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Il diseducatore globale

Foto tratta dal Floker di European Central Bank

Una parte dei processi di devastazione dell’ambiente provocati dai cambiamenti climatici sono ormai irreversibili. Lo dicono anche i governi, adesso. Tutti però lo sapevano da almeno quarant’anni e hanno fatto orecchie da mercante. Perché mercanti sono: i governi, le imprese, i finanziatori e tutti i divulgatori – più o meno scientifici – al loro servizio, che portano gigantesche responsabilità sulle falsità e la diseducazione che hanno fatto prosperare per decenni. Oggi in Europa, con la progressiva eclissi di Merkel e Macron, il principale rappresentante di questo obnubilamento di carattere quasi psichiatrico dell’intelligenza, che consiste nel nascondere la testa di fronte al disastro immanente, è Mario Draghi. Il suo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, accoppiato agli altri fiumi di denaro che il governo ha deciso di spendere per “non lasciare indietro” nessuno degli aventi causa nella spartizione dei fondi europei, ha dimostrato di non voler deviare di una virgola da una visione che mette il PIL al primo posto. Tanto per ammettere che il pianeta brucia e che, per salvarlo, bisognerebbe fare scelte prima impensabili (e dunque ogni minuto è prezioso per poterlo spiegare al mondo intero) che fretta c’è?

L’IPCC, il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, scrive...

Una devastazione appenninica per un gas che non ci serve.





Senza neppure attendere l’esito della campagna di monitoraggio dell’aria richiesta dalle prescrizioni della VIA, è stata rilasciata l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) per l’esercizio della centrale di compressione gas della società Snam Rete Gas sita nel Comune di Sulmona (AQ), zona ad alto rischio sismico e nei pressi della faglia attiva del Monte Morrone. L’impianto dovrebbe essere utilizzato per il futuro gasdotto “Linea Adriatica”, che a dispetto del suo nome attraverserebbe da sud a nord le aree appenniniche più altamente sismiche del nostro Paese, nonchè di eccezionale valenza ambientale e paesaggistica, dunque con la sottrazione di centinaia di ettari di terreni agricoli e l’abbattimento e l’eradicazione di almeno cinque milioni di alberi. Prosegue la mobilitazione popolare: già nel 2018 a Sulmona una manifestazione popolare contro la centrale ha visto la partecipazione di 12.000 persone e l’adesione di quasi 400 istituzioni ed organizzazioni, sostenute dalle amministrazioni locali.

fonte: www.rete-ambientalista.it/


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Luca Mercalli: La terra sfregiata

L’acqua alta sempre più frequente a Venezia e i devastanti incendi dei mesi scorsi in Australia dimostrano che ormai non possiamo più tornare indietro, ma soltanto cercare di contenere i danni provocati dal cambiamento climatico. Il vero problema, ricorda Luca Mercalli, è che non siamo pronti ad affrontare la crescita delle temperature, quella che, ad esempio, nell’estate del 2003 in Europa ha fatto 70.000 morti












Gli incendi devastanti dell’Australia nel giro di un paio di mesi (tra il 2019 e il 2020, ndr) hanno bruciato qualcosa come 100 mila chilometri quadrati di territorio, praticamente quanto l’intero Nord Italia. Ed è solo uno dei tanti fenomeni naturali che devastano i territori. Poi c’è Venezia, con un altro tipo di fenomeno, più continuo, più impercettibile all’inizio, ma poi inesorabile: l’aumento del livello del mare. Il 12 novembre del 2019 Venezia ha sperimentato la seconda acqua alta più alta della sua storia (la prima è stata quella del 1966). Ma quel che conta ancora di più è la frequenza del fenomeno. Noi abbiamo dati misurati perfettamente a Venezia dal 1870. Se andiamo a vedere la frequenza delle acque alte, quelle distruttive, notiamo che l’ultimo decennio ne ha totalizzate novantacinque sopra un metro e dieci, mentre se andiamo più indietro nel tempo, prima degli anni Sessanta, c’erano non più di tre-cinque episodi per decennio. Cioè da cinque episodi siamo passati a novantacinque. Vuol dire che prima avevamo un episodio ogni due anni e adesso ne abbiamo nove all’anno!

È un fenomeno globale, il livello del mare si sta alzando in tutto il mondo a causa della fusione dei grandi ghiacciai, soprattutto della Groenlandia e in parte anche dell’Antartide. Parallelamente le acque oceaniche si riscaldano e aumentano di volume. I due fenomeni connessi provocano già oggi – secondo dati misurati da satellite – un aumento del livello dei mari di tre millimetri e mezzo. Come sempre la gente aspetta spettacoli hollywoodiani e, per prendere coscienza del cambiamento, avrebbe bisogno di vedere un aumento di trenta centimetri all’anno. Ma a quel punto saremmo perduti. Tre millimetri e mezzo di aumento annuo sono forse pochi per percepirne il pericolo a vista, ma sono tantissimi per erodere le nostre spiagge e minacciare le nostre zone portuali. Essi fanno sì che Venezia abbia oggi quindici centimetri di mare in più rispetto a un secolo fa. Questo vuol dire che d’ora in poi tutte le acque alte saranno quindici centimetri più alte di cent’anni fa. E a fine secolo? Se si applicasse l’accordo di Parigi del 2015 (che fissa, per il 2100, il limite di 2°C di aumento della temperatura), si ritiene di poter mantenere l’innalzamento del mare entro mezzo metro, ma se non si fa nulla si potrà superare il metro. Ciò vorrebbe dire, per Venezia, l’acqua alta tutti i giorni dell’anno, e un metro in più durante le acque alte “cattive”, quelle in cui lo scirocco si combina con la marea. Allora, invece di sfiorare i due metri, arriveremo a tre. Ma cosa vuol dire tre metri di mare a Venezia? Vuol dire il mai visto, vuol dire qualcosa a cui la città non può far fronte, vuol dire avere l’acqua ai primi piani delle case.

E poi pensiamo alle ondate di calore estivo. Anche qui siamo in un settore in cui potremmo pagare un prezzo molto elevato. Attualmente nella Pianura padana la temperatura massima mai misurata appartiene a Forlì: 43°C il 4 agosto del 2017. Nel giugno del 2019 in Francia, in Provenza, abbiamo toccato i 46°C. Ora, da qui ad arrivare ai 50°C il passo è breve. Noi climatologi ci aspettiamo che entro i prossimi dieci o venti anni vedremo nelle città italiane del nord – Milano, Bologna etc. – delle temperature massime superiori ai 45°C e prossime ai 50°C. Sono temperature da Pakistan, da India. Temperature che noi non siamo pronti ad affrontare. Qualcuno dirà: «Mi chiudo in un ufficio con il condizionatore a manetta», ma lo puoi fare per un giorno, non se questi fenomeni diventano sistematici per un periodo lungo dell’estate. Il costo di ciò si calcola in termini di vite umane, di vittime, ed è la popolazione anziana e malata la prima a soccombere: l’estate del 2003 in Europa ha fatto 70.000 morti! Ma è un prezzo che si calcola anche in termini energetici, perché è chiaro che se tutti, per sopravvivere, metteranno i condizionatori al massimo, i consumi di energia (e le bollette) aumenteranno in modo esponenziale. Pagheremo un prezzo in tutte le attività che hanno a che fare con l’ambiente esterno, dall’edilizia all’agricoltura: i lavoratori che oggi lavorano fuori non potranno continuare a farlo in quelle condizioni, senza rischiare la vita. In questo senso le nostre città diventeranno un luogo di grande vulnerabilità climatica per le ondate di calore. […]

Non possiamo tornare indietro, possiamo soltanto cercare di contenere il danno, di evitare lo scenario peggiore. Anche nella ipotesi migliore, cioè quella di un aumento della temperatura di soli 2°C e dell’innalzamento del mare di solo mezzo metro, i cambiamenti che ho descritto ci saranno. Solo saranno, sperabilmente, a un livello più “maneggevole” rispetto allo scenario peggiore, quello della mancata applicazione dell’Accordo di Parigi, che porterebbe, a fine secolo, a un aumento della temperatura di 5°C o 6°C in più e a un innalzamento dei mari di un metro e venti. Allora, se leggiamo con gli occhi giusti i segnali di quello che già sta avvenendo nel mondo, tra aumento della temperatura, fusione dei ghiacci dell’Oceano Artico e dei ghiacciai delle nostre montagne, ondate di calore, eventi estremi più intensi (più alluvioni e più uragani), capiamo che dovremmo fare di tutto, da un lato, per adottare stili di vita meno invasivi nei confronti dell’ambiente e, dall’altro, per prepararci ad affrontare eventi che ormai sono in canna, e rispetto ai quali non possiamo tornare indietro…

Ormai siamo condannati a vivere con un clima malato, quello che possiamo decidere è quanto può essere grave l’entità di questa malattia.

Estratto da La terra sfregiata. Conversazioni su vero e falso ambientalismo, di Luca Mercalli con Daniele Pepino (Edizioni Gruppo Abele, 2020), pubblicato su Volerelaluna.

fonte: www.comune-info.net


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Il bel tempo? Un disastro, non c’è più neve sull’Appennino. Mercalli: “Rischio incendi devastanti”

Temperature alte, sole splendente, pochissima neve sulle montagne e a quote sempre più alte. Quello che spesso viene descritto come “bel tempo” è invece un disastro causato dal riscaldamento globale. Ne abbiamo parlato con il climatologo Luca Mercalli: “Senza un radicale cambiamento del nostro modello di sviluppo le conseguenze per l’umanità saranno catastrofiche. Città sommerse, migrazioni di massa, siccità e alluvioni”.

















“Il Gran Sasso si eleva maestoso tra gli splendidi paesaggi dell’Appennino Centrale”. L’ha scritto l’astronauta italiano Luca Parmitano il 15 gennaio, pubblicando sulle sue pagine social una fotografia scattata dallo spazio sulla Majella: è vero, il paesaggio dell’appennino abruzzese è splendido, ma a ben guardare è un altro il dettaglio che dovrebbe catturare l’attenzione e preoccupare non poco. Il 15 gennaio, infatti, solo la cima del massiccio della Majella – con i suoi 2.793 metri sul livello del mare – è coperta di neve. Tutto il resto no: il paesaggio fotografato dall’alto appare quasi primaverile, e così è per la gran parte della catena appenninica, dalla Calabria alla Liguria. C’è poca neve anche sul Gran Sasso D’Italia, la cima più alta con i suoi 2.912 metri. Quasi nulla sul Monte Vettore, quarta vetta tra Umbria e Marche. La situazione non è delle miglior sulle Alpi, dove pur essendoci neve negli ultimi giorni lo zero termico è stato toccato solo oltre i tremila metri di quota.

Le alte temperature delle ultime settimane, le giornate soleggiate che molti meteorologi hanno definito “bel tempo”, sono però un campanello d'allarme. Poca neve sui monti significa alto rischio siccità tra qualche mese; le scarse piogge significano maggiori probabilità la prossima estate di dover fronteggiare incendi devastanti. I danni per l’agricoltura saranno importanti, e sul lungo periodo le conseguenze investiranno migliaia di città costiere (come Venezia) e centinaia di milioni di persone. Insomma, lo chiamiamo “bel tempo” ma è un disastro di cui rischiamo di subire ben presto le conseguenze. E’ di questo che abbiamo parlato con il professor Luca Mercalli, climatologo, divulgatore scientifico e presidente della Società meteorologica italiana.



L'astronauta Luca Parmitano due giorni fa ha pubblicato una fotografia della Majella e dell’Appennino abruzzese. Non c’è neve sui monti. E’ un segnale preoccupante?


Quella foto è un simbolo. Non è sulla base di una singola immagine che è possibile sviluppare una teoria climatica e la scarsa neve potrebbe rappresentare un evento casuale. Certo, però, quell'immagine pone degli interrogativi e attira molto l'attenzione. Molti satelliti fotografano il pianeta ogni giorno da trent'anni e dimostrano che in tutto il mondo si stanno alzando le temperature: la neve dura molto meno e si alza di quota, e il 2019 è stato il secondo anno più caldo della storia dopo il 2016. Montagne che in questo periodo dovrebbero essere coperte di neve oggi ricevono solo pioggia e questo fenomeno è molto evidente soprattutto alle quote medie, ad esempio sugli Appennini. Tutte le stazioni meteo dimostrano un calo dell'innevamento e sotto i 1.500 metri abbiamo perso il 30 per cento della neve.




C’è una ragione scientifica? 

La colpa è dell’aumento della temperatura globale: è questo il fatto fondamentale. La comunità scientifica denuncia questo problema da decenni, ma non siamo ancora stati in grado di cambiare radicalmente modello di sviluppo abbandonando le fonti fossili per le energie rinnovabili. Le conseguenze sono già sotto i nostri occhi: gli incendi in Australia e l'acqua alta a Venezia, ad esempio.

Quali saranno le conseguenze sul breve e sul lungo periodo? 

Le conseguenze saranno catastrofiche. Di questo siamo ormai certi. Dobbiamo immaginare che gli eventi disastrosi ai quali abbiamo assistito negli ultimi anni raddoppieranno o triplicheranno di intensità: parlo delle alluvioni, degli uragani, dei periodi di siccità, di incendi devastanti come quelli in Australia. A causa della fusione dei ghiacciai i livelli dei mari aumentano ogni anno di 3,5 millimetri: questo porterà a fenomeni di acqua alta come quelli dello scorso novembre a Venezia. Entro la fine del secolo il livello degli oceani aumenterà di un metro: intere città verranno sommerse e centinaia di milioni di persone saranno obbligate a emigrare. Naturalmente ci saranno danni enormi anche per l'economia: l'agricoltura sarà il primo comparto a entrare in crisi a causa di siccità e alluvioni. I danni ammonteranno solo nel nostro paese a centinaia di milioni di euro, senza contare le possibili vittime. Le estati saranno caldissime, e già nel 2019 abbiamo avuto un'anteprima di quello che accadrà in futuro: il 26 giugno in Provenza sono stati registrati 46 gradi. A ottobre 2017 molti boschi delle Alpi sono stati distrutti dagli incendi; in quel periodo invece sarebbe dovuta cadere la prima neve.




Cosa pensa dei blocchi del traffico imposti in questi giorni?

Non aiutano a risolvere il problema. E' come dare l'aspirina a un malato di cancro. I blocchi del traffico sono un tentativo disperato di affrontare una situazione che ci sta sfuggendo di mano, ma quello di cui c'è veramente bisogno è di una riforma complessiva dell’uso delle risorse del pianeta, abbandonando i combustibili fossili in tutti i settori: nei trasporti come nell'industria.

Lei ha detto spesso che abbiamo superato il punto di non ritorno. Cosa possiamo fare per mitigare i danni?

E' vero. La comunità scientifica è concorde sul fatto che abbiamo superato il punto di non ritorno circa 40 anni fa. La metafora più giusta è quella di un fumatore: anche se decide di smettere dopo decenni i suoi polmoni non torneranno mai come nuovi. Il riscaldamento globale porterà comunque a eventi estremi come quelli che ho descritto: sappiamo che come minimo acquisteremo due gradi entro la fine del secolo, anche se applicassimo i migliori protocolli internazionali. Se, invece, non faremo niente potremmo arrivare a un aumento di 7 gradi. Sarebbe una catastrofe per l'umanità. Non possiamo tornare a un clima sano, ma possiamo diminuire il danno.




Come mai, di fronte a queste evidenze, ancora molti scienziati negano il cambiamento climatico?

Definirli scienziati è sbagliato: non è scienza negare più di cento anni di studi su questo argomento. Il primo a sollevare il problema fu, nel 1896, il premio Nobel per la chimica Svante August Arrhenius. Chi oggi nega il riscaldamento globale non è uno scienziato, oppure non lo è  nel settore del clima: spesso si tratta di personaggi pagati dalle lobby dell'industria fossile, altre volte negano decenni di studi per ragioni esclusivamente ideologiche. Sovente vengono poi interpellati studiosi che, semplicemente, fanno altri mestieri, ad esempio medici e fisici delle particelle che non hanno mai studiato approfonditamente il clima. Oggi la comunità scientifica è unanime nell'affermare che il le attività umane sono all'origine del cambiamento climatico. Se non cambieremo radicalmente modello di sviluppo le conseguenze saranno catastrofiche.

fonte: https://www.fanpage.it/

Una specie tra le altre

La devastazione della biosfera ha superato il limite del non ritorno ma l’economia capitalista non accetterà di porre vincoli alla crescita. Che fare? Paolo Cacciari commenta un recente articolo del filosofo inglese John Gray come una provocazione e ne raccoglie la sfida rivolta agli ecologisti. Se davvero pensiamo a una società in cui i progressi della tecnologia non vengono usati per aumentare la produzione e i consumi ma per migliorare la qualità della vita, allora dovremmo avere il coraggio di sovvertire la cultura prevalente e mettere in discussione la “religione antropocentrica” e specista. L’umanità deve cominciare a concepirsi semplicemente come una specie animale che appartiene alla Terra, una tra le altre, cui non è garantita la sopravvivenza sul pianeta. La scelta sta noi: senza uscire dall’immaginario capitalista che rifiuta ogni limite per affermare il suo dominio sulla natura e le altre forme di vita, l’ambientalismo rischia di diventare un pensiero magico, cioè irrealistico
















John Gray è un influente filosofo della politica britannico. In Italia è conosciuto soprattutto per il suo premonitore False Dawn: The Delusionsof Global Capitalism, del 1998 (tradotto da Ponte delle Grazie, Alba bugiarda. Il mito del capitalismo globale e il suo fallimento). Un liberale antiliberista, contrario ad ogni forma di misticismo, consapevole della crisi ecologica, ma oppositore del “pessimismo cosmico” di certo ambientalismo. Insomma, un pensatore che si destreggia tra le contraddizioni del mondo. In questo suo scritto per UnHerd, tradotto dal settimanale  Internazionale con il titolo Come rispondere all’emergenza. Ci vuole più realismo, affronta i temi del “che fare?” in un modo alquanto provocatorio. Per Gray, la “devastazione della biosfera” ha davvero superato il limite del non ritorno, tanto che le conseguenze del surriscaldamento climatico sono irreversibili e continueranno ad agire anche dopo che le sue cause saranno eliminate. Ma secondo lui le soluzioni indicate dagli ecologisti “figli dei movimenti antiglobalizzazione” dei primi anni 2000, come Extinction rebelion, sono sbagliate perché troppo drastiche, “arroganti”, “impopolari” e, pertanto, “ignorano la realtà geopolitica”. Non tengono conto, cioè, che i governi delle nazioni (sia quelle di più antica che di nuova industrializzazione) non resisterebbero un giorno solo – si “destabilizzerebbero” – se “dovessero smettere di usare i combustibili fossili”.  Il tenore di vita degli abitanti crollerebbe, provocando “disordini sociali su larga scala” e i prevedibili cambiamenti politici non andrebbero certo nella direzione di una maggiore protezione dell’ambiente, come dimostrano le esperienze storiche dei regimi autoritari al potere. Quindi – in breve – la tesi di Gray, al pari di scienziati come James Lovelock (l’inventore della teoria di Gaia, la Terra come superorganismo in grado di autoregolarsi, oggi sostenitore dell’energia nucleare – invero, più per disperazione, che per convinzione) – è che la salvezza del genere umano potrà realizzarsi solo attraverso uno sviluppo tecnologico sempre più radicale: concentrazione degli abitanti in “città ad alta densità”, “produzione sintetica di alimenti”, moltiplicazione delle centrali nucleari e così via.
Gray è troppo intelligente per non sapere che ci sta prospettando un mondo da incubo, sempre più artificializzato, alla Blade Ranner, ancor più indesiderabile di quello attuale. Cerchiamo quindi di capire cosa ci vuole dire il filosofo britannico. A me pare che in realtà la sua sia una sfida al mondo ambientalista, più che una vera e propria proposta politica.
Il primo livello del ragionamento di Gray è molto semplice e d’ordine immediatamente politico: “Nessuno ha mai spiegato chiaramente – denuncia con ragione il filosofo – come funzionerebbe” un sistema sociale capace di rispettare i limiti dei cicli vitali del pianeta senza  che ciò comporti “un abbassamento degli standar di vita per un gran numero di persone”. Come dire: attenti ambientalisti, se non date risposte credibili e convincenti “per i poveri e per la maggioranza dei lavoratori”, allora la vostra visione del mondo sarà destinata al fallimento. Come dargli torto? Le “politiche verdi”, infatti, sono state fin qui catturate nel discorso generico e inefficace dello “sviluppo sostenibile”, oppure sono cadute nella retorica paralizzante del catastrofismo.
La risposta  “rosso-verde”, che lega indissolubilmente giustizia ambientale e sociale, non è in effetti ancora chiaramente prospettata dai movimenti green. Tantomeno da quelli di derivazione operaia. Senza un’idea di società ecosocialista, capace di risanare i rapporti di potere tra le persone e tra le persone e la natura,  non ci potrà essere componimento win-win tra le ragioni economiche e quelle ambientali. Tra bios e logos. Tra etica ed economia. L’idea di un’economia di cura, che privilegi i valori d’uso dei beni comuni (così come prospettata dai movimenti indigeni, ecofemministi, territorialisti, neomunicipalisti, ecosolidali…) non si è ancora affacciata sulla scena della politica. Non possiamo, quindi, incolpare i professori di filosofia se ancora non la conoscono.
La seconda sfida che lancia Gray alla cultura ambientalista è ancora più impegnativa, d’ordine filosofico. Il punto di partenza del pensiero del nostro autore è sacrosanto: “L’economia industriale non accetterà che vengano stabiliti dei vincoli alla crescita”. Ma non per interessi spiccioli di ricerca della massimizzazione dei profitti, ma per ragioni metafisiche: “Sognare l’impossibile è proprio quello che rende gli esseri umani unici e speciali”. L’antropologia contemporanea deriva dal fatto che: “Gli esseri umani sono stati incoraggiati a pensare di avere quel potere sulla natura che era prerogativa del dio”. Ma, poiché “nessuno crede più” a nessun dio, sostituito dalla “devozione alla scienza (…) il cui compito è formulare leggi universali indipendenti dalle convinzioni e dai valori umani”,  allora “le emozioni soggettive devono essere messe da parte” ed è necessario “prendere atto della realtà” culturale oltre che politica, “adattarvisi” e  “trascendere il mondo naturale” attraverso la sola forza delle invenzioni tecnoscientifiche.
Chiaro, come due più due. Ma se invece – ci sfida  Gray – c’è ancora chi crede  – con John Stuart Mill 170 anni fa – che sia auspicabile avvicinarsi ad “un’economia di stato stazionario”, a “crescita zero” (oggi diremmo: una società della decrescita), “in cui i progressi della tecnologia non vengono usati per aumentare la produzione e i consumi ma per migliorare la qualità della vita”, allora costoro (gli ecologisti) dovrebbero avere il coraggio di sovvertire la “cultura prevalente” e di  mettere in discussione la “religione antropocentrica” e specista. Prima che politica, la rivoluzione verde dovrebbe quindi riguardare la dimensione antropologica, la “mentalità di oggi”. L’umanità dovrebbe concepirsi semplicemente “come una specie animale  tra tante” e “come tutte le altre non ha un ruolo garantito sulla Terra”. Senza compiere questo salto di paradigma fuori dall’immaginario capitalista (“rifiuto di qualsiasi limite”) – sembra dirci Gray –  le politiche verdi sono destinate a rimanere un “pensiero magico”, cioè irrealistico. Meglio, quindi, adattarsi agli eventi, pianificare una “ritirata sostenibile. Usando le tecnologie più avanzate”, a costo di “perdere tanta parte della piacevolezza che (la Terra) deve alle cose che per la crescita illimitata della ricchezza e della popolazione devono essere estirpate”, con buona pace di Mill, ricordato da Gray, dei Principi di Economia Politica (1848).
fonte: https://comune-info.net

«Acerra è una città crocifissa», Di Donna contro Comune e Regione










ACERRA. “Siamo un popolo crocifisso. Una città crocifissa che anela a risorgere. Un territorio devastato. Siamo fermi al venerdì Santo”. Monsignor Antonio Di Donna ci va duro nella sua omelia di Pasqua nella cattedrale di Acerra e si scaglia senza mezze misure contro i politici regionali e locali, ma anche contro la rassegnazione del suo popolo.  

“Ragazzi e giovani continuano ad ammalarsi e a morire. Prima la Montefibre, poi l’inceneritore hanno distrutto i nostri campi ed ancora oggi si continua a parlare di quarta linea dell’inceneritore: un grande bufala”, tuona dal pulpito don Antonio Di Donna. Il prelato accusa Palazzo Santa Lucia di dire bugie quando “dice che è necessaria per combattere l’emergenza dei rifiuti che si avrà a settembre con la chiusura dell’impianto, ma è falso perché sappiamo che ci  vogliono tempi molto lunghi per fare una quarta linea dell’inceneritore” Il prelato lamenta ancora una volta un deficit di democrazia perché sull’inceneritore “non c’è controllo e noi non sappiamo niente”.

Ed i suoi strali sono anche per l’inerzia sulle polveri sottili che inquinano l’aria delle città a nord di Napoli. “Da anni non si applica il piano regionale per la tutela dell’aria nelle nostre città. Intanto ragazzi e giovani continuano ad ammalarsi e a morire. E non solo loro”, accusa dal pulpito monsignor Di Donna. Ma il vescovo si Acerra non risparmia nemmeno il Comune  “Anche la politica cittadina è senza progetti, senza sogni.  Il Piano urbanistico comunale è una buona cosa, ma non può ridursi solo ad una questione tecnica. Bisogna prima riflettere, quale città vogliamo per i nostri figli.  Una politica senza sogni senza progettualità si riduce a mero pragmatismo, a rincorrere semplicemente le emergenze“, avverte il prelato al cospetto di una cattedrale stracolma di fedeli invitando tutti a ripopolare le piazze cittadine da tempo deserte. 

“Questa città non può fermarsi al venerdì santo. Sarà Pasqua per Acerra, quando tutti parteciperemo allo sviluppo della città, vincendo la rassegnazione e non voltandoci dall’altra parte. Quando le forze sane di questa città si metteranno insieme per la rinascita del territorio. Quando sarà fatto tutto il possibile per la salute dei cittadini. Sarà Pasqua, quando le scuole, le biblioteche, i centri musicali e sportivi saranno più numerosi delle sale da gioco. Quando i mafiosi ed i mercanti di veleni si pentiranno ed i giovani non dovranno più emigrare. Quando finalmente non si ammaleranno più bambini e giovani”, ammonisce monsignor Antonio Di Donna.


fonte: www.ilmattino.it

Bali, l’isola a rischio tra plastica e cemento

Un controverso progetto edilizio prevede la bonifica di una foresta di mangrovie in una delle spiagge più suggestive dell’isola per costruire resort e casinò. Minando così l’economia locale e l’ambiente circostante. La battaglia dei giovani attivisti indonesiani

















Bali, la spiaggia di Benoa Bay © Nello Trocchia

Meravigliosi templi a strapiombo sul mare, una foresta pluviale incontaminata, la magia delle danze in costume tradizionale delle donne. A Bali -unica isola dell’arcipelago indonesiano a maggioranza induista- i turisti possono immergersi in tanti mondi diversi nel raggio di pochi chilometri: dalla musica anni Novanta delle discoteche del quartiere di Kuta alle spiagge selvagge dove fare surf immersi in una natura incontaminata, dalle terrazze dove si coltiva il riso ai villaggi dove ancora si praticano i combattimenti tra galli (formalmente vietati).
Ma la bellezza di Bali e i suoi delicati ecosistemi sono seriamente minacciati. Ogni anno l’isola più famosa e sicuramente tra le più belle dell’Indonesia, accoglie circa dieci milioni di turisti. Una fiumana umana che contribuisce ad aggravare le criticità ambientali già esistenti come la carenza di acqua, l’inquinamento e il consumo di plastica di difficile smaltimento. Ad aggravare questa situazione c’è un’altra minaccia, un progetto faraonico che mette a rischio l’ecosistema della Benoa Bay, una della baie più incantevoli di Bali, attualmente ricoperta da una foresta di mangrovie.
Il “Tirta Wahana Bali International” (Twbi) è un controverso progetto prevede la bonifica del 75% della palude in cui crescono le mangrovie per creare isole artificiali in stile Dubai, destinate ad accogliere resort di lusso, casinò, un campo da golf, un parco divertimenti e un circuito automobilistico. Con un giro d’affari da tre miliardi di dollari.
Di fronte a questa minaccia, molti giovani si sono riuniti in movimenti di opposizione e protesta. Il movimento “Tolak Reklamasi”, assieme al “Forum for Bali” ha raggiunto traguardi notevoli nel sensibilizzare l’opinione pubblica sulla salvaguardia dell’ecosistema balinese e in particolare sulla vicenda di Benoa Bay. “Tolak Reklamasi” ha sollecitato l’intera comunità a prendersi le proprie responsabilità e reagire per salvare l’identità della loro terra dagli speculatori edilizi e dalla corruzione, altro male che affligge l’Indonesia. Incontriamo un gruppo di attivisti capeggiati da Putu -che gestisce una guest house proprio nella Benoa Bay e per motivi di sicurezza non vuole essere citato – e per arrotondare porta i turisti in giro a vedere le meraviglie dell’isola.

Manifesti di protesta contro il progetto "Tirta Wahana Bali International" © Nello Trocchia
Manifesti di protesta contro il progetto “Tirta Wahana Bali International” © Nello Trocchia
“Qui siamo tutti pescatori, piccoli commercianti e imprenditori, gestiamo queste guest house che ospitano i turisti a pochi dollari. Questa è la nostra cultura, la nostra identità”, spiega Putu. Sulla spiaggia, ogni giorno arrivano decine di piccole imbarcazioni che trasportano i turisti.  “Se questo progetto viene realizzato tutto questo sarà spazzato via, che ne sarà della riserva delle tartarughe?”, aggiunge Putu. La comunità locale, infatti, ha creato e protegge una riserva naturale dove le tartarughe possono depositare le uova in sicurezza. “Stavano scomparendo da Bali, noi abbiamo creato questa riserva protetta per preservare la specie. E loro vogliono costruirci i casinò?”.
Il movimento di protesta è composto per lo più da ragazzi giovani e appassionati che oggi rappresentano l’unica speranza per sensibilizzare il governo. “Noi ci siamo appellati – conclude Putu – ad ambientalisti, oganizzazioni no governative, studenti, artisti, chiunque voglia far sentire la propria voce qui è prezioso”.
Benoa Bay si trovava sotto tutela fino al 2014, quando il presidente indonesiano uscente Susilo Bambang Yudhyono ne revocò lo status di area protetta dando il via libera ai lavori di costruzione. La decisione del presidente suscitò non poco sdegno, soprattutto perché ritenuta frutto di decisione equivoche e poco trasparenti. Benoa Bay si trova nella parte meridionale di Bali, nel cuore dei distretti più ricchi ed a più alta concentrazione turistica e conserva oltre sessanta siti naturali sacri per la religione induista. Ma l’aspetto più preoccupante di questo progetto a forte impatto ambientale è l’aumento del rischio di inondazioni, già molto frequenti sull’isola, come denunciato da Ketut Sarjana Putra, direttore della sezione indonesiana dell’Ong americana “Conservation International”.
Ma il mega progetto di Benoa Bay non è l’unica minaccia all’ecosistema di Bali. Che, come tutta l’Indonesia, deve fare i conti con il problema dello smaltimento dei rifiuti e con l’invasione della plastica. A Java, isola più popolosa dell’arcipelago, ogni giorno una montagna di rifiuti viene prodotta e consumata senza nessuna capacità di smaltirla. E così la soluzione è incendiare gli scarti o gettarli in mare inondando le isole meravigliose che ingoiano la plastica condotta a riva dalle correnti.  Il territorio paga così il prezzo di un modello di consumo votato al profitto, alimentato anche dall’arrivo di un turismo di massa, dalla costruzione di enormi centri commerciali, con il notevole aumento della produzione degli scarti e l’incapacità di smaltirli.

Lo smaltimento della plastica è uno dei principali problemi in tutta l'Indonesia ©Nello Trocchia
Lo smaltimento della plastica è uno dei principali problemi in tutta l’Indonesia ©Nello Trocchia
Le buone pratiche non mancano, ma non riescono a lasciare il segno. Sulle isole Gili, ad esempio, ci sono movimenti ambientalisti (giliecotrust.com) che sensibilizzano all’uso di sacchetti per la spesa riutilizzabili, alla raccolta differenziata in attesa del completamento della costruzione di una piazzola ecologica per arrivare al completo riciclo dei rifiuti. Esempi virtuosi come quello di Cianjur, cittadina che dista tre ore da Jakarta, capitale dell’Indonesia, dove c’è una fabbrica che ricicla la plastica. Una parte, però, molto residuale rispetto alla montagna di rifiuti prodotta quotidianamente.
Lo smaltimento, quindi, passa principalmente per l’incenerimento con produzione di diossina. Sempre a Cianjur, dove sorge un suggestivo villaggio di pescatori, si trovano cassonetti di cemento dove vengono smaltiti i rifiuti che poi vengono dati alle fiamme, roghi che sprigionano sostanze tossiche e rendono l’aria irrespirabile. La plastica che non viene data alle fiamme viene smaltita in discariche e fiumi e finisce in mare prima di raggiungere, attraverso le correnti, le isole. Una parte però resta sui fondali entrando nella catena alimentare e tornando infine sulle tavole di chi si nutre di quei pesci.

fonte: www.altraeconomia.it

A Natale impera lo spreco. Alla faccia del bimbo povero tra poveri










Quando mi fermo a guardare il presepe, al di là di ogni significato religioso, vedo un bambino che nasce povero tra poveri, in pace con la natura.
Eppure tutto attorno il mondo turbina al contrario. A Natale impera lo spreco sbandierato e sfacciato, l’inquinamento euforico. Tante città incentivano a fare shopping in auto, limitando le zone pedonali, rendendo gratuiti i parcheggi. Traffico selvaggio, centri urbani e centri commerciali assediati dalle auto, luminarie sempre accese, abeti secolari sradicati dalla terra per morire addobbati nelle piazze. Corsie dei centri commerciali ammiccanti di luci, strabordanti di oggetti (per lo più inutili). So this is Christmas… and happy new year! 
Alla faccia di un bimbo che nacque povero tra poveri, in pace con la natura.
In occasione del Santo Natale, fedeli e non fedeli, impazziscono, si catapultano in auto ad acquistare oggetti che vengono dall’altra parte del mondo, la cui produzione ha inquinato e devastato l’ambiente, sfruttato lavoratori, alimentato guerre, ucciso animali, incendiato foreste. Si gettano i vecchi telefonini (ancora funzionanti) e si acquistano nuovi modelli, lo stesso per le TV e per i tablet, senza chiedersi da dove viene quel coltan, quelle materie prime, e che fine faranno quei rifiuti. Si comprano nuovi gioielli, si comprano nuovi vestiti, si compra nuovo cibo, senza sapere nulla delle condizioni sociali e ambientali in cui sono prodotti.
“Cominciamo subito con le incredibili offerte” dice un volantino di un centro commerciale: “Se a Natale intendete regalare un televisore il modello consigliato è… Passiamo adesso ai vari smartphone… Se siete dei genitori potreste pensare di regalare ai vostri figli una PS 4 con qualche gioco, oppure un XBox… Sempre per i bambini consigliamo di acquistare tablet molto comodi da tenere in mano e con accesso a internet, per giocare in qualsiasi luogo… Per gli avventurosi Minimoto, MiniCross, PitBike, MiniQuad, MidiQuad, Buggy, con motori a 2 e 4 tempi a benzina ed elettrici… Per i piccolissimi altalene elettroniche che si muovono a 4 velocità, con suoni e luci incorporate…”.
Una pubblicità avvisa i genitori troppo scrupolosi: “Non cercate un oggetto che durerà nel tempo, perché la tecnologia corre come un treno e tra un anno troverete sul mercato un prodotto più adatto a soddisfare le nuove esigenze”. Come dire, comprate sapendo che presto dovrete gettare.
Ai rampolli di famiglia si comprano quindi giochi sofisticati e “rifiutosi”, che si rompono presto, non si riciclano e le batterie in discarica provocano grossi problemi di contaminazione. Giochi inquinanti e “plasticosi”, se è vero che ogni anno vengono ritirati dal mercato giocattoli (per lo più provenienti dalla Cina) con concentrazioni di ftalati fino a 390 volte superiore al consentito. Giochi elettronici e costosi, che limitano la fantasia, la creatività e il movimento dei bambini. Ma di certo, un bambino imbalsamato davanti la Play station dà meno fastidio di un bimbo che gioca a nascondino, e tanto vale spenderci dei soldi.
A Natale, almeno, proviamo a muoverci “in direzione ostinata e contraria”. Muoviamoci in bici, a piedi e coi mezzi pubblici. Lasciamo in pace gli alberi, non sradichiamoli. Se in casa abbiamo un albero sintetico prendiamocene cura, facendolo durare più a lungo possibile. Se non lo abbiamo, non compriamolo, costruiamo coi bambini un albero con materiale riciclato. Regaliamo ai bambini i “giochi di una volta”, una corda per saltare, un cerchio da far rotolare, costruzioni usate, oppure libri, stampati in Italia e in carta riciclata. Pochi regali, per tornare a divertirsi con poco, una qualità che i bambini (sempre più esigenti e insoddisfatti) stanno perdendo. Spesso ci si vergogna se si fa un regalo sobrio, se lo si sceglie al mercatino dell’usato o se lo si autoproduce. Il dono (o meglio il suo prezzo) sta diventando un lasciapassare alla relazione, che poi sia utile o meno, devastante o meno per l’ambiente, non fa niente.
Anche i pranzi e i cenoni potrebbero essere preparati con un occhio alla sostenibilità, evitando prodotti esotici come l’ananas, soprattutto se non sono del commercio equo e solidale. Anche l’uva in questa stagione viene da lontano e non ha senso che sia nelle nostre tavole. Un tempo le famiglie povere tenevano un grappolo d’uva a seccare in soffitta e mangiavano quello a Natale o a Capodanno. Quei chicchi erano il simbolo della speranza, della sobrietà e della lungimiranza. Forse, il senso del Natale.

Linda Maggiori

fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Sioux contro oleodotto, diventa violenta la protesta nel sud del North Dakota

Scontri con vigilantes e cani per impedire che l’oleodotto passi su siti sacri e risorse vitali
Sioux pipeline protesta 2
La protesta contro un oleodotto da 3,8 miliardi di dollari che dovrebbe attraversare 4 Stati Usa è diventata violenta dopo che i leader tribali hanno detto che i lavori per la sua costruzione hanno distrutto siti di sepoltura e culturali degli  indiani d’America su terreni privati nel sud del North Dakota.
Un portavoce dell’ufficio dello sceriffo della contea di Morton,  Donnell Preskey, ha detto che 4 vigilantes privati e due cani da guardia sono stati feriti dopo alcune centinaia di manifestanti il 3 settembre si sono scontrati con gli operai di un cantiere dell’oleodotto in un’area al confine con la riserva Sioux di Standing. Uno degli agenti di sicurezza è finito in un ospedale e due cani da guardia in una clinica veterinaria.
Il portavoce della tribù sioux, Steve Sitting Bear, ha spiegato che 6 manifestanti, tra cui un bambino, sono stati morsi dai cani da guardia  e che 30 persone sono state spruzzate con spray al pepe. Preskey ha detto le autorità di polizia non avevano notizie di manifestanti feriti. Quello che è certo è che le forze dell’ordine non erano presenti al momento degli scontri e che quando gli agenti della contea sono arrivati nessuno è stato arrestato
L’incidente è avvenuto a meno di un Km da un accampamento dove si sono riuniti centinaia di sioux e di attivisti ambientali per unirsi alla protesta della tribù di Standing Rock Sioux Tribe contro l’oleodotto che dovrebbe attraversare il fiume Missouri proprio nelle vicinanze.
La tribù sioux si oppone alla decisione presa dall’Army Corps of Engineers di concedere l’autorizzazione all’Energy Transfer Partners, una compagnia texana, di costruire  la Dakota Access pipeline  attraverso il  Dakota e lo Iowa per raggiungere l’Illinois, passando accanto alla riserva sioux nel sud del North  Dakota. Un giudice federale si pronuncerà in prima istanza entro il 9 sulla richiesta di fermare i lavori dell’oleodotto Dakota Access. Ma la battaglia legale si annuncia lunga: la tribù sioux teme che la costruzione della pipeline danneggerà e disturberà i suoi luoghi sacri e che avrà un impatto sull’acqua potabile che bevono migliaia di sioux della riserva di Standing Rock Sioux  che si estende a valle dell’oleodotto.
Gli scontri sono avvenuti il giorno dopo che la tribù aveva presentato i documenti in tribunale dicendo che lungo il percorso dell’oleodotto  ci sono diversi siti di «valore culturale e storico significativo». Il Tribal preservation officer, Tim Mentz, ha spiegato in tribunale che  solo dei documenti di cui è entrata recentemente in possesso la tribù hanno permesso ai Sioux  di rilevare che in un terreno privato a nord della Riserva di Standing Rock Sioux c’era un loro sito e infatti i ricercatori hanno poi trovato cumuli di rocce sepolcrali, chiamati Cairns, e altri siti di importanza storica per i nativi americani.
Il presidente della Standing Rock Sioux, David Archambault, ha detto che «Le squadre di operai hanno rimosso il suolo in una vasta area larga circa 150 piedi che si estende per 2 miglia. Questa demolizione è devastante. Questi sottosuoli sono i luoghi di riposo dei nostri antenati. Gli antichi tumuli e gli anelli di preghiera di pietra non possono essere sostituiti. In un solo giorno, la nostra terra sacra è stata trasformata cava in terra».
Preskey detto che l’Energy Transfer Partners avrebbe filmato gli scontri da un elicottero e che ha poi fornito il video alle autorità. Anche i manifestanti hanno postato foto e ricostruzioni degli scontri sui social media.
Lo sceriffo della contea di Morton, Kyle Kirchmeier, si schiera dalla parte della compagnia: «Degli individui hanno oltrepassato una proprietà privata e sui sono  avvicinati agli agenti di sicurezza privati con pali di legno e aste di bandiere. Ogni ipotesi che l’evento sia stata una protesta pacifica, è falsa».
Secondo quanto scrive su ClimateProgress  Phil McKenna, l’Army corps of engineers non ha tenuto conto dei pareri dell’Environmental protection agency  Usa (Epa) e altre due agenzie federali che hanno sollevato serie obiezioni ambientali e di sicurezza proprio riguardo al controverso Dakota Access, un oleodotto lungo 1.134 miglia che dovrebbe portare circa 500.000 barili di greggio al giorno dal North Dakota all’Illinois, lungo un percorso che in origine non doveva passare accanto alla riserva sioux di Standing Rock. Ma dopo che Energy Transfer Partners ha deciso di attraversare il fiume Missouri la pipeline passerebbe a solo mezzo miglio a monte della riserva della tribù, mettendo a rischio siti religiosi e culturali e risorse vitali
Epa, Dipartimento degli interni e Advisory council on historic preservation  avevano fatte proprie le preoccupazioni dei sioux nelle loro osservazioni sulla valutazione ambientale del progetto inviate all’Army corps of engineers, citando i rischi per l’approvvigionamento idrico, l’inadeguata preparazione alle emergenze, le potenziali ripercussioni per la riserva di Standing Rock e l’insufficienti analisi sulla giustizia ambientale, le agenzie hanno invitato l’’Army corps of engineers  a chiedere la revisione della valutazione ambientale del progetto. Come scriveva l’11 marzo  Philip Strobel, direttore regionale Epa per la conformità col National environmental policy act, in una lettera all’Army corps of engineers: «L’attraversamento del fiume Missouri ha il potenziale per influenzare la principale fonte di acqua potabile per gran parte del Nord Dakota, del South Dakota e per le  nazioni tribali».  Ma le richieste delle agenzie federali non sono state accolte. .
L’attuale percorso dell’oleodotto passa 10 miglia a monte di Fort Yates, la capitale tribale della tribù Standing Rock Sioux e  ella contea. I sioux di Standing Rock Sioux si basano sul fiume Missouri per acqua potabile, per l’irrigazione e per la pesca.  Per questo l’Epa aveva raccomandato all’Army corps of engineers di prendere in considerazione «altri percorsi o luoghi da attraversare che ridurrebbero il potenziale di  inquinamento delle risorse idriche, in particolare dell’acqua potabile» e di effettuare un’analisi «più approfondita» delle giuste preoccupazioni dei sioux. Anche le altre agenzie hanno chiesto ulteriori valutazioni e la consultazione con le tribù. Ma quattro mesi dopo l’Army corps of engineers ha pubbicato la sua valutazione ambientale che approvava il progetto dicendo che «Gli effetti ambientali, economici, culturali, sociali e attesi non sono dannosi per l’interesse pubblico», tra lo sconcerto dell’Epa e delle altre agenzie e la rabbia crescente dei sioux e degli ambientalisti. Si stima che circa 1.200 persone siano accampate al confine della riserva di Standing Rock dove dovrebbe passare l’oleodotto e che tra i manifestanti ci sono i rappresentanti di 90 tribù di indiani americani.
La rissrva di Standing Rock si estende su  3.600 miglia quadrate tra il  Nord e il Sud Dakota e il 41% cento dei suoi 8.217 abitanti vive al di sotto della soglia di povertà, più del triplo rispetto alla media nazionale Usa. Quasi un quarto della popolazione è disoccupata. E l’Energy Transfer Partners punta proprio sulle promesse di posti di lavoro per smontare la protesta, evidentemente senza troppo successo.
Il percorso originale dell’oleodotto avrebbe attraversato strade e zone umide, con costi più elevati ed Energy Transfer Partners ha pensato bene di deviare in un’area remota e poco popolata, ma ha sbattuto contro i sioux di Standing Rock. «Qui c’è una componente di giustizia ambientale» dice  Jan Hasselman, l’avvocato di Earthjustice che ha presentato la denuncia contro l’Army corps of engineers per conto della tribù sioux e che definisce la valutazione un parere fallimentare che ha una visione dell’impatto ambientale «limitata a pochi luoghi specifici, piuttosto che alla pipeline nel suo complesso».

fonte: www.greenreport.it