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Luca Mercalli: Riqualificazione energetica e taglio dei consumi - Gubbio - 16 marzo 2022 - ore 18
Premio Vivere a Spreco Zero 2021: al via la 9^ edizione
per info : www.sprecozero.it
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Siamo saliti in montagna
Il libro di Luca Mercalli, Salire in montagna. Prendere quota per sfuggire al riscaldamento globale, si può leggere prima di tutto come atto di amore per la montagna. Oppure per ragionare di clima o, più semplicemente, per misurarsi con l’impresa di recuperare una casa in qualche angolo delle Alpi o dell’Appennino, mettendo in pratica scelte di risparmio energetico. O ancora, per saperne di più, magari in quanto amministratore o amministratrice locale, su come facilitare la protezione del paesaggio e dell’ambiente. Abbiamo chiesto a uno dei massimi esperti in Italia di economia ambientale, Alberto Castagnola, di leggere l’ultimo libro di uno dei più bravi meteorologi e divulgatori sui temi ambientali, Luca Mercalli

La nuova fatica letteraria – Salire in montagna. Prendere quota per sfuggire al riscaldamento globale (Einaudi) – di Luca Mercalli, tra i più preparati dei nostri ambientalisti, ha una forma antica, il diario personale su un arco di tre anni, ma si rivela subito essere qualcosa di più, una specie di manuale familiare per reagire ai meccanismi di danno ambientale e per assumere un ruolo attivo che consenta di sfuggire, almeno in parte, a un futuro non certo piacevole.

Lo scienziato ha certamente scelto un periodo particolarmente significativo della sua vita, ma poi hanno dato libero spazio al suo spirito montanaro, alle sue conoscenze geologiche e meteorologiche, alle sue molteplici letture, alla sua visione di un mondo alternativo che stenta molto ad emergere. In ogni pagina del libro si possono incontrare descrizioni di paesaggi, analisi climatiche, ricordi dettagliati di eventi storici, tante citazioni di testi letterari e di brani di musica classica, e insieme proposte di interventi pubblici e di politiche nazionali diretti a proteggere e a migliorare la vita sulle montagne più alte. È quindi molto difficile, direi praticamente impossibile, fare sintesi e selezionare argomenti: in questa armonica mescolanza sta il fascino del volume e spetta ad ogni potenziale lettore affrontare la sfida di una affascinante scoperta. Il recensore può solo indicare percorsi, segnalare attrattive particolari, invidiare una esistenza così vitale e multiforme.
Il motivo di fondo che sostiene tutto il libro è apparentemente la ricerca, l’acquisto e la ristrutturazione di una casa del 1700, semi distrutta dal tempo ma collocata molto più in alto rispetto alla sua attuale abitazione. È collocata a Vazon, nelle vicinanze di Oulx, in Valle di Susa. La spinta per questa scelta, oltre all’amore per le montagne condiviso con la moglie, viene subito indicata nella necessità per tutti di abitare, nei prossimi anni, in fasce climatiche che risentano meno del progredire del riscaldamento climatico. La scelta di acquisto si rivela subito molto costosa, volendo salvaguardare la struttura originale e adottare metodi di ricostruzione molto rispettosi del manufatto e dell’ambiente circostante, e in un primo momento porta alla dolorosa decisione di rinunciare all’acquisto. Ma poi la bellezza della struttura e del monte che la ospita hanno il sopravvento sulla pura razionalità della disponibilità di denaro.
Comincia così un frenetico periodo di progetti, contatti con architetti e artigiani, preventivi e piani di lavoro (il definitivo comprende 47 allegati tecnici!), che occupa oltre un anno ma che permette anche all’autore di sperimentare di persona tutti gli ostacoli che le burocrazie e i regolamenti frappongono ai tentati di recupero e restauro di preziosi edifici antichi, perché in realtà sono stati concepiti per favorire i nuovi edifici moderni, basati sul cemento, ma che non tengono in alcun conto il rispetto dell’ambiente sociale e del contesto naturale. Anche la fase dell’inizio dei lavori, che occuperanno più del secondo anno, si presenta subito difficile, perché gli artigiani e gli operai più esperti e che sanno applicare le regole antiche, sono in realtà difficilmente reperibili e chiedono continuamente di rispettare i loro tempi. Verso la fine del libro, però, comincia la fase più bella, perché marito e moglie salgono continuamente per vivere le parti già rese abitabili e anche se non tutti gli impianti (luce, acqua, riscaldamento) sono già completamente operativi, cominciano a godersi tramonti favolosi, l’evolversi delle stagioni, e la possibilità di arrivare alla nuova casa anche durante i periodi invernali, lasciando l’auto a qualche chilometro di distanza e percorrendoli con ciaspole e scarponi chiodati, con le provviste sulle spalle. Si moltiplicano quindi le descrizioni dei fenomeni naturali, goduti profondamente e accompagnati da ogni genere di spiegazione scientifica e climatica. Negli ultimi mesi, poi, aumentano i viaggi e le escursioni che, partendo dalla nuova casa, portano gli amanti della montagna in nuove valli e su nuove cime delle Alpi Cozie.
Nel libro diario vi è poi un secondo filone di informazioni che attrae il lettore, relativo a eventi di portata storica e ad approfondimenti culturali che fanno emergere molti altri aspetti della vita sulle montagne. Vi sono inserti che descrivono le guerre che hanno marchiato certe località montane in epoca romana e negli ultimi secoli, episodi di lotte partigiane contro gli eserciti invasori, ma anche due pagine stupende di una storia delle stufe, che spiega le loro scelte tecnologiche e una durissima analisi degli effetti dannosi di vari manifestazioni sportive di alto livello, che hanno comportato spese ingenti, mentre gli impianti costruiti per ogni occasione sono in larga parte abbandonati.
Si può individuare, inoltre, un terzo livello di interesse che occupa diverse pagine e una apposita appendice. Si parte da una esperienza molto concreta, cioè dal tentativo di Mercalli di guadagnarsi la qualifica di Casa Clima per la sua nuova abitazione, ma ciò comporta una invasione di tecnici esterni che effettuano una molteplicità di test relativi alla tenuta della casa rispetto ai venti e alle infiltrazioni d’acqua e di fumo. Per ben due volte spuntano fuori spifferi e perdite, e il titolo viene conferito solo dopo il terzo test, cioè dopo aver effettuato numerose modifiche agli infissi e alle tubature. Ma questa esperienza conferma l’opinione di Mercalli che si debba adottare una politica edilizia specifica per tutte le aree abitate di montagna, per salvaguardare le preesistenze senza deturpare il paesaggio e per conservare atmosfere e tradizioni senza arrecare disagi ad abitanti e visitatori. Il libro sarebbe quindi di grande utilità anche per enti locali e regionali e per i legislatori nazionali.
Infine, una nota personale. Mi sono innamorato dell’economia a ventitré anni, dopo una università insulsa, mentre il mio profondo amore per il mare risale a molti anni prima e il mio impegno per l’ambiente è sempre filtrato dalle conoscenze economiche. Mercalli invece sembra aver realizzato una fusione profonda tra la sua figura di scienziato e di attivista esperto e il suo amore profondo per la montagna: oggi interrompe i suoi soggiorni nel paradiso delle cime più alte solo per tenere un corso o intervenire a un convegno. Guarderò ormai con occhi diversi i suoi testi base che ho tante volte letto e utilizzato, inserendoli in tramonti invernali indimenticabili.
fonte: comune-info.net

La nuova fatica letteraria – Salire in montagna. Prendere quota per sfuggire al riscaldamento globale (Einaudi) – di Luca Mercalli, tra i più preparati dei nostri ambientalisti, ha una forma antica, il diario personale su un arco di tre anni, ma si rivela subito essere qualcosa di più, una specie di manuale familiare per reagire ai meccanismi di danno ambientale e per assumere un ruolo attivo che consenta di sfuggire, almeno in parte, a un futuro non certo piacevole.

Lo scienziato ha certamente scelto un periodo particolarmente significativo della sua vita, ma poi hanno dato libero spazio al suo spirito montanaro, alle sue conoscenze geologiche e meteorologiche, alle sue molteplici letture, alla sua visione di un mondo alternativo che stenta molto ad emergere. In ogni pagina del libro si possono incontrare descrizioni di paesaggi, analisi climatiche, ricordi dettagliati di eventi storici, tante citazioni di testi letterari e di brani di musica classica, e insieme proposte di interventi pubblici e di politiche nazionali diretti a proteggere e a migliorare la vita sulle montagne più alte. È quindi molto difficile, direi praticamente impossibile, fare sintesi e selezionare argomenti: in questa armonica mescolanza sta il fascino del volume e spetta ad ogni potenziale lettore affrontare la sfida di una affascinante scoperta. Il recensore può solo indicare percorsi, segnalare attrattive particolari, invidiare una esistenza così vitale e multiforme.
Il motivo di fondo che sostiene tutto il libro è apparentemente la ricerca, l’acquisto e la ristrutturazione di una casa del 1700, semi distrutta dal tempo ma collocata molto più in alto rispetto alla sua attuale abitazione. È collocata a Vazon, nelle vicinanze di Oulx, in Valle di Susa. La spinta per questa scelta, oltre all’amore per le montagne condiviso con la moglie, viene subito indicata nella necessità per tutti di abitare, nei prossimi anni, in fasce climatiche che risentano meno del progredire del riscaldamento climatico. La scelta di acquisto si rivela subito molto costosa, volendo salvaguardare la struttura originale e adottare metodi di ricostruzione molto rispettosi del manufatto e dell’ambiente circostante, e in un primo momento porta alla dolorosa decisione di rinunciare all’acquisto. Ma poi la bellezza della struttura e del monte che la ospita hanno il sopravvento sulla pura razionalità della disponibilità di denaro.
Comincia così un frenetico periodo di progetti, contatti con architetti e artigiani, preventivi e piani di lavoro (il definitivo comprende 47 allegati tecnici!), che occupa oltre un anno ma che permette anche all’autore di sperimentare di persona tutti gli ostacoli che le burocrazie e i regolamenti frappongono ai tentati di recupero e restauro di preziosi edifici antichi, perché in realtà sono stati concepiti per favorire i nuovi edifici moderni, basati sul cemento, ma che non tengono in alcun conto il rispetto dell’ambiente sociale e del contesto naturale. Anche la fase dell’inizio dei lavori, che occuperanno più del secondo anno, si presenta subito difficile, perché gli artigiani e gli operai più esperti e che sanno applicare le regole antiche, sono in realtà difficilmente reperibili e chiedono continuamente di rispettare i loro tempi. Verso la fine del libro, però, comincia la fase più bella, perché marito e moglie salgono continuamente per vivere le parti già rese abitabili e anche se non tutti gli impianti (luce, acqua, riscaldamento) sono già completamente operativi, cominciano a godersi tramonti favolosi, l’evolversi delle stagioni, e la possibilità di arrivare alla nuova casa anche durante i periodi invernali, lasciando l’auto a qualche chilometro di distanza e percorrendoli con ciaspole e scarponi chiodati, con le provviste sulle spalle. Si moltiplicano quindi le descrizioni dei fenomeni naturali, goduti profondamente e accompagnati da ogni genere di spiegazione scientifica e climatica. Negli ultimi mesi, poi, aumentano i viaggi e le escursioni che, partendo dalla nuova casa, portano gli amanti della montagna in nuove valli e su nuove cime delle Alpi Cozie.
Nel libro diario vi è poi un secondo filone di informazioni che attrae il lettore, relativo a eventi di portata storica e ad approfondimenti culturali che fanno emergere molti altri aspetti della vita sulle montagne. Vi sono inserti che descrivono le guerre che hanno marchiato certe località montane in epoca romana e negli ultimi secoli, episodi di lotte partigiane contro gli eserciti invasori, ma anche due pagine stupende di una storia delle stufe, che spiega le loro scelte tecnologiche e una durissima analisi degli effetti dannosi di vari manifestazioni sportive di alto livello, che hanno comportato spese ingenti, mentre gli impianti costruiti per ogni occasione sono in larga parte abbandonati.
Si può individuare, inoltre, un terzo livello di interesse che occupa diverse pagine e una apposita appendice. Si parte da una esperienza molto concreta, cioè dal tentativo di Mercalli di guadagnarsi la qualifica di Casa Clima per la sua nuova abitazione, ma ciò comporta una invasione di tecnici esterni che effettuano una molteplicità di test relativi alla tenuta della casa rispetto ai venti e alle infiltrazioni d’acqua e di fumo. Per ben due volte spuntano fuori spifferi e perdite, e il titolo viene conferito solo dopo il terzo test, cioè dopo aver effettuato numerose modifiche agli infissi e alle tubature. Ma questa esperienza conferma l’opinione di Mercalli che si debba adottare una politica edilizia specifica per tutte le aree abitate di montagna, per salvaguardare le preesistenze senza deturpare il paesaggio e per conservare atmosfere e tradizioni senza arrecare disagi ad abitanti e visitatori. Il libro sarebbe quindi di grande utilità anche per enti locali e regionali e per i legislatori nazionali.
Infine, una nota personale. Mi sono innamorato dell’economia a ventitré anni, dopo una università insulsa, mentre il mio profondo amore per il mare risale a molti anni prima e il mio impegno per l’ambiente è sempre filtrato dalle conoscenze economiche. Mercalli invece sembra aver realizzato una fusione profonda tra la sua figura di scienziato e di attivista esperto e il suo amore profondo per la montagna: oggi interrompe i suoi soggiorni nel paradiso delle cime più alte solo per tenere un corso o intervenire a un convegno. Guarderò ormai con occhi diversi i suoi testi base che ho tante volte letto e utilizzato, inserendoli in tramonti invernali indimenticabili.
fonte: comune-info.net
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Luca Mercalli. La truffa verde
Si parla spesso delle etichette energetiche, come quelle degli elettrodomestici, che secondo molto andrebbero estese su tutti i prodotti per affrontare i sempre più complicati problemi ambientali e climatici. “È curioso che tutta questa responsabilità venga lasciata al cittadino – dice Luca Mercalli – Ma se un prodotto non è verde perché utilizzare un’etichetta di bassa performance e poi metterlo lo stesso sul mercato? Togliamolo. È inutile dare sempre al cittadino l’onere di guardare mille etichette e di fare scelte su valori che conosce poco…”. Il problema è che “quasi tutto quello che la politica istituzionale propone sul piano ambientale – ha aggiunto – è una truffa perché è sempre un aggiungere….”.
Abbiamo rivolto a Mercalli una domanda, per il corso Raccontare la società che cambia: “Dopo le imprese anche i governi giocano con i linguaggi della transizione ecologica. Come possiamo, dai piani bassi della società, alimentare una divulgazione sui problemi dei cambiamenti climatici e sperimentare in tanti modi diversi la conversione ecologica? Vivere in collina e in montagna, ad esempio, può essere un buon inizio?”. In questo breve video la sua risposta (intervista di Gianluca Carmosino e Riccardo Troisi)

fonte: comune-info.net
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Luca Mercalli: La terra sfregiata
L’acqua alta sempre più frequente a Venezia e i devastanti incendi dei mesi scorsi in Australia dimostrano che ormai non possiamo più tornare indietro, ma soltanto cercare di contenere i danni provocati dal cambiamento climatico. Il vero problema, ricorda Luca Mercalli, è che non siamo pronti ad affrontare la crescita delle temperature, quella che, ad esempio, nell’estate del 2003 in Europa ha fatto 70.000 morti
È un fenomeno globale, il livello del mare si sta alzando in tutto il mondo a causa della fusione dei grandi ghiacciai, soprattutto della Groenlandia e in parte anche dell’Antartide. Parallelamente le acque oceaniche si riscaldano e aumentano di volume. I due fenomeni connessi provocano già oggi – secondo dati misurati da satellite – un aumento del livello dei mari di tre millimetri e mezzo. Come sempre la gente aspetta spettacoli hollywoodiani e, per prendere coscienza del cambiamento, avrebbe bisogno di vedere un aumento di trenta centimetri all’anno. Ma a quel punto saremmo perduti. Tre millimetri e mezzo di aumento annuo sono forse pochi per percepirne il pericolo a vista, ma sono tantissimi per erodere le nostre spiagge e minacciare le nostre zone portuali. Essi fanno sì che Venezia abbia oggi quindici centimetri di mare in più rispetto a un secolo fa. Questo vuol dire che d’ora in poi tutte le acque alte saranno quindici centimetri più alte di cent’anni fa. E a fine secolo? Se si applicasse l’accordo di Parigi del 2015 (che fissa, per il 2100, il limite di 2°C di aumento della temperatura), si ritiene di poter mantenere l’innalzamento del mare entro mezzo metro, ma se non si fa nulla si potrà superare il metro. Ciò vorrebbe dire, per Venezia, l’acqua alta tutti i giorni dell’anno, e un metro in più durante le acque alte “cattive”, quelle in cui lo scirocco si combina con la marea. Allora, invece di sfiorare i due metri, arriveremo a tre. Ma cosa vuol dire tre metri di mare a Venezia? Vuol dire il mai visto, vuol dire qualcosa a cui la città non può far fronte, vuol dire avere l’acqua ai primi piani delle case.
E poi pensiamo alle ondate di calore estivo. Anche qui siamo in un settore in cui potremmo pagare un prezzo molto elevato. Attualmente nella Pianura padana la temperatura massima mai misurata appartiene a Forlì: 43°C il 4 agosto del 2017. Nel giugno del 2019 in Francia, in Provenza, abbiamo toccato i 46°C. Ora, da qui ad arrivare ai 50°C il passo è breve. Noi climatologi ci aspettiamo che entro i prossimi dieci o venti anni vedremo nelle città italiane del nord – Milano, Bologna etc. – delle temperature massime superiori ai 45°C e prossime ai 50°C. Sono temperature da Pakistan, da India. Temperature che noi non siamo pronti ad affrontare. Qualcuno dirà: «Mi chiudo in un ufficio con il condizionatore a manetta», ma lo puoi fare per un giorno, non se questi fenomeni diventano sistematici per un periodo lungo dell’estate. Il costo di ciò si calcola in termini di vite umane, di vittime, ed è la popolazione anziana e malata la prima a soccombere: l’estate del 2003 in Europa ha fatto 70.000 morti! Ma è un prezzo che si calcola anche in termini energetici, perché è chiaro che se tutti, per sopravvivere, metteranno i condizionatori al massimo, i consumi di energia (e le bollette) aumenteranno in modo esponenziale. Pagheremo un prezzo in tutte le attività che hanno a che fare con l’ambiente esterno, dall’edilizia all’agricoltura: i lavoratori che oggi lavorano fuori non potranno continuare a farlo in quelle condizioni, senza rischiare la vita. In questo senso le nostre città diventeranno un luogo di grande vulnerabilità climatica per le ondate di calore. […]
Non possiamo tornare indietro, possiamo soltanto cercare di contenere il danno, di evitare lo scenario peggiore. Anche nella ipotesi migliore, cioè quella di un aumento della temperatura di soli 2°C e dell’innalzamento del mare di solo mezzo metro, i cambiamenti che ho descritto ci saranno. Solo saranno, sperabilmente, a un livello più “maneggevole” rispetto allo scenario peggiore, quello della mancata applicazione dell’Accordo di Parigi, che porterebbe, a fine secolo, a un aumento della temperatura di 5°C o 6°C in più e a un innalzamento dei mari di un metro e venti. Allora, se leggiamo con gli occhi giusti i segnali di quello che già sta avvenendo nel mondo, tra aumento della temperatura, fusione dei ghiacci dell’Oceano Artico e dei ghiacciai delle nostre montagne, ondate di calore, eventi estremi più intensi (più alluvioni e più uragani), capiamo che dovremmo fare di tutto, da un lato, per adottare stili di vita meno invasivi nei confronti dell’ambiente e, dall’altro, per prepararci ad affrontare eventi che ormai sono in canna, e rispetto ai quali non possiamo tornare indietro…
Ormai siamo condannati a vivere con un clima malato, quello che possiamo decidere è quanto può essere grave l’entità di questa malattia.
Estratto da La terra sfregiata. Conversazioni su vero e falso ambientalismo, di Luca Mercalli con Daniele Pepino (Edizioni Gruppo Abele, 2020), pubblicato su Volerelaluna.
fonte: www.comune-info.net
È un fenomeno globale, il livello del mare si sta alzando in tutto il mondo a causa della fusione dei grandi ghiacciai, soprattutto della Groenlandia e in parte anche dell’Antartide. Parallelamente le acque oceaniche si riscaldano e aumentano di volume. I due fenomeni connessi provocano già oggi – secondo dati misurati da satellite – un aumento del livello dei mari di tre millimetri e mezzo. Come sempre la gente aspetta spettacoli hollywoodiani e, per prendere coscienza del cambiamento, avrebbe bisogno di vedere un aumento di trenta centimetri all’anno. Ma a quel punto saremmo perduti. Tre millimetri e mezzo di aumento annuo sono forse pochi per percepirne il pericolo a vista, ma sono tantissimi per erodere le nostre spiagge e minacciare le nostre zone portuali. Essi fanno sì che Venezia abbia oggi quindici centimetri di mare in più rispetto a un secolo fa. Questo vuol dire che d’ora in poi tutte le acque alte saranno quindici centimetri più alte di cent’anni fa. E a fine secolo? Se si applicasse l’accordo di Parigi del 2015 (che fissa, per il 2100, il limite di 2°C di aumento della temperatura), si ritiene di poter mantenere l’innalzamento del mare entro mezzo metro, ma se non si fa nulla si potrà superare il metro. Ciò vorrebbe dire, per Venezia, l’acqua alta tutti i giorni dell’anno, e un metro in più durante le acque alte “cattive”, quelle in cui lo scirocco si combina con la marea. Allora, invece di sfiorare i due metri, arriveremo a tre. Ma cosa vuol dire tre metri di mare a Venezia? Vuol dire il mai visto, vuol dire qualcosa a cui la città non può far fronte, vuol dire avere l’acqua ai primi piani delle case.
E poi pensiamo alle ondate di calore estivo. Anche qui siamo in un settore in cui potremmo pagare un prezzo molto elevato. Attualmente nella Pianura padana la temperatura massima mai misurata appartiene a Forlì: 43°C il 4 agosto del 2017. Nel giugno del 2019 in Francia, in Provenza, abbiamo toccato i 46°C. Ora, da qui ad arrivare ai 50°C il passo è breve. Noi climatologi ci aspettiamo che entro i prossimi dieci o venti anni vedremo nelle città italiane del nord – Milano, Bologna etc. – delle temperature massime superiori ai 45°C e prossime ai 50°C. Sono temperature da Pakistan, da India. Temperature che noi non siamo pronti ad affrontare. Qualcuno dirà: «Mi chiudo in un ufficio con il condizionatore a manetta», ma lo puoi fare per un giorno, non se questi fenomeni diventano sistematici per un periodo lungo dell’estate. Il costo di ciò si calcola in termini di vite umane, di vittime, ed è la popolazione anziana e malata la prima a soccombere: l’estate del 2003 in Europa ha fatto 70.000 morti! Ma è un prezzo che si calcola anche in termini energetici, perché è chiaro che se tutti, per sopravvivere, metteranno i condizionatori al massimo, i consumi di energia (e le bollette) aumenteranno in modo esponenziale. Pagheremo un prezzo in tutte le attività che hanno a che fare con l’ambiente esterno, dall’edilizia all’agricoltura: i lavoratori che oggi lavorano fuori non potranno continuare a farlo in quelle condizioni, senza rischiare la vita. In questo senso le nostre città diventeranno un luogo di grande vulnerabilità climatica per le ondate di calore. […]
Non possiamo tornare indietro, possiamo soltanto cercare di contenere il danno, di evitare lo scenario peggiore. Anche nella ipotesi migliore, cioè quella di un aumento della temperatura di soli 2°C e dell’innalzamento del mare di solo mezzo metro, i cambiamenti che ho descritto ci saranno. Solo saranno, sperabilmente, a un livello più “maneggevole” rispetto allo scenario peggiore, quello della mancata applicazione dell’Accordo di Parigi, che porterebbe, a fine secolo, a un aumento della temperatura di 5°C o 6°C in più e a un innalzamento dei mari di un metro e venti. Allora, se leggiamo con gli occhi giusti i segnali di quello che già sta avvenendo nel mondo, tra aumento della temperatura, fusione dei ghiacci dell’Oceano Artico e dei ghiacciai delle nostre montagne, ondate di calore, eventi estremi più intensi (più alluvioni e più uragani), capiamo che dovremmo fare di tutto, da un lato, per adottare stili di vita meno invasivi nei confronti dell’ambiente e, dall’altro, per prepararci ad affrontare eventi che ormai sono in canna, e rispetto ai quali non possiamo tornare indietro…
Ormai siamo condannati a vivere con un clima malato, quello che possiamo decidere è quanto può essere grave l’entità di questa malattia.
Estratto da La terra sfregiata. Conversazioni su vero e falso ambientalismo, di Luca Mercalli con Daniele Pepino (Edizioni Gruppo Abele, 2020), pubblicato su Volerelaluna.
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Uffa che Caldo!
La Società Meteorologica Italiana e la Fondazione Garrone offrono alle scuole e alle famiglie italiane un contributo all'educazione ambientale: un cartone animato sul riscaldamento globale, ispirato al libro di Luca Mercalli "Uffa che caldo!" . Settembre 2020.
SocietaMeteoItaliana
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Ambiente, profondo rosso: tra 24 ore la Terra è in debito
OVERSHOOT DAY
Il 22 agosto è il giorno del sovrasfruttamento delle risorse terrestri da parte dell’Umanità (Overshoot Day). Non è una data fissa, celebrativa, come la giornata mondiale dell’ambiente o della gioventù, ma è come una spia rossa che si accende sul cruscotto dell’auto e ti dice che sei in riserva perché hai premuto troppo sull’acceleratore. Nel 1970, con una Terra popolata da 3,7 miliardi di umani – meno della metà di quanti siamo oggi – quella data cadeva il 29 dicembre: era una buona cosa, dovevamo viaggiare in riserva solo per un paio di giorni, poi con il primo gennaio dell’anno nuovo, come con gli interessi di un conto in banca sano, si poteva fare rifornimento di risorse naturali che il capitale terrestre era in grado di rigenerare. Ma anno dopo anno, cresciuta la popolazione, cresciuti i consumi e cresciuto l’inquinamento, la data della riserva ha cominciato ad anticipare sempre più, nel 2000 era arrivata al 23 settembre e nel 2019 al 29 luglio, la più precoce di sempre.
“In riserva” carbone&C.: mangiare la biodiversità
Nel caso del nostro pianeta viaggiare in riserva vuol dire che ti mangi il capitale cioè impoverisci la biodiversità, estingui specie pescando troppo pesce negli oceani, deforestando l’Amazzonia, scavando miniere, cementificando il suolo, bruciando petrolio e carbone, cambiando il clima, spargendo plastica e altri rifiuti, accrescendo la popolazione di circa 80 milioni di persone all’anno. Giocando a spendere più di quanto ci sia sul conto per cinque mesi su dodici, contraiamo un debito molto più importante di quello monetario: il debito ecologico, detenuto non da banche o governi, ma dalle inesorabili leggi fisiche che governano l’universo.
Un debito che non si potrà estinguere con decreti o recovery funds, perché è misurato in tonnellate di CO2, in concentrazioni di mercurio nelle acque, in microplastiche nel cibo, in mancanza di suolo fertile, in minore produttività agraria, in riduzione dell’acqua dolce e così via. Cioè basato sulle grandezze fisico-chimiche e biologiche che fanno funzionare la nostra vita e che non si comprano con la carta di credito. Quest’anno però è successo qualcosa di inatteso: invece di anticipare, la data del sovrasfruttamento ha riguadagnato 24 giorni, riportandosi ai livelli del 2005.
Non è l’effetto di un’improvvisa politica ambientalista planetaria, non è il frutto dell’Accordo di Parigi sul clima, ma semplicemente la riduzione dei consumi e dei trasporti dovuta al confinamento sanitario da coronavirus. Per qualche mese vari paesi del mondo hanno chiuso in casa la popolazione, la gente non ha più utilizzato aerei e automobili, ha sostituito i viaggi con le teleconferenze, ha ridotto lo shopping all’indispensabile, e magicamente le emissioni di CO2 sono diminuite e in parte anche l’uso di alcune materie prime non indispensabili. Ma con il rientro a una vita normale dopo l’emergenza, tutto sta tornando come prima o peggio di prima. Il terrore del collasso economico, che purtroppo è sempre, e a torto, maggiore di quello del collasso ecologico, spinge verso una ripresa dei consumi. La svolta verde è ancora lontana e carbone, petrolio, deforestazione e rifiuti continuano a essere il motore della crescita economica. Il rinculo della data del sovrasfruttamento 2020 potrebbe dunque essere un fenomeno del tutto transitorio, annullato nei prossimi mesi dal ripristino del modello dissipativo business-as-usual. Ma potrebbe anche rappresentare un eccellente esperimento positivo, la prova che se si vuole, si può ridurre in tempi brevissimi il nostro impatto sulle risorse planetarie.
Non invocando un nuovo lockdown, ma agendo sulle abitudini quotidiane, riducendo i viaggi inutili, soprattutto quelli aerei e il pendolarismo automobilistico facilmente sostituibile dal telelavoro, limitando i consumi di oggetti inutili, rallentando la frenetica attività produttiva voluta dalla competitività e dalla finanza. Ovvio che per rendere strutturali queste modifiche bisognerebbe cambiare il modello economico: da un capitalismo estrattivo basato sul dogma – fisicamente irrealizzabile – della crescita infinita in un mondo finito, a una società demograficamente ed economicamente stazionaria che possa essere più sobria nei consumi, rispettando i limiti planetari e sfruttando al meglio la tecnologia per ridurre gli sprechi, non per indurne di nuovi!
Domani o cambiamo o nessuno ci farà credito
Se ciò verrà fatto, potremmo sperare di riportare la data della riserva verso dicembre, consegnando alle generazioni future un bilancio ecologico relativamente sano, un pacchetto di risorse naturali ancora passabile, un clima non troppo sregolato, un accumulo di rifiuti bonificabile. Se non lo faremo, la data, quando il problema Covid sarà risolto, tornerà ad anticipare, approfondendo sempre più il debito ecologico globale fino all’invivibilità di buona parte del pianeta. Come dire che a un certo punto la vera banca da cui dipendiamo tutti noi, quella ambientale, chiuderà il nostro conto in rosso e ci pignorerà ogni avere, saremo una specie sfrattata dal pianeta e nessuno ci farà credito. Sarà quello il giorno della bancarotta ecologica.
Luca Mercalli
fonte: www.ilfattoquotidiano.it
Il 22 agosto è il giorno del sovrasfruttamento delle risorse terrestri da parte dell’Umanità (Overshoot Day). Non è una data fissa, celebrativa, come la giornata mondiale dell’ambiente o della gioventù, ma è come una spia rossa che si accende sul cruscotto dell’auto e ti dice che sei in riserva perché hai premuto troppo sull’acceleratore. Nel 1970, con una Terra popolata da 3,7 miliardi di umani – meno della metà di quanti siamo oggi – quella data cadeva il 29 dicembre: era una buona cosa, dovevamo viaggiare in riserva solo per un paio di giorni, poi con il primo gennaio dell’anno nuovo, come con gli interessi di un conto in banca sano, si poteva fare rifornimento di risorse naturali che il capitale terrestre era in grado di rigenerare. Ma anno dopo anno, cresciuta la popolazione, cresciuti i consumi e cresciuto l’inquinamento, la data della riserva ha cominciato ad anticipare sempre più, nel 2000 era arrivata al 23 settembre e nel 2019 al 29 luglio, la più precoce di sempre.
“In riserva” carbone&C.: mangiare la biodiversità
Nel caso del nostro pianeta viaggiare in riserva vuol dire che ti mangi il capitale cioè impoverisci la biodiversità, estingui specie pescando troppo pesce negli oceani, deforestando l’Amazzonia, scavando miniere, cementificando il suolo, bruciando petrolio e carbone, cambiando il clima, spargendo plastica e altri rifiuti, accrescendo la popolazione di circa 80 milioni di persone all’anno. Giocando a spendere più di quanto ci sia sul conto per cinque mesi su dodici, contraiamo un debito molto più importante di quello monetario: il debito ecologico, detenuto non da banche o governi, ma dalle inesorabili leggi fisiche che governano l’universo.
Un debito che non si potrà estinguere con decreti o recovery funds, perché è misurato in tonnellate di CO2, in concentrazioni di mercurio nelle acque, in microplastiche nel cibo, in mancanza di suolo fertile, in minore produttività agraria, in riduzione dell’acqua dolce e così via. Cioè basato sulle grandezze fisico-chimiche e biologiche che fanno funzionare la nostra vita e che non si comprano con la carta di credito. Quest’anno però è successo qualcosa di inatteso: invece di anticipare, la data del sovrasfruttamento ha riguadagnato 24 giorni, riportandosi ai livelli del 2005.
Non è l’effetto di un’improvvisa politica ambientalista planetaria, non è il frutto dell’Accordo di Parigi sul clima, ma semplicemente la riduzione dei consumi e dei trasporti dovuta al confinamento sanitario da coronavirus. Per qualche mese vari paesi del mondo hanno chiuso in casa la popolazione, la gente non ha più utilizzato aerei e automobili, ha sostituito i viaggi con le teleconferenze, ha ridotto lo shopping all’indispensabile, e magicamente le emissioni di CO2 sono diminuite e in parte anche l’uso di alcune materie prime non indispensabili. Ma con il rientro a una vita normale dopo l’emergenza, tutto sta tornando come prima o peggio di prima. Il terrore del collasso economico, che purtroppo è sempre, e a torto, maggiore di quello del collasso ecologico, spinge verso una ripresa dei consumi. La svolta verde è ancora lontana e carbone, petrolio, deforestazione e rifiuti continuano a essere il motore della crescita economica. Il rinculo della data del sovrasfruttamento 2020 potrebbe dunque essere un fenomeno del tutto transitorio, annullato nei prossimi mesi dal ripristino del modello dissipativo business-as-usual. Ma potrebbe anche rappresentare un eccellente esperimento positivo, la prova che se si vuole, si può ridurre in tempi brevissimi il nostro impatto sulle risorse planetarie.
Non invocando un nuovo lockdown, ma agendo sulle abitudini quotidiane, riducendo i viaggi inutili, soprattutto quelli aerei e il pendolarismo automobilistico facilmente sostituibile dal telelavoro, limitando i consumi di oggetti inutili, rallentando la frenetica attività produttiva voluta dalla competitività e dalla finanza. Ovvio che per rendere strutturali queste modifiche bisognerebbe cambiare il modello economico: da un capitalismo estrattivo basato sul dogma – fisicamente irrealizzabile – della crescita infinita in un mondo finito, a una società demograficamente ed economicamente stazionaria che possa essere più sobria nei consumi, rispettando i limiti planetari e sfruttando al meglio la tecnologia per ridurre gli sprechi, non per indurne di nuovi!
Domani o cambiamo o nessuno ci farà credito
Se ciò verrà fatto, potremmo sperare di riportare la data della riserva verso dicembre, consegnando alle generazioni future un bilancio ecologico relativamente sano, un pacchetto di risorse naturali ancora passabile, un clima non troppo sregolato, un accumulo di rifiuti bonificabile. Se non lo faremo, la data, quando il problema Covid sarà risolto, tornerà ad anticipare, approfondendo sempre più il debito ecologico globale fino all’invivibilità di buona parte del pianeta. Come dire che a un certo punto la vera banca da cui dipendiamo tutti noi, quella ambientale, chiuderà il nostro conto in rosso e ci pignorerà ogni avere, saremo una specie sfrattata dal pianeta e nessuno ci farà credito. Sarà quello il giorno della bancarotta ecologica.
Luca Mercalli
fonte: www.ilfattoquotidiano.it
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La “lezione” del lockdown per il futuro del clima: intervista a Luca Mercalli
Tanti i temi affrontati, dall’andamento delle emissioni di CO2 al tempo che rimane a disposizione per evitare il disastro climatico, passando per il ruolo di politica e finanza, oltre che della divulgazione scientifica.
Nei mesi di lockdown causato dall’emergenza coronavirus, si sono accavallate molte domande che investono il presente e il futuro del clima, e tante incertezze sulle politiche da attuare nel post-Covid per combattere il cambiamento climatico, in modo da evitare un eccessivo surriscaldamento terrestre.
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Nei mesi di lockdown causato dall’emergenza coronavirus, si sono accavallate molte domande che investono il presente e il futuro del clima, e tante incertezze sulle politiche da attuare nel post-Covid per combattere il cambiamento climatico, in modo da evitare un eccessivo surriscaldamento terrestre.
Dopo un primo approfondimento nell’articolo La CO2 e la vasca da bagno: perché nemmeno il Covid farà calare la concentrazione (con una sintesi degli ultimi dati scientifici), QualEnergia.it ha intervistato su questi argomenti Luca Mercalli, climatologo, divulgatore scientifico, presidente della Società Meteorologica Italiana e autore di vari libri, tra cui “Il clima che cambia”.
Mercalli, con il lockdown, le emissioni di alcune sostanze inquinanti sono diminuite, mentre la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera ha continuato a crescere. Spieghiamo questo fatto…
Molti pensano che tutto si sia fermato, in realtà il mondo ha continuato a funzionare, solo a un ritmo rallentato. E il rallentamento ha avuto effetti diversi: per alcuni inquinanti, il tempo di residenza nell’atmosfera è breve, quindi si vede un effetto immediato sulla qualità dell’aria. Ad esempio, per quanto riguarda gli ossidi di azoto e le polveri sottili, il lockdown ha portato a un miglioramento della qualità sanitaria della nostra atmosfera. Ma per quanto riguarda la CO2 il discorso è molto diverso, perché la CO2 ha un tempo di residenza nell’atmosfera di secoli.
Quindi quali effetti sta avendo il lockdown sulla CO2?
Aver diminuito di qualche punto percentuale le emissioni globali di CO2 nel primo trimestre 2020 ha appena scalfito il valore di tutta la CO2 emessa nel 2019, che è di circa 42 miliardi di tonnellate, e di tutta quella emessa da quando è iniziata la rivoluzione industriale e si è cominciato a bruciare carbone e petrolio. E poi, in questo momento dell’anno, la CO2 è nella fase ascendente del suo ciclo stagionale. C’è questo “respiro” dell’anidride carbonica che sale e scende tutti gli anni, regolato dalla fotosintesi delle piante.
Cosa dobbiamo aspettarci alla fine del 2020?
Magari anziché avere un incremento di 2,5 parti per milione [di concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera, ndr], forse avremo un aumento di 2 parti per milione. Ecco perché sulla CO2 non si vede praticamente nulla; è come se il lockdown non avesse avuto un effetto tangibile sul clima. Sarebbe molto importante se queste riduzioni annuali della CO2 di un 5-7% si potessero mantenere per sempre.
In che modo?
Alcune cose sono relativamente facili da mantenere: penso alla grande lezione del telelavoro, che potrebbe essere mantenuta in qualsiasi ambito dove sia possibile stare in casa con un computer, senza dover prendere l’automobile o un aereo. Il telelavoro è una ragionevole eredità immediata del lockdown. Altre cose sono più difficili e non applicabili subito, come il Green Deal. Ci vorrà la forza politica di mantenerlo prioritario.
In tema di ripresa economica “verde”, c’è qualche misura che ritiene particolarmente utile nel decreto Rilancio appena approvato dal governo?
C’è un’importante attenzione all’ecobonus per gli edifici, con le detrazioni fiscali al 110% anche per l’installazione di pannelli fotovoltaici. C’è l’idea di riqualificare l’edilizia senza nuovo consumo di suolo, ma temo come sempre le contraddizioni. Ad esempio per non consumare più suolo bisognerebbe fare la legge contro il consumo di suolo. Bisognerebbe avere il coraggio di fare una cura e seguirla fino in fondo.
Allora per combattere il cambiamento climatico pensa che sia più efficace un approccio dall’alto, con un ruolo forte dello Stato, o un approccio dal basso, guidato da cittadini e comunità?
Sono due cose che devono viaggiare insieme: una società che rifiuta del tutto una strategia, politicamente non è feconda. È giusto cominciare con iniziative dal basso, ma le iniziative devono essere accompagnate dalla politica, altrimenti restano una nicchia.
Però nel nostro paese è molto difficile far sviluppare una sensibilità ambientalista nelle persone: crede che sia un problema di comunicazione, con troppa retorica o autoreferenzialità, o c’è dell’altro?
Non è solo un problema di comunicazione, ma anche antropologico. È l’eterno problema della prevenzione: questa ha un costo e se la metti in atto vieni criticato per quel costo, se poi la prevenzione ha funzionato, e il danno non c’è stato o è piccolo, vieni criticato lo stesso, perché hai sovrastimato la possibilità del danno. La prevenzione deve avere una profonda preparazione culturale per essere accettata. È un pedaggio da pagare oggi per evitare il peggio domani.
Quanto tempo abbiamo ancora a disposizione per risolvere l’emergenza climatica?
L’emergenza ambientale dice che bisogna fare in fretta. La sfida che abbiamo davanti è mettere insieme tre cose: la giustizia sociale, la fattibilità tecnica e l’urgenza fisica del sistema climatico. Se avessimo un tempo lungo per fare la transizione, di 30-50 anni, non sarei preoccupato, invece siamo incalzati dai numeri, da 416 parti per milione di CO2.
Qual è il significato di questi numeri?
Se vogliamo stare nella soglia dei 2 gradi di aumento delle temperature, il carbon budget che rimane è tra mezzo miliardo e un miliardo di tonnellate di CO2 [cioè di CO2 che possiamo ancora emettere nell’atmosfera, ndr]. Il problema è che c’è un limite e dovremmo fare di tutto per iniziare a togliere CO2 con un cronoprogramma. L’ordine di grandezza del tempo che abbiamo a disposizione per fare la transizione verso la neutralità climatica è una decina d’anni. Se perdiamo questi dieci anni, entriamo in una traiettoria di irreversibilità, dove possiamo ancora contenere [l’aumento delle temperature medie, ndr] a 4 gradi piuttosto che a 6 gradi, ma stiamo parlando di danni climatici imponenti.
In definitiva, qual è secondo lei il modo corretto di comunicare questa “urgenza” climatica?
Credo che ci voglia la verità della situazione drammatica nella quale ci troviamo, affiancata dalla speranza che se si fa la cura, si ottiene il risultato. Se il mio paziente ha il cancro, non gli vado a dire che ha un’unghia incarnita: gli dico che ha il cancro e che può guarire solo se inizia la chemioterapia domani mattina.
Da dove può arrivare lo stimolo al cambiamento?
Il mondo è spinto da capitali giganteschi che hanno interesse a mantenerlo così com’è. Quindi ci dev’essere almeno un pezzo di élite che spinge sul fare la differenza. Se l’élite finanziaria capisce che può essere danneggiata dal clima e comincia a guidare gli investimenti e i disinvestimenti, può darsi che abbia più efficacia di noi come singoli cittadini e del politico di turno che non ha sufficiente consenso. Se un grande fondo d’investimenti toglie ossigeno a un petroliere, quello il giorno dopo crolla in borsa e chiude.
fonte: www.qualenergia.it
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Luca Mercalli: La lezione sul cambiamento climatico
Lezione sul cambiamento climatico andata in onda su Rai Tre mercoledì 13 maggio 2020
fonte: www.raitre.it
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La ripartenza rischia di non essere green
Niente sarà più come prima, ci ripetiamo con ottimismo. Ma sul fronte ambientale rischiamo di fare passi indietro. Alcune idee per invertire la rotta

A fine febbraio molti attivisti ambientali scrivevano sui social media che forse c’era speranza. Per far fronte alla pandemia di COVID-19 i governi stavano prendendo misure eccezionali e investendo cifre impensabili fino al giorno prima. “Non si potrà più dire che non ci possiamo permettere la lotta climatica”, questo era il pensiero comune. Ma nella fase post-coronavirus la questione ambientale rischia invece di tornare secondaria. Con il pretesto della crisi economica vari settori industriali e alcuni politici hanno già chiesto di ridimensionare gli obiettivi del Green New Deal europeo, nel frattempo l’Agenzia per la Protezione Ambientale statunitense e il Ministero dell’Ambiente cinese hanno introdotto misure che limitano le ispezioni ambientali nelle fabbriche o allentano le direttive anti-inquinamento, mentre in Italia l’industria della plastica chiede di rimuovere la plastic tax che dovrebbe entrare in vigore dal luglio 2020.
Secondo il climatologo e divulgatore scientifico televisivo Luca Mercalli la ripartenza sarebbe il momento adatto per avviare riforme green radicali e strutturali, “ma non sono ottimista. Nella task force vedo dei manager e competenti, ma l’approccio è orientato a riportare tutto com’era prima. Sarebbe stato utile includere qualcuno con un pensiero più orientato alla sostenibilità”. Mercalli vedrebbe di buon occhio un intervento sul traffico aereo: “anche se è impopolare dirlo, non ci possiamo permettere di volare così frequentemente, di certo bisognerebbe ripartire da un turismo più domestico e a raggio ridotto”. L’aviazione civile è attualmente una tra le fonti di emissioni dalla crescita più rapida, lo stop ai voli di queste settimane potrebbe rimodellare le nostre abitudini di viaggio, ma serviranno investimenti in alternative sostenibili come treni e bus a lunga percorrenza.
Per quanto riguarda la questione energetica il docente di chimica e fisica all’Università di Firenze Ugo Bardi è convinto che l'industria petrolifera potrebbe non riprendersi dal crollo del prezzo del barile, a meno che non venga sostenuta artificialmente dai governi per la sua rilevanza militare: “la riduzione della produzione porterà ad avere meno combustibili per riscaldamento e carburanti, ecco perché bisogna continuare a puntare sulle rinnovabili, tra l’altro sembra abbastanza accertato che la diffusione del coronavirus sia favorita dall'inquinamento in forma di microparticelle e ossidi di azoto”. Bardi vede dei segnali positivi nelle misure del governo che incentivano gli impianti fotovoltaici condominiali.
C’è poi la questione del telelavoro, metterlo in pratica su larga scala potrebbe avere implicazioni sociali e ambientali molto ampie: “la qualità della vita di migliaia di pendolari migliorerebbe se andare in ufficio diventasse necessario solo alcuni giorni della settimana. In più molti sceglierebbero di vivere in campagna o in zone in via di spopolamento, piuttosto che in città con affitti alle stelle”, riflette Giovanni Montagnani della piattaforma di divulgazione climatica Crowdforest. Secondo Montagnani le aree alpine vanno incontro a un cambiamento anche in caso di aumento delle temperature di 1,5°, ciò sarà drammatico per gli ecosistemi e le attività tradizionali, ma apre le porte a nuove possibilità: “questi territori sono più resilienti al cambiamento climatico rispetto alle città o alle coste, e potrebbero ospitare un numero maggiore di residenti. Ma ciò avverrà solo con il lavoro in remoto”.
Lo smart working è legato al problema della mobilità urbana, si prevede che la paura del contagio e la necessità di garantire il distanziamento sociale ridurranno drasticamente la domanda e l'offerta del trasporto pubblico. Non a caso l’amministratore delegato di BMW Italia Massimiliano di Silvestre ha dichiarato che l’automobile avrà una rivincita come mezzo di trasporto. Uno scenario che rischia di far compiere alle nostre città enormi passi indietro in termini ambientali e di qualità dell’aria. Fortunatamente la stagione calda alle porte sta favorendo in Europa le iniziative governative e comunali che incentivano gli spostamenti sicuri a piedi e in bicicletta, si va dal raddoppio della larghezza dei marciapiedi alla chiusura di corsie stradali per trasformarle in ciclabili ad uso esclusivo.
Secondo Mercalli il mondo post-coronavirus dipenderà tutta dalla risposta collettiva nel cuore delle persone: “la pandemia di COVID-19 non ha niente di positivo, ci mancherebbe. Allo stesso tempo eravamo come dei criceti in una ruota, volevamo uscirne ma non sapevamo come. Ci è voluta questa crisi per fermare la ruota. Ora dovremmo farla ripartire, ma diversamente”. La lettera all’Italia diffusa da Fridays for Future il 17 aprile, sottoscritta da 50 scienziati ed esperti, chiede proprio questo: un piano di ricostruzione che possa sconfiggere tanto la crisi climatica quanto quella economica. È anche un modo per ricordarci che in una prospettiva di lungo termine la crisi ambientale provoca più instabilità, vittime e danni economici di qualsiasi epidemia.
fonte: www.lastampa.it
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A fine febbraio molti attivisti ambientali scrivevano sui social media che forse c’era speranza. Per far fronte alla pandemia di COVID-19 i governi stavano prendendo misure eccezionali e investendo cifre impensabili fino al giorno prima. “Non si potrà più dire che non ci possiamo permettere la lotta climatica”, questo era il pensiero comune. Ma nella fase post-coronavirus la questione ambientale rischia invece di tornare secondaria. Con il pretesto della crisi economica vari settori industriali e alcuni politici hanno già chiesto di ridimensionare gli obiettivi del Green New Deal europeo, nel frattempo l’Agenzia per la Protezione Ambientale statunitense e il Ministero dell’Ambiente cinese hanno introdotto misure che limitano le ispezioni ambientali nelle fabbriche o allentano le direttive anti-inquinamento, mentre in Italia l’industria della plastica chiede di rimuovere la plastic tax che dovrebbe entrare in vigore dal luglio 2020.
Secondo il climatologo e divulgatore scientifico televisivo Luca Mercalli la ripartenza sarebbe il momento adatto per avviare riforme green radicali e strutturali, “ma non sono ottimista. Nella task force vedo dei manager e competenti, ma l’approccio è orientato a riportare tutto com’era prima. Sarebbe stato utile includere qualcuno con un pensiero più orientato alla sostenibilità”. Mercalli vedrebbe di buon occhio un intervento sul traffico aereo: “anche se è impopolare dirlo, non ci possiamo permettere di volare così frequentemente, di certo bisognerebbe ripartire da un turismo più domestico e a raggio ridotto”. L’aviazione civile è attualmente una tra le fonti di emissioni dalla crescita più rapida, lo stop ai voli di queste settimane potrebbe rimodellare le nostre abitudini di viaggio, ma serviranno investimenti in alternative sostenibili come treni e bus a lunga percorrenza.
Per quanto riguarda la questione energetica il docente di chimica e fisica all’Università di Firenze Ugo Bardi è convinto che l'industria petrolifera potrebbe non riprendersi dal crollo del prezzo del barile, a meno che non venga sostenuta artificialmente dai governi per la sua rilevanza militare: “la riduzione della produzione porterà ad avere meno combustibili per riscaldamento e carburanti, ecco perché bisogna continuare a puntare sulle rinnovabili, tra l’altro sembra abbastanza accertato che la diffusione del coronavirus sia favorita dall'inquinamento in forma di microparticelle e ossidi di azoto”. Bardi vede dei segnali positivi nelle misure del governo che incentivano gli impianti fotovoltaici condominiali.
C’è poi la questione del telelavoro, metterlo in pratica su larga scala potrebbe avere implicazioni sociali e ambientali molto ampie: “la qualità della vita di migliaia di pendolari migliorerebbe se andare in ufficio diventasse necessario solo alcuni giorni della settimana. In più molti sceglierebbero di vivere in campagna o in zone in via di spopolamento, piuttosto che in città con affitti alle stelle”, riflette Giovanni Montagnani della piattaforma di divulgazione climatica Crowdforest. Secondo Montagnani le aree alpine vanno incontro a un cambiamento anche in caso di aumento delle temperature di 1,5°, ciò sarà drammatico per gli ecosistemi e le attività tradizionali, ma apre le porte a nuove possibilità: “questi territori sono più resilienti al cambiamento climatico rispetto alle città o alle coste, e potrebbero ospitare un numero maggiore di residenti. Ma ciò avverrà solo con il lavoro in remoto”.
Lo smart working è legato al problema della mobilità urbana, si prevede che la paura del contagio e la necessità di garantire il distanziamento sociale ridurranno drasticamente la domanda e l'offerta del trasporto pubblico. Non a caso l’amministratore delegato di BMW Italia Massimiliano di Silvestre ha dichiarato che l’automobile avrà una rivincita come mezzo di trasporto. Uno scenario che rischia di far compiere alle nostre città enormi passi indietro in termini ambientali e di qualità dell’aria. Fortunatamente la stagione calda alle porte sta favorendo in Europa le iniziative governative e comunali che incentivano gli spostamenti sicuri a piedi e in bicicletta, si va dal raddoppio della larghezza dei marciapiedi alla chiusura di corsie stradali per trasformarle in ciclabili ad uso esclusivo.
Secondo Mercalli il mondo post-coronavirus dipenderà tutta dalla risposta collettiva nel cuore delle persone: “la pandemia di COVID-19 non ha niente di positivo, ci mancherebbe. Allo stesso tempo eravamo come dei criceti in una ruota, volevamo uscirne ma non sapevamo come. Ci è voluta questa crisi per fermare la ruota. Ora dovremmo farla ripartire, ma diversamente”. La lettera all’Italia diffusa da Fridays for Future il 17 aprile, sottoscritta da 50 scienziati ed esperti, chiede proprio questo: un piano di ricostruzione che possa sconfiggere tanto la crisi climatica quanto quella economica. È anche un modo per ricordarci che in una prospettiva di lungo termine la crisi ambientale provoca più instabilità, vittime e danni economici di qualsiasi epidemia.
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Mercalli: “Che fine faranno le mascherine dopo l’uso? Rischiamo di avere una montagna di rifiuti, va organizzato riciclo”
Secondo il Politecnico di Torino, per garantire sicurezza occorreranno ogni mese un miliardo di mascherine, mezzo miliardo di guanti, 250mila cuffie per capelli e 9milioni di litri di gel. Che fine farà questo materiale dopo l’uso? “Rischiamo di avere una montagna di rifiuti di difficile gestione, probabilmente avviati all’incenerimento” spiega il climatologo Luca Mercalli, in un servizio di Sono le Venti, sul Nove. “E’ opportuno cominciare pensare già oggi come riusare e riciclare questi materiali”
fonte: https://www.ilfattoquotidiano.it
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Luca Mercalli: “L’esperienza del virus ci sta facendo capire che cosa è veramente importante e che cosa è superfluo”
Emergenza coronavirus e crisi climatica e ambientale. Ne parliamo con Luca Mercalli, presidente della Società Meteorologica Italiana e giornalista scientifico per RAI e Il Fatto Quotidiano.
L’emergenza climatica è sparita dal dibattito pubblico e dai mass media. Si parla solo del coronavirus. Cosa possiamo fare per riportare già adesso il clima in primo piano?
Secondo me non è il momento. L’uomo ha una capacità ridotta di confrontarsi con i problemi. Adesso ne abbiamo uno talmente grosso che dobbiamo rimandare a un altro momento, quando la tensione sarà, speriamo, diminuita. Quindi, strategicamente da un punto di vista comunicativo non insisterei sulla questione climatica e ambientale, se non mantenendo un livello di analogia, ovvero limitandosi a dire: impariamo bene da questa lezione per gestire le successive crisi. Manteniamo, via via che le occasioni di attenzione si presentano, questo aspetto dell’analogia, ma per il momento non andrei a creare psicologicamente un’ulteriore pressione, perché sarebbe il modo migliore per non farsi ascoltare.
Diversa è la questione dal punto di vista dei decisori. A livello di strategia politica, se devo parlare con un’Unione Europea è ovvio che lì bisogna invece mantenere vivo il tema, perché le decisioni istituzionali pesano sul lungo periodo e quindi non è perché c’è il virus che l’Unione Europea per esempio debba dimenticarsi del Green Deal. Nel momento di fare una strategia economica di riaccensione del sistema dopo questa pausa forzata, lì sì che è importante che la politica non commetta gli errori del passato, nel tentativo di riguadagnare il terreno perduto e abolendo certe restrizioni ambientali. C’è la tentazione di dire: il PIL è sceso, abbiamo perso un sacco di soldi. Quando finalmente la questione del virus si chiuderà, partiamo con l’acceleratore al massimo. Il petrolio è sceso di prezzo, ricominciamo a consumare più di prima. Questo è il rischio politico. Bisogna invece tenere la barra ferma è dire: si riparte, ma a maggior ragione con la prospettiva del Green Deal.
Come si fa a rinunciare all’automobile (o almeno limitarne l’uso) in un paese come l’Italia dove fuori dalle aree urbane il trasporto pubblico è pessimo?
Questo potrebbe essere un tema molto importante da valutare per la nostra ripresa. L’esperienza del virus ci sta facendo capire che cosa è veramente importante e che cosa è superfluo. Per esempio il telelavoro che abbiamo imparato a usare in modo efficace nel giro di pochi giorni, potrà sostituire a mio parere anche in una situazione di piena normalità molti viaggi di lavoro. Lo teorizzavo già prima del virus. Io spero che questa eredità possa essere mantenuta, perché eliminerebbe molti movimenti inutili con l’automobile, ma anche col treno e con l’aereo.
Il secondo punto riguarda invece la mobilità privata. Io credo che sia importante in questo momento di chiusura forzata recuperare che cosa è per noi veramente importante e che cosa no. Oggi è importante per noi poter fare un chilometro di passeggiata, non diecimila chilometri con l’aereo per andare a fare le vacanze nelle isole del Pacifico. Penso che si possa recuperare un messaggio di socialità, di convivio, di qualità della vita. Penso che questi siano dei modi per maturare delle rinunce che prima erano inaccettabili. Se io dicevo: non fate le vacanze con l’aereo lontano, ci sono mille posti belli vicino a casa vostra, mi ridevano tutti in faccia. Io ho sempre fatto così, non prendo più l’aereo da due anni ormai. Non sono mai stato un viaggiatore compulsivo sulle lunghe distanze. Ritengo che sui trasporti avremo queste due ricadute: telelavoro e una riduzione degli spostamenti di lungo raggio per motivi futili, capendo che ci si può divertire e avere una buona qualità della vita anche solo andando al bar della piazza.
Che legame vedi tra disastro ambientale e coronavirus?
Il legame è il disturbo degli ecosistemi. Si sa che i virus passano dagli animali selvatici all’uomo in modo casuale, ma è chiaro che più aumentiamo la nostra invasione negli ecosistemi intatti naturali, soprattutto nelle foreste e più aumentiamo la probabilità del salto di specie. Poi ci sono anche gli allevamenti, di sicuro ci sono queste due vie. Io parlo soprattutto degli animali selvatici perché lì andiamo a toccare le ultime aree intatte del pianeta. Invece nelle zone già compromesse i grandi allevamenti intensivi rappresentano la seconda via di possibili contagi. L’inquinamento dell’aria per ora non è una pista realistica per la trasmissione del virus, se non quella di predisporre le persone che già hanno i polmoni irritati a diventare più sensibili. Ma non è una cosa diretta. Che l’aria inquinata possa essere un vettore del virus è stato messo in dubbio da molti miei colleghi. Non si sa nemmeno quanto a lungo il virus possa vivere fuori dal corpo umano. Qualcuno dice non più di 3 ore. E’ molto prematuro fare un’osservazione così netta. Che invece l’inquinamento faccia male, questo lo sappiamo, anche senza virus. Quindi è opportuno ridurlo per altri motivi.
Una domanda più personale: come hai reagito a questa situazione destabilizzante provocata dall’emergenza sanitaria? Come passi le giornate chiuso in casa?
Dieci anni fa ho scritto un libro dal titolo “Prepariamoci a vivere in un mondo con meno risorse, meno energia, meno abbondanza … e forse più felicità”. Ho quindi sempre investito nella mia vita per l’autonomia e la resilienza individuale. Ho la fortuna di stare in una casa con un piccolo orto, ho l’alimentazione energetica a pannelli solari, una buona dispensa di riserve che mi tengo sempre per questi casi. In un mese non ho ancora fatto la spesa al supermercato. Ho quindi costruito questa resilienza. L’emergenza mi ha però sorpreso per un altro motivo, perché ho sempre messo in pratica questa autosufficienza in previsione di problemi legati al clima, legati all’energia, mentre la pandemia non l’ho mai considerata, non era nel mio elenco dei rischi più gravi.

Per lavoro, per le mie conferenze e lezioni ho sempre viaggiato, anche 150 giorni all’anno. Adesso è tutto virtuale, quindi la mia agenda si è ripulita. E’ chiaro che ho perso anche una parte economica, perché le mie attività pubbliche che erano pagate non ci sono più, quindi ho dimezzato il mio guadagno e soprattutto quello destinato al mio gruppo di ricerca. C’è solo la parte che riesco a fare da casa, scrivendo un articolo di giornale, facendo una videoconferenza, ma non posso andare in giro. Ho fatto decrescita, dimezzando anche le mie spese: non ho più bisogno di andare in macchina o in treno, o di comprare vestiti, il papillon nell’orto non lo metto! Se in casa hai un po’ di autosufficienza energetica e alimentare, si vive veramente con poco. Certo, devo pagare le tasse, spero siano ben spese per i nostri ospedali e non per grandi opere inutili. Per il resto mi accorgo che io e mia moglie abbiamo bisogno di pochissimo. Ci bastano i libri e internet, ci basta la legna per la stufa. Il tempo recuperato è una ricchezza. Certo, c’è sempre la cappa di tristezza per i morti; sarebbe stato meglio ridurre i giri del nostro sistema non per effetto di un disastro…
Ultima domanda: una nota di ottimismo? L’umanità avrà l’intelligenza di agire con forza sul cambiamento climatico senza aspettare il disastro?
Solo se avremo una forte leadership, perché l’altra lezione data da questa esperienza del virus è che se non c’è una guida, spontaneamente ognuno di noi non le fa queste cose. L’importante è che ci sia una visione razionale, basata su fatti scientifici. Tutti noi abbiamo accettato la chiusura a casa nostra perché abbiamo capito il motivo, abbiamo avuto paura della morte, della malattia. Anche per il clima abbiamo bisogno di una guida, non possiamo fare queste cose in ordine sparso. Allora la guida dice: da domani si sta a casa, e si fa. Quindi ci vuole un forte recupero della politica ambientale. Speriamo che la ripartenza sia fatta usando questi nuovi percorsi di futuro senza riaccendere tutto come prima, altrimenti non sarà servito a nulla.
Vorrei aggiungere un altro elemento importante: siamo tanto preoccupati di come l’economia subirà danni da questo momento, ma ci basterebbe convertire tutte le spese militari in tecnologie per la sostenibilità e avremmo risolto i nostri problemi. Non possiamo più tollerare che miliardi di dollari vengano spesi per produrre armi. Non ha nessun senso. Si dice che fare la conversione energetica e produrre pannelli solari costa troppo, ma quanto costano i missili nucleari?
fonte: https://www.pressenza.com
#Covid_19 e calo dell'inquinamento. @Luca_Mercalli a @RaiNews
@Luca_Mercalli a @RaiNews
Dati #Ispra indicano una riduzione delle #emissioni di #gas #serra su primo trimestre 2020 di circa il 5% . "Vera sfida: cercare di mantenere questo trend in calo anche ad emergenza finita"
Dati #Ispra indicano una riduzione delle #emissioni di #gas #serra su primo trimestre 2020 di circa il 5% . "Vera sfida: cercare di mantenere questo trend in calo anche ad emergenza finita"
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