Torna la Carovana dei ghiacciai di Legambiente e Comitato Glaciologico Italiano per monitorare lo stato di salute dei ghiacciai alpini e del Calderone
Legambiente e il Comitato Glaciologico Italiano (CGI) denunciano che è ormai «Codice rosso per i ghiacciai italiani minacciati sempre più dalla crisi climatica. Entro la fine del secolo la maggior parte di essi, secondo studi scientifici, potrebbe scomparire ed entro il 2050 quelli al di sotto dei 3.500 metri saranno destinati molto probabilmente alla stessa sorte. Le temperature medie degli ultimi 15 anni non ne permettono la sopravvivenza».
Nell’ultimo secolo i ghiacciai alpini hanno perso il 50% della loro area. Di questo 50%, il 70% è sparito negli ultimi 30 anni. Preoccupa anche lo stato di salute del Calderone, un ghiacciaio appenninico quasi del tutto scomparso e declassato a “glacionevato”, cioè un accumulo di ghiaccio di ridotta superficie, di limitato spessore e senza un moto di deflusso verso valle del ghiaccio. La campagna glaciologica 2020, coordinata dal CGI, ha confermato «La tendenza trentennale di marcata contrazione delle masse glaciali del nostro paese. Una tendenza che appare in accelerazione negli ultimi 15 anni, seppure con modalità e velocità differenziate nei vari settori alpini monitorati». Altro aspetto che emerge riguarda la frammentazione dei ghiacciai. In seguito alla deglaciazione i ghiacciai si stanno frammentando da un corpo glaciale in più parti separate.
Cigno Verde e CGI sono pronti a partire con la seconda edizione della Carovana dei ghiacciai, la campagna itinerante che dal 23 agosto al 13 settembre monitorerà lo stato di salute di 13 ghiacciai alpini e del glacionevato del Calderone, nel massiccio del Gran Sasso. Legambiente spiega che «Si partirà con i ghiacciai dell’Adamello (Lombardia e Trentino) per proseguire in Alto Adige con quelli della Val Martello nel Parco dello Stelvio e quindi il ghiacciaio del Canin in Friuli Venezia Giulia. Si scenderà poi sull’Appennino, per osservare il glacionevato del Calderone, in Abruzzo, tra i più meridionali d’Europa per poi risalire nel nord-ovest alpino con i ghiacciai del massiccio del Gran Paradiso (Piemonte e Valle D’Aosta) e concludere la campagna il 13 settembre presso il Forte di Bard (AO)».
La campagna è stata inserita nella piattaforma All4Climate – Italy che raccoglie tutti gli eventi dedicati alla lotta contro i cambiamenti climatici che si svolgeranno quest’anno in vista della COP26 di Glasgow. Durante ogni tappa, Legambiente e CGI realizzeranno monitoraggi scientifici ad alta quota per osservare le variazioni storiche dei ghiacciai e le trasformazioni glaciali. Il CGI, principale riferimento in Italia per gli studi dell’ambiente glaciale e partner scientifico della Carovana dei ghiacciai, condividerà le sue esperienze di ricerca ed un patrimonio di dati secolare custodito nell’archivio del Comitato all’università degli studi di Torino. Marco Giardino, segretario del Comitato Glaciologico Italiano, ricorda che «Sin dal 1911, il CGI promuove e coordina campagne glaciologiche annuali, e grazie al lavoro di operatori glaciologici volontari e ad un protocollo scientifico stabilito dal Comitato è stato possibile documentare storicamente lo stato dei ghiacciai italiani e quantificare le fluttuazioni delle fronti glaciali per più di un secolo. Un patrimonio di conoscenze indispensabile anche per disegnare anno dopo anno gli scenari futuri dell’ambiente d’alta quota nel nostro Paese».
Le due organizzazioni sottolineano che «Il monitoraggio in questione, oltre a permettere di documentare l’impatto della crisi climatica, consentirà anche valutarne gli effetti sul territorio. La deglaciazione, infatti, coinvolge il deflusso delle acque e il suo stoccaggio così come gli ecosistemi alpini nella loro globalità. Già adesso si osservano i primi effetti concreti su acqua potabile, raccolti, irrigazione, servizi igienico-sanitari, energia idroelettrica e stazioni sciistiche».
Di tappa in tappa, nel corso della Carovana dei ghiacciai verranno organizzati anche incontri, mostre, escursioni per conoscere il territorio montano. Come lo scorso anno, sarà anche previsto uno speciale momento di raduno, il “saluto al ghiacciaio”. Gli eventi al chiuso (convegni e conferenza) saranno a numero programmato, si potrà partecipare iscrivendosi per tempo consultando le tappe su https://www.legambiente.it/campagna/carovana-dei-ghiacciai/
Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, evidenzia che «Mentre l’Italia brucia soffocata da una grave emergenza incendi, i ghiacciai delle nostre montagne continuano a soffrire. Tutto ciò accade in un’estate caratterizzata sempre più da eventi estremi. Per comprendere meglio le cause e gli effetti di una tendenza apparentemente irreversibile anche quest’anno Legambiente monitorerà l’ambiente montano insieme al Comitato Glaciologico con la Carovana dei ghiacciai, una campagna che ha la capacità di raccontare in maniera tangibile gli effetti della crisi climatica sul territorio a partire proprio dai ghiacciai, indicatori sensibilissimi del cambiamento climatico».
Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e coordinatrice della campagna, aggiunge: «La stessa IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, che recentemente ha denunciato l’intensificazione e l’irreversibilità degli effetti dei cambiamenti climatici elenca le Alpi tra le aree strategiche più importanti in cui è fondamentale acquisire dati per elaborare strategie di adattamento. Strategie sulle quali Legambiente da anni sta riflettendo chiedendo che vengano messe in campo misure e politiche ambiziose così come su quelle della mitigazione sul clima per arrivare a emissioni nette pari a zero al 2040, in coerenza con l’Accordo di Parigi».
La prima tappa di Carovana dei Ghiacciai, che rientra nella campagna ChangeClimateChange, sarà sui ghiacciai dell’Adamello (Lombardia e Trentino) dal 23 al 25 agosto. Il 23 agosto ci sarà dalle ore 17.00 alle 19.00 la conferenza “Il futuro dei ghiacciai dell’Adamello” presso il Musil di Cedegolo (Bs), moderata Vanda Bonardo, responsabile Alpi Legambiente, e che vedrà intervenire Valter Maggi, vicepresidente Comitato Glaciologico Italiano; Marco Giardino, segretario Comitato Glaciologico Italiano; Carlo Baroni, coordinatore Alpi Centrali Comitato Glaciologico Italiano; Franco Capitanio, Consigliere Centrale CAI; Guido Calvi, direttore del Parco dell’Adamello; Amerigo Lendvai, Servizio Glaciologico Lombardo. Martedì 24 agosto ci sarà l’escursione al ghiacciaio dell’Adamello e a seguire Flash Mob Change Climate Change, momento dedicato al silenzioso e prezioso lavoro che svolgono i ghiacciai. Riflessioni, brani e poesie a cura di Paola Turroni. Mercoledì 25 agosto ore 10.30 la conferenza stampa – Sala dell’Unione dei Comuni Ponte di Legno (Bs).
Il viaggio della Carovana dei ghiacciai si potrà seguire anche sulla pagina facebook di Legambiente Alpi dove verranno postate news, foto, video, interviste. Hashtag della campagna: #Carovanadeighiacciai #Changeclimatechange. Tutte le iniziative saranno organizzate nel rispetto dei protocolli Covid.
fonte: www.greenreport.it
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”Non è vero che sul clima esistono due posizioni sul #clima, gli #scienziati la pensno tutti alla stessa maniera. Ecco perchè servono buoni #divulgatori".
fonte: @ISPRA_Press
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Primi nell’Ue, in Europa ci batte solo il Regno Unito. Il nuovo decreto FER2 potrebbe dare un ulteriore grande slancio al settore
Il primo rapporto del progetto europeo OceanSET 2020, che ha analizzato investimenti e sviluppo tecnologico in Belgio, Finlandia, Francia, Irlanda, Italia, Norvegia, Paesi Bassi, Portogallo, Regno Unito, Spagna e Svezia ha concluso che «Con circa 5 milioni di euro l’anno l’Italia è al primo posto tra i Paesi mediterranei e al secondo in tutta Europa, subito dopo il Regno Unito, per finanziamenti pubblici all’energia dal mare».
Per l’Italia i dati sono stati raccolti ed elaborati da ENEA, rappresentante nazionale del SET-Plan Ocean Energy, il gruppo che implementa il Piano Strategico europeo di sviluppo delle tecnologie energetiche marine. Inoltre, Enea ricorda di essere «impegnata attivamente nel campo dell’energia dal mare sia con lo sviluppo di prototipi per lo sfruttamento energetico delle onde (impianto PEWEC) che con modelli climatologici e di previsioni ad alta risoluzione del moto ondoso (Waves) e delle maree (MITO)».
Gianmaria Sannino, responsabile del laboratorio Enea di Modellistica climatica e impatti, sottolinea che «Il settore dell’energia dal mare in Italia sta entrando in una fase operativa, precommerciale, grazie alle sperimentazioni in corso di prototipi sviluppati da enti di ricerca come ENEA, CNR e RSE, università e grandi aziende nazionali dell’energia. Ora è necessario consolidare questa posizione attraverso una programmazione di medio termine dei finanziamenti pubblici alla ricerca e il supporto degli incentivi allo sviluppo di questo settore delle rinnovabili. E, a questo proposito, siamo in attesa del nuovo decreto FER2 che potrebbe dare un ulteriore grande slancio al nostro settore».
All’ENEA spiegano che «In Europa la disponibilità di risorse energetiche marine è maggiore lungo la costa atlantica (in particolare in Irlanda e Scozia), ma il mar Mediterraneo non è da meno, anzi offre opportunità interessanti sia per produzione energetica che per sviluppo di tecnologie. Le aree con il più alto potenziale di energia dalle onde sono le coste occidentali della Sardegna e della Corsica, ma anche il Canale di Sicilia e le aree costiere di Algeria e Tunisia, dove il flusso medio di energia oscilla tra i 10 e i 13 kW/m. Mentre l’energia dalle maree può essere “estratta” principalmente nello Stretto di Messina, dove la produzione di energia potrebbe arrivare a 125 GW/h l’anno – una quantità sufficiente a soddisfare il fabbisogno energetico di città come la stessa Messina – grazie allo sfruttamento delle correnti che raggiungono velocità superiore a 2 metri al secondo. In questo contesto l’Italia si posizione come il paese più avanzato del bacino mediterraneo per ricerca e sviluppo di dispositivi, guadagnandosi una posizione di rilievo a livello internazionale. Infatti, le competenze scientifiche e industriali italiane, unite alle favorevoli condizioni climatiche del nostro mare, hanno consentito finora di condurre test meno rischiosi e più economici sui dispositivi hi-tech e di progettare sistemi innovativi sempre più efficienti per l’estrazione di energia».
Gli stanziamenti pubblici degli 11 Paesi europei presi in esame nel rapporto “Ocean SET 2020” sono stati pari a 26,3 milioni di euro, ma solo 6 Paesi – Italia, Francia, Irlanda, Portogallo, Regno Unito e Spagna – hanno adottato politiche specifiche per lo sfruttamento dell’energia di maree e moto ondoso a fini energetici.
All’ENEA spiegano ancora che «Tra gli obiettivi a breve e medio termine, l’Unione europea ha posto la riduzione del costo del kWh dell’energia dalle maree (da 0,15 €/kWh nel 2025 a 0,10 €/kWh nel 2030) e dall’energia delle onde (da 0,20 €/kWh nel 2025 a 0,10 €/kWh nel 2035). A livello tecnologico, invece, sono stati finanziati 79 progetti di ricerca, di cui 57 per l’energia dalle onde e 22 dalle maree: in Italia i prototipi più promettenti sono 5, di cui 4 per le onde e 1 per le maree. Ma tra tutte queste iniziative, sono 12 i progetti europei (7 per l’energia dal mare e 4 dalle maree) più promettenti, che hanno raggiunto un livello molto avanzato di sviluppo tecnologico, consentendo di creare 200 nuovi posti di lavoro. Con una differenza significativa tra i due gruppi: i sistemi per l’estrazione di energia dalle maree utilizzano come tecnologia principale la turbina ad asse orizzontale, mentre per le onde non esiste un sistema predominante e questo lascia ampio margine alle sperimentazioni che spaziano da impianti a punti galleggianti fino a quelli a colonna d’acqua oscillante; ma tutti – considerato il loro elevato livello di maturità (TRL 7) – sono stati testati in ambienti operativi reale. Solo in Italia esistono siti di prova che si trovano a Pantelleria, Reggio Calabria, Napoli e in Adriatico».
Lanciato nel 2019, il progetto Ue OceanSET ha l’obiettivo di «fare il punto sulle tecnologie e i meccanismi di finanziamento attivi negli stati europei per promuovere una conoscenza condivisa su questa nuova fonte di energia pulita, su cui l’Europa potrebbe guadagnare la leadership a livello mondiale con un giro d’affari potenziale di oltre 50 miliardi di euro l’anno e la creazione di 400mila nuovi posti di lavoro al 2050».
Negli ultimi anni l’impegno di ENEA nei progetti dedicati all’energia del mare è stato intenso, con la partecipazione a progetti finanziati tra gli altri dal Fondo di sviluppo regionale europeo (PELAGOS): «A novembre 2019 inoltre è partito il progetto Interreg-MED BLUE DEAL, che ha lo scopo di superare le attuali restrizioni tecniche e amministrative alla diffusione della Blue Energy e di definire procedure e requisiti adeguati a supportare le decisioni nel rispetto dei vincoli normativi, ambientali e sociali. BLUE DEAL mira a identificare le migliori pratiche per la pianificazione, il collaudo e l’integrazione delle procedure per l’impiego della Blue Energy nelle regioni mediterranee e a stabilire un piano comune per la diffusione di queste tecnologie nell’area mediterranea. In circa tre anni verranno organizzati laboratori locali e transnazionali in diverse località costiere del Mediterraneo per coinvolgere le parti interessate, eseguire e verificare processi partecipativi di pianificazione e stabilire alleanze tra i settori pubblico e privato».
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Lo studio mostra le conseguenze a cascata del riscaldamento globale per ora nel Sud-Est asiatico
Lo scioglimento delle calotte di neve nei ghiacci dell'Himalaya sta provocando la fioritura di alghe tossiche note come Noctiluca scintillans tanto grandi da essere visibili dallo spazio. Lo sostengono, in un articolo pubblicato sulla rivista Scientific Reports, i ricercatori della Columbia University, che hanno osservato la presenza di questi vegetali nelle coste adiacenti al Mar Arabico. «Noctiluca scintillans, un organismo planctonico di dimensioni millimetriche con la capacità di prosperare nelle acque costiere, forma dei filamenti e degli spessi turbinii verdi», afferma Joaquim Goes del Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University.
«Si tratta di un organismo resiliente, quasi sconosciuto vent'anni fa, ma che si è moltiplicato a un ritmo allarmante in India, Pakistan e altre nazioni, preoccupando gli esperti e minacciando la sopravvivenza del plancton, che ha un ruolo fondamentale nella catena alimentare. Lo scioglimento della neve nella regione dell'Himalaya tibetana sta aumentando le temperature oceaniche, alimentando così l'espansione della Noctiluca», aggiunge il ricercatore, specificando che le immagini satellitari della Nasa mostrano l'avanzare dell'alga. «Si tratta probabilmente di uno degli effetti più drammatici che abbiamo osservato in relazione ai cambiamenti climatici. Noctiluca è presente ora nel sud-est asiatico, al largo delle coste della Thailandia e del Vietnam fino a sud delle Seychelles e ovunque si manifesti porta dei problemi perché minaccia la catena alimentare già vulnerabile del Mar Arabico, danneggiando la qualità dell'acqua e causa mortalità per i pesci», prosegue Goes.
Il team ha effettuato degli esperimenti in laboratorio, utilizzando dati da indagini sul campo e immagini satellitari dell'agenzia spaziale americana. «Analizzando decenni di dati abbiamo collegato l'ascesa di Noctiluca nel Mar Arabico con lo scioglimento dei ghiacciai e con l'indebolimento dei monsoni invernali, che sono più caldi e umidi. Inoltre sono pochissime le specie che possono nutrirsi della Noctiluca», spiega ancora l'esperto. «La perdita di risorse della pesca ha il potenziale per esacerbare ulteriormente le turbolenze socioeconomiche per i paesi della regione che sono già colpiti dalla guerra e dalla povertà. Il nostro studio mostra le conseguenze a cascata del riscaldamento globale e di come i cambiamenti climatici influiscano sulla biologia degli oceani», conclude Goes.
Messa a punto dai ricercatori della Rice University, la tecnica consente di ottenere scaglie di grafene partendo da rifiuti organici e dalla plastica. La metodologia, ancora da migliorare, si è già dimostrata particolarmente efficiente ed economica
Grazie alla sua elevata conduttività termica ed elettrica, ad un profilo ultrasottile e alla grande resistenza, il grafene ha recentemente aperto alcune eccitanti possibilità nel mondo della scienza dei materiali.
Il problema principale, com’è noto, riguarda però la sua produzione, costosa e spesso complessa. Ad oggi, uno dei modi principali per produrre grafene è la deposizione chimica da vapore, un processo in cui una fonte di carbonio (tipicamente metano) viene pompata in una camera per forzare una reazione chimica e lasciare un foglio spesso solo un atomo sulla superficie di un substrato sottile. Si tratta di un processo processo laborioso e costoso, che porta il prezzo commerciale del grafene in un range compreso tra i 67.000 e i 200.000 dollari a tonnellata.
Non c’è dunque da stupirsi che gli scienziati siano alla ricerca di metodi alternativi – più semplici ed economici – per produrlo. Un passo avanti in tal senso è stato compiuto dai ricercatori della Rice University (Texas), alle prese con una nuova tecnica in grado di convertire una vasta gamma di prodotti spazzatura in “grafene flash” in modo economico ed efficiente.
Il processo sfrutta l’Effetto Joule (Joule heating) mediante il quale la corrente elettrica viene fatta passare attraverso un materiale conduttivo per generare calore. In tal modo è possibile riscaldare qualsiasi materiale contenente carbonio fino a circa 3.000 Kelvin (2.730 ° C) trasformandolo in scaglie di grafene in appena 10 millisecondi e convertendo gli elementi non carboniosi presenti nel rifiuto in gas utili.
L’aspetto più promettente di questa nuova tecnologia – spiegano i ricercatori – è la vasta gamma di materiali che possono essere utilizzati per generare il grafene. Tutto, dalle bucce di banana alla plastica, può fungere da fonte di carbonio e, quindi, essere utilizzato per lo scopo.
Tutto questo permetterebbe da una parte di riciclare rifiuti e, dall’altra, di ottenere grafene a prezzi estremamente più vantaggiosi. A sua volta, la possibilità di ottenere grafene a prezzi vantaggiosi ne permetterebbe un impiego più diffuso in diversi campi.
Uno su tutti quello dell’edilizia: addizionando il cemento a solo lo 0,1% di grafene, gli scienziati hanno per esempio scoperto che si potrebbe ridurre di circa un terzo l’impatto ambientale della produzione di calcestruzzo.
La ricerca è stata pubblicata sulla rivista Nature, mentre il video qui sotto ci fornisce una panoramica della tecnologia.
Tra le tante attività, lei si occupa di smontare la pseudoscienza che circola sul clima: in che modo?
«Una quindicina di anni fa mi sono reso conto che c'era un abisso tra quello che si raccontava ai convegni o che si leggeva sulle riviste scientifiche e quello che invece compariva sui giornali o in televisione. Gli scienziati erano sicuri già da anni che il pianeta si stava scaldando e che l'uomo era responsabile della stragrande maggioranza dell'incremento delle temperature, e che questo era un problema serio. Sui giornali invece un articolo su due smontava questa tesi. Girano molte leggende sui cambiamenti climatici, diffuse da pseudoscienziati che non appartengono al mondo della climatologia. Con altri colleghi abbiamo poi fondato il blog climalteranti.it, abbiamo pubblicato 500 post in cui smontiamo le stupidaggini dette in campo scientifico. Il negazionismo praticamente non esiste più, solo in alcune riviste a pagamento si pubblicano anche articoli che sostengono che la terra sia quadrata».
Già solo ospitare sui media uno scienziato e uno pseudoscienziato significa fare cattiva informazione...
«Certo, ci sono testate televisive che hanno l'idea che si debba sempre fare la par condicio perché dando spazio a tutti c'è democrazia. Ma la democrazia non dà diritto alla disinformazione. Se una tesi non esiste in campo scientifico non ha senso invitare uno che la propone. Tutti hanno diritto di fare proposte su come risolvere un problema, però solo se si mette la scienza di fronte alla scienza. Non si può dire che il problema non esiste se la comunità scientifica dice il contrario, bisogna fare informazione su quello che la comunità scientifica riconosce. La BBC ha dichiarato che si impegnerà a non invitare più in tv i negazionisti del clima. In questo momento storico bisogna fare delle scelte importanti per non confondere l'opinione pubblica». Cosa si può fare per rimediare?
Non mi dica che non c'è più tempo... «Non si sta facendo abbastanza sul fronte dell'adattamento al cambiamento climatico, cioè la gestione degli impatti inevitabili già in corso. Sul lato della mitigazione del problema, quindi ridurre i gas serra e cambiare il sistema energetico, qualcosa si sta facendo ma dobbiamo essere molto più rapidi. L'obiettivo è l'accordo di Parigi: in 30 anni dobbiamo rottamare l'attuale sistema energetico. Questo è l'obiettivo della politica, cambiare in pochi anni il paradigma economico a partire da un maggiore sviluppo delle energie rinnovabili, l'aumento dell'efficienza energetica, togliere i sussidi ai combustibili fossili, una mobilità più sostenibile e politiche per il trasporto pubblico volte a disincentivare le auto e molto altro. Nel mio libro Il clima è già cambiato c'è un'appendice con le 101 azioni che possono fare i cittadini individualmente, fino alla mobilitazione come quella che c'è in questi tempi».
Clima: nel rapporto “10 New Insights in Climate Science 2019”, presentato oggi a COP25 e consegnato alla segretaria esecutiva dell’UNFCCC Patricia Espinosa, si legge chiaramente, al primo punto, che il cambiamento climatico è più veloce e potente di quanto avessimo mai previsto: “Il ritmo dell’aumento contemporaneo delle concentrazioni di gas a effetto serra non ha precedenti nella storia del clima negli ultimi 66 milioni di anni e le concentrazioni di metano sono ora a un livello record del 257% dei livelli preindustriali. Un aumento della temperatura globale di 1,5 ° C al di sopra dei livelli preindustriali potrebbe essere raggiunto già nel 2030, anziché nel 2040 come è la proiezione media dell’IPCC”.
Il report- non certo l’unico proveniente dal mondo della ricerca presentato alla conferenza ONU sul clima – è in 10 punti chiave.
Secondo punto: non andiamo per niente bene. “Nonostante i fattori trainanti della riduzione delle emissioni, come la crescita dell’energia verde, le istituzioni che disinvestono dai combustibili fossili e alcuni paesi che eliminano gradualmente il carbone, l’industria fossile è ancora in crescita e i leader globali non si stanno ancora impegnando per i necessari tagli alle emissioni. Non siamo sulla buona strada per raggiungere l’accordo di Parigi”.
Terzo risultato del report: tutte le montagne saranno devastate con danni per tutto il pianeta. “Le montagne sono in prima linea per l’impatto dei cambiamenti climatici. I ghiacciai, la neve, il ghiaccio e il permafrost stanno diminuendo, il che influenzerà la disponibilità di acqua e aumenterà i pericoli naturali come frane e cascate, che potenzialmente colpiscono più di un miliardo di persone in tutto il mondo. Il cambiamento climatico influenzerà anche in modo irreversibile gli ecosistemi montani e la loro biodiversità, riducendo l’area dei punti di crisi della biodiversità, facendo estinguere le specie e compromettendo la capacità delle montagne di fornire servizi ecosistemici chiave. Dobbiamo riconoscere che la conoscenza locale e indigena nelle regioni montane svolge un ruolo chiave nella loro conservazione e gestione”.
Anche le foreste sono minacciate, con conseguenze globali. “Le foreste del mondo sono un importante pozzo di anidride carbonica, assorbendo circa un terzo delle emissioni antropogeniche di anidride carbonica. Gli incendi boschivi causati dall’uomo però hanno ridotto questi pozzi e il cambiamento climatico amplifica globalmente gli incendi boschivi selvatici. L’aumento degli incendi è stato osservato negli Stati Uniti occidentali e in Alaska, Canada, Russia e Australia a causa della prolungata siccità. Enormi emissioni sono state registrate dai cambiamenti nel terreno dell’Etiopia occidentale e dell’Africa tropicale occidentale. La perdita di foreste influenza sia il clima locale che quello globale. Combattere la deforestazione e incoraggiare la riforestazione, insieme alla gestione sostenibile delle foreste e altre soluzioni climatiche naturali, sono opzioni importanti per ridurre le emissioni nette”.
“Le condizioni meteorologiche estreme sono la “nuova normalità” nel 2019”, scrivono i ricercatori. Il cambiamento climatico ci sta costringendo a riconsiderare l’idea che abbiamo di un evento estremo. Ciò che una volta era considerato improbabile o raro – sia in termini di intensità che di frequenza – sta diventando parte di una “nuova normalità”. Gli eventi meteorologici e climatici estremi da record hanno continuato a dominare i titoli nel 2019, con l’impatto di eventi che vanno al di là della semplice registrazione e del danno ambientale: i costi materiali e umani sono particolarmente elevati. Sempre più le società dovranno adattarsi ad eventi “composti”, che possono amplificare in modo significativo il rischio di gravi impatti, e ad eventi “a cascata”, che non lasciano abbastanza tempo alle società di riprendersi prima che ne arrivi un altro. Gli estremi persistenti delle piogge e le ondate di calore, i modelli meteorologici insoliti dovuti al mutamento del flusso di correnti nell’emisfero settentrionale, così come i mari più caldi e più alti, influenzeranno tutte le regioni del mondo in modi diversi. Una mitigazione ambiziosa può contenere i rischi se manteniamo il riscaldamento a 1,5 ° C, ma a livello regionale verranno comunque raggiunti livelli pericolosi”.
Altra questione, la biodiversità: “la custode della resilienza della terra è minacciata”. “La biodiversità sulla terra, le barriere coralline e le popolazioni ittiche vedranno perdite tra il 14 e il 99 % a un riscaldamento da 1 a 2 ° C”, figuriamoci cosa potrebbe accadere se andassimo oltre. Inoltre, “la biodiversità è una caratteristica chiave degli ecosistemi stabili, fornendo – tra molti altri servizi all’umanità – riserve e pozzi di carbonio e proteggendo in tal modo la resilienza del sistema terrestre contro l’interruzione delle emissioni antropogeniche di carbonio. Pertanto, è urgente fermare il degrado degli ecosistemi”, continuano i ricercatori.
I cambiamenti climatici minacciano la sicurezza alimentare e la salute di centinaia di milioni di persone. “La denutrizione sarà il maggior rischio per la salute a causa dei cambiamenti climatici con il calo della produttività agricola, in particolare nelle zone aride dell’Africa e delle regioni montuose dell’Asia e del Sud America. Inoltre, l’aumento delle concentrazioni di anidride carbonica ridurrà la qualità nutrizionale della maggior parte delle colture di cereali. I cambiamenti climatici stanno già influenzando la produzione alimentare riducendo i raccolti agricoli, in particolare ai tropici, e aumenteranno perdite e danni in tutto il sistema alimentare. Gli stock ittici globali sono destinati a ridursi ulteriormente con il cambiamento climatico ed è un’ulteriore pressione sulle scorte già in calo di pesci e molluschi, importanti fonti di proteine e sostanze nutritive umane”.
I più poveri e vulnerabili saranno anche i più colpiti dai cambiamenti climatici. “La mancata risposta e relativo mancato adattamento ai cambiamenti climatici avranno conseguenze disastrose per centinaia di milioni di persone, principalmente le più povere, e ostacoleranno lo sviluppo nei paesi in via di sviluppo. Mentre tutti noi saremo colpiti dai cambiamenti climatici, i poveri sono più vulnerabili alla siccità, alluvioni, alte temperature e altri disastri naturali, anche per la loro scarsa capacità di adattamento. Con l’aumentare della frequenza dei pericoli naturali e climatici, sfuggire alla povertà sarà particolarmente difficile”.
Equità e uguaglianza sono fondamentali per mitigare e adattare con successo i cambiamenti climatici. “La giustizia sociale è un fattore importante per la resilienza della società di fronte ai cambiamenti climatici, vitale per la cooperazione sia locale che globale per facilitare la mitigazione e l’adattamento. L’elevata disuguaglianza è stata identificata come un fattore che contribuisce al disastro: l’esaurimento delle risorse ha spinto le civiltà a collassare in passato e minaccia la capacità della nostra attuale civiltà di sopravvivere ai cambiamenti climatici e ad altri cambiamenti ambientali. Il successo della politica climatica dipende anche dall’accettazione sociale, dalla giustizia, dalla correttezza e da un’equa distribuzione dei costi. Si tratta di fattori importanti per il sostegno pubblico alla politica e per evitare pericolosi sentimenti nazionalisti. Potrebbe essere giunto il momento per i punti di svolta sociale sull’azione per il clima”.
“I sondaggi dell’opinione pubblica indicano che un numero crescente di cittadini in vari paesi è seriamente preoccupato per i cambiamenti climatici e che le recenti massicce proteste civili si stanno avvicinando alle soglie in cui ci si potrebbe aspettare il “ribaltamento” di alcuni sistemi socioeconomici. Tuttavia, le misure politiche devono accompagnare il cambiamento comportamentale e per soddisfare l’accordo di Parigi sono necessarie trasformazioni profonde e di lungo periodo guidate da una grande varietà di attori”.
A proposito di sondaggi, anche gli italiani sono preoccupati. L’89% degli intervistati del sondaggio del XVII Rapporto “Gli Italiani, il solare e la green economy” fatto da Noto Sondaggi per Fondazione UniVerde, è preoccupato dai cambiamenti climatici, il 79% è convinto che si sta facendo poco per contenere l’aumento delle temperature entro i 2 gradi e solo il 2% crede nell’azione del Governo. Inoltre per il 34% degli italiani a mettere in campo azioni sono associazioni e società civile, seguono scienziati (25%), Università e scuole (8%). Per fermare il cambiamento climatico, la convinzione è che si stia facendo di più nel settore del riuso e riciclo dei materiali (27%) e nella produzione di energia da fonti rinnovabili (24%).
Il nostro primo ministro dice che il governo è in azione: “L’Italia c’è, nella sfida ai cambiamenti climatici”, dichiara Giuseppe Conte: “Noi lavoriamo innanzitutto per rispettare i parametri di riduzione della Co2 così come indicato dall’Accordo di Parigi e per raggiungere gli obiettivi posti dall’Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite”, dice. Si tratta di “una sensibilità declinata molto puntualmente e in modo molto prospettico nel programma di governo. Va arricchita di contenuti”. Appunto. E di incisività, aggiungiamo noi.
Per Papa Francesco, “la crescente consapevolezza di un intervento sul cambiamento climatico è ancora troppo debole, incapace di rispondere adeguatamente al forte senso di urgenza di mettere in campo rapide azioni richieste dai dati scientifici a nostra disposizione”. Questo il messaggio inviato dal pontefice ai partecipanti a COP25.
Secondo l'Accademia europea delle scienze la priorità a livello politico è quella di stabilizzare il clima e aumentare gli sforzi per ridurre le emissioni di gas serra con l’obiettivo di raggiungere un’economia a zero emissioni fossili entro il 2050
In un recente lavoro l’Accademia Europea delle Scienze (ESASAC) si è occupata di cambiamento climatico, evidenziando alcune importanti sfide da mettere in atto, in particolare la riduzione delle emissioni in atmosfera e il monitoraggio degli eventi metereologici estremi. Molta attenzione, in questo report, è dedicata agli effetti sulla salute, che sono complessi, non solo perché sono sia diretti che indiretti, ma anche in quanto si intersecano con molte questioni, come l’urbanizzazione, l’invecchiamento e le abitudini della popolazione.
I messaggi che l’Accademia delle Scienze lancia sono i seguenti: il cambiamento climatico è su scala globale, risulta attribuibile all’attività umana e sta già colpendo la salute umana con un rischio sempre maggiore nel futuro è necessario assumere decisioni importanti in breve tempo per far sì che le temperature non si alzino sopra i due gradi rispetto a livello pre-industriale, già questo ridurrebbe i rischi per la salute umana Alcuni benefici sulla salute si potrebbe ottenere, nel breve termine, optando per la decarbonizzazione, la riduzione delle emissioni in atmosfera e l’adozione di misure di mitigazione dei cambiamenti climatici gli effetti del cambiamento climatico sulla salute non sono confinati all’Europa ma vanno oltre i suoi confini le soluzioni sono a portata di mano, ma sicuramente può essere fatto di più partendo dalle conoscenze attuali ma questo richiede una precisa volontà politica la comunità scientifica ha un ruolo importante nel creare conoscenza e nel combattere l’ignoranza sugli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute e sui fattori che aumentano la vulnerabilità ma anche sulle strategie di mitigazione da adottare in stretta collaborazione con i decisori politici.
Secondo l'Accademia europea delle scienze la priorità a livello politico è quella di stabilizzare il clima e aumentare gli sforzi per ridurre le emissioni di gas serra con l’obiettivo di raggiungere un’economia a zero emissioni fossili entro il 2050.
A livello di società, è necessario costruire legami strategici tra adattamento e mitigazione, lavorando sul cambiamento climatico, ma anche sull’inquinamento e su altri settori. Questo presuppone la definizione di un chiaro confine tra ciò che è di competenza dell’UE e ciò che, invece, riguarda i singoli Stati con l'obiettivo di intergrare quanto più possibile le regole dell’una e degli altri.
Per quanto riguarda in particolare le politiche sanitarie, gli scienziati dell'Accademia sintetizzano il loro contributo nelle seguenti raccomandazioni.
La salute deve divenire un elemento trasversale di tutte le politiche, per questo è necessario: riformare la strategia di adattamento per assicurare maggiore attenzione sulle conseguenze che i cambiamenti climatici hanno sulla salute valutare l’impatto reale sulla salute delle strategie di adattamento e mitigazione legate ai cambiamenti climatici, come ad esempio quelle che riguardano i trasporti, l’energia e il settore immobiliare/edilizio, la qualità dell’aria, l’economia circolare, la bioeconomia, le politiche di migrazione sviluppare sistemi alimentari sani e sensibili al cambiamento climatico sia a livello di nazione che di singole città in comune accordo con la politica agricola comune dell’UE promuovere linee guida per una dieta sostenibile, valutando se e come l’UE, ma anche i singoli paesi membri, possono usare questi criteri per influenzare le politiche legate alla produzione di cibo mettere in connessione il cambiamento climatico e gli obiettivi di salute con tutte le altre politiche non solo quelle dei paesi confinanti ma anche politiche internazionali, con particolare riferimento a quelle stabilite dall’Organizzazione mondiale della salute, dal G7 e dal G20.
La ricerca deve colmare i "gap" di conoscenza con un continuo impegno per comprendere i meccanismi dell’impatto dell’ambiente sulla salute raccogliendo dati individuando gruppi vulnerabili definendo scenari alternativi anche attraverso la modellistica implementando gli indicatori di esposizione e vulnerabilità valutando l'efficacia concreta dei processi di adattamento e delle politiche di resilienza e mitigazione.
I dati devono essere intergrati per rafforzare la comprensione dei legami tra rischio ed esposizione, inoltre devono essere approfonditi i rapporti tra ambiente, politiche socio-economiche e dati sanitari.
Il rischio legato alla salute e dovuto ai cambiamenti climatici deve essere oggetto di comunicazione, risulta urgente aumentare la consapevolezza di quali possano essere gli effetti dei cambiamenti climatici sulla salute umana.
La comunità scientifica deve fare di più: comprendere quali sono i comportamenti individuali ma anche quelli collettivi opporsi alla disinformazione e alla polarizzazione delle idee rafforzare la risposta attraverso maggiori servizi sanitari ed anche attraverso l’attività delle Agenzie europee.
La lettera, firmata da 200 studiosi, è indirizzata alle più alte cariche dello Stato. "All'Italia chiediamo emissioni zero entro il 2050", dice Roberto Buizza, fisico della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa ROMA - Quando Roberto Buizza ha visto girare sui social una lettera che sosteneva l'inesistenza di un collegamento tra emissioni di gas serra e riscaldamento globale, ha detto basta. Il fisico, che ha trascorso gli ultimi 27 anni al Centro europeo per le previsioni meteorologiche ed è da poco rientrato in Italia come docente della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, ha deciso di pubblicare una contro-lettera aperta per chiedere "stop alle bufale".
Un appello che in poche ore ha raccolto oltre 200 adesioni nel mondo della scienza ed è indirizzato alle più alte cariche dello Stato, cui si chiedono politiche dirette ad agire sui processi produttivi e sui trasporti con l'obiettivo di raggiungere il traguardo di "zero emissioni nette di gas serra entro il 2050". Buizza dice non essere un catastrofista, ma - come scrive nella lettera e conferma al telefono - "è innegabile che il sistema Terra sia oggi sottoposto a variazioni climatiche molto marcate che stanno avvenendo su scale di tempo estremamente brevi". Non un'opinione, ma un fatto stabilito grazie a dati provenienti da "una pluralità di fonti".
Lo zampino dell'uomo
Sempre i dati ci dicono che la responsabilità di questo cambiamento repentino va individuata nelle attività umane. "Le osservazioni indicano chiaramente che le concentrazioni di gas serra in atmosfera, quali l’anidride carbonica e il metano, sono in continua crescita", si legge nel testo dell'appello. E le misure dell’aumento dei gas serra, nonché delle variazioni del clima terrestre, confermano che "le attività antropiche sono la causa principale dei cambiamenti climatici su scala globale cui stiamo assistendo".
A chi obietta che le variazioni di temperatura sono cicliche, lo scienziato risponde in modo netto: "Non può essere adottato come argomento per negare o sminuire l’esistenza di un riscaldamento globale dovuto alle emissioni di gas serra. La variabilità naturale si sovrappone a quella di origine antropica, e la comunità scientifica possiede gli strumenti per analizzare entrambe le componenti e studiare le loro interazioni".
Mediterraneo, il riscaldamento è più marcato
In Italia non siamo ai livelli di negazionismo dell'America di Donald Trump, dove stando a quanto riporta Scientific American, i comunicati stampa che riportano ricerche sul riscaldamento globale condotte da agenzie scientifiche governative vengono accuratamente epurati. Ma, secondo Buizza, "manca una cultura riguardo al tema che, invece, è molto presente in altri Stati del Vecchio Continente come la Gran Bretagna". Eppure, il nostro paese è uno dei più interessati dai cambiamenti in atto perché "nelle regioni mediterranee il riscaldamento è più marcato".
"L'innalzamento delle temperature medie — prosegue Buizza — può causare periodi di siccità e fenomeni estremi più frequenti. Un clima più caldo è all'origine di una maggiore umidità nell'atmosfera, quindi più vapore acqueo che, nel momento in cui si innescano dei fenomeni temporaleschi, può causare precipitazioni più intense". Proprio come quelle che si sono verificate nei giorni scorsi a Pescara, dove delle violenti grandinate hanno sfondato i vetri delle auto e mandato 18 persone in ospedale. "In secondo luogo", conclude lo studioso, "c'è più energia nel sistema. Non a caso si parla sempre più spesso di Medicane, cioè di cicloni tropicali mediterranei".
L'aumento delle temperature e le migrazioni
Un altro aspetto da tenere in considerazione sono le conseguenze che l'innalzamento delle temperature ha sui flussi migratori. Uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Research Communications mostra che nel recente passato sono state proprio le variazioni climatiche ad aver giocato un ruolo primario nelle migrazioni provenienti dalla fascia del Sahel, nell'Africa sub-sahariana, e dirette nel nostro paese. Persone che non fuggono solo dai conflitti tribali, dalla crisi economica e dalle persecuzioni politiche. Ma anche da "una casa in fiamme", come direbbe Greta Thunberg, la giovane paladina svedese che lotta contro il riscaldamento globale. Da una terra arida che non produce più cibo a sufficienza per sfamarli, da temperature sempre più alte e frequenti ondate di calore a cui umani e animali non riescono a far fronte. Destinazione Italia, il ponte del Mediterraneo. fonte: https://www.repubblica.it/