Paper di Right to Repair Europe, Runder Tisch Reparatur, Germanwatch e European Environmental Bureau: “La responsabilità estesa del produttore (EPR) ha il potenziale per sostenere le riparazioni, ma deve essere ampiamente riformata”
Prima era la corsa all’oro, poi è stata la volta della febbre del petrolio, la prossima sembra profilarsi come l’era delle terre rare. Quelle, per intenderci, che servono a
Il testo si concentra su microplastiche e economia circolare per affrontare l’intero ciclo di vita dei prodotti in plastica. Già 75 i paesi che hanno detto ...
Nel 2020 il ricorso alle energie alternative continua a far diminuire il consumo e la produzione di carbone e riduce a due il numero degli Stati Ue produttori.
Sono i dati delle statistiche sulla produzione e consumo di ...
Secondo Ecopneus, l'utilizzo nei campi sportivi in erba sintetica risponde già ai limiti sugli IPA che entreranno in vigore l'anno prossimo.
Il polverino di gomma ottenuto dal riciclo di pneumatici fuori uso (PFU) può essere utilizzato come intaso nei campi sportivi in erba sintetica o in altri utilizzi in forma sfusa, anche alla luce del nuovo Regolamento UE 2021/1199 (leggi articolo), che fissa limiti più restrittivi alla presenza di di Idrocarburi Policiclici Aromatici (IPA).
Ad affermarlo è Ecopneus, società consortile senza scopo di lucro per la gestione degli pneumatici fuori uso (PFU) in Italia, che cita i risultati di uno studio condotto cinque anni fa con il supporto scientifico dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri IRCCS e della società Waste and Chemicals (leggi articolo).
I risultati sui campioni analizzati evidenziarono infatti che la somma degli otto IPA soggetti alla restrizione 28 del Regolamento REACh era compresa tra 5 e 20 mg/kg, quindi sotto la nuova soglia di 20 mg/kg che entrerà in vigore il il 10 agosto 2022, nonché inferiore ai limiti introdotti dal decreto End of waste per la gomma granulare vulcanizzata (DM 178/2020).
" Il Regolamento (UE) 2021/1199 – sostiene Federico Dossena, Direttore Generale di Ecopneus - introduce riferimenti importanti per la salute degli sportivi e cittadini cui la gomma riciclata risponde già, anche con sistemi di campionamento e controllo sugli impianti di produzione definiti dal decreto End of waste, a differenza di altri materiali polimerici che, proveniendo da filiere non altrettanto controllate, possono introdurre sul mercato materiali fuori limite e spesso erroneamente confusi con la gomma riciclata, creando pericolosa confusione per le aziende, il sistema e per i cittadini".
fonte: www.polimerica.it
#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897. Grazie!
#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ)
La stessa Commissione europea ha ammesso che il biodiesel derivato dagli oli vegetali di palma e soia inquina dalle due alle tre volte di più rispetto al diesel fossile
Negli ultimi dieci anni, i biocarburanti voluti dall’Ue per rimpiazzare i combustibili fossili hanno causato la scomparsa di un’area totale di foresta pari alla superficie dell’Olanda e hanno emesso fino a tre volte più CO2 rispetto al diesel che hanno sostituito. Queste le conclusioni poco incoraggianti dello studio condotto da Transport & Environment (T&E), un’organizzazione attiva sui temi della mobilità sostenibile. Il documento mette in evidenza, oltre alle scelte discutibili fatte da Bruxelles, quali sono i Paesi che hanno scommesso di più sui carburanti di nuova generazione. Nel 2020, l’Italia è stata la terza produttrice europea di biodiesel, alle spalle di Spagna e Paesi Bassi, e la quarta per consumi.
“Nel 2009 - si ricorda nello studio - è stata introdotta la direttiva Ue sulle energie rinnovabili (Red) per promuovere l’uso” delle fonti alternative a quelle fossili “nel settore dei trasporti”. La norma ha obbligato “gli Stati membri, entro il 2020, a rispettare una quota del 10% di energia rinnovabile nel consumo finale di energia dei trasporti”. Tuttavia, tali regole “hanno trascurato le salvaguardie della sostenibilità e non hanno tenuto conto dell'intero ciclo di vita delle emissioni legate alla catena di approvvigionamento del carburante e all'uso del suolo”. In altre parole, “il consumo della gran parte di biocarburanti” ha portato ad “emissioni complessive di gas serra superiori rispetto ai combustibili fossili”.
Ad esempio, la domanda di biodiesel dell’Ue ha richiesto la coltivazione di 1,1 milioni di ettari di palme nel sud-est asiatico e di 2,9 milioni di ettari di semi di soia in Sud America. Superfici strappate ai preziosi milioni di ettari di foresta, riconvertita alle monocolture necessarie per le produzione dei carburanti. Il documento di T&E ricorda che nel 2012 e nel 2016 la Commissione europea ha pubblicato due studi che hanno quantificato le emissioni di biocarburanti legate all'uso del suolo. In entrambe le occasioni, l’esecutivo Ue ha ammesso “che quando si prendono in considerazione le emissioni previste per il cambiamento indiretto della destinazione del suolo, tutti i biodiesel a base di olio vegetale comportano più emissioni del diesel fossile”. “Il rapporto più recente - si precisa - ha mostrato che le emissioni sono particolarmente elevate per l'olio di palma e di soia, che causano rispettivamente tre e due volte le emissioni del diesel fossile”.
“Una politica che avrebbe dovuto salvare il pianeta in realtà lo sta distruggendo”, è il commento di Laura Buffet, direttrice energetica di T&E. “Gli sforzi per sostituire i combustibili inquinanti come il diesel con i biocarburanti stanno paradossalmente aumentando le emissioni di anidride carbonica che riscaldano il pianeta”, ha concluso Buffet.
GALLERY
fonte: europa.today.it/
#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897. Grazie!
#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ)
Le città sono i motori dell'economia europea e sono sempre più riconosciute come attori chiave nella transizione dell'Europa verso un'economia a basse emissioni di carbonio
L'Europa è un continente altamente urbanizzato: circa il 75% della popolazione vive in aree urbane e le stime prevedono che la percentuale arriverà all'80% nel 2050. Il paesaggio urbano europeo è eterogeneo e caratterizzato da una diversità di città per lo più piccole e medie: secondo una valutazione di UN-habitat, nel 2016, di queste città, solo Parigi e Londra possono infatti essere considerate vere e proprie megalopoli.
Sul piano della promozione dello sviluppo urbano sostenibile, l'Unione europea riveste un ruolo chiave ma le amministrazioni locali sono sicuramente nella posizione migliore per affrontare e risolvere le sfide ambientali, garantendo al contempo una buona qualità della vita per i propri cittadini. Tradizionalmente, le città risultano fondamentali nei settori della gestione dei rifiuti e dell'acqua, del trasporto pubblico e dell'uso efficiente del territorio, attraverso l'attuazione di una pianificazione urbana integrata. Oggi poi, le città sono anche in prima linea per quanto riguarda l'adattamento ai cambiamenti climatici e la conservazione e il ripristino degli ecosistemi.
In aggiunta a ciò, in questo anno e mezzo di pandemia abbiamo potuto constatare come le città, con le loro amministrazioni, siano state in prima linea nella gestione dell’emergenza, sopportandone spesso gli impatti peggiori. Le questioni post-pandemia che dovranno essere ancora affrontate nei prossimi mesi e negli anni a venire avranno necessariamente un effetto sulla transizione verde delle stesse città: dagli spazi verdi, alle forme di mobilità, al ruolo della tecnologia, solo per dirne alcune.
Le seguenti quattro aree offrono strade particolarmente promettenti per affrontare la triplice sfida delle città - sociale, ambientale ed economica: ripensamento della mobilità urbana e dell’uso del suolo, riqualificazione del patrimonio edilizio urbano, rafforzamento del ruolo delle infrastrutture verdi e delle soluzioni basate sulla natura, trasformazione dei sistemi alimentari urbani e passaggio a modelli di consumo più circolari.
Se le città giocano un ruolo importante nella transizione ecologica, è anche vero che le città sono uniche e diverse e per questo le tabelle di marcia per la transizione devono essere adattate alle condizioni locali.
Attraverso un sondaggio e delle interviste con alcune città selezionate, l’Agenzia europea per l’ambiente è andata a valutare alcuni dei fattori trainanti e i differenti ostacoli che i centri urbani devono affrontare nell’accelerare il passaggio verso modelli più sostenibili dal punto di vista ambientale. Quello che emerge è che la flessibilità sarà la chiave per consentire alle città di mettere in atto misure che funzionino meglio per le proprie situazioni, la legislazione dell'UE continua a svolgere un ruolo chiave nell'accelerare il cambiamento nelle città, i governi nazionali e sovranazionali possono facilitare, oltre che inibire, il cambiamento di sistema, le reti di città e i partenariati mirati hanno un ruolo vitale in tali processi, il coinvolgimento efficace del pubblico nei processi decisionali porta a risultati migliori, la comunicazione efficace ed innovativa delle informazioni è una parte importante del coinvolgimento del pubblico, le nuove tecnologie possono svolgere un ruolo importante, ma devono essere inclusive e adatte allo scopo, l'accesso ai finanziamenti UE, nazionali e privati svolge un ruolo fondamentale, i processi di approvvigionamento verde e il consumo sostenibile sono importanti motori di cambiamento.
Per valutare il ruolo delle città nella transizione ecologica, all'interno dell'ampio quadro del Green Deal europeo e dell'Agenda urbana dell'UE, l’Agenzia europea ha selezionato sei “lenti” di osservazione ed analisi: La città resiliente, in cui le capacità di individui, comunità, istituzioni, imprese consentono loro di adattarsi e rispondere a stress cronici e shock acuti La città verde, che fornisce alla comunità ambienti sani e sostenibili attraverso una progettazione ecologica dello sviluppo urbano La città a basse emissioni di carbonio, che si muove verso il raggiungimento di pratiche a basse emissioni di carbonio in tutti i suoi aspetti, inclusi economia e vita quotidiana La città inclusiva, in cui i processi di sviluppo includono un'ampia varietà di cittadini e attività e che coinvolgono l'inclusione spaziale, sociale ed economica La città sana, che consente alle persone di svolgere tutte le funzioni della vita e di svilupparsi al massimo delle loro potenzialità La città circolare, in cui tutti i flussi di prodotti e materiali possono diventare una risorsa per nuovi prodotti e servizi
Grazie a questi 6 modelli di lettura ed analisi, l'Agenzia europea sta portando avanti la sua valutazione sui progressi delle città europee verso una transizione ecologica ed equa.
fonte: www.arpat.toscana.it
#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897. Grazie!
#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ)
Il glifosato non rispetta il principio di precauzione e quindi non può essere messo in commerio. A dirlo è la Corte d’appello amministrativa di Lione.
Un prodotto sanitario che non rispetta il principio di precauzione non può essere messo in commercio. È netta la presa di posizione della Corte d’appello amministrativa di Lione che, con una sentenza del 29 giugno, ha ribadito ciò che era già stato deciso nel 2019: il Roundup 360, erbicida a base di glifosato, dev’essere ritirato dal mercato.
Il tribunale amministrativo francese contro Monsanto
Era il mese di marzo del 2017 quando l’Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare, ambientale e della salute sul lavoro (Anses) ha dato il via libera al Roundup Pro 360, senza procedere a una nuova valutazione visto che la composizione era la stessa rispetto a un altro prodotto fitosanitario in commercio, il Typhoon. Così facendo, però, l’Anses avrebbe “commesso un errore di valutazione per quanto riguarda il principio di precauzione”.
Il prodotto infatti è a base di glifosato, il controverso erbicida sviluppato dalla multinazionale dell’agrochimica e delle sementi Monsanto, ormai di proprietà della casa farmaceutica Bayer. Una sostanza che, secondo gli studi dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) consultati dalla Corte, è “potenzialmente cancerogena per l’uomo”. Da qui la richiesta di ritirare dal mercato il Roundup Pro 360, espressa con la sentenza di primo grado del 2019 e ora ribadita in appello. Per il verdetto definitivo bisognerà attendere che si pronunci il Consiglio di Stato, visto che Bayer e Anses hanno fatto ricorso.
Si discute sul glifosato nell’Unione europea
“Questa importante decisione dovrebbe quindi portare al ritiro di tutte le autorizzazioni per la rivendita di prodotti non preceduti da una valutazione specifica, e più in generale di tutti i prodotti a base di glifosato, visti i numerosi dati scientifici che mostrano gli impatti sulla salute e sull’ambiente di tale erbicida”, sostiene Joel Spiroux de Vendômois, alla guida dello studio legale che sta portando avanti la causa.
L’Unione europea sembra però incamminarsi verso la direzione opposta. Il glifosato infatti è ammesso fino al 15 dicembre 2022 e in questi mesi ha preso il via l’iter necessario per confermare o meno l’autorizzazione. Come primo step, le autorità di quattro paesi membri (tra cui la Francia, oltre a Olanda, Svezia e Ungheria) hanno stilato una dettagliata valutazione da cui emerge che l’erbicida non è cancerogeno, mutageno né tossico per la riproduzione. Ma c’è un però: secondo quanto rivelato dalla stampa internazionale, tale decisione si basa su studi che, per la maggior parte, non rispettano gli standard qualitativi minimi. E non possono quindi essere ritenuti indipendenti né attendibili.
fonte: www.lifegate.it
#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897. Grazie!
#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ)
Peggiora l’ISPRED sotto i nuovi obiettivi climatici UE e la ripresa di consumi ed emissioni. Italia in ritardo su tecnologie low carbon
Scemato l’effetto lockdown dei primi mesi di pandemia, i consumi di energia in Italia sono tornati a crescere e con essi le emissioni. Una ripresa che unitamente ai nuovi obiettivi sul clima ha impresso un netto peggioramento all’ISPRED, ossia l’indice di transizione energetica nazionale. A calcolarlo è l’ENEA pubblicando, ogni tre mesi, i dati sull’andamento del sistema energetico italiano.
L’ultima analisi dell’agenzia arriva oggi e fa il punto sui trend di gennaio, febbraio e marzo 2021. Il primo dato a saltar all’occhio è la profonda discrepanza tra l’anno in corso e il 2020. Passata la prima fase emergenziale e iniziate le vaccinazioni per il Covid-19 l’economia globale ha potuto tirare un sottile sospiro di sollievo, forte anche dei grandi piani fiscali che accompagnano la ripresa. E se l’economia rialza la testa, anche i consumi energetici, petrolio in primis, tornano a crescere.
L’Italia non fa differenza: qui la domanda di energia primaria ha toccato quota 43 Mtep nel primo trimestre 2021 (+1,5% rispetto sul I trimestre 2020). Un valore, tuttavia, ancora inferiore del 5% rispetto ai livelli pre-coronavirus. La differenza – spiega l’ENEA – è quasi completamente riconducibile ai minori consumi di petrolio. Nel compenso sono aumentati i consumi di gas naturale (+5%), rinnovabili (+5%) e delle importazioni nette di elettricità (+6%). E anche del carbone (+17%, dati parziali) sebbene i valori siano ancora al di sotto del I trimestre 2019.
La ripresa ha ovviamente fermato il calo della CO2 registrato lo scorso anno. Nel dettaglio, le emissioni del settore energetico sono stimate sui livelli di gennaio e febbraio 2020, con un incremento marginale. Ma domanda energetica e dati emissivi sono solo due delle cause del peggioramento dell’indice di transizione energetica. La ragione principale del calo dell’ISPRED sta anche nei nuovi obiettivi climatici 2030 decisi in sede UE (legge europea sul clima). Obiettivi che hanno scombussolato anche la traiettoria di crescita delle fonti rinnovabili.
“Tutto ciò comporta un sostanziale allontanamento della traiettoria di decarbonizzazione del sistema”, spiega Francesco Gracceva, il ricercatore ENEA che coordina l’Analisi. “Un altro segnale negativo si registra sul fronte sicurezza, dove permangono la forte criticità nel settore della raffinazione e gli alti costi per la gestione in sicurezza del sistema elettrico. Sul lato prezzi, invece, si conferma la positiva riduzione della forbice fra l’Italia e il resto d’Europa per l’elettricità e per il gas naturale, sia all’ingrosso che al dettaglio”.
fonte: www.rinnovabili.it
#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897. Grazie!
#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ)
Il Green Deal Europeo nasce dal desiderio dell’Unione Europea di rendere, finalmente, operativa la volontà espressa in vari contesti di ridurre le emissioni dei gas serra alla base del riscaldamento globale.
Il tema è stato affrontato con un certo impegno a livello globale per la prima volta durante la Conferenza sull’Ambiente e sullo Sviluppo delle Nazioni Unite (UNCED), informalmente conosciuta come “Summit della Terra”, tenutasi a Rio de Janeiro nel 1992. Il trattato siglato in quell’occasione, noto anche come “Accordi di Rio”, non poneva limiti obbligatori per le emissioni di gas serra alle singole nazioni, rimandando ad ulteriori atti (denominati “protocolli”) la possibilità di definire dei limiti per la sua produzione.
Agli accordi di Rio sono seguiti: il protocollo di Kyoto, pubblicato nel dicembre 1997 nella omonima città giapponese da più di 180 Paesi ed entrato in vigore in febbraio 2005; l’accordo sul clima noto come “Accordi di Parigi” firmato nel dicembre 2015 da 195 paesi di tutto il mondo ed entrato in vigore in novembre 2016. È solo a partire dagli “Accordi di Parigi” che si è cercato di responsabilizzare ogni singolo Paese del mondo sulla necessità di fare di più e meglio per ridurre le emissioni di gas serra: mantenere l’aumento di temperatura globale inferiore ai 2 gradi centigradi, e compiere sforzi per mantenerlo entro 1,5 gradi.
Per rispettare questo limite l’Unione Europea, con la pubblicazione dell’Energy Roadmap 2050 nel dicembre 2011 da parte della Commissione Europea, si è impegnata a ridurre le emissioni di gas serra dell’80%-95% entro il 2050, rispetto ai livelli del 1990, ed a rispettare obiettivi intermedi per il 2030 e il 2040.
Il “Green Deal Europeo” è l’insieme di iniziative politiche proposte dalla Commissione Europea per tradurre in azioni concrete quanto previsto per fare dell’Europa il primo continente a impatto climatico zero: non tratta solo di emergenza climatica, ma prende in considerazione tutti i settori dell’economia, in particolare i trasporti, l’energia, l’agricoltura, l’edilizia e settori industriali quali l’acciaio, il cemento, i prodotti tessili e le sostanze chimiche. Per realizzare gli obiettivi sono previsti investimenti notevoli, fino a 260 miliardi di Euro annui aggiuntivi, per supportare azioni in tutti i settori dell’economia tra cui: investire in tecnologie rispettose dell’ambiente; sostenere l’industria nell’innovazione; introdurre forme di trasporto privato e pubblico più pulite, più economiche e più sane; decarbonizzare il settore energetico; garantire una maggiore efficienza energetica degli edifici; collaborare con i partner internazionali per migliorare gli standard ambientali mondiali.
Nel 2014 il Consiglio Europeo ha stabilito gli obiettivi parziali dell’Unione Europea in materia di clima per il 2030: una riduzione delle emissioni del 40% rispetto ai livelli del 1990. Nel primo discorso sullo stato dell’Unione, il presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen ha proposto di portare la riduzione delle emissioni almeno al 55% entro il 2030.
Gli impatti sul settore marittimo di quanto stabilito a livello europeo in materia ambientale si rendono evidenti se si pensa che il trasporto per via navigabile movimenta quasi il 90% di tutto il commercio internazionale: solo nell’Unione Europea più del 75% dei volumi da e verso paesi esteri transita via mare. Nel 2018, 139 milioni di tonnellate di CO2 sono state emesse dalle navi che visitano i porti europei: queste rappresentano circa il 13% delle emissioni totali dei trasporti dell’Unione Europea. A livello globale, il trasporto marittimo emette oltre un miliardo di tonnellate di CO2, che rappresenta il 2-3% delle emissioni totali di gas serra: se il trasporto marittimo fosse uno Stato, sarebbe il sesto più grande emettitore di gas serra al mondo.
Se non venisse adottata alcuna azione per contenere le emissioni, si prevede che queste aumenterebbero tra il 20% e il 120% entro il 2050, trainate dalla crescita economica e dal conseguente aumento della domanda di trasporto di merci e persone, impedendo di raggiungere gli obiettivi posti dalla Commissione Europea.
Le emissioni di gas serra prodotte dalle navi non erano incluse nell’accordo di Parigi del 2015 sul clima. Nel 2018, l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO), l’organismo delle Nazioni Unite che regola il trasporto marittimo internazionale, ha adottato una prima strategia sui gas serra per la spedizione internazionale cercando di ridurne le emissioni e di eliminarle gradualmente “il prima possibile in questo secolo”, definendo obiettivi meno stringenti rispetto a quelli che si prefigge il Green Deal Europeo: il settore navale è definito “hard-to-abate” (difficile da abbattere) perché il processo di decarbonizzazione prevede ingenti investimenti e tempi lunghi di adozione da parte degli operatori che hanno diverse unità operative da dover adeguare.
Per accelerare il processo di decarbonizzazione e lo sviluppo di navi a zero emissioni, il Parlamento Europeo ha proposto misure per abbandonare l’uso di olio combustibile pesante e per deliberare investimenti urgenti nella ricerca di nuove tecnologie con attenzione all’innovazione, alla digitalizzazione e all’adattamento di porti e navi. Ecco alcune azioni concrete: Supportare l’innovazione nella ricerca di nuove sorgenti energetiche e carburanti alternativi per le navi: sono in corso diverse iniziative per valutare combustibili “verdi” come Gas Naturale Liquido (LNG) ed Idrogeno. Al momento le tecnologie per la loro adozione a bordo nave non risultano ancora mature, né sono disponibili infrastrutture a terra che garantiscano il rifornimento delle navi in banchina. Il meccanismo degli IPCEI (Important Projects of Common European Interest) promosso dalla Commissione Europea mette a disposizione dei fondi per supportare la ricerca applicata e le risorse per l’industrializzazione di queste tecnologie. Sostenere la diffusione dell’approvvigionamento energetico nei porti: ad oggi, quando una nave rimane in banchina deve mantenere i motori diesel accesi per garantire la produzione di energia elettrica necessaria ai servizi a bordo (si pensi alla parte alberghiera di una nave da crociera). Il piano Next Generation EU prevede dei finanziamenti per l’elettrificazione dei porti, noto come “Cold Ironing”, per fare in modo che le navi possano spegnere i motori quando sono in banchina. Indurre gli operatori del settore ad adottare soluzioni “verdi”: il 16 settembre 2020, il Parlamento Europeo ha adottato emendamenti che impongono alle compagnie di navigazione di ridurre su base lineare le loro emissioni medie annue di CO2 relative al trasporto, per tutte le loro navi, di almeno il 40% entro il 2030, con sanzioni in caso di non conformità.
Tenendo conto che la vita media di una nave si aggira intorno ai 30 anni e che sono necessari dai 3 ai 5 anni per la sua progettazione e realizzazione, le unità che vengono studiate oggi saranno quelle che dovranno garantire gli obiettivi di sostenibilità ambientale previsti non solo al 2030 ma soprattutto al 2050: ecco perché così tanti sforzi profusi a partire dal 2021.
La strada da percorrere per realizzare gli obiettivi che si è posta l’Unione Europea risulta ancora lunga, soprattutto nella definizione delle modalità esecutive: basti pensare che ancora oggi non sono chiare le normative di riferimento per i rifornimenti in banchina dei combustibili alternativi. Nonostante questo, la direzione è sicuramente tracciata: la Commissione Europea sta mettendo a disposizione tutti gli strumenti di propria competenza per agevolare questo importante cambiamento e, soprattutto, rendere economicamente profittevole per gli operatori del settore l’adozione delle tematiche ambientali.
Il futuro del business marittimo è sempre più “verde”.
fonte: www.rinnovabili.it
#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897. Grazie!
#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ)
Negli ultimi mesi politiche e iniziative a livello europeo e mondiale hanno posto l’accento sul potenziale della rigenerazione come modello cruciale per l’economia circolare, utile per l’estensione della vita dei prodotti così come per la conservazione del valore nell’economia. Ad aprile 2021, con una serie di webinar online, il Reman Day organizzato dal Remanufacturing Industries Council (RIC) ha celebrato una delle R alla base dell’economia circolare: la R di rigenerazione (in inglese remanufacturing). Definita anche la spina dorsale dell’economia circolare, la rigenerazione è una pratica industriale che permette di "riportare un prodotto ad almeno le sue prestazioni originali con una garanzia equivalente o migliore di quella del prodotto di nuova fabbricazione” (fonte Remanufacturing Market Study). In Europa leader ed esperto del settore, nato sull’esempio dello statunitense RIC, è l’European Remanufacturing Council che annovera tra i suoi membri ENEL. Per capire a fondo le potenzialità e le prospettive della rigenerazione Materia Rinnovabile ha intervistato David Fitzsimons, direttore dell’European Remanufacturing Council, con un’esperienza di oltre 25 anni nel settore.
Dove si concentra maggiormente al momento l’attività di remanufacturing?
Tradizionalmente il 90% dell'attività di remanufacturing si colloca nell'area business to business. Si tratta, quindi, un'attività industriale che si potrebbe definire commerciale. Sta crescendo, però, anche la parte B2C, rivolta al consumatore, in particolare per prodotti come gli smartphone. Spinto dal movimento per il diritto alla riparazione, penso ci sarà un continuo ampliamento dei beni di consumo che vedranno un’estensione del proprio ciclo di vita grazie sia a franchising locali di riparazione su piccola scala che ad ampie fabbriche su scala industriale a livello nazionale e internazionale. Mentre nel primo caso possiamo parlare di rigenerazione come riparazione, nel secondo caso si tratta di rigenerazione come “rifabbricazione”.
Quali elementi hanno il maggior potenziale di accelerare la diffusione delle attività di rigenerazione?
La robotica e le tecnologie digitali hanno un grande potenziale, possono fare incrementare enormemente le possibilità del settore. Grandi opportunità esistono nel settore automobilistico dove il WEF sta lavorando alla Circular Cars Initiative. Il problema è che, spesso, il remanufacturing entra in gioco soltanto in una fase post vendita. Non si pensa che possa, invece, contribuire anche durante la produzione di nuovi veicoli. Se questo dovesse cambiare il potenziale sarebbe enorme. Affinché ciò avvenga serve un cambiamento a livello normativo e alcuni incentivi economici.
A quali cambiamenti si riferisce in particolare?
Alla nuova e imminente iniziativa sui prodotti sostenibili alla quale sto contribuendo in questo momento a Bruxelles. C’è molto da fare a livello legislativo e politico. Abbiamo sviluppato molte politiche nella giusta direzione negli ultimi 20 o 30 anni, ora è il momento di guardare ad una migliore progettazione e all’estensione della vita dei prodotti. La sfida che l’odierna Sustainable Product Initiative della Commissione europea pone è quella di sviluppare una serie di politiche che rendano il remanufacturing un'attività redditizia per le imprese. Ci vorrà tempo, ma penso vedremo un costante trasferimento di conoscenze nel settore, che oggi nell’UE vale circa 30 miliardi di euro. Sembrano molti, ma si tratta soltanto del 2% dell’economia europea. Certamente questo settore crescerà in futuro. Il nostro obiettivo è arrivare a 50 miliardi entro il 2030. Per questo cerchiamo di rendere il settore più attraente per gli investimenti. È fondamentale anche rendere coscienti i responsabili politici della necessità di nuovi incentivi a supporto delle aziende. L’UE e le Nazioni Unite sono molto ambiziose al riguardo come dimostra anche il lancio di GACERE - Global Alliance on Circular Economy and Resource Efficiency lo scorso febbraio. GACERE aiuterà a diffondere le politiche sviluppate nell'UE e il vocabolario utilizzato nell'UE oltre i confini del mercato unico.
Quali sono i settori più interessanti per remanufacturing?
In termini di valore assoluto direi, senza dubbio, l’aviazione, in termini di volumi l'automotive. Il terzo settore più grande è probabilmente quello della difesa, di cui nessuno conosce le reali dimensioni. Seguono a ruota il settore delle attrezzature e dei veicoli fuoristrada come le grandi scavatrici e quello delle apparecchiature informatiche b2b. Poi ci sono una serie di altri settori definiti nel Remanufacturing Market Study dell’European Remanufacturing Network finanziato da Horizon 2020. È un ambito cruciale per le grandi aziende come Michelin e Volvo come per le piccole aziende come Hetzel, azienda tedesca a conduzione familiare, leader nella rigenerazione dei cambi automatici delle automobili. Quali sono i Paesi più all’avanguardia?
A livello di leadership nazionale sicuramente la Francia. I politici francesi sembrano essere abbastanza preparati a correre rischi. Seguono i Paesi Bassi e i Paesi scandinavi. Dal Regno Unito, avendo appena lasciato l'UE, mi aspetto una politica a tal proposito quest'anno o l'anno prossimo. Per quanto riguarda le dimensioni del settore sicuramente al primo posto si colloca la Germania, seguita da Italia, Francia, Regno Unito, che cambiano posizionamento in classifica a seconda del tipo di prodotti presi in considerazione. La Polonia, invece, è un paese che abbiamo, in passato, sottovalutato. Abbiamo, tuttavia, notato che molti investimenti vanno verso la Polonia perché ha una buona posizione logistica per rifornire tutta Europa e un'ottima rete stradale. Alcuni nostri membri, come Lexmark per le cartucce rigenerate per stampanti, sono molto soddisfatti degli investimenti fatti in Polonia, dove sono rigenerate anche molte componenti per l’aviazione e per i veicoli agricoli. Fuori dall’Europa è da tenere sott’occhio il Canada, il cui caso è stato studiato dal recente RemanCan. Quali sono gli elementi su cui si giocherà il futuro del remanufacturing?
Sicuramente i dati. Vedo che moltissimi dati oggi vengono persi durante il ciclo di vita dei prodotti, dati che non arrivano al produttore, ma che sarebbero cruciali per estendere la vita del prodotto se condivisi. Durante il processo di fabbricazione e fino al momento della vendita si usano tutte le tecniche possibili per ottenere ogni minimo valore aggiunto, anche se spesso si lavora su minimi margini di miglioramento. Dopo la vendita, invece, la perdita di valore nei prodotti è catastrofica e il potenziale per conservare o ripristinare questo valore nel tempo è enorme. Penso che chi inizierà a guardare alle tecnologie digitali in questa direzione otterrà un bel vantaggio competitivo. Non sono per nulla d’accordo con il lavoro che McKinsey sta facendo sulle fabbriche faro. Il Global Lighthouse Network celebra l'uso delle tecnologie digitali e l’industria 4.0 guardando soltanto all’uso efficiente delle risorse negli stabilimenti produttivi. Non si chiede cosa succede dopo che i prodotti hanno lasciato la fabbrica. Non si celebra l'intero ciclo di vita, né la catena di approvvigionamento. Per fortuna, in controtendenza, inizio a vedere aziende che danno valore a questo fattore. Tra di esse ci sono alcune aziende italiane di macchine utensili che vogliono usare la robotica oppure RecoNext che vuole applicare l'intelligenza artificiale per smistare i prodotti pronti per essere rigenerati.
Si creeranno molti posti di lavoro nel settore nei prossimi anni?
Ho visto così tante ipotesi a tal proposito e non credo a nessuna di queste. Il punto di partenza è sbagliato: non dovremmo essere guidati dalla possibilità dei posti di lavoro, ma essere spinti in primo luogo dalla possibilità di investimenti. Gli investimenti genereranno posti di lavoro, molti dei quali non siamo a conoscenza. Potremo costruire grandi fabbriche, con un sacco di attrezzature e pochissimo personale, ma le catene di approvvigionamento intorno si trasformeranno e ci sarà magari molto lavoro creato dentro e intorno ad esse, lavoro che semplicemente non siamo stati in grado di misurare. Non credo si possano fare previsioni davvero concrete in questa direzione.
fonte: www.renewablematter.eu
#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897. Grazie!
#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ)
"Scuole.Ambiente" di Appa Bolzano: un mix di mostre interattive, workshop e laboratori che spaziano dall’acqua al clima, dall’aria all’energia, dal rumore ai rifiuti e al consumo. L’obiettivo è motivare bambini e giovani alla salvaguardia dell’ambiente.
Il nuovo logo per l'educazione ambientale di Appa Bolzano rispecchia in toto il significato dei due termini Scuola.Ambiente
Al via le iscrizioni ai progetti “Scuola.Ambiente” di Appa Bolzano per l’anno scolastico 2021/2022 rivolti a tutte le scuole altoatesine: scuole primarie, secondarie di primo e secondo grado e scuole professionali. Da quest’anno nuovo logo per l’educazione ambientale, nuove proposte formative e iscrizioni in modalità online.
Da qualche giorno sono aperte le iscrizioni a tutti i progetti “Scuola.Ambiente” per l’anno scolastico 2021/2022, i cui temi spaziano dall’acqua al clima, dall’aria all’energia, dal rumore ai rifiuti e al consumo. Con Scuola.Ambiente Appa Bolzano offre da oltre 15 anni a tutte le scuole altoatesine di ogni ordine e grado un ventaglio di iniziative nell’ambito dell’educazione ambientale. “L’educazione ambientale è molto più di una semplice trasmissione di conoscenze”, afferma l’assessore provinciale all’ambiente ed energia, Giuliano Vettorato. “Parlare di educazione ambientale all’interno delle aule scolastiche significa sensibilizzare bambini e giovani al rispetto dell’ambiente che ci circonda, renderli più consapevoli dell’importanza di un uso responsabile delle risorse naturali, affinché un domani diventino cittadini capaci di agire per il bene dell’ambiente e dell’intera comunità.”
Nuovi progetti: transizione energetica e spreco alimentare
L’offerta formativa “Scuola.Ambiente” si arricchisce il prossimo anno scolastico di due nuove iniziative: “Prossima uscita futuro“, workshop sull’uso efficiente delle risorse per rendere il nostro stile di vita più sostenibile e “Troppo buono per finire nei rifiuti“, iniziativa per sensibilizzare sulle cause e le conseguenze dello spreco alimentare. Tale iniziativa è stata possibile grazie alla collaborazione con il Centro Tutela Consumatori Utenti di Bolzano ed il progetto “Una buona occasione”. “Appassionare i ragazzi verso la tutela dell’ambiente affinché siano loro stessi a cambiare i propri comportamenti nella quotidianità è l’obiettivo delle iniziative “Scuola.Ambiente”, spiega Manuela Bonfanti, nuova referente per il settore dell’educazione ambientale in seno all’Agenzia provinciale per l’ambiente e la tutela del clima di Bolzano. “Tutti i progetti offerti trattano sì questioni globali, ma sono adattati in chiave locale e resi più interessanti al target giovanile attraverso la modalità interattiva dei workshop e dei laboratori.”
Nuova modalità d’iscrizione ai progetti
Quest’anno l’iscrizione ai progetti “Scuola.Ambiente” si effettua online tramite il portale SAP SuccessFactors, grazie ad una proficua collaborazione con i responsabili del settore SAP dell’Informatica Alto Adige Spa. Si tratta di un portale co-finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del progetto “NewAthena” già utilizzato da qualche tempo dai docenti delle scuole altoatesine di ogni ordine e grado per iscriversi ai corsi di aggiornamento. La partecipazione ai progetti è gratuita ma riservata alle scuole della Provincia autonoma di Bolzano. Per i progetti “EcoPausa” e “Passi per il clima” le scuole hanno tempo fino al 15 giugno per iscriversi, mentre per i restanti progetti il termine scade il 1° ottobre.
Nuova veste grafica per logo e pagine web
“L’educazione ambientale per Appa Bolzano non è solo un compito istituzionale, è anche un settore d’importanza sempre più strategica”, sottolinea Flavio Ruffini, direttore dell’Agenzia provinciale per l’ambiente e la tutela del clima di Bolzano, “è per questo motivo quest’anno abbiamo colto l’occasione per rinnovarlo”. “Oltre ad offrire due nuovi progetti”, spiega infatti Manuela Bonfanti, “sono stati rivisti la grafica e i contenuti della homepage, del depliant informativo e del logo che ora rispecchia in toto il significato dei due termini: il libro aperto quale sinonimo di educazione, le due icone stilizzate come immagine del gruppo target e le foglie assieme al colore verde in varie sfumature come simbolo dell’ambiente.”
Una descrizione dettagliata di tutti i progetti “Scuola.Ambiente” è a disposizione sul sito web di Appa Bolzano, nella sezione educazione ambientale: ambiente.provincia.bz.it/educazione-ambientale
Il depliant dei nuovi progetti “Scuola.Ambiente”
fonte: www.snpambiente.it/
#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897. Grazie!
#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ)