, 1140-1145.

fonte: www.italiachecambia.org


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“No a inceneritori ed estrazioni di gas nel Pnrr”. Gli orientamenti della Commissione UE

Il documento della Commissione si basa sul principio DNSH: “do no significant harm”, ovvero “non arrecare un danno significativo”. Stabilisce sei obiettivi ambientali, di cui i governi dovranno tener conto nell'elaborazione delle singole misure, oltre alle già note Via e Vas. Un monito anche per il governo Draghi








“I presenti orientamenti tecnici sono destinati ad aiutare le autorità nazionali nella preparazione dei piani per la ripresa e la resilienza a norma del regolamento sul dispositivo per la ripresa e la resilienza”: comincia con una nota apparentemente asettica il documento di 14 pagine, elaborato dalla Commissione europea a favore degli Stati membri in merito ai rispettivi Pnrr. Una guida che risulta particolarmente importante per l’Italia, a cui è destinata la quota maggiore dei fondi del Next Generation Ue – 209 miliardi di euro tra sussidi e prestiti – e che col nuovo governo Draghi mira a riscrivere il Piano presentato dal precedente governo Conte il 12 gennaio scorso.

Il documento redatto dalla Commissione si basa sul testo del regolamento concordato a livello politico tra il Parlamento europeo e il Consiglio nel dicembre 2020. E ruota tutto attorno al principio Dnsh: “do no significant harm“, ovvero “non arrecare un danno significativo”.

Sei esempi di “danno non significativo”

Ma esattamente in cosa consiste il principio “non arrecare un danno significativo”? La Commissione fornisce sei esempi:

si considera che un’attività arreca un danno significativo alla mitigazione dei cambiamenti climatici se conduce a significative emissioni di gas a effetto serra;

si considera che un’attività arreca un danno significativo all’adattamento ai cambiamenti climatici se conduce a un peggioramento degli effetti negativi del clima attuale e del clima futuro previsto su sé stessa o sulle persone, sulla natura o sugli attivi;

si considera che un’attività arreca un danno significativo all’uso sostenibile e alla protezione delle acque e delle risorse marine al buono stato o al buon potenziale ecologico di corpi idrici, comprese le acque di superficie e sotterranee, o al buono stato ecologico delle acque marine;

si considera che un’attività arreca un danno significativo all’economia circolare, compresi la prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti, se conduce a inefficienze significative nell’uso dei materiali o nell’uso diretto o indiretto di risorse naturali, o se comporta un aumento significativo della produzione, dell’incenerimento o dello smaltimento dei rifiuti oppure se lo smaltimento a lungo termine dei rifiuti potrebbe causare un danno significativo e a lungo termine all’ambiente;

si considera che un’attività arreca un danno significativo alla prevenzione e alla riduzione dell’inquinamento se comporta un aumento significativo delle emissioni di sostanze inquinanti nell’aria, nell’acqua o nel suolo;

si considera che un’attività arreca un danno significativo alla protezione e al ripristino della biodiversità e degli ecosistemi se nuoce in misura significativa alla buona condizione e alla resilienza degli ecosistemi o nuoce allo stato di conservazione degli habitat e delle specie, compresi quelli di interesse per l’Unione.

Come si applica il principio Dnsh

Gli orientamenti della Commissione sono particolarmente importanti perché danno indicazioni concrete su cosa dovrà essere presentato nei Piani nazionali di ripresa e resilienza. È un po’ come se una banca prestasse i soldi a una persona a patto di spenderli in un certo modo.

In ogni caso si ribadisce che “gli Stati membri devono fornire una valutazione DNSH per ogni singola misura” dei rispettivi PNRR. Ciò vale “sia per le misure che si considera diano un contributo alla transizione verde sia per tutte le altre misure”. La Commissione ribadisce che “le riforme in alcuni settori, tra cui l’industria, i trasporti e l’energia, pur avendo le potenzialità per dare un contributo significativo alla transizione verde, possono anche comportare il rischio di arrecare un danno significativo a una serie di obiettivi ambientali, in funzione di come sono progettate. D’altro canto, le riforme in altri settori (ad esempio istruzione e formazione, pubblica amministrazione, arti e cultura) comporteranno probabilmente un rischio limitato di danno ambientale, a prescindere dal loro contributo potenziale alla transizione verde, che potrebbe comunque essere significativo”.

Appare dunque evidente che la valutazione del danno non significativo per alcune misure che non comportano impatti ambientali evidenti può assumere una forma semplificata. Allo stesso modo se si considera una misura che ha un obiettivo ambientale specifico, come ad esempio “una misura a sostegno della fabbricazione di impianti efficienti sotto il profilo energetico per l’edilizia” che evidentemente mira a mitigare i cambiamenti climatici, “gli Stati membri dovranno solo dimostrare l’assenza di danno significativo per gli altri cinque obiettivi ambientali”.

Collegamenti con il resto delle leggi europee e nazionali

Nella presentazione dei Pnrr resta ovviamente confermato il rispetto del diritto ambientale nazionale e di quello comunitario. Con una precisazione importante, che significherà per i singoli Stati membri che le proposte per il Next Generation Ue dovranno essere ulteriormente valutate. “Sebbene sia una chiara indicazione del fatto che la misura non comporta danni ambientali – si legge nel documento della Commissione – la conformità alla legislazione ambientale pertinente non implica automaticamente che la misura rispetta il principio DNSH”.

Come a dire: non basterà aver effettuato Via (valutazione d’impatto ambientale) e Vas (valutazione ambientale strategica) per i singoli progetti, bisognerà procedere con un ulteriore studio ad hoc. Lo spiega bene la stessa Commissione.

“Ad esempio, a seconda di come è progettata esattamente una misura, in alcuni casi, in particolare quando si tratta di investimenti nelle infrastrutture, l’esecuzione di una VIA e l’attuazione delle misure di mitigazione necessarie per proteggere l’ambiente possono bastare allo Stato membro per dimostrare la conformità al principio DNSH per alcuni dei pertinenti obiettivi ambientali (in particolare l’uso sostenibile e la protezione delle acque e risorse marine, nonché la protezione e il ripristino della biodiversità e degli ecosistemi). Tuttavia, ciò non esonera lo Stato membro dall’effettuare la valutazione Dnsh per la misura in questione, in quanto la VIA, la VAS o la verifica potrebbero non trattare tutti gli aspetti necessari nell’ambito della valutazione DNSH”.

Guida alla valutazione DSNH

Per ogni progetto dovranno inoltre essere valutati gli effetti diretti e gli effetti indiretti primari. “Un esempio di effetto diretto nel settore del trasporto su strada – spiega la Commissione – è rappresentato dall’uso di materiali durante la costruzione della strada. Un esempio di effetto indiretto primario è rappresentato dalle previste future emissioni di gas a effetto serra causate da un aumento del traffico complessivo durante la fase d’uso della strada”. La valutazione DSNH deve inoltre considerare il ciclo di vita dell’attività durante la misura.

“La valutazione dovrebbe includere la fase di produzione, la fase di uso e quella di fine vita, ovunque si prevedano i maggiori danni. Ad esempio per una misura che sostiene l’acquisto di veicoli, la valutazione dovrebbe tenere conto, tra l’altro, dell’inquinamento (ad esempio emissioni nell’atmosfera) generato durante il montaggio, il trasporto e l’uso dei veicoli, e della gestione adeguata dei veicoli a fine vita. In particolare, una gestione adeguata a fine vita delle batterie e dei componenti elettronici (ad esempio il loro riutilizzo e/o riciclaggio di materie prime critiche ivi contenute) dovrebbe assicurare che non è arrecato nessun danno significativo all’obiettivo ambientale dell’economia circolare”.

Alla luce delle condizioni riportate, la grande domanda è: quindi le fonti fossili sono contrarie ai principi del danno non significativo, visto che gli impatti ambientali sono certi e la triade carbone-petrolio-gas è la principale responsabili della crisi climatica in corso? Su questo punto la Commissione tenta un difficile equilibrio. Da una parte scrive che “le misure di produzione di energia elettrica e/o di calore a partire da combustibili fossili, e le relative infrastrutture di trasmissione/trasporto e distribuzione, in generale non si dovrebbero considerare conformi al principio DNSH, data l’esistenza di alternative a basse emissioni di carbonio”. Dall’altra aggiunge che è possibile fare “eccezioni limitate a questa norma generale per le misure di produzione di energia elettrica e/o di calore a partire dal gas naturale e alle relative infrastrutture di trasmissione/trasporto e distribuzione”.

Si tratta in ogni caso di eccezioni che dovranno evitare il cosiddetto “effetto dipendenza” – è quello tipico di strutture come i gasdotti, che per ammortizzare gli alti costi di realizzazione hanno bisogno di un paio di decenni di attività – e dovranno “dimostrare la conformità al principio Dnsh di tali misure per gli altri cinque obiettivi ambientali”. Insomma: si può derogare sulle emissioni di anidride carbonica soltanto per pochi casi, e solo a patto di avere le carte in regola su tutti gli altri aspetti (consumo di suolo, preservazione della biodiversità, utilizzo delle acque, eccetera).

L’albero delle decisioni

Per agevolare gli Stati membri nella valutazione e presentazione del principio DNSH nei loro PNRR, la Commissione ha preparato una lista di controllo che essi dovrebbero usare a supporto della loro analisi del nesso tra ciascuna misura e il principio DNSH. La Commissione utilizzerà quindi queste informazioni per valutare se e in che modo ogni misura rispetti il principio del danno non significativo. Gli Stati potranno avanzare dubbi e richieste di chiarimenti, nonché “analisi supplementari e/o documenti giustificativi, in modo mirato e limitato, per corroborare ulteriormente le loro risposte alle domande della lista”.

Per essere ancora più chiara, la Commissione ha stilato infine un “albero delle decisioni” in cui da una parte vengono elencati i sei obiettivi ambientali – mitigazione dei cambiamenti climatici, adattamento ai cambiamenti climatici; uso sostenibile e protezione delle acque e delle risorse marine; economia circolare (compresi la prevenzione e il riciclaggio dei rifiuti); prevenzione e riduzione dell’inquinamento dell’aria, dell’acqua o del suolo; protezione e ripristino della biodiversità e degli ecosistemi – e dall’altra una motivazione nel caso fosse apposta una X nella casella no. Ovviamente nel caso di risposte affermative, queste dovranno comunque essere giustificate e la Commissione si riserva il diritto di validare le risposte e anzi potrà pure “ritenere che una data misura sia associata a un possibile danno significativo ad alcuni dei sei obiettivi ambientali”. In ogni caso ciò non pregiudicherebbe l’intera procedura dei Piani nazionali, ma darebbe modo di procedere a ulteriori confronti e aggiustamenti

Bocciati gli inceneritori


Per non lasciare spazio a insicurezze, e visti anche i tempi ristretti per la presentazione dei PNRR, la Commissione ha elaborato anche un allegato di 20 pagine con esempi concreti di progetti che è meglio escludere in partenza. È il caso degli inceneritori, così come aveva anticipato il referente di Zero Waste Europe Enzo Favoino a EconomiaCircolare.com.

“Questa misura – si legge nella proposta presentata – è un investimento per sostenere la costruzione di nuovi inceneritori di rifiuti per aumentare la capacità esistente nel Paese. Lo scopo della misura è ridurre il collocamento in discarica di rifiuti solidi urbani non pericolosi e generare energia attraverso l’incenerimento dei rifiuti (termovalorizzazione)”. Nell’albero delle decisioni che viene compilato si nota come gli inceneritori non rispettano 5 aspetti ambientali su 6 in merito al danno non significativo. E non convince neanche la spiegazione data rispetto all’uso e alla preservazione dell’acqua (è il terzo aspetto ambientale). “In questo caso particolare – si legge ancora – l’attività sostenuta dalla misura ha un impatto prevedibile non significativo su questo obiettivo ambientale, tenendo conto degli effetti diretti e indiretti primari lungo tutto il ciclo di vita. È dimostrato che la misura non comporterà rischi di degrado ambientale legati alla conservazione della qualità dell’acqua e dello stress idrico in conformità con la direttiva quadro sulle acque (2000/60/CE). In conformità con le direttive 2011/92/UE, la fase di screening del processo di valutazione dell’impatto ambientale (Via) è stata conclusa che non sono previsti effetti significativi”.

Come già ribadito, infatti, non basta avere una Via a favore e neanche il rispetto della legislazione esistente ma bisognerà produrre ulteriore documentazione. Un’annotazione di cui il governo Draghi dovrà tenere conto. Meglio escludere già ora gli inceneritori dal PNRR, visto che la bocciatura è sicura.

fonte: economiacircolare.com


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In Svezia la prima acciaieria al mondo senza energie fossili

L'impianto pilota è un primo importante passo nella decarbonizzazione dell'industria siderurgica, oggi causa del 7% delle emissioni globali di gas serra.




I piani per la siderurgia sostenibile e la decarbonizzazione dell’industria pesante in genere sono al centro dell’attenzione un po’ in tutta Europa, compresa l’Italia.

Stando alla bozza di piano del Governo, il nostro paese vorrebbe destinare all’acciaio verde 5 miliardi di euro, grazie alle risorse messe a disposizione dal Recovery Fund.

E proprio in questo ambito si registra un’iniziativa significativa dalla Svezia, dove sorgerà la prima acciaieria pilota che farà completamente a meno dell’energia fossile.

“Oggi state gettando le basi che permetteranno all’industria siderurgica svedese di essere completamente priva di fossili e di biossido di carbonio nel giro di 20 anni“, ha dichiarato il Primo Ministro svedese, Stefan Löfven, presente al lancio dell’impianto HYBRIT (Hydrogen Breakthrough Ironmaking Technology) nel sito di Luleå.

L’impianto è una joint venture fra il gruppo siderurgico SSAB, la società mineraria LKAB e la utility energetica Vattenfall – tutte e tre aziende svedesi con attività preminenti nel paese scandinavo.

“Insieme possiamo ricostruire la Svezia come la prima nazione del benessere senza fossili al mondo”, ha aggiunto Lövfen.

La tecnologia HYBRIT mira a sostituire il carbon coke, tradizionalmente necessario per la produzione di acciaio a base di minerale, con elettricità e idrogeno privi di fonti fossili. Ne dovrebbe risultare la prima tecnologia siderurgica al mondo con un’impronta di carbonio praticamente inesistente.

“L’impianto pilota avrà un ruolo decisivo nel potenziamento della tecnologia per l’utilizzo su scala industriale. L’ossigeno presente nel ferro è l’ostacolo maggiore e dobbiamo eliminarlo”, ha detto Jan Moström, amministratore delegato di LKAB, a The Barents Observer.

Le operazioni minerarie in profondità dell’azienda stanno già testando veicoli elettrici con l’obiettivo di sostituire tutte le macchine a gasolio entro il 2030.

“Abbiamo la possibilità di rivoluzionare l’intera industria siderurgica e di dimostrare che emissioni nette pari a zero sono possibili. Dobbiamo cogliere questa opportunità”, ha dichiarato Martin Lindqvist, ad di SSAB.

Se l’impianto pilota avrà successo, SSAB prevede la piena operatività sul mercato entro il 2026, di essere completamente libera da fossili entro il 2045 e di riuscire a sfruttare la spinta della domanda globale di prodotti rispettosi del clima da parte della green economy.

L’obiettivo legato alla tecnologia HYBRIT è di ridurre le emissioni di CO2 della Svezia del 10% e della Finlandia del 7%.

In Italia, intanto, non più tardi di qualche giorno fa, i giganti italiani dell’energia, e cioè Enel ed Eni, nell’illustrare dal loro punto di vista le priorità relative al Recovery Fund durante delle audizioni alla Camera, hanno menzionato la necessità di puntare anche sul produrre energie rinnovabili per fornire idrogeno all’Ilva di Taranto, idea citata anche nel piano dell’esecutivo per usare i fondi di Next Generation Europe.

Proprio questo progetto figura al quarto posto fra i 10 investimenti prioritari indicati da Enel, dopo quelli per “Accelerazione Verde, Circular Power Plants e Gigafactory Fotovoltaica”.

fonte: www.qualenergia.it


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Comunità energetiche, a Tirano un progetto pilota

L’idea è di far evolvere il modello Tirano, comune già 100% rinnovabile, verso l'autonomia energetica, creando una maggiore attrattività per le imprese a investire sul territorio e a creare nuovi posti di lavoro.




















Sarà la città di Tirano, in provincia di Sondrio, la protagonista del progetto pilota per la costituzione della prima comunità dell’energia rinnovabile del territorio alpino (REC alpina).
L’iniziativa è stata presentate durante un incontro che il 12 aprile ha riunito il mondo della ricerca(RSE), le istituzioni (Comune di Tirano), i produttori (TCVVV spa, Energia Legno srl) e distributori di energia elettrica Reti Valtellina Valchiavenna srl e termica da fonte rinnovabile presenti sul territorio, nonché le associazioni di categoria (FIPER).
A diffondere la notizia una nota stampa di Fiper, federazione italiana produttori energia rinnovabile.
“L’idea è di far evolvere il modello Tirano, comune già 100% rinnovabile, all’autonomia energetica, creando una maggiore attrattività per le imprese a investire sul territorio e a creare nuovi posti di lavoro per i giovani nelle cosiddette aree marginali”, ha spiegato il Sindaco Franco Spada.
RSE, incaricata dal Ministero dello Sviluppo Economico per lo studio di fattibilità delle comunità dell’energia previste dalla Direttiva RED2 sulla promozione delle fonti rinnovabili, ha aggiunto poi che l’obiettivo del progetto è di rendere il sistema energetico locale, quindi elettrico e termico, più efficiente e resiliente. Un ruolo di primo piano all’interno delle REC sarà svolto dalla figura del “Prosumer” ovvero un produttore-consumatore di energia.
Azienda Energetica Valtellina Valchiavenna, 4° operatore sul mercato italiano per la distribuzione di energia elettrica per numero di impianti allacciati da fonte rinnovabile, ha fornito numeri di estremo interesse per l’avvio di una REC; nel comune di Tirano sono presenti 8 produttori in media tensione, di cui 3 termici cogenerativi, 5 fotovoltaici e 192 prosumer.
TCVVV spa con la rete di teleriscaldamento di Tirano soddisfa circa l’80% della domanda di energia termica da fonte rinnovabile dai 58 MWt installati presso le utenze finali e 1,1 MW elettrico dato dalla cogenerazione. Energia Legno produce 1,8 MW elettrico e 3,6 MW termico.
Dai dati esposti si registra già un surplus di energia da fonti rinnovabili che potrebbe nell’ottica della REC rimanere sul territorio se opportunamente accumulata e redistribuita nei momenti di maggior richiesta.
Questo nuovo modello di produzione e distribuzione di energia rinnovabile fortemente voluto dall’Unione europea in prospettiva potrà apportare oltre agli eventi benefici ambientali in termini di riduzione di CO2 anche vantaggi economici ai membri della comunità medesima.
“Il modello di Tirano crediamo possa essere un caso studio interessante da poter replicare su altri territori alpini; l’obiettivo è sicuramente energetico ma soprattutto di valorizzare le risorse rinnovabili, prima tra tutte la biomassa legnosa, e il capitale umano presenti sui territori alpini”, conclude Righini, presidente FIPER.
fonte: www.qualenergia.it

Con REPREVE la plastica riciclata diventa un’infinità di fibre diverse

Il processo produttivo messo a punto da Unifi ha consentito di brevettare REPREVE, una fibra sostenibile realizzata a partire dalla plastica riciclata dalle infinite possibilità di impiego


















Che le frontiere della plastica riciclata si stiano ampliando sempre di più ormai è un dato di fatto, ma i risvolti del progetto messo in atto da Unifi, un’azienda che opera nel settore tessile fortemente impegnata nel dare una seconda vita alle bottiglie di plastica, sono veramente interessanti. Se l’utilizzo di fibre riciclate non è una novità nel mondo della produzione, l’azienda ha invece perfezionato un processo produttivo che consente di creare diverse tipologie di fibre dallo stesso materiale, tra cui nylon, filo e poliestere. Il prodotto brevettato si chiama REPREVE ed è una fibra sostenibile realizzata interamente con la plastica di post-consumo di qualità alimentare e senza il nocivo Bisfenolo A (BPA), un composto organico sospettato di essere dannoso per l’uomo già dagli anni 30.


Il processo di trasformazione della bottiglia di plastica in tessuto messo a punto da Unifi è piuttosto semplice. Le bottiglie raccolte e conferite dai consumatori, vengono trasferite in un moderno centro di lavorazione che di fatto sottrae al flusso dei rifiuti circa 250.000 bottiglie all’ora. La plastica viene scomposta in un materiale fine, chiamato scaglia, per essere quindi inviata al centro di riciclo REPREVE, dove viene mescolata, fusa e trasformata in piccoli trucioli, successivamente conservati in grandi silos, ognuno in grado di contenere l’equivalente di 27 milioni di bottiglie d’acqua.

Infinita la versatilità di questa fibra creata a partire dalla plastica riciclata. L’innovativo materiale messo a punto offre prestazioni avanzate in termini di assorbimento dell’umidità, elasticità, idrorepellenza e maggiore morbidezza e per questo è adatto per essere impiegato in tantissimi prodotti commerciali, quali zaini, calze, cucce per cani, coprisedili per auto, capi d’abbigliamento, costumi da bagno, bandiere e fasce termiche. Cresce anche il numero delle aziende che supportano le pratiche sostenibili di REPREVE, attualmente una sessantina, tra le quali figurano nomi come Patagonia, Quicksilver, Fossil e Ford Motor Co.

fonte: www.rinnovabili.it

Ilva: la corsa per il salvataggio continua, a discapito dell'ambiente

ilvadallalto
Scaduto il termine per presentare le manifestazioni d’interesse per l’Ilva, all’appello compaiono 29 interessati. Già erano pervenute quelle di Marcegaglia e Cdp, tra le altre è arrivata anche quella di ArcelorMittal.

GLI INTERESSATI - Sia Marcegaglia che ArcelorMittal da anni si erano fatte avanti. O meglio, Marcegaglia aveva appoggiato la proposta dell’azienda indiana, ma ora le due manifestazioni d’interesse sono assolutamente separate, con la variabile Cassa Depositi e Prestiti, visto che ha dichiarato di volersi unire eventualmente ad una cordata con un ruolo di minoranza. Tra gli altri “pretendenti” anche il gruppo Arvedi e la Eusider.

VERSO LA CESSIONE - Ora la procedura prevede che le manifestazioni d’interesse siano esaminate in relazione ai requisiti del bando, tra cui compare anche quello di proseguire le attività siderurgiche senza trascurare gli obblighi di tutela ambientale. La cessione sarà completata entro il 30 giugno 2016. La prossima scadenza è comunque quella del 31 marzo, quando – dopo la fase di consulenza di Rothschild – dovranno arrivare le offerte vincolanti. I commissari valuteranno entro il 15 aprile e potranno anche avanzare l’ipotesi di cordate, con l’entrata in scena anche di soggetti terzi.

LA QUESTIONE RISANAMENTO - Ma cosa dovrà garantire chi acquisirà l’Ilva? La Reuters fornisce alcune cifre riassuntive: occorrono almeno 2 miliardi di euro, considerando la manutenzione ormai urgente e il rifacimento dell'Altoforno 5, il più grande d'Europa. E poi c’è il problema degli almeno 4 mila esuberi. Un decreto del governo semplifica leggermente la vita al nuovo proprietario, visto che proroga all'estate 2017 la scadenza per l’"ambientalizzazione" del polo di Taranto e garantisce un prestito ponte da 1,1 miliardi di euro con la garanzia dello Stato. Non solo. Il piano di risanamento ambientale si potrà modificare in base al piano industriale. Tradotto: se cala la produzione, possono essere meno severe anche le prescrizioni di interventi ambientali.


fonte: www.greenbiz.it