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Idrogeno in mare, la Germania inizia a fare sul serio

















Il Governo tedesco pubblica l’ordinanza sull’assegnazione delle aree di produzione di energia nella zona economica esclusiva

La Germania è pronta a

Trivelle, “PiTESAI a rischio farsa”

 









Le osservazioni di Greenpeace Italia, Legambiente e WWF Italia sul Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee.

“I tempi per il perfezionamento della procedura di Valutazione Ambientale Strategica e i contenuti del

Nucleare radical chic vs rinnovabili: qualche numero per il ministro

 

Costi elevati e tempi biblici di costruzione rendono l'attuale nucleare e quello futuribile non competitivo ai fini della decarbonizzazione del sistema elettrico. Ma se il ministro Cingolani conosce questi dati perché si sbilancia con dichiarazioni così velleitarie?...

Tutte le tecnologie che portano alla decarbonizzazione



La partita della decarbonizzazione dei sistemi energetici è una delle più importanti e strategiche dell’era presente. Rappresenta, infatti, una sfida destinata a condizionare l’evoluzione delle economie e delle società più avanzate negli anni a venire, a creare nuovi mercati, a coniugare i temi dello sviluppo e della tutela ambientale.

La decarbonizzazione non sarà però un pasto gratis. Né potrà avvenire dall’oggi al domani: richiederà un salto tecnologico capace di rendere disponibili nuove fonti di generazione energetica, nuove innovazioni abilitanti, nuovi paradigmi produttivi. Da portare a piena maturità prima del loro inserimento sul mercato.

Ma quali sono le tecnologie più importanti per definire le vie della transizione energetica e del superamento del carbonio? Nonostante la pandemia di Covid-19, vengono sempre più sviluppate nuove tecnologie volte a aumentare l’impatto delle fonti pulite sul contesto energetico contemporaneo, descritte anche dall’Agenzia Internazionale dell’Energia in un report dell’ottobre 2020.

Una prima innovazione arriva dalla disponibilità di reti di trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica resistenti e resilienti. Capaci di assicurare, grazie alle tecnologie innovative a disposizione e ai sensori IoT, il matching ideale tra domanda e offerta, tra generazione e consumo. CESI, società milanese leader mondiale nel testing e nella consulenza energetica, con un’esperienza pluridecennale nel campo dell’innovazione tecnologica, è tra le società che maggiormente puntano sullo sviluppo delle smart grids nei decenni a venire, testandole nel proprio Flex Power Grid Laboratory di Arnhem, in Olanda.

KEMA Labs (la Divisione di Testing, Ispezione e Certificazione del Gruppo CESI), entro cui questi laboratori sono incorporati, lavora anche a trovare tecnologie alternative al gas di esafluoruro di zolfo (SF6) per la gestione dei quadri delle reti ad alto voltaggio. Nelle apparecchiature di comando con isolamento in gas, CESI, coerentemente con la sua missione di aiutare le società clienti e partner a ottenere una completa decarbonizzazione, sta sviluppando tecnologie “verdi” per trovare alternative a un gas ritenuto importante per il settore energetico ma al tempo stesso dotato di un elevato impatto inquinante.

La necessità di aziende, governi e utilities di passare, nei mix energetici, dalle fonti fossili alle rinnovabili, nel contesto di una ciclicità non prevedibile della disponibilità di fonti per la generazione, impone poi la necessità di sviluppare tecnologie di stoccaggio all’altezza delle necessità dei sistemi. Questo per evitare dispersioni eccessive o asimmetrie dannose tra i momenti di picco di domanda e quelli di offerta di energia. Oggigiorno le tecnologie più diffuse, nota Energy Journal, magazine pubblicato da CESI sono basate su batterie elettrochimiche, che negli ultimi anni sono state oggetto di numerose innovazioni in termini di miglioramento di performance, permettendo al contempo di realizzare impianti con capacità sempre maggiori: un esempio è sicuramente dato dall’australiana CEP Energy nel Nuovo Galles del Sud, che intende costruire il più grande impianto di accumulo al mondo, con una capacità totale di 1,2 GW.

L’innovazione è il driver che sta creando anche altre forme di sviluppo in materia

Un’altra compagnia australiana, la Lavo, sta sviluppando sistemi di stoccaggio basati sull’idrogeno verde, ovvero ottenuto da fonti di energia rinnovabile. Separato dall’acqua per elettrolisi, esso può essere utilizzato nei cosiddetti settori “hard-to-abate”, come l’industria siderurgica e chimica. L’idrogeno come fattore di decarbonizzazione è oggi fortemente valorizzato nelle strategie nazionali energetiche di diversi Paesi, e pure l’Unione Europea ha proposto una strategia per una catena del valore dell’idrogeno nel Vecchio Continente.

Nuovi campi di applicazione per la decarbonizzazione riguardano infine il settore dei trasporti grazie alla mobilità sostenibile. Secondo un report Ispra, nel 2019 in Italia i trasporti sono stati responsabili del 23,4% delle emissioni totali di gas serra, con un aumento del 3,9% rispetto al 1990. In particolare, i consumi di gasolio e benzina hanno rappresentato circa l’88% del consumo totale dei trasporti su strada. La decarbonizzazione dei sistemi di trasporto può giocare un ruolo fondamentale nell’alleviare il peso dell’inquinamento da mezzi di trasporto. L’Italia, in quest’ottica, è indietro nella corsa a una diffusione strutturata di veicoli elettrici e a basso tasso di inquinamento.

“La vera sfida per facilitare la diffusione globale dei veicoli elettrici è, secondo l’Ad di CESI Matteo Codazzi, “lo sviluppo di una rete di infrastrutture di ricarica capillare e adatta tanto alle esigenze del cliente quanto della rete elettrica”. La tecnologia può contribuire ad aumentare l’interazione tra la rete in questione e i singoli veicoli attraverso lo sviluppo delle tecnologie per lo Smart Charging, “ovvero la possibilità di ottimizzare l’energia prelevata e immessa a seconda delle necessità del cliente e della rete elettrica”. Tecnologie, queste, che vengono testate e sviluppate nei laboratori KEMA Labs, al fine di contribuire a valutare la maturità e la sostenibilità dell’innovazione, vero volano per conseguire una strutturata decarbonizzazione. Obiettivo da coltivare pazientemente ma tutt’altro che utopico, grazie alle nuove frontiere aperte dall’innovazione continua e dalle sue applicazioni di mercato.

fonte: it.insideover.com


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Qual’è l’impatto sul clima dell’incenerimento rifiuti? lo studio di Zero Waste Scotland



In piena lotta ai cambiamenti climatici e in epoca di decarbonizzazione e di lotta alle emissione climalteranti, qual è l’impatto sul climate change dell’incenerimento dei rifiuti?

Zero Waste Scotland ha predisposto uno studio che quantifica gli impatti sui cambiamenti climatici della combustione dei rifiuti urbani residui negli impianti Energy from Waste (EfW) in Scozia nel 2018. Misura gli impatti sul cambiamento climatico in due modi: intensità di carbonio ed emissioni di gas serra.

Lo studio ha anche considerato l’intensità di carbonio come un approccio standard per confrontare gli impatti sul cambiamento climatico delle diverse tecnologie di generazione dell’energia. In questo studio, l’intensità di carbonio degli impianti EfW viene confrontata con la media della rete nazionale del Regno Unito.

Il rapporto mostra come la Scozia avrebbe potuto ridurre gli impatti di carbonio dei rifiuti residui nel 2018.

Lo studio ha considerato le emissioni di gas serra utilizzando un approccio di Life Cycle Assessment. Sono stati confrontati gli impatti di carbonio dell’invio di una tonnellata di rifiuti urbani residui all’EfW o alla discarica.

Download ‘Climate change impacts of burning municipal waste in Scotland’ report.

fonte: www.zerowastescotland.org.uk


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Parlare ai senza potere

Non possiamo più aspettare e, per quanto sia difficile da accettare, non possiamo neanche sperare che siano i governi a muoversi di fronte ai disastri climatici e ambientali. Abbiamo bisogno di confronti immediati e azioni, a livello locale e planetario, tra associazioni, comitati, sindacati, scuole e Università, centri di ricerca, mondo della cultura. In fondo l’obiettivo di Greta e di tanti e tante con lei è rivolgersi a tutti i potenti del mondo ma per farsi ascoltare da tutti coloro che potenti non sono. Mentre il pianeta va a fuoco e il parlamento italiano vota il ponte sullo Stretto, scrive Guido Viale, in basso dovremmo partire da questa domanda: serve un treno ad alta velocità o un ponte sospeso di quattro chilometri, per collegare regioni devastate dagli incendi, dove, di questo passo, si dovrà reggere a temperature di 50°C come a Vancouver, per fare arrivare dei turisti su spiagge ormai sommerse dall’innalzamento del livello del mare?

Tratta da unsplash.com

Greta Thumberg è tornata a dare il meglio di sé al vertice austriaco sul mondo promosso da Arnold Schwarzenegger, con Frau Merkel, Antonio Guterres ed altri. Rivolgendosi ancora una volta a tutti i potenti del mondo, ma per farsi ascoltare da tutti coloro che potenti non sono, ha spiattellato che nei sei anni che ci separano dal vertice di Parigi, politici, finanzieri e grandi industriali (la crème di Davos) ci hanno riempiti di parole, ma non hanno fatto niente per avvicinarci agli obiettivi di decarbonizzazione fissati. Anzi, hanno fatto, stanno facendo e si apprestano a fare esattamente l’opposto: la loro “lotta per il clima” serve solo a mascherare e giustificare la continuazione di una politica fondata sui fossili, cercando nuove occasioni di business.

Questa accusa coglie in pieno anche il PNRR italiano, il suo padre, il RRF della Commissione europea, e la sua madre, il programma NextgenerationEU, che altro non sono che armi di distrazione di massa, finalizzate a bloccare l’attenzione – e il confronto, dove c’è – intorno a misure e progetti assolutamente inconsistenti, se non controproducenti, mentre il pianeta va a fuoco. A fuoco: nello stesso giorno in cui si registravano a Vancouver 50 °C, il Parlamento italiano ha votato, alla Camera, il ponte sullo stretto di Messina (da finanziare non con il PNRR, bensì con un fondo, detto “fondone”, che Draghi ha fatto aggiungere, a debito, ai fondi, anch’essi a debito, del PNRR, per “non lasciare indietro nessuno”: in questo caso le lobby del cemento). D’altronde, non è stato forse il Senato italiano, forte delle sue competenze, a votare, anni fa, che il cambiamento climatico non esiste?

Tra le parole senza fatti o, meglio, con fatti che le contraddicono, di cui parla Greta, spicca l’istituzione in Italia di un Ministero della Transizione ecologica. Ora, se transizione ecologica significa – e non può significare altro; se no, verso che cosa mai si transita? – un cambiamento radicale, a partire dall’abbandono del presupposto su cui si basa tutto lo stato di cose attuale, cioè il mito fasullo e letale della “crescita” (che altro non è che accumulazione del capitale), è evidente che essa non può non coinvolgere profondamente comportamenti, stili di vita e assetti sociali di tutta la popolazione; oltre, ovviamente, alla determinazione di che cosa, con che cosa, per chi e come si produce. Il primo compito di un Ministero della Transizione ecologica (e del Governo che ne fa proprie le finalità) avrebbe dovuto essere, quindi, il lancio di una grande campagna di informazione: sul perché di questa svolta, sui rischi che corrono il pianeta, il paese e la vita di ciascuno; e la conseguente apertura di un confronto generale (non era certo tale la kermesse organizzata a suo tempo dal secondo Governo Conte a villa Pamphili), coinvolgendo tutte le istanze della “società civile” – associazioni, comitati, sindacati, scuole e Università, centri di ricerca, mondo della cultura – sulle alternative che ci troviamo di fronte: sia a livello planetario che a livello locale; ciascuno a fare i conti nel proprio territorio con la realtà in cui è inserito e in cui può operare. Le dimensioni del problema sono d’altronde tali che non si può sperare di ottenere dei risultati – se si vogliono veramente ottenere – che procedendo così. E se il governo non lo fa, la prima conseguenza da trarre è che di promuovere quel confronto dobbiamo farci carico noi. Chi? Tutti, dove e come si può. Mettendo al centro non la crescita ma la cura delle persone, del vivente e della Terra.

Ma invece di una campagna di informazione e di un grande confronto ci siamo ritrovati le continue esternazioni del ministro Cingolani, peraltro in frequente contraddizione tra loro, ma che, sostanzialmente, mirano a rassicurare che non c’è da cambiare gran che: il gas sostituirà – un po’ per volta – il petrolio come “combustibile di transizione” (verso che?), costruendo nuovi impianti e pipeline la cui vita utile va ben al di là del 2050, anno in cui il gas dovrebbe scomparire; l’idrogeno verde deve aspettare (non è ancora maturo); con le rinnovabili non c’è fretta, tanto arriverà la fusione nucleare, o anche la fissione in “piccoli impianti” distribuiti sul territorio; la dieta proteica è essenziale, quindi largo agli allevamenti industriali; l’agricoltura sostenibile si fa con l’agrofotovoltaico (pannelli in alto e ortaggi sotto), ecc.

Ma se il ministro della Transizione sembra sensibile soprattutto alla lobby del gas (Eni ed Enel), il PNRR, nel suo insieme, destina il giusto tributo anche a quella del cemento e delle Grandi opere: il piano pullula di autostrade, aeroporti e treni ad Alta velocità, chiamati infrastrutture, tutti finanziati a spese del trasporto locale (compreso il TAV Torino-Lione, ricompreso nel PNRR, senza nominarlo, nelle vesti del fallito Ten-T).

E qui, anche senza entrare nei dettagli (che peraltro il PNRR evita accuratamente), la prima e fondamentale domanda da fare, se si aprisse, come si dovrà aprire, ma da basso, un dibattito sulla transizione ecologica è: ma serve un treno ad alta velocità, o un ponte di quattro chilometri, per collegare regioni devastate dagli incendi, dove, di questo passo, si dovrà reggere a temperature di 50°C come a Vancouver (che è molto più a nord), per fare arrivare dei turisti su spiagge ormai sommerse dall’innalzamento del livello del mare? O serve portare altro gas in Italia cercando di seppellirne le emissioni sottoterra, in una regione già sconvolta da un terremoto di dubbia origine, lasciando in eredità alle future generazioni, ma forse anche a questa, una bomba di CO2 sotto pressione, pronta ad aprirsi un varco verso la superficie per restituire all’atmosfera tutta la CO2 fittiziamente sottrattale? Ma domande come queste chi ci governa se le è mai fatte?

fonte: comune-info.net/


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La casa che parte dall’energia solare

Online il webinar "Soluzioni per la casa senza gas: le rinnovabili termiche" con Roberto Salustri. L'integrazione del solare FV e termico con caldaie a biomasse o pompe di calore. Un'introduzione agli interventi per abitazioni fossil free.










Con quest’altro webinar continuiamo la nostra campagna informativa sulla casa senza gas (registrazione video in fondo all’articolo). Una campagna informativa che sarà, speriamo, in crescendo nei prossimi mesi.

In attesa che vengano risolte complesse questioni di governance e norme internazionali e nazionali che possano favorire la decarbonizzazione del riscaldamento delle nostre abitazioni, già oggi in molte situazioni possiamo decidere di passare alle fonti rinnovabili e puntare sull’efficientamento energetico.

Oggi per le famiglie la spesa annuale per l’energia è addirittura maggiore di quella sanitaria. E l’Autorità ha rivisto al rialzo le bollette energetiche: +10% per elettrico e oltre il 15% per il gas. Se non spingiamo seriamente sulla decarbonizzazione andrà sempre peggio.

Ci sono sempre più famiglie e piccole imprese che soffrono il “caro bolletta” e che sono legate al gas o ad altre fonti fossili, come gpl o gasolio.

La buona notizia è che le tecnologie per uscire da questo vincolo fossile, liberando anche risorse economiche, ci sono, sfruttando l’energia solare e le altre rinnovabili.

Questi interventi devono essere orientati innanzitutto a creare un risparmio economico protratto nel tempo.

In questo momento non possiamo non essere chiari e al tempo stesso realistici: niente più gas o gasolio o gpl, no a inutili soluzioni ibride.

Case mono e bifamiliari e piccoli condomini, e altre piccole utenze commerciali e industriali possono da domani sigillare il contatore del gas e far ritirare il proprio serbatoio del gpl.

Stiamo parlando di alcuni milioni di abitazioni e utenze, metanizzate e non, che potrebbero essere riscaldate, raffrescate, consumare acqua calda solo grazie a tecnologie alimentate da fonti rinnovabili.

Abbiamo, benché con alcune criticità, incentivi e agevolazioni fiscali che renderebbero i tempi di recupero degli investimenti interessanti.

Quello che a volte manca è una reale conoscenza di queste soluzioni e qualche volta la professionalità di chi propone e cura questi progetti.

Abbiamo per questo deciso di sviluppare questa rubrica, “Soluzioni per la casa senza gas”, rivolgendoci ai consumatori/cittadini, ma anche agli installatori e ai progettisti.

Vogliamo illustrare, in forma inizialmente divulgativa, le diverse tecnologie e le loro integrazioni senza preconcetti partendo da diverse variabili: le caratteristiche dell’abitazione, dei consumi e dell’ambito geografico in cui si trova, del budget a disposizione per la spesa iniziale, del risparmio energetico ed economico che si vuole ottenere, ecc.

Con l’ingegner Samuele Trento, in un precedente webinar, ci eravamo focalizzati sull’elettrificazione del riscaldamento grazie all’installazione di pompe di calore aria-acqua. Prossimamente affronteremo il tema delle pompe di calore geotermiche.

Con il dottor Roberto Salustri, nel webinar del 1° luglio, ci siamo concentrati maggiormente sulle rinnovabili termiche, ma non solo…


Roberto Salustri (EcoIstituto RESEDA) è un fisico e tecnico con una notevole esperienza nell’impiantistica basata sulle fonti rinnovabili, in particolare per gli impianti combi (biomasse+solare termico).

Salustri è anche autore di un interessante manuale tecnico sul solare termico rivolto a progettisti, installatori ed esperti di energie rinnovabili.

Come tutti gli esperti che stimiamo ha una continua attenzione al fabbisogno dell’utente e non si vincola apriori ad un’unica soluzione o a specifici prodotti e componenti. L’approccio giusto è analizzare sempre i consumi dell’utenza, intervenire sull’efficienza energetica, come per l’isolamento delle superfici, e poi lavorare sull’impianto partendo dall’energia solare.

Gli obiettivi però sono sempre gli stessi, a prescindere dal modello di progettazione e dalle tecnologie utilizzate: eliminare la bolletta del gas (con i suoi elevati oneri) e di altre fonti fossili, ridurre i rischi sulla sicurezza e l’inquinamento, ma soprattutto migliorare il comfort e tagliare i costi energetici complessivi di famiglie e imprese.



fonte: www.qualenergia.it


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Clima, per arrivare all’economia net zero bisognerà aprire nuove miniere

Il riciclo delle materie prime non basterà. Bisogna trovare un compromesso tra industria green e sostenibilità ambientale e sociale


















Richard Herrington, del department of Earth sciences del Natural History Museum di Londra (NMH), ha pubblicato su Nature Reviews Materials l’analisi “Mining our green future”, che è il primo di una serie di articoli che lui e altri ricercatori stanno scrivendo sui risultati di una conferenza sull’estrazione mineraria tenutasi a dicembre all’NHM, e nella quale evidenzia che «La rivoluzione dell’energia verde dipende fortemente dalle materie prime, come il cobalto e il litio, che attualmente provengono principalmente dall’estrazione mineraria. Dobbiamo valutare attentamente le forniture accettabili per questi metalli, per garantire che le tecnologie verdi siano vantaggiose sia per le persone che per il pianeta».

Nel 2020, durante la crisi del Covid-19, la World Economic Forum’s Great Reset initiative ha evidenziato i che, nella ricostruzione post-pandemia, l’umanità si troverà di fronte a diversi bivi che riguarderanno le scelte da fare sia rispetto alle emergenze climatiche e planetarie e le ambizioni di un nuovo contratto sociale inclusivo. «L’idea – ricorda Herrington – è che l’industria energetica venga trasformata e ricostruita in modo resiliente, equo e sostenibile, sfruttando al contempo le innovazioni della quarta rivoluzione industriale. L’impegno della “corsa allo zero” delle Nazioni Unite per ridurre le emissioni di carbonio a zero entro il 2050, adottato allo stesso modo con entusiasmo dai governi e dall’industria, richiede un’ulteriore trasformazione in energia proveniente da tecnologie sostenibili piuttosto che dalla combustione di combustibili fossili, che ha alimentato le prime tre rivoluzioni industriali. Tuttavia, queste tecnologie verdi comportano un intenso fabbisogno di minerali».

Infatti, la tecnologia green richiede materie prime non rinnovabili provenienti da risorse geologiche primarie (miniere) o da rifornimenti secondari (riutilizzo o riciclaggio). «L’ambizione – spiega ancora Herringto – è quella di un’economia completamente circolare, nella quale la domanda può essere soddisfatta mediante il riutilizzo e il riciclaggio; tuttavia, non siamo ancora a quel punto. Le scorte di forniture secondarie e i tassi di riciclaggio sono inadeguati a soddisfare la domanda. Anche per i metalli, come l’alluminio e il cobalto, per i quali il riciclaggio a fine vita arriva fino al 70%, l’offerta secondaria rappresenta ancora solo il 30% della loro crescente domanda; nel caso del litio, come evidenziato nel recycling rates of metals status report of the International Resource Panel , il riciclaggio attualmente rappresenta solo l’1% della domanda attuale. La sostituzione di alcuni di questi metalli potrebbe essere possibile con soluzioni tecnologiche alternative per ridurre la dipendenza da materie prime specifiche, ma questo è difficile da ottenere in un lasso di tempo così breve. Tali alternative, ad esempio le batterie agli ioni di metallo multivalenti senza litio per sostituire le batterie agli ioni di litio, sono meno mature nel loro sviluppo e richiederanno tempo per industrializzarsi. Come risultato di queste sfide di approvvigionamento, l’attività mineraria resta necessaria per fornire soluzioni tecniche convalidate necessarie per la rapida decarbonizzazione richiesta dall’impegno».

L’analisi fa l’esempio del Regno Unito, dove i veicoli con motore a combustione interna (ICEV) sono i maggiori responsabili delle emissioni di carbonio e dove, come ha detto anche il Committee on Climate Change, per raggiungere le emissioni net zero bisogna eliminare gli ICEV. Ma, come sottolineano i ricercatori britannici in una lettera nella quale evidenziano la sfida rappresentata dalle risorse per arrivare al net zero, per passare dai 31,5 milioni di ICEV britannici ai veicoli elettrici a batteria (BEV), ci vorrebbero circa 207.900 tonnellate di cobalto, 264.600 tonnellate di carbonato di litio, 7.200 tonnellate di neodimio e disprosio e 2.362.500 tonnellate di rame. Herrington fa notare che «Questa quantità è il doppio dell’attuale produzione mondiale annuale di cobalto, è la produzione mondiale di neodimio per un intero anno e tre quarti della produzione mondiale di litio. La sostituzione degli 1,4 miliardi di ICEV stimati in tutto il mondo richiederebbe 40 volte queste quantità. Inoltre, la rivoluzione energetica verso le energie rinnovabili, ovvero eolica, solare, del moto ondoso, delle maree, idroelettrica, geotermica e nucleare, insieme alle infrastrutture di nuova costruzione per la loro consegna, dipendono fortemente dalle tecnologie basate sui minerali».

Il rapporto “Minerals for Climate Action: The Mineral Intensity of the Clean Energy Transition”, pubblicato nel 2020 dalla Banca mondiale, ha evidenziato le 17 materie prime minerali che sembrano essenziali per la transizione all’energia. La Banca Mondiale ha analizzato l’aumento della domanda di metalli o minerali dai quali dipende la tecnologia green e gli scenari di modellazione che limitano il cambiamento climatico a un aumento della temperatura di 2° C dimostrano tutti una futura dipendenza dall’energia solare ed eolica e un previsto aumento della domanda per le 12 materie prime più coinvolte.

Herrington sottolinea che «Le celle fotovoltaiche richiedono alluminio, rame, argento e acciaio (e sabbia silicea) oltre ad altri elementi, come indio, selenio e tellurio, a seconda del tipo di tecnologia. L’energia eolica richiede acciaio, rame, alluminio, zinco e piombo, nonché neodimio per i magneti delle turbine. L’energia idroelettrica richiede cemento e acciaio per le infrastrutture di base oltre a rame e alluminio per la trasmissione di energia. Lo stoccaggio dell’energia sarà necessario per la generazione di elettricità eolica e solare, nonché per le BEV. Per le batterie BEV all’avanguardia è necessaria una miscela di grafite, litio, cobalto, nichel e manganese (90% della domanda prevista per l’accumulo di energia), mentre il vanadio è il metallo preferito per l’accumulo di energia statica per le esigenze dell’industria, come parchi solari ed eolici (rapporto della Banca mondiale nel 2020). Sono allo studio una serie di tecnologie per le batterie e di opzioni alimentate a idrogeno, che consentono la sostituzione di uno o più di questi metalli e minerali; tuttavia, è improbabile che queste tecnologie facciano importanti passi avanti per sostituire le attuali tecnologie delle batterie agli ioni di litio fino, al più presto, al 2030. Sebbene l’aumento percentuale previsto della domanda dei principali metalli sia relativamente piccolo, è significativo in termini assoluti; ad esempio, un aumento del 9% dell’alluminio entro il 2030 significherebbe l’estrazione di 103 milioni di tonnellate in più di alluminio (più della produzione annuale totale mondiale del 2019; Rapporto della Banca mondiale nel 2020)».

Lo scienziato britannico fa notare che «Nel breve-medio termine, il riciclaggio non può soddisfare questa domanda. Tuttavia, entro il 2035, potrebbero esserci 245 milioni di veicoli elettrici su strada che, dati i tassi medi di rottamazione delle auto del 6,9%, potrebbero fornire i rottami di 17 milioni di veicoli all’anno. Se vengono soddisfatte le ambizioni della Global Battery Alliance on battery specifications, con appropriate strategie di riciclaggio (progetto EU H2020 CROCODILE), questi veicoli potrebbero fornire metalli recuperabili per una percentuale mondiale considerevole dei nuovi BEV».

Secondo l’Union of Concerned Scientists, con tassi di riciclaggio ottimali, dopo il 2035 il 30-40% del fabbisogno degli Usa, sia di litio che di cobalto, potrebbe essere soddisfatto ricicland, ma resterebbe comunque un forte deficit.

Herrington evidenzia che «Sebbene non ci stiamo esaurendo in termini assoluti, ci sono certamente sfide nell’offerta di materie prime, come grafite, cobalto e litio, per le quali sono previsti aumenti della domanda prossimi al 500%». L’US Geological Survey on Mineral Commodity Summaries for graphite avverte che il 62% della produzione annua mondiale totale di grafite proviene dalle miniere cinesi e la Banca Mondiale aggiunge che nel 2050 il mercato avrà bisogno di circa 68 milioni di tonnellate di grafite. La buona notizia è che la Cina può fornirne circa la metà e che altra grafite potrebbe provenire da nuove miniere in Brasile, Mozambico e Madagascar.

Dall’US Geological Survey on Mineral Commodity Summaries for graphite emerge che oltre il 60% della fornitura mondiale di cobalto proviene da un sottoprodotto dell’estrazione del rame nella Repubblica democratica del Congo (Rdc) e viene raffinato principalmente in Cina. Un approvvigionamento che produce un forte sfruttamento della manodopera, anche minorile corso (rapporto della BBC sui bambini minatori nella Repubblica Democratica del Congo), e che ha subito spesso interruzioni a causa delle guerre per le risorse in RDC. In alternativa, il cobalto può essere recuperato dai materiali di scarto delle miniere esistenti. Da stime del 2012, risulta che il cobalto non recuperato delle miniere di nichel esistenti in Europa potrebbe fornire il 50% del metallo necessario per l’entrata in funzione degli impianti europei di batterie agli ioni di litio (rapporto UE 2018 sul cobalto). Herrington dice che «La geologia dell’Europa è favorevole a una serie di nuove potenziali fonti per il metallo.

L’iniziativa “Future ocean resources: metal-rich minerals and genetics” della Royal Society propone la risorsa più controversa: i noduli oceanici di profondità che potrebbero offrire all’industria tutto il cobalto e il manganese, nonché la maggior parte del rame e del nichel di cui potremmo aver globalmente bisogno per i BEV. Ma le miniere di profondità hanno enormi impatti ambientali su habitat in gran parte ancora sconosciuti e organizzazioni come Greenpeace e il Wwf contrastano con forza le miniere sottomarine.

Per l’US Geological Survey on Mineral Commodity Summaries for lithium, circa la metà del litio mondiale proviene dai depositi di hardrock in Australia, il resto proviene dai salar Cile, Bolivia e Argentina, sebbene l’estrazione nel fragile deserto di Atacama costituisca un grosso pron blema ambientale (rapporto Earthworks). Il litio non è un metallo raro e la ricerca esplora la possibilità di trovare diverse nuove fonti anche in Europa, dove alcune aree di Regno Unito, Portogallo e Germania mostrano un grande potenziale per l’approvvigionamento di litio. Bisogna vedere se l’Europa riuscirà ad autorizzare ulteriori attività estrattive interne per garantire il nostro futuro verde.

Comunque, bisogna rifornire di materie prime spesso rare quello che gli scienziati chiamano il “Great Reset”. Herrington conclude: «Le tecnologie e le infrastrutture pulite di un futuro low carbon comportano intense richieste di minerali. Un’economia circolare sarebbe realizzabile prima del 2050, se i governi e il settore privato introducessero l’innovazione lungo la catena di approvvigionamento e garantissero che i prodotti, come le batterie, possano essere facilmente smontati e riciclati. Tuttavia, le tendenze di crescita suggeriscono che l’estrazione mineraria può ancora svolgere un ruolo, perché la domanda di metalli aumenterà man mano che il mondo in via di sviluppo raggiungerà lo stesso utilizzo pro capite di materiali del mondo sviluppato. L’ambizione resta quella di riciclare e riutilizzare quanto più possibile; tuttavia, per abilitare le tecnologie e le infrastrutture verdi, a breve termine saranno necessarie le nuove risorse estratte. Ci sono risorse geologiche sufficienti per fornire i metalli richiesti, ma dobbiamo bilanciare attentamente la necessità di estrarre con la necessità di affrontare le questioni di governance ambientale e sociale e di raggiungere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile, assicurando che i risultati siano benefici sia per le persone che per il pianeta . In passato, i veri valori della perdita di biodiversità non sono stati inclusi nelle valutazioni dei progetti minerari ed è necessario un nuovo approccio che abbracci i principi delineati nel recente rapporto Dasgupta. Pertanto, dobbiamo garantire con attenzione, creatività e sistematicità una gamma diversificata di fonti accettabili per i metalli che richiediamo. Nuove frontiere per l’approvvigionamento dovrebbero includere i rifiuti trascurati e la ricerca di aree minerarie più regolamentate nel nostro cortile, piuttosto che fare affidamento su fonti con catene di approvvigionamento meno controllabili, fragili e problematiche. Il dibattito sull’estrazione mineraria nel nostro oceano profondo, come alternativa alle fonti terrestri, deve essere risolto. Sulla base di un’analisi così ampia, possiamo quindi fare scelte sociali equilibrate sulla fornitura di metalli e minerali per rifornire il ““Great Reset”, con un buon accordo per le persone e il pianeta».

fonte: www.greenreport.it


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Peggiora l’indice di transizione energetica dell’Italia

Peggiora l’ISPRED sotto i nuovi obiettivi climatici UE e la ripresa di consumi ed emissioni. Italia in ritardo su tecnologie low carbon



Scemato l’effetto lockdown dei primi mesi di pandemia, i consumi di energia in Italia sono tornati a crescere e con essi le emissioni. Una ripresa che unitamente ai nuovi obiettivi sul clima ha impresso un netto peggioramento all’ISPRED, ossia l’indice di transizione energetica nazionale. A calcolarlo è l’ENEA pubblicando, ogni tre mesi, i dati sull’andamento del sistema energetico italiano.

L’ultima analisi dell’agenzia arriva oggi e fa il punto sui trend di gennaio, febbraio e marzo 2021. Il primo dato a saltar all’occhio è la profonda discrepanza tra l’anno in corso e il 2020. Passata la prima fase emergenziale e iniziate le vaccinazioni per il Covid-19 l’economia globale ha potuto tirare un sottile sospiro di sollievo, forte anche dei grandi piani fiscali che accompagnano la ripresa. E se l’economia rialza la testa, anche i consumi energetici, petrolio in primis, tornano a crescere.

L’Italia non fa differenza: qui la domanda di energia primaria ha toccato quota 43 Mtep nel primo trimestre 2021 (+1,5% rispetto sul I trimestre 2020). Un valore, tuttavia, ancora inferiore del 5% rispetto ai livelli pre-coronavirus. La differenza – spiega l’ENEA – è quasi completamente riconducibile ai minori consumi di petrolio. Nel compenso sono aumentati i consumi di gas naturale (+5%), rinnovabili (+5%) e delle importazioni nette di elettricità (+6%). E anche del carbone (+17%, dati parziali) sebbene i valori siano ancora al di sotto del I trimestre 2019.

La ripresa ha ovviamente fermato il calo della CO2 registrato lo scorso anno. Nel dettaglio, le emissioni del settore energetico sono stimate sui livelli di gennaio e febbraio 2020, con un incremento marginale. Ma domanda energetica e dati emissivi sono solo due delle cause del peggioramento dell’indice di transizione energetica. La ragione principale del calo dell’ISPRED sta anche nei nuovi obiettivi climatici 2030 decisi in sede UE (legge europea sul clima). Obiettivi che hanno scombussolato anche la traiettoria di crescita delle fonti rinnovabili.

“Tutto ciò comporta un sostanziale allontanamento della traiettoria di decarbonizzazione del sistema”, spiega Francesco Gracceva, il ricercatore ENEA che coordina l’Analisi. “Un altro segnale negativo si registra sul fronte sicurezza, dove permangono la forte criticità nel settore della raffinazione e gli alti costi per la gestione in sicurezza del sistema elettrico. Sul lato prezzi, invece, si conferma la positiva riduzione della forbice fra l’Italia e il resto d’Europa per l’elettricità e per il gas naturale, sia all’ingrosso che al dettaglio”.

fonte: www.rinnovabili.it


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Gli ostacoli mentali che fanno andare le rinnovabili con il freno a mano

Perché dobbiamo superare vecchi pregiudizi energetici per sprigionare le enormi potenzialità delle fonti rinnovabili.



“L’idrogeno è fantastico per la transizione ecologica, ma non è ancora pronto; ma l’idrogeno blu sarà utile per il passaggio a quello verde da fonti rinnovabili. Dobbiamo fare il 72% di energia elettrica da rinnovabili entro il 2030, il resto con il gas. La fusione nucleare è un treno che non possiamo perdere. Le auto andranno a fuel cell. Le batterie? Forse le avremo superate”.

Da quando si è insediato, il ministro della Transizione Ecologica, Cingolani, ha fatto una serie di dichiarazioni così contraddittorie da far venire la labirintite.

Sarebbe più corretto guardare ai fatti piuttosto che alle parole, ma anche qui non si va proprio nella giusta direzione.

Dobbiamo ancora una volta mettere in evidenza che le strategie per una decarbonizzazione del sistema energetico, sicuramente complesse, richiedono però soluzioni che non sono nelle corde di chi è preposto ad attuarle. E non solo perché risponde agli interessi delle lobby energetiche, ma anche per un’impostazione tecnologica e culturale troppo legata a concezioni superate.

Altro problema da considerare è che figure di grande visibilità mediatica, come un ministro o un politico di primo piano, oltre a prendere (o a non prendere) decisioni, incidono sul comune sentire, diffondendo punti di vista e opinioni che diventano “dominanti”, condizionando i titoli di una stampa che in Italia è poco incline ad andare oltre la mera dichiarazione.

Facciamo l’esempio delle fonti rinnovabili. Dopo anni di crescita, di innovazioni e di crollo dei costi, sono ancora viste, secondo vecchi pregiudizi, con uno scarso potenziale.

La disinformazione è dura a morire se reiterata secondo schemi mentali vecchi, spesso confermati, non solo da quei decisori politici di cui sopra, ma anche da diversi tecnici energetici (o tecnocrati) ancorati ad un modello energetico centralizzato e fossile, che dispensano verità da addetti ai lavori, sebbene siano già stati sorpassati dai fatti.

Insomma, gli ostacoli maggiori restano di natura mentale, e il nostro attuale ministro non sembra distanziarsi troppo dai suoi colleghi del passato.

Dopo oltre un decennio, ci viene ancora in aiuto il “sociologo delle energie rinnovabili” per eccellenza, Hermann Scheer. Un personaggio, e un politico, che ha avuto il merito di non limitarsi alle dichiarazioni, ma che con le sue politiche ha ottenuto risultati fondamentali per le rinnovabili di cui oggi tutti beneficiamo. Scheer è infatti il padre dell’incentivo della feed in tariff, introdotta in Germania per la prima volta nel 2000.

Ma cosa diceva Scheer su quegli assiomi, o come li chiamava lui, su quelle dubbie premesse tecnico-scientifiche che ostacolavano ieri, così come oggi, una più rapida transizione verso le rinnovabili?

Una lista sintetica ci dovrebbe aiutare a rimettere in ordine alcune coordinate per capire i motivi delle timide scelte che si fanno in questo settore.

Quante volte abbiamo sentito dirci che il potenziale delle rinnovabili è insufficiente per poter rinunciare alle energie fossili e al nucleare? Tantissime, anche se sappiamo che non è così. Ma accettare questa posizione significa considerare come inevitabile l’utilizzo di fonti energetiche pericolose per l’umanità.

Sviluppare le rinnovabili per coprire tutta la domanda richiede tanto tempo, ci dicono. E dunque, visto che ciò sarà possibile in un futuro parecchio lontano, è bene nel frattempo investire in fonti convenzionali e relative infrastrutture. Un contributo, ci raccontano, che servirà da ponte per giungere, chissà quando, ad un mondo basato sulle rinnovabili.

Altra affermazione, anch’essa ricorrente e tossica: non possiamo soddisfare la nostra domanda senza grandi centrali energetiche. Al contrario: la generazione fatta di piccoli e medi impianti a fonti rinnovabili distribuiti sul territorio diversificherebbe le fonti e avrebbe tempi di introduzione molto più rapidi, favorendo anche la democrazia energetica.

E ancora: la prima fonte rinnovabile è l’efficienza energetica. Approccio che spesso porta ad una conseguenza: dare priorità agli investimenti per incrementare l’efficienza degli impianti a fonti convenzionali, anche perché considerati meno costosi. La premessa sottesa è che se ti impegni in questo ambito non potrai investire più di tanto in rinnovabili. Invece queste due strategie devono essere percorse parallelamente, e senza esitazione.

Le rinnovabili – si afferma – devono usare le strutture di approvvigionamento che già esistono, reti elettriche o gasdotti che siano. Una priorità, questa, che non può diventare un vincolo tecnico e sembra ritenere le fonti verdi accettabili solo in base a questi criteri; un modo per continuare ad investire in infrastrutture per la generazione centralizzata (vedi il caso dell’idrogeno).

L’aspetto economico è poi sempre al centro delle decisioni di una politica energetica… fossile, e riguarda due aspetti: vanno salvaguardati i capitali investiti nell’industria energetica (alla faccia del liberismo di facciata) e vanno sempre fatti i conti con gli “elevati” costi delle rinnovabili. Ma poi chi confronta i reali benefici economici, ambientali, sociali e innovativi del loro sviluppo rispetto a quello delle fossili?

Direttamente connesso a quest’ultimo aspetto è la reiterata sottolineatura di quanto lo sviluppo delle fonti rinnovabili dipenda dalle sovvenzioni. Eppure, gli stessi che lo affermano si dimenticano di elencarci tutti i sussidi alle fonti fossili e nucleari, ben più ingenti e antichi.

Non contenti di tutto questo lavaggio e autolavaggio del cervello, non possiamo non rammentare altre considerazioni che fanno tutti coloro che sono timorosi del cambiamento o vogliono rallentarlo.

Tra queste, c’è la eccessiva preoccupazione dell’impatto ambientale e visivo delle tecnologie rinnovabili, trascurando e confondendo però le differenze sostanziali e di lungo termine con quello connesso alle centrali a fonti fossili e al nucleare.

C’è poi chi sostiene che chi opera nelle rinnovabili debba sempre cercare un accordo con l’industria energetica; un altro modo per consolidare la sudditanza nei confronti del monopolio del settore energetico convenzionale. Come se i primi fabbricanti di automobili avessero chiesto, a suo tempo, il permesso a carrozzieri e stallieri.

Insomma, siamo seri, vanno pure bene le rinnovabili, ma procediamo per piccolissimi passi, evitando di spaventare troppo l’economia, la politica e l’opinione pubblica: è l’ultimo dei consigli non richiesti dai fan dell’energia convenzionale e da chi ritiene ovvi i suoi assiomi.

Un’altra tattica ideale per mantenere lo status quo.

Come si può capire si tratta di premesse che possono essere smantellate una per una.

Un modello energetico diverso nascerà, anzi sta già nascendo, su milioni di iniziative autonome delle persone, di organizzazioni, comunità, imprese e città. Oggi non servono più sostanziosi incentivi, ma una mentalità e una politica che lasci ampio spazio a queste opportunità e a questi attori, senza proteggere l’ormai insostenibile passato, ma solo salvaguardando quei lavoratori che potranno subire le conseguenze del cambiamento.

Ecco, forse, un altro modo di concepire e realizzare una “transizione energetica” giusta. Ma non ancora nel DNA dei nostri governanti.

fonte: www.qualenergia.it


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La COP26 di Glasgow deve cancellare il carbone



L’appuntamento di novembre deve scrivere la parola fine sul finanziamento al carbone e mantenere a portata di mano l’obiettivo degli 1,5°C di riscaldamento globale

La COP26 di Glasgow è “l’ultima speranza” per contrastare davvero il riscaldamento globale. Parola di Alok Sharma, il politico inglese che presiederà i lavori della conferenza sul clima in programma dall’1 al 12 novembre 2021 nella città scozzese. Sharma ha tenuto oggi un discorso programmatico sul prossimo appuntamento sul clima.

Il più importante riguarda il carbone. Secondo il politico inglese, la COP26 di Glasgow deve mettere la pietra tombale su questa fonte fossile. Con le potenze del G7 a fare da apripista nel rendere la finanza realmente sostenibile. “Glasgow deve essere la COP che consegna il carbone alla storia… stiamo lavorando direttamente con i governi e attraverso le organizzazioni internazionali per porre fine al finanziamento internazionale del carbone. Questa è una priorità personale. E per esortare i paesi ad abbandonare l’energia a carbone, con il G7 in testa”, le parole dell’ex segretario di Stato per l’energia e l’industria del governo di Boris Johnson.

Ma la COP26 di Glasgow è anche, forse soprattutto, l’ultima possibilità per mantenere a portata di mano l’obiettivo più ambizioso dell’accordo di Parigi sul clima, ovvero limitare il riscaldamento globale a 1,5°C sopra i valori pre-industriali.

“Questa è la nostra ultima speranza di mantenere in vita [l’obiettivo degli] 1,5 gradi. La nostra migliore possibilità di costruire un futuro più luminoso. Un futuro di posti di lavoro verdi e aria più pulita. Ho fede che i leader mondiali saranno all’altezza della situazione e non falliranno l’incontro con il destino. Che, tra sei mesi, quando faremo le valigie e torneremo a casa, potremo dire che in questo momento critico, ognuno di noi si è preso la responsabilità. Che abbiamo scelto di agire. E che abbiamo mantenuto in vita [l’obiettivo degli] 1,5 gradi”.

Obiettivi che sono a portata di mano senza danneggiare l’economia: affrontare la crisi climatica, assicura Sharma, significa pensare a come creare green job. “Dobbiamo mostrare la stessa determinazione di quella che stiamo mostrando nel combattere il coronavirus”.

Infine, un passaggio sul nodo che ha tenuto banco per mesi: la COP26 sarà un vertice “fisico”, o virtuale? E se sarà virtuale, potrà davvero raggiungere dei risultati convincenti o è meglio rimandarlo un’altra volta? Sarà in presenza, risponde Sharma. “Dobbiamo trovare un accordo bilanciato, quando ci troveremo attorno al tavolo a discutere. È vitale che ci si ritrovi faccia a faccia a negoziare. Stiamo programmando un summit in presenza, con ogni possibile misura di sicurezza possibile”.

fonte: www.rinnovabili.it

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