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#ReCommon: False soluzioni per il clima



Stiamo affidando il nostro futuro ai giganti del fossile, mascherati da paladini dell’ambiente.
Cosa succede quando le grandi multinazionali del petrolio e del gas iniziano a parlare di

La grande menzogna dell’idrogeno blu



Uno studio sull’intero ciclo di vita del vettore energetico considerato low-carbon sottolinea il ruolo del metano, spesso tralasciato. Così emerge che l’idrogeno blu emette ...

Dinosauri al contrattacco: quelli del nucleare

Il nucleare non si dà per vinto e rilancia con i reattori modulari. Servirà un trattato internazionale di non proliferazione del nucleare civile così come delle fonti energetiche fossili.




Chiamiamoli dinosauri, le potenti multinazionali dell’energia, per segnalarne il livello evolutivo e come segno di speranza: i dinosauri, primitivi ma potenti, si sono estinti e bisogna che anche questi si estinguano o si evolvano in altra specie, per evitare la nostra estinzione.

I dinosauri del Nucleare

Negli anni ’50 e ’60, la diffusione dell’energia nucleare sembrava inarrestabile.

Politici e industriali si aspettavano che sarebbe diventata «troppo a buon mercato per metterci un contatore». Il numero di centrali nucleari nel mondo continuò ad aumentare fino alla metà degli anni ’80, quando a causa della crescita dei sentimenti antinuclearisti, alimentata dagli incidenti di Three Mile Island (nel 1979) e di Chernobyl (nel 1986), subì un arresto.

Arresto della crescita che, tuttavia, non va attribuito solo agli effetti sull’opinione pubblica della tragedia di Chernobyl, ma anche (e forse soprattutto) allo sfaldamento dell’Unione Sovietica, culminato nella caduta del muro di Berlino. Fino a quel momento, infatti, nucleare civile e militare erano stati strettamente intrecciati per via della produzione, nelle centrali, di quel plutonio che serviva per fare le bombe atomiche.

Questo intreccio mascherava il costo reale del kWh nucleare. Venuta meno la necessità di espandere o mantenere il deterrente bombe, il nucleare civile si ritrova nudo come il re della favola di Andersen, e si scopre che il kWh prodotto da una nuova centrale è estremamente costoso, molto più di quello prodotto con le fonti fossili, e senza sussidi statali economicamente non regge.

Dunque, le nuove centrali in costruzione sono poche e fortemente sovvenzionate con fondi pubblici per mantenere in vita un’attività economica sostenuta da potenti lobby oppure per mettere sotto controllo Paesi in via di sviluppo, oppure per vanagloria di Paesi che si sono arricchiti grazie al petrolio oppure per tenere in piedi o accrescere il potenziale offensivo nucleare militare come nel caso di Pakistan, India, Israele e, sostengono gli USA, anche l’Iran; oppure ancora, ed è il caso della Cina, per acquisire padronanza di un sistema tecnologico che permette loro da una parte di attenuare la dipendenza dai combustibili fossili e dall’altra di proporlo a paesi in via di sviluppo ampliando l’influenza geopolitica; oltre che, naturalmente, per sostenere gli armamenti nucleari.

E mentre sono in costruzione alcune unità, altre intanto vanno in dismissione, perché giunte al limite di età, e altre, dopo il disastro di Fukushima nel 2011, sono fermate per volontà politica, sotto la pressione dell’opinione pubblica, com’è avvenuto in Giappone e in Germania.

Dopo Fukushima i dinosauri del nucleare sembrano rassegnati: le centrali non convengono economicamente, i tempi di costruzione e i costi si dilatano sempre più, l’opinione pubblica è sempre più avversa.

Si dibattono, resistono in tutti i modi, ma la loro esistenza è, nella migliore delle ipotesi, ridotta a una minima percentuale della produzione elettrica mondiale. Fine di un sogno di gloria.

Ecco che un’occasione insperata si affaccia all’orizzonte nel 2015: l’Accordo di Parigi sulla limitazione delle emissioni di CO2. Guarda caso, una centrale nucleare produce copiosamente kWh elettrici senza riversare un solo grammo di CO2 in atmosfera e può pure produrre idrogeno a zero emissioni, l’ideale per continuare la vita di sempre e fermare il riscaldamento globale.

La tecnologia è pronta e matura, e si presterebbe – tecnicamente – anche a entrare in simbiosi con le fonti rinnovabili non programmabili, perché le centrali nucleari possono modificare, sia pure con non grande prontezza, la potenza erogata sulla base della richiesta.

Il problema della poca prontezza si potrebbe risolvere facilmente con opportuni accumuli, ma questo aumenterebbe il costo d’investimento, che è già molto elevato.

Non è tanto questo il limite principale. Il fatto è che l’elevato costo capitale unito al basso costo del combustibile richiede, per una gestione economicamente conveniente, una produzione il più possibile continua alla massima potenza; per questo le centrali nucleari, anche se regolabili, di norma sono fatte funzionare “a tavoletta”, perché più kWh si producono in un anno, meno costa il kWh prodotto, poiché la parte predominate dei costi di produzione è fissa ed è costituita dall’ammortamento del capitale.

Usando una centrale con la funzione di produrre “kWh di soccorso” alle rinnovabili, quando occorrono, c’è il rischio – forse la certezza – che il kWh nucleare finisca per costare più del kWh prodotto dall’accoppiata centrale a metano + Ccs, quella promossa dai dinosauri dell’Oil&Gas.

E una centrale a gas + Ccs si costruisce in un tempo molto minore di quello necessario per costruire una centrale nucleare, che parte da una base di dieci anni e finisce per estendersi oltre. Troppo tempo, perché bisogna ristrutturare il sistema energetico da subito e raggiungere certi obiettivi stringenti entro il 2030.

Con questa tempistica, di là dai costi, l’opzione nucleare non è proponibile.

I dinosauri del nucleare sono testardi, e non si danno per vinti. Anzi tirano fuori dal cilindro una soluzione che ribalterebbe la situazione; gli Smr (Small Modular Reactors, Piccoli Reattori Modulari), che sono reattori di nuova generazione progettati per generare energia elettrica tipicamente fino a 300 MW, i cui componenti e sistemi possono essere prefabbricati e quindi trasportati come moduli ai siti per l’installazione, riducendo notevolmente i costi e i tempi di costruzione.

Per i dinosauri del nucleare gli Smr sono come i velociraptor di Jurassic Park, veloci, astuti, implacabili. Pronti, se è il caso, a misurarsi con i dinosauri dell’Oil&Gas.

Su questa strada si sono avviati con decisione e dovizia di finanziamenti in tanti: da Bill Gates che ha fondato la TerraPower assieme a GE Hitachi Nuclear Energy, con l’obiettivo di commercializzare un piccolo reattore in cui si usa sodio liquido come refrigerante, cioè come fluido che estrae il calore ad alta temperatura dal nocciolo del reattore e lo trasferisce a una caldaia in cui si produce il vapore che aziona le turbine che muovono il generatore di energia elettrica.

Il vantaggio di questa soluzione è che il sodio si può pure adoperare come accumulatore di calore, se una parte di quello che circola è contenuto in un opportuno serbatoio. In questo modo, attraverso l’accumulo, si garantisce la produzione variabile richiesta dalla complementarietà alle fonti rinnovabili non programmabili, lasciando invece che il reattore funzioni sempre a pieno regime, cioè con i costi di produzione minimi. L’obiettivo è di competere con una centrale turbogas + Ccs o con un mega impianto di batterie.

Non c’è solo TerraPower, negli USA. Ha già completato la fase finale dei test di sicurezza anche l’Smr della NuScale, un concorrente, costituito da moduli da 60 MW ciascuno, assemblabili fino a 12. In questo caso si tratta di un più convenzionale reattore ad acqua pressurizzata, quello dei sommergibili nucleari, per intenderci, e si gioca la variabilità della produzione attivando o disattivando via via i singoli moduli, ciascuno dei quali va sempre a piena potenza.

In Europa è entrata in campo la Rolls-Royce, con Smr da 440 MW, un po’ più grandi quindi di quelli americani, con l’obiettivo di rendere realmente raggiungibile l’impegno britannico di essere a emissioni zero nel 2050, ponendosi come obiettivo quello di costruirne 16, coprendo così circa il 20% della domanda di energia elettrica del paese.

Spostandosi ancora verso est incontriamo la Russia, pure molto attiva nel campo degli Smr e anche più avanti degli altri. Già nel 2019 è stato connesso in rete l’Smr galleggiante Akademik Lomonosov da 70 MW. È il primo di una serie che serve ad alimentare nuovi insediamenti produttivi lungo le sconfinate coste della Siberia.

Non resta indietro in questa corsa la Cina, ovviamente, dove è prevista l’inaugurazione di un Smr da 200 MW.

Naturalmente, i problemi irrisolti relativi alla sicurezza (non si capisce perché se sono più piccoli dovrebbero essere più sicuri) e alla collocazione delle scorie rimangono tali e quali.

Anche qui l’idea fondamentale è di metterle sottoterra. Sembra proprio che i dinosauri dell’energia abbiano deciso che il solo modo per essere sostenibili sia quello di sotterrare i loro escrementi, come i gatti.

Per non finire estinti come i dinosauri

Ci si potrebbe chiedere: ma perché mai dovremmo opporci ai dinosauri? In fondo ci propongono soluzioni che convengono a loro, ma vanno nella direzione di stabilizzare il clima.

Per rispondere a questa domanda bisogna fare un esame più attento e distinguere fra i dinosauri dell’Oil&Gas e quelli del nucleare.

Cominciamo con l’esaminare i progetti dei dinosauri dell’Oil&Gas.

La cosa ci riguarda particolarmente da vicino perché uno di questi dinosauri, l’Eni, è di casa nostra, e noi cittadini italiani siamo fra gli azionisti.

Ciò che non va è che la cattura del carbonio sia usata come un cavallo di Troia per mantenere viva la domanda di combustibili fossili e avversare quella che dovrebbe essere l’anima della transizione ecologica: l’integrazione della tecnosfera, cioè la società umana con le sue tecnologie, nella biosfera, per garantire la sopravvivenza dell’umanità nel lungo periodo.

Ciò si può ottenere solo se la tecnosfera impara a mimare il funzionamento della biosfera, che è fatta dall’insieme di diversi tipi di ecosistemi distribuiti sulla superficie terrestre e marina, così come la tecnosfera è fatta da tanti tecnosistemi pure loro distribuiti sulla superficie terrestre.

Ebbene, il funzionamento degli ecosistemi si basa sui cicli: non esiste il rifiuto, tutto è adoperato e riadoperato ciclicamente grazie all’energia fornita dal Sole. Inoltre, nessuna risorsa è usata a una velocità superiore alla sua velocità di rigenerazione.

Non c’è niente che sia estratto indefinitamente e non c’è niente che sia tolto di mezzo definitivamente.

Con un’eccezione irripetibile: la CO2 prelevata dall’atmosfera milioni di anni fa, accumulata sotto forma di biomassa e sprofondata sotto strati di detriti inorganici. È quella biomassa che si è poi trasformata in carbone, petrolio e gas. Ma il processo è stato lentissimo, nell’arco di centinaia di migliaia di anni, e gli ecosistemi hanno avuto il tempo di adattarsi.

Dunque, estrarre fino all’ultima goccia gli idrocarburi e sotterrare, non mettere in ciclo, la CO2 che deriva dalla loro utilizzazione è in contrasto con i principi che hanno permesso agli ecosistemi e alla biosfera tutta di svilupparsi e mantenersi fino a oggi e per questo è un approccio perdente, non in linea con la transizione ecologica; e il peso della sconfitta dovrà caricarselo chi verrà dopo di noi.

Del resto, basti pensare al fatto che i luoghi idonei al contenimento sotterraneo della CO2 in condizioni di relativa sicurezza sono limitati in numero e dimensione e quindi, alla fine – chi dice cento, chi dice 400 anni – non avremo più dove metterla. E allora, cosa faranno i nostri discendenti?

E intanto le riserve di idrocarburi si saranno spremute fino in fondo e, poiché poco sarà stato fatto per mettersi nelle condizioni di dipendere solo dalle fonti rinnovabili e per attuare i princìpi dell’economia circolare, non ci sarà abbastanza energia per sostenere il tecnosistema e l’ecosistema si sarà totalmente degradato, con le facilmente immaginabili conseguenze sociali ed economiche.

Questo è il risultato di non effettuare la transizione ecologica.

Insomma, non si sfugge alle leggi della natura, che poi sono le leggi della fisica. Sono questi i temi su cui dobbiamo giocarci nella la lotta contro i dinosauri dell’energia, spalleggiati da una finanza che ama i grandi progetti, quelli tanto grandi che non possono fallire, per loro, perché tanto – come si è visto ampiamente in passato – alla fine a pagare siamo noi.

Questa volta la posta in gioco è l’umanità intera, e a rimanere travolti non saremo solo noi, ma anche e forse soprattutto, proprio loro, i dinosauri dell’energia, com’è già successo ai loro progenitori simbolici 60 milioni di anni fa, a causa del meteorite. Guarda caso, fra i pochi sopravvissuti in quell’occasione c’erano i nostri progenitori, i primi mammiferi. E questo ci deve dare fiducia.

Il Trattato di non proliferazione

Quali strumenti abbiamo a disposizione per combattere efficacemente i dinosauri dell’energia? Come rendere operativo l’Accordo di Parigi, sistematicamente eluso principalmente a causa della pressione esercitata dai dinosauri dell’Oil&Gas?

La situazione che ci troviamo a fronteggiare, non dimentichiamolo, è di estrema gravità e il pericolo ultimo del cambiamento climatico e del degrado ambientale è la sesta estinzione, ci ripete continuamente la comunità scientifica.

Ma non eravamo pure sull’orlo di un’estinzione di massa quando i due blocchi, quello capitalista e quello comunista si fronteggiavano brandendo centinaia, forse migliaia di ordigni nucleari che avrebbero raso al suolo la superficie terrestre eliminando ogni forma di vita?

E che cosa si fece allora, per scongiurare– o almeno rendere meno probabile – questo evento catastrofico? Si mise in atto un trattato di non proliferazione delle armi nucleari.

Ebbene, quali sono le armi che minacciano oggi la nostra sopravvivenza oltre a quelle nucleari? Non c’è dubbio che siano il gas metano, il petrolio e il carbone, il cui uso è la causa principale del cambiamento climatico. Occorre dunque mettere in atto, com’è stato proposto, un trattato internazionale di non proliferazione delle fonti energetiche fossili.

Procedendo in analogia al trattato di non proliferazione delle armi nucleari, bisogna creare le condizioni per il disarmo, ovvero prevenire la proliferazione di carbone, petrolio e gas ponendo fine immediata a tutte le nuove esplorazioni e produzioni.

I giacimenti di petrolio e gas e le miniere di carbone in corso di sfruttamento contengono già abbastanza carbonio da spingere il mondo ben oltre i limiti di temperatura dell’Accordo di Parigi. L’eliminazione graduale della produzione di combustibili fossili deve iniziare regolando l’approvvigionamento di combustibili fossili, limitando l’estrazione, rimuovendo i sussidi per la produzione.

Proprio come cinquant’anni fa il mondo aveva bisogno di un trattato per disinnescare le minacce rappresentate dalle armi di distruzione di massa, il mondo oggi ha bisogno di un Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili per disinnescare le minacce della sesta estinzione di massa, quella dell’Antropocene.

E anche l’attuale trattato di non proliferazione delle armi nucleari andrebbe aggiornato, mettendo al bando pure il nucleare civile che, a parte i pericoli noti di cui si è detto, costituisce fonte di approvvigionamento di materiale fissile, utile per la costruzione delle armi. E in più la proliferazione di piccoli reattori aumenta esponenzialmente la possibilità di attuazione di atti terroristici con strumenti letali, la portata del cui danno è incontrollabile.

fonte: www.qualenergia.it


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Clima, Mario Tozzi: "Va fermata subito l'estrazione di idrocarburi con lo stop alle sovvenzioni"

Il geologo: "Il rapporto Ipcc dice che servono azioni serie in poco tempo, ma nessuno le fa"





fonte: www.ansa.it


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Altro che “Green Deal”, il Pnrr è un vero attacco all’ambiente

Invece di puntare davvero alla transizione ecologica, il piano destina molte risorse a progetti con fonti fossili o alle grandi opere, grazie agli “sblocca cantieri” modello berlusconi














Gli eventi disastrosi degli ultimi giorni, incendi e alluvioni, confermano i contenuti del nuovo Rapporto Ipcc/Unep sui cambiamenti climatici. Fenomeni i cui effetti si prevedeva si dispiegassero nei prossimi 50 anni invece si manifesteranno sempre più spesso e intensamente nel prossimo quindicennio. Per tali trend, l’Unione europea aveva predisposto già due anni fa il Green Deal: una forte riconversione degli assetti socioeconomici verso la riqualificazione ecologica. La pandemia ha poi favorito la sua proiezione su uno strumento specifico: il Next Generation Eu, per unire ripresa economica e riconversione ecologica.

Il nostro Paese è stato individuato quale primo beneficiario delle risorse, 196 miliardi tra prestiti e sovvenzioni (il 45%). Il programma delle azioni è contenuto nel Piano nazionale di ripresa e resilienza. Inneggiando da più parti alla presunta “cascata di miliardi” che starebbe per investire il Bel Paese, si copre lo stravolgimento di logica e senso del programma. Il piano ha smarrito una delle priorità, forse la principale caratteristica per cui era nato: la svolta ecologica. Già nella sua struttura interna , oltre le sigle, l’invocata svolta verde è quasi sparita. Se poi si considera che il nostro Piano –unico nell’Ue - integra l’ennesimo provvedimento “Sblocca Grandi Opere”, inserito nel decreto sulle Semplificazioni, il Pnrr diventa un autentico attacco all’ambiente.

La logica di costruzione del programma ha infatti tralasciato completamente “il ripristino e il rispetto della regola ambientale”, dettati dal Green Deal. Si è trasformato nella semplice riproposizione di progetti già previsti o in attesa, gestiti con la medesima logica e dagli stessi attori, spesso le grandi imprese, che hanno portato ai dissesti e disastri ambientali e sociali per cui soffriamo tutti i giorni. L’incredibile rilancio delle grandi opere di berlusconiana memoria, nel quadro attuale, completa la svolta anti-ambientale del programma.

All’interno del Pnrr ci sarebbero 70 miliardi “destinati alla transizione ecologica”: ma guardando ai veri progetti emerge come nei 20 miliardi per la transizione energetica prevalga il preponderante uso del fossile: gas e perfino carbone. E che anche l’idrogeno –potenziale fonte pulita del futuro – sia derivato soprattutto dallo stesso gas. Inoltre gli stessi progetti riguardanti le rinnovabili, eolico o fotovoltaico, sono viziati dagli stessi approcci che hanno gravato sui grandi apparati da combustibili fossili: allo sfondamento decisionale deve seguire la massimizzazione d’uso di quella tecnologia in quel contesto. Per il trasporto locale ci sono appena 2,5 miliardi. Ma sono destinati per lo più a progetti tecnologicamente obsoleti, come i tram alimentati dalle grandi reti da impianti fossili con ricadute urbanistiche spesso troppo impattanti e costose, laddove si potrebbero usare, sugli stessi percorsi, nuovi mezzi a batteria e ricarica veloce, con notevoli risparmi finanziari e ambientali.

Per la tutela del territorio, difesa sismica e idrogeologica, c’è appena una decina di miliardi. A fronte di questo, però, il Piano prevede circa 30 miliardi per Alta Velocità ferroviaria e Grandi Opere (spacciate per mobilità sostenibile). La cifra diventa abnorme (oltre 110 miliardi) se si considera l’allegato “Sblocca Cantieri” integrato nel decreto Semplificazioni: per questo si sono “recuperati” 81 miliardi per 57 Grandi Opere, alcune già previste fin dal 2001, con la famigerata e “criminogena” Legge Obiettivo di Berlusconi. Progetti non pianificati, con enormi impatti ambientali, spesso inutili, che hanno disseminato l’Italia di centinaia di cantieri fermi o mai avviati e non per la presenza dei comitati degli ambientalisti o della mitologica burocrazia, ma perché erano progetti spesso viziati dall’aggiramento o dalla mancata risoluzione di problemi tecnici e ambientali, funzionali a rapide approvazioni per drenare risorse nelle fasi preliminari. Ottimi meccanismi per gonfiare i trasferimenti finanziari a fronte di lavori anche inesistenti.

Per evitare che la “cascata di miliardi” si traduca in nuovi sfasci ambientali e sociali, oltre a una reale verifica ecologica, bisognerebbe almeno cancellare le Grandi Opere interne o allegate al piano, in linea, tra l’altro, con quanto il ministro competente Enrico Giovannini sostiene tutti i giorni. Andrebbero realizzati solo progetti sostenibili, il cui impatto ambientale risulti rigorosamente verificato secondo i criteri del Green Deal (non dalla Valutazione a maglie larghe prevista ancora dai decreti Semplificazioni): quindi, di nuovo, non certo mega-opere.


© 2021 Editoriale il Fatto S.p.A. C.F. e P.IVA 10460121006



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Il rinascimento della plastica aggrava la crisi climatica


Andriy Onufriyenko, Getty Images

Qualche anno fa un ricercatore dell’US Geological Survey (Usgs, l’agenzia federale statunitense che si occupa di risorse naturali e del rischio geologico) stava analizzando alcuni campioni d’acqua piovana raccolta sulle Montagne Rocciose. L’ultima cosa che pensava di trovare erano delle microplastiche. “Sta piovendo plastica”, ha scritto Gregory Wetherbee insieme a due colleghi.

Altri scienziati, in Europa, hanno scoperto che cadono, ogni giorno, circa 365 particelle di microplastica per metro quadrato sui Pirenei, nel sud della Francia. I ricercatori hanno trovato plastica ovunque, negli oceani, nell’aria, negli stomaci degli animali marini, persino nella placenta umana. Uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology, stima che gli esseri umani consumino decine di migliaia di particelle microplastiche all’anno. Secondo gli statunitensi, le stime si aggirano tra le 39mila e le 52mila particelle microplastiche all’anno. Questi numeri aumentano a 74mila e 121mila quando si considera anche l’assorbimento tramite inalazione. Ulteriori 90mila particelle microplastiche all’anno sono da considerare se si consuma acqua in bottiglia. Possiamo ingerirle mangiando pesce, respirarle nell’aria, assorbirle da cibi e bevande che sono state a contatto con imballaggi. Ma da dove viene la plastica?

“Oggi il 99 per cento della plastica prodotta deriva dalla raffinazione di gas e petrolio, ovvero gli stessi materiali il cui sfruttamento ha determinato la crisi climatica”, ha detto Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia.

Un problema complesso

Il rapporto
The plastic waste makers index (indice dei produttori di rifiuti plastici) afferma che solo venti aziende sono fonte di più della metà di tutti i prodotti di plastica usa e getta. La statunitense ExxonMobil – tra le principali emittrici di CO2 al mondo – è la maggiore produttrice di plastica monouso, dice il rapporto, seguita dalla Dow, dalla Sinopec, dall’Indorama Ventures, dalla Saudi Aramco, dalla PetroChina e altre aziende. Il rapporto ha analizzato la catena di approvvigionamento della plastica per collegare i rifiuti di plastica monouso alle aziende che per prime producono i polimeri, “i mattoni” di tutte le materie plastiche, e a chi le finanzia.

La questione della plastica è un problema complesso, ma la ricerca ha rivelato che, in realtà, sono solo poche aziende a rappresentare la maggior parte della produzione mondiale di polimeri destinati a finire tra i rifiuti di plastica monouso. Secondo lo stesso studio, i grandi investitori globali e le banche “stanno agevolando la crisi della plastica monouso”. Si stima che venti delle più grandi banche al mondo, tra cui la Barclays, l’Hsbc e ka Bank of America, abbiano prestato quasi trenta miliardi di dollari alla produzione di polimeri di plastica monouso dal 2011.

La produzione di plastica si basa in parte su un componente del gas naturale chiamato etano, rilasciato durante il fracking

Alla sua radice, quindi, la crisi globale della plastica è il risultato di un sistema fondato sull’uso di combustibili fossili. In particolare, non può essere considerata un problema a sé stante, separata dalla crisi climatica: inquinamento da plastica e collasso climatico sono due facce della stessa medaglia. Il processo di produzione della plastica e le sue conseguenze, una volta prodotta e dispersa nell’ambiente, sono entrambi fonti di emissioni di gas serra. Una nuova ricerca condotta con il dall’University of Hawaii suggerisce anche che la plastica rilasci gas serra quando si degrada nell’ambiente. Secondo il Center for international environmental law, le emissioni globali legate alla plastica potrebbero raggiungere 1,3 miliardi di tonnellate entro il 2030, tanto quanto quasi 300 centrali elettriche a carbone. E, se la produzione crescerà come previsto, la plastica occuperà tra il 10 e il 13 per cento delle emissioni di carbonio “consentite” dagli obiettivi climatici per tenere il riscaldamento al di sotto di 1,5 gradi.

La produzione di plastica, inoltre, si basa in parte su un componente del gas naturale chiamato etano, rilasciato durante il fracking, la tecnica estrattiva di petrolio e gas che richiede perforazioni e fratturazioni continue e che, secondo gli esperti, pone grossi rischi per il pericolo di perdite di gas, sismicità indotta e contaminazione delle falde acquifere. Il National Geographic riferisce che secondo il gruppo industriale American chemistry council, dal 2010 sono stati programmati o portati a compimento all’incirca 350 progetti petrolchimici con autorizzazione al fracking per un costo totale di oltre 200 miliardi di dollari. Le aziende di fracking statunitensi vendono il gas etano “in eccesso” ai produttori di plastica in Europa dove l’etano viene sottoposto a un processo che utilizza grandi quantità di energia e che “rompe” il gas in etilene, a sua volta poi trasformato in resina plastica.

Un falso assunto

Tra i grandi produttori di plastica, però, non ci sono solo le aziende petrolifere e i giganti petrolchimici, ma anche le multinazionali di bevande e packaging come la Coca-Cola, la Nestlé e la Unilever e quelle del tabacco. Si tratta di alcune tra le più grandi e potenti aziende del mondo che hanno unito le loro forze per la propria convenienza.


L’inchiesta Plastic wars di National public radio (Npr) e Public broadcasting service Frontline del 2020 ha rivelato che queste industrie hanno venduto al pubblico un’idea sapendo già in partenza che non avrebbe funzionato, e cioè che il problema si sarebbe risolto perché la maggior parte della plastica poteva essere e sarebbe stata riciclata. Ma non è così. I produttori di plastica l’hanno sempre saputo ma hanno speso milioni di dollari per comunicare il contrario. Come ha detto a NPR un ex funzionario dell’industria: “Vendere la possibilità del riciclo faceva vendere la plastica, anche se era una possibilità non vera”. L’indagine mostra come i consumatori siano stati ingannati, dall’industria petrolifera in particolare, a pensare che il riciclo avrebbe risolto il problema dei rifiuti. “Se il pubblico pensa che il riciclo funziona, allora non sarà così preoccupato per l’ambiente”, ha dichiarato a NPR Larry Thomas, ex presidente della Society of the plastics industry, conosciuta oggi come Plastics industry association, uno dei gruppi commerciali più potenti del settore.

Anna Efetova, Getty Images


I documenti interni mostrano che negli Stati Uniti i dirigenti delle aziende conoscevano questa realtà sul riciclo della plastica già negli anni settanta. Queste strategie di manipolazione, infatti, risalgono soprattutto agli anni settanta e ottanta, quando prevaleva il negazionismo climatico dell’industria, promosso dalle lobby con l’obiettivo di ritardare e ostacolare il più possibile le politiche di protezione ambientale.

Responsabilità individuale

Le aziende di combustibili fossili finanziavano esperti di comunicazione per creare campagne pubblicitarie che potessero far arrivare il loro messaggio al pubblico. Il più conosciuto tra questi è “l’Indiano che piange”, da
Crying Indian Ad, uno spot pubblicitario degli anni settanta il cui slogan recitava “Le persone inquinano, le persone possono fermare l’inquinamento”. Lo spot era parte di una campagna pubblicitaria messa su da Keep America Beautiful, un’organizzazione fondata da aziende leader nel settore di bevande e packaging con l’obiettivo di prevenire i divieti statali sugli imballaggi monouso.

La campagna pubblicitaria, inoltre, introdusse l’idea della responsabilità individuale. L’obiettivo era distogliere l’attenzione dall’attività delle industrie e dalla produzione, in modo tale che potessero continuare ad agire indisturbate. Il messaggio all’opinione pubblica statunitense, e poi mondiale, era che la soluzione dell’inquinamento dipende dalle singole persone e non dal sistema. E che finché ci fosse stata la possibilità di riciclarla, la plastica non sarebbe mai stata un problema.


Eppure, una ricerca della fondazione Ellen MacArthur suggerisce che solo il 2 per cento della plastica è riciclato in prodotti con la stessa funzione. Un altro 8 per cento è trasformato in qualcosa di qualità inferiore, un processo detto “down cycling”. Il resto finisce in discariche, disperso nell’ambiente o incenerito. La maggior parte degli esperti fornisce cifre simili.

“Di tutta la plastica prodotta a partire dagli anni cinquanta è stato riciclato solo il 9 per cento. Il resto è finito in discariche e inceneritori sparsi nel territorio. E oggi i numeri globali indicano che, della plastica immessa in commercio in tutto il mondo, si riesce a riciclarne meno del 20 per cento”, ha spiegato Ungherese, aggiungendo che diversi elementi complicano lo smaltimento della plastica. “Innanzitutto, non tutta la plastica si ricicla, ma se ne ricicla solo una parte. In secondo luogo, alcune tipologie di materie plastiche, pur essendo tecnicamente riciclabili, non hanno domanda sul mercato quindi piuttosto raramente riescono a essere riprocessate per dare luogo a un prodotto che abbia delle caratteristiche qualitative paragonabili a quello di partenza. Quindi c’è un grosso problema”.

La plastica, infatti, si “degrada” ogni volta che viene riutilizzata, il che significa che non può essere riutilizzata infinite volte. Inoltre, la plastica nuova è economica e di qualità migliore. “Quindi tutti i proclami delle aziende che dicono ‘ricicla ricicla e ricicla’ si devono scontrare con la realtà dei fatti che non tutta la plastica effettivamente è riciclabile”, ha spiegato Ungherese.

Le aziende del settore, in sostanza, hanno speso decine di milioni di dollari per promuovere i benefici di un prodotto sapendo già quali sarebbero stati i problemi per lo smaltimento e l’inquinamento.

Rifiuti spediti oltremare

Ma questi sforzi di pressione e lobby non riguardano solo il passato. In una recente inchiesta,
Unearthed, Greenpeace UK ha mostrato come la Exxon lavori usando gruppi di facciata per sottrarsi alla regolamentazione sulle sostanze chimiche tossiche e la plastica. L’azienda, svela Unearthed, ha lavorato con gruppi come l’American chemistry council che comprende le operazioni petrolchimiche della Exxon Mobil, della Chevron e della Shell, così come le principali aziende chimiche tra cui la Dow, per influenzare la politica sui rifiuti di plastica e sulle sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) ultimamente sottoposte a un maggiore controllo al livello globale perché legate a problemi di salute come danni al fegato, cancro e disturbi alla nascita e allo sviluppo. I Pfas sono soprannominati “prodotti chimici eterni” (forever chemicals) perché non si decompongono nell’ambiente. I giornalisti di Unearthed sono andati sotto copertura, fingendosi reclutatori aziendali per assumere un lobbista della Exxon, Keith McCoy, per conto di un cliente. Secondo McCoy, le strategie delle aziende sulla plastica sono estrapolate dallo stesso “manuale” che la Exxon ha usato per ritardare l’azione sul cambiamento climatico.

Un altro grande problema è che, spesso, la responsabilità per la gestione dei rifiuti di plastica viene scaricata su paesi terzi. Molti paesi europei esportano tonnellate di rifiuti di plastica l’anno. Il rapporto Trashed di Greenpeace, per esempio, sottolinea che quelli del Regno Unito, finiscono in Turchia, in Malaysia e in Polonia. Per molti anni, gli Stati Uniti e altri paesi occidentali hanno inviato molti dei loro rifiuti in Cina fino a che, nel 2018, il paese ha imposto dei limiti sui rifiuti “importati”, così come ha fatto anche la Turchia nel 2020. Queste restrizioni, tuttavia, non hanno impedito ai paesi occidentali di trovare strade alternative per sbarazzarsi dei loro rifiuti e scaricarli oltremare.

A. Martin UW Photography, Getty Images


Secondo alcuni documenti esaminati dal New York Times, un gruppo industriale che rappresenta i più grandi produttori di prodotti chimici del mondo e le aziende di combustibili fossili sta facendo pressione per influenzare i negoziati commerciali degli Stati Uniti con il Kenya al fine di capovolgere la regolamentazione del paese sulla plastica, compreso il divieto sui sacchetti di plastica. Il gruppo sta anche facendo pressione affinché il Kenya continui a importare rifiuti plastici stranieri. Nel 2019, le esportazioni in Africa sono più che quadruplicate rispetto all’anno precedente. Sempre nel 2019, gli esportatori statunitensi hanno spedito più di 450 milioni di chilogrammi di rifiuti plastici in 96 paesi tra cui il Kenya, apparentemente per essere riciclati, sostiene l’indagine del New York Times.


Il punto è che la plastica è enormemente redditizia. L’industria petrolifera guadagna più di 400 miliardi di dollari all’anno producendo plastica. E adesso, con la domanda di combustibili fossili che continua a scendere, il settore deve trovare un modo per restare a galla. Per questo, sta puntando sempre più sulla plastica. E sta convincendo gli azionisti che i profitti deriveranno da lì. Secondo Greenpeace Italia, se le previsioni saranno rispettate, la plastica fornirà “l’ancora di salvezza” per aziende come la Shell, la Exxon e laBP che potranno perseverare nelle loro attività inquinanti basate sui combustibili fossili. Alcune stime indicano che la crescita della domanda di petrolio da parte del settore petrolchimico “sarà trainata per una quota che va dal 45 al 95 per cento proprio dalla crescente richiesta di plastica, finendo così per aggravare la crisi climatica”, sostiene Greenpeace Italia.

“Se osserviamo alcuni dati, soprattutto per il sudest asiatico e l’Europa, registriamo degli investimenti nel settore petrolchimico e per la produzione di plastiche che non si vedevano dalla fine degli anni settanta”, ha detto Ungherese.

Per l’industria fossile si tratta di un “rinascimento della plastica”. Il World economic forum prevede che la produzione di plastica raddoppierà nei prossimi vent’anni, in un momento in cui invece, soprattutto quella di plastica monouso, dovrebbe essere ridotta ai minimi.


Secondo Ungherese, la soluzione è fare in modo di ridurre l’uso della plastica a partire dall’usa e getta: “Oggi non ci sono ancora le condizioni per rimanere al 100 per cento senza plastica perché ci sono tantissimi ambiti in cui questo materiale è efficace e non può essere sostituito. Però l’usa e getta rappresenta il contrario di come dovrebbe essere usato perché si tratta di un materiale economico, leggero ma anche resistente e non biodegradabile. Noi invece lo usiamo per oggetti che restano nelle nostre mani da alcuni secondi a pochi minuti. È questo il paradosso di un oggetto che poi determina grandi danni sugli ecosistemi e sul mare. Una bottiglia, per esempio, è un contenitore che impiega centinaia di anni per degradarsi e noi l’abbiamo usato per pochissimo tempo”.

Soprattutto, è importante che si arrivi presto alla “responsabilità estesa al produttore”, cioè “chi immette nel mercato un prodotto deve essere responsabile dell’intero riciclo di vita”, ha aggiunto Ungherese. È poi è fondamentale che i governi stabiliscano una regolamentazione sulla produzione, senza ripetere il mito negazionista secondo cui agire contro la crisi climatica non conviene sul piano economico. “Arrivare prima alle soluzioni è un vantaggio competitivo non da poco, invece qui si continua ad adottare sempre la logica del meno peggio per lasciare alle aziende la possibilità di conservare le attività tradizionali”, ha commentato Ungherese. Anche perché, questo percorso agevolerebbe l’offerta dei posti di lavoro. Un’altra soluzione, infatti, sarebbe trasformare i prodotti in servizi, spiega il responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia. “Bisogna abbandonare un’economia lineare in cui compri un prodotto lo usi e lo getti via e andare verso un sistema in cui i prodotti diventano servizi. Per esempio, se voglio andare a fare il picnic con gli amici anziché comprare piatti o bicchieri di plastica li noleggio da una stoviglieria. Questo produce molti più posti di lavoro”.

L’azione dei singoli individui è necessaria ma non risolverà il problema. È necessaria un’azione urgente da parte dei governi e delle istituzioni, soprattutto se le aziende continuano a dare priorità al profitto sul resto. “Non vogliamo rivivere uno stesso film già visto con il clima,” ha dichiarato Ungherese “Queste aziende fanno enormi profitti vendendo il mito del riciclo e scaricando sulle singole persone la responsabilità, mentre continuano a incassare enormi profitti a scapito degli esseri umani e del pianeta su cui viviamo”.

fonte: www.internazionale.it


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Energia: i combustibili fossili rimangono la fonte dominante

La quota di combustibili fossili nel consumo di energia non è diminuita nel 2020 per il decimo anno consecutivo e le energie rinnovabili stentano a crescere, nonostante siano sempre più vantaggiose economicamente



Il 2020 avrebbe potuto essere un anno di svolta grazie alla pandemia ma così non è stato; nonostante la domanda di energia primaria sia diminuita del 4%, infatti, i paesi del G20, i maggiori inquinatori del pianeta, hanno a malapena raggiunto o addirittura mancato i loro obiettivi di energia rinnovabile, già poco ambiziosi.

Secondo il rapporto sulle rinnovabili REN21, la quota di combustibili fossili nel mix energetico totale è rimasta alta quanto un decennio fa (80,3% contro l'80,2% di oggi) e le moderne rinnovabili, che includono idroelettrico e biomasse, sono aumentate di poco (da 8,7% a 11,2%).

I cinque membri del G20 con obiettivi di energia rinnovabile per il 2020 (UE, Italia, Francia, Germania, UK) hanno lottato per raggiungere i loro obiettivi mentre gli altri 15 non ne avevano nemmeno uno.

Non siamo dunque affatto vicini al necessario cambiamento di paradigma verso un futuro energetico pulito, più sano e più equo.

Lo scorso mese di giugno, i membri del G7 hanno dichiarato che non destineranno più finanziamenti internazionali a progetti che prevedano l'uso del carbone come combustibile, a meno che non garantiscano allo stesso tempo tecnologie per la cattura e lo stoccaggio delle emissioni. Tuttavia, il G7 non è stato chiaro su tempi e modi della transizione energetica, non specificando, ad esempio, obiettivi precisi e limiti temporali.

La stessa Agenzia internazionale per l'energia (AIE), nel delineare la tabella di marcia per abbattere le emissioni e raggiungere l'obiettivo di zero emissioni derivanti dal settore energetico nel 2050, aveva già previsto esplicitamente l'esclusione di investimenti in nuovi progetti di fornitura di combustibili fossili e nessuna ulteriore decisione di investimento in nuove centrali a carbone.

È chiaro però che non basta annunciare traguardi per il 2050 se poi non si agisce in modo coerente con queste affermazioni e con i previsti scenari di azzeramento delle emissioni.

Questa strada è necessaria ed anche possibile. I combustibili fossili sono infatti responsabili del cambiamento climatico e contribuiscono pesantemente anche alla perdita di biodiversità e all'inquinamento. Passare dai combustibili fossili alle energie rinnovabili è un passo necessario da fare e rendere le rinnovabili la norma non è una questione di tecnologia o di costi.

Il settore energetico ha già fatto grandi progressi. Oggi, quasi tutta la nuova capacità energetica è rinnovabile (83%). Nel 2020 sono stati aggiunti globalmente oltre 256 GW, superando il record precedente di quasi il 30%. In sempre più regioni, comprese parti della Cina, dell'UE, dell'India e degli Stati Uniti, è ora più economico costruire nuovi impianti eolici o solari fotovoltaici piuttosto che far funzionare le centrali elettriche a carbone esistenti.

Secondo le stime di Irena, nel 2020 è infatti proseguita la tendenza al calo dei costi per l'energia solare ed eolica, nonostante l'impatto della pandemia e le interruzioni causate dalla diffusione del virus. Nel 2020, il costo dell'elettricità derivante da nuovi impianti eolici onshore è diminuito del 13%, rispetto al 2019, l'energia solare a concentrazione del 16%, l'eolico offshore del 9% e del solare fotovoltaico su scala industriale del 7%.

I costi di generazione di energia rinnovabile sono diminuiti drasticamente nell'ultimo decennio, grazie anche a tecnologie in costante miglioramento ed alle economie di scala. I costi per l'elettricità da fotovoltaico su scala industriale sono diminuiti dell'85% tra il 2010 e il 2020. Il costo dell'elettricità da energia solare ed eolica è sceso, a livelli però molto bassi.

Dal 2010, a livello globale, è stato aggiunto un totale cumulativo di 644 GW di capacità di generazione di energia rinnovabile con costi stimati inferiori rispetto all'opzione più economica di combustibili fossili in ogni rispettivo anno. Nelle economie emergenti, i 534 GW aggiunti a costi inferiori ai combustibili fossili ridurranno i costi di generazione dell'elettricità fino a 32 miliardi di dollari quest'anno.

I nuovi progetti solari ed eolici stanno minando sempre di più anche le centrali elettriche a carbone più economiche e meno sostenibili. L'analisi Irena suggerisce che 800 GW di capacità esistente a carbone hanno costi operativi superiori rispetto al nuovo solare fotovoltaico su larga scala e all'eolico onshore. La sostituzione di questi impianti a carbone ridurrebbe i costi annuali di 32 miliardi di dollari all'anno e ridurrebbe le emissioni annuali di CO2 di circa 3 Gigatonnellate.

Ma come mai nonostante questi vantaggi provenienti dall'implementazione delle rinnovabili non si osserva un trend ci crescita più incisivo?

Il rapporto sulle rinnovabili REN21 rileva come nel 2020 ci sia stata un'ondata di impegni più forti per contrastare la crisi climatica; invece di guidare però la trasformazione anche verso l'energia rinnovabile, i piani di risanamento avrrebbero portato ad investimenti sei volte superiori sui combustibili fossili rispetto alle energie rinnovabili, nonostante tutte le promesse fatte durante la crisi indotta da Covid-19.

La maggior parte dei governi non ha quindi sfruttato l'opportunità unica offerta dalla pandemia per condurre una trasformazione e ridurre ulteriormente l'inquinamento da carbonio, abbattendo la resistenza degli operatori storici dei combustibili fossili.

Gli autori del rapporto suggeriscono un modo per accelerare il passaggio alle energie rinnovabili, ovvero rendere tali energie un indicatore chiave di prestazione per i processi decisionali sia pubblici che privati verso gli obiettivi climatici ed energetici, consentendo alle persone di misurare i progressi e garantire il coinvolgimento a livello globale, nazionale, regionale e locale, in qualsiasi settore economico.

Per approfondimenti leggi
Renewables Global Status Report
Renewable power generation costs in 2020

fonte: www.arpat.toscana.it


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La Groenlandia ha deciso di vietare le attività petrolifere

Il governo della Groenlandia ha annunciato che non saranno più sfruttate riserve petrolifere sul proprio territorio, per ragioni economiche e climatiche.








La Groenlandia ha deciso di vietare le attività di ricerca di petrolio su tutto il territorio nazionale. Ad annunciarlo è stato il governo guidato da Mute Egede, nella giornata di venerdì 16 luglio: secondo l’esecutivo dell’immensa isola nordica, lo sfruttamento delle fonti fossili è poco redditizio e troppo pericoloso per clima e ambiente.

Allo studio un divieto anche sull’estrazione di uranio

Si tratta della prima grande riforma approvata sulla questione dal governo, retto da una coalizione composta da sinistra ed ecologisti. I dirigenti della Groenlandia stanno riflettendo anche ad una seconda legge, che vieterebbe anche l’estrazione di uranio. Già è stato congelato, in questo senso, un vasto progetto della società australiana Geeenland Minerals. Una scelta in linea con l’orientamento della popolazione: un sondaggio indica che il 63 per cento degli abitanti dell’isola è contraria allo sfruttamento dell’uranio.

Il cambiamento è epocale: numerosi studi hanno indicato infatti la Groenlandia come una terra ricchissima di risorse naturali. Una stima dell’Istituto per gli studi geologici degli Stati Uniti ha valutato in 51 miliardi di barili la quantità di petrolio che potrebbe essere presente nella regione. Ovvero un quinto delle riserve petrolifere non ancora sfruttate nel Pianeta.



Lo sfruttamento del petrolio in Groenlandia rischierebbe di compromettere il complesso ecosistema locale © robas/GettyImages

“Troppi rischi per il clima e scarsa redditività economica”

Dal punto di vista politico, inoltre, si tratta di una scelta diametralmente opposta rispetto a quella assunta nel 2010, quando vennero concesse sette autorizzazioni per l’esplorazione alla ricerca di greggio a diverse grandi imprese petrolifere, tra cui l’inglese Shell e la scozzese Cairn Energy.

Ma il governo, secondo quanto riferito dall’agenzia Afp, è stato chiaro: “Una nuova analisi economica della redditività petrolifera in Groenlandia mostra chiamante che essa è pari alla metà di ciò che era stato previsto dalle compagnie”. La ministra delle Risorse naturali Naaja Nathanielsen ha quindi aggiunto che “si tratta di una tappa logica, poiché per noi la crisi climatica è una questione seria”.

fonte: www.lifegate.it


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Crisi climatica e inquinamento da plastica: le due facce dei combustibili fossili










Nei giorni scorsi, navigando in Adriatico con la nostra spedizione “Difendiamo il Mare”, ci siamo imbattuti in numerosi rifiuti galleggianti o abbandonati sulle spiagge: guanti monouso, involucri, imballaggi, bottiglie. Ma anche attrezzi da pesca, come le cassette in polistirolo usate per conservare il pescato, o le famigerate reti tubolari in cui vengono allevate le cozze che finiscono sulle nostre tavole. Una vasta gamma di oggetti che rende bene l’idea di quanto la plastica trovi impiego in numerose applicazioni.

Tutti questi manufatti in plastica derivano dalla trasformazione di gas fossile e petrolio, il cui sfruttamento è tra le principali cause dell’emergenza climatica in corso. Inquinamento da plastica e crisi climatica sono quindi due facce della stessa medaglia, entrambe riconducibili a un’economia basata sullo sfruttamento delle fonti fossili.

Con l’elettrificazione dei trasporti e il crescente ricorso alle rinnovabili per altri settori industriali, sarebbe lecito aspettarsi una rapida riduzione dei consumi di petrolio e gas. Peccato che questo tanto atteso declino, fondamentale per mitigare la crisi climatica, potrebbe essere vanificato dalla produzione di plastica, destinata a triplicare entro il 2050. Se le previsioni saranno rispettate, la plastica fornirà l’ancora di salvezza per aziende come Shell, Exxon, BP, ENI, Ineos che potranno perseverare nel loro business inquinante basato sui combustibili fossili.

Alcune stime indicano che la crescita della domanda di petrolio da parte del settore petrolchimico, laddove i combustibili fossili vengono trasformati in plastica e altri materiali, sarà trainata per una quota che va dal 45 al 95 per cento proprio dalla crescente richiesta di plastica, finendo così per aggravare la crisi climatica.

È oramai evidente a tutti che i rifiuti in plastica inquinano il mare. Ma pochi sanno che la raffinazione di gas e petrolio ha conseguenze altrettanto devastanti per l’ambiente. Una situazione purtroppo ben nota alle persone che vivono a Brindisi, ultima tappa del nostro tour “Difendiamo il mare”, nonché la città che ospita uno dei principali poli petrolchimici dove si produce plastica nel nostro Paese.

Da anni cittadine e cittadini di Brindisi assistono impotenti alle frequenti sfiammate delle torce a cui sono associate le emissioni di pericolosi gas inquinanti. Il benzene, ad esempio, una sostanza cancerogena per l’essere umano, ha più volte raggiunto livelli preoccupanti nell’aria. Proprio per tutelare la cittadinanza da questo inquinante, nella primavera del 2020 il sindaco della città aveva imposto uno stop alle attività del petrolchimico. Livelli elevati di inquinamento sono stati registrati da ARPA Puglia anche nei mesi successivi. Una situazione che è sfociata in un contrasto tra l’amministrazione cittadina e il Ministero della Transizione Ecologica durante il processo di rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) conclusosi nei mesi scorsi. Il sindaco chiedeva l’istallazione di una rete di centraline per misurare la presenza di inquinanti nell’area limitrofa al petrolchimico. Ma il Ministero della Transizione Ecologica non l’ha accolta, inducendo il primo cittadino della città pugliese a presentare un ricorso al TAR per far valere le sue istanze e proteggere la collettività.

Questo non è l’unico caso in cui la tutela della salute e dell’ambiente si scontrano con gli interessi industriali. Uno scenario che non vorremmo più vedere né in Italia né in altre parti del mondo, in cui comunità già gravate da decenni di inquinamento sono sottoposte al ricatto tra salute, ambiente e lavoro. Se vogliamo una vera transizione ecologica bisogna avere il coraggio di abbandonare le produzioni inquinanti e decarbonizzare la nostra economia, lasciandoci alle spalle sia l’uso di petrolio e gas fossile, sia i prodotti derivati, a partire dalla plastica monouso.

fonte: www.greenpeace.org


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