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#Re:Common: Ripresa e Connivenza
L’attacco dell’industria fossile al Recovery Plan

Oltre 100 incontri con i ministeri dello Stato per accaparrarsi i soldi del Recovery Fund. L’attacco dell’industria fossile ai miliardi in arrivo dall’Europa descritto minuziosamente nella pubblicazione di ReCommon. Facendo leva sul loro accesso privilegiato ai decisori politici, colossi energetici come Eni e Snam sono riusciti a plasmare il Recovery Plan italiano, infarcendolo di false soluzioni come l’idrogeno e il biometano, dietro cui si nasconde il tentativo di vincolarci al gas per i prossimi decenni.
SCARICA LA PUBBLICAZIONE
fonte: www.recommon.org

Oltre 100 incontri con i ministeri dello Stato per accaparrarsi i soldi del Recovery Fund. L’attacco dell’industria fossile ai miliardi in arrivo dall’Europa descritto minuziosamente nella pubblicazione di ReCommon. Facendo leva sul loro accesso privilegiato ai decisori politici, colossi energetici come Eni e Snam sono riusciti a plasmare il Recovery Plan italiano, infarcendolo di false soluzioni come l’idrogeno e il biometano, dietro cui si nasconde il tentativo di vincolarci al gas per i prossimi decenni.
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Conflitti di interessi all’ombra del Green Deal
L’Ong ricostruisce in un rapporto appena pubblicato tutti i legami, più o meno espliciti, tra l’industria fossile e due commissarie UE (Kyriakides per Salute e Sicurezza alimentare, Vălean per i Trasporti) e il rappresentante per la politica estera Borrell

Josep Borrell, Stella Kyriakides e Adina Vălean hanno in comune due cose. La prima è che sono esponenti di punta della Commissione von der Leyen. Borrell è l’Alto rappresentante per la politica estera europea, in pratica il ministro degli Esteri di Bruxelles. Kyriakides e Vălean sono rispettivamente commissarie alla Salute e alla Sicurezza alimentare, e ai Trasporti. La seconda caratteristica in comune è che hanno tutti e 3 stretti legami con l’industria fossile. Non una credenziale da sbandierare, per riuscire a trovare un posto nell’esecutivo incardinato sul Green Deal e sulla transizione energetica del continente.
Lo ha rivelato l’ong Global Witness dopo aver scavato nelle loro Declaration of interests, la dichiarazione con cui attestano che non esistono conflitti di interessi con gli incarichi che ricoprono. Ma Global Witness fa notare che queste dichiarazioni sono per lo meno avventate.
Secondo Global Witness, questi rapporti con l’industria fossile “sollevano seri interrogativi sulla capacità dell’attuale Commissione di affrontare la questione politica più urgente del nostro tempo”, la crisi climatica. E passa in rassegna frequentazioni, incarichi e sfera familiare dei tre funzionari europei.
Chi rema contro il Green Deal
Stella Kyriakides – La commissaria cipriota è legata all’industria fossile tramite il marito, che è direttore di Motor Oil Holdings Ltd e Petroventure Holdings Limited, due compagnie di Cipro che controllano il 40% di Motor Oil Hellas, azienda greca che si occupa di raffinazione e commercio di greggio. Lo fa tramite la Corinth Refinery, che sforna quasi 190mila barili di petrolio al giorno e circa la metà di altri prodotti derivati. Global Witness fa i conti e stima che queste operazioni, da sole, sono responsabili per 1/3 delle emissioni annuali di tutta la Grecia.
Adina Vălean – La commissaria romena ha dei legami più sfumati, meno lineari ma non meno significativi. Esperienze lavorative precedenti la collegano allo zar del petrolio romeno. Ma Vălean è più vicina ancra agli interessi delle compagnie del gas. Alla COP24 era la prima delegata UE, solo 6 mesi prima era conferenziera per il ritrovo annuale della Gas Industry Europe. Nel 2017 aveva organizzato eventi per il gruppo Gasnaturally, ripetuti anche nel 2019 e anche pochi giorni prima della sua audizione per conferma nel ruolo di commissaria nell’euroesecutivo del Green Deal. Tutte queste realtà industriali del gas ricevono fondi dal CEF, la Connecting Europe Facility europea creata – proprio da Vălean – per supportare l’industria fossile.
Josep Borrell – Il capo della diplomazia UE ha una carriera tutta nell’oil&gas, con dei profili di possibile incompatibilità con l’attuale incarico. Ha lavorato per 10 anni come ingegnere per Cepsa, la compagnia petrolifera statale spagnola. Poi a libro paga di Abengoa, un’azienda energetica spagnola. Affiliazione che ha tenuto nascosta per un po’ e che, quando è diventata pubblica, gli è costata la presidenza dell’European University Institute da cui si è dovuto dimettere nel 2012. Nel 2018 è stato addirittura multato dall’autorità spagnola di controllo per insider trading: aveva fatto vendere dei pacchetti azionari grazie a informazioni riservate di cui era in possesso in quanto membro del board di Abengoa. Il cui business è, tra le altre cose, promuovere le centrali termoelettriche a ciclo combinato, impianti a gas che vengono presentati come opzione plausibile per mantenere il gas come energia di transizione in Europa (e quindi continuare a ricevere sovvenzioni).
fonte: www.rinnovabili.it

Josep Borrell, Stella Kyriakides e Adina Vălean hanno in comune due cose. La prima è che sono esponenti di punta della Commissione von der Leyen. Borrell è l’Alto rappresentante per la politica estera europea, in pratica il ministro degli Esteri di Bruxelles. Kyriakides e Vălean sono rispettivamente commissarie alla Salute e alla Sicurezza alimentare, e ai Trasporti. La seconda caratteristica in comune è che hanno tutti e 3 stretti legami con l’industria fossile. Non una credenziale da sbandierare, per riuscire a trovare un posto nell’esecutivo incardinato sul Green Deal e sulla transizione energetica del continente.
Lo ha rivelato l’ong Global Witness dopo aver scavato nelle loro Declaration of interests, la dichiarazione con cui attestano che non esistono conflitti di interessi con gli incarichi che ricoprono. Ma Global Witness fa notare che queste dichiarazioni sono per lo meno avventate.
Secondo Global Witness, questi rapporti con l’industria fossile “sollevano seri interrogativi sulla capacità dell’attuale Commissione di affrontare la questione politica più urgente del nostro tempo”, la crisi climatica. E passa in rassegna frequentazioni, incarichi e sfera familiare dei tre funzionari europei.
Chi rema contro il Green Deal
Stella Kyriakides – La commissaria cipriota è legata all’industria fossile tramite il marito, che è direttore di Motor Oil Holdings Ltd e Petroventure Holdings Limited, due compagnie di Cipro che controllano il 40% di Motor Oil Hellas, azienda greca che si occupa di raffinazione e commercio di greggio. Lo fa tramite la Corinth Refinery, che sforna quasi 190mila barili di petrolio al giorno e circa la metà di altri prodotti derivati. Global Witness fa i conti e stima che queste operazioni, da sole, sono responsabili per 1/3 delle emissioni annuali di tutta la Grecia.
Adina Vălean – La commissaria romena ha dei legami più sfumati, meno lineari ma non meno significativi. Esperienze lavorative precedenti la collegano allo zar del petrolio romeno. Ma Vălean è più vicina ancra agli interessi delle compagnie del gas. Alla COP24 era la prima delegata UE, solo 6 mesi prima era conferenziera per il ritrovo annuale della Gas Industry Europe. Nel 2017 aveva organizzato eventi per il gruppo Gasnaturally, ripetuti anche nel 2019 e anche pochi giorni prima della sua audizione per conferma nel ruolo di commissaria nell’euroesecutivo del Green Deal. Tutte queste realtà industriali del gas ricevono fondi dal CEF, la Connecting Europe Facility europea creata – proprio da Vălean – per supportare l’industria fossile.
Josep Borrell – Il capo della diplomazia UE ha una carriera tutta nell’oil&gas, con dei profili di possibile incompatibilità con l’attuale incarico. Ha lavorato per 10 anni come ingegnere per Cepsa, la compagnia petrolifera statale spagnola. Poi a libro paga di Abengoa, un’azienda energetica spagnola. Affiliazione che ha tenuto nascosta per un po’ e che, quando è diventata pubblica, gli è costata la presidenza dell’European University Institute da cui si è dovuto dimettere nel 2012. Nel 2018 è stato addirittura multato dall’autorità spagnola di controllo per insider trading: aveva fatto vendere dei pacchetti azionari grazie a informazioni riservate di cui era in possesso in quanto membro del board di Abengoa. Il cui business è, tra le altre cose, promuovere le centrali termoelettriche a ciclo combinato, impianti a gas che vengono presentati come opzione plausibile per mantenere il gas come energia di transizione in Europa (e quindi continuare a ricevere sovvenzioni).
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Pressioni segrete dalle Big Oil per divenire sponsor della COP26 sul clima
Culture Unstained porta alla luce almeno 13 incontri tra funzionari governativi UK e compagnie petrolifere. BP, Shell e Equinor cercano un posto al sole nel prossimo vertice sui cambiamenti climatici a Glasgow

BP, Shell ed Equinor vorrebbero un posto in prima fila ai colloqui della prossima COP26 sui cambiamenti climatici, in programma a Glasgow dall’1 al 12 novembre 2012. E’ quello che emerge dalla documentazione ottenuta grazie alla legge sulla libertà d’informazione da Culture Unstained, organizzazione impegnata a fermare la sponsorizzazione della cultura da parte di aziende con interessi nei combustibili fossili. Nell’analisi pubblicata ieri da Culture Unstained si fa riferimento ad almeno 13 incontri segreti ottenuti dalle tre major del petrolio con i responsabili del governo britannico per la preparazione del prossimo summit Unfccc.
Che cosa hanno cercato di ottenere le società? Dai documenti si comprende che l’obiettivo principale è visibilità. Le e-mail e le note delle riunioni rese pubbliche, rivelano come nell’ultimo anno le tre big oil abbiano spinto per influenzare e sponsorizzare la COP26, nonostante gli organizzatori abbiano lanciato la loro richiesta ufficiale di patrocinio solo ad agosto.
In realtà non è la prima volta che si registrano simili ingerenze. Tuttavia per questo vertice, l’unità COP del governo britannico aveva stabilito i criteri più severi per gli sponsor, indicando che i candidati dovessero essere “leader nel loro settore, guidando cambiamenti positivi e innovazione verso un mondo a basse emissioni di carbonio”. Le mail, però, raccontano una storia diversa, mostrando l’esistenza di un canale secondario tra compagnie petrolifere e funzionari che potrebbe compromettere la posizione del Regno Unito come padrone di casa del prossimo summit sui cambiamenti climatici.
Secondo quanto rivelato dal Guardian, BP avrebbe fatto anche un passo in più offrendo espressamente i suoi buoni uffici per fare da tramite fra Londra e altri governi. Offerta che è stata rifiuta dal Governo britannico.
Nonostante ciò la posizione del Regno Unito appare particolarmente controversa. Perché l’incontro internazionale di novembre 2021 sarà l’appuntamento cruciale in cui si definirà la nuova leadership globale sul clima (con l’UE pronta a mettere sul piatto il Green Deal) e dove si deciderà una parte importante dell’economia nel mondo post-covid. La nazione ospitante ha un ruolo fondamentale nell’organizzare e imbastire tutti i lavori preparatori necessari. Ma con una gestione così opaca è difficile che la Gran Bretagna riesca a svolgere il ruolo imparziale di mediatore che servirà per condurre a buon fine i negoziati.
fonte: www.rinnovabili.it

BP, Shell ed Equinor vorrebbero un posto in prima fila ai colloqui della prossima COP26 sui cambiamenti climatici, in programma a Glasgow dall’1 al 12 novembre 2012. E’ quello che emerge dalla documentazione ottenuta grazie alla legge sulla libertà d’informazione da Culture Unstained, organizzazione impegnata a fermare la sponsorizzazione della cultura da parte di aziende con interessi nei combustibili fossili. Nell’analisi pubblicata ieri da Culture Unstained si fa riferimento ad almeno 13 incontri segreti ottenuti dalle tre major del petrolio con i responsabili del governo britannico per la preparazione del prossimo summit Unfccc.
Che cosa hanno cercato di ottenere le società? Dai documenti si comprende che l’obiettivo principale è visibilità. Le e-mail e le note delle riunioni rese pubbliche, rivelano come nell’ultimo anno le tre big oil abbiano spinto per influenzare e sponsorizzare la COP26, nonostante gli organizzatori abbiano lanciato la loro richiesta ufficiale di patrocinio solo ad agosto.
In realtà non è la prima volta che si registrano simili ingerenze. Tuttavia per questo vertice, l’unità COP del governo britannico aveva stabilito i criteri più severi per gli sponsor, indicando che i candidati dovessero essere “leader nel loro settore, guidando cambiamenti positivi e innovazione verso un mondo a basse emissioni di carbonio”. Le mail, però, raccontano una storia diversa, mostrando l’esistenza di un canale secondario tra compagnie petrolifere e funzionari che potrebbe compromettere la posizione del Regno Unito come padrone di casa del prossimo summit sui cambiamenti climatici.
Secondo quanto rivelato dal Guardian, BP avrebbe fatto anche un passo in più offrendo espressamente i suoi buoni uffici per fare da tramite fra Londra e altri governi. Offerta che è stata rifiuta dal Governo britannico.
Nonostante ciò la posizione del Regno Unito appare particolarmente controversa. Perché l’incontro internazionale di novembre 2021 sarà l’appuntamento cruciale in cui si definirà la nuova leadership globale sul clima (con l’UE pronta a mettere sul piatto il Green Deal) e dove si deciderà una parte importante dell’economia nel mondo post-covid. La nazione ospitante ha un ruolo fondamentale nell’organizzare e imbastire tutti i lavori preparatori necessari. Ma con una gestione così opaca è difficile che la Gran Bretagna riesca a svolgere il ruolo imparziale di mediatore che servirà per condurre a buon fine i negoziati.
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La trappola della ripartenza
A livello planetario, i bei propositi spuntati fuori a più riprese durante il lockdown si sono sciolti come neve al sole. La domanda mondiale di petrolio è già risalita all’89 per cento dei livelli pre-Covid, dovrebbe raggiungere il 95 a inizio 2021. “Siamo quasi normali”, dicono gli esperti del think tank, all’appello mancano solo il trasporto aereo e altri colleghi. Inevitabile, con il virus che ancora circola per il mondo. Dall’inizio della pandemia, la Banca Centrale Europea ha iniettato oltre 7 miliardi di euro nelle casse dell’industria fossile, Eni inclusa. Con il Decreto Semplificazione, anche il governo italiano ha fatto un bel po’ di favori al comparto dei combustibili fossili, Enel, Eni e Snam in primis. Con i piani di conversione a gas degli impianti di carbone e altre mosse del genere, anziché guidare verso la necessaria transizione, il governo la mette in soffitta

Dopo la pandemia del Covid-19 nulla sarebbe stato come prima, ci è stato detto a lungo dai media e dai governanti del pianeta. Ed è sembrato un po’ così per le prime settimane dell’emergenza sanitaria. Si pensi solo al mercato dell’energia, al tracollo del prezzo del petrolio che ha disintegrato in due mesi i profitti delle oil majors e generato panico e incertezza sistemica.
Ma poi, ridimensionata temporaneamente la crisi sanitaria, sono entrate in campo le banche centrali, le misure urgenti della ripresa da parte dei governi e le richieste di aiuto faraonico dalle imprese.
“Ricostruiamo, ma meglio, più verdi, più giusti”, si è chiesto da più parti. Sei mesi dopo l’inizio del lockdown globale, i numeri e le scelte dei vari esecutivi purtroppo ci dicono ben altro.
Gli analisti dell’IHS Crude Oil Market Service qualche giorno fa hanno annunciato che la domanda mondiale di petrolio è già risalita all’89 per cento dei livelli pre-Covid ed è attesa al 95 a inizio 2021. “Siamo quasi normali”, secondo gli esperti del think tank; all’appello mancano solo l’aviazione e alcuni trasporti. Inevitabile, con il virus che ancora circola per il mondo.
Allo stesso tempo la mole finanziaria di aiuti per le società fossili ed energetiche messa in campo da governi e banche centrali è spaventosa.
Dall’inizio della pandemia, la Banca Centrale Europea ha iniettato oltre 7 miliardi di euro nelle casse dell’industria fossile, Eni inclusa.
In Italia, oltre al caso più noto di FCA, la lista di multinazionali che in questi mesi hanno beneficiato di aiuti pubblici è lunga, e comprende colossi come Fincantieri, che ha appena ricevuto un prestito da 1,15 miliardi tramite Garanzia Italia, e Maire Tecnimont, società specializzata nell’oil&gas, a cui sono andati 365 milioni.
La lista è destinata ad allungarsi, viste le mire delle lobby europee del gas sui nuovi soldi del tanto ambito “Recovery Fund”, in nome del mantra delle nuove infrastrutture che faranno ripartire il Bel Paese.
Insomma, sussidi di stato ai soliti noti, in nome della ripresa e lo sviluppo, ben poco di nuovo nella narrazione delle élite.
Ma non si tratta solo di soldi. Il Decreto “Semplificazioni”, in in questi giorni in dirittura di arrivo con la sua conversione in legge in Parlamento, prevede addolcimenti dei vincoli di legge a man bassa per le grandi imprese fossili ed energetiche.


Dopo la pandemia del Covid-19 nulla sarebbe stato come prima, ci è stato detto a lungo dai media e dai governanti del pianeta. Ed è sembrato un po’ così per le prime settimane dell’emergenza sanitaria. Si pensi solo al mercato dell’energia, al tracollo del prezzo del petrolio che ha disintegrato in due mesi i profitti delle oil majors e generato panico e incertezza sistemica.
Ma poi, ridimensionata temporaneamente la crisi sanitaria, sono entrate in campo le banche centrali, le misure urgenti della ripresa da parte dei governi e le richieste di aiuto faraonico dalle imprese.
“Ricostruiamo, ma meglio, più verdi, più giusti”, si è chiesto da più parti. Sei mesi dopo l’inizio del lockdown globale, i numeri e le scelte dei vari esecutivi purtroppo ci dicono ben altro.
Gli analisti dell’IHS Crude Oil Market Service qualche giorno fa hanno annunciato che la domanda mondiale di petrolio è già risalita all’89 per cento dei livelli pre-Covid ed è attesa al 95 a inizio 2021. “Siamo quasi normali”, secondo gli esperti del think tank; all’appello mancano solo l’aviazione e alcuni trasporti. Inevitabile, con il virus che ancora circola per il mondo.
Allo stesso tempo la mole finanziaria di aiuti per le società fossili ed energetiche messa in campo da governi e banche centrali è spaventosa.
Dall’inizio della pandemia, la Banca Centrale Europea ha iniettato oltre 7 miliardi di euro nelle casse dell’industria fossile, Eni inclusa.
In Italia, oltre al caso più noto di FCA, la lista di multinazionali che in questi mesi hanno beneficiato di aiuti pubblici è lunga, e comprende colossi come Fincantieri, che ha appena ricevuto un prestito da 1,15 miliardi tramite Garanzia Italia, e Maire Tecnimont, società specializzata nell’oil&gas, a cui sono andati 365 milioni.
La lista è destinata ad allungarsi, viste le mire delle lobby europee del gas sui nuovi soldi del tanto ambito “Recovery Fund”, in nome del mantra delle nuove infrastrutture che faranno ripartire il Bel Paese.
Insomma, sussidi di stato ai soliti noti, in nome della ripresa e lo sviluppo, ben poco di nuovo nella narrazione delle élite.
Ma non si tratta solo di soldi. Il Decreto “Semplificazioni”, in in questi giorni in dirittura di arrivo con la sua conversione in legge in Parlamento, prevede addolcimenti dei vincoli di legge a man bassa per le grandi imprese fossili ed energetiche.

Centrale termoelettrica ‘federico II’, Enel, Cerano, Brindisi, 2009. Foto Paolo Margari, Flickr CC BY-NC-ND 2.0
Nei mille cavilli del decreto del governo per la ripresa post-Covid si trovano permessi più semplici per le conversioni degli impianti da carbone a gas (leggi Enel, A2A), esenzione da bonifiche attese da decenni con auto-certificazioni all’acqua di rosa, ricorsi amministrativi più difficili e velocizzati in caso di gasdotti e nuove mega opere (leggi Snam e TAP) e tanto altro ancora.
Per ripartire tocca fare presto e fidarsi che i campioni italiani delle grandi opere fanno tutto solo per noi cittadini, non per i loro interessi. Certo, lo sappiamo bene dalla Tav Torino-Lione in poi. Anche qui nessuna novità, ahimé.
A livello europeo, la dinamica sembra meno tradizionale di quella italiana. Ma anche lì l’azione delle lobby non è da meno.
Ad esempio, in questi giorni si sta chiudendo il pacchetto sui fondi per la transizione giusta, e si moltiplicano le voci per rendere eleggibili i progetti a gas, e quindi fossili, che ritarderebbero di decenni una vera decarbonizzazione.
In effetti, come si legge in un recente studio dell’Università di Oxford che ha analizzato 3mila utilities a livello mondiale, si capisce come tre quarti non hanno investito in rinnovabili e delle rimanenti almeno la metà ha investito tanto anche in nuovi impianti a gas. Altro che sviolinate giornaliere sulla sostenibilità ed i cambiamenti climatici!
Articolo pubblicato grazie alla collaborazione con Re:Common
fonte: www.comune-info.net
Nei mille cavilli del decreto del governo per la ripresa post-Covid si trovano permessi più semplici per le conversioni degli impianti da carbone a gas (leggi Enel, A2A), esenzione da bonifiche attese da decenni con auto-certificazioni all’acqua di rosa, ricorsi amministrativi più difficili e velocizzati in caso di gasdotti e nuove mega opere (leggi Snam e TAP) e tanto altro ancora.
Per ripartire tocca fare presto e fidarsi che i campioni italiani delle grandi opere fanno tutto solo per noi cittadini, non per i loro interessi. Certo, lo sappiamo bene dalla Tav Torino-Lione in poi. Anche qui nessuna novità, ahimé.
A livello europeo, la dinamica sembra meno tradizionale di quella italiana. Ma anche lì l’azione delle lobby non è da meno.
Ad esempio, in questi giorni si sta chiudendo il pacchetto sui fondi per la transizione giusta, e si moltiplicano le voci per rendere eleggibili i progetti a gas, e quindi fossili, che ritarderebbero di decenni una vera decarbonizzazione.
In effetti, come si legge in un recente studio dell’Università di Oxford che ha analizzato 3mila utilities a livello mondiale, si capisce come tre quarti non hanno investito in rinnovabili e delle rimanenti almeno la metà ha investito tanto anche in nuovi impianti a gas. Altro che sviolinate giornaliere sulla sostenibilità ed i cambiamenti climatici!
Articolo pubblicato grazie alla collaborazione con Re:Common
fonte: www.comune-info.net
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Deforestazione e fonti fossili. Gli investimenti insostenibili del colosso BlackRock
“Mentre l’Amazzonia brucia, BlackRock sta facendo profitti sulla distruzione ambientale e il caos climatico”. La denuncia di Friends of the Earth USA, Amazon Watch e Profundo, le tre realtà che nell’agosto 2019 hanno pubblicato il report che rivela come il più grande investitore istituzionale del mondo (6.500 miliardi di dollari gestiti) sia profondamente “coinvolto” in settori problematici


“Mentre l’Amazzonia brucia, BlackRock sta facendo profitti sulla distruzione ambientale e il caos climatico”. Non lascia scampo il giudizio di Friends of the Earth USA, Amazon Watch e Profundo, le tre realtà che nell’agosto 2019 hanno pubblicato il report che rivela come BlackRock, il più grande investitore istituzionale del mondo con 6.500 miliardi di dollari gestiti, sia profondamente “impegnato” in settori responsabili della distruzione delle foreste tropicali dell’Amazzonia e del resto del Pianeta.
Il rapporto “BlackRock’s Big Deforestation Problem” analizza le sue partecipazioni tra il 2014 e il 2018 in 167 società responsabili della deforestazione -attive nella produzione e nel commercio di soia, manzo, olio di palma, cellulosa e carta, gomma e legno-, quotate in Borsa. Il colosso statunitense è tra i primi tre azionisti in 25 di queste e tra i primi dieci azionisti in altre 50. Non solo: dal 2014 le partecipazioni di BlackRock in questi settori di investimento sono aumentate di oltre mezzo miliardo di dollari.
Tra il 2014 e il 2018, infatti, il fondo ha detenuto azioni in 82 delle società quotate selezionate, che sono scese a 61 nel 2018, ma con un aumento del valore complessivo degli investimenti. Da 1 miliardo di dollari in investimenti in società “a rischio di deforestazione” nel 2014, a 1,6 miliardi di dollari quattro anni dopo.
Il rapporto “BlackRock’s Big Deforestation Problem” analizza le sue partecipazioni tra il 2014 e il 2018 in 167 società responsabili della deforestazione -attive nella produzione e nel commercio di soia, manzo, olio di palma, cellulosa e carta, gomma e legno-, quotate in Borsa. Il colosso statunitense è tra i primi tre azionisti in 25 di queste e tra i primi dieci azionisti in altre 50. Non solo: dal 2014 le partecipazioni di BlackRock in questi settori di investimento sono aumentate di oltre mezzo miliardo di dollari.
Tra il 2014 e il 2018, infatti, il fondo ha detenuto azioni in 82 delle società quotate selezionate, che sono scese a 61 nel 2018, ma con un aumento del valore complessivo degli investimenti. Da 1 miliardo di dollari in investimenti in società “a rischio di deforestazione” nel 2014, a 1,6 miliardi di dollari quattro anni dopo.

Partecipazioni di BlackRock in aziende a “rischio deforestazione”. Analisi dell’andamento (2014-2018, dati in milioni di dollari USA) – Fonte: Thomson EIKON (2019, February), Shareholdings; Profundo’s calculations
I principali motori di questa tendenza sono gli aumenti degli investimenti nelle aziende produttrici di cellulosa e carta -passati da 103 milioni di dollari nel 2014 a 565 milioni nel 2018, con una crescita del 548%- e olio di palma, nonché in carne bovina, gomma e legno.
Tra i casi delle aziende approfondite nel report, nell’ambito della produzione di carta c’è Suzano, di cui BlackRock è il terzo maggiore azionista (27.256.786 di azioni nel 2018), per un valore di 267,5 milioni di dollari. “Dalla sua fusione con Fibria nel gennaio 2019, la brasiliana Suzano è la più grande azienda di carta e cellulosa del mondo, con mercati in 80 Paesi. Possiede anche la società biotecnologica Future Gene, che opera in Brasile, Israele, Stati Uniti e Cina”, si legge nel report. Suzano controlla 2,3 milioni di ettari, di cui 1,3 milioni di piantagioni, ed è stata accusata di “accaparramento delle terre, distruzione su larga scala delle foreste indigene e violenza psicologica e fisica” sui suoi abitanti.
A proposito dell’olio di palma, invece, sono citate le partecipazioni di BlackRock in Golden Agri-Resources (GAR), la seconda compagnia palma da olio del mondo: 162.580.102 azioni del valore di 33 milioni di dollari. La società controlla più di mille chilometri quadrati di terra in Indonesia. Sarebbero gravi “le continue accuse di deforestazione illegale, distruzione dell’habitat degli scimpanzé in pericolo e l’uso della violenza e della coercizione per appropriarsi con la forza delle terre della comunità”, si legge nel rapporto.
“Gli investimenti di BlackRock stanno causando direttamente gli incendi boschivi in Amazzonia e la deforestazione in tutto il mondo”, denuncia Jeff Conant di Friends of the Earth USA, tra i curatori del rapporto. “Investendo denaro in questo tipo di aziende, BlackRock sta distruggendo l’ambiente e calpestando i diritti delle popolazioni che abitano le foreste”.
A quella di Conant si aggiunge la voce di Moira Birss di Amazon Watch: “Gli incendi attualmente in corso in Amazzonia dimostrano chiaramente il rischio che l’espansione dell’agroalimentare rappresenta per la foresta pluviale amazzonica, le popolazioni indigene e il clima. Con l’incremento degli investimenti nelle stesse industrie complici di questa distruzione, BlackRock sta incoraggiando il presidente Jair Bolsonaro a radere al suolo l’Amazzonia a scopo di lucro”.


I principali motori di questa tendenza sono gli aumenti degli investimenti nelle aziende produttrici di cellulosa e carta -passati da 103 milioni di dollari nel 2014 a 565 milioni nel 2018, con una crescita del 548%- e olio di palma, nonché in carne bovina, gomma e legno.
Tra i casi delle aziende approfondite nel report, nell’ambito della produzione di carta c’è Suzano, di cui BlackRock è il terzo maggiore azionista (27.256.786 di azioni nel 2018), per un valore di 267,5 milioni di dollari. “Dalla sua fusione con Fibria nel gennaio 2019, la brasiliana Suzano è la più grande azienda di carta e cellulosa del mondo, con mercati in 80 Paesi. Possiede anche la società biotecnologica Future Gene, che opera in Brasile, Israele, Stati Uniti e Cina”, si legge nel report. Suzano controlla 2,3 milioni di ettari, di cui 1,3 milioni di piantagioni, ed è stata accusata di “accaparramento delle terre, distruzione su larga scala delle foreste indigene e violenza psicologica e fisica” sui suoi abitanti.
A proposito dell’olio di palma, invece, sono citate le partecipazioni di BlackRock in Golden Agri-Resources (GAR), la seconda compagnia palma da olio del mondo: 162.580.102 azioni del valore di 33 milioni di dollari. La società controlla più di mille chilometri quadrati di terra in Indonesia. Sarebbero gravi “le continue accuse di deforestazione illegale, distruzione dell’habitat degli scimpanzé in pericolo e l’uso della violenza e della coercizione per appropriarsi con la forza delle terre della comunità”, si legge nel rapporto.
“Gli investimenti di BlackRock stanno causando direttamente gli incendi boschivi in Amazzonia e la deforestazione in tutto il mondo”, denuncia Jeff Conant di Friends of the Earth USA, tra i curatori del rapporto. “Investendo denaro in questo tipo di aziende, BlackRock sta distruggendo l’ambiente e calpestando i diritti delle popolazioni che abitano le foreste”.
A quella di Conant si aggiunge la voce di Moira Birss di Amazon Watch: “Gli incendi attualmente in corso in Amazzonia dimostrano chiaramente il rischio che l’espansione dell’agroalimentare rappresenta per la foresta pluviale amazzonica, le popolazioni indigene e il clima. Con l’incremento degli investimenti nelle stesse industrie complici di questa distruzione, BlackRock sta incoraggiando il presidente Jair Bolsonaro a radere al suolo l’Amazzonia a scopo di lucro”.

Partecipazioni di BlackRock in aziende a “rischio deforestazione” per commodity. Analisi dell’andamento (2014-2018, dati in milioni di dollari USA)
C’è poi l’aspetto della partecipazione di BlackRock in carbone, petrolio e gas. A inizio agosto, l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis ha dimostrato che BlackRock ha perso 90 miliardi di dollari a causa dei suoi investimenti in combustibili fossili fatti nell’ultimo decennio.
“Nel contesto della crisi ecologica globale, BlackRock, la più grande società d’investimento al mondo, con patrimoni in gestione superiori alla terza economia mondiale, ha di fatto rinnegato il suo dovere fiduciario di affrontare questi rischi -sottolineano le realtà curatrici del report-. BlackRock ha riconosciuto pubblicamente per la prima volta la deforestazione come un rischio climatico nel 2016, ma non ha ancora articolato una politica specifica e legata a politiche per raggiungere la deforestazione zero nei suoi portafogli”.
Per invertire la rotta, il report suggerisce di “adottare politiche e pratiche per gestire i rischi di deforestazione e i diritti fondiari”; “avanzare richieste alle aziende in cui si investe” e garantire che tali richieste “siano soddisfatte per prevenire danni ambientali e sociali irreversibili”. Quindi, “rendere i fondi privi di deforestazione automatici sia per i prodotti attivi che per quelli gestiti passivamente e rimuovere le società ad alto rischio”; e “impegnarsi in modo proattivo e sostanziale con le parti interessate della società civile” per costruire nuove politiche. L’aumento degli investimenti nei settori responsabili della distruzione ambientale diffusa e delle violazioni dei diritti umani non hanno alcuna giustificazione. La risposta, ora, sta nei fatti a BlackRock.
fonte: https://altreconomia.it
C’è poi l’aspetto della partecipazione di BlackRock in carbone, petrolio e gas. A inizio agosto, l’Institute for Energy Economics and Financial Analysis ha dimostrato che BlackRock ha perso 90 miliardi di dollari a causa dei suoi investimenti in combustibili fossili fatti nell’ultimo decennio.
“Nel contesto della crisi ecologica globale, BlackRock, la più grande società d’investimento al mondo, con patrimoni in gestione superiori alla terza economia mondiale, ha di fatto rinnegato il suo dovere fiduciario di affrontare questi rischi -sottolineano le realtà curatrici del report-. BlackRock ha riconosciuto pubblicamente per la prima volta la deforestazione come un rischio climatico nel 2016, ma non ha ancora articolato una politica specifica e legata a politiche per raggiungere la deforestazione zero nei suoi portafogli”.
Per invertire la rotta, il report suggerisce di “adottare politiche e pratiche per gestire i rischi di deforestazione e i diritti fondiari”; “avanzare richieste alle aziende in cui si investe” e garantire che tali richieste “siano soddisfatte per prevenire danni ambientali e sociali irreversibili”. Quindi, “rendere i fondi privi di deforestazione automatici sia per i prodotti attivi che per quelli gestiti passivamente e rimuovere le società ad alto rischio”; e “impegnarsi in modo proattivo e sostanziale con le parti interessate della società civile” per costruire nuove politiche. L’aumento degli investimenti nei settori responsabili della distruzione ambientale diffusa e delle violazioni dei diritti umani non hanno alcuna giustificazione. La risposta, ora, sta nei fatti a BlackRock.
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Perché Shell e le altre compagnie fossili sono il “motore del disastro climatico”
Non bastano minuscoli investimenti in sostenibilità a far diventare le aziende delll'oil&gas una speranza di cambiamento e una parte della soluzione climatica
Qualche mese fa un editoriale di Gianni Silvestrini ricordava un documento della Shell, “Sky Scenario”, in cui si ipotizzava di raggiungere una neutralità dei flussi di carbonio entro il 2070 in modo da non superare l’incremento di 2 °C.
A parte il ruolo in forte crescita del solare in grado di coprire un terzo di tutta la domanda di energia, gli attori protagonisti di questo ipotetico processo di decarbonizzazione sarebbero 10mila impianti per il sequestro della CO2.
Insomma, è un po’ quello che da almeno un paio di decenni fanno le grandi compagnie petrolifere: prenderci in giro. Ci fanno sapere che loro puntano ad un pianeta con meno CO2, ma che alle fonti fossili non si può rinunciare.
Proprio una ventina di anni fa una dichiarazione di un Ceo di un grande gruppo petrolifero stimava, citando un report aziendale, che le rinnovabili avrebbero coperto il 50% del fabbisogno al 2050.
All’epoca si trattava di una quota rivoluzionaria, insperata, e tanti ambientalisti si eccitarono per la novità che veniva da un acerrimo “avversario”. Ma una volta visti con attenzione i dati dello scenario a 50 anni, si notava che in termini assoluti l’offerta di energia da fonti fossili sarebbe rimasta pressoché immutata, vista anche una correlata stima della relativa domanda in forte crescita.
Lo stesso fa Shell con il suo più recente scenario (ma anche BP con il suo ultimo Outlook): pensano di usare tecnologie per il sequestro della CO2 e continuano ad estrarre combustibili fossili, e danno allo stesso tempo segnali che il cambiamento è in atto, con etiche dichiarazioni di sostenibilità e annunciando nei loro studi che le rinnovabili avranno un peso sempre più importante. Purtroppo il denominatore (il consumo di energia) è sempre più grande e, allora, il loro business non ne viene intaccato più di tanto (un bel segnale anche per i loro azionisti).
Chi continua a dare loro credito non tiene conto del fatto che per questi giochini di cifre non c’è più tempo e continuare a investire in fonti fossili, come in effetti sta avvenendo e avverrà nei prossimi anni secondo i piani di molte compagnie, accelererà tutti gli elementi e le variabili destabilizzanti del clima del pianeta.
La Shell due mesi fa ha annunciato la creazione di un fondo di 300 milioni di dollari per investimenti in ecosistemi naturali nei prossimi tre anni. Lo scopo è “sostenere la transizione per un futuro a basso contenuto di carbonio”. Così c’è scritto.
George Monbiot, un famoso giornalista ambientale del Guardian, nel suo blog ha spiegato come la compagnia petrolifera intenda compensare, di fatto, un pochino di gas ad effetto serra prodotto dall’estrazione di petrolio e gas nei suoi pozzi.
Nonostante l’entusiasmo di molti ambientalisti per questo presunto cambiamento di Shell, il giornalista ha puntualizzato intanto che questa cifra spalmata in tre anni è un trascurabile investimento di una società che ha un reddito annuale pari a 24 miliardi di dollari e che nell’abstract dell’ultimo bilancio non compaiono nemmeno i fondi relativi agli investimenti in fonti rinnovabili (così come nell’anno precedente), forse solo perché non rilevanti nel bilancio.
Ma, ricorda Monbiot, nel 2018 la Shell nel comparto oil&gas ci ha messo ben 25 miliardi di dollari.
Tutto denaro che include anche le esplorazioni per nuove riserve nelle acque profonde del Golfo del Messico e a largo del Brasile e della Mauritania, per non parlare del suo ruolo nelle sabbie bituminose del Canada per produrre petrolio sintetico e della sua attività futura nel fracking e nelle tecnologie per la liquefazione del gas naturale. Ma, respiro di sollievo, ha abbandonato le esplorazioni nell’Artico.
Insomma, ecco la transizione in salsa Shell.
Non può bastare una minuscola compensazione nella protezione delle risorse naturali o uscire con comunicati e dichiarazioni con consigli “green” ridicoli per i consumatori (“d’estate non mettete la cravatta così potete abbassare di alzare di un grado i condizionatori” oppure “non mangiate le fragole in inverno per vengono dall’altra parte del pianeta e incidono sulle emissioni dei trasporti”). Non può bastare così poco per dimenticare i danni ambientali, economici e sociali creati da queste multinazionali a livello locale e globale.
Come afferma Monbiot e gli scienziati del clima dobbiamo subito lasciare le fossili sotto terra e proteggere i nostri ecosistemi. Ma “l’età delle compensazioni è finita”.
Un messaggio per chi si ostina ancora a vedere in ogni barlume di sostenibilità promesso da queste aziende fossili una speranza di cambiamento, e farle diventare una parte della soluzione climatica.
Per il momento, e non siamo smentiti dai fatti, condividiamo quanto scrive George Monbiot: “la Shell (come le altre big oil&gas, aggiungiamo) non sono nostre amiche, ma il motore della distruzione planetaria”.
fonte: https://www.qualenergia.it/
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