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L'inganno: impatti su salute ed ambiente, ma pochi benefici. Quanto vale il petrolio lucano?

Benvenuti nel Texas d'Italia















Una regione che galleggia sul petrolio, ma che a dispetto di tale supposta ricchezza non riesce a porre argine alla fuga della sua gioventù. Benvenuti in Basilicata, il “Texas d'Italia”, come è stata ribattezzata nelle ultime due decadi del secolo scorso, quando nella Val d'Agri, a una cinquantina di chilometri da Potenza, è stato scoperto il giacimento su terra ferma più ricco d’Europa. Da quel momento una delle valli più rigogliose del Meridione, famosa per la produzione di fagioli e mele, è diventata il fulcro dell'estrazione petrolifera nostrana. Nel suo cuore è stato innestato il Centro Olio Val d'Agri (COVA), che raccoglie il petrolio estratto nei pozzi sparsi nell'area (al momento quelli attivi sono 24). La produzione si aggira intorno agli 80mila barili al giorno, a fronte di un massimo previsto per concessione statale che può raggiungere le 104mila unità. Da alcuni mesi è attivo un secondo centro Olio, quello di Tempa Rossa, gestito dalla Total, che è già nell’occhio del ciclone per una serie infinita di problemi e incidenti.




Ma siamo sicuri che i benefici, sotto forma di royalties e posti di lavoro, superino i “costi”, ovvero l’inquinamento di aria, acqua e della terra e i relativi effetti sul territorio e le comunità che lo abitano? E che gli stessi benefici stiano veramente cambiando il volto della Basilicata? Quella che è storicamente una delle regioni più povere d’Italia è rimasta tale e centinaia di suoi figli continuano a cercare fortuna altrove.



fonte: inganno.recommon.org


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#Re:Common: Ripresa e Connivenza

L’attacco dell’industria fossile al Recovery Plan



Oltre 100 incontri con i ministeri dello Stato per accaparrarsi i soldi del Recovery Fund. L’attacco dell’industria fossile ai miliardi in arrivo dall’Europa descritto minuziosamente nella pubblicazione di ReCommon. Facendo leva sul loro accesso privilegiato ai decisori politici, colossi energetici come Eni e Snam sono riusciti a plasmare il Recovery Plan italiano, infarcendolo di false soluzioni come l’idrogeno e il biometano, dietro cui si nasconde il tentativo di vincolarci al gas per i prossimi decenni.

SCARICA LA PUBBLICAZIONE

fonte: www.recommon.org


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50 sfumature di greenwashing

Dal colosso del nucleare Westinghouse, già negli anni Sessanta, ai fuoriclasse di Chevron, negli anni Ottanta, arrivando fino a DuPont, solo per fare qualche nome. Quella del greenwashing è una storia odiosa e ricca che continua a rinnovarsi. In Italia, grazie a Teachers for Future si è tornati negli ultimi mesi a parlare delle bugie delle grandi aziende. Nell’anno in cui l’educazione ambientale entra nelle scuole, l’Associazione nazionale dei presidi ha spalancato le porte a Eni: “Non possiamo che prendere le distanze da questa iniziativa – ha scritto Tff – che coinvolge una delle grandi aziende mondiali che causano cambiamento climatico e contaminazione del Pianeta attraverso l’estrazione senza limiti dei combustibili fossili, che è già stata riconosciuta responsabile di immani disastri ambientali, corruzione, sfruttamento dei Paesi poveri e che tenta di dipingere di verde la sua anima nera attraverso costante e pressante attività di greenwashing…”

Tratta da pixabay.com

Il greenwashing rappresenta la pratica aziendale di mostrarsi attenti alla sostenibilità per nascondere un discutibile impegno per la salvaguardia ambientale. L’articolo «The troubling evolution of corporate greenwashing» del quotidiano britannico The Guardian ne ripercorre alcune tappe mettendone in luce gli aspetti più torbidi.

Negli anni Sessanta, il movimento antinucleare metteva in dubbio l’affidabilità delle centrali nucleari, la loro sicurezza e il loro apparentemente basso impatto ambientale. Il colosso americano Westinghouse, e in particolare la sua divisione nucleare, ribatteva con una serie di annunci che proclamavano la pulizia e la sicurezza delle centrali nucleari, avvalendosi di immagini evocative come quella di una centrale nucleare adagiata sulla riva di un lago incontaminato. Alcune delle affermazioni degli spot erano vere: nel 1969, le centrali nucleari della Westinghouse producevano grandi quantità di elettricità a basso costo con un inquinamento atmosferico molto inferiore rispetto alle centrali a carbone concorrenti. Tuttavia le pubblicità sembravano ignorare che solo qualche anno prima si erano verificati due episodi di meltdown nucleare: uno interessò la centrale SL-1 in Idaho nel 1961 e il secondo la centrale Fermi 1 in Michigan nel 1966. Gli annunci della Westinghouse tralasciavano anche le preoccupazioni sull’impatto ambientale delle scorie nucleari, che continuano a essere un problema.

Si potrebbe pensare che le cose nel tempo siano migliorate, ma nel 2013, in mezzo alle preoccupazioni per la disoccupazione e per la sostenibilità energetica, la Westinghouse ha lanciato un nuovo spot. «Lo sapevate che l’energia nucleare è la più grande fonte di energia per l’aria pulita del mondo?», ha chiesto agli spettatori poco prima di affermare che le sue centrali nucleari «forniscono aria più pulita, creano posti di lavoro e aiutano a sostenere le comunità in cui operano». Anche in questo caso l’azienda sembrava sperasse nella breve memoria dei consumatori. Solo due anni prima, infatti, la Westinghouse era stata citata dalla U.S. Nuclear Regulatory Commission – agenzia indipendente che ha lo scopo di garantire l’uso sicuro dei materiali radioattivi per scopi civili benefici – per aver nascosto delle falle nei progetti dei suoi reattori e aver fornito informazioni false alle autorità di controllo. Inoltre, nel febbraio 2016, un altro impianto che utilizza i reattori della Westinghouse, l’Indian Point di New York, ha rilasciato materiale radioattivo nelle acque sotterranee dell’area circostante. Un articolo del The Guardian sulla vicenda riporta che in una località colpita i livelli di radioattività erano aumentati di quasi il 65.000%, passando da 12.300 pCi/L (picocurie per litro) a oltre 8.000.000 pCi/L. Il livello massimo di contaminazione di trizio nell’acqua potabile stabilito dall’Environmental Protection Agency (EPA) è di 20.000 pCi/L, anche se Entergy, la società proprietaria dell’impianto, ha sottolineato che solo le acque sotterranee, e non l’acqua potabile, erano state contaminate.

Un’altra tappa emblematica nella storia del greenwashing fu la campagna pubblicitaria lanciata dalla compagnia petrolifera Chevron a metà degli anni Ottanta. L’azienda commissionò una serie di costosi spot per convincere il pubblico della sua attenzione verso l’ambiente: il titolo era «People Do». Uno spot in particolare mostra un grizzly andare in letargo in una incontaminata grotta di montagna, mentre la voce fuori campo racconta di come i loro dipendenti avrebbero eseguito esplorazioni di petrolio nel sottosuolo, per poi provvedere a ripristinare eventuali danni ambientali in tempo per il risveglio dell’orso.

Molti dei programmi ambientali che la Chevron ha promosso nelle sue pubblicità, come in questo caso, erano stati in realtà imposti dalla legge. Erano anche relativamente poco costosi se confrontati con il budget pubblicitario della Chevron. L’attivista ambientale Joshua Karliner1 ha stimato che, a esempio, la realizzazione della campagna di tutela delle farfalle della Chevron richiedeva 5.000 dollari all’anno, mentre la produzione e diffusione degli annunci pubblicitari per promuoverla costarono milioni di dollari.

Inoltre, nel periodo in cui veniva lanciata la campagna «People Do», la Chevron violava il Clean Air Act, il Clean Water Act, le leggi federali che regolano le emissioni atmosferiche e gli scarichi di sostanze inquinanti nelle acque degli Stati Uniti, in vigore rispettivamente dal 1970 e 1972, e rilasciava petrolio in rifugi dedicati alla fauna selvatica. Gli spot tuttavia furono molto efficaci, come ricorda il Guardian, tanto da vincere il premio pubblicitario Effie advertising award nel 1990, e successivamente essere utilizzati come caso di studio alla Harvard Business School. Ma non passò molto prima che diventassero famosi anche tra gli ambientalisti, che li proclamarono il gold standard del greenwashing.

Da dove nasce la parola Greenwashing

Il termine «greenwashing» è la sincrasi tra «green» e «washing»: una lavata di verde, per nascondere con il marketing attività tutt’altro che sostenibili. Ma quando e come nasce la parola «greenwashing»? Quando, nel 1983, Jay Westerveld – ci ricorda il Guardian – ebbe per la prima volta l’idea del termine greenwashing, non stava pensando all’energia nucleare, ma agli asciugamani. Studente universitario in un viaggio di ricerca a Samoa, si fermò alle Fiji per fare surf. Trovandosi nell’immenso resort Beachcomber, vide un biglietto che chiedeva ai clienti di ritirare i loro asciugamani. In sostanza diceva che gli oceani e le scogliere sono una risorsa importante, e che il riutilizzo degli asciugamani ridurrebbe i danni ecologici e finiva dicendo qualcosa del tipo: «Aiutateci ad aiutare il nostro ambiente». Westerveld in realtà non alloggiava nel resort, ma in una pensione modesta nelle vicinanze, e si era appena intrufolato per rubare degli asciugamani puliti. Rimase colpito dall’ironia della nota: mentre sosteneva di proteggere l’ecosistema dell’isola, infatti, il Beachcomber – che oggi si definisce «la destinazione più ricercata del Pacifico meridionale» – si stava espandendo.

Tre anni dopo, nel 1986, Westerveld stava scrivendo una tesina sul multiculturalismo quando si ricordò della nota. Un suo compagno di corso che lavorava per una rivista letteraria gli fece scrivere un saggio al riguardo e, dato che la rivista aveva una grande affluenza di lettori nella vicina New York City, non passò molto tempo prima che il termine prendesse piede nei media più ampi. Il saggio di Westerveld uscì un anno dopo il lancio della campagna «People Do», ma la Chevron non è stata l’unica azienda a cavalcare l’onda del greenwashing.

Questi possono sembrare casi isolati, tuttavia oggi, come afferma Michela Melis intervistata da Asia Moretti – Research Fellow presso GREEN (il Centre for Geography, Resources, Environment, Energy and Networks della Bocconi) – «le strategie di green marketing non sono più, come è capitato in passato, delle strategie di nicchia che si rivolgono a dei segmenti di mercato molto specifici e puntuali, ma stanno diventando sempre più pervasive, lo si vede soprattutto nei mercati dei beni di largo consumo».

Il caso DuPont

Nel 1989 – come raccontava nel 1991 il The Multinational Monitor– l’azienda chimica DuPont presentò le sue nuove petroliere a doppio scafo con una pubblicità che mostrava animali marini battere le pinne e le ali sulle note dell’Inno alla Gioia di Beethoven. Tuttavia, come ha sottolineato l’associazione non-profit Friends on Earth nel suo rapporto «Hold the Applause», la società è stata la più grande inquinatrice degli Stati Uniti. La decennale battaglia legale tra la multinazionale DuPonte l’avvocato Robert Bilott è descritta nell’articolo del New York Times Magazine «The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmar», pubblicato nel gennaio del 2016. La vicenda ha inizio nel 1998 quando l’avvocato valuta la condotta dell’azienda dopo la richiesta di un contadino sicuro che questa stesse contaminando i suoi terreni: dopo diverse ricerche, Bilott trova rimandi al PFOA, un composto chimico allora sconosciuto anche all’EPA.

Si stima che tra il 1951 e il 2003 la DuPont abbia riversato quasi 7100 tonnellate di PFOA-C8 nei corsi d’acqua limitrofi al suo stabilimento di Washington Works, fino a contaminare il vicino fiume Ohio. Grazie al report compilato da Bilott e inviato al Dipartimento di giustizia di Washington e all’EPA, nel 2005 l’ente ambientale multò la DuPont per 16,5 milioni di dollari – una cifra irrisoria rispetto al fatturato annuale dell’azienda – per aver insabbiato i rischi legati allo smaltimento del PFOA. Dopo la sentenza Bilott decide di non fermarsi e organizza una class action collettiva che coinvolgesse tutte le almeno 100mila persone entrate in contatto con l’acqua contaminata da PFOA.

Dopo 7 anni di ricerche nel dicembre del 2011 arrivano i risultati, i ricercatori parlano di «probabili legami» tra il PFOA e l’insorgere di cancro ai reni e ai testicoli, disfunzioni della tiroide, picchi del colesterolo e ulcere intestinali. Quando il nesso è evidente, la DuPont cerca di limitare i danni portando in tribunale uno alla volta gli oltre 3500 contenziosi intentati nei suoi confronti. Dopo la vittoria di Bilott nei primi tre contenziosi e i risarcimenti milionari imposti alla DuPont, nel 2017 l’azienda chimica ha deciso di accettare la class action guidata dall’avvocato e di accordarsi per una maxi multa da 671 milioni di dollari. Come si legge nel sito dell’AIRC, l’EPA «ha affermato che i dati oggi disponibili suggeriscono un possibile legame causale tra PFOA (e altri composti simili) e il cancro; l’American Conference of Governmental Industrial Hygienists (ACGIH) ha classificato il PFOA come cancerogeno confermato negli animali, con rilevanza ancora incerta per gli esseri umani». Nel 2016, la stessa AIRC «ha classificato il PFOA nel gruppo 2B, del quale fanno parte le sostanze possibilmente cancerogene per l’uomo».

Anche alla luce di questi accadimenti, dice Michela Melis, «il fenomeno del greenwashing è sotto la lente dell’attenzione anche dalle istituzioni ed è evidente che ci sia un interesse crescente a normare l’utilizzo di questi termini, perché l’abuso e l’uso scorretto da parte delle aziende si traduce da un lato nel danneggiamento dei competitor, e dall’altro in un’informazione misleading sul mercato».

Una sanzione per ENI

La pubblicità ENI Diesel+, che ha circolato tra il 2016 al 2019, può essere considerato il primo caso di greenwashing in Italia, sanzionato, il 15 gennaio 2020, con una multa da cinque milioni di euro. Sentenza arrivata dopo una denuncia da parte di Legambiente, dal Movimento Difesa del Cittadino e da Transport & Environment (T&E) ed erogata dall’Autorità Antitrust. Come si legge nel comunicato stampa pubblicato il 15 gennaio 2020 dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), ENI è stata sanzionata «per la diffusione di messaggi pubblicitari ingannevoli utilizzati nella campagna promozionale che ha riguardato il carburante Eni Diesel+, sia relativamente all’affermazione del positivo impatto ambientale connesso al suo utilizzo, che alle asserite caratteristiche di tale carburante in termini di risparmio dei consumi e di riduzioni delle emissioni gassose».

Il carburante in questione viene definito dalla multinazionale biodiesel o anche semplicemente green diesel perché promette più attenzione all’ambiente e una riduzione dei consumi e delle emissioni rispettivamente del 4% e del 40%. Secondo l’AGCM «nei messaggi si utilizzavano in maniera suggestiva le qualifiche “componente green” e “componente rinnovabile”, e altri claim di tutela dell’ambiente, quali “aiuta a proteggere l’ambiente. E usandolo lo fai anche tu, grazie a una significativa riduzione delle emissioni”, sebbene il prodotto sia un gasolio per autotrazione che per sua natura è altamente inquinante e non può essere considerato green». Questi green claim deriverebbero dalla presenza, nella sua versione di biodiesel, di una componente di HVO (Hydrotreated Vegetable Oil) che in questo caso provengono dall’olio di palma grezzo. Oltre a questo, ENI giustificherebbe l’aumento del prezzo di questo carburante del 10%, proprio perché sostenibile, bio e rinnovabile.

L’Italia è, al momento, il secondo produttore in Europa di biodiesel da olio di palma. Nel 2018 il 54% di questo olio è stato utilizzato proprio per produrre questo tipo di carburante, utilizzato soprattutto per camion e auto. La maggior parte dell’olio di palma sul mercato, deriva da piantagioni dell’Indonesia e della Malesia, due Paesi in cui il tasso di deforestazione è schizzato alle stelle negli ultimi dieci anni. È quindi da considerare come una delle principali cause della distruzione di foreste pluviali e della perdita di fauna selvatica. Nonostante le campagne e le petizioni di successo per ridurne l’utilizzo nei prodotti alimentari, continua ad aumentare l’utilizzo di olio di palma nei biodiesel. In un rapporto di Legambiente, intitolato «Enemy of the Planet», si legge che «gli studi internazionali hanno dimostrato che il 30% delle nuove coltivazioni di palma e l’8% di quelle di soia, utilizzati per la produzione di biocombustibile poi importato nel nostro Paese per le bioraffinerie di ENI, hanno comportato distruzione di foreste vergini, di brughiere e di praterie. Si stima che un litro di olio di palma determini emissioni indirette di CO2 pari al triplo dell’equivalente di petrolio e un litro di olio di soia il doppio».

La Commissione europea ha quindi deciso di modificare i criteri di sostenibilità dei biocarburanti di prima generazione con la Direttiva Rinnovabili che prevede un congelamento della produzione di biodiesel ai livelli del 2019, per il periodo 2021 – 2023, con l’obiettivo di abbandonare definitivamente l’utilizzo di olio di palma entro il 2030.

Generalizzando la vicenda di ENI, «se comunichi male ti esponi ad una serie di rischi – ricorda Michela Melis – il primo è quello sanzionatorio, che potrebbe anche tradursi in un esborso monetario non previsto che in alcuni casi non impatta troppo sul bilancio dell’impresa; il secondo si porta dietro un inevitabile danno d’immagine e reputazione che è molto più difficile da colmare. A questo bisogna aggiungere che oggi, i consumatori, sono molto più attenti e precisi nelle loro richieste alle aziende rispetto alle loro performance ambientali».

L’Italia è tra i primi paesi al mondo a rendere obbligatorio l’insegnamento annuale alcune ore di educazione allo sviluppo sostenibile. Risulta paradossale che l’Associazione nazionale dei presidi abbia chiesto proprio a ENI di formare i docenti, visto che il core business dell’azienda rimangono ancora i combustibili fossili. Le prime a mobilitarsi sono state le insegnanti di Teachers for Future (un gruppo che fa riferimento ai Fridays for Future) che hanno dichiarato in una lettera che «come Teachers for future Italia non possiamo che prendere le distanze da questa iniziativa che coinvolge una delle grandi aziende mondiali che causano cambiamento climatico e contaminazione del Pianeta attraverso l’estrazione senza limiti dei combustibili fossili, che è già stata riconosciuta responsabile di immani disastri ambientali, corruzione, sfruttamento dei Paesi poveri e che tenta di dipingere di verde la sua anima nera attraverso costante e pressante attività di greenwashing».

Solo nell’ultimo anno, ENI ha prodotto 1,9 milioni di barili di petrolio al giorno e ha speso, nel 2019, 73 milioni di euro in pubblicità e attività di comunicazione; secondo il rapporto Enemy of the Planet, «nel 2018 ha investito solo 143 milioni di euro per investimenti tecnici in sviluppo di progetti rinnovabili, economia circolare e digitalizzazione».
L’azionariato attivo

All’inizio degli anni Novanta, i consumatori erano consapevoli delle preoccupazioni in materia di sostenibilità: i sondaggi hanno mostrato che la condotta ambientale delle aziende ha influenzato la maggior parte degli acquisti dei consumatori. Un sondaggio Nielsen del 2015 ha mostrato che il 66% dei consumatori globali è disposto a pagare di più per prodotti sostenibili dal punto di vista ambientale. Tra i millennial (ovvero le generazioni nate tra il 1981 e il 1996), questo numero salta al 72%. Molte aziende hanno adottato la strategia della sensibilizzazione con lo scopo di coinvolgere i clienti nei loro sforzi di sostenibilità, anche quando il loro modello di business principale rimane insostenibile dal punto di vista ambientale.

Questo interesse per l’ambiente ha portato a una maggiore consapevolezza del greenwashing; alla fine del decennio, la parola è entrata ufficialmente nella lingua inglese con l’inserimento nel dizionario inglese di Oxford. Da allora, la tendenza è solo aumentata. Grazie all’identificazione e alla conoscenza del fenomeno, il consumatore ha aguzzato lo spirito critico e quando nel 2010 la stessa Chevron ha proposto una nuova campagna pubblicitaria dal titolo «We Agree», gli attivisti dell’associazione The Yes Man hanno prontamente risposto. Per screditare la Chevron hanno creato una finta versione della stessa campagna con tanto di sito internet e comunicato stampa, che i giornalisti hanno prese per vere.

I consumatori hanno inoltre sviluppato strategie per riuscire a imporre alle aziende il peso della loro opinione. In molti Paesi, infatti, è nata una nuova forma d’intervento: l’azionariato attivo (o critico). Grazie all’acquisto di azioni (anche in quantitativi simbolici), gli attivisti hanno iniziato a intervenire alle assemblee annuali delle imprese come azionisti, portando all’attenzione dei consigli di amministrazione di grandi società multinazionali le controversie ambientali nelle quali sono coinvolte. L’azionariato attivo ha già dato risultati significativi. Le grandi imprese, molto spesso sorde alle proposte dei consumatori, delle campagne e dei movimenti, sono generalmente più attente alle richieste provenienti dagli azionisti che, in quanto «comproprietari», acquistano il diritto di partecipare alla vita delle società e di ottenere risposte su questioni ambientali o sociali. «È quello che ha fatto Follow This, un’organizzazione che invita chiunque abbia a cuore l’ambiente ad aderire con una quota minima di 32 euro, sufficiente per diventare azionista di Shell», si legge su Lifegate. Il colosso dell’energia ha annunciato che si sarebbe impegnato a dimezzare la propria impronta di carbonio entro il 2050, ma Follow This ha sottoposto a Shell una risoluzione per chiedere obiettivi climatici più ambiziosi.

Il Greenwashing ha sicuramente cambiato forma nell’ultimo decennio, in parallelo alla crescente consapevolezza del consumatore ma rimane un fenomeno molto diffuso e che è bene conoscere per imparare a tutelarsi.
Bibliografia:
[1] Karliner J., The Corporate Planet, Sierra Club Books, 2002

fonte: comune-info.net


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La bugia delle politiche verdi

Potevate immaginare qualcosa di diverso? Nuovi, scandalosi incentivi per comprare veicoli diesel e a benzina, ecobonus all’edilizia con scarsi obiettivi di efficienza energetica, piani industriali di colossi controllati dallo Stato, come Eni, che rinviano i drastici tagli alle emissioni, se ne parla fra 15 anni. Intanto Fca annuncia di voler «elettrificare» i propri veicoli puntando soprattutto (con trent’anni di ritardo) sui motorizzazioni ibride. La ciliegina su questa deprimente torta è il riemergere del progetto del Ponte sullo Stretto, un vero monumento all’insipienza delle nostre classi dirigenti (politiche ma non solo). Pensavate davvero che si avesse intenzione di cambiare qualcosa?


















Abbiamo festeggiamo la giornata dell’ambiente mentre l’Italia continua – ormai da diversi anni – a segnare il passo nello sviluppo della produzione energetica da fonti rinnovabili, e mentre vediamo ripetere le stesse vecchie e poco sostenibili formule: scandalosi incentivi per comprare (ancora!) veicoli diesel e a benzina, ecobonus all’edilizia con obiettivi troppo bassi di efficienza energetica, piani industriali di colossi energetici controllati dallo stato come Eni rinviare al 2035 i drastici tagli alle emissioni.
Fca che annuncia di «elettrificare» i propri veicoli puntando soprattutto (con trent’anni di ritardo) sui motorizzazioni ibride. E come ciliegina su questo quadro deludente, persino il riemergere fantasmagorico del progetto del Ponte sullo Stretto, vero monumento all’insipienza delle nostre classi dirigenti (politiche ma non solo).
Partiamo da Fca che ha ricevuto le garanzie pubbliche per un prestito in cambio di impegni “verdi”. In realtà tre su quattro dei nuovi modelli previsti dall’azienda che fu italiana, sono ibridi.
Non sappiamo quando la corsa alla nuova generazione di batterie tra l’americana Tesla e le aziende cinesi vedrà un vincitore e quanto ci vorrà per vederle sul mercato, ma l’annuncio dell’azienda cinese Svolt di una batteria con autonomia di 880 km dà l’idea di quali siano gli obiettivi tecnologici.

Foto di Marilyn Murphy da Pixabay

Indipendentemente da chi ce la farà, è chiaro che un’autonomia elettrica di questa portata renderà qualunque auto ibrida – questione di qualche anno – un ferrovecchio. Per quale ragione, infatti, sarà razionale acquistare un’auto con due motorizzazioni e due alimentazioni (per le plug-in) se l’auto elettrica è molto più semplice da gestire e può essere a emissioni zero se alimentata da rinnovabili?
Peraltro, come nota una recente analisi di Bloomberg, si stima che già oggi i veicoli elettrici (che hanno una quota ancora assai marginale del parco circolante) abbiano ridotto la domanda globale di petrolio di un milione di barili al giorno. E che oltre la metà di questa riduzione è dovuta ai veicoli a 2 e 3 ruote, dalle bici elettriche ai monopattini primi esempi di una mobilità leggera per le città.
Il direttore di Repubblica Maurizio Molinari ha (giustamente) citato il tema del trasporto aereo e la necessità di carburanti di nuova generazione. Tecnicamente è possibile produrli a partire da elettricità rinnovabile: in Germania si punta anche su idrogeno da rinnovabili (base potenziale anche per carburanti di sintesi), ci sono iniziative degne di nota in Italia? C’è qualche traccia di questo nel piano Eni?
Il suo piano industriale è mirato a rimandare i tagli delle emissioni di CO2 nel tempo, basandole su tecnologie di dubbia affidabilità e a mantenere il più a lungo possibile il mercato del gas fossile. Una colossale presa in giro per chi chiede serietà e coerenza delle politiche per combattere la crisi climatica.
Il sostanziale stallo dello sviluppo della produzione da rinnovabili è invece legato essenzialmente alla burocrazia e alle autorizzazioni – che invece dovrebbero facilitare fonti come il solare e l’eolico e rendere i rifacimenti degli impianti a fine vita poco più di una formalità – oltre che a demenziali opposizioni.
Il super-ecobonus per l’efficienza in edilizia – misura anti-ciclica che già in passato ha mostrato effetti occupazionali positivi – avrebbe potuto essere l’occasione per un vero salto di qualità nelle ristrutturazioni, ed esempi positivi in Italia non mancano.
Ma invece di governare il cambiamento, imponendo standard elevati di efficienza, il modo migliore per ridurre i consumi di gas nel settore civile, si chiedono azioni limitate.
La crisi è drammatica, certo, ma anche questa sembra un’occasione persa di impiegare risorse pubbliche per una vera svolta verde che aiuti sia l’ambiente che la capacità industriale e produttiva del Paese.
*Direttore di Greenpeace Italia
Articolo pubblicato anche sul il manifesto
fonte: https://comune-info.net


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Eni si prepara alla transizione investendo ancora sui combustibili fossili

A fine febbraio l’amministratore delegato della multinazionale, Claudio Descalzi, ha presentato il nuovo piano strategico dell’azienda. Su 32 miliardi di euro di investimenti previsti, ben 24 riguarderanno nuove esplorazioni ed estrazione di petrolio e gas. L’obiettivo è infatti quello di aumentare la produzione complessiva del 3,5% ogni anno fino al 2025. “Fino a quando continuerà il business delle nuove scoperte?”
















Chi di noi nelle ultime settimane non si è imbattuto nella campagna pubblicitaria martellante quanto innovativa di Eni? Il cane a sei zampe è sempre più green perché la società agisce insieme a Chiara, Silvia, Luca che ogni giorno si dedicano a pratiche virtuose e grazie alle loro azioni possono così garantire a tutto il Pianeta una maggiore sostenibilità. È indubbio che in Italia tanti individui cercano di darsi da fare per la salvare la Terra dall’emergenza climatica, inclusi i ragazzi dei Fridays For Future. Per altro tutti gli italiani sono azionisti di Eni dal momento che il 30 per cento del capitale della società è in mani pubbliche, tramite il ministero dell’Economia e Cassa depositi e prestiti. E allora come cittadini ha senso guardare di nuovo dentro i numeri di Eni, oltre gli slogan e le animazioni pubblicitarie.
L’occasione ce l’ha offerta proprio l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, che a fine febbraio ha presentato il nuovo piano strategico dell’azienda -2020-2023- e per la prima volta un piano di lungo termine al 2050. Atto forse dovuto, date le pressioni della società civile e di diversi investitori internazionali affinché le grandi oil majors si pongano il problema di come il loro business di estrarre e bruciare combustibili fossili debba diventare compatibile con la sfida climatica, che richiederebbe invece di mantenere gas e petrolio nel sottosuolo. Una sfida quasi esistenziale per il settore, dimostrata dal fatto che per la prima volta i profitti delle grandi società petrolifere iniziano a calare al punto che alcuni broker recentemente hanno dato addirittura ordine di vendere azioni, a partire dalla stessa  Exxon-Mobil, la più ricca multinazionale petrolifera. La stessa Eni ha chiuso i bilanci del 2019 con un calo dei profitti del 37 per cento, anche se, con un buy-back sostanzioso delle azioni, il management cercherà di ridurre i danni per gli investitori e per il loro dividendo, in primis lo Stato.
Di fronte ad una possibile crisi esistenziale la risposta di Descalzi sembra essere duplice: nel breve termine non si cambia affatto, anzi puntiamo su più petrolio e gas, raggiungendo un picco di produzione al 2025, mentre nel lungo termine riduciamo le emissioni anche dell’80 per cento, facendo solo gas e renderemo questo combustibile compatibile con il clima grazie all’assorbimento di una parte dell’anidride carbonica con vari espedienti.
Andando in ordine e guardando agli investimenti previsti da Eni per il 2020-2023, del totale di 32 miliardi di euro, ben tre quarti, quindi 24 miliardi, continueranno ad andare in nuove esplorazioni ed estrazioni di petrolio e gas, perché l’obiettivo è quello di aumentare la produzione complessiva del 3,5 per cento ogni anno fino al 2025. Insomma nuove riserve che una volte estratte saranno bruciate e che nei prossimi anni contribuiranno a “infiammare” ancora di più il Pianeta. Una recente analisi del Wall Street Journal ha messo in luce come negli ultimi anni Eni abbia avuto un tasso di successo nelle esplorazioni del 45 per cento, superiore di ben dieci punti rispetto a tutti i principali competitor mondiali. E così di fatto ha scoperto il doppio di riserve rispetto alla media degli altri. Insomma, Eni apre la strada non solo all’Italia ma al mondo verso un aumento significativo delle riserve sfruttabili di petrolio e gas proprio nei prossimi decenni, con buona pace del Pianeta e del clima. La comunità scientifica internazionale ci dice che sin da oggi non è tollerabile espandere la frontiera del petrolio e del gas se vogliamo rimanere sotto il riscaldamento medio del Pianeta di 1,5 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali ed evitare così il caos climatico. Per “fare le cose bene”, bisognerebbe addirittura ridurre l’uso dei combustibili fossili dell’80 per cento, almeno nelle economie avanzate, in meno di dieci anni. Una sfida davverro titanica.
Probabilmente per questo i giovani dei Fridays For future hanno recentemente definito Descalzi ed Eni nei loro manifesti, che prendevano in giro la pubblicità patinata della società, come “climate killer”. Ma questo business nel breve termine genera molta liquidità per la società, che dopo le scoperte vende subito quote dei nuovi mega-giacimenti ai competitor. Plusvalenze che aiutano i bilanci in una fase difficile, come segnalato negli obiettivi per i prossimi anni.
Fino a quando continuerà il business delle nuove scoperte? Eni ammette che dovrà investire massicciamente nelle rinnovabili soprattutto aumentando la sua presenza nel retail, ovvero nella vendita di energia elettrica, possibilmente da fonti più green. È sorprendente come Descalzi metta nero su bianco che al 2050 l’85 per cento per cento della produzione e del business di Eni ruoterà intorno al gas naturale, con l’assunzione che la sua combustione non abbia impatti sul clima del Pianeta. Eppure l’idea che il gas sia il combustibile pulito per la transizione energetica è stata smascherata da molti e da molto tempo, ed in ogni caso se nel 2050 il gas peserà ancora così tanto nel modello di business di Eni, una vera trasformazione, se possibile, sarà di fatto abbondantemente rimandata nel tempo. Infatti al 2050 ben 40 milioni di tonnellate di COemesse da Eni ogni anno saranno assorbite da foreste, finanziariamente mantenute dalla società. In realtà le foreste esistono già e assorbono CO2, a meno che qualcuno non le voglia devastare. Una logica perversa di compensazioni che le oil majors, come Eni, comprano per poi continuare nel loro business di estrazione e combustione di gas. E se non sono foreste, saranno fantomatici progetti tecnologici di cattura, assorbimento e utilizzo della CO2 (CCSU) che ad oggi nessuno è riuscito a realizzare mai su grande scala, nonostante lo spreco di sussidi pubblici negli ultimi vent’anni.
Infine, ancora una volta Eni promette di abbattere la combustione in torcia dei gas associati al greggio estratto, il famigerato e inquinantissimo gas flaring. Ma non si era già impegnata a farlo una decina di anni fa, di fronte ai leader delle comunità nigeriane arrivati a Roma?
In sintesi, la riduzione dell’80 per cento delle emissioni non corrisponderà a un ridimensionamento del business dei combustibili fossili, e in particolare del gas, che continuerà ad essere estratto e bruciato, alimentando così i cambiamenti climatici. Nel 2050, Chiara, Silvia e Luca saranno anziani e assisteranno probabilmente a quotidiane sciagure climatiche. Allora capiranno che a poco servivano le loro azioni virtuose se la “green” Eni sarà stata quella annunciata da Descalzi.

L’economia circolare dell’ipocrisia

Non è uno scherzo di cattivo gusto: Eni ha scelto alcune città italiane, tra cui Taranto, per il progetto Circular school per insegnare ai più piccoli l’importanza dell’economia circolare e di uno stile diverso… Alla protesta di molti cittadini si affianca quella di Teachers For Future Italia che insieme alla redazione di Comune invita gli insegnanti “a segnalare casi analoghi in modo da creare una rete di solidarietà tra scuole che resistono”




Come Teachers For Future Italia, fin dal nostro primo Manifesto, pubblicato nei giorni precedenti al primo global strike del 15 marzo scorso, abbiamo chiesto l’aggiornamento delle linee guida per la gestione dell’emergenza climatica in modo tale da concedere spazio, sia presso le discipline scientifiche che umanistiche, all’attuale emergenza ambientale ed ecologica e ci siamo ripromessi di insegnare la verità nelle scuole, perché crediamo che vada ammesso, senza se e senza ma, il fallimento del nostro modello di sviluppo considerato ormai criminale e colpevole della distruzione dell’ecosistema. Ma soprattutto perché crediamo che sia necessaria una immediata riconversione industriale ed economica per la rigenerazione del pianeta.

Apprendiamo perciò, con grande sconcerto, da alcuni consiglieri comunali tarantini, dal Comitato “Cittadini lavoratori liberi e pensanti”, e dall’associazione Giustizia per Taranto la notizia che la Raffineria Eni ha scelto alcune città italiane, tra cui Taranto, per il progetto “Circular school” della divisione Eniscuola, per insegnare ai più piccoli l’importanza dell’economia circolare e di uno stile di vita più compatibile con l’ambiente. Un progetto che ufficialmente intenderebbe insegnare questo ai bambini ma che, in realtà, è esclusivamente finalizzato a evidenziare un illusorio impegno di Eni all’interno delle comunità nelle città in cui opera.



Abbiamo notizia che uno degli istituti comprensivi interessati sia il “Renato Moro” in cui pare che questo progetto, presentato in prima istanza alle classi quarte e quinte della scuola primaria, sia stato respinto con forza dai genitori dei bimbi potenzialmente coinvolti, ma successivamente presentato ed accettato dalle famiglie dalle terze classi. È previsto che il 5 novembre prossimo gli alunni trascorrano una intera giornata scolastica all’interno della Raffineria che a breve lavorerà, tra gli altri, il greggio grezzo proveniente dai giacimenti di “Tempa Rossa” in Val d’Agri.




Non possiamo perciò che unirci alle proteste dei tarantini e riteniamo inaccettabile che si insegni la sostenibilità portando dei bambini di otto anni in una raffineria che utilizza combustibili fossili, ci chiediamo quale offerta formativa intendano proporre questi dirigenti ai propri allievi, accettando di mandare dei bambini all’interno di una delle industrie più impattanti al mondo sull’ambiente e riteniamo inconcepibile permettere a una multinazionale che sfrutta il fossile di utilizzarli al solo scopo di rifarsi una verginità.

Come Teachers For Future Italia invitiamo, altresì, i docenti a segnalare casi analoghi in modo da creare una rete di solidarietà tra scuole che resistono, o vorrebbero resistere, contro queste forme odiose di strumentalizzazione”.

fonte: https://comune-info.net/

Eni continua a investire sul petrolio. Legambiente chiede un cambio di rotta

Il rapporto “Enemy of the Planet” dell’associazione evidenzia i bassi investimenti per progetti su rinnovabili ed economia circolare da parte della multinazionale, che nel 2018 ha registrato il record di produzione di petrolio con oltre 1,9 milioni di barili al giorno. Comportamenti distanti dai messaggi pubblicitari sulla “sostenibilità” dell’impresa















Mentre in tutto il mondo si discute di come ridurre le emissioni di anidride carbonica e la sfida globale è quella di contenere l’aumento della temperatura media globale al di sotto dei 2 gradi centigradi rispetto ai livelli pre-industriali, la multinazionale degli idrocarburi Eni -controllata dal ministero dell’Economia- continua a puntare sui combustibili fossili. A fronte degli importanti risultati raggiunti nel settore “gas&oil” gli investimenti di Eni nel settore delle rinnovabili resta infatti esiguo. “Briciole” le ha definite Legambiente, con il rapporto “Enemy of the Planet. Perché Eni ci riguarda e  rischia di diventare sempre più un nemico del Pianeta” ha lanciato, per il secondo anno, un allarme sulla situazione e sui danni ambientali già evidenti e sul pericolo che Eni rappresenta per il Pianeta se non cambierà direzione di marcia. Per le fonti pulite, Eni “ha come obiettivo una potenza installata di energia elettrica pari a circa 5 GW al 2025” ma nel 2018 ha investito solo 143 milioni di euro in sviluppo di progetti su rinnovabili ed economia circolare evidenzia Legambiente nel report.
da eni.com
Il 2018 è stato un anno record per il cane a sei zampe: l’azienda italiana, attiva in 67 Paesi nel Mondo, ha raggiunto un nuovo record di produzione, con oltre 1,9 milioni di barili al giorno -la quota più alta mai registrata dalla compagnia- con un incremento del 5% rispetto al 2017. Un risultato importante per i conti della società che ha registrato nel 2018 ricavi complessivi per 75.822 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto al 2017 (quando i ricavi complessivi si attestarono a 66.919 milioni di euro) e del 36% rispetto al 2016 (55.762 milioni di euro). Sempre nel corso del 2018, Eni ha effettuato interventi tecnici per un valore pari a 9.119 milioni di euro, di cui 463 milioni in ricerca esplorativa e 6.506 milioni in sviluppo riserve di idrocarburi. Oltre ai 59.362 milioni di euro di capitale netto investito per l’anno 2018, di cui l’84,8% in attività di esplorazione e produzione, con un aumento dello 0,6% rispetto all’anno precedente.
“L’uscita dalle fonti fossili di energia è una condizione non più negoziabile. Nei prossimi mesi l’Italia dovrà come tutti gli altri Stati membri, presentare un piano coerente con gli obiettivi europei su clima e energia al 2030, in grado anche di guardare agli obiettivi al 2040, mentre Eni continua a investire soprattutto sugli idrocarburi”, ha commentato Stefano Ciafani, direttore di Legambiente. “Eni sta sbagliando rotta e chiediamo al governo Conte di essere coerente con gli impegni sottoscritti a livello internazionale, indirizzando le politiche dell’azienda sulle fonti rinnovabili”.
E il futuro dell’azienda -in base a quanto prospettato dal Piano industriale al 2022- non sarà affatto diverso. “Si evidenzia una crescita del portafoglio esplorativo con l’obiettivo di scoprire 2,5 miliardi di barili nel quadriennio, la crescita delle produzioni ad un tasso medio annuo del 3,5% con una conseguente crescita della generazione di cassa con un free cash flow cumulato pari a 22 miliardi euro. Tutto questo con la perforazione di più di 140 nuovi pozzi in più di 25 Paesi”, si legge nel rapporto di Legambiente. L’azienda, inoltre, ha acquisito oltre 29mila chilometri quadrati di nuovi titoli esplorativi distribuiti tra Messico, Libano, Alaska, Indonesia e Marocco.
Oltre alle criticità legate ai cambiamenti climatici, Legambiente evidenzia anche le diverse vertenze giudiziarie e le proteste contro progetti e impianti controversi in Italia e nel resto del mondo. A Milano, alcuni ex manager di Eni sono a processo per la maxi tangente da oltre un miliardo di dollari versata a pubblici ufficiali e politici nigeriani per lo sfruttamento del giacimento petrolifero Opl 245, in cui lo Stato nigeriano si è costituito parte civile. In Congo le comunità locali protestano contro i progetti di Eni per l’esplorazione di sabbie bituminose e la produzione di olio di palma a scopo alimentare ed energetico denunciando l’assenza di coinvolgimento e di consultazione. Tra le accuse, elenca Legambiente, la pratica del gas flaring (bruciando a cielo aperto il gas naturale collegato all’estrazione del greggio) le cui emissioni, entrando nel ciclo dell’acqua, sono correlate al fenomeno delle piogge acide.
fonte: www.altraeconomia.it

Il solare galleggiante può avere successo anche in mare?

Rischi e vantaggi di una soluzione ancora allo stadio sperimentale. Mentre il fotovoltaico sui laghi sta partendo.





Gli impianti offshore potrebbero diventare una nuova frontiera del fotovoltaico, ma per ora ci sono così tante incognite su questa tecnologia, che è molto incerto prevedere se il solare “marino” avrà successo.

Questo, in sintesi, il giudizio di Molly Cox, analista di Wood Mackenzie Power & Renewables, citato da un breve articolo di approfondimento di GTM Research sul fotovoltaico galleggiante.

Intanto il floating PV sta iniziando a decollare per quanto riguarda le applicazioni sugli specchi d’acqua interni, come laghi e bacini idroelettrici: in particolare, la Corea del Sud ha approvato la realizzazione di un super-progetto da 2 GW sul lago di Saemangeum (a oggi l’installazione più grande del mondo prevista in questo segmento del solare), i cui lavori dovrebbero partire nella seconda metà del 2020.

Anche Eni punta a sviluppare un primo parco FV galleggiante utility-scale in Italia, in un bacino idrico dell’area industriale di Brindisi, con una potenza pari a 14 MW (vedi qui).

Ricordiamo che il potenziale del solare flottante (FPV: floating photovoltaic) su scala globale è enorme: si parla di 400 GW su laghi e riserve d’acqua nell’ultimo studio pubblicato dal Solar Energy Research Institute of Singapore (SERIS) in collaborazione con la Banca Mondiale.

Alla fine del 2018 si è arrivati a circa 1,3 GW di capacità cumulativa installata nei parchi galleggianti, con oltre 780 MW aggiunti proprio lo scorso anno.

Ma costruire grandi impianti fotovoltaici in mare aperto è tutta un’altra storia.

La salsedine e la forza delle onde sono due fattori da valutare con molta attenzione in fase di progetto, con la necessità di concepire strutture e ancoraggi capaci di sopportare le condizioni ambientali più avverse. Anche i moduli solari dovranno essere più resistenti alle intemperie e alla corrosione.

Nelle scorse settimane, un consorzio belga che riunisce diverse aziende e l’Università di Gand, ha annunciato di voler realizzare il primo parco solare nel Mare del Nord, in un’area marina che vedrà anche una centrale eolica offshore e un impianto per l’acquacoltura.

In una nota del consorzio si parla di sperimentare soluzioni/tecnologie innovative per questo tipo di installazioni marine.

C’è anche un consorzio olandese, guidato dalla società Oceans of Energy, che sta lavorando al fotovoltaico offshore al largo di Scheveningen, in Olanda (qui un nostro articolo sull’iniziativa); e alle Maldive sono operativi alcuni piccoli impianti-pilota galleggianti realizzati da Swimsol.

Tra i principali vantaggi delle installazioni in mare, per tornare ai commenti dell’esperta di Wood Mackenzie, Molly Cox, c’è il rendimento più elevato dei pannelli fotovoltaici rispetto ai progetti a terra, grazie al raffreddamento prodotto dall’acqua.

Lo stesso vale per gli impianti su specchi d’acqua interni. Le stime riportate sono intorno al 10% di produzione aggiuntiva dei sistemi FPV ma è ancora difficile, osserva Cox, stabilire esattamente quanto le installazioni offshore siano più efficienti in confronto a quelle sulla terraferma e soprattutto quelle sui laghi, perché manca una base consolidata di progetti con relativi dati sulla generazione di energia.

Il fotovoltaico offshore condivide alcuni vantaggi con gli impianti galleggianti su laghi e riserve d’acqua: oltre alle migliori prestazioni (almeno sulla carta) bisogna ricordare il consumo-zero di suolo e la possibilità dell’integrazione con altre fonti rinnovabili, con l’eolico offshore nel primo caso e con i bacini idroelettrici nel secondo.

E gli impianti marini potrebbero contribuire all’indipendenza energetica delle isole remote, senza dimenticare che ci sono paesi, come l’Olanda, con ampie aree marine relativamente tranquille che potrebbero essere sfruttate con zattere riempite di pannelli solari.

Infine, chiarisce Cox, un sistema FV galleggiante su un bacino interno costa mediamente già un 10-15% in più di un parco sulla terraferma, quindi un progetto in mare aperto, con le sue incognite e i maggiori requisiti di affidabilità e resistenza, con ogni probabilità sarebbe ancora più costoso (oltre che rischioso per gli investitori).

Insomma, la sfida per sviluppare il primo impianto fotovoltaico galleggiante offshore utility-scale di taglia commerciale è appena agli inizi.

fonte: https://www.qualenergia.it

Accordo Eni-Corepla, idrogeno da rifiuti imballaggi plastica

Accordo per avviare progetti di ricerca



















Eni e Corepla, il Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il Recupero degli Imballaggi in Plastica, hanno sottoscritto oggi un accordo finalizzato ad avviare progetti di ricerca per produrre idrogeno dai rifiuti di imballaggi in plastica non riciclabili. Lo annuncia una nota Eni. L'intesa, che è stata firmata da Giuseppe Ricci, Eni Chief Refining Marketing Officer, e da Antonio Ciotti, Presidente di Corepla, definisce la costituzione di un gruppo di lavoro congiunto che nei prossimi sei mesi valuterà  l'avvio di progetti di ricerca per produrre idrogeno e biocarburanti di alta qualità  da rifiuti plastici. Il gruppo di lavoro analizzerà  le evoluzioni che il mercato degli imballaggi non meccanicamente riciclabili avrà  nei prossimi anni e studierà  le tipologie di rifiuti utilizzabili per sviluppare un virtuoso e innovativo processo di economia circolare e massimizzare l'avvio a recupero, in linea con le nuove direttive europee.

Con la raccolta differenziata, gli imballaggi in plastica vengono infatti selezionati e avviati al riciclo per essere reimpiegati, prevalentemente attraverso la trasformazione in scaglie e granuli, per poi divenire materia prima utile a creare nuovi prodotti. Non tutto, però, può essere riciclato: il cosiddetto plasmix, un insieme di imballaggi post-consumo costituito da plastiche eterogenee che oggi non trovano sbocco nel mercato del riciclo, viene quasi esclusivamente destinato a recupero energetico e in piccola percentuale in discarica.

Grazie all'intesa sottoscritta oggi potrebbe essere invece riciclato e trasformato in una nuova materia prima.

fonte: www.ansa.it

Asfalto, da Ragusa una storia (dimenticata) di innovazione


Nella città siciliana da oltre 30 anni c’è un km di strada costruito con un bitume speciale, ma il progetto è stato poi abbandonato. “Come spesso capita, noi italiani abbiamo buone idee, però sono poi gli altri a sfruttarle. In questo caso, anche se rappresentava un’attività marginale, avevamo visto lontano”, commenta il chimico Eugenio Piovano















Mentre a Londra e nei Paesi Bassi proseguono i primi esperimenti per fare le strade con la plastica riciclata, a Ragusa, da oltre 30 anni, c’è un km di strada costruito con un bitume speciale, ottenuto miscelando proprio plastiche miste: questa è una storia di innovazione, che termina purtroppo in una via lastricata anzi, letteralmente, asfaltata dalle buone intenzioni.
Siamo nel 1986, a Ragusa, nel Centro di Ricerca Sperimentale di Enichem, l’allora azienda petrolchimica del gruppo ENI e principale compagnia chimica nazionale: si lavora a un sistema pilota che, combinando i rifiuti plastici con l’asfalto, permetterebbe di chiudere il cerchio del riciclo della plastica. E negli anni ’90 i rifiuti plastici ancora non dilagavano negli oceani, non erano come oggi la minaccia numero uno per l’ambiente e la nostra salute.
“Il bitume può essere addizionato di materie plastiche per migliorare alcune prestazioni: in genere questi polimeri sono vergini, cioè non riciclati. All’epoca il nostro lavoro consistette nel modificare materie plastiche riciclate per essere utilmente impiegate come additivo nel bitume”, spiega Francesco Paolo La Mantia dell’Università degli Studi di Palermo. Ottenere il giusto mix tra bitume e plastiche riciclate, tagliate in dimensioni più piccole di un francobollo, era l’obiettivo di quella sperimentazione e i risultati non tardarono ad arrivare.
Giuseppe Migliorisi, che faceva parte del team di ricerca come perito chimico, è stato l’ultimo dipendente ad aver lasciato il laboratorio di Ragusa, che chiuse i battenti tra il ’94 e il ’95. “Provavamo diverse combinazioni e ci rendemmo conto che l’uso della plastica riciclata nel bitume creava una struttura a reticolo, in grado di diminuire l’effetto aquaplaning - racconta Giuseppe Migliorisi - . E proprio questo tipo di asfalto, che doveva rispondere alle esigenze di sicurezza stradale e di riciclo dei rifiuti, fu testato per realizzare una delle strade più trafficate all’interno dello stabilimento di Ragusa.”
Dopo la strada, di quella ricerca si persero le tracce e sembra che non si arrivò mai al brevetto. “Lei conosce la storia di Enichem? Chissà quanti brevetti insoluti sono stati dispersi. Perché non registrati. E quanti studi, anche con prove industriali, sono andati perduti”, ci fa sapere Peppe Scarpata, dipendente Eni Versalis di Ragusa, segretario territoriale della UILTEC.
Di sicuro il terreno e i fabbricati furono poi ceduti da Eni a privati: oggi a poca distanza dalla strada con “l’asfalto ecologico” pascolano le mucche. “Ricordo che il centro era ufficialmente chiuso ma arrivavano ancora attrezzature: un macchinario importante per proseguire i test rimase lì impacchettato. Provo rabbia e delusione nel ricordare quegli anni”, chiosa Giuseppe Migliorisi.
Ma perché non si andò avanti, nonostante i buoni risultati della sperimentazione? Una risposta ce la fornisce Walter Ganapini, all’epoca presidente del Comitato Tecnico Scientifico Rifiuti del Ministero dell’Ambiente. In realtà il Ministero aveva anche fatto una mappa, individuando per ogni Regione il maggiore trasformatore di bitumi, come bacino di raccolta. Il vero punto di rottura c’è stato quando ha prevalso, all’interno dei consorziati Replastic (oggi Corepla)l’orientamento di ottenere energia elettrica dai rifiuti plastici, di provare a dotarsi di inceneritori per bruciare, invece di lavorare per il recupero del materiale stesso, inglobandolo ad esempio nel bitume. Erano anche gli anni in cui molti volevano tentare la scalata all’Enel, che da Ente di Stato stava diventando S.p.a.” Insomma conclude Ganapini: “Una strategia che non andò da nessuna parte, con gli effetti che adesso scontiamo; ma intanto l’idea delle strade con plastica riciclata si diffuse altrove e noi buttammo il bambino con l’acqua sporca”.
“Come spesso capita, noi italiani abbiamo buone idee, però sono poi gli altri a sfruttarle. In questo caso, anche se rappresentava un’attività marginale, avevamo visto lontano. L’industria chimica italiana aveva delle menti che definirei illuminate”, commenta Eugenio Piovano, chimico e allievo del professore Umberto Bianchi, scomparso nel ‘96, il primo ad ipotizzare l’uso di polietilene di recupero nei bitumi, ovvero l’”eco-asfalto” che oggi fa tanto notizia.

fonte: www.lastampa.it