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Greenpeace: "La lobby dei fossili vuole i soldi del Recovery Found per promuovere l'idrogeno"

Greenpeace: "Grazie a una massiccia attività di lobby a livello nazionale ed europeo, alcune delle aziende che più contribuiscono alla crisi climatica rischiano così di essere tra i principali beneficiari dei fondi europei in Italia, Spagna, Portogallo e Francia".














"Un nuovo rapporto della coalizione Fossil FreePolitics, promossa anche da Greenpeace International, denuncia come l’industria dei combustibili fossili abbia cercato di mettere le mani sui fondi europei per la ripresa economica, che dovrebbero servire a finanziare la transizione ecologica, per promuovere false soluzioni come l’idrogeno ricavato dal gas fossile. Grazie a una massiccia attività di lobby a livello nazionale ed europeo, alcune delle aziende che più contribuiscono alla crisi climatica rischiano così di essere tra i principali beneficiari dei fondi europei in Italia, Spagna, Portogallo e Francia" lo scrive Greenpeace in una nota.
"Nel nostro Paese, le pressioni esercitate sul governo dall’industria dei combustibili fossili erano riuscite a quadruplicare gli investimenti destinati all’idrogeno, lievitati da uno a quattro miliardi di euro attraverso l’inclusione nel PNRR dell’idrogeno “blu”, che a differenza dell’idrogeno “verde” è ricavato dal gas fossile. Questo tentativo di promuovere una falsa soluzione come l’idrogeno è stato sventato solo in parte dall’intervento della Commissione Europea, che nell’ultima versione del PNRR ha imposto una riduzione dei finanziamenti all’idrogeno e stabilito che questi dovranno essere limitati all’idrogeno verde. Ma resta il rischio concreto che progetti analoghi possano essere comunque finanziati con altri fondi europei".
"Il rapporto documenta infatti come da febbraio a oggi la lobby dei combustibili fossili abbia goduto di una corsia preferenziale presso il Ministero della Transizione Ecologica, con una media di tre incontri a settimana. La parte del leone è stata fatta da Eni, seguita da Snam ed Enel, che da soli hanno partecipato alla metà degli incontri. Lo stesso ministro Roberto Cingolani è stato presente a venti incontri, oltre a partecipare a un webinar sull’idrogeno organizzato dall’industria dei combustibili fossili. L’attività di lobby si è estesa a una dozzina di audizioni parlamentari, dove i rappresentanti dell’industria hanno potuto avanzare le loro proposte, pienamente avallate dal Parlamento italiano e integrate nel PNRR che il Governo Draghi aveva presentato alla Commissione Europea".
«Sebbene l’intervento della Commissione Europea abbia evitato che i soldi del Recovery Fund fossero usati per finanziare le false soluzioni di Eni, il PNRR italiano dedica all’idrogeno e al biogas più denaro di quanto stanziato per migliorare le nostre unità di terapia intensiva e rinnovare le attrezzature ospedaliere. Evidentemente l’Italia preferisce dare priorità all’idrogeno e al gas», dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Clima ed Energia di Greenpeace Italia.
"Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, ha più volte cercato di convincere i parlamentari italiani che l’idrogeno è la soluzione migliore per decarbonizzare il settore dei trasporti, ma di recente ha ammesso che Eni non intende vendere idrogeno “blu” nel prossimo futuro, che sarà invece usato come carburante nelle raffinerie di petrolio". «È l’ennesimo bluff di Eni», commenta Iacoboni, «che anziché impegnarsi seriamente per decarbonizzare l’economia intende usare l’idrogeno per continuare a produrre benzina e diesel, facendo pagare ai cittadini e alle cittadine italiane un modello di business inquinante e basato su infrastrutture obsolete».

fonte: www.greencity.it


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La partita dell’idrogeno, le lobby in campo per orientare il Green Deal

Il Recovery plan europeo orienterà le nuove strategie energetica e industriale del continente. Una partita in cui le grandi aziende del gas e dell’energia non rinunciano a cercare di tracciare la rotta









La strategia di decarbonizzazione dell’Europa alle prese con il suo Green Deal, ma anche con il rilancio dell’economia post-pandemia, sembra voler affidare all’idrogeno un ruolo chiave.
Considerato un combustibile pulito perché la sua combustione rilascia solo acqua o vapore acqueo come residuo, l’idrogeno però non è presente in natura. Prima di essere bruciato, infatti, va prodotto. Non è una fonte di energia ma solo un vettore energetico, una “batteria”, e non tutti i sistemi per produrlo sono a basso impatto ambientale.

L’idrogeno inoltre avrà bisogno di essere trasportato e conservato, andrebbe cioè messa in piedi un’intera filiera industriale per poterlo utilizzare, filiera che al momento è ancora inesistente, o quantomeno estremamente limitata. Oltretutto, molte delle tecnologie necessarie a produrlo e distribuirlo in maniera economicamente vantaggiosa sono ancora sperimentali, e non c’è garanzia che possano davvero funzionare su vasta scala.

In breve, gli investimenti necessari in questo settore sono enormi, e non è chiaro se i suoi benefici possano effettivamente essere all’altezza delle promesse. Ma che i vantaggi per il clima e per i cittadini ci siano o meno, sicuramente sul piatto ci sono decine di miliardi di euro di fondi provenienti dall’Ue, abbastanza da giustificare un colossale sforzo lobbistico per garantirli.
Idrogeno verde, idrogeno blu

Il 22 maggio 2020, negli uffici di Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea, arriva una lettera firmata da Choose Renewable Hydrogen – un’iniziativa congiunta delle principali compagnie energetiche europee – le quali chiedono di investire sull’idrogeno verde prodotto da energie rinnovabili perché, insieme alla elettrificazione delle reti, «è la migliore strada per raggiungere la piena decarbonizzazione e la neutralità climatica entro il 2050».




Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione europea, durante una conferenza stampa a Bruxelles l’8 luglio 2020 – Foto: Alexandros Michailidis/Shutterstock

Un mese dopo, il 24 giugno, un’altra lettera raggiunge gli stessi uffici. I firmatari questa volta sono i leader delle principali compagnie europee produttrici di gas e petrolio. Facendo eco al gruppo degli “elettricisti”, anche i “gasisti” vedono nell’idrogeno l’elemento chiave della transizione energetica, ma chiedono investimenti per l’idrogeno blu, prodotto dal gas naturale con cattura e stoccaggio di CO2. «L’idrogeno prodotto dal gas naturale con cattura del carbonio crea le condizioni necessarie per rendere il mercato competitivo», si legge nella lettera, «Attualmente il costo dell’idrogeno prodotto da gas è fino a cinque volte più economico di quello ottenuto da rinnovabile e dunque la produzione di idrogeno blu favorirebbe sul lungo termine anche una riduzione del costo del verde».

La differenza fra i due “colori” dell’idrogeno è sostanziale: l’idrogeno verde è infatti prodotto scomponendo per elettrolisi l’acqua in idrogeno e ossigeno usando energia prodotta da fonti rinnovabili. Un processo costoso, ma completamente privo di emissioni climalteranti.

Quello blu invece, è prodotto a partire da gas metano tramite processo di Steam Reforming (SMR), produce elevate quantità di Co2 a cui si aggiunge rischio di perdite di metano lungo la filiera. La cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica prodotta (CCS) sarebbe l’unico elemento che, a detta di chi lo promuove, potrebbe rendere “pulito” questo processo, ma si tratta di una tecnologia che presenta diverse criticità, come vedremo.

La Commissione non sembra aver ancora preso una linea chiara fra queste due diverse posizioni. Ad oggi si scommette sull’idrogeno verde ma passando per quello blu, considerando entrambi come sostenibili. Alla base delle scelte della Commissione, però, c’è un’intensa attività di lobbying che rischia di portare nuovi finanziamenti proprio al settore maggiormente responsabile delle emissioni.
Perché l’idrogeno?

«L’idrogeno ha avuto molte vite a partire dagli anni ‘70», racconta a IrpiMedia Alessandro Franco, docente di energetica all’Università degli Studi di Pisa. «Dopo la crisi del 2008, si è pensato di utilizzare la mobilità a idrogeno, poi soppiantata da quella ibrida ed elettrica. Ora è di moda l’idrogeno verde, da fonti rinnovabili», continua Alessandro Franco che aggiunge: «Non so se sarà un elemento rilevante della transizione energetica, nonostante le sue caratteristiche positive».

Quella della produzione dell’idrogeno è un’area in cui molti riconoscono i propri interessi di ricerca e questo, per il professor Franco, è il motivo per cui attrae settori anche diversi tra loro. «Rispetto al passato, questa volta puntano all’idrogeno anche le industrie tradizionali, quelle petrolifere, perché evidentemente c’è stata una crisi del settore che spinge a delle diversificazioni e alla ricerca di nuovi mercati».

Ma per altri l’attenzione riservata all’idrogeno, anche da parte delle industrie del gas e del petrolio, è frutto soprattutto di strategie economiche: «L’industria del carbone è già morta, quella del gas è un morto che cammina», sostiene Davide Sabbadin dell’European Environmental Bureau (EEB), un’associazione che riunisce le principali ONG ambientaliste europee. «Sanno benissimo che la Commissione europea entro il 2050 dovrà eliminare il gas perché non compatibile con lo scenario di un’Europa decarbonizzata. Stanno dunque utilizzando l’idrogeno blu come ancora di salvezza».

«L’industria del carbone è già morta, quella del gas è un morto che cammina. Stanno dunque utilizzando l’idrogeno blu come ancora di salvezza»Davide Sabbadin, European Environmental Bureau

L’idrogeno blu non convince le associazioni ambientaliste che guardano con sospetto l’idea della Commissione europea di accoglierlo nella sua strategia per l’ambiente. Le maggiori criticità, come anticipato, riguardano la Carbon Capture and Storage (CCS) ovvero la cattura e lo stoccaggio della CO2, che verrebbe poi immagazzinata nei pozzi di petrolio esauriti. Questa tecnologia, ancora in fase di prototipo, lascia comunque una percentuale significativa di emissioni nell’aria e risulta estremamente costosa. Inoltre, il trasporto dell’anidride carbonica catturata necessita di una rete di condotti, attualmente non esistente, capace di supportarne la portata. Ad oggi, non esistono impianti attivi per la CCS, né le infrastrutture che permetterebbero di trasportare la CO2. Produrre idrogeno blu quindi è praticamente ancora impossibile.

L’Unione europea è già consapevole dell’inefficienza della CCS: tra il 2008 e il 2017 ha finanziato 424 milioni di euro per sei progetti di CCS non riusciti – a esclusione di uno che comunque non ha soddisfatto le aspettative – e per questo è stata criticata dalla Corte dei Conti europea.

Altra critica avanzata alla CCS riguarda una delle sue applicazioni principali: l’anidride carbonica verrebbe pompata in vecchi pozzi petroliferi per recuperare il petrolio difficile da estrarre, con ulteriori benefici economici per le industrie petrolifere e un incremento della disponibilità del fossile.

Il fallimento della CCS americana

La dimostrazione che la Carbon Capture and Storage (CCS) sia una tecnologia al momento insostenibile economicamente è l’impianto Petra Nova situato in Texas, negli Stati Uniti. Inaugurato nel 2016 e finanziato con 195 milioni di dollari dall’Amministrazione Trump, è stato ufficialmente chiuso all’inizio del 2021 perché troppo costoso.

Il più grande impianto di CCS al mondo era pensato per catturare le emissioni di CO2 della centrale a carbone di WA Parish, per poi trasportarle via gasdotto in un vicino giacimento di petrolio. Lì, l’anidride carbonica veniva iniettata nei pozzi che avevano già superato il loro picco di sfruttamento, permettendo quindi di estrarre il petrolio rimasto. Ma estrarre petrolio con questo metodo è diventato via via più costoso, anche a causa del crollo del prezzo del greggio durante la pandemia. La CCS richiedeva inoltre così tanto impiego di energia da costringere l’impianto ad appoggiarsi a un’ulteriore centrale a gas per la separazione della CO2.

I risultati ottenuti sono stati molto al di sotto delle aspettative: era prevista una riduzione delle emissioni del 90%, ma uno studio dell’Environmental Projection Agency ha dimostrato che Petra Nova ne catturava solamente il 7% e che in tre anni l’impianto è stato chiuso per 367 giorni a causa di problemi con la tecnologia. Lo stesso rapporto ha indicato che la CCS ha causato un aumento significativo del consumo di acqua nella centrale a carbone di WA Parish.

Come l’idrogeno blu è entrato nella strategia energetica europea

L’11 settembre 2019, nel registro trasparenza della Commissione europea – la banca dati che elenca le organizzazioni che cercano di influenzare il processo legislativo e di attuazione delle politiche delle istituzioni europee – viene registrata Gas for Climate.

Nato nel 2017, è un consorzio composto da dieci compagnie europee che si occupano di produzione e trasporto di gas, tra cui: Enagás (Spagna), Energinet (Danimarca), Fluxys (Belgio), Gasunie (Olanda), GRTgaz e Teréga (Francia), ONTRAS e Open Grid Europe (Germania), Snam (Italia), Swedegas (Svezia), DESFA (Grecia); più due industrie di biogas, il Consorzio Italiano Biogas e European Biogas Association. Il gruppo è unito dalla convinzione che il gas e le sue infrastrutture siano centrali nel processo di decarbonizzazione europeo.

Quando l’11 dicembre 2019 viene presentato l’European Green Deal – la strategia che dovrebbe portare l’Europa a essere il primo continente a impatto climatico zero – le aziende di Gas for Climate si rendono conto che lo spazio per il gas è poco: l’Europa vuole puntare sull’idrogeno come elemento centrale della transizione energetica. Il Green Deal, però, resta vago sulle fonti di produzione di idrogeno, parlando genericamente di “clean hydrogen”. Da qui le aziende del gas cercano di evitare che l’idrogeno blu venga escluso dalla strategia industriale europea e di impedire il restringimento del mercato del gas.

Gas for Climate, insieme alle varie industrie energetiche europee, viene convocato dalla Commissione quando iniziano gli incontri per definire la Strategia Industriale Europea. Gli incontri sono così proficui che il 10 marzo 2020, insieme alla strategia industriale, la commissione crea l’European Hydrogen Alliance, che riunisce investitori, partner governativi, istituzionali e industriali. I lavori hanno portato a definire una fase di transizione in cui si produrrà idrogeno blu. «Noi abbiamo battagliato affinché fossimo ascoltati come Ong, ma ovviamente abbiamo avuto un ruolo secondario», racconta Davide Sabbadin.

Come si legge nel report di Re:common La montatura dell’idrogeno, infatti, c’è un gap tra il numero di incontri che le Ong ambientaliste hanno avuto con i funzionari europei e quello degli altri membri dell’Alleanza, 37 incontri contro 163.

Gas for Climate non risulta tra i membri ufficiali dell’Hydrogen Alliance, ma ci sono le aziende che lo compongono. Tra gli altri protagonisti troviamo Hydrogen Europe, un’associazione che include più di cento compagnie industriali e membri del parlamento europeo, che lavorano insieme per promuovere l’idrogeno.

Hydrogen Europe rappresenta gli interessi di aziende e centri di ricerca all’interno di una partnership pubblico-privata con la Commissione europea: la Fuel Cells and Hydrogen Joint Undertaking. Come sostiene Re:common, Hydrogen Europe è quindi «una creatura della Commissione, che per conto dell’industria fa lobby sulla creatrice stessa».

Tra maggio e giugno 2020 vengono resi pubblici i suggerimenti che le aziende hanno dato alla Commissione, compresi quelli delle aziende che fanno parte di Gas for Climate. Sostengono che le infrastrutture europee attuali non sarebbero in grado di soddisfare la crescente domanda di idrogeno qualora si pensasse di produrre solo quello verde. Per loro sarebbe quindi necessario nel medio termine passare per l’idrogeno blu e investire ancora sul gas. Per questo motivo ritengono anche necessario stringere accordi con l’Est Europa per l’accaparramento del gas e con quelli del Nord Africa che avrebbero già le infrastrutture per trasportarlo.

Ma che per produrre idrogeno verde serva prima passare da quello blu è ancora economicamente da dimostrare. Secondo alcuni studi indipendenti, tra cui troviamo il report dell’International Renewable Energy Agency, l’idrogeno prodotto con elettricità rinnovabile potrebbe competere economicamente con la produzione di idrogeno da fonti fossili entro il 2030. Aumentando la produzione di energie rinnovabili, si consentirebbe all’idrogeno verde di diventare una soluzione economica nel breve periodo: «Le strategie proposte potrebbero ridurre i costi di produzione dell’idrogeno verde del 40% nel breve termine e fino all’80% nel lungo, facendo scendere il prezzo del verde al di sotto dei 2 dollari per chilogrammo, qualora gli Stati decidessero di abbattere i costi degli elettrolizzatori» si legge nel report.

Un risultato che renderebbe competitivo l’idrogeno verde già nella prossima decade se si decidesse di investire sulle rinnovabili invece che passare per il gas.
Il trucco per continuare a vendere gas

La strategia dell’idrogeno viene presentata ufficialmente l’8 luglio 2020 dalla Commissione europea. Oltre a confermare la volontà di produrre idrogeno blu, annuncia che l’Hydrogen Alliance contribuirà pianificare le infrastrutture dell’idrogeno.

Gas for Climate non si lascia sfuggire neanche questa occasione: il 17 luglio 2020 firma l’European Hydrogen Backbone Report, incentrato proprio sulle infrastrutture dell’idrogeno. Il consorzio immagina una rete di idrogenodotti – 23.000 chilometri da realizzare entro il 2040 – che collegherà i futuri centri di domanda e offerta di idrogeno in tutta Europa.

Il punto forte del progetto, secondo gli operatori, è che il 75% della rete sarà costituito da gasdotti riadattati: l’idea è quella di riconvertire e rimodernare i gasdotti già presenti per permettergli di trasportare idrogeno e non più il gas, che nei prossimi anni sarà sempre meno utilizzato. Il costo della rete dovrebbe oscillare tra i 27 e i 64 miliardi di euro.





Le aziende firmatarie del report, come l’italiana Snam, da anni testano il passaggio dell’idrogeno all’interno delle tubature del gas tramite blending, ovvero mescolamento di idrogeno e metano. Con questa soluzione, si può trasportare fino a un massimo del 20% di idrogeno miscelato con l’80% di metano. Oltre questa percentuale, come le aziende stesse sostengono, l’idrogeno richiederebbe delle condotte ad hoc. Quando per la spina dorsale europea prevedono di retrofittare i gasdotti intendono far passare nelle tubature del gas l’idrogeno miscelato. «Quando parlano di vendita del 20% di idrogeno, in realtà, puntano a vendere 80% del gas – sostiene Davide Sabbadin -.Si spendono soldi in infrastrutture che saranno cattedrali nel deserto, perché tra dieci anni questo 80% di gas non lo vendi più a nessuno guardando agli obiettivi climatici dell’Ue, che tagliano i consumi del gas. Quindi ecco che l’idrogeno diventa la scusa per fare qualche piccolo ritocco e continuare a venderci metano».
Il futuro dell’idrogeno

Per la ripresa dopo la pandemia, l’Unione europea ha previsto un piano di fondi economici da distribuire ai singoli Stati. Quello più discusso negli ultimi mesi è stato il Next Generation Eu, che stanzia 675,5 miliardi di euro. Ogni Paese ora dovrà compilare il proprio piano nazionale, investendo il 35% dei finanziamenti che riceverà per raggiungere gli obiettivi stabiliti dal Green Deal.

I piani nazionali saranno tra loro molto diversi. I Paesi dell’est Europa, per esempio, sono molto più cauti sul piano climatico e vedono il gas come combustibile di transizione, per questo potrebbero indirizzare i fondi europei verso la filiera dell’idrogeno blu.

Altri Paesi guardano più all’idrogeno verde. Tra questi la Germania, che continua a stringere accordi con la Russia per l’approvvigionamento di gas, ma allo stesso tempo avrebbe un vantaggio competitivo nella produzione di idrogeno verde, perché i più grandi produttori di elettrolizzatori (i macchinari per l’elettrolisi dell’acqua) europei sono tedeschi. L’Italia invece ha Eni e Snam che puntano sul gas, ed Enel che è a favore dello sviluppo delle rinnovabili. Alla fine i modelli nazionali saranno un compromesso tra le posizioni delle diverse aziende.

Ma se volessimo veramente puntare alla decarbonizzazione e alla realizzazione degli obiettivi del Green Deal, parlare di idrogeno, a prescindere dal suo “colore”, rischia di essere solo una gigantesca operazione di distrazione.

«Senza un surplus di produzione di energia rinnovabile da utilizzare per produrre idrogeno, qualsiasi discorso sull’idrogeno va solo a vantaggio dell’industria del gas»Massimiliano Varriale, consulente energetico WWF

Massimiliano Varriale, consulente energetico del WWF, ci aiuta a fare due conti: «Il vero problema – spiega- è che non abbiamo abbastanza produzione di energia rinnovabile. Ogni anno in Italia si installano appena mille megawatt di nuove rinnovabili. La Germania solo di fotovoltaico installa 4/5000 megawatt all’anno, ed è uno dei Paesi meno soleggiati d’Europa. Per arrivare in linea con gli obiettivi di decarbonizzazione che ci siamo dati dovremmo installarne 6000, 7000 all’anno». Di fatto, conclude Varriale, «senza un surplus di produzione di energia rinnovabile da utilizzare per produrre idrogeno, qualsiasi discorso sull’idrogeno va solo a vantaggio dell’industria del gas».

La Commissione europea, infatti, non ha neppure definito una strategia sui settori di utilizzo dell’idrogeno e non ha una posizione neanche sullo sviluppo della sua rete: «La discussione è stata orientata da chi fa i tubi, dalla logistica, ma non è stata presa una decisione su come distribuire l’idrogeno, perché ovviamente ha degli impatti geopolitici importantissimi», continua Davide Sabbadin.

Una linea più chiara sarà resa nota dopo il 18 marzo 2021, quando è prevista la pubblicazione della Strategia industriale europea. All’interno del documento si stabilirà la quantità massima di CO2 che si può emettere producendo idrogeno. Entro quei limiti, si potrà parlare di idrogeno pulito. Più sarà alto il numero di emissioni consentite più è probabile che nella strategia europea entri l’idrogeno blu.

«La lista dei settori in cui utilizzare l’idrogeno, i progetti su cui investire i primi fondi, le discussioni sulla tassazione dei vettori energetici e la modifica delle direttive sull’efficienza energetica e sulle rinnovabili – previste per l’estate 2021 – ci diranno se l’Unione europea vuole ancora favorire il gas o meno -, conclude Davide Sabbadin – . Le scelte dipenderanno anche da quanto si metteranno di traverso i governi nazionali perché i dettagli li definisce la politica. La differenza la si farà a porte chiuse nelle piccole stanze».

fonte: irpimedia.irpi.eu


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Pressioni segrete dalle Big Oil per divenire sponsor della COP26 sul clima

Culture Unstained porta alla luce almeno 13 incontri tra funzionari governativi UK e compagnie petrolifere. BP, Shell e Equinor cercano un posto al sole nel prossimo vertice sui cambiamenti climatici a Glasgow





BP, Shell ed Equinor vorrebbero un posto in prima fila ai colloqui della prossima COP26 sui cambiamenti climatici, in programma a Glasgow dall’1 al 12 novembre 2012. E’ quello che emerge dalla documentazione ottenuta grazie alla legge sulla libertà d’informazione da Culture Unstained, organizzazione impegnata a fermare la sponsorizzazione della cultura da parte di aziende con interessi nei combustibili fossili. Nell’analisi pubblicata ieri da Culture Unstained si fa riferimento ad almeno 13 incontri segreti ottenuti dalle tre major del petrolio con i responsabili del governo britannico per la preparazione del prossimo summit Unfccc.

Che cosa hanno cercato di ottenere le società? Dai documenti si comprende che l’obiettivo principale è visibilità. Le e-mail e le note delle riunioni rese pubbliche, rivelano come nell’ultimo anno le tre big oil abbiano spinto per influenzare e sponsorizzare la COP26, nonostante gli organizzatori abbiano lanciato la loro richiesta ufficiale di patrocinio solo ad agosto.

In realtà non è la prima volta che si registrano simili ingerenze. Tuttavia per questo vertice, l’unità COP del governo britannico aveva stabilito i criteri più severi per gli sponsor, indicando che i candidati dovessero essere “leader nel loro settore, guidando cambiamenti positivi e innovazione verso un mondo a basse emissioni di carbonio”. Le mail, però, raccontano una storia diversa, mostrando l’esistenza di un canale secondario tra compagnie petrolifere e funzionari che potrebbe compromettere la posizione del Regno Unito come padrone di casa del prossimo summit sui cambiamenti climatici.

Secondo quanto rivelato dal Guardian, BP avrebbe fatto anche un passo in più offrendo espressamente i suoi buoni uffici per fare da tramite fra Londra e altri governi. Offerta che è stata rifiuta dal Governo britannico.

Nonostante ciò la posizione del Regno Unito appare particolarmente controversa. Perché l’incontro internazionale di novembre 2021 sarà l’appuntamento cruciale in cui si definirà la nuova leadership globale sul clima (con l’UE pronta a mettere sul piatto il Green Deal) e dove si deciderà una parte importante dell’economia nel mondo post-covid. La nazione ospitante ha un ruolo fondamentale nell’organizzare e imbastire tutti i lavori preparatori necessari. Ma con una gestione così opaca è difficile che la Gran Bretagna riesca a svolgere il ruolo imparziale di mediatore che servirà per condurre a buon fine i negoziati.

fonte: www.rinnovabili.it

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La trappola della ripartenza

A livello planetario, i bei propositi spuntati fuori a più riprese durante il lockdown si sono sciolti come neve al sole. La domanda mondiale di petrolio è già risalita all’89 per cento dei livelli pre-Covid, dovrebbe raggiungere il 95 a inizio 2021. “Siamo quasi normali”, dicono gli esperti del think tank, all’appello mancano solo il trasporto aereo e altri colleghi. Inevitabile, con il virus che ancora circola per il mondo. Dall’inizio della pandemia, la Banca Centrale Europea ha iniettato oltre 7 miliardi di euro nelle casse dell’industria fossile, Eni inclusa. Con il Decreto Semplificazione, anche il governo italiano ha fatto un bel po’ di favori al comparto dei combustibili fossili, Enel, Eni e Snam in primis. Con i piani di conversione a gas degli impianti di carbone e altre mosse del genere, anziché guidare verso la necessaria transizione, il governo la mette in soffitta




Dopo la pandemia del Covid-19 nulla sarebbe stato come prima, ci è stato detto a lungo dai media e dai governanti del pianeta. Ed è sembrato un po’ così per le prime settimane dell’emergenza sanitaria. Si pensi solo al mercato dell’energia, al tracollo del prezzo del petrolio che ha disintegrato in due mesi i profitti delle oil majors e generato panico e incertezza sistemica.

Ma poi, ridimensionata temporaneamente la crisi sanitaria, sono entrate in campo le banche centrali, le misure urgenti della ripresa da parte dei governi e le richieste di aiuto faraonico dalle imprese.

“Ricostruiamo, ma meglio, più verdi, più giusti”, si è chiesto da più parti. Sei mesi dopo l’inizio del lockdown globale, i numeri e le scelte dei vari esecutivi purtroppo ci dicono ben altro.

Gli analisti dell’IHS Crude Oil Market Service qualche giorno fa hanno annunciato che la domanda mondiale di petrolio è già risalita all’89 per cento dei livelli pre-Covid ed è attesa al 95 a inizio 2021. “Siamo quasi normali”, secondo gli esperti del think tank; all’appello mancano solo l’aviazione e alcuni trasporti. Inevitabile, con il virus che ancora circola per il mondo.

Allo stesso tempo la mole finanziaria di aiuti per le società fossili ed energetiche messa in campo da governi e banche centrali è spaventosa.

Dall’inizio della pandemia, la Banca Centrale Europea ha iniettato oltre 7 miliardi di euro nelle casse dell’industria fossile, Eni inclusa.

In Italia, oltre al caso più noto di FCA, la lista di multinazionali che in questi mesi hanno beneficiato di aiuti pubblici è lunga, e comprende colossi come Fincantieri, che ha appena ricevuto un prestito da 1,15 miliardi tramite Garanzia Italia, e Maire Tecnimont, società specializzata nell’oil&gas, a cui sono andati 365 milioni.

La lista è destinata ad allungarsi, viste le mire delle lobby europee del gas sui nuovi soldi del tanto ambito “Recovery Fund”, in nome del mantra delle nuove infrastrutture che faranno ripartire il Bel Paese.

Insomma, sussidi di stato ai soliti noti, in nome della ripresa e lo sviluppo, ben poco di nuovo nella narrazione delle élite.

Ma non si tratta solo di soldi. Il Decreto “Semplificazioni”, in in questi giorni in dirittura di arrivo con la sua conversione in legge in Parlamento, prevede addolcimenti dei vincoli di legge a man bassa per le grandi imprese fossili ed energetiche.


Centrale termoelettrica ‘federico II’, Enel, Cerano, Brindisi, 2009. Foto Paolo Margari, Flickr CC BY-NC-ND 2.0

Nei mille cavilli del decreto del governo per la ripresa post-Covid si trovano permessi più semplici per le conversioni degli impianti da carbone a gas (leggi Enel, A2A), esenzione da bonifiche attese da decenni con auto-certificazioni all’acqua di rosa, ricorsi amministrativi più difficili e velocizzati in caso di gasdotti e nuove mega opere (leggi Snam e TAP) e tanto altro ancora.

Per ripartire tocca fare presto e fidarsi che i campioni italiani delle grandi opere fanno tutto solo per noi cittadini, non per i loro interessi. Certo, lo sappiamo bene dalla Tav Torino-Lione in poi. Anche qui nessuna novità, ahimé.

A livello europeo, la dinamica sembra meno tradizionale di quella italiana. Ma anche lì l’azione delle lobby non è da meno.

Ad esempio, in questi giorni si sta chiudendo il pacchetto sui fondi per la transizione giusta, e si moltiplicano le voci per rendere eleggibili i progetti a gas, e quindi fossili, che ritarderebbero di decenni una vera decarbonizzazione.

In effetti, come si legge in un recente studio dell’Università di Oxford che ha analizzato 3mila utilities a livello mondiale, si capisce come tre quarti non hanno investito in rinnovabili e delle rimanenti almeno la metà ha investito tanto anche in nuovi impianti a gas. Altro che sviolinate giornaliere sulla sostenibilità ed i cambiamenti climatici!

Articolo pubblicato grazie alla collaborazione con Re:Common

fonte: www.comune-info.net


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A tutto gas. La Sardegna (e l’Europa) a un bivio

In Sardegna si scontrano due modelli di sviluppo energetico diametralmente opposti. Uno basato sulle rinnovabili, l’altro sui gasdotti, e le lobby del petrolio premono per il secondo









Per Rosolino Sini è il compimento di un sogno vissuto in prima linea per almeno 35 anni. Benetutti, remoto paese della provincia di Sassari in Sardegna, sta per diventare la prima “smart grid” italiana e uno dei primi esempi europei di municipalità totalmente alimentata da una “rete intelligente” di energie rinnovabili. «È una rivoluzione – dice Sini, responsabile dell’azienda elettrica del Comune e visionario artefice del progetto – Significa che presto saremo in grado non solo di essere completamente autosufficienti dal punto di vista energetico ma anche di vendere l’energia che produciamo».

La storia di Benetutti affonda le sue radici all’inizio del secolo scorso, racconta Sini, quando un mugnaio iniziò a produrre energia elettrica per illuminare il tratto di strada dove si trovava il suo mulino e gli amministratori comunali di allora, esterrefatti dalla scoperta, decisero di acquisirne il brevetto. Sini non nasconde la sua soddisfazione, oggi, a pensare a quanta strada abbiano fatto da allora.

A Benetutti, 104 impianti fotovoltaici e primo comune in Italia per potenza installata pro capite, è l’amministrazione comunale e non Enel ad essere proprietaria della rete elettrica e a produrre energia.

Oggi l’Azienda Elettrica Comunale conta 1.100 utenti. Produce energia elettrica essenzialmente da fotovoltaico, ma per via delle leggi esistenti non può accumularla e venderla. Con la fine del “mercato tutelato”, che il governo ha posticipato al 2022 e la direttiva europea sulle comunità energetiche, approvata nel 2018, Benetutti sarà in grado di accumulare l’energia che produce, deciderne il prezzo, commercializzarla e venderla persino ad altre città. «Da aprile a settembre siamo già autosufficienti ma nei restanti mesi siamo obbligati a comprare energia da Enel, con la fine del mercato tutelato potremo distribuire l’energia che produciamo», spiega Sini.





«Presto saremo in grado non solo di essere completamente autosufficienti dal punto di vista energetico ma anche di vendere l’energia che produciamo»Rosolino Sini

In un’area fatta di piccoli e piccolissimi comuni, scossa da una crisi economica e demografica senza precedenti negli ultimi anni, dove lo spopolamento è un calcolo impietoso che il sindaco Vincenzo Cosseddu deve fare ogni anno, produrre e vendere energia può aprire le porte a un nuovo futuro. «Vogliamo avere tariffe convenienti per i cittadini e attrarre aziende che hanno bisogno di energia, portare qui giovani e lavoro», dice Cosseddu. Non solo: «A Benetutti la smart grid porterà risparmi nella bolletta energetica fino al 30%».

A Rosolino Sini, che all’Azienda Elettrica di Benetutti ha iniziato a lavorare come semplice impiegato 35 anni fa, piace parlare di “democrazia energetica”: «Vuol dire affrancarsi da risorse che non ci appartengono, come gas o petrolio, e produrre energia mettendo a frutto quello che abbiamo in abbondanza, come sole e vento per esempio».

L’emergenza climatica ha imposto un cambio di paradigma a livello globale.

Gli obiettivi di politica europei e nazionali prevedono una completa decarbonizzazione del sistema energetico entro il 2050. Entro il 2025 la Sardegna dovrà spegnere le cinque centrali a carbone che attualmente ne alimentano la rete termoelettrica. È così che Benetutti, da piccolissimo esempio di buone pratiche locali, è diventato il simbolo di una rivoluzione energetica possibile. E la Sardegna, teatro di una battaglia tra modelli energetici che si consuma su scala globale.

Unica regione italiana a non avere una rete del gas, in Sardegna si è scatenato uno scontro tra chi, come molti scienziati, accademici e associazioni ambientaliste, pensa che la regione possa fare da apripista a un modello energetico sostanzialmente basato sull’utilizzo di fonti rinnovabili e elettrificazioni dei consumi (auto elettriche, pompe di calore per il riscaldamento, ecc.). E chi, in prima linea le compagnie petrolifere, ha visto negli imminenti obiettivi di decarbonizzazione una lauta opportunità di sviluppo per il settore del gas.

In un primo momento, il gas è stato presentato dalle grandi società petrolifere come una soluzione “semplice” alla necessità di utilizzare fonti di energia a minor impatto sul clima. «In Italia, come del resto in molti altri Paesi, è stato possibile decidere il phase-out dal carbone anche perchè la lobby del gas è molto forte e fin dall’inizio il gas è stato fatto passare come una soluzione alla decarbonizzazione», spiega Matteo Leonardi, esperto di politica energetica per la società di consulenza RefE.

Dopo il fallimento del progetto Galsi, il gasdotto che dalle coste dell’Algeria doveva portare gas in Italia passando per la Sardegna, naufragato tra scandali e inchieste per corruzione che hanno travolto i vertici delle principali società coinvolte, a maggio 2019 un nuovo progetto di metanodotto per portare gas in Sardegna è stato presentato da Enura, joint venture di Snam, la principale società di trasporto del gas in Italia, e Società Gasdotti Italia.


Il progetto, fortemente voluto dalla Regione Sardegna, prevede la costruzione di 400 chilometri di metanodotto da Nord a Sud dell’isola che, uniti a una più complessa rete infrastrutturale fatta di rigassificatori, depositi costieri e reti cittadine per il trasporto del gas, avrà il potenziale di portare sull’isola fino a 1,8 miliardi di metri cubi di gas.

I lavori sono partiti lo scorso novembre, con il primo appalto da 5,5 milioni di euro per la progettazione di condutture del tratto Sud del metanodotto assegnato da Snam alla società Technip senza gara di appalto. Molti però sono i nodi ancora da sciogliere.

Il primo è la questione del prezzo. Trattandosi di infrastruttura le reti di trasporto energetiche finiscono in tariffa: «Significa che a pagare l’investimento alla fine sono i consumatori sulla base di tariffe decise da Arera e inserite nella bolletta dei consumi energetici», spiega Federico Pontoni, ricercatore all’Università Bocconi di Milano.

Nel caso del metanodotto sardo, opera che secondo le stime di Enura costerebbe 590 milioni di euro, Arera, l’autorità pubblica che regola e controlla i settori dell’energia e del gas naturale, ha chiarito che solo con una legge ad hoc del governo si potranno spalmare i costi dell’infrastruttura su tutto il territorio nazionale. Senza quella, è il sottotesto, saranno i sardi a pagare l’infrastruttura volute da Snam. Una doccia fredda per i sostenitori del progetto che potrebbe avere come conseguenza il fatto che, se il gas in Sardegna dovesse essere troppo costoso, i sardi potrebbero decidere di non utilizzarlo.

Non solo. Sul tavolo del governo c’è anche il progetto presentato da Terna, la società che gestisce le reti per la trasmissione dell’energia elettrica, che prevede una connessione elettrica tra Sardegna, Sicilia e continente tramite cavo di trasmissione ad alta tensione HVDC. A luglio 2019, Arera ha richiesto e commissionato uno studio indipendente per valutare costi e benefici del progetto di metanizzazione alla società privata RSE. Lo studio di RSE, costato 160 mila euro e che avrebbe dovuto essere pubblicato la scorsa primavera,non è ancora stato reso pubblico.

Rispondendo alle domande di IrpiMedia, l’ufficio stampa di Arera ha dichiarato che «l’Autorità ha ricevuto una versione pressoché definitiva dello studio commissionato alla società RSE e ha richiesto alcuni chiarimenti in vista della sua successiva pubblicazione».

«La mancanza di gas, che è sempre stata vista come un cronico ritardo, dovrebbe essere trattata oggi come un enorme vantaggio», sostiene Alfonso Damiano, professore di ingegneria elettrica all’Università di Cagliari.

Damiano ha collaborato alla stesura del Piano energetico regionale per la Regione Sardegna ed è anche tra i fautori, insieme a Sardegna Ricerche, ente sardo per la ricerca e lo sviluppo tecnologico, del modello Benetutti. «Dati alla mano, la produzione da fonti rinnovabili copre già circa la metà della domanda sarda di energia», spiega. «Anche per il riscaldamento in Sardegna si usano soprattutto biomasse e pompe di calore, Gpl e gasolio coprono una fetta minima dei consumi – conclude Damiano -. Il punto è che l’elettrificazione dei consumi è più conveniente economicamente e la maggior parte delle persone lo ha capito».

I dati del consumo energetico in Sardegna




A pochi chilometri di distanza dal centro abitato di Cagliari, Sardegna Ricerche ha un parco tecnologico all’avanguardia. Stanno studiando come produrre idrogeno da fonte rinnovabile, e riutilizzarlo per produrre energie elettrica. È lì che il modello di smart grid di Benetutti è stato messo a punto. I ricercatori sono convinti che quel modello, data la morfologia della Regione, sia replicabile in almeno un centinaio di altri Comuni sardi.

Il problema delle energie rinnovabili è legato all’intermittenza delle fonti, che richiedono adeguati sistemi di stoccaggio, e la stabilizzazione della rete in termini di potenza, soprattutto per i consumi industriali. A Benetutti per stabilizzare la rete stanno sperimentando biogas prodotto da biomasse.

«Spegnere le centrali a carbone senza avere alternative per supportare il sistema di rinnovabili significa spegnere l’isola», mette in guardia Alfonso Damiano. «Un po’ di gas va incluso nella transizione». Ma quanto?

L’Università di Cagliari ha quantificato in 500 milioni di metri cubi il valore medio di riferimento. Una cifra che, spiega Damiano, andrà diminuendo progressivamente, fino ad annullarsi, per effetto della stabilizzazione delle fonti rinnovabili. Il fabbisogno stimato dalla Regione varia da una cifra minima di 460 milioni di metri cubi a una massima di 900 milioni di metri cubi. La dorsale, unita ai depositi costieri di gas naturale liquefatto già presentati e autorizzati, avrà una capacità di movimentazione pari a quasi 1,8 miliardi di metri cubi di gas metano, secondo i calcoli fatti dal comitato No Metano. «Una quantità spropositata, e un chiaro sostegno del gas e non sviluppo del gas a sostegno delle rinnovabili», commenta Paola Pisilio del comitato sardo No Metano: «L’obiettivo sembra quello di creare un hub del gas in Sardegna».

Un progetto basato sull’elettrificazione e sul potenziamento degli impianti solari ed eolici non avrebbe solo vantaggi immediati in bolletta, ma aprirebbe la porta a sviluppi ancora più ambiziosi. Uno studio realizzato dal Politecnico di Milano, e commissionato dal WWF, prevede infatti per la Sardegna la possibilità di costruire un modello di sviluppo interamente basato su rinnovabili, affiancate da un potenziamento degli accumuli idroelettrici e dallo sviluppo di idrogeno verde.

Si chiama gas naturale ma è una fonte di energia fossile che produce gas serra.

I dati Ispra parlano chiaro. In Italia il gas è responsabile di circa il 45% dell’anidride carbonica emessa nel 2017, mentre il petrolio è responsabile di circa il 44% delle emissioni e il carbone del rimanente 11%. Non solo. Legate al gas sono le cosiddette emissioni fuggitive, micro dispersioni degli impianti che si verificano durante l’esplorazione, la produzione e la distribuzione del gas: una quantità minima di queste emissioni – appena il 3% – è in grado di annullare completamente il vantaggio che il metano ha sul carbone. E poi c’è il cosiddetto fenomeno del lock-in: le infrastrutture del gas sono complesse, costose e una volta realizzate è difficile liberarsene per molti anni.

«La domanda di gas è in diminuzione e ciò nonostante assistiamo a una proliferazione di impianti e progetti con il risultato che poco o nulla viene fatto sul fronte degli investimenti in energie rinnovabili», nota Mariagrazia Midulla del WWF.

In Italia il gas è responsabile del 45% dell’anidride carbonica emessa nel 2017, il petrolio del 44% e il carbone del rimanente 11%

Il progressivo riscaldamento della temperatura, unito all’efficientamento energetico e allo sviluppo delle energie rinnovabili hanno prodotto un progressivo calo dei consumi energetici in Italia. Nel 2018 la domanda di gas in Italia è scesa del 3,3% rispetto al 2017. Nel 2019 il calo è stato pari al 2%. La pandemia di Covid-19 ha fatto precipitare i consumi di gas nei primi mesi del 2020.

A fronte di un fabbisogno pari circa a 70 miliardi di metri cubi di gas all’anno l’Italia può contare su una capacità di importazione pari a 130 miliardi di metri, spiega Massimiliano Varriale del WWF. Dati che non tengono conto della capacità di importazione aggiuntiva generata dal gasdotto TAP e dal metanodotto sardo.

Spesso poi le infrastrutture sono sottoutilizzate, e a pagarne il prezzo, in bolletta, sono i cittadini. Per esempio, i terminali di gas naturale liquefatto (GNL). In Italia ce ne sono tre e nel 2018 hanno immesso in rete una quantità di gas irrisoria rispetto al totale. Nel 2019 i terminali di Panigaglia (La Spezia) e Livorno, di cui Snam è rispettivamente proprietaria e co-proprietaria, hanno immesso in rete, rispettivamente, il 5% e il 3% del totale. Nel 2018 le percentuali erano ancora più basse pari, rispettivamente al 2% e all’1%.

In seguito allo spegnimento delle centrali a carbone in tutto il paese, che come in Sardegna dovranno chiudere entro il 2025, e grazie al capacity market, un meccanismo di garanzia in base al quale le centrali termoelettriche a gas ricevono una remunerazione anche se non lavorano, in Italia si è assistito a un boom di progetti per la costruzione o la riconversione di centrali a gas. «È una situazione esplosiva, assistiamo a una proliferazione di impianti che hanno scarsa giustificazione dal punto di vista del fabbisogno energetico», dice Massimiliano Varriale.

Non succede solo in Italia. Negli scenari messi a punto dalle compagnie del gas una domanda sempre in crescita viene usata per giustificare la costruzione di nuove infrastrutture. E se nonostante gli obiettivi di policy messi in campo per far fronte all’emergenza climatica, progetti per nuove infrastrutture del gas proliferano in Europa la ragione sta anche nel fatto che le grandi imprese del gas, responsabili della costruzione di terminali e gasdotti, sono le stesse imprese che aiutano i governi a scegliere quali infrastrutture sviluppare.

L’associazione europea degli operatori delle reti di trasmissione del gas, ENTSOG, è stata creata nel 2009 con l’obiettivo di elaborare le previsioni della domanda di gas in Europa. È formata dalle principali società europee del gas, 44 membri da 24 paesi europei e, spiegano i ricercatori di Corporate Europe Observatory, dalla sua creazione ha costantemente sovrastimato il fabbisogno di gas. La ragione è semplice: «Il 75% delle infrastrutture del gas costruite in Europa sono progetti presentati dalle società stesse che fanno parte del network ENTSOG».

In un rapporto pubblicato recentemente – dal titolo Pipe Down – la Ong inglese Global Witness ha fatto i conti. «Le grandi società del gas si sono accaparrate circa il 90% dei sussidi che l’Unione europea destina alle infrastrutture del gas, oltre 4 miliardi di euro». Sono le stesse società che regolarmente sovrastimano il fabbisogno di gas in Europa.

Snam fa parte del network ENTSOG: secondo i calcoli di Global Witness la società ha ricevuto 813 milioni di euro dal 2015 al 2019 per progetti cosiddetti di “interesse comune”, una lista dei principali progetti infrastrutturali redatta dalla Commissione europea. Altri 714 milioni di euro sono finiti a finanziare progetti di cui anche Snam, insieme ad altre società, faceva parte.

Anche in Italia Snam siede ai tavoli governativi dove vengono decise le politiche energetiche. Fornisce dati, elabora scenari e previsioni, e sulla base di quei dati propone nuove infrastrutture da costruire. Per esempio, la società italiana ha partecipato alla stesura della Strategia energetica nazionale nel 2017, il piano energetico sulla base del quale è stato poi redatto il più recente Piano Nazionale per le Infrastrutture, l’Energia e il Clima (PNIEC) che pure largamente attinge a dati e scenari forniti da Snam.

Poi ci sono le attività di lobbying a cui le società del gas destinano ingenti risorse. Secondo un’indagine condotta dall’associazione Re:Common, Snam, insieme alle altre tre principali società europee del gas, hanno speso complessivamente 900 mila euro e impiegato 14 lobbisti nel 2018. «Nel 2019 queste aziende sono riuscite a ottenere quasi 50 incontri con i massimi funzionari politici della Commissione europea per discutere i loro ultimi progetti di gasdotti o offerte di acquisizione», spiegano i ricercatori di Re Common. La sola Snam ha speso una cifra compresa tra 200 e 300 mila euro nel 2019, secondo i dati del registro della trasparenza UE.

fonte: https://irpimedia.irpi.eu


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Così ExxonMobil avrebbe tentato di condizionare il Green Deal europeo

La più importante compagnia petrolifera statunitense avrebbe incontrato, tramite i suoi lobbisti, alcuni funzionari della Commissione europea con un obiettivo chiaro: cercare di rallentare il pacchetto di azioni, piani e programmi della politica comunitaria per la transizione ecologica. La denuncia della piattaforma InfluenceMap
















Accuse pesanti contro la ExxonMobil, la più importante compagnia petrolifera statunitense, che avrebbe incontrato, tramite i suoi lobbisti, alcuni funzionari della Commissione europea con un obiettivo chiaro: cercare di rallentare il Green Deal europeo, il pacchetto di azioni, piani e programmi della politica comunitaria per trasformare l’Ue in carbon-neutral entro il 2050, azzerando le emissioni nette di gas climalteranti.
In questo percorso tutto in salita che coinvolge direttamente cittadini, imprese e Pubblica amministrazione in vista di una effettiva riconversione, la Exxon già a novembre dello scorso anno -proprio nelle tre settimane precedenti l’annuncio del piano, datato dicembre 2019- avrebbe mosso le sue pedine per fare pressioni affinché l’Ue allentasse la regolamentazione nel settore trasporti, invitandola a circoscrivere in particolare il sistema di tariffazione del carbonio alle fonti “stazionarie” e a non considerare le emissioni di gas di scarico dai veicoli a diesel o benzina. Questo, ovviamente, per contenere i costi dell’auto tradizionale, scoraggiando indirettamente la diffusione e gli investimenti nelle auto elettriche ed “eco”, su cui il Green Deal ha rinnovato la sua attenzione. A rivelarlo è il think tank InfluenceMap, piattaforma che fornisce agli investitori, alle società, ai media e agli attivisti un’analisi, fondata sui dati, su questioni critiche legate a transizione energetica e cambiamenti climatici, e che lo scorso 6 marzo ha pubblicato un rapporto in cui si denunciano le pressioni del gigante petrolifero sulla politica dell’Unione.
Secondo Edward Collins, direttore del Corporate Climate Lobbying di InfluenceMap, questo non sarebbe che l’ultimo esempio tra i tentativi della ExxonMobil di condizionare la legislazione sul clima “soffermandosi su soluzioni tecniche su lungo termine ma tentando di evitare l’azione normativa decisiva che l’IPCC (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico, ndr) ritiene sia urgentemente richiesta per mitigare i pericolosi cambiamenti climatici”. Da un estratto delle note sulla riunione emerge come i funzionari ExxonMobil avrebbero suggerito alla Commissione di “prendere in seria considerazione l’estensione dell’ETS (sistema di scambio delle quote di emissione) oltre le fonti fisse”. Ad essere chiamato direttamente in causa è ovviamente il trasporto su strada.
L’ETS dell’Unione Europea, istituito nel 2005, è il sistema internazionale di scambio di quote di emissione su cui si fonda la politica comunitaria di contrasto ai cambiamenti climatici: esso stabilisce un tetto alla quantità complessiva di alcuni gas serra che gli impianti compresi nel sistema possono emettere. Si tratta di più di 11mila impianti ad alto consumo di energia, fra centrali energetiche e impianti industriali, insieme alle compagnie aeree che collegano i 31 Paesi in cui vige il sistema. L’obiettivo è quello di fissare un prezzo alla COe rendere scambiabili quote di emissione fra le imprese: ogni anno le imprese sono chiamate a rendere un numero di quote utile a coprire le proprie emissioni, pena la possibilità di incappare in ingenti multe.  Tutto questo per arrivare ad un mercato flessibile nelle quote di emissione, in cui un’impresa particolarmente virtuosa può accantonare le quote che non ha usato per utilizzarle in futuro, oppure, viceversa, cederle dietro compenso ad un’altra impresa che ne ha bisogno. Fra gli strumenti su cui la presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen ha promesso di fare leva per far fronte al tema del cambiamento climatico c’è proprio l’estensione del sistema di scambio di quote di emissione, in modo tale che chi emette più CO2 sia costretto a pagare di più: nel presentare il Green Deal la commissione ha promesso di studiare quale incidenza potrebbe avere comprendere nel quadro ETS anche il trasporto su strada.
Sia i gruppi di consumatori sia le organizzazioni non governative non vedono di buon occhio questa possibilità, considerandola niente più che una distrazione -senza peraltro una incidenza significativa sulla diminuzione delle emissioni- rispetto a un percorso serio verso la decarbonizzazione. Nel tentativo di condizionare la politica Ue, ExxonMobil avrebbe poi voluto battere anche sulla rimozione delle regole di emissione del tubo di scappamento, adottate dall’Ue nel 2018 per ridurre, entro il 2030, di più del 37,5 per cento le emissioni delle automobili e del 31 per cento dei furgoni.
Le pressioni della ExxonMobil sulla Commissione europea, se confermate, non farebbero che compromettere ancora di più la posizione del colosso petrolifero statunitense, che il 22 ottobre scorso, è finito in tribunale per aver mentito gli investitori riguardo ai rischi finanziari della crisi climatica, secondo quanto prevede la legge antifrode che tutela gli investitori da dichiarazioni non veritiere. Avrebbe detto il falso sulle effettive prospettive di rischio del futuro valore delle proprie riserve di idrocarburi e della tecnologia per estrarli di cui dispone. Inoltre, secondo quanto rivelato dal Guardian, Exxon avrebbe fatto pressioni sull’Ue dal 2010 spendendo 37,2 milioni di euro per rallentare e poi bloccare le politiche sul cambiamento climatico, insieme alle altre maggiori compagnie petrolifere e del gas quotate in borsa.
fonte: https://altreconomia.it

Il paracadute miliardario delle compagnie fossili

Il poco conosciuto trattato ECT, firmato nel 1994, rischia di far pagare a noi cittadini l'eventuale abbandono delle centrali a carbone o di altri impianti a fonti fossili. Ecco come le multinazionali fossili rallentano la transizione energetica.












Tamburi di guerra sempre più vicini, annunciano lo showdown finale contro i combustibili fossili in Europa.
La società civile, svegliata dalle proteste di piazza innescate da Greta Thunberg e Friday for Future, e spaventata dalla valanga di danni da clima impazzito che, anno dopo anno, crescono, comincia a domandare a gran voce alla politica di passare finalmente dalle grandi dichiarazioni di principio “pro sostenibilità” ai fatti.
E la politica, in teoria, sembra ascoltare: il Green Deal for Europe, elaborato dalla nuova Commissione UE di Ursula von der Leyen, prevede il dimezzamento entro il 2030 le emissioni di CO2 continentali (invece che ridurle del 40% come previsto finora) e di azzerarle entro il 2050.
Punto centrale, almeno all’inizio, della strategia climatica, sarà l’abbandono del carbone per la produzione elettrica, a cui, si spera a ruota, seguirà anche quella del gas.
Di fronte a questo scenario ci si aspetterebbe il panico nelle stanze dirigenziali delle 103 compagnie elettriche europee, fra cui primeggiano le tedesche RWE, EPH e Uniper, la polacca PGE, la ceca CEZ e la spagnola Endesa, che ancora usano come fonte carbone e lignite.
Invece la quiete sembra regnare sovrana ai piani alti di “King Coal”, come se lo tsunami verde non stesse per travolgerle.
La calma olimpica dei “carbonieri”, certo in parte, deriverà dalle rassicurazioni su futuri annacquamenti delle norme, provenienti dalle potenti società di lobby di Bruxelles, pagate per difendere i loro interessi presso i decisori politici.
Ma come segnalano ora gli attivisti di Friend of Earth Europe (pdf), questa sospetta tranquillità si deve anche a un misconosciuto paracadute miliardario, che protegge le società energetiche da eventuali voltafaccia politici, che mettano a rischio i loro investimenti.
Il paracadute si chiama Energy Charter Treaty (ECT), in italiano nota come Carta dell’Energia, ed è un accordo noto solo agli addetti ai lavori, firmato nel 1994 dai paesi UE e da alcuni confinanti, per regolare la produzione, vendita e trasmissione di elettricità fra quelle nazioni (riguarda oggi 51 paesi).
Uno dei punti più importanti dell’ECT è quello che prevede che se uno Stato permette l’installazione di centrali elettriche nel suo paese, e poi successivamente vuol modificare l’attività di quegli impianti, anche per i motivi più nobili, come proteggere ambiente o salute dei cittadini, facendo diminuire i profitti previsti, può essere citato in giudizio dal proprietario delle centrali per danni presso un tribunale internazionale privato di arbitraggio, una corte che in genere è molto favorevole al big business.
Per fare un esempio, se la ipotetica società BlackSmoke ha ottenuto il permesso nell’anno 2000 di far funzionare per 50 anni in uno Stato che ha firmato l’ECT, una centrale che brucia copertoni usati per fare elettricità, e nel 2020 il paese ospitante emana una legge che vieta di usare copertoni per quello scopo, perché il fumo ammazza migliaia di cittadini ogni anno, la BlackSmoke chiude sì la centrale, ma può anche fare causa allo Stato ospitante presso una corte di arbitraggio, chiedendo come indennizzo tutti i mancati profitti per i 30 anni di attività rimanenti della centrale: milioni o miliardi di denaro pubblico, che costituiscono la classica beffa dopo il danno (vedi anche sito Energy Charter Treaty’s Dirty Secrets).
A questo punto molti penseranno “Ok, è una possibilità teorica, ma certo una società energetica reale, vista l’emergenza climatica, si guarderà bene dal chiedere di applicare quella norma. Anche le corporation hanno un’anima…”.
Neanche per sogno, pare che non ce l’abbiano: dal 1994 sono già state intentate 139 cause da parte di società energetiche contro gli Stati che hanno firmato l’ECT, per presunti danni ricevuti ai loro profitti da nuove norme.
Molte di queste azioni legali sono rimaste segrete o sono state ignorate dai media, ma una che ha fatto clamore è quella della svedese Vattenfall, che ha chiesto 6 miliardi di euro alla Germania, per la prevista chiusura anticipata delle sue centrali nucleari nel paese, dopo Fukushima.
Un’altra ancora più clamorosa, per l’impudenza, potrebbe ora partire in Olanda. La Uniper ha minacciato i politici olandesi di citare il loro Stato per miliardi di euro in base all’ECT se oseranno approvare a dicembre la legge che prevede la fuoriuscita dal carbone entro il 2030, visto che hanno costruito una centrale di quel genere da 1 GW vicino a Rotterdam nel 2016.
Ora, viene da chiedersi perché diavolo nel 2016, un anno dopo l’Accordo di Parigi, mentre tutti già ragionavano di come fuoriuscire dal carbone, gli olandesi abbiano permesso di aprire una nuova centrale di quel tipo. Del resto erano anche recidivi: nel 2015 ne avevano inaugurata un’altra della RWE da 1,5 GW, vicino al confine con il Belgio.
Ma viene anche da chiedersi se sia mai possibile che i manager Uniper non sapessero che, di lì a pochi anni, per la nuova centrale sarebbe arrivato il semaforo rosso. Viene il sospetto che ne fossero perfettamente consapevoli e se ne sono disinteressati, sapendo di avere le spalle coperte dall’ECT: dal carbone o dalle cause legali, i profitti erano comunque garantiti.
Conferma Freek Bersch, di Friends of the Earth Olanda: “In effetti l’ECT è certamente in parte responsabile del rallentamento del programma di eliminazione del carbone olandese. La legge che dovrebbe essere approvata dal Senato de L’Aia, ha posticipato l’uscita al 2030 proprio per paura di azioni legali, come quella minacciata da Uniper”.
Insomma, il quadro si presenta chiaro: potremo abbandonare oggi il carbone e domani il gas, nella produzione elettrica, ma aspettiamoci di rischiare di dover pagare miliardi di denaro pubblico in indennizzi alle compagnie energetiche, a cui, stupidamente, abbiamo consentito di costruire centrali elettriche in questi ultimi anni, quando già si sapeva che si sarebbero dovute chiudere ben prima della fine della loro vita operativa.
E quello che ora vale per il carbone, fra pochi anni varrà per le centrali a gas, che continuano allegramente a essere installate, ma certo non potranno sopravvivere per molti decenni, in un’Europa che vuole essere a emissioni zero entro 30 anni
Anzi, vista la tranquillità con cui le compagnie petrolifere continuano ad annunciare orgogliose di aver trovato nuovi grandi giacimenti di greggio e gas, pur sapendo benissimo che non potranno essere usati, visti gli accordi climatici presi dagli Stati, non sarà che una pioggia di richieste di compensazioni pubbliche, arriverà presto anche da quella direzione?
Non si può allora fare nulla, per sottrarci a questo capestro?
«In realtà l’ECT è sotto revisione fin dal 2017. Firmato in tempi ben diversi dagli attuali, oggi ci si è resi conto che è del tutto inadeguato a regolare il settore, in un periodo in cui le tematiche climatiche e ambientali sono le più importanti, e devono primeggiare anche sui profitti delle società energetiche. Così com’è, per esempio, l’ECT è incompatibile con gli accordi di Parigi», spiega Paul de Clerck, coordinatore economia e giustizia dei Friends of the Earth Europe.
Ma rivederlo non sarà affatto facile, le negoziazioni si trascinano da anni, e non sembrano fare grandi progressi.
«È evidente che la lobby dell’energia fossile a Bruxelles sta facendo di tutto per mantenere lo status quo il più a lungo possibile. Forse gli Stati dovrebbero semplicemente denunciare il trattato e uscirne», conclude de Clerck.
Sorprendentemente l’unico Stato Ue che lo ha fatto finora è l’Italia, nel 2015.
La ragione ufficiale è stata che costava troppo rimanervi dentro, 370.000 euro di iscrizione l’anno… e non ci abbiamo certo ripianato il deficit di bilancio.
L’accusa di alcuni osservatori è che il governo Renzi sia uscito dall’ECT per schivare la valanga di ricorsi che si annunciavano da parte di operatori stranieri del solare, dopo l’improvvisa riforma e riduzione del sistema degli aiuti al fotovoltaico, con il decreto Spalma Incentivi; ma va precisato che le norme della Carta continueranno ad essere applicabili agli investimenti effettuati in Italia fino al gennaio 2016 per un periodo di 20 anni, cioè fino al gennaio 2036: dunque il recesso italiano non servirà a difenderci da azioni legali contro i tagli al FV arrivati nel 2014.
Insomma, quale che sia la ragione dell’uscita dell’Italia dal trattato, questa potrebbe rivelarsi una mossa lungimirante, un esempio che il resto dell’Europa dovrebbe imitare al più presto, se vuol fare sul serio in campo climatico, evitando al tempo stesso di scaricare sui cittadini gli errori strategici compiuti dall’industria dell’energia.
fonte: www.qualenergia.it