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Il fascino perduto del nucleare
In Italia si torna a parlare di nucleare, anche per alcune poco felici dichiarazioni del ministro Cingolani. Qualche dato serve per fare chiarezza su questa tecnologia in lento ma
Economia circolare in consultazione pubblica
Fino al 30 novembre possono essere sottoposti al MiTE pareri e osservazioni sulla nuova "Strategia nazionale per
Programma mangiaplastica, al via i contributi per gli eco-compattatori
Il Ministero della Transizione Ecologica apre la piattaforma per la raccolta delle istanze comunali. Trenta giorni di tempo ai Comuni per richiedere gli incentivi
Entra nel vivo il Programma Mangiaplastica messo a punto dal
Siglato protocollo contro il traffico di rifiuti
Nel 2020 sequestrate oltre 7mila tonnellate di rifiuti oggetto di traffico internazionale, il 200% in
Rifiuti, in arrivo 1,5mld per raccolta differenziata e riciclo in chiave Pnrr
Nucleare radical chic vs rinnovabili: qualche numero per il ministro
Costi elevati e tempi biblici di costruzione rendono l'attuale nucleare e quello futuribile non competitivo ai fini della decarbonizzazione del sistema elettrico. Ma se il ministro Cingolani conosce questi dati perché si sbilancia con dichiarazioni così velleitarie?...
Classificazione rifiuti, approvate dal MITE le Linee guida SNPA
Il MITE approva le linee guida sulla classificazione dei rifiuti del SNPA che assumono valore vincolante anche ...
Adottati i criteri ambientali minimi per forniture e noleggio di prodotti tessili

Pubblicato nella G.U. del 30 giugno 2021 il Decreto del Ministero della Transizione ecologica (MiTE) "Adozione dei criteri ambientali minimi per forniture e noleggio di prodotti tessili, ivi inclusi mascherine filtranti, dispositivi medici e dispositivi di protezione individuale nonché ...
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E’ Chioggia il vincitore 2021 di ‘Un sacco in Comune, a tutta plastica!’
Vittoria di Chioggia nel progetto “Un sacco in Comune, a tutta plastica!”, la competizione promossa da Corepla e patrocinata dal Ministero della Transizione Ecologica che dal 28 giugno al 25 luglio ha coinvolto i Comuni di Chioggia, Fiumicino, Crotone, Termini Imerese, Marsala e Licata per migliorare la qualità della raccolta degli imballaggi in plastica.

E’ il Comune di Chioggia il vincitore 2021 di “Un sacco in Comune, a tutta plastica!”, la competizione promossa da Corepla e patrocinata dal Ministero della Transizione Ecologica che dal 28 giugno al 25 luglio ha coinvolto i Comuni di Chioggia, Fiumicino, Crotone, Termini Imerese, Marsala e Licata per migliorare la qualità della raccolta degli imballaggi in plastica.
Il Comune, che vantava già di un trend molto positivo, ha fatto registrare nelle 4 settimane dedicate alla campagna, un miglioramento di oltre il 3% di raccolta degli imballaggi in plastica raggiungendo così la vetta più alta del podio.
“Un esempio importante, quello di Chioggia, che dimostra come si possa sempre fare di più e meglio – ha dichiarato il presidente di Corepla, Giorgio Quagliuolo -. I complimenti vanno ai cittadini e agli operatori addetti alla raccolta, all’Amministrazione Comunale e ai gestori del servizio, per l’ottimo ed efficace lavoro di squadra che ha permesso di raggiungere un miglioramento qualitativo della plastica raccolta, dimostrando un notevole livello di sensibilità rispetto alle tematiche ambientali. È fondamentale – ha concluso Quagliuolo – che i cittadini tengano sempre presente che comportamenti virtuosi e una costante attenzione nel fare la raccolta differenziata massimizzano il riciclo e contribuiscono a dare una seconda vita agli imballaggi in plastica”.
E così, grazie all’impegno dei cittadini, Chioggia si è aggiudicata un arredo in plastica riciclata proveniente dalla raccolta differenziata.
L’iniziativa affianca la campagna “Riportiamoli a bordo” per la sensibilizzazione contro la dispersione dei rifiuti nell’ambiente promossa sempre dal Ministero della Transizione Ecologica, in collaborazione con Corepla e Castalia. Il progetto, avviato a dicembre 2019, prevede la raccolta dei rifiuti galleggianti lungo gli 800 km di coste italiane attraverso la flotta antinquinamento del Ministero.
fonte: www.ecodallecitta.it
#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897. Grazie!

E’ il Comune di Chioggia il vincitore 2021 di “Un sacco in Comune, a tutta plastica!”, la competizione promossa da Corepla e patrocinata dal Ministero della Transizione Ecologica che dal 28 giugno al 25 luglio ha coinvolto i Comuni di Chioggia, Fiumicino, Crotone, Termini Imerese, Marsala e Licata per migliorare la qualità della raccolta degli imballaggi in plastica.
Il Comune, che vantava già di un trend molto positivo, ha fatto registrare nelle 4 settimane dedicate alla campagna, un miglioramento di oltre il 3% di raccolta degli imballaggi in plastica raggiungendo così la vetta più alta del podio.
“Un esempio importante, quello di Chioggia, che dimostra come si possa sempre fare di più e meglio – ha dichiarato il presidente di Corepla, Giorgio Quagliuolo -. I complimenti vanno ai cittadini e agli operatori addetti alla raccolta, all’Amministrazione Comunale e ai gestori del servizio, per l’ottimo ed efficace lavoro di squadra che ha permesso di raggiungere un miglioramento qualitativo della plastica raccolta, dimostrando un notevole livello di sensibilità rispetto alle tematiche ambientali. È fondamentale – ha concluso Quagliuolo – che i cittadini tengano sempre presente che comportamenti virtuosi e una costante attenzione nel fare la raccolta differenziata massimizzano il riciclo e contribuiscono a dare una seconda vita agli imballaggi in plastica”.
E così, grazie all’impegno dei cittadini, Chioggia si è aggiudicata un arredo in plastica riciclata proveniente dalla raccolta differenziata.
L’iniziativa affianca la campagna “Riportiamoli a bordo” per la sensibilizzazione contro la dispersione dei rifiuti nell’ambiente promossa sempre dal Ministero della Transizione Ecologica, in collaborazione con Corepla e Castalia. Il progetto, avviato a dicembre 2019, prevede la raccolta dei rifiuti galleggianti lungo gli 800 km di coste italiane attraverso la flotta antinquinamento del Ministero.
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Parte in 37 porti italiani l’iniziativa Save the sea Recycle cooking oil
L’operazione targata Marevivo e RenOils, permetterà di ampliare la campagna di sensibilizzazione di raccolta dell’olio alimentare
Sono 37 i porti turistici e commerciali peninsulari e insulari che hanno aderito alla campagna di sensibilizzazione di raccolta dell’olio alimentare esausto rivolta ai diportisti sulla corretta gestione dell’olio da cucina: Save the sea Recycle cooking oil targata Marevivo e RenOils, insieme ai partner ASSONAT-Associazione Nazionale Approdi e Porti Turistici, Lega Navale e Guardia Costiera e con il patrocinio del Ministero della Transizione Ecologica.
I diportisti possono così gettare l’olio, utilizzato per cucinare in barca, direttamente al porto, salvaguardando il mare e i suoi abitanti. Non tutti sanno che l’olio è altamente inquinante e per questo è importante non buttarlo in acqua, così come nel lavandino o nello scarico del bagno: un litro di olio è responsabile dell’inquinamento di circa 1.000 mq di acqua, forma una sottile pellicola impermeabile che impedisce l’ossigenazione e compromette l’esistenza della flora e della fauna marine. Se recuperato correttamente, invece, può essere riciclato nella produzione di biodiesel per autotrazione, in impianti di cogenerazione, nella produzione di bio-lubrificanti, di saponi, cere e altro.
Ecco i porti che hanno aderito divisi per Regione:
•5 in Toscana (Pisa, Livorno, Capraia, Piombino, Isola D’Elba) grazie al partner di RenOils, EcoPuntoEnergia
•7 in Liguria (Sanremo, Alassio, Savona, Finale Ligure, Varazze, Santa Margherita Ligure, Chiavari) grazie al partner di RenOils, EcoPuntoEnergia
•7 in Puglia (Casalabate, Mola di Bari, Ostuni, Fasano, San Foca Melendugno, Vieste, Manfredonia) grazie al partner di RenOils, Protit
•1 in Abruzzo (Pescara) grazie al partner di RenOils, Adriatica Ambiente
•1 nelle Marche (Fano) grazie al partner di RenOils, Adriatica Ambiente
•2 in Veneto (Fossone e Barricata) grazie al partner di RenOils, SEB
•1 in Friuli Venezia Giulia (Lega Navale sez. Trieste) grazie al partner di RenOils, SEB
•1 in Piemonte (Lega Navale di Meina) grazie al partner di RenOils, Alberio
•4 in Campania (Marina di Salerno, Marina di Policastro, Marina di Arechi, Cantieri Nautici) grazie al partner di RenOils, Proteg
•2 nel Lazio (Porto di Roma, Isola di Ventotene) grazie al partner di RenOils, Proteg
•3 in Sicilia (Licata, Capo D’Orlando, Baia Levante) grazie al partner di RenOils, Sicilgrassi
•3 in Sardegna (Marina di Portisco, Marina di Sifredi, Marina Sant’Elmo) grazie al partner di RenOils, Ecoservicesarda
“Abbiamo creduto in questo progetto fin da quando ci è stato proposto – spiega il Presidente di RenOils, Ennio Fano – e la risposta entusiasta dei Porti è stata una conferma. Chiudere il cerchio, quello dell’economia circolare per l’appunto, è il nostro obiettivo. Più olio da cucina si raccoglie, meno inquiniamo. Per questo motivo, le nostre iniziative sono sempre accompagnate da attività strutturate di sensibilizzazione e informazione. Vogliamo arrivare nelle case dei cittadini: è proprio la raccolta domestica, infatti, a produrre il quantitativo maggiore di rifiuto ma è anche la più difficile da intercettare. A oggi recuperiamo il 32% dell’olio utilizzato per cucinare, è quindi utopistico pensare di raggiungere il 100% in breve tempo ma possiamo guardare avanti avendo fiducia che sempre più persone differenzino il rifiuto “olio da cucina” e ne comprendano l’importanza. Nonostante le difficoltà di alcuni ad aderire fin da subito a questa campagna a causa del Covid-19, ci auguriamo che tanti altri Porti diventino parte di questa squadra perché solo comunicando la corretta maniera di gestione dell’olio esausto si può salvaguardare il nostro meraviglioso polmone blu”.
“Questo progetto ci conferma quanto sia importante il gioco di squadra nella gestione dei rifiuti e, di conseguenza, nella salvaguardia del mare – dice Carmen di Penta, Direttore Generale di Marevivo. Tutti possiamo e dobbiamo fare la nostra parte; i cittadini devono separare quanto più possibile i propri residui e disporne in maniera appropriata, mentre i consorzi e le amministrazioni devono mettere a disposizione sistemi di raccolta, recupero e smaltimento dei rifiuti. Solo così riusciremo a convertire i rifiuti in risorse, invertendo la corrente e salvando il mare, un bene necessario anche per la nostra sopravvivenza e per questo siamo felici di avere al nostro fianco un partner come Il Consorzio RenOils.”
fonte: www.rinnovabili.it
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I diportisti possono così gettare l’olio, utilizzato per cucinare in barca, direttamente al porto, salvaguardando il mare e i suoi abitanti. Non tutti sanno che l’olio è altamente inquinante e per questo è importante non buttarlo in acqua, così come nel lavandino o nello scarico del bagno: un litro di olio è responsabile dell’inquinamento di circa 1.000 mq di acqua, forma una sottile pellicola impermeabile che impedisce l’ossigenazione e compromette l’esistenza della flora e della fauna marine. Se recuperato correttamente, invece, può essere riciclato nella produzione di biodiesel per autotrazione, in impianti di cogenerazione, nella produzione di bio-lubrificanti, di saponi, cere e altro.
Ecco i porti che hanno aderito divisi per Regione:
•5 in Toscana (Pisa, Livorno, Capraia, Piombino, Isola D’Elba) grazie al partner di RenOils, EcoPuntoEnergia
•7 in Liguria (Sanremo, Alassio, Savona, Finale Ligure, Varazze, Santa Margherita Ligure, Chiavari) grazie al partner di RenOils, EcoPuntoEnergia
•7 in Puglia (Casalabate, Mola di Bari, Ostuni, Fasano, San Foca Melendugno, Vieste, Manfredonia) grazie al partner di RenOils, Protit
•1 in Abruzzo (Pescara) grazie al partner di RenOils, Adriatica Ambiente
•1 nelle Marche (Fano) grazie al partner di RenOils, Adriatica Ambiente
•2 in Veneto (Fossone e Barricata) grazie al partner di RenOils, SEB
•1 in Friuli Venezia Giulia (Lega Navale sez. Trieste) grazie al partner di RenOils, SEB
•1 in Piemonte (Lega Navale di Meina) grazie al partner di RenOils, Alberio
•4 in Campania (Marina di Salerno, Marina di Policastro, Marina di Arechi, Cantieri Nautici) grazie al partner di RenOils, Proteg
•2 nel Lazio (Porto di Roma, Isola di Ventotene) grazie al partner di RenOils, Proteg
•3 in Sicilia (Licata, Capo D’Orlando, Baia Levante) grazie al partner di RenOils, Sicilgrassi
•3 in Sardegna (Marina di Portisco, Marina di Sifredi, Marina Sant’Elmo) grazie al partner di RenOils, Ecoservicesarda
“Abbiamo creduto in questo progetto fin da quando ci è stato proposto – spiega il Presidente di RenOils, Ennio Fano – e la risposta entusiasta dei Porti è stata una conferma. Chiudere il cerchio, quello dell’economia circolare per l’appunto, è il nostro obiettivo. Più olio da cucina si raccoglie, meno inquiniamo. Per questo motivo, le nostre iniziative sono sempre accompagnate da attività strutturate di sensibilizzazione e informazione. Vogliamo arrivare nelle case dei cittadini: è proprio la raccolta domestica, infatti, a produrre il quantitativo maggiore di rifiuto ma è anche la più difficile da intercettare. A oggi recuperiamo il 32% dell’olio utilizzato per cucinare, è quindi utopistico pensare di raggiungere il 100% in breve tempo ma possiamo guardare avanti avendo fiducia che sempre più persone differenzino il rifiuto “olio da cucina” e ne comprendano l’importanza. Nonostante le difficoltà di alcuni ad aderire fin da subito a questa campagna a causa del Covid-19, ci auguriamo che tanti altri Porti diventino parte di questa squadra perché solo comunicando la corretta maniera di gestione dell’olio esausto si può salvaguardare il nostro meraviglioso polmone blu”.
“Questo progetto ci conferma quanto sia importante il gioco di squadra nella gestione dei rifiuti e, di conseguenza, nella salvaguardia del mare – dice Carmen di Penta, Direttore Generale di Marevivo. Tutti possiamo e dobbiamo fare la nostra parte; i cittadini devono separare quanto più possibile i propri residui e disporne in maniera appropriata, mentre i consorzi e le amministrazioni devono mettere a disposizione sistemi di raccolta, recupero e smaltimento dei rifiuti. Solo così riusciremo a convertire i rifiuti in risorse, invertendo la corrente e salvando il mare, un bene necessario anche per la nostra sopravvivenza e per questo siamo felici di avere al nostro fianco un partner come Il Consorzio RenOils.”
fonte: www.rinnovabili.it
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Coripet passa l'ultimo esame
Il Consorzio autonomo per il riciclo delle bottiglie PET ha ottenuto il riconoscimento definitivo dal MiTE a cinque anni dall'avvio dell'iter autorizzativo.

Con il Decreto n. 44 del 28 luglio 2021, il Ministero della Transizione Ecologica (MiTE) ha riconosciuto in via definitiva Coripet come sistema volontario e autonomo per la gestione diretta degli imballaggi in PET per liquidi alimentari, in linea con l’applicazione delle direttive europee sull’EPR (responsabilità estesa del produttore).
L'iter per l'avvio del nuovo consorzio era iniziato nella primavera del 2016 con l’istanza di riconoscimento come sistema autonomo e la presentazione del progetto di attività di Coripet da parte dei sei soci fondatori.
Il riconoscimento definitivo - spiega Coripet in una nota - giunge grazie ai risultati positivi di ogni verifica sulle attività del Consorzio, di cui è stata riconosciuta “l’effettiva operatività e la rilevanza, quale nuovo attore della filiera del PET".
Decisione accolta con soddisfazione dal Presidente Corrado Dentis: "Il risultato raggiunto non è un punto di arrivo, bensì una nuova spinta per ampliare ulteriormente il nostro circuito di raccolta e avvio a riciclo e in particolare il modello selettivo di riciclo bottle to bottle: la prima filiera italiana chiusa per il riciclo del PET si conferma un valido sistema di economia circolare che sa rispondere agli obiettivi della Direttiva packaging 94/62/CE e della Direttiva SUP 2019/904 e contribuisce in modo fattivo alla messa in atto dell’Agenda Onu 2030”.
Forte di una cinquantina di aziende, Coripet opera sul recupero “da bottiglia a nuova bottiglia” con l'obiettivo di arrivare a raccogliere, riciclare, recuperare il 90% delle bottiglie di plastica PET immesse sul mercato dai produttori consorziati.
fonte: www.polimerica.it

Con il Decreto n. 44 del 28 luglio 2021, il Ministero della Transizione Ecologica (MiTE) ha riconosciuto in via definitiva Coripet come sistema volontario e autonomo per la gestione diretta degli imballaggi in PET per liquidi alimentari, in linea con l’applicazione delle direttive europee sull’EPR (responsabilità estesa del produttore).
L'iter per l'avvio del nuovo consorzio era iniziato nella primavera del 2016 con l’istanza di riconoscimento come sistema autonomo e la presentazione del progetto di attività di Coripet da parte dei sei soci fondatori.
Il riconoscimento definitivo - spiega Coripet in una nota - giunge grazie ai risultati positivi di ogni verifica sulle attività del Consorzio, di cui è stata riconosciuta “l’effettiva operatività e la rilevanza, quale nuovo attore della filiera del PET".
Decisione accolta con soddisfazione dal Presidente Corrado Dentis: "Il risultato raggiunto non è un punto di arrivo, bensì una nuova spinta per ampliare ulteriormente il nostro circuito di raccolta e avvio a riciclo e in particolare il modello selettivo di riciclo bottle to bottle: la prima filiera italiana chiusa per il riciclo del PET si conferma un valido sistema di economia circolare che sa rispondere agli obiettivi della Direttiva packaging 94/62/CE e della Direttiva SUP 2019/904 e contribuisce in modo fattivo alla messa in atto dell’Agenda Onu 2030”.
Forte di una cinquantina di aziende, Coripet opera sul recupero “da bottiglia a nuova bottiglia” con l'obiettivo di arrivare a raccogliere, riciclare, recuperare il 90% delle bottiglie di plastica PET immesse sul mercato dai produttori consorziati.
fonte: www.polimerica.it
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Plastica usa e getta: votato in Consiglio dei ministri il recepimento della Direttiva SUP
Nel Consiglio dei Ministri di giovedì 5 agosto 2021, è stato votato il recepimento della cosiddetta “Direttiva SUP” (Single Use Plastics). Lo rende noto il Ministero della Transizione Ecologica
Nel Consiglio dei Ministri di giovedì 5 agosto 2021, è “stato votato il recepimento della cosiddetta “Direttiva SUP” (Single Use Plastics), volta a prevenire e ridurre l’impatto sull’ambiente di determinati prodotti in plastica e a promuovere una transizione verso un’economia circolare introducendo un insieme di misure specifiche, compreso un divieto a livello europeo sui prodotti in plastica monouso ogniqualvolta siano disponibili alternative”. E’ quanto annuncia il Ministero della Transizione Ecologica. “La direttiva, che si basa sul principio chi inquina paga, prevede una riduzione quantitativa ambiziosa e duratura del consumo di questi prodotti entro il 2026. Alcuni prodotti in plastica monouso immessi sul mercato devono recare una marcatura chiaramente leggibile e indelebile sull’imballaggio o sul prodotto stesso”.
fonte: www.ecodallecitta.it
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Parlare ai senza potere
Non possiamo più aspettare e, per quanto sia difficile da accettare, non possiamo neanche sperare che siano i governi a muoversi di fronte ai disastri climatici e ambientali. Abbiamo bisogno di confronti immediati e azioni, a livello locale e planetario, tra associazioni, comitati, sindacati, scuole e Università, centri di ricerca, mondo della cultura. In fondo l’obiettivo di Greta e di tanti e tante con lei è rivolgersi a tutti i potenti del mondo ma per farsi ascoltare da tutti coloro che potenti non sono. Mentre il pianeta va a fuoco e il parlamento italiano vota il ponte sullo Stretto, scrive Guido Viale, in basso dovremmo partire da questa domanda: serve un treno ad alta velocità o un ponte sospeso di quattro chilometri, per collegare regioni devastate dagli incendi, dove, di questo passo, si dovrà reggere a temperature di 50°C come a Vancouver, per fare arrivare dei turisti su spiagge ormai sommerse dall’innalzamento del livello del mare?


Tratta da unsplash.com
Greta Thumberg è tornata a dare il meglio di sé al vertice austriaco sul mondo promosso da Arnold Schwarzenegger, con Frau Merkel, Antonio Guterres ed altri. Rivolgendosi ancora una volta a tutti i potenti del mondo, ma per farsi ascoltare da tutti coloro che potenti non sono, ha spiattellato che nei sei anni che ci separano dal vertice di Parigi, politici, finanzieri e grandi industriali (la crème di Davos) ci hanno riempiti di parole, ma non hanno fatto niente per avvicinarci agli obiettivi di decarbonizzazione fissati. Anzi, hanno fatto, stanno facendo e si apprestano a fare esattamente l’opposto: la loro “lotta per il clima” serve solo a mascherare e giustificare la continuazione di una politica fondata sui fossili, cercando nuove occasioni di business.
Questa accusa coglie in pieno anche il PNRR italiano, il suo padre, il RRF della Commissione europea, e la sua madre, il programma NextgenerationEU, che altro non sono che armi di distrazione di massa, finalizzate a bloccare l’attenzione – e il confronto, dove c’è – intorno a misure e progetti assolutamente inconsistenti, se non controproducenti, mentre il pianeta va a fuoco. A fuoco: nello stesso giorno in cui si registravano a Vancouver 50 °C, il Parlamento italiano ha votato, alla Camera, il ponte sullo stretto di Messina (da finanziare non con il PNRR, bensì con un fondo, detto “fondone”, che Draghi ha fatto aggiungere, a debito, ai fondi, anch’essi a debito, del PNRR, per “non lasciare indietro nessuno”: in questo caso le lobby del cemento). D’altronde, non è stato forse il Senato italiano, forte delle sue competenze, a votare, anni fa, che il cambiamento climatico non esiste?
Tra le parole senza fatti o, meglio, con fatti che le contraddicono, di cui parla Greta, spicca l’istituzione in Italia di un Ministero della Transizione ecologica. Ora, se transizione ecologica significa – e non può significare altro; se no, verso che cosa mai si transita? – un cambiamento radicale, a partire dall’abbandono del presupposto su cui si basa tutto lo stato di cose attuale, cioè il mito fasullo e letale della “crescita” (che altro non è che accumulazione del capitale), è evidente che essa non può non coinvolgere profondamente comportamenti, stili di vita e assetti sociali di tutta la popolazione; oltre, ovviamente, alla determinazione di che cosa, con che cosa, per chi e come si produce. Il primo compito di un Ministero della Transizione ecologica (e del Governo che ne fa proprie le finalità) avrebbe dovuto essere, quindi, il lancio di una grande campagna di informazione: sul perché di questa svolta, sui rischi che corrono il pianeta, il paese e la vita di ciascuno; e la conseguente apertura di un confronto generale (non era certo tale la kermesse organizzata a suo tempo dal secondo Governo Conte a villa Pamphili), coinvolgendo tutte le istanze della “società civile” – associazioni, comitati, sindacati, scuole e Università, centri di ricerca, mondo della cultura – sulle alternative che ci troviamo di fronte: sia a livello planetario che a livello locale; ciascuno a fare i conti nel proprio territorio con la realtà in cui è inserito e in cui può operare. Le dimensioni del problema sono d’altronde tali che non si può sperare di ottenere dei risultati – se si vogliono veramente ottenere – che procedendo così. E se il governo non lo fa, la prima conseguenza da trarre è che di promuovere quel confronto dobbiamo farci carico noi. Chi? Tutti, dove e come si può. Mettendo al centro non la crescita ma la cura delle persone, del vivente e della Terra.
Ma invece di una campagna di informazione e di un grande confronto ci siamo ritrovati le continue esternazioni del ministro Cingolani, peraltro in frequente contraddizione tra loro, ma che, sostanzialmente, mirano a rassicurare che non c’è da cambiare gran che: il gas sostituirà – un po’ per volta – il petrolio come “combustibile di transizione” (verso che?), costruendo nuovi impianti e pipeline la cui vita utile va ben al di là del 2050, anno in cui il gas dovrebbe scomparire; l’idrogeno verde deve aspettare (non è ancora maturo); con le rinnovabili non c’è fretta, tanto arriverà la fusione nucleare, o anche la fissione in “piccoli impianti” distribuiti sul territorio; la dieta proteica è essenziale, quindi largo agli allevamenti industriali; l’agricoltura sostenibile si fa con l’agrofotovoltaico (pannelli in alto e ortaggi sotto), ecc.
Ma se il ministro della Transizione sembra sensibile soprattutto alla lobby del gas (Eni ed Enel), il PNRR, nel suo insieme, destina il giusto tributo anche a quella del cemento e delle Grandi opere: il piano pullula di autostrade, aeroporti e treni ad Alta velocità, chiamati infrastrutture, tutti finanziati a spese del trasporto locale (compreso il TAV Torino-Lione, ricompreso nel PNRR, senza nominarlo, nelle vesti del fallito Ten-T).
E qui, anche senza entrare nei dettagli (che peraltro il PNRR evita accuratamente), la prima e fondamentale domanda da fare, se si aprisse, come si dovrà aprire, ma da basso, un dibattito sulla transizione ecologica è: ma serve un treno ad alta velocità, o un ponte di quattro chilometri, per collegare regioni devastate dagli incendi, dove, di questo passo, si dovrà reggere a temperature di 50°C come a Vancouver (che è molto più a nord), per fare arrivare dei turisti su spiagge ormai sommerse dall’innalzamento del livello del mare? O serve portare altro gas in Italia cercando di seppellirne le emissioni sottoterra, in una regione già sconvolta da un terremoto di dubbia origine, lasciando in eredità alle future generazioni, ma forse anche a questa, una bomba di CO2 sotto pressione, pronta ad aprirsi un varco verso la superficie per restituire all’atmosfera tutta la CO2 fittiziamente sottrattale? Ma domande come queste chi ci governa se le è mai fatte?
fonte: comune-info.net/
Greta Thumberg è tornata a dare il meglio di sé al vertice austriaco sul mondo promosso da Arnold Schwarzenegger, con Frau Merkel, Antonio Guterres ed altri. Rivolgendosi ancora una volta a tutti i potenti del mondo, ma per farsi ascoltare da tutti coloro che potenti non sono, ha spiattellato che nei sei anni che ci separano dal vertice di Parigi, politici, finanzieri e grandi industriali (la crème di Davos) ci hanno riempiti di parole, ma non hanno fatto niente per avvicinarci agli obiettivi di decarbonizzazione fissati. Anzi, hanno fatto, stanno facendo e si apprestano a fare esattamente l’opposto: la loro “lotta per il clima” serve solo a mascherare e giustificare la continuazione di una politica fondata sui fossili, cercando nuove occasioni di business.
Questa accusa coglie in pieno anche il PNRR italiano, il suo padre, il RRF della Commissione europea, e la sua madre, il programma NextgenerationEU, che altro non sono che armi di distrazione di massa, finalizzate a bloccare l’attenzione – e il confronto, dove c’è – intorno a misure e progetti assolutamente inconsistenti, se non controproducenti, mentre il pianeta va a fuoco. A fuoco: nello stesso giorno in cui si registravano a Vancouver 50 °C, il Parlamento italiano ha votato, alla Camera, il ponte sullo stretto di Messina (da finanziare non con il PNRR, bensì con un fondo, detto “fondone”, che Draghi ha fatto aggiungere, a debito, ai fondi, anch’essi a debito, del PNRR, per “non lasciare indietro nessuno”: in questo caso le lobby del cemento). D’altronde, non è stato forse il Senato italiano, forte delle sue competenze, a votare, anni fa, che il cambiamento climatico non esiste?
Tra le parole senza fatti o, meglio, con fatti che le contraddicono, di cui parla Greta, spicca l’istituzione in Italia di un Ministero della Transizione ecologica. Ora, se transizione ecologica significa – e non può significare altro; se no, verso che cosa mai si transita? – un cambiamento radicale, a partire dall’abbandono del presupposto su cui si basa tutto lo stato di cose attuale, cioè il mito fasullo e letale della “crescita” (che altro non è che accumulazione del capitale), è evidente che essa non può non coinvolgere profondamente comportamenti, stili di vita e assetti sociali di tutta la popolazione; oltre, ovviamente, alla determinazione di che cosa, con che cosa, per chi e come si produce. Il primo compito di un Ministero della Transizione ecologica (e del Governo che ne fa proprie le finalità) avrebbe dovuto essere, quindi, il lancio di una grande campagna di informazione: sul perché di questa svolta, sui rischi che corrono il pianeta, il paese e la vita di ciascuno; e la conseguente apertura di un confronto generale (non era certo tale la kermesse organizzata a suo tempo dal secondo Governo Conte a villa Pamphili), coinvolgendo tutte le istanze della “società civile” – associazioni, comitati, sindacati, scuole e Università, centri di ricerca, mondo della cultura – sulle alternative che ci troviamo di fronte: sia a livello planetario che a livello locale; ciascuno a fare i conti nel proprio territorio con la realtà in cui è inserito e in cui può operare. Le dimensioni del problema sono d’altronde tali che non si può sperare di ottenere dei risultati – se si vogliono veramente ottenere – che procedendo così. E se il governo non lo fa, la prima conseguenza da trarre è che di promuovere quel confronto dobbiamo farci carico noi. Chi? Tutti, dove e come si può. Mettendo al centro non la crescita ma la cura delle persone, del vivente e della Terra.
Ma invece di una campagna di informazione e di un grande confronto ci siamo ritrovati le continue esternazioni del ministro Cingolani, peraltro in frequente contraddizione tra loro, ma che, sostanzialmente, mirano a rassicurare che non c’è da cambiare gran che: il gas sostituirà – un po’ per volta – il petrolio come “combustibile di transizione” (verso che?), costruendo nuovi impianti e pipeline la cui vita utile va ben al di là del 2050, anno in cui il gas dovrebbe scomparire; l’idrogeno verde deve aspettare (non è ancora maturo); con le rinnovabili non c’è fretta, tanto arriverà la fusione nucleare, o anche la fissione in “piccoli impianti” distribuiti sul territorio; la dieta proteica è essenziale, quindi largo agli allevamenti industriali; l’agricoltura sostenibile si fa con l’agrofotovoltaico (pannelli in alto e ortaggi sotto), ecc.
Ma se il ministro della Transizione sembra sensibile soprattutto alla lobby del gas (Eni ed Enel), il PNRR, nel suo insieme, destina il giusto tributo anche a quella del cemento e delle Grandi opere: il piano pullula di autostrade, aeroporti e treni ad Alta velocità, chiamati infrastrutture, tutti finanziati a spese del trasporto locale (compreso il TAV Torino-Lione, ricompreso nel PNRR, senza nominarlo, nelle vesti del fallito Ten-T).
E qui, anche senza entrare nei dettagli (che peraltro il PNRR evita accuratamente), la prima e fondamentale domanda da fare, se si aprisse, come si dovrà aprire, ma da basso, un dibattito sulla transizione ecologica è: ma serve un treno ad alta velocità, o un ponte di quattro chilometri, per collegare regioni devastate dagli incendi, dove, di questo passo, si dovrà reggere a temperature di 50°C come a Vancouver (che è molto più a nord), per fare arrivare dei turisti su spiagge ormai sommerse dall’innalzamento del livello del mare? O serve portare altro gas in Italia cercando di seppellirne le emissioni sottoterra, in una regione già sconvolta da un terremoto di dubbia origine, lasciando in eredità alle future generazioni, ma forse anche a questa, una bomba di CO2 sotto pressione, pronta ad aprirsi un varco verso la superficie per restituire all’atmosfera tutta la CO2 fittiziamente sottrattale? Ma domande come queste chi ci governa se le è mai fatte?
fonte: comune-info.net/
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Greenpeace: "La lobby dei fossili vuole i soldi del Recovery Found per promuovere l'idrogeno"
Greenpeace: "Grazie a una massiccia attività di lobby a livello nazionale ed europeo, alcune delle aziende che più contribuiscono alla crisi climatica rischiano così di essere tra i principali beneficiari dei fondi europei in Italia, Spagna, Portogallo e Francia".
"Un nuovo rapporto della coalizione Fossil FreePolitics, promossa anche da Greenpeace International, denuncia come l’industria dei combustibili fossili abbia cercato di mettere le mani sui fondi europei per la ripresa economica, che dovrebbero servire a finanziare la transizione ecologica, per promuovere false soluzioni come l’idrogeno ricavato dal gas fossile. Grazie a una massiccia attività di lobby a livello nazionale ed europeo, alcune delle aziende che più contribuiscono alla crisi climatica rischiano così di essere tra i principali beneficiari dei fondi europei in Italia, Spagna, Portogallo e Francia" lo scrive Greenpeace in una nota.
"Nel nostro Paese, le pressioni esercitate sul governo dall’industria dei combustibili fossili erano riuscite a quadruplicare gli investimenti destinati all’idrogeno, lievitati da uno a quattro miliardi di euro attraverso l’inclusione nel PNRR dell’idrogeno “blu”, che a differenza dell’idrogeno “verde” è ricavato dal gas fossile. Questo tentativo di promuovere una falsa soluzione come l’idrogeno è stato sventato solo in parte dall’intervento della Commissione Europea, che nell’ultima versione del PNRR ha imposto una riduzione dei finanziamenti all’idrogeno e stabilito che questi dovranno essere limitati all’idrogeno verde. Ma resta il rischio concreto che progetti analoghi possano essere comunque finanziati con altri fondi europei".
"Il rapporto documenta infatti come da febbraio a oggi la lobby dei combustibili fossili abbia goduto di una corsia preferenziale presso il Ministero della Transizione Ecologica, con una media di tre incontri a settimana. La parte del leone è stata fatta da Eni, seguita da Snam ed Enel, che da soli hanno partecipato alla metà degli incontri. Lo stesso ministro Roberto Cingolani è stato presente a venti incontri, oltre a partecipare a un webinar sull’idrogeno organizzato dall’industria dei combustibili fossili. L’attività di lobby si è estesa a una dozzina di audizioni parlamentari, dove i rappresentanti dell’industria hanno potuto avanzare le loro proposte, pienamente avallate dal Parlamento italiano e integrate nel PNRR che il Governo Draghi aveva presentato alla Commissione Europea".
«Sebbene l’intervento della Commissione Europea abbia evitato che i soldi del Recovery Fund fossero usati per finanziare le false soluzioni di Eni, il PNRR italiano dedica all’idrogeno e al biogas più denaro di quanto stanziato per migliorare le nostre unità di terapia intensiva e rinnovare le attrezzature ospedaliere. Evidentemente l’Italia preferisce dare priorità all’idrogeno e al gas», dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Clima ed Energia di Greenpeace Italia.
"Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, ha più volte cercato di convincere i parlamentari italiani che l’idrogeno è la soluzione migliore per decarbonizzare il settore dei trasporti, ma di recente ha ammesso che Eni non intende vendere idrogeno “blu” nel prossimo futuro, che sarà invece usato come carburante nelle raffinerie di petrolio". «È l’ennesimo bluff di Eni», commenta Iacoboni, «che anziché impegnarsi seriamente per decarbonizzare l’economia intende usare l’idrogeno per continuare a produrre benzina e diesel, facendo pagare ai cittadini e alle cittadine italiane un modello di business inquinante e basato su infrastrutture obsolete».
fonte: www.greencity.it
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"Nel nostro Paese, le pressioni esercitate sul governo dall’industria dei combustibili fossili erano riuscite a quadruplicare gli investimenti destinati all’idrogeno, lievitati da uno a quattro miliardi di euro attraverso l’inclusione nel PNRR dell’idrogeno “blu”, che a differenza dell’idrogeno “verde” è ricavato dal gas fossile. Questo tentativo di promuovere una falsa soluzione come l’idrogeno è stato sventato solo in parte dall’intervento della Commissione Europea, che nell’ultima versione del PNRR ha imposto una riduzione dei finanziamenti all’idrogeno e stabilito che questi dovranno essere limitati all’idrogeno verde. Ma resta il rischio concreto che progetti analoghi possano essere comunque finanziati con altri fondi europei".
"Il rapporto documenta infatti come da febbraio a oggi la lobby dei combustibili fossili abbia goduto di una corsia preferenziale presso il Ministero della Transizione Ecologica, con una media di tre incontri a settimana. La parte del leone è stata fatta da Eni, seguita da Snam ed Enel, che da soli hanno partecipato alla metà degli incontri. Lo stesso ministro Roberto Cingolani è stato presente a venti incontri, oltre a partecipare a un webinar sull’idrogeno organizzato dall’industria dei combustibili fossili. L’attività di lobby si è estesa a una dozzina di audizioni parlamentari, dove i rappresentanti dell’industria hanno potuto avanzare le loro proposte, pienamente avallate dal Parlamento italiano e integrate nel PNRR che il Governo Draghi aveva presentato alla Commissione Europea".
«Sebbene l’intervento della Commissione Europea abbia evitato che i soldi del Recovery Fund fossero usati per finanziare le false soluzioni di Eni, il PNRR italiano dedica all’idrogeno e al biogas più denaro di quanto stanziato per migliorare le nostre unità di terapia intensiva e rinnovare le attrezzature ospedaliere. Evidentemente l’Italia preferisce dare priorità all’idrogeno e al gas», dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Clima ed Energia di Greenpeace Italia.
"Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, ha più volte cercato di convincere i parlamentari italiani che l’idrogeno è la soluzione migliore per decarbonizzare il settore dei trasporti, ma di recente ha ammesso che Eni non intende vendere idrogeno “blu” nel prossimo futuro, che sarà invece usato come carburante nelle raffinerie di petrolio". «È l’ennesimo bluff di Eni», commenta Iacoboni, «che anziché impegnarsi seriamente per decarbonizzare l’economia intende usare l’idrogeno per continuare a produrre benzina e diesel, facendo pagare ai cittadini e alle cittadine italiane un modello di business inquinante e basato su infrastrutture obsolete».
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Eolico flottante, il Mite pubblica bando per nuovi impianti
Saranno istituiti tavoli per valutare i progetti pervenuti
Sfruttare l'energia eolica con impianti collocati in mare, su piattaforme galleggianti. Il Ministero della Transizione Ecologica apre la manifestazione di interesse per l'innovativa tecnologia, rivolgendosi a tutti gli imprenditori del settore.
L'eolico flottante può accedere ai finanziamenti pubblici, ma necessita di una particolare attenzione per superare i problemi legati alla fase progettuale e al successivo percorso autorizzativo. Per questo il ministero della Transizione Ecologica pubblica sul proprio sito la richiesta di manifestazione d'interesse, rivolta a tutti i soggetti imprenditoriali che siano in grado di proporre progetti rientranti nella tipologia indicata.
Dopo 20 giorni dalla pubblicazione, il Ministero raccoglierà le proposte pervenute e istituirà tavoli per la valutazione, approvazione e realizzazione di ciascun progetto.
fonte: www.ansa.it
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Per il bando ai monouso manca il decreto
In Italia la Direttiva SUP non è ancora vincolante, poiché manca il decreto di recepimento, tranne per un punto controverso...

Il 3 luglio è passato, la Direttiva UE sugli articoli monouso (Direttiva SUP) è entrata formalmente in vigore, ma non in Italia, dove manca ancora il decreto di recepimento, nonostante sia stata approvata dal Parlamento la Legge di delegazione, che affida al Governo il compito di dar forma alla direttiva. La bozza è ferma al Ministero della Transizione ecologica e, secondo alcune indiscrezioni, potrebbe essere pubblicata in Gazzetta Ufficiale alla fine dell'estate.
La ragione delle melina governativa risiederebbe nel contrasto con la UE sull'impiego delle bioplastiche nei monouso messi al bando, in particolare le stoviglie: il nostro paese vorrebbe una sorta di dispensa per le plastiche compostabili con elevato contenuto biobased in ragione della rilevanza di questa industria e dell'avvio di un circuito per la raccolta differenziata della frazione organica (Biorepack). A Bruxelles, invece, non essendo dimostrata la biodegradazione delle bioplastiche in ambiente marino, la deroga appare immotivata.


Il 3 luglio è passato, la Direttiva UE sugli articoli monouso (Direttiva SUP) è entrata formalmente in vigore, ma non in Italia, dove manca ancora il decreto di recepimento, nonostante sia stata approvata dal Parlamento la Legge di delegazione, che affida al Governo il compito di dar forma alla direttiva. La bozza è ferma al Ministero della Transizione ecologica e, secondo alcune indiscrezioni, potrebbe essere pubblicata in Gazzetta Ufficiale alla fine dell'estate.
La ragione delle melina governativa risiederebbe nel contrasto con la UE sull'impiego delle bioplastiche nei monouso messi al bando, in particolare le stoviglie: il nostro paese vorrebbe una sorta di dispensa per le plastiche compostabili con elevato contenuto biobased in ragione della rilevanza di questa industria e dell'avvio di un circuito per la raccolta differenziata della frazione organica (Biorepack). A Bruxelles, invece, non essendo dimostrata la biodegradazione delle bioplastiche in ambiente marino, la deroga appare immotivata.

In questa situazione di limbo, tutti gli articoli monouso - compresi quelli elencati nel famigerato allegato B della Direttiva SUP (bastoncini cotonati, posate, cannucce, agitatori per bevande, aste di palloncini), possono essere prodotti, venduti e utilizzati senza restrizioni, o quasi. Già, perché c'è una parte della Direttiva entrata comunque in vigore, poiché normata da un Regolamento UE, che - a differenza delle direttive - diviene vincolante, automaticamente in tutta l'Unione una volta pubblicato in GUCE.


Stiamo parlando del Regolamento n. 2020/2151/Ue del 17 dicembre 2020 (leggi articolo), che disciplina le specifiche tecniche relative alle etichette a apporre sui prodotti di plastica monouso elencati nell'allegato D (assorbenti e tamponi igienici, salviette umidificate, prodotti del tabacco con filtri e filtri, tazze per bevande), ovvero "Plastica nel prodotto" e "Fatto di plastica", già oggetto di polemiche (leggi articolo) soprattutto per quanto concerne tazze e bicchieri monouso in plastica, compresi quelli di carta rivestita con plastica.
L'Italia non è però l'unico paese ad aver disatteso la data del 3 luglio. Secondo EuPC, che rappresenta a livello europeo i trasformatori di materie plastiche, anche Francia è Svezia sono in ritardo con il recepimento, ancora alle prese con il confronto con gli operatori interessati dalle norme, mentre altri stati membri, come Romania e Bulgaria, non avrebbero compiuto passi concreti verso l'adozione. Secondo l'associazione, la ragione va cercata nel ritardo con il quale sono state diramate le linee guida e, più in generale, nella fretta con cui la Direttiva è stata elaborata e varata, anche se sono ormai passati due anni dalla sua approvazione.

L'Italia non è però l'unico paese ad aver disatteso la data del 3 luglio. Secondo EuPC, che rappresenta a livello europeo i trasformatori di materie plastiche, anche Francia è Svezia sono in ritardo con il recepimento, ancora alle prese con il confronto con gli operatori interessati dalle norme, mentre altri stati membri, come Romania e Bulgaria, non avrebbero compiuto passi concreti verso l'adozione. Secondo l'associazione, la ragione va cercata nel ritardo con il quale sono state diramate le linee guida e, più in generale, nella fretta con cui la Direttiva è stata elaborata e varata, anche se sono ormai passati due anni dalla sua approvazione.

La mancata approvazione della legge di recepimento , così come una attuazione parziale o difforme della direttiva, ha delle conseguenze: la Commissione può avviare una procedura formale di infrazione e, qualora ciò non sia sufficiente, deferire il caso alla Corte di giustizia europea.
L'iter è abbastanza complesso: la Commissione invia una lettera di costituzione in mora con cui richiede ulteriori informazioni al paese in questione, che dovrà inviare una risposta dettagliata entro un termine preciso, generalmente due mesi.
Se Bruxelles si convince che il paese sia venuto meno ai propri obblighi a norma del diritto comunitario, può inviare un parere motivato, vale a dire una richiesta formale di conformarsi al diritto dell’Unione in cui spiega perché ritiene che il paese violi le norme. Contestualmente, viene chiesto di comunicare le misure adottate entro un termine preciso, anche in questo caso due mesi. Se il paese continua a non conformarsi alla legislazione, la Commissione può deferirlo alla Corte di giustizia e chiedere di imporre sanzioni.
In termini pratici, volendo tirarla alla lunga, tra dilazioni (tre mesi per il recepimento), burocrazia e smaltimento delle scorte, la fine dei monouso potrebbe non giungere prima della primavera 2022, lasciando un settore nella completa incertezza per ancora molti mesi.
fonte: www.polimerica.it
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L'iter è abbastanza complesso: la Commissione invia una lettera di costituzione in mora con cui richiede ulteriori informazioni al paese in questione, che dovrà inviare una risposta dettagliata entro un termine preciso, generalmente due mesi.
Se Bruxelles si convince che il paese sia venuto meno ai propri obblighi a norma del diritto comunitario, può inviare un parere motivato, vale a dire una richiesta formale di conformarsi al diritto dell’Unione in cui spiega perché ritiene che il paese violi le norme. Contestualmente, viene chiesto di comunicare le misure adottate entro un termine preciso, anche in questo caso due mesi. Se il paese continua a non conformarsi alla legislazione, la Commissione può deferirlo alla Corte di giustizia e chiedere di imporre sanzioni.
In termini pratici, volendo tirarla alla lunga, tra dilazioni (tre mesi per il recepimento), burocrazia e smaltimento delle scorte, la fine dei monouso potrebbe non giungere prima della primavera 2022, lasciando un settore nella completa incertezza per ancora molti mesi.
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A che ora è la fine del mondo? Il Climate clock arriva in Italia per ricordarci di agire
Il Climate clock ricorda e scandisce il tempo che abbiamo per agire per evitare che la crisi climatica abbia conseguenze irreversibili per il Pianeta.

Sappiamo tutti che il tempo passa inesorabile. Ma quando da questo tempo dipende la vita del e sul nostro Pianeta non ci sono giri di parole che tengano. Agire ora, agire subito, perché è già tardi. Per ricordarcelo e renderlo ancora più chiaro, c’è un orologio che scandisce i minuti, i giorni e gli anni – pochi – che restano prima che la crisi climatica sia irreversibile con conseguenze disastrose per la nostra vita e quella della Terra. È il Climate clock, apparso l’anno scorso a Union square a Manhattan a New York dall’idea di due artisti americani, Gan Golan e Andrew Boyd, e proprio nella Giornata mondiale per l’ambiente è arrivato anche in Italia.

Sappiamo tutti che il tempo passa inesorabile. Ma quando da questo tempo dipende la vita del e sul nostro Pianeta non ci sono giri di parole che tengano. Agire ora, agire subito, perché è già tardi. Per ricordarcelo e renderlo ancora più chiaro, c’è un orologio che scandisce i minuti, i giorni e gli anni – pochi – che restano prima che la crisi climatica sia irreversibile con conseguenze disastrose per la nostra vita e quella della Terra. È il Climate clock, apparso l’anno scorso a Union square a Manhattan a New York dall’idea di due artisti americani, Gan Golan e Andrew Boyd, e proprio nella Giornata mondiale per l’ambiente è arrivato anche in Italia.
Abbiamo 6 anni e 211 giorni per agire contro la crisi climatica Climate clock © Gse
Secondo il Climate clock abbiamo meno di sette anni per agire
Il Climate clock, il primo orologio del clima italiano, è stato installato sulla facciata del Ministero della Transizione ecologica a Roma, per ricordare che abbiamo meno di sette anni per agire per mantenere l’aumento della temperatura media globale entro i 1,5 gradi, come auspicato dall’Accordo di Parigi. La cifra ovviamente può variare, dipendendo dalle azioni che i governi intraprenderanno. Inoltre, indica anche la percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili nel mondo, proprio per ricordare che le azioni più significative avverranno solo attraverso la transizione energetica, lasciando alle spalle l’era dei combustibili fossili.
“Il tempo che questi orologi indicano è il tempo che abbiamo per agire. Un tempo che possiamo invertire”, ha affermato il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani durante l’inaugurazione del 4 giugno. “La transizione ecologica è lo strumento principale per spostare queste lancette e liberarci dalla spada di Damocle dei rischi a cui ci espongono i cambiamenti climatici. L’ora che segna è l’ora della volontà”.
L’ora che segna è l’ora della volontà
Secondo il Climate clock abbiamo meno di sette anni per agire
Il Climate clock, il primo orologio del clima italiano, è stato installato sulla facciata del Ministero della Transizione ecologica a Roma, per ricordare che abbiamo meno di sette anni per agire per mantenere l’aumento della temperatura media globale entro i 1,5 gradi, come auspicato dall’Accordo di Parigi. La cifra ovviamente può variare, dipendendo dalle azioni che i governi intraprenderanno. Inoltre, indica anche la percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili nel mondo, proprio per ricordare che le azioni più significative avverranno solo attraverso la transizione energetica, lasciando alle spalle l’era dei combustibili fossili.
“Il tempo che questi orologi indicano è il tempo che abbiamo per agire. Un tempo che possiamo invertire”, ha affermato il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani durante l’inaugurazione del 4 giugno. “La transizione ecologica è lo strumento principale per spostare queste lancette e liberarci dalla spada di Damocle dei rischi a cui ci espongono i cambiamenti climatici. L’ora che segna è l’ora della volontà”.
L’ora che segna è l’ora della volontà
Il Climate clock indica anche la percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili nel mondo © Gse
Il calcolo del tempo utile per agire, per l’esattezza sei anni e 211 giorni, è stato calcolato dagli scienziati del Mercator research institute on global commons and climate change (Mcc), che si unisce agli studi, come quello dell’Ipcc, che invitano i governi del mondo ad agire urgentemente. Questo ancor più importante in vista della Cop 26, che si terrà a Glasgow a novembre, dove i paesi dovranno trovare nuovi accordi e strade comuni per l’azione climatica. “Nei prossimi mesi ci attendono sfide fondamentali, dal G20 Ambiente, Clima ed Energia fino alla Cop 26 sul clima a Glasgow, passando per la Youth4Climate e la PreCop che ospiteremo nel nostro Paese”, ricorda infatti Cingolani.
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Sensibilizzare all’azione climatica
L’obiettivo del Climate clock è anche quello di smuovere le coscienze delle persone. “La battaglia contro il riscaldamento globale è la sfida del Ventunesimo secolo”, ha dichiarato l’amministratore delegato del Gestore dei servizi energetici (Gse), Roberto Moneta. “Si tratta di una sfida che richiede una decisa accelerazione per essere vinta. Le energie rinnovabili saranno le leve principali e agire la parola chiave per esprimere quel cambiamento culturale necessario ad aggiungere tempo prezioso alla lifeline del nostro Pianeta”.
Il calcolo del tempo utile per agire, per l’esattezza sei anni e 211 giorni, è stato calcolato dagli scienziati del Mercator research institute on global commons and climate change (Mcc), che si unisce agli studi, come quello dell’Ipcc, che invitano i governi del mondo ad agire urgentemente. Questo ancor più importante in vista della Cop 26, che si terrà a Glasgow a novembre, dove i paesi dovranno trovare nuovi accordi e strade comuni per l’azione climatica. “Nei prossimi mesi ci attendono sfide fondamentali, dal G20 Ambiente, Clima ed Energia fino alla Cop 26 sul clima a Glasgow, passando per la Youth4Climate e la PreCop che ospiteremo nel nostro Paese”, ricorda infatti Cingolani.
Sensibilizzare all’azione climatica
L’obiettivo del Climate clock è anche quello di smuovere le coscienze delle persone. “La battaglia contro il riscaldamento globale è la sfida del Ventunesimo secolo”, ha dichiarato l’amministratore delegato del Gestore dei servizi energetici (Gse), Roberto Moneta. “Si tratta di una sfida che richiede una decisa accelerazione per essere vinta. Le energie rinnovabili saranno le leve principali e agire la parola chiave per esprimere quel cambiamento culturale necessario ad aggiungere tempo prezioso alla lifeline del nostro Pianeta”.
Il dislpay del Climate clock mostra anche alcune citazioni di scienziati, attivisti e artisti che si sono battuti e si battono per l’ambiente © Gse
E ancor più significativa è l’installazione del Climate clock sulla facciata del Ministero della transizione ecologica, il nuovo dicastero voluto dal governo Draghi come evoluzione del Ministero dell’Ambiente, che ha appunto l’obiettivo di gestire l’interdipendenza della sfida climatica e di quella energetica, sottolineare la connessione intima tra ambiente, energia e sviluppo.
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Insieme ai numeri del clima, il dislpay dell’orologio mostra anche alcune citazioni di scienziati, attivisti e artisti che si sono battuti e si battono per l’ambiente: “La CO2 è come il sale, indispensabile alla nostra vita, ma velenosa se in eccesso”, del chimico James Lovelock; “Non abbiamo più tempo per essere pessimisti”, dell’analista ambientale e fondatore del Worldwatch Institute, Lester R. Brown; “Il futuro ci giudicherà soprattutto per quello che potevamo fare e non abbiamo fatto”, del regista Ermanno Olmi; “L’immutabilità è il mutare della Natura”, della poetessa Emily Dickinson; “La gestione sostenibile delle nostre risorse naturali promuoverà la pace”, del premio Nobel per la pace Wangari Maathai; “La Terra non è un’eredità ricevuta dai nostri Padri, ma un prestito da restituire ai nostri figli”, del capo nativo americano See-ahth.
fonte: www.lifegate.it
E ancor più significativa è l’installazione del Climate clock sulla facciata del Ministero della transizione ecologica, il nuovo dicastero voluto dal governo Draghi come evoluzione del Ministero dell’Ambiente, che ha appunto l’obiettivo di gestire l’interdipendenza della sfida climatica e di quella energetica, sottolineare la connessione intima tra ambiente, energia e sviluppo.

Insieme ai numeri del clima, il dislpay dell’orologio mostra anche alcune citazioni di scienziati, attivisti e artisti che si sono battuti e si battono per l’ambiente: “La CO2 è come il sale, indispensabile alla nostra vita, ma velenosa se in eccesso”, del chimico James Lovelock; “Non abbiamo più tempo per essere pessimisti”, dell’analista ambientale e fondatore del Worldwatch Institute, Lester R. Brown; “Il futuro ci giudicherà soprattutto per quello che potevamo fare e non abbiamo fatto”, del regista Ermanno Olmi; “L’immutabilità è il mutare della Natura”, della poetessa Emily Dickinson; “La gestione sostenibile delle nostre risorse naturali promuoverà la pace”, del premio Nobel per la pace Wangari Maathai; “La Terra non è un’eredità ricevuta dai nostri Padri, ma un prestito da restituire ai nostri figli”, del capo nativo americano See-ahth.
fonte: www.lifegate.it
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