Visualizzazione post con etichetta #Gas. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #Gas. Mostra tutti i post

#ReCommon: False soluzioni per il clima



Stiamo affidando il nostro futuro ai giganti del fossile, mascherati da paladini dell’ambiente.
Cosa succede quando le grandi multinazionali del petrolio e del gas iniziano a parlare di

Tutte le tecnologie che portano alla decarbonizzazione



La partita della decarbonizzazione dei sistemi energetici è una delle più importanti e strategiche dell’era presente. Rappresenta, infatti, una sfida destinata a condizionare l’evoluzione delle economie e delle società più avanzate negli anni a venire, a creare nuovi mercati, a coniugare i temi dello sviluppo e della tutela ambientale.

La decarbonizzazione non sarà però un pasto gratis. Né potrà avvenire dall’oggi al domani: richiederà un salto tecnologico capace di rendere disponibili nuove fonti di generazione energetica, nuove innovazioni abilitanti, nuovi paradigmi produttivi. Da portare a piena maturità prima del loro inserimento sul mercato.

Ma quali sono le tecnologie più importanti per definire le vie della transizione energetica e del superamento del carbonio? Nonostante la pandemia di Covid-19, vengono sempre più sviluppate nuove tecnologie volte a aumentare l’impatto delle fonti pulite sul contesto energetico contemporaneo, descritte anche dall’Agenzia Internazionale dell’Energia in un report dell’ottobre 2020.

Una prima innovazione arriva dalla disponibilità di reti di trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica resistenti e resilienti. Capaci di assicurare, grazie alle tecnologie innovative a disposizione e ai sensori IoT, il matching ideale tra domanda e offerta, tra generazione e consumo. CESI, società milanese leader mondiale nel testing e nella consulenza energetica, con un’esperienza pluridecennale nel campo dell’innovazione tecnologica, è tra le società che maggiormente puntano sullo sviluppo delle smart grids nei decenni a venire, testandole nel proprio Flex Power Grid Laboratory di Arnhem, in Olanda.

KEMA Labs (la Divisione di Testing, Ispezione e Certificazione del Gruppo CESI), entro cui questi laboratori sono incorporati, lavora anche a trovare tecnologie alternative al gas di esafluoruro di zolfo (SF6) per la gestione dei quadri delle reti ad alto voltaggio. Nelle apparecchiature di comando con isolamento in gas, CESI, coerentemente con la sua missione di aiutare le società clienti e partner a ottenere una completa decarbonizzazione, sta sviluppando tecnologie “verdi” per trovare alternative a un gas ritenuto importante per il settore energetico ma al tempo stesso dotato di un elevato impatto inquinante.

La necessità di aziende, governi e utilities di passare, nei mix energetici, dalle fonti fossili alle rinnovabili, nel contesto di una ciclicità non prevedibile della disponibilità di fonti per la generazione, impone poi la necessità di sviluppare tecnologie di stoccaggio all’altezza delle necessità dei sistemi. Questo per evitare dispersioni eccessive o asimmetrie dannose tra i momenti di picco di domanda e quelli di offerta di energia. Oggigiorno le tecnologie più diffuse, nota Energy Journal, magazine pubblicato da CESI sono basate su batterie elettrochimiche, che negli ultimi anni sono state oggetto di numerose innovazioni in termini di miglioramento di performance, permettendo al contempo di realizzare impianti con capacità sempre maggiori: un esempio è sicuramente dato dall’australiana CEP Energy nel Nuovo Galles del Sud, che intende costruire il più grande impianto di accumulo al mondo, con una capacità totale di 1,2 GW.

L’innovazione è il driver che sta creando anche altre forme di sviluppo in materia

Un’altra compagnia australiana, la Lavo, sta sviluppando sistemi di stoccaggio basati sull’idrogeno verde, ovvero ottenuto da fonti di energia rinnovabile. Separato dall’acqua per elettrolisi, esso può essere utilizzato nei cosiddetti settori “hard-to-abate”, come l’industria siderurgica e chimica. L’idrogeno come fattore di decarbonizzazione è oggi fortemente valorizzato nelle strategie nazionali energetiche di diversi Paesi, e pure l’Unione Europea ha proposto una strategia per una catena del valore dell’idrogeno nel Vecchio Continente.

Nuovi campi di applicazione per la decarbonizzazione riguardano infine il settore dei trasporti grazie alla mobilità sostenibile. Secondo un report Ispra, nel 2019 in Italia i trasporti sono stati responsabili del 23,4% delle emissioni totali di gas serra, con un aumento del 3,9% rispetto al 1990. In particolare, i consumi di gasolio e benzina hanno rappresentato circa l’88% del consumo totale dei trasporti su strada. La decarbonizzazione dei sistemi di trasporto può giocare un ruolo fondamentale nell’alleviare il peso dell’inquinamento da mezzi di trasporto. L’Italia, in quest’ottica, è indietro nella corsa a una diffusione strutturata di veicoli elettrici e a basso tasso di inquinamento.

“La vera sfida per facilitare la diffusione globale dei veicoli elettrici è, secondo l’Ad di CESI Matteo Codazzi, “lo sviluppo di una rete di infrastrutture di ricarica capillare e adatta tanto alle esigenze del cliente quanto della rete elettrica”. La tecnologia può contribuire ad aumentare l’interazione tra la rete in questione e i singoli veicoli attraverso lo sviluppo delle tecnologie per lo Smart Charging, “ovvero la possibilità di ottimizzare l’energia prelevata e immessa a seconda delle necessità del cliente e della rete elettrica”. Tecnologie, queste, che vengono testate e sviluppate nei laboratori KEMA Labs, al fine di contribuire a valutare la maturità e la sostenibilità dell’innovazione, vero volano per conseguire una strutturata decarbonizzazione. Obiettivo da coltivare pazientemente ma tutt’altro che utopico, grazie alle nuove frontiere aperte dall’innovazione continua e dalle sue applicazioni di mercato.

fonte: it.insideover.com


#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897Grazie!

#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ) 


=> Seguici su Blogger 
https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram 
http://t.me/RifiutiZeroUmbria
=> Seguici su Youtube 

Una devastazione appenninica per un gas che non ci serve.





Senza neppure attendere l’esito della campagna di monitoraggio dell’aria richiesta dalle prescrizioni della VIA, è stata rilasciata l’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) per l’esercizio della centrale di compressione gas della società Snam Rete Gas sita nel Comune di Sulmona (AQ), zona ad alto rischio sismico e nei pressi della faglia attiva del Monte Morrone. L’impianto dovrebbe essere utilizzato per il futuro gasdotto “Linea Adriatica”, che a dispetto del suo nome attraverserebbe da sud a nord le aree appenniniche più altamente sismiche del nostro Paese, nonchè di eccezionale valenza ambientale e paesaggistica, dunque con la sottrazione di centinaia di ettari di terreni agricoli e l’abbattimento e l’eradicazione di almeno cinque milioni di alberi. Prosegue la mobilitazione popolare: già nel 2018 a Sulmona una manifestazione popolare contro la centrale ha visto la partecipazione di 12.000 persone e l’adesione di quasi 400 istituzioni ed organizzazioni, sostenute dalle amministrazioni locali.

fonte: www.rete-ambientalista.it/


#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897Grazie!

#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ) 


=> Seguici su Blogger 
https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram 
http://t.me/RifiutiZeroUmbria
=> Seguici su Youtube 

Altreconomia: "Il gas brucia la transizione". Tra obiettivi di decarbonizzazione e interessi fossili

 









"Il gas brucia la transizione" 

Gli obiettivi di decarbonizzazione sono incompatibili con il metano. Ma interessi fossili condizionano l'Italia (https://altreconomia.it/237/​​) Ne discutono: - Nicola Armaroli, dirigente di ricerca del Cnr e membro dell’Accademia nazionale delle scienze; - Elena Gerebizza, campaigner energia e infrastrutture di ReCommon; - Stefano Caserini, docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano; - Duccio Facchini, direttore di Altreconomia




Altreconomia


#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897Grazie!

#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ) 

=> Seguici su Twitter - https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram - http://t.me/RifiutiZeroUmbria

Enter your email address:

Delivered by FeedBurner

Storico! La Danimarca cancella i nuovi permessi per cercare petrolio e gas. Stop alla produzione dal 2050

Il parlamento danese ha deciso di proibire tutte le future licenze nel Mare del Nord. Greenpeace: “Momento di svolta, enorme vittoria per il movimento per il clima












La Danimarca ha annunciato che cancellerà tutte le future concessioni di licenze per l’esplorazione e la produzione di petrolio e gas nella parte di propria competenza del Mare del Nord, e metterà fine alla produzione esistente entro il 2050. Lo ha deciso il Parlamento. L'accordo politico raggiunto stabilisce lo stanziamento di denaro per garantire una giusta transizione per i lavoratori interessati da questi provvedimenti.

L’obbligo morale
Secondo Greenpeace la Danimarca, uno dei maggiori produttori di petrolio dell'Ue e uno dei paesi più ricchi del mondo, ha l'obbligo morale di porre fine alla ricerca di nuovo petrolio per inviare un chiaro segnale che il mondo può e deve agire per rispettare l'accordo di Parigi e mitigare la crisi climatica.

Aperta la strada
“Questo è un momento di svolta. La Danimarca fisserà ora una data di scadenza per la produzione di petrolio e gas e si afferma come un pioniere verde per ispirare altri Paesi a porre fine alla nostra dipendenza dai combustibili fossili che distruggono il clima – commenta Helene Hagel, responsabile della politica climatica e ambientale di Greenpeace Danimarca. – Questa è un'enorme vittoria per il movimento per il clima e per tutte le persone che hanno lottato per molti anni per far sì che ciò avvenisse. La Danimarca – aggiunge – è un Paese piccolo, ma ha il potenziale per aprire la strada alla necessaria transizione verso l'energia verde e rinnovabile. Ora il governo e i partiti politici devono fare il passo successivo e pianificare una graduale eliminazione della produzione di petrolio esistente nella parte danese del Mare del Nord entro il 2040”, conclude.

fonte: www.e-gazette.it


#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897Grazie!

=> Seguici su Twitter - https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram - http://t.me/RifiutiZeroUmbria

Green Deal UE, fondi a carbone e fossili anche dopo il 2030?

Il Green Deal UE rischia di sapere ancora troppo di carbone, anche dopo il 2030: le previsioni per l'Europa e per l'Italia.



Il Green Deal UE sembrerebbe procedere in una direzione non del tutto verde. Almeno è quello che sembra delinearsi sul fronte europeo in vista del 2030. I dati provengono da un’analisi effettuata dal “think-tank” Ember, intitolata “Just Transition or Just Talk?“, e sono tutt’altro che confortanti. Sul fronte comunitario, ma in parte anche su quello più strettamente nazionale.

L’Unione Europea ha deciso di stanziare il Just Transition Fund, una sorta di “cassa comune” da cui attingere fondi per la transizione energetica. Lo scopo è quello di rendere più green il mix energetico UE, procedendo quanto più velocemente possibile verso la decarbonizzazione. Finanziamenti che sono destinati a tutti i Paesi del Vecchio Continente, inclusi quelli (a meno di clamorosi colpi di scena dell’ultima ora) che con buona probabilità punteranno su carbone o fonti fossili anche dopo il 2030.

Green Deal UE, carbone e fossili anche dopo il 2030

L’uscita dal carbone entro il 2030 non coinvolgerà tutti i 18 Stati UE che attualmente ne fanno uso. Nello specifico saranno sette i Paesi che non rinunceranno a questo particolare combustibile fossile, e che allo stato attuale delle cose percepiranno i finanziamenti inclusi nel Just Transition Fund. A guidare la fila la Germania, unitamente ad alcune nazioni dell’Est Europa (Bulgaria, Croazia, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovenia).

L’Italia figura invece nel mini-gruppo di quattro Paesi UE che diranno addio al carbone, ma in favore di altre fonti fossili. Le risorse non più investite nel carbone verranno in parte impiegate a sostegno del gas. Il risultato sarà quello di possedere un mix energetico ancora sbilanciato verso i combustibili fossili.

Una scelta che per il Bel Paese sembrerebbe giustificata anche dalle forti resistenze locali che alcune Regioni oppongono all’installazione delle fonti rinnovabili. Emblematico il caso della Sardegna, dove l’eolico offshore fatica ad affermarsi malgrado il sostegno degli ambientalisti.

I sette Paesi UE più virtuosi sono Danimarca, Finlandia, Francia, Olanda, Portogallo, Slovacchia e Spagna. Qui l’addio al carbone non verrà compensato da un ampio ricorso al gas.

Italia: Ambiente e Recovery Fund

Si è parlato di ambiente anche in relazione al Recovery Fund. Diverse associazioni hanno chiesto maggiori informazioni al Governo e al Ministro dell’Ambiente Sergio Costa. Il responsabile del dicastero di via Cristoforo Colombo ha dichiarato, durante un’audizione alla Commissione Ambiente della Camera:


Il 37% delle risorse assegnate all’Italia devono andare al green, non al Ministero dell’Ambiente, ma con un concetto trasversale di sostenibilità. Le missioni nell’utilizzo del Recovery fund UE riguardano sei aree principali di azione, che hanno come comune denominatore l’ambiente: Digitalizzazione, innovazione e competitività del sistema produttivo; Rivoluzione verde e transizione ecologica; Infrastrutture per la mobilità; Istruzione, formazione, ricerca e cultura; Equità sociale, di genere e territoriale; Salute.

Nei giorni scorsi ha iniziato anche a circolare una bozza, redatta dal Ministero dello Sviluppo Economico e relativa al Recovery Fund. Un capitolo importante del piano sarebbe stato riservato produzione di “acciaio green” e alla riconversione di siti industriali a luoghi di produzione e/o stoccaggio di idrogeno. Nell’orbita di tale discorso sarebbe venuta fuori anche l’Ilva di Taranto. Lo stesso Ministro Patuanelli ha dichiarato in un’audizione alla Camera di puntare a un’Italia “hub europeo dell’idrogeno”.

Decarbonizzare l’Ilva sarà un obiettivo primario per l’Italia, ha sottolineato il Ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Emersa in questi giorni la possibilità che gli stanziamenti ricevuti nell’ambito del Recovery Fund possano venire utilizzati anche per il rilancio degli Ecobonus al 110%.


fonte: www.greenstyle.it


RifiutiZeroUmbria - #DONA IL #TUO 5 X 1000 A CRURZ - Cod.Fis. 94157660542


=> Seguici su Twitter - https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram - http://t.me/RifiutiZeroUmbria 

'Basta finanziamenti ad auto e veicoli inquinanti': appello delle associazioni ambientaliste a Parlamento e Governo

Medici per l’Ambiente, Cittadini per l’aria, European Public Health Alliance, Greenpeace, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment, WWF e altre: "Nessun fondo pubblico deve essere stanziato a favore di veicoli diesel, a benzina o a gas, anche sotto forma di credito d’imposta"




Incoraggiare l’acquisto di modelli di motori a combustione interna favorisce tecnologie obsolete e inquinanti che sono dannose per la salute e il clima. Gli emendamenti al “Decreto Rilancio” per incentivare i programmi di rottamazione auto aggraveranno i problemi d’inquinamento e di salute pubblica in Italia.

L’Italia è stata particolarmente colpita dalla pandemia COVID-19, e i pazienti con malattie croniche ne hanno sofferto di più. Le ricerche più recenti suggeriscono che l’elevato inquinamento dell’aria, soprattutto nella Pianura Padana, va considerato come un ulteriore co-fattore dell’alto livello di letalità registrato in quell’area. Il solo inquinamento da biossido di azoto (NO₂) è responsabile di oltre 14.000 morti ogni anno in Italia.

“L’inquinamento dell’aria ci fa ammalare e ha peggiorato la pandemia COVID-19. La nostra ricerca ha dimostrato che le persone che vivono nel Nord Italia con alti livelli di inquinanti sono più inclini a sviluppare patologie respiratorie croniche e sono più soggette a tutti gli agenti infettivi. Ma l’esposizione prolungata all’inquinamento atmosferico danneggia anche i giovani e le persone sane. Ridurre questo inquinamento letale e mettere l’economia su una via del recupero sostenibile è più importante che mai!“, ha detto Dario Caro, ricercatore del Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di Aarhus.

Per ridurre il problema dell’inquinamento atmosferico legato ai trasporti, il numero di veicoli con motore a combustione, principale fonte di emissioni nelle città italiane, deve diminuire. Ciò significa incentivare automobili elettriche, che oltre a non nuocere alla salute, sono molto più rispettose dell’ambiente. Nessun fondo pubblico deve essere stanziato a favore di veicoli diesel, a benzina o a gas, anche sotto forma di credito d’imposta. Il denaro dei contribuenti non deve essere utilizzato per mettere in circolazione altri veicoli inquinanti.

Investimenti sani e verdi fanno bene all’economia e alle imprese italiane! Sarebbe molto più efficace indirizzare gli stimoli di ripresa dell’industria alla produzione di veicoli elettrici e di batterie sostenibili (inclusa la filiera di recupero, riuso e riciclo) e allo sviluppo dell’infrastruttura di ricarica, che sono modi veloci per creare posti di lavoro sostenibili.

Tuttavia, la migliore soluzione per la salute e per l’ambiente consiste nello sviluppo di una mobilità condivisa e sostenibile con trasporti pubblici a zero o a basse emissioni. L’uso delle biciclette, comprese quelle elettriche, deve essere incoraggiato da incentivi pubblici per ridurre l’uso inquinante dell’auto e aumentare l’attività fisica. Lo stesso deve essere fatto per i pedoni, con aree pedonali, marciapiedi più larghi e senza barriere architettoniche alla mobilità. Infatti, l’inattività fisica causa malattie e aumenta la mortalità.



La maggior parte degli europei, e gli italiani in particolare, non vogliono un ritorno ai livelli pre-pandemici di inquinamento atmosferico. I cittadini sono pronti a sostenere profondi cambiamenti nella mobilità urbana per mantenere la qualità dell’aria sperimentata durante la quarantena, quando i livelli di inquinamento atmosferico si sono drasticamente ridotti. Sono favorevoli a vietare l’ingresso in città delle auto e a introdurre aree a emissioni zero per ridurre lo smog.

In Europa esistono esempi innovativi come in Germania, che nel suo piano di rilancio nazionale ha limitato gli incentivi solo ai veicoli elettrici. Né il Parlamento né il Governo italiani dovrebbero sostenere sistemi di mobilità obsoleti che danneggiano la salute e il pianeta. L’Italia dovrebbe seguire questo esempio e decarbonizzare il settore dei trasporti. Questo è il momento di fare un passo avanti nella mobilità sostenibile.

Contesto

Per fronteggiare la crisi e sostenere la domanda crollata a seguito dell’emergenza sanitaria, diversi emendamenti al “Decreto Rilancio” presentati sia dalla maggioranza, sia dall’opposizione sono attualmente in discussione in Parlamento. Aiutare il settore auto e moto con nuovi incentivi che promuovono l’acquisto di veicoli tradizionali (benzina, diesel, gas) non è accettabile.

Gli standard Euro 6 non sono omogenei e non sufficientemente puliti!

Gli standard Euro 6 per i veicoli sono molto eterogenei, la norma Euro 6d è la più rigorosa. Sono stati fatti progressi tra i primi modelli Euro 6b e i più recenti veicoli Euro 6d, ma non sono sufficienti. Ad esempio, l’ultima generazione di motori diesel, venduti come “puliti” dall’industria automobilistica, emette ancora grandi quantità di particolato pericoloso, che rappresenta un grave pericolo per la salute. Il particolato viene emesso in gran parte dai motori a combustione interna, siano essi diesel, benzina o gas.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) considera il particolato come l’inquinante più nocivo per gli umani. Nonostante molti studi sulla nocività dell’esposizione cronica al particolato, ad esempio l’aumento dell’incidenza di cancro, malattie cardiovascolari e respiratorie, il 77% degli abitanti delle città europee è esposto a livelli più alti di quelli indicati dall’OMS.



Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia

Cittadinanzattiva

Cittadini per l’aria

European Public Health Alliance

Greenpeace Italia

Kyoto Club

Legambiente

Transport & Environment

WWF Italia

fonte: www.ecodallecitta.it

#RifiutiZeroUmbria - #DONA IL #TUO 5 X 1000 A CRURZ - Cod.Fis. 94157660542

=> Seguici su Twitter - https://twitter.com/Cru_Rz 
=> Seguici su Telegram - http://t.me/RifiutiZeroUmbria 

Non ci salvano i supermercati ma chi coltiva e chi raccoglie

Avere meno del 4% degli occupati in agricoltura è una pistola costantemente puntata alla tempia del nostro paese, che un giorno lontano era chiamato il Giardino d’Europa. E ora con l'emergenza coronavirus manca anche chi raccoglie. Cosa mangeremo?


















Avere meno del 4% degli occupati in agricoltura è una pistola costantemente puntata alla tempia del nostro paese, che un giorno lontano era chiamato il Giardino d’Europa. Nel settore primario (sarà un caso che si chiama così?) agricolo che determina la nostra sopravvivenza lavora una percentuale ridicola di lavoratori, se paragonata agli altri settori. E come se ciò non fosse già molto pericoloso, si tratta in grandissima parte di una agricoltura che dipende totalmente dalle fonti fossili.
Basta una qualsiasi crisetta di approvvigionamento e ci ritroviamo alla fame. Questo perchè i nostri decisori politici sono così lungimiranti che per rendere le cose ancora più eccitanti, hanno deciso di farci dipendere energeticamente per più del 75% dall’estero e dai combustibili fossili. Qualsiasi cosa succede o decide chi all’estero ha la mano sui nostri rubinetti energetici, noi siamo spacciati.
E per non farci mancare proprio nulla in fatto di rischio, l’agricoltura dipende molto dalla manodopera di persone che spesso vengono da paesi esteri e per questo più facilmente sfruttabili. Con la cosiddetta emergenza coronavirus, mancano o sono bloccati molti dei lavoratori che raccolgono gli alimenti nei campi, soprattutto in un periodo come quello primaverile/estivo che, per chi pensa che il cibo cresca direttamente negli scaffali dei supermercati, è fondamentale.
Improvvisamente si è scoperta la dipendenza da quei lavoratori che qualcuno vorrebbe ributtare a mare quando fa comodo per avere voti elettorali ma che poi sono quelli senza i quali i raccolti delle campagne sono a rischio. E quei lavoratori fanno comodo anche alle aziende prive di scrupoli, alle mafie, ai caporali, ai supermercati e al consumatore perché senza di loro, che lavorano pesantemente per qualche spicciolo l’ora, non potremmo comprare il cibo a prezzi irrisori.
La nostra politica ora si è accorta che lasciare marcire il cibo nei campi potrebbe essere un problemino che nessun supermercato può risolvere. Quindi si cercano come sempre soluzioni di corsa che non possono che essere delle non soluzioni dove vige l’improvvisazione e l’ipocrisia. Si invocano sanatorie, regolarizzazioni temporali o fisse, anche per quei lavoratori dalla carnagione più scura della nostra che ci servono per raccogliere gli alimenti. Oppure si invocano i lavoratori rumeni che però sembra ci stiano facendo il gesto dell’ombrello, visto che non si può prima creare il panico, fare scappare tutti, chiudere in casa la gente e poi quando fa comodo, chiedere l’aiuto di chi si è terrorizzato. Altri vogliono mandare nei campi quelli che percepiscono il reddito di cittadinanza o i disoccupati in genere. Ottima idea ma se ci mandiamo i nostri ariani italici (ammesso che ci vogliano andare), mica possiamo dare loro qualche spicciolo all’ora come percepiscono ad esempio quei lavoratori dalla carnagione più scura della nostra; mica li possiamo fare vivere ammassati nelle baracche, senza acqua, senza servizi igienici, senza nulla; mica li possiamo trattare come bestie nei furgoni del trasporto della mafia e dei caporali. Qualche diritto e una paga dignitosa gliela si deve pure garantire, se non altro perché sono appunto della nostra stessa razza ariana italica e assai difficilmente accetterebbero le condizioni disumane che invece non ci turbano se sono sottoposte ai non italici.
Ma se succede tutto questo, poi gli alimenti quanto ci verranno a costare? Di sicuro non il poco che costano adesso grazie proprio a chi viene sfruttato in maniera vergognosa. E chi sarebbe poi disposto a pagare quel cibo il giusto prezzo?
In questa fase suggerirei a gente come Salvini di combattere la sua personale battaglia del grano e di andare lui a torso nudo modello Papeete a raccogliere gli alimenti nei campi, magari nel sud Italia, così da dare il buon italico/padano esempio alle masse. Lo faccia come campagna elettorale anche solo per un mesetto di seguito, farà un figurone.
Oppure ora mi rivolgerei a tutti i fanatici invasati della supertecnologia chiedendogli di mandare eserciti di droni e robot vari a raccogliere nei campi in un attimo tutto quello che serve e consegnarcelo direttamente sull’uscio di casa. Immagino che sia tecnicamente fattibilissimo, non costi nemmeno nulla e così risolviamo tutti i problemi. Attendo istruzioni in merito dai suddetti fanatici, anzi mi chiedo come mai non ci sia già una task force che stia risolvendo la situazione nel tempo di un click. Ma chissà, forse se si aggrava il problema si deciderà di accelerare la fine dell’emergenza corona virus perché senza mangiare si muore davvero come mosche.
In ogni caso la soluzione per non ritrovarsi più in simili assurde e pericolose situazioni è ritornare a coltivare la terra ovunque sia possibile e per favore non si tiri fuori la solita insostenibile scusa che i terreni costano, perché per farsi almeno un orto, non servono di certo ettari. Inoltre ci sono gli usi civici e ovunque terre incolte, abbandonate, di chi non sa cosa farci e che possono essere chieste in affitto, in comodato d’uso, ecc. Poi ci sono gli orti collettivi comunali, di quartiere, di circoscrizione e se non ci sono, fondateli voi. Queste sono tutte strade percorribilissime senza essere ricchi o spendere chissà quali soldi.
Quindi è bene aumentare l’autoproduzione e per il resto si può acquistare direttamente dai piccoli produttori biologici locali che sono strangolati dalla grande distribuzione, quella che ci dicono che ci sta salvando, quando l’unica cosa che sta facendo sono affari giganteschi. Per fare ciò è possibile anche creare o rivolgersi ai gruppi di acquisto collettivo che sono sparsi in tutta Italia e che da anni fanno un lavoro prezioso come ad esempio qui dalle nostre parti è molto attivo il gruppo storico di acquisto collettivo Pulmino contadino . Sempre in questa ottica si può guardare all’attività encomiabile di strutture come il movimento wwoof che supporta da sempre proprio il mondo agricolo di prossimità. Ma queste sono solo alcune delle tante soluzioni a portata di mano per qualsiasi persona di buona volontà.
Paolo Ermani
fonte: www.ilcambiamento.it

=> Seguici su Twitter - https://twitter.com/Cru_Rz 
=> Seguici su Telegram - http://t.me/RifiutiZeroUmbria 

Il costo dei combustibili fossili

Ogni anno nel mondo si registrano circa 4,5 milioni di morti premature causate dall’inquinamento atmosferico prodotto dalla combustione di carbone, petrolio e gas. Oltre alla salute, gli effetti si registrano anche sull’economia globale. In l’Italia si stima che il costo causato da questo fenomeno sia di 61 miliardi di dollari annui





A Hong Kong un gruppo di attivisti indossa una mascherina anti-gas e mostra una radiografia dei polmoni - © Patrick Cho / Greenpeace










fonte: https://altreconomia.it/

L’economia solidale condominiale

Sono molte le iniziative di solidarietà e mutuo aiuto che stanno nascendo nei territori. La rete di economia sociale e solidale romana lancia una campagna che va incontro alle esigenze delle persone in quarantena e al tempo stesso supporta i piccoli produttori locali. La proposta è semplice fare una spesa collettiva solidale, biologica e a filiera corta, autorganizzata con il vicinato per sostenere chi è stato escluso dal business della grande distribuzione



In questi tempi di emergenza, si moltiplicano le iniziative di solidarietà promosse da attivisti e gruppi e associazioni di volontariato – anche in collaborazione con i servizi sociali dei Municipi – nei confronti delle persone e delle famiglie più in difficoltà per consegnare cibo e medicine ad anziani soli o fragili o a persone in crescenti difficoltà economiche, avvalendosi della Grande Distribuzione Organizzata.

Contemporaneamente, però, molti piccoli produttori locali e cooperative sociali, a causa della chiusura dei mercati contadini e di molti mercati rionali, non hanno più sbocchi commerciali e spesso vedono distrutta la propria produzione, biologica e di qualità.

Per rispondere a questo problema e – allo stesso tempo – a quello delle persone costrette a fare lunghissime file davanti ai supermercati, la Rete Romana di Economia Sociale e Solidale (Ress) ha lanciato una campagna per attivare “Gruppi d’Acquisto Condominiali!”.

L’idea è semplice: sostenere le economie virtuose dei piccoli produttori biologici a filiera corta disponibili a fare consegne a domicilio collegandoli a gruppi di famiglie di un condominio o vicini di casa o di quartiere che si autorganizzano per ordinare insieme la spesa settimanale che arriverà loro, secondo le norme di distanziamento sociale, con cassette o pacchi distinti

Questa iniziativa è stata pensata per raggiungere tre semplici obbiettivi: aiutare le persone che, responsabilmente, hanno risposto all’appello #io resto a casa; garantire a tutti il diritto al buon cibo a filiera corta e biologico; sostenere i piccoli produttori aggregando le zone di consegna.




Sul sito della Ress Roma[1] https://ressroma.wordpress.com è on-line una piattaforma dove sono registrati oltre quaranta produttori disponibili alle consegne a domicilio. È anche online un vademecum per i cittadini e le famiglie che vorranno aderire a questa iniziativa, dove si spiega come avviare Gruppo di Acquisto Condominiali (vedi qui), se possibile anche con il supporto dei Gruppi d’Acquisto Solidale diffusi capillarmente sul territorio romano che sono rimasti attivi anche in questo periodo (vedi qui).

Questa emergenza ha cambiato ritmi e abitudini, ma questo “tempo sospeso” può essere un’occasione per riscoprire forme di mutuo aiuto e solidarietà che permetteranno di ridare forza alle nostre comunità nel costruire un modello di economia capace di mettere al centro le persone, l’ambiente e le relazioni umane.

In questi giorni i promotori della campagna stanno contattando anche diversi Municipi affinché questa iniziativa possa contribuire a supportare e allargare quelle già in atto e contribuire ad evitare il collasso di economie virtuose più fragili che si riveleranno preziose per una ripresa economica e sociale all’insegna dello sviluppo locale sostenibile e per diffondere le economie trasformative. Per contatti: ressroma@gmail.com; 3355769531 (Riccardo Troisi) 3483361685 (Soana Tortora).


fonte: https://comune-info.net/

Petizione: #Paghichihainquinato

Via subito i 20 Miliardi di sussidi a petrolio gas e carbone!













Come hanno detto Enrico Giovannini, fondatore di Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile, e molti altri intellettuali, economisti, scienziati, la crisi che seguirà al disastro del coronavirus, deve essere "usata" per cambiare paradigma economico, e accelerare la conversione ecologica dell'economia.
Sarebbe un errore gravissimo, se la logica dell'emergenza finisse al contrario per ritardare la già troppo timida transizione ecologica, lasciando campo a vecchie e miopi politiche di sostegno indiscriminato ai consumi.
Vogliamo che si investa per la conversione e l'efficienza energetica, per il superamento della plastica, per la conversione agricola e alimentare, per il trasporto collettivo e pulito, per la difesa e l'incremento degli ecosistemi naturali e del verde urbano.
E chiediamo il superamento, senza rimpianti, dell'economia vecchia e dannosa.
Eliminiamo il prima possibile, non certo nel 2040, come invece da attuale programmazione, i 20 miliardi annui di sussidi inquinanti, stimati dallo stesso Ministero dell'Ambiente (ma anche da Associazioni come Legambiente e Greenpeace).
Usiamo quei soldi per un piano adeguato, convincente, realistico, per uscire il prima possibile dall'economia fossile, tutelando, anzi incrementando l'occupazione, e riconvertendo la manodopera.
Stavolta non si può sbagliare: dalla crisi si esce soltanto con la Transizione Ecologica.

Quarantena senza supermercato

In questi giorni di isolamento forzato torna di attualità l’autoproduzione e la necessità di rendersi per quanto possibile autosufficienti, favorendo lo scambio e l’aiuto locale reciproco. Anche la nostra spesa può esser una scelta che fa la differenza. Dai gruppi d’acquisto solidale ai mercati contadini, ai piccoli agricoltori locali,alle Csa, sono tante le economie virtuose che possiamo sostenere

Foto tratta da Fb della Cooperativa Agricola Coraggio

Possono fermare tutto ma la terra non si ferma. Non si fermano le piante nel germogliare, i frutti nel maturare, gli animali nel mangiare. I contadini non si fermano. Non possono fermarsi. Per senso di responsabilità, nei confronti della vita che custodiscono. E mentre la gente si ammassa nei supermercati (gli ultimi santuari chiudibili, insieme ai tabaccai, immuni a qualsiasi virus o decreto) c’è chi è costretto a buttare i prodotti o a vederli marcire, senza trovare un vero perché. Perché la fila (la ressa) alla cassa va bene, il ritiro della cassetta dal contadino o dal Gruppo d’acquisto solidale no?

Mai in questo Paese si è pensato così tanto alla salute delle persone come in questo momento. E mai come oggi si è fatto appello – riuscendoci – alla responsabilità. Ottimo. Facciamolo fino in fondo. Salute è anche mangiar sano, responsabilità è anche aiutare i più piccoli e fragili.

C’è un grande assente nella campagna mediatica e politica di questi giorni: è la parola prevenzione. “Grandi studi epidemiologici (…) hanno dimostrato che chi ha un’alimentazione ricca di fibre vegetali, soprattutto di cereali integrali, muore meno, oltre che di diabete, di infarto e di cancro, anche di malattie infettive” scrive il dottor Franco Berrino in un suo post su Facebook. Pensate “già 50 grammi di cereali integrali al giorno riducono significativamente la mortalità per malattie infettive e 90 grammi al giorno la riducono del 25 per cento”. E ancora: “le fibre fanno funzionare bene l’intestino, nutrono i microbi buoni che vivono nell’intestino e lo mantengono in buona salute, e se l’intestino è sano anche il sistema immunitario è sano e ci difende dalle infezioni”. Insomma, scegliere cibo vero – integrale, naturale, stagionale – sicuramente ci può aiutare. Acquistarlo locale ci può salvare.

Adottiamo un contadino. Un piccolo produttore. Un allevatore. Perché la Grande Distribuzione da tutto questo ne uscirà rafforzata. I piccoli no, loro saranno a pezzi.



“Mentre c’è chi oscilla fra riaprire tutto e il chiudere tutto, noi, i contadini e le contadine che producono il cibo per alimentare il nostro benedetto, assurdo Bel Paese, non ci siamo mai fermati e non ci possiamo fermare. Cercateci, chiamateci!” l’appello arriva da Ari – Associazione Rurale Italiana. “Noi non possiamo (e non vogliamo) fermare la natura, ma possiamo portarvi le nostre produzioni a casa in modo da darvi alimenti freschi, genuini e sicuri tutti i giorni e scambiare con voi due parole (a distanza si capisce) che rinfrancano il cuore… – continua il comunicato – Certo, avremo bisogno di tutt* noi e di ognun@ di voi per superare questo momento difficile in quell’ottica di mutuo aiuto che nei periodi duri deve diventare il mantra che indica la strada. Poi il governo e il ministero dovranno fare la loro parte perché mutui, bollette, contributi Inps incombono e noi non siamo le multinazionali dell’agricoltura che possono rivalersi sui piccoli… Noi siamo quei piccoli”. Quei piccoli che fanno grande il nostro Paese.

Cerchiamoli. Chiamiamoli. Dai Gruppi d’Acquisto Solidale all’Alveareche Dice sì, dai mercati coperti alla vendita diretta, dall’agricoltore vicino casa ai siti online che mettono in contatto diretto produttori e consumatori… ci sono tanti modi per sostenere le economie virtuose che animano e custodiscono i nostri territori. Sosteniamoli.

Ora che abbiamo più tempo, che possiamo soffermarci un po’ di più nella ricerca dei luoghi, nella scelta dei produttori, adesso che possiamo scegliere materie prime e dedicarci alla cucina, all’autoproduzione, alla dispensa intelligente. Oggi che siamo tutti un po’ più responsabili e consapevoli. Con la nostra spesa possiamo fare la differenza. Da quello che mettiamo nel nostro piatto dipende la nostra salute e l’ambiente in cui viviamo. Il nostro dentro e il nostro fuori. Dal cibo che scegliamo dipende il nostro futuro e quello del nostro Paese. Oggi più che mai. Siamo comunità, anche in questo.

Elena Tioli

fonte: https://comune-info.net/

Eni si prepara alla transizione investendo ancora sui combustibili fossili

A fine febbraio l’amministratore delegato della multinazionale, Claudio Descalzi, ha presentato il nuovo piano strategico dell’azienda. Su 32 miliardi di euro di investimenti previsti, ben 24 riguarderanno nuove esplorazioni ed estrazione di petrolio e gas. L’obiettivo è infatti quello di aumentare la produzione complessiva del 3,5% ogni anno fino al 2025. “Fino a quando continuerà il business delle nuove scoperte?”
















Chi di noi nelle ultime settimane non si è imbattuto nella campagna pubblicitaria martellante quanto innovativa di Eni? Il cane a sei zampe è sempre più green perché la società agisce insieme a Chiara, Silvia, Luca che ogni giorno si dedicano a pratiche virtuose e grazie alle loro azioni possono così garantire a tutto il Pianeta una maggiore sostenibilità. È indubbio che in Italia tanti individui cercano di darsi da fare per la salvare la Terra dall’emergenza climatica, inclusi i ragazzi dei Fridays For Future. Per altro tutti gli italiani sono azionisti di Eni dal momento che il 30 per cento del capitale della società è in mani pubbliche, tramite il ministero dell’Economia e Cassa depositi e prestiti. E allora come cittadini ha senso guardare di nuovo dentro i numeri di Eni, oltre gli slogan e le animazioni pubblicitarie.
L’occasione ce l’ha offerta proprio l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, che a fine febbraio ha presentato il nuovo piano strategico dell’azienda -2020-2023- e per la prima volta un piano di lungo termine al 2050. Atto forse dovuto, date le pressioni della società civile e di diversi investitori internazionali affinché le grandi oil majors si pongano il problema di come il loro business di estrarre e bruciare combustibili fossili debba diventare compatibile con la sfida climatica, che richiederebbe invece di mantenere gas e petrolio nel sottosuolo. Una sfida quasi esistenziale per il settore, dimostrata dal fatto che per la prima volta i profitti delle grandi società petrolifere iniziano a calare al punto che alcuni broker recentemente hanno dato addirittura ordine di vendere azioni, a partire dalla stessa  Exxon-Mobil, la più ricca multinazionale petrolifera. La stessa Eni ha chiuso i bilanci del 2019 con un calo dei profitti del 37 per cento, anche se, con un buy-back sostanzioso delle azioni, il management cercherà di ridurre i danni per gli investitori e per il loro dividendo, in primis lo Stato.
Di fronte ad una possibile crisi esistenziale la risposta di Descalzi sembra essere duplice: nel breve termine non si cambia affatto, anzi puntiamo su più petrolio e gas, raggiungendo un picco di produzione al 2025, mentre nel lungo termine riduciamo le emissioni anche dell’80 per cento, facendo solo gas e renderemo questo combustibile compatibile con il clima grazie all’assorbimento di una parte dell’anidride carbonica con vari espedienti.
Andando in ordine e guardando agli investimenti previsti da Eni per il 2020-2023, del totale di 32 miliardi di euro, ben tre quarti, quindi 24 miliardi, continueranno ad andare in nuove esplorazioni ed estrazioni di petrolio e gas, perché l’obiettivo è quello di aumentare la produzione complessiva del 3,5 per cento ogni anno fino al 2025. Insomma nuove riserve che una volte estratte saranno bruciate e che nei prossimi anni contribuiranno a “infiammare” ancora di più il Pianeta. Una recente analisi del Wall Street Journal ha messo in luce come negli ultimi anni Eni abbia avuto un tasso di successo nelle esplorazioni del 45 per cento, superiore di ben dieci punti rispetto a tutti i principali competitor mondiali. E così di fatto ha scoperto il doppio di riserve rispetto alla media degli altri. Insomma, Eni apre la strada non solo all’Italia ma al mondo verso un aumento significativo delle riserve sfruttabili di petrolio e gas proprio nei prossimi decenni, con buona pace del Pianeta e del clima. La comunità scientifica internazionale ci dice che sin da oggi non è tollerabile espandere la frontiera del petrolio e del gas se vogliamo rimanere sotto il riscaldamento medio del Pianeta di 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali ed evitare così il caos climatico. Per “fare le cose bene”, bisognerebbe addirittura ridurre l’uso dei combustibili fossili dell’80 per cento, almeno nelle economie avanzate, in meno di dieci anni. Una sfida davverro titanica.
Probabilmente per questo i giovani dei Fridays For future hanno recentemente definito Descalzi ed Eni nei loro manifesti, che prendevano in giro la pubblicità patinata della società, come “climate killer”. Ma questo business nel breve termine genera molta liquidità per la società, che dopo le scoperte vende subito quote dei nuovi mega-giacimenti ai competitor. Plusvalenze che aiutano i bilanci in una fase difficile, come segnalato negli obiettivi per i prossimi anni.
Fino a quando continuerà il business delle nuove scoperte? Eni ammette che dovrà investire massicciamente nelle rinnovabili soprattutto aumentando la sua presenza nel retail, ovvero nella vendita di energia elettrica, possibilmente da fonti più green. È sorprendente come Descalzi metta nero su bianco che al 2050 l’85 per cento per cento della produzione e del business di Eni ruoterà intorno al gas naturale, con l’assunzione che la sua combustione non abbia impatti sul clima del Pianeta. Eppure l’idea che il gas sia il combustibile pulito per la transizione energetica è stata smascherata da molti e da molto tempo, ed in ogni caso se nel 2050 il gas peserà ancora così tanto nel modello di business di Eni, una vera trasformazione, se possibile, sarà di fatto abbondantemente rimandata nel tempo. Infatti al 2050 ben 40 milioni di tonnellate di COemesse da Eni ogni anno saranno assorbite da foreste, finanziariamente mantenute dalla società. In realtà le foreste esistono già e assorbono CO2, a meno che qualcuno non le voglia devastare. Una logica perversa di compensazioni che le oil majors, come Eni, comprano per poi continuare nel loro business di estrazione e combustione di gas. E se non sono foreste, saranno fantomatici progetti tecnologici di cattura, assorbimento e utilizzo della CO2 (CCSU) che ad oggi nessuno è riuscito a realizzare mai su grande scala, nonostante lo spreco di sussidi pubblici negli ultimi vent’anni.
Infine, ancora una volta Eni promette di abbattere la combustione in torcia dei gas associati al greggio estratto, il famigerato e inquinantissimo gas flaring. Ma non si era già impegnata a farlo una decina di anni fa, di fronte ai leader delle comunità nigeriane arrivati a Roma?
In sintesi, la riduzione dell’80 per cento delle emissioni non corrisponderà a un ridimensionamento del business dei combustibili fossili, e in particolare del gas, che continuerà ad essere estratto e bruciato, alimentando così i cambiamenti climatici. Nel 2050, Chiara, Silvia e Luca saranno anziani e assisteranno probabilmente a quotidiane sciagure climatiche. Allora capiranno che a poco servivano le loro azioni virtuose se la “green” Eni sarà stata quella annunciata da Descalzi.

Pniec, WWF e Greenpeace deluse dal testo finale

Si punta troppo sul gas. Si parla di rinnovabili ma non di strumenti per sostenerne lo sviluppo. Per le associazioni ambientaliste il documento rimane un'altra occasione persa.



Il testo definitivo del PNIEC, pubblicato dal Ministero dello Sviluppo Economico, continua a deludere le associazioni ambientaliste.

In due note stampa distinte, infatti, WWF e Greenpeace hanno sottolineato rispettivamente che nel testo “alcuni aspetti fondamentali non sono sostanzialmente progrediti e permane assenza di coraggio e di visione strategica a lungo termine”, e che per questo il documento “è insufficiente a contrastare l’emergenza climatica in cui viviamo”.

“Il phase out del carbone, ad esempio – argomenta il WWF (neretti nostri) – risulta confermato al 2025 ma, da quanto si legge, sarebbe subordinato alla realizzazione di una serie di impianti e infrastrutture come se queste fossero indipendenti dalle policy. Per esempio, il conseguimento di target ambiziosi sulle fonti energetiche rinnovabili (FER) dipendono dalle politiche che si decidono di mettere in campo. La sensazione, quindi, è quella che si stiano mettendo le mani avanti rispetto all’unico obiettivo politico realmente innovativo affermato sin dalla Strategia Energetica Nazionale, ma non siano stati predisposti adeguati strumenti per far si che le FER diventino l’asse strategico del nuovo sistema energetico”.

“Sulla Sardegna – insiste il Panda – si afferma che è in corso di valutazione una nuova interconnessione elettrica per facilitare il phase out, ma non si ha il coraggio di porre un netto argine alle mire espansive del gas (es. la dorsale). In realtà il documento, così come il PNIEC e prima ancora la SEN, sembra proprio puntare a metanizzare la Sardegna, anche per mantenere in piedi una serie di industrie che nei fatti risultano già fallite da anni”.

In generale, secondo entrambe le associazioni, il testo continua a puntare sul gas e su nuove infrastrutture che non solo riguardano il TAP, già in fase di completamento, ma – aggiunge il WWF – anche il cosiddetto EastMed, il tutto con la scusa di aumentare il livello di sicurezza, peccato che le infrastrutture menzionate non vengano nemmeno da zone sicure dal punto di vista geopolitico.

Come dichiarato dal ministro Costa, ricorda poi Greenpeace, il PNIEC potrebbe dover essere modificato a breve, poiché l’Ue rivedrà presto i propri obiettivi climatici ed i piani presentati dagli Stati Membri dovranno essere adeguati alle nuove indicazioni.

“Non ha senso proporre un piano sostanzialmente già vecchio e dirsi disponibili ad aggiornarlo. Questa è l’ennesima volta in cui l’Italia perde l’occasione per esprimere una leadership nella lotta al cambiamento climatico. Anche perché non basta fissare obiettivi, servono strumenti per raggiungerli. Il governo dunque smetta di fare gli interessi della lobby del gas e del petrolio e inizi a schierarsi davvero dalla parte dei cittadini che ogni giorno subiscono inquinamento e crisi climatica”, dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna energia e clima di Greenpeace Italia.

fonte: https://www.qualenergia.it

Sussidi alle fonti fossili: 18,8 miliardi di euro nel 2018. Nonostante l’emergenza climatica in atto, l’Italia non cambia rotta

Rendite e privilegi a favore di chi estrae petrolio e gas e 474 milioni di euro di mancate entrate nelle casse pubbliche





















Nonostante le promesse e i solenni impegni presi da governi di ogni colore negli ultimi anni nei consessi internazionali, dal dossier ”Tutti i sussidi alle trivellazioni” pubblicato oggi da Legambiente arriva la conferma che «In Italia la cancellazione dei sussidi alle fonti fossili è ancora un’utopia. Nonostante l’emergenza climatica in atto, si continua ad investire su questi fonti inquinanti, responsabili dell’effetto serra, agevolando attraverso un sistema di royalties inadeguato canoni troppo bassi rispetto a quelli europei e prevedendo anche la possibilità di dedurre le royalties dall’imponibile regionale (fino a un massimo del 3%). Il tutto accompagnato da piccoli passi in avanti, ma del tutto insufficienti per affrontare la decarbonizzazione in una fase di emergenza».
A guadagnarci lautamente sono le compagnie che estraggono gas e petrolio: 18,8 i miliardi di euro  nel solo 2018, tra sussidi diretti e indiretti, a danno dell’ambiente, e una ingente perdita per le casse dello Stato. Legambiente ha calcolato che «Il pacchetto di rendite e privilegi destinati alle compagnie che trivellano mari e territori della Penisola, si traducono in 474 milioni di euro di mancate entrate per lo Stato, Regioni e Comuni. Risorse che potrebbero essere destinate alla bonifica dei territori inquinati dai siti di estrazione e di produzione da fonti fossili e allo sviluppo di un nuovo, efficiente e democratico sistema energetico basato sullo sviluppo delle fonti rinnovabili, competitive e vera ricchezza del Paese, sull’efficienza energetica e su una nuova mobilità a zero emissioni».
Ecco i numeri delle trivellazioni in Italia: 
nel nostro Paese le 18 aziende che producono idrocarburi sono in grado di soddisfare un percentuale davvero povera dei consumi interni lordi Italia. Parliamo di un contributo rispetto ai consumi interni lordi italiani pari a 2,6% per il gas e al 2,4% per il petrolio. Un bottino assai magro, ma che grazie ad un sistema di royalties e detrazioni regionali inadeguato, trasforma un Paese con pochi giacimenti in un ricco Texas petrolifero. Tra le aziende protagoniste in Italia in tema di estrazioni, quella che svolge il ruolo principale è ENI, l’Azienda di Stato, non solo per produzioni, ma anche per numero di pozzi (437 pozzi eroganti, il 57,5% di quelli in uso nel 2018) e per gettito di royalties. Ma anche in termini di vantaggi ottenuti dal sistema di royalties, 47 milioni di euro solo di esenzioni circa l’anno fino ad oggi.
Per quanto riguarda il portafoglio dei titoli minerari, al 30 settembre 2019, in Italia, sono 270 i titoli minerari per la ricerca e coltivazione di idrocarburi, estesi complessivamente, tra mare e terra, per oltre 42 mila kmq, un’estensione pari a circa due volte la Regione Toscana. Attività che coinvolgono, tra permessi di ricerca ed estrazioni, ben 15 regioni italiane, le più interessate l’Emilia Romagna con 5.378,95 kmq e la Regione Basilicata, con 5.241,23 kmq. Seguite dalla Sicilia con 4.358,53 kmq e dall’Abruzzo con 1.852,50 kmq. I titoli minerari marini, invece, riguardano il Mar Adriatico, dall’Emilia Romagna alla Puglia, il Mar Ionio e il Mar di Sicilia, coinvolgendo un’area di oltre 18.657 kmq, pari alla regione veneto.
Dai titoli minerari soggetti a concessione di coltivazione, pari a 16.588 kmq, nel 2018 sono stati estratti, attraverso i pozzi eroganti ed attivi, 5,55 miliardi di smc di gas fossile, di cui 3,38 miliardi da titoli minerari marini. A questi si aggiungono i 4,67 miliardi di kg di olio greggio, di cui 4,13 miliardi da estrazioni su terra ferma e i 10,8 milioni di kg di gasolina. Un bottino decisamente magro, se consideriamo che il gas nostrano, tra mare e terra, ha coperto, nel 2018, solo il 7,49% del consumo di gas complessivo italiano e solo il 2,6% del consumo interno lordo. Non differiscono molto le percentuali che coinvolgono il petrolio prodotto nei territori e nei mari italiani; questo infatti contribuisce con il 7,16% dei consumi complessivi di petrolio e con il 2,46% sul consumo interno lordo italiano.
Sussidi: Sul fronte dei sussidi, sono quattro le criticità. La maggiore riguarda le royalties, pari al 10% per le estrazioni in terra ferma e del 7% per quelle in mare. Negli altri Paesi Europei, dove generalmente le royalties sono associate alla quantità di idrocarburi estratti, possono arrivare fino al 22% come nel caso dell’Austria, al 25% come in Bulgaria, al 30% come in Ungheria o al 40% come in Irlanda. Oppure si prevedono sistemi diversi di tassazione come accade in Norvegia con la Speciale Tassa sul Petrolio che vale il 54% della produzione. Per questo Legambiente propone di portarle almeno al 20% non solo per spingere gli obiettivi di decarbonizzazione, ma anche per valorizzare le risorse estratte nei nostri mari e nei nostri territori. In questo modo, nel 2019 in base alla produzione del 2018, ci saremmo ritrovati invece che con un gettito di 188,1 milioni di euro circa, con uno da 442 milioni.
La seconda criticità riguarda la deducibilità delle royalties. Malgrado le royalties siano così basse e convenienti, le compagnie petrolifere hanno anche la possibilità̀ di dedurle dall’imponibile, fino ad un massimo del 3%, riducendo così quanto arriva complessivamente nelle casse pubbliche. Un tema, questo, incomprensibile e sul quale è difficile trovare dati e numeri trasparenti. L’unica informazione, infatti, rintracciabile sono i 340 mila euro del 2015 e nel 2014, per la sola Sicilia, una riduzione complessiva del gettito del 29,5% rispetto all’anno precedente, nonostante un aumento delle estrazioni. Su questo tema, Legambiente chiede al Governo, l’eliminazione di questo vantaggio, tutto a sfavore delle Regioni e dei territori interessati, e di fare chiarezza su numeri e dati. Secondo le stime dell’associazione ambientalista mancano all’appello 5,86 milioni di euro di risorse per le Regioni e i Comuni coinvolti nelle estrazioni.
Altra questione non del tutto risolta, anche se passasse la nuova proposta inserita nella Legge di Bilancio, è quella legata alle esenzioni del pagamento delle royalties, che come mette in evidenza il rapporto di Legambiente riguarda ancora una percentuale significativa di gas, pari al 13% circa di quello estratto tra mare e terraferma. Consegnando ancora una volta parte dei vantaggi economici a grandi aziende come Eni ed Edison. Infine c’è la questione dei canoni. Anche se il precedente Esecutivo a firma Lega-5 Stelle ha provveduto nel Decreto Semplificazioni, ad aumentarli di 25 volte, resta il fatto che se paragonati a quelli degli altri Paesi rimangono ridicoli. Per questo l’associazione ambientalista chiede di aggiornare i canoni con cifre più̀ adeguate, seguendo ad esempio quelli degli altri Paesi europei come accade in Danimarca dove i permessi di ricerca si pagano 3.300 euro a kmq o in Norvegia dove, invece, il costo è di 8.150 euro l’anno per kmq per la ricerca e di 13.620 euro per la coltivazione.
Il dossier del Cigno Verde arriva alla vigilia della presentazione alla Camere della Legge di Bilancio e nel giorno in cui i giovani tornano in piazza per scioperare per il clima, delusi dall’esito della COP25 di Madrid, chiedendo ancora una volta azioni concrete che, però, tardano ad arrivare.
Legambiente dice che il suo report dimostra come «l’Italia continui a preferire le fonti fossili ad un nuovo sistema energetico basato su prosumer, autoproduzione, reti smart e comunità energetiche e soprattutto, come ai tanti annunci fatti dalla politica e dal Governo Conte, non siano seguite azioni concrete per cancellare i sussidi alle fonti fossili, uno dei cavalli di battaglia del Movimento 5stelle in campagna elettorale. La manovra finanziaria, che approderà sabato alla Camera, ne è una prova tangibile visto che dal testo iniziale è scomparso il totale taglio alle esenzioni dal pagamento delle royalties, sostituito con esenzioni a partire dal 2020 di cui beneficeranno le soli concessioni gas con una produzione annuale fino a 10 milioni di smc (metri cubi sterili) per quello estratto in mare e 30 milioni di smc per quello estratto su terra ferma. Pari rispettivamente all’1,4% del totale estratto per le prime e al 12,7% del totale estratto su terra ferma per le seconde. E per il settore petrolio la limitazione delle esenzioni varrebbe per soli tre anni. A questa si aggiungono la timida misura arrivata dall’Esecutivo che riguardano l’introduzione del pagamento dell’Imu per le sole piattaforme petrolifere marine – prevista nel decreto fiscale ed effettiva dal 2020 – e per le quali è stata stabilita una aliquota, ad hoc, pari al 10,6 per mille e il cui gettito sarà ripartito tra Stato e Comuni, per un’entrata stimata in appena 6 milioni di euro l’anno. E il lieve innalzamento del costo dei canoni inserito nel Decreto Semplificazioni».
Per questo Legambiente ha presentato oggi anche le sue proposte al governo per l’eliminazione definitiva dei sussidi alle trivellazioni e per puntare finalmente dritti verso gli obiettivi climatici e di decarbonizzazione: eliminare, da subito, tutti i vantaggi economici al settore oil & gas. Tra le azioni da intraprendere, in particolare gli ambientalisti citano: «l’adeguamento delle royalties petrolifere almeno al 20%, l’eliminazione di tutte le esenzioni al pagamento delle royalties per le grandi aziende del settore, che come dimostrano i numeri del Rapporto di Legambiente, continuerebbero ad avere notevoli vantaggi al di là delle proposte della Legge di Bilancio. L’eliminazione delle detrazioni regionali sulle royalties, che finiscono solo per ridurre le entrate per i territori a tutto vantaggio delle aziende».
Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente, conclude: «Dall’allarme dell’Onu-Ipcc, lanciato in Corea del Sud a fine 2018, in cui venivano dichiarati 12 anni di tempo per cambiare rotta in termini di emissioni climalteranti, è passato ormai più di un anno, e nulla sembra essere cambiato in termini di azioni concrete per invertire la tendenza. Il Piano Energie e Clima integrato che verrà presentato a fine anno dimostrerà in modo concreto e univoco, se davvero il Governo sia pronto a scommettere su un nuovo sviluppo sostenibile e dare finalmente a questo Paese gli strumenti per ridurre le emissioni climalteranti in tutti i settori produttivi, con l’obiettivo di decarbonizzazione al 2040. Siamo convinti che non vi è nessuna ragione ambientale, sociale o economica per non intervenire in tema di sussidi. Per questo la proposta che facciamo è quella di intervenire subito, eliminando tutti i sussidi diretti alle estrazioni che rendono tali attività economicamente vantaggiose, e laddove necessario sviluppando politiche di sostegno alla riconversione delle aziende».
fonte: www.greenreport.it