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Riflessioni e misurazioni sullo sviluppo sostenibile















Su Ecoscienza 3/2021, la rivista di Arpae Emilia-Romagna, un approfondimento sulla misurazione della sostenibilità e gli indici integrati.

Il perseguimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 richiede azioni intersettoriali e strumenti utili alla valutazione integrata delle politiche nazionali, regionali, locali oltre che ...

La transizione ecologica dei sistemi alimentari

La trasformazione dei sistemi alimentari è cruciale per il raggiungimento di tutti gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile

Il pre-summit ONU svoltosi a Roma tra il 26 e 28 luglio 2021, in vista del vertice sui sistemi alimentari in programma a settembre a New York, ha discusso di come trasformare il sistema alimentare globale alla luce della crisi climatica in corso, per evitare un peggioramento della crisi alimentare nei prossimi decenni. Alla base del dibattito l'idea che, agendo sull'alimentazione, si possano fare progressi su altri ambiti connessi come fame, cambiamento climatico, povertà e diseguaglianze.

I sistemi alimentari, che includono tutte le fasi e le attività che riguardano la produzione, la lavorazione, la distribuzione, la preparazione e il consumo di cibo, sono responsabili fino al 37% di tutte le emissioni di gas serra, secondo le analisi dell'Ipcc. Solo le perdite e gli sprechi di cibo rappresentano l'8% di tutte le emissioni di gas serra; la riduzione di tali perdite o l’adozione di diete più sostenibili rappresenterebbero l'opportunità di ridurre le emissioni di ben 12,5 Gt CO2e, che sarebbe come eliminare 2,7 miliardi di auto dalle strade.

Il settore agricolo, inoltre, costituisce un'importante fonte di pressione sulle acque, a causa dell'inquinamento diffuso da nutrienti e sostanze chimiche, ma anche del prelievo di acqua (l'agricoltura rappresenta fino al 60% del consumo netto di acqua a livello europeo) e dei cambiamenti fisici negli habitat, come emerge dal Report EEA Water and agriculture: towards sustainable solutions.

Se il settore primario è tra i principali responsabili della crisi ambientale e climatica in atto, allo stesso tempo esso ne subisce le conseguenze più gravi. I cambiamenti climatici alterano infatti le condizioni di crescita delle colture regionali e l'incidenza dei parassiti. Si prevede che i rendimenti annuali diventeranno più variabili e aumenterà la variabilità dei prezzi delle materie prime agricole. Ciò influenzerà i modelli di coltivazione, il commercio internazionale e i mercati regionali.

Gli effetti negativi del cambiamento climatico impattano inoltre sulla nostra alimentazione: dalla frequenza e intensità degli eventi estremi che colpiscono i suoli agricoli dipende infatti anche la qualità, la quantità, il prezzo e la provenienza di ciò che mettiamo nel carrello della spesa.

Ma come invertire questo processo e salvaguardare il settore agricolo ed alimentare dai gravi effetti dei cambiamenti climatici e allo tempo ridurre gli impatti da esso prodotti?

Nel Piano nazionale ripresa e resilienza una delle aree riguarda l'Agricoltura sostenibile e l'economia circolare, tra i cui obiettivi troviamo quello di sviluppare una filiera agricola/alimentare smart e sostenibile, per ridurre l’impatto ambientale in un settore che rappresenta una delle eccellenze italiane. In linea con la strategia europea “Dal produttore al consumatore”, l’obiettivo è quello di realizzare una filiera agroalimentare sostenibile, migliorando la competitività delle aziende agricole e le loro prestazioni climatico-ambientali, rafforzando le infrastrutture logistiche del settore, riducendo le emissioni di gas serra e sostenendo la diffusione dell'agricoltura di precisione e l’ammodernamento dei macchinari.

Anche nel quarto "Rapporto sullo stato del capitale naturale in Italia", il Ministero per la transizione ecologica, al fine di salvaguardare la biodiversità e ripristinare gli ecosistemi, traccia una strada da percorrere verso agricoltura e pesca sostenibili nonché sistemi alimentari sostenibili.

L'associazione Terra! ha stilato un elenco di 12 passi ritenuti fondamentali per restituire all’agricoltura il suo valore intrinseco, dalla tutela del paesaggio al clima.

Passo 1 Teniamo vivo il suolo. Il suolo rappresenta, insieme agli oceani, il più importante serbatoio globale di gas serra e gioca un ruolo chiave nella lotta al cambiamento climatico. Nel nostro Paese, come emerge dall'ultimo rapporto SNPA, dal 2012 ad oggi il suolo non ha potuto garantire lo stoccaggio di quasi tre milioni di tonnellate di carbonio, l’equivalente di oltre un milione di macchine in più circolanti nello stesso periodo per un totale di più di 90 miliardi di km. Allo stesso tempo il suolo non ha potuto garantire la fornitura di 4 milioni e 155 mila quintali di prodotti agricoli. Il modo in cui vengono gestiti i terreni agricoli e quindi lo stesso sistema agricolo può contribuire a ridurre gli impatti negativi del cambiamento climatico sulle società e gli ecosistemi.

Passo 2 Ripensiamo l'allevamento industriale. II contributo della zootecnica al riscaldamento globale è equivalente a quello dei trasporti. Più della metà delle emissioni globali di metano, ad esempio, derivano dalle attività umane tra cui il settore zootecnico, le cui emissioni per tale inquinante sono aumentate drammaticamente del 70% dal 1961 a oggi e si prevede che rappresenteranno una quota crescente delle emissioni future. Si rende dunque necessaria da una parte una riduzione del consumo di carne e derivati, anche attraverso la trasparenza sui costi ambientali della produzione di carne e latticini, dall'altra una progressiva chiusura degli allevamenti industriali.

Passo 3 Riduciamo le disuguaglianze climatiche. In Italia, il Sud, più del Nord, rischia perdite pesanti in filiere come olio, vino, frumento e pomodoro. Per questo si rende necessario investire nell'irrigazione efficiente e nell'adattamento delle colture al clima.

Passo 4 Non avveleniamo il cibo. Secondo l'ultimo rapporto Ispra, nelle acque superficiali italiane sono stati trovati pesticidi nel 77,3% dei 1.980 punti di monitoraggio e in quelle sotterranee nel 32,2% dei 2.795 punti. La strategia europea “Dal produttore al consumatore” si pone l’obiettivo di dimezzare l’uso di pesticidi entro il 2030 e questo dovrebbe portare ad un aggiornamento del Piano nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, risalente ormai al 2014, prevedendo misure vincolanti per sostituire questo trattamento delle piante con alternative non inquinanti e pericolose per la salute.

Passo 5 Difendiamo le “operaie”. Gli impollinatori garantiscono all'uomo una fonte di cibo costante con un lavoro gratuito che difficilmente riusciamo ad osservare: il 30% del cibo che consumiamo dipende direttamente dall’impollinazione degli insetti e la loro opera influenza a livello qualitativo e quantitativo oltre il 70% delle colture. I cambiamenti climatici sono tra i fattori che più incidono sulla popolazione di impollinatori, creando gravissimi problemi alla loro sopravvivenza e ostacolando l’aiuto che forniscono all’agricoltura. È dunque necessario tutelare la biodiversità per salvare le api e gli altri impollinatori dall’estinzione.

Passo 6 Rimettiamo i semi in mano al contadino. Da sempre gli agricoltori sono custodi e innovatori della biodiversità agricola. Tuttavia, oggi le sementi sono sempre più gestite da imprese multinazionali che governano le filiere globali e la progressiva concentrazione ha portato ad una riduzione delle varietà coltivate; meno specie significa però maggiore rischio, perché i sistemi agricoli più sono complessi, più sono resilienti. Riformare l’agricoltura industriale significa dunque anche restituire agli agricoltori il diritto di selezionare, riprodurre e scambiare le proprie sementi.

Passo 7 Accorciamo la filiera. Il nostro paese risulta al quinto posto per importazione di emissioni legate a beni intermedi agricoli e al decimo posto per l’import di emissioni legate a prodotti alimentari. Per adattare il sistema alimentare alle sfide attuali è dunque necessario ridurre il commercio globale, rafforzando la produzione e gli scambi territoriali.

Passo 8 Non facciamo “sconti”. Nel nostro paese 180 mila lavoratori agricoli particolarmente vulnerabili, esposti a fenomeni di sfruttamento e caporalato, non trovano protezione per una serie di ragioni. Allo stesso tempo, dal lato del consumatore è assente una valida etichetta narrante sui prodotti, che consenta un controllo pubblico sulle modalità di produzione e i vari passaggi della catena. Questo passo richiede quindi il divieto di pratiche sleali della grande distribuzione, il contrasto del caporalato e la riduzione dell’impatto ambientale dei prodotti.

Passo 9 Sprechiamo meno, mangiamo meglio. In Italia, secondo ISPRA, si sprecano circa 5,2 milioni di tonnellate di cibo, per 24,5 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra Investire dunque nella riduzione degli sprechi in tutte le fasi della filiera è una priorità per intraprendere una vera transizione ecologica. Alle campagne di sensibilizzazione nei confronti dei consumatori va accostata una riforma della filiera che riduca il packaging dei prodotti e favorisca il fresco agli alimenti trasformati.

Passo 10 Sposiamo l'agroecologia. Passare dall’agricoltura industriale ad un approccio agroecologico implica lo sforzo di riformare il sistema alimentare nel suo complesso: nella pratica, significa scoraggiare la produzione fondata sulle monocolture e sostenere l’agricoltura familiare che riduce gli input esterni, rispetta la stagionalità, rigenera il suolo, rispetta i diritti sociali e si rivolge al mercato locale.

Passo 11 Sosteniamo il ricambio generazionale. Secondo un rapporto della Corte dei Conti europea, circa il 60% dei giovani agricoltori europei ha difficoltà ad acquistare o affittare i terreni e ciò privilegia il ricambio generazionale all'interno della famiglia. L'11% di tutte le aziende agricole dell’Unione europea è gestito da agricoltori al di sotto dei 40 anni. Occorre invece accelerare l’ingresso dei giovani e la riconversione ecologica, supportando, sostenendo e formando i nuovi agricoltori.

Passo 12 Avviciniamo cibo e città. Le città possono costituire un ambiente favorevole allo sviluppo di una produzione alimentare locale ed ecologica. Il ruolo delle amministrazioni pubbliche è una chiave importante per favorire dinamiche virtuose: dalle mense scolastiche a quelle ospedaliere, dai mercati rionali ai programmi di supporto alla povertà alimentare, dalla lotta agli sprechi fino all’assegnazione delle terre pubbliche ai giovani agricoltori, gli enti locali possono imprimere una direzione di sostenibilità alla produzione e distribuzione del cibo.

Per approfondimenti: 12 passi per la terra (e il clima)

fonte: www.arpat.toscana.it


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Gli Obiettivi dell’Agenda 2030 visti da vicino

“Agenda 2030. Un viaggio attraverso gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile”, analizza in modo puntuale gli SDGs per aiutare a comprendere i diversi temi relativi alla sostenibilità ambientale, economica e sociale




Agenda 2030. Un viaggio attraverso gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile è il libro nato dalla collaborazione tra ASviS-Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile e Santa Chiara Lab dell’Università di Siena. I 17 capitoli del volume corrispondono ai 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals, SDGs) dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite, un programma d’azione per le persone, il Pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU.

La pubblicazione è nata nell’ambito di un progetto comune di Educazione allo Sviluppo Sostenibile con l’obiettivo di offrire un percorso di apprendimento tematico sui diversi temi relativi alla sostenibilità ambientale, economica e sociale di cui ciascun Goal è espressione.

Agenda 2030. Un viaggio attraverso gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile contiene 25 contributi realizzati da 42 autori e autrici, in cui sono raccolti analisi e spunti di riflessione sui 17 SDGs. La pubblicazione intende fornire uno strumento di supporto a percorsi formativi sui vari temi dello sviluppo sostenibile in un’ottica di multidisciplinarità e di interconnessione tra i diversi argomenti affrontati. Il volume contiene anche riferimenti agli impatti della pandemia da Covid-19 che possono aver condizionato il raggiungimento dell’Agenda 2030.

Nel volume si parla di disuguaglianze e povertà, approfondite nell’ottica dell’equità e della giustizia sociale; sono approfonditi i temi inerenti a una sana alimentazione e nutrizione e alle buone pratiche di agricoltura sostenibile; sono analizzate le interazioni tra economia, felicità e benessere; si spiega, infine, il valore di un’istruzione di qualità e del raggiungimento della parità di genere ai fini dello sviluppo sostenibile.

Il testo esplora anche le tematiche relative alla sostenibilità delle risorse idriche, energetiche ed economiche; indaga gli aspetti caratterizzanti il fenomeno della mobilità e dell’immigrazione, delle disuguaglianze e della decrescita; evidenzia il ruolo rilevante ricoperto dalle imprese nel conseguimento della sostenibilità e nella promozione di modelli di produzione e consumo sostenibili; esamina il legame tra sostenibilità e sviluppo dei centri urbani; affronta il problema delle microplastiche e l’inquinamento dei fondali oceanici; illustra l’applicazione di soluzioni ecocompatibili grazie all’innovazione tecnologica; presenta i fondamenti biofisici e giuridici della sostenibilità, sottolineando infine l’importanza delle partnership globali per un’efficace attuazione dell’Agenda 2030.

Il rettore dell’Università di Siena, Francesco Frati, sottolinea il fatto che la sostenibilità è una delle direttrici strategiche dell’Università da oltre dieci anni. «La pubblicazione sarà sicuramente un utile supporto al nostro impegno per la formazione degli studenti sul tema, un impegno testimoniato da oltre 60 insegnamenti in 25 corsi di laurea di 12 diversi dipartimenti, oltre che da quattro corsi di laurea magistrale interamente dedicati alla sostenibilità in diversi ambiti. Inoltre l’Ateneo organizza, secondo un approccio transdisciplinare, il Corso sulla Sostenibilità, rivolto non solo a tutta la comunità accademica ma anche a partecipanti esterni, che nel 2017 è stato premiato come best practice degli atenei della RUS-Rete delle Università per lo Sviluppo sostenibile».

Gli fa eco Angelo Riccaboni, Presidente di Santa Chiara Lab – Università di Siena: «Promuovere una cultura della sostenibilità soprattutto nell’attuale fase di ripresa post pandemia richiede un impegno concreto per sensibilizzare, educare e formare giovani e adulti sulle sfide dello sviluppo sostenibile. A meno di dieci anni dalla realizzazione dell’Agenda 2030, l’acquisizione di adeguate conoscenze e competenze nell’ambito della sostenibilità riveste un ruolo più che mai decisivo per promuovere una partecipazione attiva, a livello globale, verso uno sviluppo equo, inclusivo e realmente sostenibile».

La pubblicazione è disponibile in versione digitale sulle pagine del sito ASviS (https://bit.ly/3hV3CTn) e del sito Santa Chiara Lab – Università di Siena (https://bit.ly/3xTh5QQ) dove è possibile consultarlo e scaricarlo gratuitamente.

fonte: www.rinnovabili.it


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Sappiamo come contrastare il cambiamento climatico ?

Molte delle azioni che riteniamo importanti per contrastare il cambiamento climatico non sono quelle, in realtà, più efficaci per raggiungere l'obiettivo di ridurre gli effetti del cambiamento del clima



La ricerca “Perils of Perception” di Ipsos – condotta in 30 Paesi – rivela che, nonostante la crescente preoccupazione per il cambiamento climatico e l’elevata fiducia nella conoscenza in merito alle azioni più efficaci da attuare per contrastarlo, le percezioni errate delle persone sono più che diffuse. In tutti i Paesi europei, le persone - in media - sottovalutano le azioni più efficaci per combattere il cambiamento climatico e tendono a sopravvalutare quelle meno impattanti.

La consapevolezza degli impatti del cambiamento climatico è bassa. Ad esempio, soltanto il 4% degli intervistati è a conoscenza che gli ultimi 6 anni sono stati i più caldi mai registrati.

I messaggi suggeriti per contrastare il cambiamento del clima possono confondere, molte persone, infatti, non prendono in debita considerazione lo stile alimentare da adottare, la dieta, continuando a mangiare carne e latticini, anche se di provenienza locale, piuttosto che passare ad una dieta vegetariana.

Secondo le percezioni degli intervistati, le tre azioni più efficaci che un individuo potrebbe intraprendere per ridurre le emissioni di gas a effetto serra sono:
riciclare il più possibile (59%)
comprare energia da fonti rinnovabili (49%)
sostituire un'auto tipica con un veicolo elettrico o ibrido (41%).

Anche i cittadini italiani hanno la percezione che queste tre azioni siano le più efficaci per ridurre le emissioni di gas a effetto serra.

A livello di percezioni, le azioni più condivise sono
ridurre gli imballaggi e packaging (52%)
acquistare meno articoli, beni, ma più durevoli (46%).

Nella realtà, entrambe le misure citate, sono al di fuori delle prime 30 considerate più efficaci per combattere il cambiamento climatico, e si classificano, rispettivamente, al 38 ° e 46 ° posto.

Una delle azioni più efficaci, ossia “ristrutturare e rinnovare le abitazioni per l'efficienza” - che si colloca al 6 ° posto su 30 - è stata scelta soltanto dal 35% degli intervistati. In Italia, la percentuale di chi ritiene che ristrutturare e rinnovare le abitazioni rientri tra le azioni più efficaci per ridurre l’impatto del cambiamento climatico è superiore alla media di tutti i Paesi, attestandosi al 52%.

La decisione, invece, di non avere animali domestici si posiziona tra le prime 30 azioni per la riduzione dell'impatto del cambiamento climatico, collocandosi al 25° posto, ma questa scelta è condivisa solo dal 5% degli intervistati.

Sempre secondo le percezioni degli intervistati, il 43% ritiene che lo spostamento da alcune aree geografiche del nostro Pianeta durante il 2020 sia dovuto a conflitti, come ad esempio la guerra, la violenza criminale e la politica. Soltanto il 32% degli intervistati pensa sia dovuto a disastri climatici e meteorologici, come ad esempio uragani, tempeste e inondazioni.

In realtà, nei primi 6 mesi del 2020, 9,8 milioni di persone in tutto il mondo sono state sfollate a causa dei cambiamenti climatici rispetto ai 4,8 milioni di persone sfollate a causa dei conflitti. Su 28 Paesi, soltanto negli Stati Uniti (43%), Giappone (41%), Cina (40%), Francia (39%) e Russia (35%), gli intervistati erano più propensi a dire che il cambiamento climatico era la causa maggiore di spostamento interno. In Italia, il 38% degli intervistati ritiene che lo spostamento interno sia dovuto a conflitti e soltanto il 29% ai cambiamenti climatici.

In merito al riscaldamento globale, tutti gli intervistati hanno sottostimato (22%) o non erano sicuri (73%) di quanti anni, da partire dal 2015, siano stati registrati come i più caldi di sempre. Soltanto una persona su venticinque (4%) ha dato la risposta corretta, ossia che tutti i 6 anni – dal 2015 al 2020 – rientrano tra gli anni più caldi mai registrati.

Inoltre l'indagine evidenza che il 57% delle persone intervistate ritiene che mangiare prodotti locali (anche se comprendono carne e latticini), rispetto a seguire una dieta vegetariana (anche se alcuni prodotti sono importati da altri Paesi) sia l’azione ambientale più efficace nel ridurre le emissioni di gas serra di un individuo.

Ciò è condiviso anche dal 60% degli italiani. Infatti, soltanto il 18% crede che passare a una dieta vegetariana – anche se comprende prodotti provenienti da altri Paesi – ridurrebbe di più le emissioni di gas serra di ciascun individuo. In realtà, secondo alcune ricerche, il modo migliore per ridurre le emissioni di gas serra, a livello individuale, è proprio quello di passare a una dieta a base vegetariana.

Infine, la comprensione pubblica dell’impatto che la produzione di hamburger ha sul cambiamento climatico è davvero molto bassa. L’86% degli intervistati non ha idea di quanto lontano dovrebbe guidare un'auto per eguagliare le emissioni di carbonio necessarie per la produzione di un hamburger di manzo. Tra coloro che hanno provato a rispondere, la risposta media è stata di 43 km. In base ai dati sull'efficienza delle auto dell'AIE, la vera lunghezza del viaggio è tra 38-119 km.

Per approfondimenti: Ipsos - Percezioni vs realtà

fonte: www.arpat.toscana.it


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L’alibi dello sviluppo sostenibile


L’idea che sia possibile mantenere e far crescere produzioni e consumi in modo “sostenibile”, con fonti energetiche e risorse rinnovabili – impedisce agli abitanti della Terra di vedere l’abisso: lo “stato di avanzamento” della crisi; la radicalità dei cambiamenti che impone; l’irreversibilità ormai raggiunta in molti campi: i ghiacciai e le calotte polari che si sciolgono; l’acqua dolce a disposizione, sempre meno; l’innalzamento dei mari non può essere fermato; la desertificazione di molte terre neppure; lo scioglimento del permafrost che accelera l’effetto serra. Si apre su due fronti – stili di vita e occupazione – un conflitto il cui esito non può essere delegato a un ministro: vanno contenuti i consumi superflui o quelli più necessari? Quelli che generano profitto per pochi o quelli che garantiscono vite decenti alla maggioranza? E soprattutto, si possono sostenere delle produzioni, non perché mettono capo a consumi necessari, ma solo perché generano occupazione?

Foto di JackieLou DL da Pixabay

La crisi climatica e quella ambientale (incendi e alluvioni) hanno trovato finalmente accesso ai giornali e ai servizi radio e Tv. Contro queste crisi l’Europa è corsa ai ripari: con il NextGenerationEU; l’Italia, con il PNRR; gli Stati uniti di Biden, con il rientro nell’accordo di Parigi; la Cina con piani che sfidano gli Usa.

Ma sono mancati ovunque informazione e confronto per coinvolgere produttori, consumatori, portatori di conoscenze, esperienze e capacità, tutte cose senza le quali è impensabile impostare e poi realizzare una svolta adeguata. Perché le cose da fare – e soprattutto quelle da non fare più – sono molte di più di ciò che i governi sono in grado di mettere in moto.

L’alibi dello “sviluppo sostenibile” – l’idea che sia possibile mantenere e far crescere produzioni e consumi in modo “sostenibile”, con fonti energetiche e risorse rinnovabili – impedisce agli abitanti della Terra di vedere l’abisso: lo “stato di avanzamento” della crisi; la radicalità dei cambiamenti che impone; l’irreversibilità ormai raggiunta in molti campi: i ghiacciai e le calotte polari che si sciolgono; l’acqua dolce a disposizione, sempre meno; l’innalzamento dei mari non può essere fermato; la desertificazione di molte terre neppure; lo scioglimento del permafrost che accelera l’effetto serra.

Contenere la temperatura mondiale sotto i 2°C è ormai una chimera (figurarsi 1,5!), ma va perseguito lo stesso senza remore. Perché molte delle misure di “mitigazione” della crisi climatica servono anche per “l’adattamento” alle condizioni molto più ostiche in cui si troveranno a vivere le future generazioni: un obiettivo che non può che tradursi in una “deglobalizzazione” (Walden Bello) guidata verso comunità il più possibile economicamente autonome. E’ in queste decisioni che cittadine e cittadini devono essere coinvolti. Ora.

Carbone, petrolio e gas vanno lasciati sottoterra; l’economia deve funzionare solo con fonti rinnovabili: con un’impiantistica diffusa a livello locale, in comunità più o meno estese, senza il gigantismo dell’economia fossile (pozzi, miniere, oleodotti e gasdotti, flotte e convogli, impianti di termogenerazione e raffinazione, ecc.) che la turbolenza climatica e le crisi sociali mettono sempre più a rischio; e senza le guerre (e gli armamenti) scatenate per accaparrarsi fonti energetiche inegualmente distribuite nel pianeta, e il cui concorso alle emissioni climalteranti non viene peraltro computato negli Indc.

L’efficienza è fondamentale, ma da sola non basta a sostenere una economia votata alla “crescita”. Consumi di energia e materiali dovranno essere ridotti all’essenziale, attingendo i secondi, per quanto possibile, da risorse rinnovabili e dal riciclo di prodotti scartati, dando spazio a manutenzione e riparazione dei beni durevoli. Ciò non può che riflettersi in un’altrettanta drastica riduzione dei consumi.



Qui si apre su due fronti – quello degli stili di vita e quello dell’occupazione – un conflitto il cui esito non può essere delegato a un ministro: vanno contenuti i consumi superflui (che oggi alimentano larga parte della domanda che sostiene l’economia) o quelli più necessari? Quelli che generano profitto per pochi o quelli che garantiscono vite decenti alla maggioranza? E soprattutto, si possono sostenere delle produzioni, non perché mettono capo a consumi necessari, ma solo perché generano occupazione? Luca Mercalli ha sollevato il problema a proposito dell’intento del ministro Cingolani di salvaguardare la cosiddetta motorvalley, il cui epicentro è la produzione di auto da corsa e di superlusso.

Scendendo di livello, l’auto condivisa per tutti forse sarà ancora praticabile, come complemento di un trasporto pubblico potenziato ed efficiente; ma l’auto individuale, ancorché elettrica e di modeste dimensioni, no. Se non si investe ora su questa prospettiva le comunità di domani si ritroveranno immobilizzate (e la bici non basterà certo a risolvere il problema).

Le conseguenze occupazionali sono pesanti – in parte lo si vede già ora – e la ricollocazione degli “esuberi” a nuove occupazioni richiede tempo e, sicuramente, riduzioni generali dell’orario di lavoro. Di un reddito alternativo c’è invece bisogno subito.

Il cibo dovrà essere prodotto il più vicino possibile a dove viene consumato, con un’agricoltura ecologica, di prossimità, multifunzionale, restituendo a bosco, foreste e riassetto idrogeologico gran parte del territorio oggi impegnato per gli allevamenti. Bisogna consumare molta meno carne.

Si ridimensionerà da sé, per i costi, la paura del contagio, il rischio di rimanere bloccati lontano da casa, la sostituzione con collegamenti on-line, il turismo, soprattutto quello transnazionale: vacanziero, di affari, sportivo, culturale, politico e persino religioso.

La misera fine delle Olimpiadi di Tokyo (che anticipa quella delle Olimpiadi invernali del 2026) è un campanello di allarme.

Ma il turismo alimenta milioni di imprese da cui dipende la vita di miliardi di persone. E, ma poi viene “il bello”, per molti le vacanze rappresentano l’unica compensazione alla sofferenza di dover lavorare tutto il resto dell’anno. E non vogliamo discuterne?

Guido Viale

fonte: comune-info.net


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Tutte le tecnologie che portano alla decarbonizzazione



La partita della decarbonizzazione dei sistemi energetici è una delle più importanti e strategiche dell’era presente. Rappresenta, infatti, una sfida destinata a condizionare l’evoluzione delle economie e delle società più avanzate negli anni a venire, a creare nuovi mercati, a coniugare i temi dello sviluppo e della tutela ambientale.

La decarbonizzazione non sarà però un pasto gratis. Né potrà avvenire dall’oggi al domani: richiederà un salto tecnologico capace di rendere disponibili nuove fonti di generazione energetica, nuove innovazioni abilitanti, nuovi paradigmi produttivi. Da portare a piena maturità prima del loro inserimento sul mercato.

Ma quali sono le tecnologie più importanti per definire le vie della transizione energetica e del superamento del carbonio? Nonostante la pandemia di Covid-19, vengono sempre più sviluppate nuove tecnologie volte a aumentare l’impatto delle fonti pulite sul contesto energetico contemporaneo, descritte anche dall’Agenzia Internazionale dell’Energia in un report dell’ottobre 2020.

Una prima innovazione arriva dalla disponibilità di reti di trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica resistenti e resilienti. Capaci di assicurare, grazie alle tecnologie innovative a disposizione e ai sensori IoT, il matching ideale tra domanda e offerta, tra generazione e consumo. CESI, società milanese leader mondiale nel testing e nella consulenza energetica, con un’esperienza pluridecennale nel campo dell’innovazione tecnologica, è tra le società che maggiormente puntano sullo sviluppo delle smart grids nei decenni a venire, testandole nel proprio Flex Power Grid Laboratory di Arnhem, in Olanda.

KEMA Labs (la Divisione di Testing, Ispezione e Certificazione del Gruppo CESI), entro cui questi laboratori sono incorporati, lavora anche a trovare tecnologie alternative al gas di esafluoruro di zolfo (SF6) per la gestione dei quadri delle reti ad alto voltaggio. Nelle apparecchiature di comando con isolamento in gas, CESI, coerentemente con la sua missione di aiutare le società clienti e partner a ottenere una completa decarbonizzazione, sta sviluppando tecnologie “verdi” per trovare alternative a un gas ritenuto importante per il settore energetico ma al tempo stesso dotato di un elevato impatto inquinante.

La necessità di aziende, governi e utilities di passare, nei mix energetici, dalle fonti fossili alle rinnovabili, nel contesto di una ciclicità non prevedibile della disponibilità di fonti per la generazione, impone poi la necessità di sviluppare tecnologie di stoccaggio all’altezza delle necessità dei sistemi. Questo per evitare dispersioni eccessive o asimmetrie dannose tra i momenti di picco di domanda e quelli di offerta di energia. Oggigiorno le tecnologie più diffuse, nota Energy Journal, magazine pubblicato da CESI sono basate su batterie elettrochimiche, che negli ultimi anni sono state oggetto di numerose innovazioni in termini di miglioramento di performance, permettendo al contempo di realizzare impianti con capacità sempre maggiori: un esempio è sicuramente dato dall’australiana CEP Energy nel Nuovo Galles del Sud, che intende costruire il più grande impianto di accumulo al mondo, con una capacità totale di 1,2 GW.

L’innovazione è il driver che sta creando anche altre forme di sviluppo in materia

Un’altra compagnia australiana, la Lavo, sta sviluppando sistemi di stoccaggio basati sull’idrogeno verde, ovvero ottenuto da fonti di energia rinnovabile. Separato dall’acqua per elettrolisi, esso può essere utilizzato nei cosiddetti settori “hard-to-abate”, come l’industria siderurgica e chimica. L’idrogeno come fattore di decarbonizzazione è oggi fortemente valorizzato nelle strategie nazionali energetiche di diversi Paesi, e pure l’Unione Europea ha proposto una strategia per una catena del valore dell’idrogeno nel Vecchio Continente.

Nuovi campi di applicazione per la decarbonizzazione riguardano infine il settore dei trasporti grazie alla mobilità sostenibile. Secondo un report Ispra, nel 2019 in Italia i trasporti sono stati responsabili del 23,4% delle emissioni totali di gas serra, con un aumento del 3,9% rispetto al 1990. In particolare, i consumi di gasolio e benzina hanno rappresentato circa l’88% del consumo totale dei trasporti su strada. La decarbonizzazione dei sistemi di trasporto può giocare un ruolo fondamentale nell’alleviare il peso dell’inquinamento da mezzi di trasporto. L’Italia, in quest’ottica, è indietro nella corsa a una diffusione strutturata di veicoli elettrici e a basso tasso di inquinamento.

“La vera sfida per facilitare la diffusione globale dei veicoli elettrici è, secondo l’Ad di CESI Matteo Codazzi, “lo sviluppo di una rete di infrastrutture di ricarica capillare e adatta tanto alle esigenze del cliente quanto della rete elettrica”. La tecnologia può contribuire ad aumentare l’interazione tra la rete in questione e i singoli veicoli attraverso lo sviluppo delle tecnologie per lo Smart Charging, “ovvero la possibilità di ottimizzare l’energia prelevata e immessa a seconda delle necessità del cliente e della rete elettrica”. Tecnologie, queste, che vengono testate e sviluppate nei laboratori KEMA Labs, al fine di contribuire a valutare la maturità e la sostenibilità dell’innovazione, vero volano per conseguire una strutturata decarbonizzazione. Obiettivo da coltivare pazientemente ma tutt’altro che utopico, grazie alle nuove frontiere aperte dall’innovazione continua e dalle sue applicazioni di mercato.

fonte: it.insideover.com


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Premio Vivere a Spreco Zero 2021: al via la 9^ edizione

 









Presentazione della nuova edizione del Premio con il fondatore della campagna Spreco Zero Andrea Segrè e l’Ambasciatore Buone Pratiche 2021 Luca Mercalli.


Spreco Zero

per info : www.sprecozero.it


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Sviluppo sostenibile, Italia al top per circolarità











Cresce il tasso di utilizzo circolare di materia in italia, tra i primi paesi in Ue per riciclo, ma la produzione di rifiuti resta ancora alta. L'analisi di Eurostat sui target ONU di sviluppo sostenibile




Ricicla.tv

 

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Ecosistemi in Costituzione

La Commissione affari costituzionali ha varato una sorprendente proposta di modifica di due fondamentali articoli della Costituzione dedicati alla tutela della biodiversità, degli ecosistemi e degli animali. Se la proposta dovesse passare, sarebbe la prima volta che il Parlamento propone di modificare la prima parte – quella dei principi – della Carta del ‘48. Segno evidente di una maturata sensibilità in tema ambientale, emersa e coltivata dal basso. «L’iter, comunque, sarà lungo… – aggiunge Paolo Cacciari – C’è da rallegrarsi anche del non accoglimento da parte della maggioranza della Commissione affari costituzionali del Senato della proposta, più volte caldeggiata dal neoministro Enrico Giovannini, di introdurre in Costituzione l’ambiguo sintagma dello “sviluppo sostenibile”, che avrebbe concesso una dignità persino costituzionale alle discutibili pratiche della green economy…»




Una inaspettata buona notizia viene dal Senato. La Commissione affari costituzionali ha varato una proposta di modifica di due fondamentali articoli della Costituzione che regolano i diritti e i beni fondamentali della Repubblica. L’Articolo 9 viene modificato con una aggiunta di due commi finali (che qui evidenziamo scrivendoli in corsivo): “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”. Altre due integrazioni all’Articolo 41: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, alla salute, all’ambiente. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali”.

Se la proposta dovesse passare in aula al Senato, sarebbe la prima volta che il Parlamento propone di modificare la prima parte – quella dei principi – della Carta del ‘48. Segno evidente di una maturata sensibilità in tema ambientale che ha raggiunto i vertici delle istituzioni. L’iter, comunque, sarà lungo (doppia lettura in Camera e Senato, eventuale referendum confermativo) e alcune forze politiche (tra cui la Lega) hanno già il mal di pancia.

É ben vero che l’inserimento della tutela della salute potrebbe apparire pleonastico (l’Articolo 32 esiste già) e che gli orientamenti della Corte costituzione includono già la tutela dell’ambiente naturale all’interno del più ampio significato di “paesaggio”. Ma non sempre è facile per i movimenti ecologisti raggiungere in giudizio la Suprema corte e non sempre si sono ottenuti pronunciamenti favorevoli. Il nuovo articolato, quindi, rafforza il principio della tutela degli ecosistemi naturali riconoscendone esplicitamente il loro valore fondamentale per il bene comune del paese. E ciò non può che fare piacere, poiché incoraggia a promuovere una legislazione ambientale più avanzata in un paese massacrato da una industrializzazione e da una urbanizzazione scellerata. Così come fa molto piacere il riconoscimento degli animali non umani e quello delle generazioni future. Non sono quindi solo gli aventi diritto al voto i “sovrani” al potere, ma anche tutti gli esseri viventi, presenti e futuri, con cui va condiviso il mondo.

C’è da rallegrarsi anche del non accoglimento da parte della maggioranza della Commissione affari costituzionali del Senato della proposta, più volte caldeggiata dal neoministro Enrico Giovannini e dalla sua associazione ASviS, di introdurre in Costituzione l’ambiguo sintagma dello “sviluppo sostenibile”, che avrebbe concesso una dignità persino costituzionale alle discutibili pratiche della green economy. Un grazie, doveroso, alla senatrice Loredana De Petris che da qualche decennio ha insistito per adeguare la Carta del ’48 alle nuove evidenze e responsabilità ecologiche.

Ci si potrebbe invece rammaricare del mancato esplicito riconoscimento legale dei Rights of Nature. “Il movimento per i diritti della natura sta crescendo – scrive il Right-of-Rivers-Report, redatto da diversi istituti di ricerca: Cyrus R. Vance Center for International Justice, Earth Law Centere International Rivers – È guidato da popoli indigeni, società civile, esperti legali, e giovani, che chiedono una riforma sistemica del nostro modo di rapportarci con la natura”. La Natura viene intesa come soggetto dotato di “personalità giuridica” (esattamente come lo è un ente economico o una società di persone) portatore di diritti ad esistere, evolvere e prosperare. Diritti che possono essere difesi in tribunale tramite organismi di tutela (amministratori, piuttosto che proprietari) composti da gruppi di persone o da enti che hanno questo obbligo legale. Il salto logico e filosofico, etico e politico è evidente. Si tratta di passare dal diritto degli umani ad avere un ambiente salubre, al diritto della natura, in quanto tale, a rigenerarsi. Un passaggio di approccio dall’antropocentrismo all’ecocentrismo.

Esistono ormai esperienze di “costituzionalizzazione” dei diritti di particolari ecosistemi (bacini fluviali, laghi, foreste, montagne…) in molte parti del mondo. Non solo in Sua America (con Ecuador e Bolivia apripista), ma in vari paesi dell’Oceania, in Asia (India, Bangladesh e Filippine), Nord e Centro America (Stati Uniti Stati Uniti, Costa Rica e Messico) e Africa (Uganda). Certo, la giurisprudenza dei diritti della natura è ancora agli inizi, ma è sicuro che solo se i nostri “stati di diritto” sapranno compiere questo salto culturale epocale inclusivo degli animali non umani e del vivente in generale (come lo è stato con l’abolizione della schiavitù o con i diritti politici delle donne) sarà possibile preservare i cicli vitali del pianeta dalla “macro criminalità di sistema”, per usare le parole di Luigi Ferrajoli, e pensare a una vera Costituzione della Terra (www.costituenteterra.it).

fonte: comune-info.net

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