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Altro che “Green Deal”, il Pnrr è un vero attacco all’ambiente

Invece di puntare davvero alla transizione ecologica, il piano destina molte risorse a progetti con fonti fossili o alle grandi opere, grazie agli “sblocca cantieri” modello berlusconi














Gli eventi disastrosi degli ultimi giorni, incendi e alluvioni, confermano i contenuti del nuovo Rapporto Ipcc/Unep sui cambiamenti climatici. Fenomeni i cui effetti si prevedeva si dispiegassero nei prossimi 50 anni invece si manifesteranno sempre più spesso e intensamente nel prossimo quindicennio. Per tali trend, l’Unione europea aveva predisposto già due anni fa il Green Deal: una forte riconversione degli assetti socioeconomici verso la riqualificazione ecologica. La pandemia ha poi favorito la sua proiezione su uno strumento specifico: il Next Generation Eu, per unire ripresa economica e riconversione ecologica.

Il nostro Paese è stato individuato quale primo beneficiario delle risorse, 196 miliardi tra prestiti e sovvenzioni (il 45%). Il programma delle azioni è contenuto nel Piano nazionale di ripresa e resilienza. Inneggiando da più parti alla presunta “cascata di miliardi” che starebbe per investire il Bel Paese, si copre lo stravolgimento di logica e senso del programma. Il piano ha smarrito una delle priorità, forse la principale caratteristica per cui era nato: la svolta ecologica. Già nella sua struttura interna , oltre le sigle, l’invocata svolta verde è quasi sparita. Se poi si considera che il nostro Piano –unico nell’Ue - integra l’ennesimo provvedimento “Sblocca Grandi Opere”, inserito nel decreto sulle Semplificazioni, il Pnrr diventa un autentico attacco all’ambiente.

La logica di costruzione del programma ha infatti tralasciato completamente “il ripristino e il rispetto della regola ambientale”, dettati dal Green Deal. Si è trasformato nella semplice riproposizione di progetti già previsti o in attesa, gestiti con la medesima logica e dagli stessi attori, spesso le grandi imprese, che hanno portato ai dissesti e disastri ambientali e sociali per cui soffriamo tutti i giorni. L’incredibile rilancio delle grandi opere di berlusconiana memoria, nel quadro attuale, completa la svolta anti-ambientale del programma.

All’interno del Pnrr ci sarebbero 70 miliardi “destinati alla transizione ecologica”: ma guardando ai veri progetti emerge come nei 20 miliardi per la transizione energetica prevalga il preponderante uso del fossile: gas e perfino carbone. E che anche l’idrogeno –potenziale fonte pulita del futuro – sia derivato soprattutto dallo stesso gas. Inoltre gli stessi progetti riguardanti le rinnovabili, eolico o fotovoltaico, sono viziati dagli stessi approcci che hanno gravato sui grandi apparati da combustibili fossili: allo sfondamento decisionale deve seguire la massimizzazione d’uso di quella tecnologia in quel contesto. Per il trasporto locale ci sono appena 2,5 miliardi. Ma sono destinati per lo più a progetti tecnologicamente obsoleti, come i tram alimentati dalle grandi reti da impianti fossili con ricadute urbanistiche spesso troppo impattanti e costose, laddove si potrebbero usare, sugli stessi percorsi, nuovi mezzi a batteria e ricarica veloce, con notevoli risparmi finanziari e ambientali.

Per la tutela del territorio, difesa sismica e idrogeologica, c’è appena una decina di miliardi. A fronte di questo, però, il Piano prevede circa 30 miliardi per Alta Velocità ferroviaria e Grandi Opere (spacciate per mobilità sostenibile). La cifra diventa abnorme (oltre 110 miliardi) se si considera l’allegato “Sblocca Cantieri” integrato nel decreto Semplificazioni: per questo si sono “recuperati” 81 miliardi per 57 Grandi Opere, alcune già previste fin dal 2001, con la famigerata e “criminogena” Legge Obiettivo di Berlusconi. Progetti non pianificati, con enormi impatti ambientali, spesso inutili, che hanno disseminato l’Italia di centinaia di cantieri fermi o mai avviati e non per la presenza dei comitati degli ambientalisti o della mitologica burocrazia, ma perché erano progetti spesso viziati dall’aggiramento o dalla mancata risoluzione di problemi tecnici e ambientali, funzionali a rapide approvazioni per drenare risorse nelle fasi preliminari. Ottimi meccanismi per gonfiare i trasferimenti finanziari a fronte di lavori anche inesistenti.

Per evitare che la “cascata di miliardi” si traduca in nuovi sfasci ambientali e sociali, oltre a una reale verifica ecologica, bisognerebbe almeno cancellare le Grandi Opere interne o allegate al piano, in linea, tra l’altro, con quanto il ministro competente Enrico Giovannini sostiene tutti i giorni. Andrebbero realizzati solo progetti sostenibili, il cui impatto ambientale risulti rigorosamente verificato secondo i criteri del Green Deal (non dalla Valutazione a maglie larghe prevista ancora dai decreti Semplificazioni): quindi, di nuovo, non certo mega-opere.


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“Fit for 55”, le proposte della Commissione europea per la neutralità carbonica

Dallo stop alle auto a benzina e diesel nel 2035 al 3% di edifici pubblici da ristrutturare ogni anno, dall'ETS per il trasporto e il riscaldamento degli edifici fino ai 3 miliardi di nuovi alberi. L’ambizioso, e già contestato, pacchetto europeo che dovrebbe accompagnare l’Europa verso la neutralità climatica



Mercoledì la Commissione europea ha annunciato la sua “transizione normativa” per raggiungere nel 2030 l’obiettivo di riduzione delle emissioni nette del 55% rispetto ai livelli del 1990 e diventare il primo continente carbon neutral nel 2050. Una serie di proposte legislative (pacchetto battezzato “Fit for 55”) che la Commissione ha messo in campo per rendere effettivi gli obiettivi della European Climate Law e “trasformare la nostra economia e la nostra società per un futuro equo, verde e prospero”. Un pacchetto di proposte composto da 13 iniziative legislative (otto delle quali revisioni di meccanismi e modifiche di direttive già esistenti) che iniziano il cammino di negoziazione con Consiglio ed Europarlamento.

Queste iniziative sono pensate della Commissione per ampliare il campo d’azione de sistema ETS (Emission Trade System); prevenire la delocalizzazione delle emissioni; rafforzare i carbon sink naturali, in particolare i boschi; accelerare la crescita delle rinnovabili e della mobilità a basse emissioni; potenziare l’efficienza energetica; rivedere alcune politiche fiscali allineandole con gli obiettivi del Green Deal.

Grande assente l’economia circolare, che con l’ecodesign, il riuso e il riciclo dà invece un contributo rilevante alla riduzione delle emissoni.

Vediamo più nel dettaglio i singoli provvedimenti che faranno parte del pacchetto.
Il sistema ETS si allarga ai trasporti marittimi e stradali e alle costruzioni

Si rafforza il sistema europeo di scambio di quote di emissione (ETS): la Commissione propone di abbassare ulteriormente il tetto complessivo delle emissioni e di aumentare il tasso annuo di riduzione. In particolare i settori coperti dal mercato Ue del carbonio (Ets) dovranno aumentare lo sforzo di riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2030 portandolo dal 43% al 61% rispetto al 2005.

Il pacchetto prevede poi due cambiamenti importanti: eliminare gradualmente le quote di emissione gratuite assegnate al trasporto aereo, che dovrà allinearsi al sistema globale di compensazione e riduzione delle emissioni di carbonio per l’aviazione internazionale (CORSIA- Carbon Offsetting and Reduction Scheme for International Aviation) e includere anche i trasporti marittimi.

Infine, “per far fronte alla mancanza di riduzioni delle emissioni nel trasporto stradale e negli edifici”, nasce un nuovo sistema separato di scambio delle emissioni per la distribuzione di carburante per il trasporto su strada e per gli edifici.

Gli Stati membri, secondo la proposta della Commissione, dovrebbero spendere interamente le entrate ETS in progetti per il clima e l’energia.

Agricoltura e foreste: tre miliardi di nuovi alberi entro il 2030

La revisione del Regolamento sull’uso del suolo, la silvicoltura e l’agricoltura fissa un obiettivo per la rimozione del carbonio da parte dei carbon sink naturali: 310 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 entro il 2030. Entro il 2035, l’UE dovrebbe mirare a raggiungere la neutralità climatica nei settori dell’uso del suolo, della silvicoltura e dell’agricoltura. Gli Stati membri dovranno migliorare la qualità, la quantità e la resilienza delle foreste dell’UE; supportare i silvicoltori e la bioeconomia basata sulle foreste, con attenzione alla sostenibilità della raccolta e dell’uso della biomassa. E piantare tre miliardi di alberi entro il 2030.

Energie rinnovabili e cascading per il legno

La direttiva sulle energie rinnovabili verrà modificata per arrivare a produrre il 40% dell’energia europea da fonti rinnovabili entro il 2030: l’obiettivo fissato in precedenza (2018) era il 32%. Per tutti gli Stati membri vengono proposti obiettivi specifici per l’uso delle energie rinnovabili nei trasporti, nel riscaldamento e raffreddamento, negli edifici e nell’industria. La commissione annuncia nuovi criteri di sostenibilità per l’uso della bioenergia nel rispetto del principio dell’uso a cascata (cascading) per la biomassa legnosa (l’incenerimento, insomma, può arrivare solo dopo che il legno ha concluso la sua vita per un precedente impiego – nel mobile o nelle costruzioni, ad esempio – non in alternativa a questo).

Revisione della direttiva sull’efficienza energetica: target di rinnovamento del patrimonio immobiliare pubblico

Non solo rinnovabili ma anche efficienza energetica per raggiungere i target di riduzione delle emissioni. Per questo la Commissione propone una revisione della direttiva sull’efficienza energetica con l’obiettivo, spiega, non solo di ridurre il consumo energetico complessivo e quindi le emissioni, ma anche affrontare la povertà energetica. La revisione della direttiva fisserà un obiettivo annuale vincolante più ambizioso per il continente e per gli Stati membri. Impegni sono previsti anche per gli edifici pubblici: il settore pubblico dovrà infatti ristrutturare e rinnovare ogni anno il 3% del patrimonio immobiliare.
Rivoluzione per il trasporto su strada: stop a motori a combustione interna dal 2035

Arrivano standard più rigorosi sulle emissioni di CO2 per auto e furgoni: rispetto ai livelli del 2021 le emissioni medie delle nuove auto dovranno diminuire del 55% dal 2030 e del 100% dal 2035. Tra 14 anni, insomma, tutte le nuove auto immatricolate saranno a emissioni zero. Rivisto anche il regolamento sulle infrastrutture per i combustibili alternativi, per garantire punti di ricarica e rifornimento: sulle principali autostrade ci dovrà essere una colonnina di ricarica ogni 60 chilometri e ogni 150 chilometri un distributore di idrogeno.
Trasporto marittimo e aereo: un tetto al carbonio nei carburanti

Navi e aerei dovranno muoversi consumando meno carburanti fossili. Con la ReFuelEU Aviation Initiative i fornitori di carburante saranno tenuti ad aumentare la quota di carburanti sostenibili per l’aviazione (compresi i carburanti sintetici a basse emissioni di carbonio: e-fuel). Allo stesso modo, la FuelEU Maritime Initiative sosterrà uso di combustibili marittimi sostenibili e tecnologie a emissioni zero, fissando un limite massimo al contenuto di gas serra dell’energia utilizzata dalle navi che fanno scalo nei porti europei.
Stop sussidi alle fonti fossili e rivoluzione nella tassazione dell’energia

La Commissione prevede di ritoccare la direttiva sulla tassazione dell’energia. Il sistema fiscale è parte essenziale delle politiche ambientali comunitarie, per questo si prevede di “allineare la tassazione dei prodotti energetici alle politiche energetiche e climatiche dell’UE, promuovendo tecnologie pulite e rimuovendo esenzioni obsolete e aliquote ridotte che attualmente incoraggiano l’uso di combustibili fossili”. Stop insomma ai sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili. Le nuove regole, afferma la Commissione, “mirano a ridurre gli effetti dannosi della concorrenza fiscale sull’energia, aiutando a garantire agli Stati membri entrate dalle tasse verdi, che sono meno dannose per la crescita rispetto alle tasse sul lavoro”.

In particolare si passerà dalla tassazione dell’energia basata sui volumi a una basata sul contenuto energetico dei combustibili. In una simulazione effettuata da Bruxelles con il nuovo sistema, che dovrebbe essere applicato gradualmente dal 2023, la tassazione minima sulla benzina passerebbe da 0,359 a 0,385 centesimi al litro, quella sul gasolio da 0,330 a 0,419 centesimi al litro. Per contro, le imposte minime sull’elettricità caleranno da un euro a megawatt/ora a 58 centesimi.

Carbon Border Adjustment Mechanism

Infine, il tanto discusso Carbon Border Adjustment Mechanism che fisserà un prezzo del carbonio incluso nelle importazioni di una selezione mirata di prodotti: inizialmente cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti ed elettricità. Obiettivo della Cbam è evitare che si delocalizzino le emissioni (portando fuori dai confini le produzioni hard-to-abate) e che la competitività dei produttori europei venga penalizzata dalla concorrenza ‘grigia’ situata in paesi con regole meno ambiziose. Ma il Cbam servirà anche ad “incoraggiare l’industria al di fuori dell’UE e i nostri partner internazionali a compiere passi nella stessa direzione”. Dal 2023 al 2025 ci sarà una fase di transizione: gli importatori dovranno riferire il livello di emissioni nelle merci importate, senza pagare un corrispettivo monetario per compensarle. Una volta che il sistema sarà a regime, nel 2026, gli importatori dovranno dichiarare ogni anno la quantità di emissioni incluse nelle merci importate l’anno precedente, e pagare con appositi certificati (il sistema sarà progettato sul modello dell’ETS).

“I nostri sforzi per affrontare il cambiamento climatico devono essere politicamente ambiziosi, coordinati a livello globale e socialmente equi – ha dichiarato il commissario per l’Economia, Paolo Gentiloni – Stiamo aggiornando le nostre regole di tassazione dell’energia vecchie di due decenni per incoraggiare l’uso di combustibili più ecologici e ridurre la concorrenza fiscale dannosa sull’energia”. Inoltre, aggiunge, “stiamo proponendo un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere che allineerà il prezzo del carbonio sulle importazioni con quello applicabile all’interno dell’UE. Nel pieno rispetto dei nostri impegni in seno al WTO, ciò assicurerà che la nostra ambizione climatica non sia messa a rischio da aziende straniere soggette a requisiti ambientali più lassisti. Incoraggerà inoltre standard più ecologici al di fuori dei nostri confini”.
Una transizione giusta: il Social Climate Fund

Dopo i gilet gialli sappiamo tutti che il costo della transizione ecologica, anche se correttamente progettata, rischia di ricadere sugli anelli deboli della società: le famiglie vulnerabili, le piccole imprese, gli utenti dei trasporti urbani e periurbani. Quindi, nonostante il pacchetto “distribuisce equamente i costi per affrontare e adattarsi ai cambiamenti climatici”, la Commissione propone la nascita di un nuovo Fondo sociale per il clima: servirà ad aiutare i cittadini a finanziare investimenti in efficienza energetica, nuovi sistemi di riscaldamento e raffreddamento e mobilità più pulita. Il Fondo sociale per il clima sarebbe finanziato dal bilancio dell’UE, utilizzando un importo equivalente al 25% delle entrate previste dello scambio di quote di emissioni per i carburanti per l’edilizia e il trasporto stradale. Secondo i Commissari “fornirà 72,2 miliardi di euro di finanziamenti agli Stati membri, per il periodo 2025-2032, sulla base di una modifica mirata del quadro finanziario pluriennale. Con una proposta di attingere ai finanziamenti corrispondenti degli Stati membri, il Fondo mobiliterebbe 144,4 miliardi di euro per una transizione socialmente equa”.

Le reazioni

Contrastanti le reazioni a caldo sul pacchetto “Fit for 55”, e non poteva essere diversamente vista l’ampiezza dei temi e dei settori produttivi toccati. Ne segnaliamo soltanto alcune.

Partiamo con la Federazione europea Transport & Environment (T&E), che saluta l’annuncio come “una svolta per il settore automotive e un’ottima notizia per gli automobilisti”. Le nuove regole “democratizzeranno le auto elettriche garantendo una spinta decisiva alle infrastrutture di ricarica – ha commentato Carlo Tritto, Policy Officer per T&E Italia – I veicoli elettrici a zero emissioni, in altre parole, saranno presto accessibili a milioni di cittadini europei, cioè più economici e facili da caricare”.

Molto negativi invece gli altri ambientalisti. “Il pacchetto di proposte della Commissione Europea ‘Fit for 55%’ su clima ed energia – afferma in WWF in una nota – è il pacchetto più consistente ed ampio presentato fino ad ora. Tuttavia, è ancora molto al di sotto di ciò che è necessario per un passaggio alla neutralità climatica basato sulla scienza e socialmente equo”. Nel pacchetto “mancano delle disposizioni chiave, alcune non sono giuste e altre faranno in realtà più male che bene. L’UE deve smettere di spendere soldi a favore dell’inquinamento attraverso la distribuzione gratuita delle quote di emissione attraverso l’ETS, dobbiamo garantire che le famiglie più povere non siano svantaggiate, dobbiamo fermare la pratica di sovvenzionare la combustione di alberi e colture per l’energia“, dice Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia.

Fit for 55 “è inadeguato a fronteggiare la sempre più preoccupante emergenza climatica”, accusa Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente. “Per contribuire equamente al raggiungimento dell’obiettivo di 1.5°C previsto dall’Accordo di Parigi, l’Europa deve ridurre le emissioni di almeno il 65% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, andando ben oltre il 55% previsto dalla Legge europea sul clima. La palla passa ora a Consiglio e Parlamento. Serve fare di più. Serve un primo importante segnale già nei prossimi mesi in vista della Conferenza sul Clima (COP26) del prossimo novembre a Glasgow”.

E Greenpeace: “Nonostante una serie di annunci accattivanti, il pacchetto di proposte politiche pubblicato dalla Commissione europea è unfit (indatto, ndr) ad affrontare la crisi climatica”, ha affermato il direttore europeo di Greenpeace, Jorgo Riss: “Celebrare queste politiche è come un saltatore in alto che rivendica una medaglia per essersi presentato alla gara. L’intero pacchetto si basa su un obiettivo troppo basso, non regge le evidenze scientifiche e non fermerà la distruzione dei sistemi di supporto vitale del nostro pianeta. Nonostante tutto il clamore, molte politiche non entreranno in vigore per dieci anni o più, come l’eliminazione graduale delle auto inquinanti a partire dal 2035, mentre altre alimenteranno effettivamente il fuoco, come etichettare la combustione degli alberi come energia rinnovabile”.

Sul piede di guerra le case automobilistiche. Acea, principale associazione europea dei produttori di automobili, ritiene “irrazionale” lo stop ai motori a benzina e diesel al 2035. L’associazione fa presente alla commissione Ue che sta commettendo un “errore”: “I produttori stanno facendo tutti gli sforzi per rendere l’Europa a emissioni zero entro il 2050, come previsto dalla proposta di legge sul clima, ma vietare una singola tecnologia non è una via razionale da perseguire in questo momento”.

Sulla stessa linea Anfia, l’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica, che in una nota esprime “sconcerto e forte preoccupazione” per la proposta. “Pur consapevoli dell’importante ruolo che l’industria automotive può giocare nel raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione del Green Deal europeo – scrive Anfia – riteniamo che lo sforzo richiesto dall’attuale proposta non tenga in debito conto degli impatti industriali, economici e sociali di scelte così ambiziose e categoriche”.

“Sosteniamo con convinzione la proposta della Commissione europea di realizzare l’ambizioso Green Deal dell’Ue tramite una serie di strumenti necessari, concreti e completi”: lo afferma in una nota l’ad di Enel, Francesco Starace: “Siamo decisamente in favore di target più elevati sulle rinnovabili, come il 40% al 2030, di target specifici di efficienza energetica e dell’annunciato potenziamento del già esistente e funzionante Ets. Gli obiettivi – sottolinea Starace – sono importanti, ma per raggiungerli è altrettanto essenziale uno snellimento rapido ed efficace delle procedure di autorizzazione a livello di Stati membri, in particolare per quanto riguarda le rinnovabili”.

fonte: economiacircolare.com/


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COMUNICATO STAMPA PARTE LA CAMPAGNA EUROPEA “NON BRUCIAMOCI L’OCCASIONE”






 















Per info e adesioni : leggerifiutizero@gmail.com oppure postmaster@pec.leggerifiutizero.org
I co-promotori del presente comunicato:
Massimo Piras per il Movimento Legge Rifiuti Zero per l’economia circolare,
Roberto Romizi per ISDE Italia medici per l’ambiente,
Giovanni Damiani per il Gruppo Unitario per le Foreste Italiane - G.U.F.I.
Gianni Cavinato per l’ Associazione Consumatori Utenti – ACU
POST da condividere https://www.facebook.com/LeggeRifiutiZero/posts/4616331798383812


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Sustainable Products Initiative in consultazione

Fino al 9 giugno è possibile esprimere pareri in merito alla nuova iniziativa UE sui prodotti sostenibili



La Commissione europea ha posto in consultazione pubblica (QUI il testo), fino al 9 giugno 2021, la nuova iniziativa sui prodotti sostenibili (Sustainable Product Initiative), revisione della direttiva sulla progettazione ecocompatibile, che oggi riguarda solo il campo dell'energia.
L'obiettivo è stabilire principi di sostenibilità e disciplinare gli aspetti legati alla sostenibilità in un'ampia gamma di prodotti e servizi. Tra i temi in discussione, la presenza di sostanze chimiche dannose in prodotti quali: elettronica e apparecchiature TLC, prodotti tessili, mobili acciaio, cemento.

La Sustainable Product Initiative è in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo e del nuovo Piano d'azione per l'economia circolare. Il suo scopo - si legge sul sito della Commissione - è rendere i prodotti adatti a un'economia climaticamente neutra, efficiente sotto il profilo delle risorse e circolare e ridurre al contempo i rifiuti.

La consultazione pubblica è stata avviata per raccogliere pareri e informazioni dal pubblico e dai portatori di interesse sull'iniziativa, compresi campo di applicazione, obiettivi e le principali opzioni strategiche che dovrebbero essere prese in considerazione dal legislatore.

fonte: www.polimerica.it


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Il Green Deal Europeo e gli impatti sul settore marittimo



Il Green Deal Europeo nasce dal desiderio dell’Unione Europea di rendere, finalmente, operativa la volontà espressa in vari contesti di ridurre le emissioni dei gas serra alla base del riscaldamento globale.

Il tema è stato affrontato con un certo impegno a livello globale per la prima volta durante la Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNCED), informalmente conosciuta come “Summit della Terra”, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. Il trattato siglato in quell’occasione, noto anche come “Accordi di Rio”, non poneva limiti obbligatori per le emissioni di gas serra alle singole nazioni, rimandando ad ulteriori atti (denominati “protocolli”) la possibilità di definire dei limiti per la sua produzione.

Agli accordi di Rio sono seguiti: il protocollo di Kyoto, pubblicato nel dicembre 1997 nella omonima città giapponese da più di 180 Paesi ed entrato in vigore in febbraio 2005; l’accordo sul clima noto come “Accordi di Parigi” firmato nel dicembre 2015 da 195 paesi di tutto il mondo ed entrato in vigore in novembre 2016. È solo a partire dagli “Accordi di Parigi” che si è cercato di responsabilizzare ogni singolo Paese del mondo sulla necessità di fare di più e meglio per ridurre le emissioni di gas serra: mantenere l’aumento di temperatura globale inferiore ai 2 gradi centigradi, e compiere sforzi per mantenerlo entro 1,5 gradi.

Per rispettare questo limite l’Unione Europea, con la pubblicazione dell’Energy Roadmap 2050 nel dicembre 2011 da parte della Commissione Europea, si è impegnata a ridurre le emissioni di gas serra dell’80%-95% entro il 2050, rispetto ai livelli del 1990, ed a rispettare obiettivi intermedi per il 2030 e il 2040.

Il “Green Deal Europeo” è l’insieme di iniziative politiche proposte dalla Commissione Europea per tradurre in azioni concrete quanto previsto per fare dell’Europa il primo continente a impatto climatico zero: non tratta solo di emergenza climatica, ma prende in considerazione tutti i settori dell’economia, in particolare i trasporti, l’energia, l’agricoltura, l’edilizia e settori industriali quali l’acciaio, il cemento, i prodotti tessili e le sostanze chimiche. Per realizzare gli obiettivi sono previsti investimenti notevoli, fino a 260 miliardi di Euro annui aggiuntivi, per supportare azioni in tutti i settori dell’economia tra cui: investire in tecnologie rispettose dell’ambiente; sostenere l’industria nell’innovazione; introdurre forme di trasporto privato e pubblico più pulite, più economiche e più sane; decarbonizzare il settore energetico; garantire una maggiore efficienza energetica degli edifici; collaborare con i partner internazionali per migliorare gli standard ambientali mondiali.

Nel 2014 il Consiglio Europeo ha stabilito gli obiettivi parziali dell’Unione Europea in materia di clima per il 2030: una riduzione delle emissioni del 40% rispetto ai livelli del 1990. Nel primo discorso sullo stato dell’Unione, il presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen ha proposto di portare la riduzione delle emissioni almeno al 55% entro il 2030.

Gli impatti sul settore marittimo di quanto stabilito a livello europeo in materia ambientale si rendono evidenti se si pensa che il trasporto per via navigabile movimenta quasi il 90% di tutto il commercio internazionale: solo nell’Unione Europea più del 75% dei volumi da e verso paesi esteri transita via mare. Nel 2018, 139 milioni di tonnellate di CO2 sono state emesse dalle navi che visitano i porti europei: queste rappresentano circa il 13% delle emissioni totali dei trasporti dell’Unione Europea. A livello globale, il trasporto marittimo emette oltre un miliardo di tonnellate di CO2, che rappresenta il 2-3% delle emissioni totali di gas serra: se il trasporto marittimo fosse uno Stato, sarebbe il sesto più grande emettitore di gas serra al mondo.

Se non venisse adottata alcuna azione per contenere le emissioni, si prevede che queste aumenterebbero tra il 20% e il 120% entro il 2050, trainate dalla crescita economica e dal conseguente aumento della domanda di trasporto di merci e persone, impedendo di raggiungere gli obiettivi posti dalla Commissione Europea.

Le emissioni di gas serra prodotte dalle navi non erano incluse nell’accordo di Parigi del 2015 sul clima. Nel 2018, l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), l’organismo delle Nazioni Unite che regola il trasporto marittimo internazionale, ha adottato una prima strategia sui gas serra per la spedizione internazionale cercando di ridurne le emissioni e di eliminarle gradualmente “il prima possibile in questo secolo”, definendo obiettivi meno stringenti rispetto a quelli che si prefigge il Green Deal Europeo: il settore navale è definito “hard-to-abate” (difficile da abbattere) perché il processo di decarbonizzazione prevede ingenti investimenti e tempi lunghi di adozione da parte degli operatori che hanno diverse unità operative da dover adeguare.

Per accelerare il processo di decarbonizzazione e lo sviluppo di navi a zero emissioni, il Parlamento Europeo ha proposto misure per abbandonare l’uso di olio combustibile pesante e per deliberare investimenti urgenti nella ricerca di nuove tecnologie con attenzione all’innovazione, alla digitalizzazione e all’adattamento di porti e navi. Ecco alcune azioni concrete:
Supportare l’innovazione nella ricerca di nuove sorgenti energetiche e carburanti alternativi per le navi: sono in corso diverse iniziative per valutare combustibili “verdi” come Gas Naturale Liquido (LNG) ed Idrogeno. Al momento le tecnologie per la loro adozione a bordo nave non risultano ancora mature, né sono disponibili infrastrutture a terra che garantiscano il rifornimento delle navi in banchina. Il meccanismo degli IPCEI (Important Projects of Common European Interest) promosso dalla Commissione Europea mette a disposizione dei fondi per supportare la ricerca applicata e le risorse per l’industrializzazione di queste tecnologie.
Sostenere la diffusione dell’approvvigionamento energetico nei porti: ad oggi, quando una nave rimane in banchina deve mantenere i motori diesel accesi per garantire la produzione di energia elettrica necessaria ai servizi a bordo (si pensi alla parte alberghiera di una nave da crociera). Il piano Next Generation EU prevede dei finanziamenti per l’elettrificazione dei porti, noto come “Cold Ironing”, per fare in modo che le navi possano spegnere i motori quando sono in banchina.
Indurre gli operatori del settore ad adottare soluzioni “verdi”: il 16 settembre 2020, il Parlamento Europeo ha adottato emendamenti che impongono alle compagnie di navigazione di ridurre su base lineare le loro emissioni medie annue di CO2 relative al trasporto, per tutte le loro navi, di almeno il 40% entro il 2030, con sanzioni in caso di non conformità.

Tenendo conto che la vita media di una nave si aggira intorno ai 30 anni e che sono necessari dai 3 ai 5 anni per la sua progettazione e realizzazione, le unità che vengono studiate oggi saranno quelle che dovranno garantire gli obiettivi di sostenibilità ambientale previsti non solo al 2030 ma soprattutto al 2050: ecco perché così tanti sforzi profusi a partire dal 2021.

La strada da percorrere per realizzare gli obiettivi che si è posta l’Unione Europea risulta ancora lunga, soprattutto nella definizione delle modalità esecutive: basti pensare che ancora oggi non sono chiare le normative di riferimento per i rifornimenti in banchina dei combustibili alternativi. Nonostante questo, la direzione è sicuramente tracciata: la Commissione Europea sta mettendo a disposizione tutti gli strumenti di propria competenza per agevolare questo importante cambiamento e, soprattutto, rendere economicamente profittevole per gli operatori del settore l’adozione delle tematiche ambientali.

Il futuro del business marittimo è sempre più “verde”.

fonte: www.rinnovabili.it



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Emissioni in atmosfera, Ispra: ecco quali sono le fonti inquinanti e climalteranti in Italia

«Tutti i settori saranno chiamati nei prossimi 30 anni a fornire un contributo estremamente rilevante che va ben oltre quanto previsto dal Piano nazionale energia e clima, con impatti significativi sulla vita di tutti i cittadini, a cominciare dalle modalità di trasporto»



Negli ultimi trent’anni, le emissioni in atmosfera dovute alle attività antropiche italiane sono diminuite in modo significativo, sia sotto il profilo degli inquinanti che dei gas climalteranti. Ma c’è poco da festeggiare, perché nel trentennio appena iniziato dovremmo fare molto, molto di più.

A metterlo chiaramente in evidenza sono due rapporti presentati dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra), l’Italian greenhouse gas inventory 1990-2019 e l’Italian emission inventory 1990-2019.

Dal primo report emerge che le emissioni di gas serra nazionali nel 2019 erano più basse del 19,4% rispetto a quelle del 1990 (e del 2,4% rispetto al 2018), passando da 519 a 418 milioni di tonnellate di CO2eq. Potrebbe sembrare una buona performance, non fosse che tra altri trent’anni le emissioni nette – ovvero tenendo conto del naturale assorbimento di CO2 da parte degli ecosistemi – dovranno scendere a zero: è quanto impone la sfida alla crisi climatica, cristallizzata nel Green deal europeo e dunque nella Strategia italiana al 2050.

Per raggiungere la neutralità emissiva «tutti i settori saranno chiamati nei prossimi 30 anni a fornire un contributo estremamente rilevante che – sottolinea l’Ispra – va ben oltre quanto previsto dal Piano nazionale energia e clima, con impatti significativi sulla vita di tutti i cittadini, a cominciare dalle modalità di trasporto».

Ad oggi i trasporti presentano infatti emissioni climalteranti addirittura in aumento (+3,2%) rispetto al 1990, ma più in generale è a tutto il comparto energetico che saranno richiesti gli sforzi maggiori: questo macrosettore – che spazia dalla produzione di energia ai trasporti al riscaldamento – da solo vale l’80,5% delle emissioni nazionali (in calo del 20,9% rispetto al 1990), seguito da processi industriali (8,1%, in calo del 16%), agricoltura e allevamenti (7,1%, -17,3%) e gestione rifiuti (4,3%, in crescita del 5,1% soprattutto a causa delle discariche).

Anche per quanto riguarda le emissioni inquinanti in atmosfera, apparentemente l’Italia sembra aver conseguito risultati eccezionali: «In sintesi – riassume Ispra – nel periodo 1990-2019 le emissioni mostrano un trend di decrescita per la maggior parte degli inquinanti descritti. Le riduzioni sono particolarmente rilevanti per gli inquinanti principali (SOX -94%; NOX -71%; CO -70%; NMVOC -55%) e il piombo (-95%)» ma anche per l’esaclorobenzene (-93%), mentre nello stesso periodo la diminuzione per il PM2,5 è del 39% e per il PM10 del 41%.

Il problema è che, secondo le ultime stime dell’Agenzia europea dell’ambiente, tre soli inquinanti (PM2,5, NO2 e O3) sono ancora responsabili rispettivamente di 52.300, 10.400 e 3.000 vittime nel nostro Paese, ogni anno. Tanto che l’Ue nel novembre scorso ha avviato una procedura d’infrazione. Senza contare che nei giorni scorsi l’Europarlamento ha anche chiesto ulteriori migliorie per le direttive Ue sulla qualità dell’aria, una risoluzione passata senza i voti della destra italiana.

Anche sul fronte delle emissioni inquinanti è al settore energetico che dovranno essere chiesti gli sforzi maggiori, il che significa in primis climatizzazione degli edifici e modalità di trasporto più sostenibili. Entrambi temi che riguardano in prima persona i cittadini. Come documenta l’Ispra, il settore energetico resta infatti la principale fonte di emissioni inquinanti in atmosfera, assommandone oltre l’80% in media. Ad esempio: SOX 88%; NOX 91%; CO 94%; PM2.5 88%; BC 94%; PAH 84%. All’interno di questo contesto, sottolinea l’Ispra, al trasporto su strada vanno grandi responsabilità: NOX 40.3%, BC 30.1%, CO 18.7%, NMVOC 11.4%, Cd 9.1%, PM10 11.6%, PM2.5 10.1%.

Altrettanti sforzi dovranno essere messi in campo nel settore della climatizzazione degli edifici, come mostra oggi in dettaglio il report di Legambiente e Kyoto club, ma anche altri comparti sui quali generalmente la pubblica attenzione è molto bassa dovranno essere in realtà al centro della transizione ecologica.

Il caso più eclatante è forse quello di agricoltura e allevamenti, eccellenze nazionali responsabili ad esempio del 94% delle emissioni di ammoniaca, un importante precursore dell’inquinamento da particolato atmosferico.

fonte: www.greenreport.it


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Bioeconomia circolare, la chiave per raggiungere gli obiettivi del Green Deal Ue

“L’economia circolare non è completa senza la bioeconomia e viceversa”. Un uso circolare dei materiali a base biologica e un'adesione al modello della bioeconomia circolare può dare un contributo importante alla sostenibilità europea















Il piano d’azione per l’economia circolare 2020 è uno dei principali segmenti del Green Deal, che include iniziative lungo l’intero ciclo vita dei prodotti e mira a rendere norma i prodotti sostenibili UE. Il piano si concentra sul potenziamento dei processi di economia circolare, sulla promozione del consumo sostenibile e sull’accertarsi che le risorse utilizzate siano rigenerabili e presenti nel ciclo produttivo il più a lungo possibile.

Tutti questi buoni propositi, però, non possono che essere strettamente connessi ad un cambiamento economico sistemico che affronti temi economici, sociali e ambientali e che garantisca una competitività economica europea attraverso la creazione di posti di lavoro. Un cambiamento che porta il nome di bioeconomia: un un’economia più innovativa e a basse emissioni, che concilia le richieste di agricoltura e pesca sostenibili, sicurezza alimentare e uso sostenibile delle risorse biologiche rinnovabili per scopi industriali, garantendo la biodiversità e la tutela dell’ambiente.

Rimane la sfida di creare una sinergia tra bioeconomia e l’economia circolare che in breve dovrebbe integrare il modello circolare con l’utilizzo di prodotti bio-based (base biologica) grazie alle biotecnologie. Una bioeconomia circolare può servirsi dei principi della circolarità e, allo stesso tempo, di tecniche e processi promossi dalla bioeconomia.

Perché è importante la bioeconomia circolare

Il nova-Institut ha presentato una simbiosi tra bioeconomia ed economia circolare in un documento pubblicato nel 2018 intitolato The “Circular Bioeconomy” – Concepts, Opportunities and Limitations: “L’economia circolare non è completa senza la bioeconomia e viceversa. Gli enormi volumi di rifiuto organico e di flussi di scarti provenienti da agricoltura, silvicoltura, pesca, scarti organici di produzione di cibo e mangimi possono essere integrati solo nell’economia circolare attraverso processi di bioeconomia. Allo stesso tempo la bioeconomia trarrà enormi vantaggi da una maggiore circolarità”.

Secondo una pubblicazione della Commissione Europea su come “la bioeconomia può contribuire al Green Deal”, si stima che la bioeconomia contribuisca a quasi il 9% della forza lavoro e al 4,7% del Pil dei 27 Paesi membri. Cifre ancora decisamente poco significative. Ecco perché attraverso il progetto Horizon 2020, la Commissione Europea ha già dedicato alla bioeconomia circolare 3,85 miliardi di euro di fondi pubblici e diverse iniziative negli ultimi sette anni. Nel 2018 l’ European Bioeconomy Strategy ha rappresentato un passo in avanti importante che può impattare positivamente su diversi settori produttivi in cui innovazione e tecnologia giocano sempre un ruolo fondamentale.

La pace tra biosfera ed economia

“Per implementare la transizione che il Green Deal si prefigge – dice John Bell , direttore Healthy Planet del dipartimento ‘Ricerca e innovazione presso la Commissione europea’ all’evento Empowering the circular bioeconomy through the EU Green Deal – dobbiamo porre le basi di un’economia giusta e inclusiva. La bioeconomia è centrale in questo processo e grazie alle tecnologie e le giuste policy possiamo accelerare la transizione”.

Biosfera ed economia devono finalmente fare pace e la bioeconomia sembra l’intermediario perfetto per far sì che ciò avvenga. “Vivremo in un mondo in cui le risorse e le materie prime saranno sempre più limitate – continua Bell – la Bioeconomy si occupa di risorse viventi (living resources) che rinnovano se stesse e l’ecosistema circostante. Il cibo sarà la prima cosa”. Nell’UE, si stima che il 20% del cibo totale prodotto venga perso o sprecato (FUSIONS, 2016), quando 33 milioni di persone non possono permettersi un pasto di qualità .

Materiali a base biologica

“L’innovazione è fondamentale per la trasformazione bio-based – sostiene Claire Skentelbery Direttrice generale di EuropaBio (uno dei gruppi industriali di biotecnologica più grande d’Europa) – è una parte molto promettente che ci dà grandi opportunità. Le politiche aiutano a far sì che le tecnologie abbiano un impatto significativo nel sistema produttivo. Materiali come la plastica biodegradabile e compostabile o i materiali da costruzioni rinnovabili dovrebbero essere visti come investimento a lungo termine”.

La proposto di una Taxonomy regulations (un sistema di classificazione UE che stabilisce un elenco di attività economiche sostenibili dal punto di vista ambientale) fa sorgere preoccupazioni sulla sostenibilità finanziaria immediata, ma “sviluppare politiche sostenibili attraverso un’efficace comunicazione che responsabilizzi il consumatore – continua Skentelbery – stimolerà la domanda di mercato. Alcuni technical screening criteria, strumenti di valutazione dei prodotti bio-based, contengono troppe semplificazioni. Per i prodotti alimentari non sono abbastanza precisi, dovrebbero essere allineati ad altri criteri come quelli usati per le materie prime che in Europa esiste da tempo”.

L’importanza delle foreste nella bioeconomia circolare

Una dimensione a cui il Bioeconomy Strategy Action Plan del 2018 non ha dedicato molto spazio è quella delle foreste. “Nel documento – fa notare Lauri Hatemaki vice direttore dell’European Forest Institute e professore all’università di Helsinki – si cita poco l’importanza delle foreste e i molteplici benefici che forniscono alla società e all’ecosistema. Per raggiungere la neutralità climatica si devono considerare tutte le categorie che svolgono un ruolo importante nel processo di stoccaggio del carbonio. Il Green Deal da questo punto di vista deve avere un approccio più olistico”, conclude Lauri Hatemaki.

16 marzo la Commissione Europa, tramite le parole del Commissario europeo per l’ambiente, gli oceani e la pesca Virginijus Sinkevičius, ha confermato l’importanza del ruolo delle industrie a base forestale che portano benefici economici e sociali. Ha ricordato inoltre che il Protocollo di Kyoto impegna la maggior parte dei Paesi industrializzati a limitare le emissioni di gas serra attraverso il computo delle quote d’emissione consentite. I bilanci nazionali quindi devono considerare anche i serbatoi di carbonio agro-forestali e le fonti di emissione connesse ai cambiamenti di uso del suolo (afforestazione e deforestazione).

I dubbi sul legno vergine usato per produrre energia

Tra i possibili utilizzi delle foreste, però, c’è anche la produzione di energia tramite la combustione di biomasse come il legno. “Nonostante abbia un importante ruolo nella transazione, la bioeconomy ha dei limiti”, fa notare Luc Bas, direttore per l’Europa di IUCN (International Union for Conservation of Nature) e Climate and Nature Ambassador. “L’uso del legno per produrre energia è una soluzione interessante, ma non è naturale. Secondo un report la maggior parte di biomasse che bruciamo per produrre energia emettono più gas ad effetto serra che carbone e gas”. Il rialzo dei prezzi e la scarsità della materia hanno fatto accendere le polemiche sull’uso del legno pregiato per la produzione di energia attraverso le centrali a biomassa che ricevono, in Italia, ingenti sussidi pubblici. 500 scienziati ed economisti di tutto il mondo hanno scritto una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von Der Leyen e al presidente degli Stati Uniti Joe Biden in cui chiedono alle autorità, che si sono impegnate a raggiungere l’obbiettivo emissione-zero entro il 2050, di eliminare gli incentivi a favore delle centrali a biomassa che utilizzano legno vergine.

fonte: economiacircolare.com


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Mercato europeo accumuli: ottime prospettive per il 2021

 

fonte: infobuildenergia.it


I sistemi di accumulo elettrico che verranno installati in Europa nel corso del 2021 potrebbero raggiungere i 3.000 MWh, quasi il doppio delle installazioni registrate nell'anno precedente.

Queste sono le previsioni contenute nella quinta edizione dell'European Market Monitor on Energy Storage (EMMES) pubblicato il 23 marzo dalla European Association for Storage of Energy (EASE), la principale associazione che rappresenta le organizzazioni attive lungo l'intera filiera dello stoccaggio energetico, con il supporto della Delta-EE, società leader per la ricerca e la consulenza sull'energia.

I numeri mostrano come l'anno da poco trascorso sia stato segnato da un forte rallentamento nelle installazioni dei sistemi di accumulo nei segmenti commerciali, industriali e anche residenziali, ovvero in quelle soluzioni "behind the meter" caratterizzate da una molteplicità di tanti (più o meno) piccoli impianti distribuiti.

Viceversa, nel 2020 hanno dimostrato di saper resistere meglio alla crisi da Covid-19 tutte le installazioni di accumuli "front of the meter", cioè di quei sistemi di media-grande taglia che agiscono direttamente sulle reti elettriche fornendo ad esempio servizi ancillari (frequenza, tensione, ecc.) e di bilanciamento. In particolare, Regno Unito, Paesi scandinavi e Italia hanno contribuito con la quota più significativa all'installato "front of the meter" del 2020.

Come abbiamo già accennato, è previsto che per il 2021 le installazioni totali di sistemi di accumulo in Europa raggiungeranno i 3.000 MWh; una cifra da record, pari a più del doppio dell'installato del 2020 (1.700 MWh) e capace da sola di rappresentare quasi la metà della potenza cumulativa totale di stoccaggio elettrochimico presente in Europa, attualmente pari a circa 5.400 MWh.

Patrick Clerens, segretario generale della European Association for Storage of Energy, ha commentato: "Le eccellenti prospettive di stoccaggio per il 2021 testimoniano l'importanza di una politica di supporto e di un quadro di mercato per lo stoccaggio: l'implementazione del Clean Energy Package sta aprendo nuovi mercati in Europa e migliorando il 'business case' per gli accumuli. Il forte impegno dei responsabili politici per il Green Deal europeo e una piano verde di uscita dalla crisi causata dal Covid-19 sono estremamente promettenti per il settore dello stoccaggio".


Riferimenti
EMMES 5.0: Total Annual Energy Storage Market in Europe Expected to Reach 3,000 MWh in 2021
il comunicato stampa della EASE

fonte: www.nextville.it


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