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Il diseducatore globale

Foto tratta dal Floker di European Central Bank

Una parte dei processi di devastazione dell’ambiente provocati dai cambiamenti climatici sono ormai irreversibili. Lo dicono anche i governi, adesso. Tutti però lo sapevano da almeno quarant’anni e hanno fatto orecchie da mercante. Perché mercanti sono: i governi, le imprese, i finanziatori e tutti i divulgatori – più o meno scientifici – al loro servizio, che portano gigantesche responsabilità sulle falsità e la diseducazione che hanno fatto prosperare per decenni. Oggi in Europa, con la progressiva eclissi di Merkel e Macron, il principale rappresentante di questo obnubilamento di carattere quasi psichiatrico dell’intelligenza, che consiste nel nascondere la testa di fronte al disastro immanente, è Mario Draghi. Il suo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, accoppiato agli altri fiumi di denaro che il governo ha deciso di spendere per “non lasciare indietro” nessuno degli aventi causa nella spartizione dei fondi europei, ha dimostrato di non voler deviare di una virgola da una visione che mette il PIL al primo posto. Tanto per ammettere che il pianeta brucia e che, per salvarlo, bisognerebbe fare scelte prima impensabili (e dunque ogni minuto è prezioso per poterlo spiegare al mondo intero) che fretta c’è?

L’IPCC, il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, scrive...

Gli aspetti più sottovalutati del nuovo rapporto IPCC



Il 6° Assessment Report dell’International Panel on Climate Change pubblicato il 9 agosto dimostra che l‘accordo di Parigi sta invecchiando male e che i tempi della diplomazia e i tempi del cambiamento climatico purtroppo non coincidono

Il nuovo rapporto IPCC è riuscito a conquistare le prime pagine di giornali e monopolizzare l’attenzione...

Decresciamo le nostre emissioni di gas serra



PER LA PRIMA VOLTA E' PIOVUTO SULLA SOMMITA' DELLA CALOTTA GLACIALE IN GROENLANDIA
Sottotitolo: è soltanto la terza volta in dieci anni che sono state registrate temperature sopra lo zero sul punto più alto della calotta glaciale
L'articolo scritto da Denise Chow è stato pubblicato sul sito nbcnews in data 19 agosto 2021.
Ha piovuto per parecchie ore nella zona più ...

Basta aria fritta, è il momento di fare sul serio

Scenari. Se la gravità della situazione viene nuovamente certificata sul piano scientifico con nuova analisi e dati, su diverse testate il nuovo negazionismo continua a seminare dubbi sulla gravità della situazione e a suggerire che comunque il cambiamento richiesto è peggio della malattia



Il sesto rapporto della Commissione intergovernativa sui cambiamenti climatici dell’Onu (Ipcc) è stato lanciato mentre le ondate di calore e gli incendi devastano il pianeta dall’Amazzonia alla Siberia, dalla Grecia alla California.

Si tratta del primo dei tre volumi del sesto rapporto di valutazione, una sorta di summa delle scienze del clima pubblicata a otto anni dal rapporto precedente e a trentuno dal primo. La temperatura globale media registrata nel periodo 2010-19 risulta 1,07°C superiore a quella del periodo preindustriale mentre le concentrazioni di CO2 del 2020 sono quelle massime raggiunte negli ultimi 2 milioni di anni.

Rispetto al quinto rapporto, le evidenze della correlazione tra crisi climatica innescata dalle emissioni di gas serra e i fenomeni climatici estremi sono più forti così come il possibile crollo della corrente del Golfo giudicata solo otto anni fa «poco probabile» ora invece viene valutata con una probabilità media.

Si confermano i risultati presentati nel 2018 quando l’Ipcc aveva analizzato i diversi impatti tra uno scenario con l’aumento globale della temperatura media a 1,5°C e uno a 2°C e dunque dando un senso preciso alla formulazione degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, di limitare «ben al di sotto dei 2°C e preferibilmente a 1,5°C» la temperatura media globale.

Per riuscirci, e dunque per evitare le conseguenze peggiori, è necessario un dimezzamento delle emissioni globali entro il 2030 e un loro azzeramento entro il 2050: ed è ancora possibile farlo, questa la buona notizia negli scenari presentati dal rapporto.

La difficoltà – e i conflitti – stanno proprio nei tempi stretti per agire. Che la transizione richieda grandi investimenti e non sia una passeggiata è certo. Ma è solo metà della storia. Non c’è infatti solo il «bagno di sangue» evocato a ogni piè sospinto dal ministro Cingolani: i nuovi settori rinnovabili sono infatti a maggior intensità di lavoro e dunque richiederanno più occupati e, semmai, in qualifiche che richiedono politiche di formazione e di riconversione dei lavoratori dei settori fossili.

Questi sono dominati da un oligopolio globale fatto di poche majors (come per petrolio e gas) e di alcuni (importanti) stati proprietari delle risorse. I nuovi settori vedono invece una pluralità di soggetti anche di dimensioni medie e piccole e una concorrenza globale nelle tecnologie che, per alcune di queste, vede avanti la Cina. La cui linea pro-carbone va bloccata offrendo di cooperare sulle tecnologie pulite: una ripresa della collaborazione europea e americana col colosso asiatico, colpito anch’esso da alluvioni distruttive in queste settimane, rimane una condizione necessaria per combattere sul serio la crisi climatica.

Se la gravità della situazione viene nuovamente certificata sul piano scientifico con nuova analisi e dati, su diverse testate il nuovo negazionismo continua a seminare dubbi sulla gravità della situazione e a suggerire che comunque il cambiamento richiesto è peggio della malattia.

Alcuni sono tra quei promotori del nucleare poi bloccato dal referendum nel 2011: i reattori francesi (e quelli nippo-americani) proposti avrebbero creato solo altrettanti «buchi neri finanziari» senza aver prodotto un solo kilowattora. Oggi corrono solerti nel gruppetto dei nuovi negazionisti in soccorso degli interessi dei «padroni del vapore» per bloccare o ritardare i cambiamenti necessari, mentre aziende come Eni cercano di intimidire la stampa con querele temerarie come è successo al Fatto Quotidiano e di recente al Domani.

Eni che insiste con obiettivi largamente inadeguati sulle rinnovabili e a promuovere «soluzioni» incerte e rischiose come stoccare la CO2 nel sottosuolo o vendere il Gpl presentato come «verde» solo perché Eni ha acquistato gli equivalenti crediti di CO2 forestali in Zambia. Operazioni cartacee di assorbimenti forestali di CO2 a copertura di emissioni certe (quelle emesse dal Gpl «verde») che potrebbero andare in fumo al prossimo incendio, come è avvenuto per i crediti di CO2 acquisiti da altre grandi multinazionali proprio con gli incendi di questi giorni. Sarebbe ora di smetterla con l’aria fritta e iniziare a fare sul serio per combattere la crisi climatica.

Giuseppe Onufrio

Direttore Greenpeace Italia


fonte: ilmanifesto.it



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"Il peggio deve ancora venire", l'allarme nel rapporto Onu sul Clima

Approvato dai delegati di 195 Paesi con il contributo di 234 scienziati, la ricetta per riportare il termometro in equilibrio consiste nel dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 e portarle a uno zero netto entro il 2050



"Il peggio deve ancora venire e a pagarne il prezzo saranno i nostri figli e nipoti, più che noi stessi". È l'allarme lanciato nell'introduzione del rapporto sul clima del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (Ipcc) delle Nazioni Unite.

La ricetta per riportare il termometro in equilibrio consiste nel dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 e portarle a uno zero netto entro il 2050. Se non si inverte la rotta, evidenziano gli scienziati, nel 2030 potremmo arrivare a 3 gradi e nel 2.100 fino a 4.
Il frutto del lavoro di 234 scienziati

Alla pubblicazione hanno lavorato 234 scienziati di 195 Paesi riuniti dal 26 luglio a porte chiuse e virtualmente per negoziare riga per riga, parola per parola, le previsioni degli esperti Onu sul clima che aggiornano le ultime stilate sette anni fa.

Il tutto, mentre si susseguono disastri naturali in tutto il mondo, dalle inondazioni in Germania e Cina ai maxi incendi in Europa e Nord America.

"Credo sarà uno dei più importanti rapporti scientifici mai pubblicati", ha dichiarato sui social la climatologa Corinne Le Quéré, non presente tra gli autori del documento, che arriva a tre mesi dalla conferenza sul clima COP26 delle Nazioni Unite a Glasgow (Scozia), ritenuta cruciale per il futuro dell'umanità.

Una delle questioni centrali sarà la capacità del mondo di limitare il riscaldamento globale a +1,5°C rispetto all'era preindustriale, obiettivo ideale dell'Accordo di Parigi.

Presidente COP26, agire ora o non avremo più tempo

"Non possiamo permetterci di aspettare due, cinque o 10 anni: questo è il momento, o si agisce ora o non avremo più tempo": parole dal sapore di ultimatum per il mondo, quelle del presidente designato della Conferenza mondiale dell'Onu (COP26) sul clima, Alok Sharma, pronunciate alla vigilia della pubblicazione di un rapporto delle Nazioni Unite che sarà per la comunità internazionale il più chiaro e deciso avvertimento sui pericoli e le conseguenze dell'accelerazione del cambiamento climatico.

Il capo del vertice in programma a novembre a Glasgow, in Scozia, ha avvertito che il rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) in uscita oggi, mostrerà che il mondo è sull'orlo di un potenziale disastro.

fonte: www.agi.it

https://ipccitalia.cmcc.it/climate-change-2021-le-basi-fisico-scientifiche-i-cambiamenti-climatici-sono-diffusi-rapidi-e-si-stanno-intensificando/


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Sull’uso della parola degrowth

Un interessante articolo su Nature Communications di due noti economisti internazionali, Lorenz T. Keyber e Manfred Lenzer, per la prima volta parla esplicitamente di scenari di decrescita a proposito della necessità di seguire nuovi percorsi per ridurre il riscaldamento globale. Tuttavia non possiamo farci ingannare dall’uso della parola “degrowth”, avverte Alberto Castagnola: non siamo di fronte a un’articolata riflessione sulle strade da percorrere per smettere di creare il capitalismo


Tratta da Tratta da unsplash.com

Due noti economisti, Lorenz T. Keyber e Manfred Lenzer, specializzati nella elaborazione di modelli, hanno di recente pubblicato su Nature Communications (12, articolo numero 2676, 2021) un saggio molto ampio e impegnativo, intitolato “Gli scenari di decrescita relativi a 1,5 gradi suggeriscono la necessità di seguire nuovi percorsi di mitigazione” (1.5 °C degrowth scenarios suggest the need for new mitigation pathways). Il loro testo fa riferimento ad un notissimo rapporto dell’IPCC, il Comitato Intergovernativo per il Cambiamento Climatico, intitolato “Riscaldamento globale di 1,5 gradi centigradi” e messo in circolazione circa due anni fa, quindi prima dei ritardi negli incontri del Comitato dovuti alla pandemia ancora in corso. Quel documento aveva un compito ben preciso, cioè difendere in modo scientifico e ben documentato la necessità assoluta di non superare il grado e mezzo di aumento della temperatura del pianeta nei prossimi anni. Questo limite per molto tempo era stato indicato in 2 gradi durante diverse Conferenze delle Parti, cioè gli incontri assembleari dell’IPCC, a causa dell’opposizione di molti dei paesi maggiori inquinatori che pretendevano di avere margini più ampi prima di essere costretti a ridurre le produzioni più dannose.

A seguito di quel conflitto interno, l’ultimo documento emesso dal Comitato indicava ancora il limite dei 2 gradi, ma aggiungeva “e se possibile degli 1,5 gradi” e subito dopo usciva il rapporto sopra indicato, a difesa del limite inferiore, considerato evidentemente dagli scienziati vitale per gli equilibri del pianeta. Una sintesi ampia e molto dettagliata di questo rapporto si trova in italiano nel sito dell’IPCC per l’Italia, nella forma di “Sommario per i Decisori Politici”.

I due economisti già nelle prime righe del saggio formulano una accusa molto precisa: “Gli scenari dell’IPCC si basano su delle combinazioni di emissioni negative e oggetto di controversie e su dei cambiamenti tecnologici senza precedenti, mentre si presume una continua crescita del prodotto interno lordo”. I due economisti hanno infatti scoperto che gli autori del rapporto si sono dimenticati di prendere in considerazione lo scenario della decrescita, poiché il prodotto dell’economia non può che diminuire a causa degli interventi sulle attività produttive volti a mitigare i loro effetti negativi sul clima. Come si può ben comprendere, si tratta di un’accusa non trascurabile, in quanto riduce di molto l’attendibilità scientifica delle migliaia di scienziati che lavorano per l’IPCC.

Dopo questa premessa, i due autori avviano una analisi molto approfondita di tutti i 222 modelli utilizzati dai redattori del rapporto, ed evidenziano il fatto che in nessuno di essi si è tenuto conto di queste riduzioni che incidono molto sulle attività economiche e sulla vita sociale di tutti i paesi coinvolti. Inoltre, non contenti, elaborano una serie di modelli, basati su una gamma di ipotesi alternative, che evidenziano ogni volto una varietà di effetti sulle società e sulle strutture produttive. Questi loro modelli sembrano essere molto semplificati (ad esempio sono elaborati in riferimento alla sola energia da carburanti), mentre invece moltiplicano le combinazioni di fattori presi in considerazione.

L’autore del presente articolo non entra minimamente nel merito del prezioso saggio, oltre che per totale incapacità scientifica, non avendo alcuna competenza in materia di modelli, anche perché è interessato solo ad un ‘aspetto molto particolare, cioè all’uso della parola “degrowth”, traducibile con “decrescita” dall’italiano all’inglese, ma che forse non rappresenta un effettivo riferimento ai tanti significati contenuti nel pensiero della decrescita nel nostro paese.

Durante questo loro lavoro, molto faticoso, indubbiamente complesso, ma anche molto accurato e scientificamente corretto, i due economisti si sono anche convinti che sarebbe molto utile tenere conto delle riduzioni dei livelli di produzione e di reddito determinate dalle misure di mitigazione e di adeguamento, perché aprirebbero la strada a ulteriori interventi di questo tipo, ad esempio a politiche come la intensificazione delle forme alternative di energia (quelle di per se non dannose per l’ambiente) e comunque a scelte industriali veramente attente ad evitare danni all’ambiente, sia riducendo l’uso di certe materie prime, sia evitando inquinamenti derivanti da processi produttivi, sia influendo positivamente su scelte dei consumatori realmente alternative.

Nella discussione finale sui risultati ottenuti dai molteplici modelli da loro elaborati, i due economisti si preoccupano molto di mostrare i limiti dell’approccio da essi adottato, ulteriore dimostrazione della loro correttezza ed elevata professionalità. Le loro indicazioni sono quindi ancora più interessanti in quanto viste in una ottica molto critica. La prima affermazione è di particolare rilievo: “I risultati indicano che il percorso con la decrescita mostra i più bassi livelli di rischio per la fattibilità e la sostenibilità, quando vengono messi a confronto con i percorsi adottati nel Rapporto SR1,5 dell’IPCC utilizzando i nostri indicatori di rischio sociale e tecnologico”. In sostanza, i controlli effettuati dai due economisti mettono in luce le conseguenze negative il troppo peso attribuito alla tecnologia oggi dominante da parte degli scienziati dell’IPCC.

Successivamente, viene sottolineato che i modelli utilizzati dai due ricercatori prendono in considerazione solo l’anidride carbonica e non tengono conto della presenza tra gli inquinanti dell’atmosfera del CH3, cioè del metano e del N2O, cioè del diossido di ozono, “per i quali le mitigazioni tecnologiche sono più problematiche di quelle per l’anidride carbonica”. E concludono affermando che “Includere tutti questi fattori dovrebbe aumentare in misura sostanziale le difficoltà delle mitigazioni. Ognuno di questi aumenti rafforza in misura rilevante l’opportunità di prendere in considerazione gli scenari di decrescita, poiché diventa ancora più rischioso l’affidarsi soltanto alla tecnologia per conseguire livelli più alti di mitigazione” E ancora,”quindi, integrando la tecnologia con delle riduzioni della domanda in una prospettiva spinta più avanti nel tempo attraverso il cambiamento sociale, diventa ancora più necessario se vogliamo che il grado e mezzo rimanga un obiettivo possibile da raggiungere”.

Segue una affermazione molto importante, anche se ancora mantenuta nell’ambito della modellistica: “Pertanto è necessario disporre di una gamma di scenari molto più ampia della nostra, se si vuole arrivare a delineare un quadro più completo della fattibilità. Tuttavia, noi continuiamo ad affermare che tale ricerca dovrebbe prendere esplicitamente in considerazione degli scenari di decrescita, ad esempio con le caratteristiche dello “Scenario di trasformazione Sociale” di Kuhnhem e altri, oppure quelle dello Scenario SSPO proposto dalla Otero e altri. Ancora più esplicita e inequivocabile l’affermazione successiva: “Specie in vista di una fattibilità socio-politica, noi siamo convinti che la mancata esplorazione di questi scenari oggi conduce solo a una profezia che si autorealizza: con una ricerca che in maniera soggettiva giudica fin dall’inizio tali scenari come non realizzabili, essi rimangono margina nei discorsi pubblici e quindi inibiscono il cambiamento sociale, e quindi lasciando che essi appaiano ancora meno fattibili agli scienziati e così via. Come affermano McCollum e altri (1) e Pye e altri, (2) chi elabora i modelli si deve assumere la responsabilità collettiva di valutare l’intero spettro delle possibilità future, ivi compresi scenari comunemente considerati politicamente improbabili”.

I due economisti hanno quindi una visione molta seria del loro lavoro e marcano una distanza molto forte dal folto gruppo di scienziati, oltre 2.500, che sono a disposizione dell’IPCC. E infatti continuano ad evidenziare i limiti del loro lavoro e affermano ancora una volta che secondo le loro conoscenze, non esiste alcuno studio approfondito che esamini i motivi che hanno condotto ad omettere degli scenari di decrescita nei 222 modelli costruiti per l’IPCC.

Si arriva così al punto fondamentale che ha motivato la scrittura del presente articolo. Sempre nelle valutazioni finali, i due economisti affermano che una società della decrescita dovrebbe funzionare in modo molto diverso in confronto alla società attuale:

“Quindi i parametri e le strutture dei modelli basati sul passato potrebbero non essere più validi. Inoltre sarebbe necessario riconoscere che il prodotto interno lordo è un indicatore inadeguato del benessere di una società, almeno nei paesi più ricchi. Invece, il punto focale dovrebbe essere orientato direttamente verso la soddisfazione di bisogni umani multi-dimensionali (3). Tutto ciò è particolarmente importante dato che molte proposte di decrescita comprendono un rafforzamento del lavoro non monetizzato, ad esempio come il lavoro di cura e l’impegno in senso comunitario, nonché una demercificazione dell’economia e delle attività orientate verso la condivisione, il dono e il bene comune”.

È indubbio che i due economisti siano informati su alcuni elementi essenziali di una società completamente alternativa al sistema economico dominante, però ho la sensazione che le loro conoscenze non siano particolarmente approfondite e che manchi una scelta decisamente orientata verso un cambiamento radicale (da effettuare oltretutto in tempi piuttosto rapidi). La mia sensazione si basa su alcuni elementi, che vorrei sottoporre al lettore affinché possa giudicare. In primo luogo, i testi citati sono pochi (vedi nota 3), tre di Kallis, e mancano i testi base del pensiero della decrescita (da Ivan Illich a Georgescu Roegen e Serge Latouche, solo per fare qualche nome) che descrivono in tutta la loro portata e profondità i mutamenti radicali che caratterizzano l’alternativa al sistema capitalistico. In secondo luogo, i due ricercatori esprimono la necessità di tener presenti, in eventuali successivi studi, una pluralità di visioni economiche per conseguire un quadro più completo della realtà socio-economica, ad esempio l’economia postKeynesiana, quella ecologica e quella di tipo Marxista, tra loro molto diverse. Infine, i due economisti ritornano al loro campo di specializzazione e citano le modifiche che si potrebbero apportare ai sistemi adottati dall’IPCC, trascurando il fatto essenziale che tutta l’impostazione di questo Comitato internazionale mira soltanto ad apportare mitigazioni e adeguamenti ai sistemi economici esistenti, in una ottica di pura sostenibilità che non tiene di fatto conto della drammaticità dei fenomeni ambientali indotti dalle attività umane. Cosa suggeriscono i due economisti: “Promettenti sviluppi in questa direzione sono messi in evidenza nella rete dei modelli IAM di MEDEAS, che mette in connessione approfondimenti economici nella biofisica con la dinamica dei sistemi e le analisi input-output. Un altro esempio recente è costituito dal modello EUROGREEN, che combina economia post Keynesiana ed ecologica in un coerente quadro di sistemi dinamici stock e flussi, con lo scopo di valutare le conseguenze sociali ed ecologiche di scenari di decrescita nazionali e di crescita verde”.

Anche nel titolo del saggio si parlava di “suggerire la necessità di seguire nuovi percorsi di mitigazione”, una delle parole chiave per comprendere l’effettivo ruolo dell’IPCC, che pur rappresentando in apparenza un grandioso tentativo di tutti gli Stati di collaborare nella soluzione dei problemi climatici, in realtà è chiaramente la sede di un ulteriore tentativo di mantenere intatte le logiche del sistema economico dominante.

In conclusione, mi sembra che non possiamo farci ingannare dall’uso della parola “degrowth”, traducendola con “decrescita”, come se per la prima volta fossimo in presenza di una accettazione in una importante sede internazionale del pensiero della decrescita. Viceversa, possiamo tentare di trarre una qualche utilità dalla lettura di questo corposo saggio. Sarebbe di estrema importanza che economisti come Keyberg e Lenzen concentrassero i loro sforzi analitici sulla transizione dall’economia dominante a quella descritta dal pensiero della decrescita, evidenziando percorsi di trasformazione, connessioni tra i passi successivi e tempi di realizzazione (imposti dalla crisi climatica). Pur con delle inevitabili imperfezioni e limitazioni, costituirebbe uno strumento di azione e uno stimolo al dibattito politico tra le forze in campo, di cui l’intera umanità ha urgente bisogno.

Nei pochi mesi che ci separano dalla prossima Conferenza delle Parti dell’IPCC e dall’apparizione di nuovi rapporti dei loro scienziati, non dovremo mai trascurare i dati relativi al dissesto del pianeta e al rischio della “sesta estinzione di massa”.

Note
McCollum D.L e altri, Energy modellers should explore extremes more systematically in Scenarios, Nat. Energy 5 104-107 (2020)
Pye e altri, Modellin net-zero emissions energy systemes requires a change in approach, Clim. Policy, 21, 222-231 (2020)

3. Kallis G. e altri, Research on degrowth, Annu. Rev. Eviron. Resour. 43,291-316

(2018)

Kallis G. In defence of degrowth, Ecol. Econ. 70 873-880 2011

Hickel J. E Kallis G. Is gren growth possible? New political economy, 25

469-486 2020

Hickel J. It is possible to achieve a good lif for all within planetaries boundaries?

Third World 40 18-35 2019

Hickel J. Degrowth: a theory of radical abundance, Real World Economics

Revue, 54-68 2019

Jewell J. E Cherp A., On the political feasibility of climate change mitigation

pathways: is it too late to keep warming below 1,5 C ? Wires Climate

Change 11 e621 2020

fonte: comune-info.net



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Il cambiamento climatico ci sconvolgerà la vita: il nuovo rapporto IPCC

“Il peggio deve ancora venire”, scrivono gli autori del report del panel intergovernativo dell’Onu sul cambiamento climatico. La bozza vista da AFP in anteprima ha toni durissimi e scardina i punti di riferimento tradizionali usati per costruire le politiche climatiche in questi anni















Anche se terremo sotto controllo le emissioni di gas serra, nei prossimi decenni il cambiamento climatico modificherà profondamente la vita sulla Terra. L’impatto del climate change si farà sentire prima di quanto fosse stato previsto. Le soglie dell’accordo di Parigi non valgono più. Le diseguaglianze cresceranno vertiginosamente se non agiamo subito. “Il peggio deve ancora venire, incidendo sulla vita dei nostri figli e dei nostri nipoti molto più della nostra”. È quanto si legge nella bozza del nuovo rapporto dell’IPCC, il panel intergovernativo dell’Onu sui cambiamenti climatici.

Il nuovo report IPCC sul cambiamento climatico

Sul documento di oltre 4.000 pagine sono riusciti a mettere gli occhi in anteprima i giornalisti dell’AFP. Il rapporto IPCC dovrebbe uscire soltanto nel febbraio del 2022, ma i principali risultati sono già consolidati. L’IPCC infatti costruisce una “summa” della scienza climatica: lo stato dell’arte più aggiornato, con una ponderazione delle previsioni più attendibili, da cui emergono gli scenari di riferimento. È in base a questo documento che le politiche climatiche si devono muovere.

Sui numeri stabiliti dal panel dell’Onu si misura l’ambizione climatica degli Stati. Una bussola per comprendere se stiamo andando nella direzione giusta, e se ci stiamo andando abbastanza veloci. Insomma, un reality check rispetto ai piani di transizione ecologica messi in campo.

Se si tiene a mente questo, il contenuto del rapporto IPCC ha dei toni ancora più drammatici di quanto non sembra a prima vista. E non sembra un caso che in un documento scientifico di questa portata sia usato un linguaggio anche molto crudo, diretto, per nulla ambiguo. Le sfide che abbiamo di fronte sono sistemiche e intrecciate con la nostra vita di tutti i giorni. Il cambiamento climatico è già qui, avverte l’IPCC. E ci stiamo tirando la zappa sui piedi da soli, trasformando i nostri alleati più preziosi in potenziali nemici. Come? Diminuendo la capacità di foreste, oceani e altri ecosistemi di assorbire CO2 e quindi tamponare l’impatto del cambiamento climatico.

Il cambiamento climatico è già qui

Nel resoconto del rapporto fatto dall’AFP, l’agenzia stampa francese evidenzia 4 grandi conclusioni. Primo punto: il cambiamento climatico è già qui. L’IPCC calcola che le temperature globali siano cresciute finora di 1,1°C sui livelli preindustriali. Si tratta, sottolinea, di un valore che innesca già un climate change con effetti molto importanti sulle nostre vite. In pratica il messaggio è che le soglie individuate dall’accordo di Parigi non sono più valide: non bastano a tenerci al riparo. In ogni caso, l’IPCC sottolinea che il riscaldamento globale prolungato anche oltre gli 1,5 gradi Celsius potrebbe produrre “conseguenze progressivamente gravi, lunghe secoli e, in alcuni casi, irreversibili”.


Anche a questa soglia di riscaldamento globale, molte specie sono condannate all’estinzione e diversi ecosistemi sono profondamente degradati. Le condizioni climatiche corrono più veloci, troppo veloci, rispetto alla capacità di animali, piante e ecosistemi di adattarsi al cambiamento climatico.

Il secondo messaggio del rapporto è proprio sull’adattamento: non stiamo facendo abbastanza. “Gli attuali livelli di adattamento saranno inadeguati per rispondere ai futuri rischi climatici”, avverte l’IPCC. Non siamo pronti ad affrontare nemmeno gli scenari che contengono il global warming a 2°C entro il 2050. Tutto ciò punta chiaramente in una direzione: l’aumento delle diseguaglianze. Decine di milioni di persone in più soffriranno la fame, 130 milioni finiranno in povertà estrema. Centinaia di milioni di persone dovranno affrontare inondazioni nelle città costiere, ondate di caldo intollerabili, scarsità d’acqua.

Sul punto di non ritorno

Il terzo messaggio dell’IPCC riguarda i cosiddetti tipping points, i punti di non ritorno climatici. Una questione molto discussa e ancora troppo poco compresa. Per il panel dell’Onu la scienza è sufficientemente concorde: sono un pericolo reale. Perché sono importanti? C’è il pericolo che un cambiamento climatico inneschi impatti multipli e a cascata, come in un effetto domino che destabilizza una catena di ecosistemi. Il rapporto cita lo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia e Antartide, il degrado dell’Amazzonia e lo scioglimento del permafrost siberiano.

Per alcune regioni, in un futuro più immediato di quanto ci si aspettava finora, gli eventi climatici estremi possono colpire in rapida sequenza, dando forma a una sorta di tempesta perfetta. Brasile orientale, Sud-est asiatico, Mediterraneo, Cina centrale e quasi tutte le zone costiere potrebbero trovarsi di fronte, contemporaneamente, a siccità, ondate di calore, cicloni, incendi, inondazioni. L’umanità non sta agendo nel verso giusto, visto che la probabilità di innescare i punti di non ritorno è esacerbata da fenomeni profondamente influenzati dall’uomo come “perdita di habitat e di resilienza, sfruttamento eccessivo, estrazione di acqua, inquinamento, specie non autoctone invasive e dispersione di parassiti e malattie”.

Dobbiamo cambiare la nostra vita

Serve un cambiamento radicale e realmente trasformativo. Questo il quarto messaggio del rapporto IPCC sul cambiamento climatico. Le priorità devono essere evitare che gli scenari peggiori si concretizzino e prepararsi per quegli impatti del climate change che ormai non possiamo più evitare.

Cosa dobbiamo fare? Il rapporto nomina alcuni punti. Conservazione e ripristino dei cosiddetti ecosistemi blue carbon (foreste di alghe e mangrovie). Mangiare meno carne e prodotti animali. Abitudini di consumo più orientate a diete a base vegetale sono in grado di tagliare le emissioni legate al cibo anche del 70% entro il 2050.

“Abbiamo bisogno di un cambiamento trasformativo che operi su processi e comportamenti a tutti i livelli: individuo, comunità, imprese, istituzioni e governi”, conclude il rapporto IPCC. “Dobbiamo ridefinire il nostro modo di vivere e di consumare“.

fonte: www.rinnovabili.it



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Il Museo delle Tecnologie dell’Antropocene














Il mese scorso, appena prima di questa emergenza sanitaria, ho visitato il “Museum of Anthropocene Technology” (MAT) a Laveno Mombello. È un piccolo museo creato da Frank Raes, che fino a poco tempo fa lavorava presso il Joint Research Centre della Commissione Europea a Ispra. Lì ha diretto le ricerche sull’inquinamento atmosferico e sui cambiamenti climatici. Da 10-15 anni Frank è attivo sulla comunicazione della crisi climatica e il MAT è il suo modo di continuare questo lavoro.
Da tempo si dice che la sfida del cambiamento climatico debba essere affrontata nella sua dimensione profonda, sistemica, coinvolgendo le scienze umanistiche, per stabilire connessioni con i diversi aspetti della nostra cultura. Nelle stanze del MAT ho trovato questo. Non solo un racconto dell’antropocene a partire dalle tecnologie che ne hanno determinato e caratterizzato lo sviluppo. Anche una rete di connessioni, fra le Città Invisibili di Italo Calvino e gli scritti più recenti di Bruno Latour, il Quinto rapporto IPCC e il fallout radioattivo di Chernobyl, le schede dei personal computer e la riproduzione della molecola del glucosio o della CO2.
Pur se non possiamo visitarlo in questi giorni, ho chiesto a Frank di presentarci il museo, per permetterci di iniziare alcune riflessioni, un altro piccolo modo per “socializzare a distanza”. Questo è il suo racconto.
fonte: https://www.climalteranti.it

Rapporto Ipcc “Riscaldamento Globale Di 1,5°C: Sommario Per I Decisori Politici” Edizione Italiana


























SISC è lieta di presentare la traduzione in italiano del Rapporto IPCC “Riscaldamento globale di 1,5°C – Sommario per Decisori politici”

Un rapporto speciale dell’IPCC sugli impatti del riscaldamento globale di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali e sugli andamenti correlati delle emissioni globali di gas serra, nel contesto di un rafforzamento della risposta globale alla minaccia dei cambiamenti climatici, dello sviluppo sostenibile e degli sforzi per debellare la povertà.

La presente traduzione non è una traduzione ufficiale dell’IPCC.
La traduzione in lingua italiana è stata realizzata con la massima cura da parte del traduttore e dei revisori, al fine di rendere il testo originale dell’IPCC nel modo più appropriato possibile.

Come organismo delle Nazioni Unite, l’IPCC pubblica i suoi rapporti nelle sei lingue ufficiali delle Nazioni Unite (arabo, cinese, inglese, francese, russo, spagnolo). Le versioni in queste lingue sono disponibili per il download su www.ipcc.ch.


Rapporto IPCC “Riscaldamento globale di 1,5°C – Sommario per Decisori politici” (versione italiana) (PDF, 1,191 kb)

fonte: http://www.sisclima.it