Micropolis: Cambiamenti climatici e guerre o guerra ai cambiamenti climatici
#TG3UMBRIA: Spoleto, incentivi per il riciclo della plastica - 05 febbraio 2022
il servizio del Tg3Umbria
HubWater: acqua corrente contro il monouso

Hubwater è una startup torinese che fa della transizione green e della lotta alle bottigliette monouso il suo core business. Valorizzando l’acqua corrente, quella erogata quotidianamente dai nostri rubinetti, e creando reti di distributori pronti ad offrire un refill gratuito della borraccia degli utenti, punta alla minimizzazione della plastica utilizzata e troppo spesso dispersa in ambiente. Risultato? Nel primo anno di attività si stima una riduzione della plastica immessa sul mercato pari a 200 tonnellate.
Ne parliamo con Filippo Quercetti, CEO e founder di HUB
Buongiorno Filippo. Cos’è Hub e quando nasce?
Hub è un approccio differente al consumo di acqua.
L’Italia è al secondo posto mondiale nel consumo di consumo di acqua in bottiglia dopo il Messico. Eppure l’acqua corrente italiana ha una qualità mediamente molto elevata. Hub cerca di fare in modo che l’acqua corrente torni ad essere un bene godibile e gratuito, e che chi eroga gratuitamente questo bene (ad Hub aderiscono bar e ristoranti) possa avere una visibilità maggiore e maggiori flussi di persone all’interno dei propri esercizi. Il servizio offerto diventa dunque un mezzo promozionale, attira clienti nuovi, facendo in modo che, a fronte della perdita di quel poco di fatturato che deriva dalla vendita di acqua in bottiglia, si riesca a generare maggior un maggior flusso e maggior volume di affari nel locale spostando le vendite su beni a più alta marginalità.
Durante i miei sei mesi all’Università di Berkley, in California, ho notato come l’utilizzo di borracce fosse estremamente diffusi e trasversale a classi sociali e generazioni. Ho visto una grande opportunità per generare qualcosa di utile anche in Italia ed Europa.
Abbiamo pensato di creare un network di locali che potesse distribuire gratuitamente ai nostri utenti acqua depurata, refrigerata ed eventualmente gassata, così da coprire il più ampio ventaglio di opzioni possibili per poter essere sostenibili nel proprio consumo d’acqua.
Hub è innanzitutto una sfida culturale: l’acqua corrente ha una qualità molto alta, ma per decenni siamo stati bombardati da pubblicità e azioni di marketing che ci hanno fatto passare il messaggio che la qualità dell’acqua imbottigliata è molto migliore di quella dell’acqua corrente. Messaggio assolutamente non realistico. Siamo cresciuti col dogma che l’acqua imbottigliata abbia una qualità maggiore. La nostra sfida è quella di spostare il consumo verso l’acqua corrente che ha una qualità nella peggiore delle ipotesi, pari a quella imbottigliata, ma ci risparmia il consumo di quei dieci grammi di plastica rappresentati dalla bottiglietta, oltre a consentirci un risparmio notevole.
Come si può aderire ad HubWater?
È molto semplice: per accedere al servizio, ovvero per poter avere diritto al refill nel locali convenzionati, è necessario avere la nostra borraccia, acquistabile nei nostri e-commerce o presso i nostri vari distributori. Il servizio è del tutto gratuito. L’utente, dopo aver acquistato la nostra borraccia, potrà consultare la nostra applicazione dove sono segnalati tutti gli esercizi aderenti alla rete di HubWater che tra l’altro sono caratterizzati da una decalcomania sulla vetrina. Sarà sufficiente presentare la nostra borraccia, il ristoratore la riconoscerà e procederà al refill gratuito.
Ad oggi lavoriamo solo su Torino ed abbiamo circa una novantina di locali convenzionati.
Quando è partito operativamente il progetto hub?
Abbiamo cominciato a sviluppare a maggio 2020 e siamo entrati sul mercato ad ottobre.
Hai detto che al momento Hub è solo su Torino. È in previsione uno sviluppo oltre i confini sabaudi?
Certamente pensiamo a potenziare la rete torinese, ma anche ad allargarci ad altri territori.
Il prossimo step, che salvo brutte sorprese dovrebbe compiersi agli inizi del 2022, sarà Milano.
Dopodiché ci sarà Roma. Una volta completato il trittico Torino, Milano e Roma, procederemo con l’estensione privilegiando tutti i poli universitari italiani.
Quanta plastica ha evitato Hub?
All’interno dell’App abbiamo un contatore che permette ad ogni singolo utente di tenere traccia della plastica evitata e dei soldi risparmiati. Purtroppo al momento i contatori non sono ancora “in rete”, non ne esiste uno generale. Stiamo ancora costruendo il database che ci permetterà di leggere questi dati. Possiamo però fare una stima: circa 200 tonnellate di plastica/anno su Torino. (S.C.)
fonte: esper.it
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Con il progetto BeviMI, tre università di Milano si alleano per promuovere l’acqua del rubinetto
Tre università milanesi si alleano per promuove il consumo di acqua del rubinetto e combattere la plastica. È il progetto BeviMi, presentato in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua del 22 marzo da Politecnico di Milano, Università degli Studi di Milano e Università di Milano-Bicocca in collaborazione con il Comitato italiano contratto mondiale acqua (Cicma), che ha ideato e proposto l’iniziativa che, tra studenti, docenti e personale universitario, coinvolgerà potenzialmente 150 mila persone.
Il progetto, cofinanziato dalla Fondazione Cariplo nell’ambito di “Plastic Challenge – Sfida alle plastiche monouso”, punta a sostenere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdg) dell’Onu promuovendo consumi responsabili e riducendo l’impatto ambientale nell’ambiente universitario, monitorando allo stesso tempo gli effetti degli interventi realizzati. L’iniziativa, inoltre, è stata proposta come progetto pilota replicabile in qualsiasi università italiana, ma anche scuole, enti pubblici e aziende.
In particolare, il progetto si propone di valorizzare i distributori d’acqua già presenti nelle università partecipanti per ridurre il ricorso a bottigliette di plastica. Per farlo, dal prossimo anno accademico (ad emergenza Covid-19 superata, si spera), sarà disponibile un’applicazione per smartphone attraverso cui ogni studente potrà misurare il proprio contributo alla riduzione CO2 e plastica prodotta, diventando così consapevole dell’impatto ambientale evitato.
Parallelamente, per promuovere il riciclo “bottle to bottle” delle bottiglie di Pet, nelle università saranno installati degli eco-compattatori, che saranno messi a disposizione da Coripet, il consorzio volontario per il riciclo del Pet. Inoltre, le università attiveranno un monitoraggio del consumo di acqua di rete, della riduzione del consumo di plastica e del riciclo, oltre a uno studio sull’impatto ambientale dei diversi materiali usati per la realizzazione delle borracce.
fonte: www.ilfattoalimentare.it
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Il Bisfenolo A come microinquinante nelle acque
L’Agenzia si è adeguata alla nuova direttiva europea sulle acque potabili, entrata in vigore a gennaio 2021, prima ancora che essa sia stata recepita dalla legislazione italiana. Il metodo è pronto per essere accreditato alla prossima visita dell’Ente di accreditamento, prevista per ottobre 2021.
Il Bisfenolo A è una sostanza chimica molto utilizzata, trovando impiego principalmente nella produzione delle plastiche in policarbonato, utilizzate anche nei recipienti per uso alimentare, e nelle resine epossidiche, componenti il rivestimento interno nelle lattine per alimenti e bevande.
Questa molecola è considerata un interferente endocrino, capace cioè di mettere in pericolo la salute alterando l’equilibrio del sistema endocrino, specie nella fase dello sviluppo del feto e nella prima infanzia.
Visti i crescenti limiti all’utilizzo di questa molecola introdotti dalla legislazione europea, alcuni produttori potrebbero utilizzare dei suoi sostituti, sostanze aventi cioè caratteristiche chimiche analoghe, ma non ancora normate, come gli isomeri del Bisfenolo A.
Si tratta di un problema classico nel settore del monitoraggio degli inquinanti emergenti, che richiede un approccio proattivo da parte degli Enti di controllo, capace quindi di prevenire i problemi futuri pianificando anticipatamente le opportune azioni preventive.
A tal fine, il Laboratorio di Arpa FVG è già operativo nella ricerca e quantificazione nelle acque potabili anche di altri Bisfenoli (come per esempio il Bisfenolo S), il cui utilizzo non è ancora attualmente normato ma la cui tossicità sembra essere analoga a quella del Bisfenolo A, secondo quanto suggerito dalla letteratura scientifica.
La nuova direttiva europea ha aggiornato gli standard qualitativi delle acque potabili, imponendo per il Bisfonolo A un limite di concentrazione di 2,5 µg/l (due milionesimi di grammo e mezzo per ogni litro di acqua), concedendo due anni di tempo agli Stati membri per recepire le modifiche nelle loro norme nazionali.
Il metodo analitico messo a punto dal Laboratorio di Arpa FVG utilizza la cromatografia liquida associata a spettrometria di massa ad alta risoluzione, tecnologia all’avanguardia che permette di quantificare il Bisfenolo A ad una concentrazione di 0,1 µg/l (un decimo di milionesimo di grammo per ogni litro di acqua), valore molto al di sotto di quanto richiesto dalla legislazione.
fonte: www.snpambiente.it
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Venezia si impegna a bandire la plastica e a praticare l’economia circolare
«La tutela dell’ambiente, la promozione di una responsabilità collettiva di attenzione all’ecosistema, il sostegno all’economia circolare, gli investimenti per una mobilità condivisa e sempre più “green”, l’orgoglio di aver avviato le procedure per avere in città il primo distributore fisso di idrogeno in Italia e una seria campagna per il recupero delle reti da pesca abbandonate in mare dimostrano, a vari livelli, l’impegno di Venezia in quell’importante progetto di salvaguardia del pianeta che deve vederci tutti compatti», commenta De Martin. «Tutte azioni che questa Amministrazione Comunale si onora di aver avviato e sostenuto con l’obiettivo non solo di dare attuazione all’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, ma di procedere su un percorso che deve responsabilizzare ciascuno di noi».
Con la sottoscrizione della dichiarazione d’intenti (Plastic Smart City Commitment) predisposta dal WWF, l’Amministrazione comunale, ha voluto quindi ribadire questo suo impegno a tutela dell’ambiente e, in questo caso, per eliminare la dispersione di plastica in natura entro il 2030 sviluppando un piano d’azione che preveda, tra le altre cose, l’avvio di un progetto pilota che porti a un 30% di riduzione di inquinamento da plastica entro due anni. «Uniti sapremo raggiungere anche questo obiettivo – prosegue De Martin – e sono sicuro che arriveremo a risultati ancora più importanti. Venezia ogni anno durante il Giorno della Sensa “sposa” il Mare e quindi non poteva non essere in prima linea in questa importante campagna in sua difesa».
Il protocollo impegna inoltre a promuovere il coinvolgimento di settori chiave e parti interessate nella valutazione e nel miglioramento delle politiche, dei servizi e dei finanziamenti per prevenire la produzione di rifiuti di plastica e promuovere la loro gestione con soluzioni circolari, a sviluppare un piano di monitoraggio delle attività con baseline e target annuali e a condividere i progressi con il WWF attraverso le proprie attività di reporting, con un coinvolgimento attivo degli stakeholder e della cittadinanza nell’elaborazione e nell’attuazione delle politiche da adottare.
«Siamo orgogliosi di supportare l’iniziativa di Venezia, che è una città d’arte tra le più amate al mondo, sospesa tra bellezza e fragilità, e che diventa così simbolo della lotta alla dispersione della plastica in natura», commenta Donatella Bianchi, presidente WWF Italia. Grazie alla rete di città costiere a forte vocazione turistica dal nord al sud del Mediterraneo, tra cui Nizza, Dubrovnik, Smirne, Tangeri e da oggi Venezia, il WWF sta sviluppando la più grande attivazione civica degli ultimi decenni in difesa del mare. Una sfida cruciale che la pandemia ha ulteriormente accentuato per proteggere il Mediterraneo sempre più soffocato da plastiche e microplastiche che minacciano tutto l’ecosistema marino e la nostra salute.
L’iniziativa Plastic Smart Cities promossa dal WWF mira a collaborare con almeno 25 città o isole del Mediterraneo per ottenere risultati concreti e misurabili per fermare lo sversamento di plastica in natura entro il 2030. Venezia quindi contribuirà e beneficerà di una rete di conoscenze in merito a metodologie sviluppate per l’analisi della gestione dei rifiuti plastici, progetti di innovazione e soluzioni già messi in atto per evitare il consumo di plastica monouso.
Secondo il WWF, il Mediterraneo si sta trasformando in una pericolosa trappola di plastica: ogni anno, circa mezzo milione di tonnellate di plastica di grandi e piccole dimensioni entra nelle acque del nostro bacino, l’equivalente di 33.800 bottiglie di plastica gettate in mare ogni minuto. Un terzo dei rifiuti di plastica è mal gestito e, senza un’azione drastica, si prevede che quadruplicherà entro il 2050. Uno studio pubblicato nel 2020 su Science1 individua nella zona del Mar Tirreno la più alta concentrazione di microplastiche mai misurata nelle profondità di un ambiente marino: 1,9 milioni di frammenti per metro quadrato.
L’emergenza COVID ha purtroppo favorito il grande ritorno della plastica monouso con evidenti effetti collaterali sull’ambiente, a causa dell’aumento dei rifiuti spesso mal gestiti e dispersi. Quello delle mascherine rappresenta solo la punta dell’iceberg di un problema molto più ampio che ha messo un freno ai recenti progressi fatti in materia di sostenibilità e gestione dei rifiuti: la quarantena ha ad esempio stimolato l’aumento degli acquisti online con conseguente aumento degli imballaggi plastici, mentre il divieto nei food service di contenitori riutilizzabili in favore dell’usa e getta. Il WWF ritiene che la pandemia non debba ostacolare l’ambizione nazionale e globale di ridurre la plastica e l’inquinamento da essa generato e debba invece accelerare la ricerca di alternative al monouso e la messa in atto di sistemi circolari di gestione efficiente delle risorse.
Il progetto “Venezia e Smirne insieme contro l’inquinamento da plastica” è realizzato grazie al supporto della Fondazione Blue Planet Virginia Böger. Maggiori informazioni sull’iniziativa globale sono disponibili su questo sito.
1 – Kane I.A. et al., 2020. Seafloor Microplastic Hotspots Controlled By Deep-Sea Circulation, Science, 2020, 1140-1145.
fonte: www.italiachecambia.org
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Il più grande impianto fotovoltaico galleggiante del sud-est asiatico utilizza soluzioni ABB
Poiché la priorità continua ad essere data all’ulteriore sviluppo delle fonti di energia solare fino a 12.000 MW entro il 2030 (3,3 per cento del mix energetico totale del paese), l’energia solare da impianti galleggianti diventerà un’importante fonte di energia nei prossimi anni.
I progetti Gia Hoet 1 e Tam Bo prevedono due centrali fotovoltaiche indipendenti. Il Gia Hoet 1 e il Tam Bo hanno rispettivamente una superficie di 40 e 41 ettari di superficie d’acqua. Con una capacità totale di 70 MWp, questo impianto, gestito da Toji Group JSC, è il più grande complesso di energia solare galleggiante nel sud-est asiatico. La fornitura di 10 Secondary Skid Unit (SSU) ha permesso di attivare l’impianto nel dicembre 2020, assicurando il rispetto della scadenza.
La SSU di ABB è una soluzione plug-and-play completa progettata per soddisfare tutti i requisiti di un grande impianto solare che contempla un gran numero di inverter di stringa da 800 V che sono stati collegati a un unico trasformatore da 6,3 MVA al fine di ridurre il numero di trasformatori e le opere di installazione. Tutte le apparecchiature sono testate per soddisfare il carico elevato richiesto durante il funzionamento dell’impianto.
Gli skid sono pre-ingegnerizzati, configurati e testati presso lo stabilimento di ABB in Vietnam prima di essere spediti ai clienti per un’installazione e una messa in servizio rapide per soddisfare i tempi stretti del progetto.
Per entrambi i complessi di energia solare Gia Hoet 1 e Tam Bo, la soluzione skid personalizzata include un quadro da 22kV SafePlus con relè di protezione della serie Relion® 605, trasformatore di potenza di distribuzione da 6300KVA e quadri di bassa tensione da 800V dotati di interruttori automatici aperti Emax 2 e Tmax T interruttori automatici scatolati, nonché collegamento al sistema SCADA.
La SSU ha una vasta gamma di capacità da 1000KVA a 6800KVA e la sua gamma di tensione è adatta a tutti gli inverter esistenti sul mercato. Con tutte le apparecchiature prodotte e testate in conformità con gli standard internazionali IEC e alcune in particolare conformi ai requisiti tecnici locali stabiliti dalla Vietnam Electricity Corporation come il quadro MT SafePlus, ABB SSU garantisce la sicurezza per l’operatore e il pubblico.
Il suo design robusto lo rende facile da trasportare e aiuta a ottimizzare il raffreddamento e quindi riduce il consumo di energia. Inoltre, il design personalizzato per i quadri BT offre anche un collegamento diretto comprendente 44 ingressi che consentono un’installazione ottimale delle scatole di collegamento e fanno risparmiare tempo e costi.
Ho Minh Tien, CEO di TOJI Group, ha dichiarato: “Il progetto aveva un programma molto serrato, quindi i tempi di consegna erano molto critici. ABB ha accorciato i tempi di consegna e ci ha permesso di avere le attrezzature in loco entro i tempi previsti. Inoltre, con tutte le apparecchiature pre installate, siamo stati in grado di ridurre al minimo i tempi di installazione, ridurre al minimo i rischi e ridurre i costi, garantendo al contempo gli standard internazionali di qualità e sicurezza “.
Il team ABB ha permesso a TOJI di ricevere le apparecchiature presso il sito una settimana prima della scadenza fissata nel piano di progetto. “Il supporto del team ABB ha ridotto notevolmente i tempi per mettere in funzione il progetto e ci ha aiutato a generare entrate prima del previsto”, ha aggiunto Tien.
“ABB e TOJI hanno una solida esperienza nella nostra cooperazione nel settore dell’energia solare in Vietnam. Siamo orgogliosi di essere un partner di TOJI in questo progetto e aiutare i nostri clienti a realizzare il progetto più velocemente ed in modo efficiente. Non vediamo l’ora di espandere la collaborazione con TOJI negli altri loro progetti futuri, nonché per aiutare gli sviluppatori a superare i progressi di esecuzione dei progetti e guidare il percorso di crescita verde del Vietnam”, ha detto Hien DoanVan, Direttore vendite di Electrification, ABB Vietnam.
Situata nella provincia di BacNinh, la fabbrica ABB produce quadri primari, stazioni compatte e personalizzate, comprese soluzioni digitali per applicazioni speciali e soddisfa gli standard industriali e internazionali più esigenti. Supportata da un forte team di ingegneri locali, la fabbrica serve i clienti dei Paesi dell’Asia e del Pacifico con i vantaggi di una struttura di produzione completa: progettazione, ingegneria, gestione del progetto, produzione e assistenza.
fonte: www.rinnovabili.it
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Dalle cozze alle acque potabili: le microplastiche sono ovunque. Ma mancano metodi standard per monitorarle
In particolare, sono stati individuati nove diversi tipi di microplastiche, le più comuni delle quali erano il polietilene tereftalato (Pet) e il polipropilene (PP). In media, un grammo di polpa di cozze contiene tra 0,13 e 2,45 microparticelle (dal diametro molto variabile, compreso tra i 3 millesimi e i 5 millimetri), senza grandi distinzioni tra molluschi allevati e selvatici. Le più contaminate sono risultate essere le cozze del Nord Atlantico e del Sud Pacifico. Ciò che rende questo studio particolarmente utile rispetto ad altri del passato è il fatto che i campioni sono stati analizzati con una tecnica spettrometrica combinata con un algoritmo in grado di elaborare l’enorme quantità di numeri raccolti: questo può costituire un metodo standard anche per il futuro, per giungere a misurazioni tutte confrontabili, in qualunque parte del mondo si decida di effettuarle.
Quanto agli altri studi, presentati al meeting annuale virtuale della Society for Risk Analysis statunitense, le microplastiche, in questo caso, sono state trovate nell’acqua potabile della California e di New York. Nel primo caso i ricercatori del California State Water Resources Control Board hanno svolto le analisi in ottemperanza a quanto previsto da una legge statale del 2018, che imponeva di standardizzare la definizione delle microplastiche e i metodi per la misurazione nelle acque, monitorarne la presenza e definire dei limiti per la tutela della salute dei consumatori. I test hanno molto spesso rilevato la presenza di microplastiche, analogamente a quanto segnalato da un altro studio svolto a New York, nell’acqua potabile municipale.
Tuttavia, i dati dei diversi stati sono disomogenei e difficilmente confrontabili. Ciò che emerge, quindi, in primo luogo, è la necessità urgente di standardizzare i metodi di analisi, per poter capire meglio a che punto è la contaminazione. Una soluzione al problema potrebbe arrivare da quelli impiegati dall’Università di Rochester sull’acqua potabile di New York: l’utilizzo di nanomembrane di silicone si è infatti rivelato, in quel caso, un metodo economico e affidabile, utile anche per altri piccolissimi inquinanti.
fonte: www.ilfattoalimentare.it
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Rapporto Ispra: gli insetticidi sono gli inquinanti più diffusi nelle acque
Presentato il "Rapporto nazionale pesticidi nelle acque". su 426 sostanze inquinanti cercate nelle acque, trovate 299. Nelle acque superficiali, superamento dei limiti per glifosate e fungicidi.

Sono stati presentati i dati del nuovo Rapporto nazionale pesticidi nelle acque dell’Ispra, disponibile sul sito dell’Istituto (www.isprambiente.gov.it).
Le indagini che hanno riguardato 4.775 punti di campionamento e 16.962 campioni; nelle acque superficiali sono stati trovati pesticidi nel 77,3% dei 1.980 punti di monitoraggio, in quelle sotterranee nel 32,2% dei 2.795 punti. Le concentrazioni misurate sono in genere frazioni di μg/L (parti per miliardo), ma gli effetti nocivi delle sostanze si possono manifestare anche a concentrazioni molto basse. Sono state cercate complessivamente 426 sostanze e ne sono state trovate 299. Gli insetticidi sono la classe di sostanze più rinvenute, a differenza del passato, quando erano gli erbicidi.Il Rapporto è il risultato di un complesso lavoro che vede la collaborazione di tutte le componenti del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente, predisposto dall’Ispra sulla base delle informazioni trasmesse da Regioni e Province autonome, che attraverso le Agenzie regionali e provinciali per la protezione dell’ambiente effettuano le indagini sul territorio e le analisi di laboratorio.
Le informazioni su cui è costruito provengono da indagini svolte a livello regionale, che scontano importanti disomogeneità e non consentono agevolmente un confronto diretto tra diverse aree territoriali. Differenze significative, infatti, ci sono nella densità della rete di monitoraggio, nelle prestazioni dei laboratori che operano spesso con diverse capacità di analisi; il numero delle sostanze cercate, infine, varia sensibilmente da regione a regione. Occorre quindi tener conto di questi fattori e distinguere tra l’elevata qualità di indagine - che porta e numerosi rilevamenti, anche se talvolta a livelli di concentrazione molto bassi - rispetto ad una inferiore che non rileva la presenza dell’inquinante a concentrazioni anche significative con migliore capacità di analisi.
In questo contesto, alcuni livelli di contaminazione, come in passato, risultano più diffusi nella pianura padano-veneta. Questo dipende, oltre che dalle intense attività in agricoltura e dalla particolare situazione idrologica dell’area, anche dal fatto che le indagini sono generalmente più efficaci nelle regioni del nord. Va detto che in questa edizione del Rapporto sono presenti i dati di tutte le Regioni, e anche in zone dove prima non evidenziata, emerge ora una significativa presenza di pesticidi nelle acque.
Altri dati emersi: nelle acque superficiali, 415 punti di monitoraggio (21% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti ambientali. Le sostanze che più spesso hanno determinato il superamento sono gli erbicidi glifosate e il suo metabolita AMPA, il metolaclor e i fungicidi dimetomorf e azossistrobina; nelle acque sotterranee, 146 punti (il 5,2% del totale) hanno concentrazioni superiori ai limiti. Le sostanze più rinvenute sopra il limite sono: gli erbicidi glifosate e AMPA, il bentazone e i metaboliti atrazina desetil desisopropil e i fungicidi triadimenol, oxadixil e metalaxil.
Le vendite di prodotti fitosanitari nel 2018 sono state pari 114.396 tonnellate; dal 2009 al 2018 si è verificata una sensibile diminuzione delle quantità messe in commercio, indice di un minore impiego delle sostanze chimiche in agricoltura, dell’adozione di tecniche di difesa fitosanitaria a minore impatto e dell’aumento dell’agricoltura biologica.
Nello stesso periodo c’è stato, apparentemente in controtendenza, un aumento della diffusione territoriale della contaminazione che interessa quasi tutte le regioni, soprattutto dovuto alla maggiore copertura ed efficacia dei monitoraggi. Nelle acque superficiali la percentuale di punti con presenza di pesticidi è aumentata di circa il 25%, in quelle sotterranee di circa il 15%.
I dati evidenziano come in passato la presenza di miscele nelle acque; con un numero medio di 4 sostanze e un massimo di 56 sostanze in un singolo campione. Si deve quindi tenere conto che l’uomo, come altri organismi, sono spesso esposti a miscele di sostanze chimiche di cui non si conosce la composizione e, quindi, non si può valutarne il rischio.
fonte: www.greencity.it
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Ricerca del virus SARS-CoV-2 nei reflui urbani: primi risultati in Valle d’Aosta
A giugno 2020 è stato avviato, in Italia, il progetto SARI, ovvero “Progetto di Sorveglianza Ambientale di SARS-CoV-2 attraverso i Reflui urbani in Italia: indicazioni sull’andamento epidemico e allerta precoce”. Il coordinamento tecnico-scientifico del progetto è a cura dell’Istituto Superiore di Sanità – ISS.
In sintesi lo scopo è quello di predisporre un sistema per tracciare la presenza del virus sul territorio nazionale, tramite l’analisi dei reflui urbani, analogamente a quello che già succede attualmente per altri virus. Anche ARPA Valle d’Aosta partecipa al progetto SARI, come struttura di livello ST3R, come struttura di coordinamento di tutte le attività analitiche eseguite nell’ambito del progetto per la Valle d’Aosta.
I siti di campionamento scelti, durante il periodo estivo, sono stati il depuratore di Brissogne, quello di La Salle e quello di Valtournenche. I prelievi sono stati effettuati con una cadenza settimanale nel periodo luglio-agosto 2020 in tutti e tre i siti, mentre a partire da metà settembre ci si è limitati a prelevare solo al depuratore di Brissogne.
Le analisi dei campioni sono iniziate a metà novembre. I risultati ottenuti fin qui sono molto interessanti in quanto sono state rilevate tracce del genoma virale di SARS-Cov-2 già a partire dai primi campioni, prelevati presso il depuratore di Valtournenche il 15 luglio 2020. Nella settimana successiva, tracce del virus sono state rilevate anche nel depuratore di La Salle, mentre in quello di Brissogne solo a partire dal 29 luglio 2020.
I protocolli analitici utilizzati sono ancora in fase di validazione, in quanto si tratta di metodiche molto complesse, di conseguenza i dati ottenuti in questa prima fase della ricerca possono essere considerati solo indicativi della presenza di tracce del virus nei campioni raccolti e quindi della sua circolazione nel territorio regionale.
In oltre 30 dei 40 campioni analizzati è stata rilevata almeno una delle due sequenze target del virus, ricercate tramite RT—Real Time PCR, cosa che indica la presenza, o meglio la presunta presenza, di RNA virale nei campioni.
Tuttavia bisogna specificare che rilevare tracce di RNA virale nei reflui non corrisponde a rilevare, in questa particolare matrice, virus vitale e infettivo: ciò significa soltanto che, molto presumibilmente, nella popolazione afferente a quel depuratore ci sono delle persone che hanno “incontrato” le particelle virali e le stanno eliminando tramite le loro deiezioni.
I risultati riportati, pur dovendo essere approfonditi con ulteriori prove di conferma, ci fanno supporre che questo sistema sia in grado di evidenziare la circolazione del virus in una determinata area geografica, anche in un momento in cui il numero di casi rilevati nella popolazione è molto basso, se non addirittura nullo, confermando quanto già riscontrato dagli altri studi citati.
I risultati ottenuti sono sicuramente molto interessanti e devono essere una base per indagini e approfondimenti ulteriori.
Scarica il documento completo in formato pdf Ricerca del virus SARS-CoV-2 nei reflui urbani: primi risultati in Valle d’Aosta

Foto 2 – Fase di concentrazione del campione

Foto 3 – Fase di estrazione degli acidi nucleici con metodo ISS

Foto 4 – Fase di estrazione degli acidi nucleici con metodo ARPA Valle d’Aosta

Foto 5 – Rilevazione sequenze target in RT Real Time PCR
fonte: www.snpambiente.it
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Le microplastiche nel fiume Po
La situazione per la presenza di plastica e microplastica nel fiume Po non è critica. Le azioni che hanno portato a questo risultato sono state l’incremento dei depuratori e della raccolta differenziata dei rifiuti.
Queste le conclusioni delle misure effettuate nell’ambito del progetto Manta river project. L’indagine è stata condotta dall’Autorità di Bacino distrettuale del fiume Po, Ministero dell’Ambiente, Università La Sapienza di Roma, Arpae Struttura oceanografica Daphne e l’Agenzia interregionale per il fiume Po (Aipo).
I 4 punti di monitoraggio da cui sono stati prelevati i campioni di acqua corrispondono alle sezioni idrauliche di Isola Serafini (PC), Boretto (RE), Pontelagoscuro (FE) e Po di Goro-Delta (RO).
L’analisi ha definito la provenienza della plastica rinvenuta come segue:
25% materiale di imballaggio di origine industriale
11% sorgenti civili
64% scarichi di depuratori e agricoltura.
Approfondimenti
fonte: www.snpambiente.it
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La fitodepurazione come strategia di contenimento dei PFAS
Il Progetto Europeo LIFE PHOENIX (LIFE16ENV/IT/000488) di cui ARPAV è partner associato, tra i vari obbiettivi propone lo sviluppo e l’applicazione di metodiche alternative per contenere la concentrazione di contaminanti emergenti persistenti e mobili in acqua, nel caso di loro presenza nell’ambiente circostante. Una tra le azioni operative infatti ha lo scopo di sviluppare e validare alcuni sistemi innovativi di mitigazione dell’inquinamento, con particolare riferimento alla classe di contaminanti emergenti PFAS a catena corta, attraverso la costruzione di un impianto pilota di fitodepurazione per il trattamento delle acque per uso irriguo e sua successiva dimostrazione a scala reale.

La spinta verso sistemi di contenimento alternativi, basati appunto su sistemi “naturali” (nature-based solutions) ha dato impulso negli ultimi anni agli studi sulle capacità depurative degli organismi vegetali. Il potenziale di depurazione delle piante, anche se non estremamente elevato, può essere sfruttato nelle aree umide (artificial wetlands) dove la disponibilità di biomassa è elevata e si accoppia a un efficace meccanismo di deposizione della sostanza sospesa. Le tecniche fitodepurative spesso vengono utilizzate come trattamento aggiuntivo dopo i trattamenti tradizionali di depurazione.

In Veneto sono allo studio azioni per mitigare la concentrazione di PFAS nelle acque utilizzate per uso agricolo, il progetto LIFE PHOENIX ha individuato quindi il canneto comune (Phragmites australis), una specie molto diffusa e dalla crescita spontanea, per la realizzazione di un impianto pilota a Lonigo (Vicenza) per testare l’assorbimento di PFAS dalle acque per uso irriguo. La successiva dimostrazione su scala reale dell’efficacia di questo sistema di fitodepurazione è in fase di sviluppo su tre aree umide del Veneto poste in zone diverse dell’area di progetto: Monastiero presso Bevilacqua (Verona), Monselice (Padova) e Ca’ di Mezzo a Codevigo (Padova).
ARPAV è coinvolta nell’analisi della matrice acquosa per verificare l’efficienza della fitodepurazione con controlli di campioni in entrata e in uscita sia dall’impianto pilota che dalle aree umide individuate. L’analisi dei campioni vegetali di Phragmites australis invece è condotta dai laboratori di IRSA-CNR. I metodi analitici sviluppati e validati da entrambi i laboratori consentono di determinare la concentrazione di nove acidi perfluoroalchilcarbossilici (da 4 a 12 atomi di carbonio) e tre perfluoroalchilsolfonici (4, 6, 8 atomi di carbonio) in campioni di acqua e di matrice vegetale. L’analisi è basata sulla determinazione simultanea dei PFAS mediante strumentazione LC-MS/MS.



I dati preliminari evidenziano una discreta capacità delle piante nell’assorbimento di PFAS che ha permesso di testare il sistema anche a livello delle tre aree umide ovvero in zone alimentate sia da acqua superficiale che da acqua sotterranea.
Per maggiori informazioni sul progetto LIFE PHOENIX: lifephoenix.eu
fonte: www.snpambiente.it
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Pesticidi nelle acque. Se ne trovano in 3 punti su 4, con percentuali in crescita. I valori sono al di sotto dei limiti
“I limiti per i pesticidi nelle acque potabili nascono più di 20 anni fa, con la direttiva 98/83/CE attualmente in fase di revisione: 0,1 microgrammi/litro per una singola sostanza e 0,5 microgrammi/litro per il totale delle sostanze nelle acque”, spiega Paris. “Questi valori all’epoca rappresentavano la capacità analitica dei laboratori, e la volontà del legislatore era chiara: ’per quello che riusciamo a controllare, non ci devono essere pesticidi nelle acque destinate al consumo umano.’ Dietro tali limiti non c’era, infatti, una valutazione tossicologica particolare, quanto una volontà di cautela di fronte ai rischi di sostanze progettate per uccidere organismi che vengono reputati dannosi alle attività umane. Ma i meccanismi fondamentali della vita sono simili per tutti gli organismi, e nemmeno l’uomo è al riparo dagli effetti negativi dei pesticidi”.
Sembrerebbe una situazione di rischio da cui è difficile uscire. “La verità è che l’utilizzo dei pesticidi si basa su un compromesso molto fragile, perché si tratta di sostanze pericolose intenzionalmente rilasciate nell’ambiente. In Italia se ne utilizzano circa 130 mila tonnellate ogni anno, non possiamo stupirci di trovarne nei corpi idrici, come anche in altre matrici ambientali. Ci sono sostanze tossiche anche a concentrazioni estremamente basse, come nel caso degli insetticidi neonicotinoidi, ad esempio, l’Imidacloprid ha una tossicità anche a millesimi di microgrammo/litro. Lo sversamento di una quantità modesta può distruggere l’ecosistema di un corso d’acqua”, rileva Paris. Gli insetticidi neonicotinoidi sono considerati tra le principali cause della perdita di biodiversità. Recentemente sono stati banditi in Europa, ma per anni se ne è fatto un uso massiccio, che avrà ripercussioni ancora a lungo.fonte: www.ilfattoalimentare.it
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