Avete presente la fuga disordinata e catastrofica da Kabul degli occidentali e dei loro collaboratori di fronte all’avanzata dei talebani? Non si erano preparati, nonostante tutti sapessero che gli accordi di Doha non sarebbero stati rispettati. E si sono messi in salvo – non tutti – grazie alla logistica dell’esercito USA, sconfitto in guerra ma ancora operativo da 10mila e più chilometri di distanza.
Una parte dei processi di devastazione dell’ambiente provocati dai cambiamenti climatici sono ormai irreversibili. Lo dicono anche i governi, adesso. Tutti però lo sapevano da almeno quarant’anni e hanno fatto orecchie da mercante. Perché mercanti sono: i governi, le imprese, i finanziatori e tutti i divulgatori – più o meno scientifici – al loro servizio, che portano gigantesche responsabilità sulle falsità e la diseducazione che hanno fatto prosperare per decenni. Oggi in Europa, con la progressiva eclissi di Merkel e Macron, il principale rappresentante di questo obnubilamento di carattere quasi psichiatrico dell’intelligenza, che consiste nel nascondere la testa di fronte al disastro immanente, è Mario Draghi. Il suo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, accoppiato agli altri fiumi di denaro che il governo ha deciso di spendere per “non lasciare indietro” nessuno degli aventi causa nella spartizione dei fondi europei, ha dimostrato di non voler deviare di una virgola da una visione che mette il PIL al primo posto. Tanto per ammettere che il pianeta brucia e che, per salvarlo, bisognerebbe fare scelte prima impensabili (e dunque ogni minuto è prezioso per poterlo spiegare al mondo intero) che fretta c’è?
L’IPCC, il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, scrive...
Culturaintour è una piccola associazione nata una decina di anni fa in provincia di Como, che tramite laboratori didattici, gite e visite guidate, favorisce l’accesso alla cultura e all’arte. Grande spazio è dato alla tematica ambientale, stimolando la partecipazione e la cittadinanza attiva. L’ultimo video è “notizie dal 2050“. Ne parliamo con Margherita Caruso, tra le fondatrici:
Come è nata questa associazione?
È stata un’attività che mi sono creata: avendo 3 bambini piccoli mi ha consentito di stare a casa e lavorare con il pc. Alle iniziative culturali li portavo con me e si divertivano un sacco e invogliavano la partecipazione dei loro amichetti o addirittura della famiglia. Le visite guidate sono sempre in treno, perché vogliamo promuovere il turismo con mezzi pubblici. In pratica comunichiamo ai partecipanti l’orario del treno, (tratta Milano Como), e lungo la corsa le persone salgono dalla stazione a loro più comoda: ci si ritrova tutti “sullo stesso treno nella prima carrozza di seconda classe” (Questa frase per noi e chi ci segue è ormai un rito!). Assieme a mia figlia abbiamo organizzato gite per far conoscere ai cittadini realtà che hanno messo in pratica interventi sostenibili, a favore della qualità della vita e a tutela dell’ambiente e quindi le mete sono aziende oppure centri urbani che rispettano questi criteri.
Come comunicate il tema della crisi ecologica e climatica?
Da due anni come Culturaintour abbiamo deciso di dedicarci sempre di più a tutto ciò che riguarda le tematiche dell’agenda 2030 e rivolgerci principalmente alle scuole. Organizziamo gite didattiche e laboratori innovativi collaborando con il mondo del teatro. Il valore aggiunto di questo progetto è la collaborazione con l’associazione We for the Planet fondata da Lorenzo Carbone con alcuni studenti di un liceo del territorio lariano. È un’associazione studentesca di 40-50 ragazzi attiva all’interno delle scuole superiori con l’obiettivo di sviluppare piani con le dirigenze scolastiche per abbattere l’impronta carbonica all’interno delle stesse strutture. “We for the planet” fuori dalla scuola , a livello locale, si impegna ad accrescere la consapevolezza sui cambiamenti climatici. Avevamo già pronti i laboratori per le scuole e abbiamo dovuto sospendere tutto per la pandemia. Le scuole erano chiuse e quindi assieme a Lorenzo di “We for the Planet”, abbiamo pensato al fare il video “Notizie dal 2050”.
Parlaci di questo video…
L’interprete del video non aveva mai approfondito queste tematiche perciò le abbiamo fornito il materiale su cui studiare e da cui ricavare il copione. La consegna per l’attrice era: fare un testo che comunicasse la situazione climatica mantenendo una sorta di leggerezza per stemperare un po’ l’effetto ansiogeno. Pare ci sia riuscita. Una curiosità: dalla decisione di fare il video fino alla realizzazione è trascorso quasi un anno e a causa del lockdown non ci siamo mai incontrati. Abbiamo fatto tutto comunicando via mail e videochiamate. Anche la registrazione del video è stata fatta in casa di Rossella visto che chi ha curato le riprese e il montaggio è il suo compagno di vita. Il risultato ci pare interessante e crediamo proprio che ci saranno altri video perché dopo la pubblicazione sui social abbiamo ricevuto proposte di collaborazione interessanti. Intanto siamo molto soddisfatti perché il noto scienziato Antonello Pasini, che spesso ha affrontato il tema a proposito della comunicazione della crisi climatica, ha pubblicato il video “Notizie dal 2050” sulla sua pagina Facebook.
fonte: www.envi.info
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L’idea che sia possibile mantenere e far crescere produzioni e consumi in modo “sostenibile”, con fonti energetiche e risorse rinnovabili – impedisce agli abitanti della Terra di vedere l’abisso: lo “stato di avanzamento” della crisi; la radicalità dei cambiamenti che impone; l’irreversibilità ormai raggiunta in molti campi: i ghiacciai e le calotte polari che si sciolgono; l’acqua dolce a disposizione, sempre meno; l’innalzamento dei mari non può essere fermato; la desertificazione di molte terre neppure; lo scioglimento del permafrost che accelera l’effetto serra. Si apre su due fronti – stili di vita e occupazione – un conflitto il cui esito non può essere delegato a un ministro: vanno contenuti i consumi superflui o quelli più necessari? Quelli che generano profitto per pochi o quelli che garantiscono vite decenti alla maggioranza? E soprattutto, si possono sostenere delle produzioni, non perché mettono capo a consumi necessari, ma solo perché generano occupazione?
La crisi climatica e quella ambientale (incendi e alluvioni) hanno trovato finalmente accesso ai giornali e ai servizi radio e Tv. Contro queste crisi l’Europa è corsa ai ripari: con il NextGenerationEU; l’Italia, con il PNRR; gli Stati uniti di Biden, con il rientro nell’accordo di Parigi; la Cina con piani che sfidano gli Usa.
Ma sono mancati ovunque informazione e confronto per coinvolgere produttori, consumatori, portatori di conoscenze, esperienze e capacità, tutte cose senza le quali è impensabile impostare e poi realizzare una svolta adeguata. Perché le cose da fare – e soprattutto quelle da non fare più – sono molte di più di ciò che i governi sono in grado di mettere in moto.
L’alibi dello “sviluppo sostenibile” – l’idea che sia possibile mantenere e far crescere produzioni e consumi in modo “sostenibile”, con fonti energetiche e risorse rinnovabili – impedisce agli abitanti della Terra di vedere l’abisso: lo “stato di avanzamento” della crisi; la radicalità dei cambiamenti che impone; l’irreversibilità ormai raggiunta in molti campi: i ghiacciai e le calotte polari che si sciolgono; l’acqua dolce a disposizione, sempre meno; l’innalzamento dei mari non può essere fermato; la desertificazione di molte terre neppure; lo scioglimento del permafrost che accelera l’effetto serra.
Contenere la temperatura mondiale sotto i 2°C è ormai una chimera (figurarsi 1,5!), ma va perseguito lo stesso senza remore. Perché molte delle misure di “mitigazione” della crisi climatica servono anche per “l’adattamento” alle condizioni molto più ostiche in cui si troveranno a vivere le future generazioni: un obiettivo che non può che tradursi in una “deglobalizzazione” (Walden Bello) guidata verso comunità il più possibile economicamente autonome. E’ in queste decisioni che cittadine e cittadini devono essere coinvolti. Ora.
Carbone, petrolio e gas vanno lasciati sottoterra; l’economia deve funzionare solo con fonti rinnovabili: con un’impiantistica diffusa a livello locale, in comunità più o meno estese, senza il gigantismo dell’economia fossile (pozzi, miniere, oleodotti e gasdotti, flotte e convogli, impianti di termogenerazione e raffinazione, ecc.) che la turbolenza climatica e le crisi sociali mettono sempre più a rischio; e senza le guerre (e gli armamenti) scatenate per accaparrarsi fonti energetiche inegualmente distribuite nel pianeta, e il cui concorso alle emissioni climalteranti non viene peraltro computato negli Indc.
L’efficienza è fondamentale, ma da sola non basta a sostenere una economia votata alla “crescita”. Consumi di energia e materiali dovranno essere ridotti all’essenziale, attingendo i secondi, per quanto possibile, da risorse rinnovabili e dal riciclo di prodotti scartati, dando spazio a manutenzione e riparazione dei beni durevoli. Ciò non può che riflettersi in un’altrettanta drastica riduzione dei consumi.
Qui si apre su due fronti – quello degli stili di vita e quello dell’occupazione – un conflitto il cui esito non può essere delegato a un ministro: vanno contenuti i consumi superflui (che oggi alimentano larga parte della domanda che sostiene l’economia) o quelli più necessari? Quelli che generano profitto per pochi o quelli che garantiscono vite decenti alla maggioranza? E soprattutto, si possono sostenere delle produzioni, non perché mettono capo a consumi necessari, ma solo perché generano occupazione? Luca Mercalli ha sollevato il problema a proposito dell’intento del ministro Cingolani di salvaguardare la cosiddetta motorvalley, il cui epicentro è la produzione di auto da corsa e di superlusso.
Scendendo di livello, l’auto condivisa per tutti forse sarà ancora praticabile, come complemento di un trasporto pubblico potenziato ed efficiente; ma l’auto individuale, ancorché elettrica e di modeste dimensioni, no. Se non si investe ora su questa prospettiva le comunità di domani si ritroveranno immobilizzate (e la bici non basterà certo a risolvere il problema).
Le conseguenze occupazionali sono pesanti – in parte lo si vede già ora – e la ricollocazione degli “esuberi” a nuove occupazioni richiede tempo e, sicuramente, riduzioni generali dell’orario di lavoro. Di un reddito alternativo c’è invece bisogno subito.
Il cibo dovrà essere prodotto il più vicino possibile a dove viene consumato, con un’agricoltura ecologica, di prossimità, multifunzionale, restituendo a bosco, foreste e riassetto idrogeologico gran parte del territorio oggi impegnato per gli allevamenti. Bisogna consumare molta meno carne.
Si ridimensionerà da sé, per i costi, la paura del contagio, il rischio di rimanere bloccati lontano da casa, la sostituzione con collegamenti on-line, il turismo, soprattutto quello transnazionale: vacanziero, di affari, sportivo, culturale, politico e persino religioso.
La misera fine delle Olimpiadi di Tokyo (che anticipa quella delle Olimpiadi invernali del 2026) è un campanello di allarme.
Ma il turismo alimenta milioni di imprese da cui dipende la vita di miliardi di persone. E, ma poi viene “il bello”, per molti le vacanze rappresentano l’unica compensazione alla sofferenza di dover lavorare tutto il resto dell’anno. E non vogliamo discuterne?
Guido Viale
fonte: comune-info.net
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Nuovo rapporto di Italy for Climate: l'Italia non riuscirà a centrare l'obiettivo del -55% al 2030. Da noi la temperatura aumenta più della media mondiale, ma c’è un boom di vendite di auto ibride e elettriche
Le performance climatiche dell’Italia nel 2020, anno della pandemia, hanno registrato la diminuzione delle emissioni di gas serra per merito, se è un merito, della grave recessione indotta dalle misure sanitarie che hanno fatto scendere i consumi energetici. Però le emissioni di gas serra negli ultimi 30 anni sono calate appena la metà del taglio necessario a centrare il nuovo target del -55% al 2030; e c’è lo stallo delle rinnovabili, che non crescono da un decennio e nel 2020 sono addirittura diminuite, perdendo una produzione di energia pari a 400mila tonnellate equivalenti petrolio. Il Covid, poi, non arresta la crisi climatica: l’Italia è sempre più “calda”, rispetto al 1880 la temperatura media è aumentata di quasi 2,4 °C, molto più della media mondiale di circa +1°C, e nel solo 2020 sono stati censiti in Italia quasi 1.300 eventi meteorologici estremi. Ma nel 2020 ci sono anche segnali incoraggianti: la drastica riduzione dell’uso del carbone, il boom delle vendite di auto elettriche e ibride che coprono ora circa il 20% del mercato. La fotografia dell’Italia del clima è contenuta nel Rapporto “10 trend chiave sul clima2020: che cosa è accaduto in Italia nell’anno della pandemia” realizzato da Italy for climate, l’iniziativa della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile che ha raccolto le adesioni di imprese impegnate sul tema del cambiamento climatico (Chiesi, Conou, Davines, Edison, Erg, Illy, Italian Exhibition Group), che fornisce una rappresentazione sintetica di alcune tendenze rilevanti in materia di clima e energia.
I dieci trend
Nel 2020 con la pandemia l’economia italiana ha subito la più grave recessione dal dopoguerra a oggi, con il Pil in picchiata -8,9% e la produzione industriale che nel lockdown è scesa di quasi il 45%. In trent’anni si è registrato appena metà del taglio delle emissioni di gas serra necessario al 2030, nel 2020 -27% rispetto al 1990. L’Italia, nonostante gli effetti della pandemia, è quindi lontana dall’ obiettivo europeo del -55% al 2030 e dalla neutralità climatica entro metà secolo. Nel 2020 le emissioni sono diminuite del 9,8% rispetto all’anno precedente. Calano tutti i consumi energetici, ma la pandemia colpisce in modo particolare i combustibili per i trasporti (-16%) e il carbone (-27%), in particolare quello per la produzione di elettricità. Le rinnovabili non crescono da quasi un decennio e nel 2020 il consumo di energia rinnovabile è nuovamente diminuito: -400mila tonnellate equivalenti di petrolio. I nuovi impianti per la generazione elettrica da rinnovabili sono fermi al palo: in un anno installati circa 1.000MW, ne servirebbero almeno 7.000. In Europa nel 2020 sono stati installati oltre 30.000 MW, con Germania, Spagna e Francia in prima linea. La produzione di energia elettrica da carbone ai minimi storici, con l’obiettivo del completo phase-out entro il 2025 che non sembra più irraggiungibile, e le emissioni specifiche del kWh elettrico non sono mai state così basse, 258 gCO2/kWh. Calano gli spostamenti privati (-20% rispetto al 2019), cambiano un po’ le abitudini alla mobilità delle persone che vanno di più a piedi e in bicicletta, triplica lo smartworking (+200%). Boom di vendite di auto ibride ed elettriche che arrivano a coprire quasi il 20% del mercato, crollo di diesel e benzina (-40%). Tornano a diminuire le emissioni dei nuovi veicoli. Rebound: con la fine delle restrizioni, il periodo estivo, tornano subito a crescere consumi ed emissioni che raggiungono già livelli pre-crisi. La crisi climatica morde in Italia: le temperature crescono più che nel resto del mondo +2,4 °C e si moltiplicano gli eventi estremi. Censiti per l’Italia quasi 1.300 eventi meteorologici estremi connessi al cambiamento climatico. Si tratta del valore più alto mai registrato dopo l’anno record 2019, dal 2008 si sono moltiplicati otto volte e questa è la tipologia: +480% i tornado, +580% le piogge intense e le bombe d’acqua, +1.100% le grandinate e +1.200% le raffiche di vento.
Il commento di Edo Ronchi
“Gli eventi generati dalla crisi climatica - ha sottolineato Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile - sono sempre più drammatici. In Italia, solo nell’ ultimo mese, la Sardegna sta bruciando, Milano e la Lombardia sono andate sott’ acqua e hanno sperimentato grandinate eccezionali, l’Europa è stata colpita da quella che è stata definita l’alluvione del secolo. Incendi e alluvioni si succedono con frequenza e gravità in continuo peggioramento in varie parti del mondo. L’attenzione dei cittadini e del media è fortemente cresciuta, manca, invece, un’adeguata accelerazione delle misure, concrete e impegnative, di riduzione dei gas serra. Se aspettiamo che partano tutti per aumentare il nostro passo, saremo travolti dalla crisi climatica. Insieme all’Europa dobbiamo incalzare i ritardatari - a partire dalla Cina che sta rinviando misure incisive per il clima - dimostrando che siamo in grado di realizzare rapidamente un’economia climaticamente neutrale, con maggior benessere e più occupazione e tassando adeguatamente le importazioni di prodotti ad alte emissioni provenienti da Paesi che non si impegnano per il clima“.
Qualche anno fa un ricercatore dell’US Geological Survey (Usgs, l’agenzia federale statunitense che si occupa di risorse naturali e del rischio geologico) stava analizzando alcuni campioni d’acqua piovana raccolta sulle Montagne Rocciose. L’ultima cosa che pensava di trovare erano delle microplastiche. “Sta piovendo plastica”, ha scritto Gregory Wetherbee insieme a due colleghi.
Altri scienziati, in Europa, hanno scoperto che cadono, ogni giorno, circa 365 particelle di microplastica per metro quadrato sui Pirenei, nel sud della Francia. I ricercatori hanno trovato plastica ovunque, negli oceani, nell’aria, negli stomaci degli animali marini, persino nella placenta umana. Uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology, stima che gli esseri umani consumino decine di migliaia di particelle microplastiche all’anno. Secondo gli statunitensi, le stime si aggirano tra le 39mila e le 52mila particelle microplastiche all’anno. Questi numeri aumentano a 74mila e 121mila quando si considera anche l’assorbimento tramite inalazione. Ulteriori 90mila particelle microplastiche all’anno sono da considerare se si consuma acqua in bottiglia. Possiamo ingerirle mangiando pesce, respirarle nell’aria, assorbirle da cibi e bevande che sono state a contatto con imballaggi. Ma da dove viene la plastica?
“Oggi il 99 per cento della plastica prodotta deriva dalla raffinazione di gas e petrolio, ovvero gli stessi materiali il cui sfruttamento ha determinato la crisi climatica”, ha detto Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia.
Un problema complesso
Il rapporto The plastic waste makers index (indice dei produttori di rifiuti plastici) afferma che solo venti aziende sono fonte di più della metà di tutti i prodotti di plastica usa e getta. La statunitense ExxonMobil – tra le principali emittrici di CO2 al mondo – è la maggiore produttrice di plastica monouso, dice il rapporto, seguita dalla Dow, dalla Sinopec, dall’Indorama Ventures, dalla Saudi Aramco, dalla PetroChina e altre aziende. Il rapporto ha analizzato la catena di approvvigionamento della plastica per collegare i rifiuti di plastica monouso alle aziende che per prime producono i polimeri, “i mattoni” di tutte le materie plastiche, e a chi le finanzia.
La questione della plastica è un problema complesso, ma la ricerca ha rivelato che, in realtà, sono solo poche aziende a rappresentare la maggior parte della produzione mondiale di polimeri destinati a finire tra i rifiuti di plastica monouso. Secondo lo stesso studio, i grandi investitori globali e le banche “stanno agevolando la crisi della plastica monouso”. Si stima che venti delle più grandi banche al mondo, tra cui la Barclays, l’Hsbc e ka Bank of America, abbiano prestato quasi trenta miliardi di dollari alla produzione di polimeri di plastica monouso dal 2011.
La produzione di plastica si basa in parte su un componente del gas naturale chiamato etano, rilasciato durante il fracking
Alla sua radice, quindi, la crisi globale della plastica è il risultato di un sistema fondato sull’uso di combustibili fossili. In particolare, non può essere considerata un problema a sé stante, separata dalla crisi climatica: inquinamento da plastica e collasso climatico sono due facce della stessa medaglia. Il processo di produzione della plastica e le sue conseguenze, una volta prodotta e dispersa nell’ambiente, sono entrambi fonti di emissioni di gas serra. Una nuova ricerca condotta con il dall’University of Hawaii suggerisce anche che la plastica rilasci gas serra quando si degrada nell’ambiente. Secondo il Center for international environmental law, le emissioni globali legate alla plastica potrebbero raggiungere 1,3 miliardi di tonnellate entro il 2030, tanto quanto quasi 300 centrali elettriche a carbone. E, se la produzione crescerà come previsto, la plastica occuperà tra il 10 e il 13 per cento delle emissioni di carbonio “consentite” dagli obiettivi climatici per tenere il riscaldamento al di sotto di 1,5 gradi.
La produzione di plastica, inoltre, si basa in parte su un componente del gas naturale chiamato etano, rilasciato durante il fracking, la tecnica estrattiva di petrolio e gas che richiede perforazioni e fratturazioni continue e che, secondo gli esperti, pone grossi rischi per il pericolo di perdite di gas, sismicità indotta e contaminazione delle falde acquifere. Il National Geographic riferisce che secondo il gruppo industriale American chemistry council, dal 2010 sono stati programmati o portati a compimento all’incirca 350 progetti petrolchimici con autorizzazione al fracking per un costo totale di oltre 200 miliardi di dollari. Le aziende di fracking statunitensi vendono il gas etano “in eccesso” ai produttori di plastica in Europa dove l’etano viene sottoposto a un processo che utilizza grandi quantità di energia e che “rompe” il gas in etilene, a sua volta poi trasformato in resina plastica.
Un falso assunto
Tra i grandi produttori di plastica, però, non ci sono solo le aziende petrolifere e i giganti petrolchimici, ma anche le multinazionali di bevande e packaging come la Coca-Cola, la Nestlé e la Unilever e quelle del tabacco. Si tratta di alcune tra le più grandi e potenti aziende del mondo che hanno unito le loro forze per la propria convenienza.
L’inchiesta Plastic wars di National public radio (Npr) e Public broadcasting service Frontline del 2020 ha rivelato che queste industrie hanno venduto al pubblico un’idea sapendo già in partenza che non avrebbe funzionato, e cioè che il problema si sarebbe risolto perché la maggior parte della plastica poteva essere e sarebbe stata riciclata. Ma non è così. I produttori di plastica l’hanno sempre saputo ma hanno speso milioni di dollari per comunicare il contrario. Come ha detto a NPR un ex funzionario dell’industria: “Vendere la possibilità del riciclo faceva vendere la plastica, anche se era una possibilità non vera”. L’indagine mostra come i consumatori siano stati ingannati, dall’industria petrolifera in particolare, a pensare che il riciclo avrebbe risolto il problema dei rifiuti. “Se il pubblico pensa che il riciclo funziona, allora non sarà così preoccupato per l’ambiente”, ha dichiarato a NPR Larry Thomas, ex presidente della Society of the plastics industry, conosciuta oggi come Plastics industry association, uno dei gruppi commerciali più potenti del settore.
Anna Efetova, Getty Images
I documenti interni mostrano che negli Stati Uniti i dirigenti delle aziende conoscevano questa realtà sul riciclo della plastica già negli anni settanta. Queste strategie di manipolazione, infatti, risalgono soprattutto agli anni settanta e ottanta, quando prevaleva il negazionismo climatico dell’industria, promosso dalle lobby con l’obiettivo di ritardare e ostacolare il più possibile le politiche di protezione ambientale.
Responsabilità individuale
Le aziende di combustibili fossili finanziavano esperti di comunicazione per creare campagne pubblicitarie che potessero far arrivare il loro messaggio al pubblico. Il più conosciuto tra questi è “l’Indiano che piange”, da Crying Indian Ad, uno spot pubblicitario degli anni settanta il cui slogan recitava “Le persone inquinano, le persone possono fermare l’inquinamento”. Lo spot era parte di una campagna pubblicitaria messa su da Keep America Beautiful, un’organizzazione fondata da aziende leader nel settore di bevande e packaging con l’obiettivo di prevenire i divieti statali sugli imballaggi monouso.
La campagna pubblicitaria, inoltre, introdusse l’idea della responsabilità individuale. L’obiettivo era distogliere l’attenzione dall’attività delle industrie e dalla produzione, in modo tale che potessero continuare ad agire indisturbate. Il messaggio all’opinione pubblica statunitense, e poi mondiale, era che la soluzione dell’inquinamento dipende dalle singole persone e non dal sistema. E che finché ci fosse stata la possibilità di riciclarla, la plastica non sarebbe mai stata un problema.
Eppure, una ricerca della fondazione Ellen MacArthur suggerisce che solo il 2 per cento della plastica è riciclato in prodotti con la stessa funzione. Un altro 8 per cento è trasformato in qualcosa di qualità inferiore, un processo detto “down cycling”. Il resto finisce in discariche, disperso nell’ambiente o incenerito. La maggior parte degli esperti fornisce cifre simili.
“Di tutta la plastica prodotta a partire dagli anni cinquanta è stato riciclato solo il 9 per cento. Il resto è finito in discariche e inceneritori sparsi nel territorio. E oggi i numeri globali indicano che, della plastica immessa in commercio in tutto il mondo, si riesce a riciclarne meno del 20 per cento”, ha spiegato Ungherese, aggiungendo che diversi elementi complicano lo smaltimento della plastica. “Innanzitutto, non tutta la plastica si ricicla, ma se ne ricicla solo una parte. In secondo luogo, alcune tipologie di materie plastiche, pur essendo tecnicamente riciclabili, non hanno domanda sul mercato quindi piuttosto raramente riescono a essere riprocessate per dare luogo a un prodotto che abbia delle caratteristiche qualitative paragonabili a quello di partenza. Quindi c’è un grosso problema”.
La plastica, infatti, si “degrada” ogni volta che viene riutilizzata, il che significa che non può essere riutilizzata infinite volte. Inoltre, la plastica nuova è economica e di qualità migliore. “Quindi tutti i proclami delle aziende che dicono ‘ricicla ricicla e ricicla’ si devono scontrare con la realtà dei fatti che non tutta la plastica effettivamente è riciclabile”, ha spiegato Ungherese.
Le aziende del settore, in sostanza, hanno speso decine di milioni di dollari per promuovere i benefici di un prodotto sapendo già quali sarebbero stati i problemi per lo smaltimento e l’inquinamento.
Rifiuti spediti oltremare
Ma questi sforzi di pressione e lobby non riguardano solo il passato. In una recente inchiesta, Unearthed, Greenpeace UK ha mostrato come la Exxon lavori usando gruppi di facciata per sottrarsi alla regolamentazione sulle sostanze chimiche tossiche e la plastica. L’azienda, svela Unearthed, ha lavorato con gruppi come l’American chemistry council che comprende le operazioni petrolchimiche della Exxon Mobil, della Chevron e della Shell, così come le principali aziende chimiche tra cui la Dow, per influenzare la politica sui rifiuti di plastica e sulle sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) ultimamente sottoposte a un maggiore controllo al livello globale perché legate a problemi di salute come danni al fegato, cancro e disturbi alla nascita e allo sviluppo. I Pfas sono soprannominati “prodotti chimici eterni” (forever chemicals) perché non si decompongono nell’ambiente. I giornalisti di Unearthed sono andati sotto copertura, fingendosi reclutatori aziendali per assumere un lobbista della Exxon, Keith McCoy, per conto di un cliente. Secondo McCoy, le strategie delle aziende sulla plastica sono estrapolate dallo stesso “manuale” che la Exxon ha usato per ritardare l’azione sul cambiamento climatico.
Un altro grande problema è che, spesso, la responsabilità per la gestione dei rifiuti di plastica viene scaricata su paesi terzi. Molti paesi europei esportano tonnellate di rifiuti di plastica l’anno. Il rapporto Trashed di Greenpeace, per esempio, sottolinea che quelli del Regno Unito, finiscono in Turchia, in Malaysia e in Polonia. Per molti anni, gli Stati Uniti e altri paesi occidentali hanno inviato molti dei loro rifiuti in Cina fino a che, nel 2018, il paese ha imposto dei limiti sui rifiuti “importati”, così come ha fatto anche la Turchia nel 2020. Queste restrizioni, tuttavia, non hanno impedito ai paesi occidentali di trovare strade alternative per sbarazzarsi dei loro rifiuti e scaricarli oltremare.
A. Martin UW Photography, Getty Images
Secondo alcuni documenti esaminati dal New York Times, un gruppo industriale che rappresenta i più grandi produttori di prodotti chimici del mondo e le aziende di combustibili fossili sta facendo pressione per influenzare i negoziati commerciali degli Stati Uniti con il Kenya al fine di capovolgere la regolamentazione del paese sulla plastica, compreso il divieto sui sacchetti di plastica. Il gruppo sta anche facendo pressione affinché il Kenya continui a importare rifiuti plastici stranieri. Nel 2019, le esportazioni in Africa sono più che quadruplicate rispetto all’anno precedente. Sempre nel 2019, gli esportatori statunitensi hanno spedito più di 450 milioni di chilogrammi di rifiuti plastici in 96 paesi tra cui il Kenya, apparentemente per essere riciclati, sostiene l’indagine del New York Times.
Il punto è che la plastica è enormemente redditizia. L’industria petrolifera guadagna più di 400 miliardi di dollari all’anno producendo plastica. E adesso, con la domanda di combustibili fossili che continua a scendere, il settore deve trovare un modo per restare a galla. Per questo, sta puntando sempre più sulla plastica. E sta convincendo gli azionisti che i profitti deriveranno da lì. Secondo Greenpeace Italia, se le previsioni saranno rispettate, la plastica fornirà “l’ancora di salvezza” per aziende come la Shell, la Exxon e laBP che potranno perseverare nelle loro attività inquinanti basate sui combustibili fossili. Alcune stime indicano che la crescita della domanda di petrolio da parte del settore petrolchimico “sarà trainata per una quota che va dal 45 al 95 per cento proprio dalla crescente richiesta di plastica, finendo così per aggravare la crisi climatica”, sostiene Greenpeace Italia.
“Se osserviamo alcuni dati, soprattutto per il sudest asiatico e l’Europa, registriamo degli investimenti nel settore petrolchimico e per la produzione di plastiche che non si vedevano dalla fine degli anni settanta”, ha detto Ungherese.
Per l’industria fossile si tratta di un “rinascimento della plastica”. Il World economic forum prevede che la produzione di plastica raddoppierà nei prossimi vent’anni, in un momento in cui invece, soprattutto quella di plastica monouso, dovrebbe essere ridotta ai minimi.
Secondo Ungherese, la soluzione è fare in modo di ridurre l’uso della plastica a partire dall’usa e getta: “Oggi non ci sono ancora le condizioni per rimanere al 100 per cento senza plastica perché ci sono tantissimi ambiti in cui questo materiale è efficace e non può essere sostituito. Però l’usa e getta rappresenta il contrario di come dovrebbe essere usato perché si tratta di un materiale economico, leggero ma anche resistente e non biodegradabile. Noi invece lo usiamo per oggetti che restano nelle nostre mani da alcuni secondi a pochi minuti. È questo il paradosso di un oggetto che poi determina grandi danni sugli ecosistemi e sul mare. Una bottiglia, per esempio, è un contenitore che impiega centinaia di anni per degradarsi e noi l’abbiamo usato per pochissimo tempo”.
Soprattutto, è importante che si arrivi presto alla “responsabilità estesa al produttore”, cioè “chi immette nel mercato un prodotto deve essere responsabile dell’intero riciclo di vita”, ha aggiunto Ungherese. È poi è fondamentale che i governi stabiliscano una regolamentazione sulla produzione, senza ripetere il mito negazionista secondo cui agire contro la crisi climatica non conviene sul piano economico. “Arrivare prima alle soluzioni è un vantaggio competitivo non da poco, invece qui si continua ad adottare sempre la logica del meno peggio per lasciare alle aziende la possibilità di conservare le attività tradizionali”, ha commentato Ungherese. Anche perché, questo percorso agevolerebbe l’offerta dei posti di lavoro. Un’altra soluzione, infatti, sarebbe trasformare i prodotti in servizi, spiega il responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia. “Bisogna abbandonare un’economia lineare in cui compri un prodotto lo usi e lo getti via e andare verso un sistema in cui i prodotti diventano servizi. Per esempio, se voglio andare a fare il picnic con gli amici anziché comprare piatti o bicchieri di plastica li noleggio da una stoviglieria. Questo produce molti più posti di lavoro”.
L’azione dei singoli individui è necessaria ma non risolverà il problema. È necessaria un’azione urgente da parte dei governi e delle istituzioni, soprattutto se le aziende continuano a dare priorità al profitto sul resto. “Non vogliamo rivivere uno stesso film già visto con il clima,” ha dichiarato Ungherese “Queste aziende fanno enormi profitti vendendo il mito del riciclo e scaricando sulle singole persone la responsabilità, mentre continuano a incassare enormi profitti a scapito degli esseri umani e del pianeta su cui viviamo”.
fonte: www.internazionale.it
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Il governo della Groenlandia ha annunciato che non saranno più sfruttate riserve petrolifere sul proprio territorio, per ragioni economiche e climatiche.
La Groenlandia ha deciso di vietare le attività di ricerca di petrolio su tutto il territorio nazionale. Ad annunciarlo è stato il governo guidato da Mute Egede, nella giornata di venerdì 16 luglio: secondo l’esecutivo dell’immensa isola nordica, lo sfruttamento delle fonti fossili è poco redditizio e troppo pericoloso per clima e ambiente.
Allo studio un divieto anche sull’estrazione di uranio
Si tratta della prima grande riforma approvata sulla questione dal governo, retto da una coalizione composta da sinistra ed ecologisti. I dirigenti della Groenlandia stanno riflettendo anche ad una seconda legge, che vieterebbe anche l’estrazione di uranio. Già è stato congelato, in questo senso, un vasto progetto della società australiana Geeenland Minerals. Una scelta in linea con l’orientamento della popolazione: un sondaggio indica che il 63 per cento degli abitanti dell’isola è contraria allo sfruttamento dell’uranio.
Il cambiamento è epocale: numerosi studi hanno indicato infatti la Groenlandia come una terra ricchissima di risorse naturali. Una stima dell’Istituto per gli studi geologici degli Stati Uniti ha valutato in 51 miliardi di barili la quantità di petrolio che potrebbe essere presente nella regione. Ovvero un quinto delle riserve petrolifere non ancora sfruttate nel Pianeta.
“Troppi rischi per il clima e scarsa redditività economica”
Dal punto di vista politico, inoltre, si tratta di una scelta diametralmente opposta rispetto a quella assunta nel 2010, quando vennero concesse sette autorizzazioni per l’esplorazione alla ricerca di greggio a diverse grandi imprese petrolifere, tra cui l’inglese Shell e la scozzese Cairn Energy.
Ma il governo, secondo quanto riferito dall’agenzia Afp, è stato chiaro: “Una nuova analisi economica della redditività petrolifera in Groenlandia mostra chiamante che essa è pari alla metà di ciò che era stato previsto dalle compagnie”. La ministra delle Risorse naturali Naaja Nathanielsen ha quindi aggiunto che “si tratta di una tappa logica, poiché per noi la crisi climatica è una questione seria”.
fonte: www.lifegate.it
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Greenpeace: "Grazie a una massiccia attività di lobby a livello nazionale ed europeo, alcune delle aziende che più contribuiscono alla crisi climatica rischiano così di essere tra i principali beneficiari dei fondi europei in Italia, Spagna, Portogallo e Francia".
"Un nuovo rapporto della coalizione Fossil FreePolitics, promossa anche da Greenpeace International, denuncia come l’industria dei combustibili fossili abbia cercato di mettere le mani sui fondi europei per la ripresa economica, che dovrebbero servire a finanziare la transizione ecologica, per promuovere false soluzioni come l’idrogeno ricavato dal gas fossile. Grazie a una massiccia attività di lobby a livello nazionale ed europeo, alcune delle aziende che più contribuiscono alla crisi climatica rischiano così di essere tra i principali beneficiari dei fondi europei in Italia, Spagna, Portogallo e Francia" lo scrive Greenpeace in una nota. "Nel nostro Paese, le pressioni esercitate sul governo dall’industria dei combustibili fossili erano riuscite a quadruplicare gli investimenti destinati all’idrogeno, lievitati da uno a quattro miliardi di euro attraverso l’inclusione nel PNRR dell’idrogeno “blu”, che a differenza dell’idrogeno “verde” è ricavato dal gas fossile. Questo tentativo di promuovere una falsa soluzione come l’idrogeno è stato sventato solo in parte dall’intervento della Commissione Europea, che nell’ultima versione del PNRR ha imposto una riduzione dei finanziamenti all’idrogeno e stabilito che questi dovranno essere limitati all’idrogeno verde. Ma resta il rischio concreto che progetti analoghi possano essere comunque finanziati con altri fondi europei". "Il rapporto documenta infatti come da febbraio a oggi la lobby dei combustibili fossili abbia goduto di una corsia preferenziale presso il Ministero della Transizione Ecologica, con una media di tre incontri a settimana. La parte del leone è stata fatta da Eni, seguita da Snam ed Enel, che da soli hanno partecipato alla metà degli incontri. Lo stesso ministro Roberto Cingolani è stato presente a venti incontri, oltre a partecipare a un webinar sull’idrogeno organizzato dall’industria dei combustibili fossili. L’attività di lobby si è estesa a una dozzina di audizioni parlamentari, dove i rappresentanti dell’industria hanno potuto avanzare le loro proposte, pienamente avallate dal Parlamento italiano e integrate nel PNRR che il Governo Draghi aveva presentato alla Commissione Europea". «Sebbene l’intervento della Commissione Europea abbia evitato che i soldi del Recovery Fund fossero usati per finanziare le false soluzioni di Eni, il PNRR italiano dedica all’idrogeno e al biogas più denaro di quanto stanziato per migliorare le nostre unità di terapia intensiva e rinnovare le attrezzature ospedaliere. Evidentemente l’Italia preferisce dare priorità all’idrogeno e al gas», dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna Clima ed Energia di Greenpeace Italia. "Claudio Descalzi, amministratore delegato di Eni, ha più volte cercato di convincere i parlamentari italiani che l’idrogeno è la soluzione migliore per decarbonizzare il settore dei trasporti, ma di recente ha ammesso che Eni non intende vendere idrogeno “blu” nel prossimo futuro, che sarà invece usato come carburante nelle raffinerie di petrolio". «È l’ennesimo bluff di Eni», commenta Iacoboni, «che anziché impegnarsi seriamente per decarbonizzare l’economia intende usare l’idrogeno per continuare a produrre benzina e diesel, facendo pagare ai cittadini e alle cittadine italiane un modello di business inquinante e basato su infrastrutture obsolete».
fonte: www.greencity.it
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Nei giorni scorsi, navigando in Adriatico con la nostra spedizione “Difendiamo il Mare”, ci siamo imbattuti in numerosi rifiuti galleggianti o abbandonati sulle spiagge: guanti monouso, involucri, imballaggi, bottiglie. Ma anche attrezzi da pesca, come le cassette in polistirolo usate per conservare il pescato, o le famigerate reti tubolari in cui vengono allevate le cozze che finiscono sulle nostre tavole. Una vasta gamma di oggetti che rende bene l’idea di quanto la plastica trovi impiego in numerose applicazioni.
Tutti questi manufatti in plastica derivano dalla trasformazione di gas fossile e petrolio, il cui sfruttamento è tra le principali cause dell’emergenza climatica in corso. Inquinamento da plastica e crisi climatica sono quindi due facce della stessa medaglia, entrambe riconducibili a un’economia basata sullo sfruttamento delle fonti fossili.
Con l’elettrificazione dei trasporti e il crescente ricorso alle rinnovabili per altri settori industriali, sarebbe lecito aspettarsi una rapida riduzione dei consumi di petrolio e gas. Peccato che questo tanto atteso declino, fondamentale per mitigare la crisi climatica, potrebbe essere vanificato dalla produzione di plastica, destinata a triplicare entro il 2050. Se le previsioni saranno rispettate, la plastica fornirà l’ancora di salvezza per aziende come Shell, Exxon, BP, ENI, Ineos che potranno perseverare nel loro business inquinante basato sui combustibili fossili.
Alcune stime indicano che la crescita della domanda di petrolio da parte del settore petrolchimico, laddove i combustibili fossili vengono trasformati in plastica e altri materiali, sarà trainata per una quota che va dal 45 al 95 per cento proprio dalla crescente richiesta di plastica, finendo così per aggravare la crisi climatica.
È oramai evidente a tutti che i rifiuti in plastica inquinano il mare. Ma pochi sanno che la raffinazione di gas e petrolio ha conseguenze altrettanto devastanti per l’ambiente. Una situazione purtroppo ben nota alle persone che vivono a Brindisi, ultima tappa del nostro tour “Difendiamo il mare”, nonché la città che ospita uno dei principali poli petrolchimici dove si produce plastica nel nostro Paese.
Da anni cittadine e cittadini di Brindisi assistono impotenti alle frequenti sfiammate delle torce a cui sono associate le emissioni di pericolosi gas inquinanti. Il benzene, ad esempio, una sostanza cancerogena per l’essere umano, ha più volte raggiunto livelli preoccupanti nell’aria. Proprio per tutelare la cittadinanza da questo inquinante, nella primavera del 2020 il sindaco della città aveva imposto uno stop alle attività del petrolchimico. Livelli elevati di inquinamento sono stati registrati da ARPA Puglia anche nei mesi successivi. Una situazione che è sfociata in un contrasto tra l’amministrazione cittadina e il Ministero della Transizione Ecologica durante il processo di rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale (AIA) conclusosi nei mesi scorsi. Il sindaco chiedeva l’istallazione di una rete di centraline per misurare la presenza di inquinanti nell’area limitrofa al petrolchimico. Ma il Ministero della Transizione Ecologica non l’ha accolta, inducendo il primo cittadino della città pugliese a presentare un ricorso al TAR per far valere le sue istanze e proteggere la collettività.
Questo non è l’unico caso in cui la tutela della salute e dell’ambiente si scontrano con gli interessi industriali. Uno scenario che non vorremmo più vedere né in Italia né in altre parti del mondo, in cui comunità già gravate da decenni di inquinamento sono sottoposte al ricatto tra salute, ambiente e lavoro. Se vogliamo una vera transizione ecologica bisogna avere il coraggio di abbandonare le produzioni inquinanti e decarbonizzare la nostra economia, lasciandoci alle spalle sia l’uso di petrolio e gas fossile, sia i prodotti derivati, a partire dalla plastica monouso.
fonte: www.greenpeace.org
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