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Emergenza climatica, rinnovabili e paesaggio: tutte le contraddizioni da affrontare

Le preoccupazioni sull’alterazione dei territori in Italia con l’inserimento delle rinnovabili. Un delicato equilibrio tra la preservazione della bellezza del paesaggio e gli interventi volti a limitare i rischi della crisi climatica che colpisce gli stessi territori.



Parlare di cambiamenti climatici e di paesaggio obbliga ad una doppia lettura.

L’emergenza climatica sta infatti aggredendo i territori, in alcuni casi in modo evidente e progressivamente più drammatico.

Tutti ricordiamo le decine di milioni di alberi abbattuti dalla tempesta Vaia nel Nord-est italiano, i disastri legati alla forza devastante di uragani e cicloni, gli incendi che hanno distrutto migliaia di chilometri quadrati di foreste in California, in Australia, in Brasile, in Siberia, in Congo… con la natura ferita e milioni di animali bruciati vivi; le coste erose dall’innalzamento del livello degli oceani e dei mari, la desertificazione che avanza, la Groenlandia e l’Antartide che si sgretolano….

Si deve dunque intervenire, e rapidamente!

D’altra parte, alcune azioni per ridurre le emissioni e affrontare la sfida climatica possono comportare un’alterazione dei paesaggi.

Si tratta di modifiche che si aggiungono a quelle apportate dall’uomo con l’abusivismo, le cave, le discariche illegali di rifiuti, le raffinerie e le acciaierie sulle coste e con la costante sottrazione di spazio alla natura.

Proprio questo modello di sviluppo comporta anche una impressionante crescita delle emissioni climalteranti.

Non stupisce quindi la sollecitazione di coloro che propongono la rivisitazione di un modello non più sostenibile.

Resta il fatto che occorre agire da subito sul fronte climatico. Gli accordi internazionali, come quello di Parigi del 2015, rappresentano un risultato importante. Ma poi servono urgentemente soluzioni da attivare per contenere le emissioni.

Fra queste, diviene sempre più importante il contributo delle fonti rinnovabili. Certo, in un contesto di maggiore efficienza che include anche cambiamenti degli stili di vita.

Naturalmente l’installazione di impianti solari ed eolici può comportare un’alterazione del paesaggio e il loro inserimento va dunque pianificato con attenzione, cosa che non sempre è stata fatta in passato. Vanno inoltre coinvolte le comunità locali, e anche questo non sempre è avvenuto.

Per quanto riguarda il paesaggio, le reazioni dal punto di vista estetico variano molto in relazione alle diverse sensibilità.

Nel “sorriso di Angelica” di Andrea Camilleri, ad esempio, si legge:

“… un mari di bocche di lioni supra al quali, a ‘ntervalli regolari, si slanciavano altissime pale eoliche. Livia ne ristò affatata. Certo che avete dei paesaggi…”.

Ma nella società ci sono anche posizioni di netta chiusura.

Resta il fatto che, per arrivare alla neutralità climatica entro il 2050, obiettivo dell’Italia e degli altri paesi europei, il contributo delle rinnovabili dovrà crescere notevolmente.

Concentriamoci sul solare, che in Italia rappresenterà la tecnologia regina del sistema energetico sul lungo periodo.

Sono state effettuate diverse valutazioni sul potenziale legato alla parziale occupazione delle superfici degli edifici.

In un recente documento di Eurach si è stimata la potenza installabile utilizzando il 2,5% dell’area occupata dalle diverse tipologie di edifici. Si arriverebbe a 45 GW, poco sotto i 52 GW previsti dal Piano nazionale energia clima del governo al 2030 (A Strategic Plan for Research and Innovation to Relaunch the Italian Photovoltaic Sector).

Un Piano, che però andrà rapidamente rivisto per adeguarsi alla decisione della UE di portare l’obiettivo di riduzione dei gas climalteranti al 2030 dal -40% rispetto ai valori del 1990 al -55%.

In questo nuovo quadro, secondo Elettricità Futura che raccoglie i vari produttori elettrici del paese, il 70% dei consumi elettrici lordi dovrà essere soddisfatto da energie rinnovabili (oggi siamo al 36-38%).

Il Ministro Cingolani ha parlato di una quota pari al 72%. È dunque probabile che la potenza fotovoltaica al 2030 dovrà arrivare a valori attorno ai 70 GW (oggi siamo a 21 GW).

Ma, soprattutto, va ricordato che per il 2050 la strategia di lungo termine del Governo (pdf) prevede una potenza solare di 240 GW, oltre dieci volte superiore all’attuale.

Aumenteranno quindi notevolmente le installazioni decentrate, oggi oltre 800.000, anche grazie alla diffusione delle Comunità energetiche. Troveremo nuove soluzioni, magari si diffonderanno le vetrate solari, i moduli solari flessibili… Ma non c’è dubbio che dovremo installare anche molti impianti fotovoltaici a terra.

Di che superficie parliamo? Considerando un utilizzo delle superfici degli edifici quadruplo rispetto a quello considerato dallo studio Eurach, a metà secolo il mix di centrali solari convenzionali e agrovoltaiche occuperebbe una superficie pari a quella di un quadrato di una cinquantina di chilometri di lato, naturalmente grazie ad una molteplicità di interventi opportunamente distribuiti sui territori.

Parliamo di un’area inferiore al 2% dei 3,5 milioni di ettari della superficie agricola inattiva nel paese.

Le contraddizioni su paesaggio e lotta climatica

Partiamo dalla preoccupazione sull’alterazione del paesaggio perché consente di riflettere sulla necessità di affrontare un tema, quello dell’inserimento delle rinnovabili, che diventerà la principale, anche se non l’unica, criticità da affrontare nel processo di decarbonizzazione dei prossimi anni e decenni.

E consideriamo due casi emblematici delle contraddizioni che emergono.

Il Club Alpino Italiano (Cai) ha preso posizione contro la proposta di inserire nel Piano nazionale di recupero e resilienza la realizzazione di 1.000 piccoli invasi sulle zone di montagna e di alta collina, vista invece di buon occhio da Coldiretti.

I laghetti dovrebbero infatti servire come riserva d’acqua per l’agricoltura e contribuirebbero a ridurre il rischio di alluvioni. Inoltre, l’abbinamento tra laghetti a quote diverse consentirebbe di creare sistemi di pompaggio utili alla gestione della rete elettrica in presenza della futura larga diffusione di solare ed eolico.

Ma questa opposizione viene dallo stesso Cai che più volte ha lanciato l’allarme sulla progressiva scomparsa dei ghiacciai. In effetti, negli ultimi 50 anni la loro riduzione nelle Alpi è stata pari al 35-40%, con preoccupanti implicazioni.

Diceva Herman Hesse che “le lacrime sono il frutto del ghiaccio dell’anima che si scioglie“.

In tutto l’arco alpino nei mesi tra novembre e maggio, sotto i 2000 metri, dove cinquant’anni fa lo spessore medio della neve era di 1 metro oggi si misurano 60 cm e si è perso un mese di innevamento.

Ghiacci, neve, rocce che si frantumano sono solo alcuni degli impatti del cambiamento climatico sul paesaggio alpino…

Ma anche gli agricoltori stanno subendo gravi conseguenze dal riscaldamento globale. Coldiretti, ad esempio, ha più volte richiesto negli ultimi anni lo stato di calamità naturale per zone colpite da siccità, alluvioni, incendi…

La stessa associazione ha però finora contestato la realizzazione di grandi impianti fotovoltaici a terra.

Gli amanti della montagna e gli agricoltori sono, insomma, degli attenti sensori dei cambiamenti del clima in atto. Ma al tempo stesso si oppongono ad alcune importanti misure volte ad evitare un’evoluzione catastrofica del riscaldamento globale.

Questi due esempi illustrano il delicato equilibrio tra la preservazione della bellezza e della ricchezza del paesaggio e gli interventi volti a limitare i rischi dell’emergenza climatica.

Naturalmente andranno trovate soluzioni attente anche per aumentare il consenso sociale, decisivo per raggiungere obiettivi così ambiziosi.

E vanno definite con chiarezza aree di esclusione e limitazioni alla taglia delle centrali solari.

Significativamente, si iniziano a considerare opzioni nuove, come l’agrivoltaico che consiste nell’istallazione dei moduli ad un’altezza e ad una interdistanza tale da consentire di coltivare, in alcuni casi migliorando la qualità dei prodotti grazie all’ombreggiamento. Un risultato che si è apprezzato in alcune sperimentazioni su vigneti nella Francia meridionale. In un futuro che vedrà giornate sempre più calde, soluzioni come questa potrebbero essere apprezzate.

Si dirà, che questi interventi, se possono essere considerate validi perché consentono di mantenere o di incrementare i posti di lavoro agricoli, alterano comunque il paesaggio.

Ma va ricordato che il paesaggio si è sempre evoluto ed è la risultanza tra l’azione dell’uomo e la natura. Come dice il filosofo Rosario Assunto: “… il paesaggio è natura nella quale la civiltà rispecchia sé stessa”.

E, di fronte ai rischi gravissimi dell’emergenza climatica, bisogna rapidamente attrezzarsi.

È significativo che le tre più importanti associazioni ambientaliste, Legambiente, Wwf e Greenpeace stiano convergendo sulla necessità di accelerare la diffusione delle rinnovabili. Rilevante, ad esempio, l’ultimo documento comune sul parco eolico off-shore al largo delle coste della Sicilia.

Considerato che nei prossimi anni e decenni si dovranno installare molti impianti green in Italia, in Europa e nel resto del mondo, occorrerà pervenire ad una posizione equilibrata, per quanto possibile condivisa, sul loro inserimento nel territorio.

fonte: www.qualenergia.it



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La più grande indagine mondiale sui cambiamenti climatici

Il 64% delle persone ritiene che il cambiamento climatico sia un'emergenza globale











Sono disponibili i risultati del Peoples ’Climate Vote, la più grande indagine mondiale mai condotta sull'opinione pubblica sul cambiamento climatico. Coprendo 50 paesi con oltre la metà della popolazione mondiale, il sondaggio ha coinvolto oltre mezzo milione di persone di età inferiore ai 18 anni, una fascia di età chiave sul cambiamento climatico che in genere ancora non vota alle elezioni e quindi non incide sulle politiche dei governi.

I risultati dettagliati suddivisi per età, sesso e livello di istruzione saranno condivisi con i governi di tutto il mondo dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (UNDP), che ha organizzato il sondaggio innovativo con l'Università di Oxford. In molti paesi partecipanti, è la prima volta che vengono condotti sondaggi su larga scala dell'opinione pubblica sul tema del cambiamento climatico. Il 2021 è un anno fondamentale per gli impegni di azione per il clima dei paesi, con un ciclo di negoziati chiave che si terrà al vertice delle Nazioni Unite sul clima a novembre a Glasgow, nel Regno Unito.

Nel sondaggio, agli intervistati è stato chiesto se il cambiamento climatico fosse un'emergenza globale e se sostenessero diciotto politiche climatiche chiave in sei aree di azione: economia, energia, trasporti, cibo e agricoltura, natura e protezione delle persone.

I risultati mostrano che le persone spesso vogliono politiche climatiche di ampio respiro oltre lo stato attuale dei lavori. Ad esempio, in otto dei dieci paesi oggetto dell'indagine con le più alte emissioni del settore energetico, la maggioranza richiede più energie rinnovabili. In quattro dei cinque paesi con le maggiori emissioni dovute al cambiamento dell'uso del suolo, la maggioranza è favorevole alla conservazione delle foreste. Nove paesi su dieci con le popolazioni più urbanizzate hanno sostenuto un maggiore utilizzo di auto e autobus elettrici puliti o biciclette.



L'amministratore dell'UNDP Achim Steiner ha dichiarato: "I risultati del sondaggio illustrano chiaramente che l'azione urgente per il clima ha un ampio sostegno tra le persone di tutto il mondo, di nazionalità, età, sesso e livello di istruzione. Ma più di questo, il sondaggio rivela come le persone vogliono che i loro responsabili politici affrontino la crisi. Dall'agricoltura rispettosa del clima. alla protezione della natura e all'investimento in una ripresa verde, l'indagine porta la voce delle persone in prima linea nel dibattito sul clima. Indica i modi in cui i paesi possono andare avanti con sostegno pubblico mentre lavoriamo insieme per affrontare questa enorme sfida ".

L'innovativo sondaggio è stato distribuito attraverso le reti di gioco mobile al fine di includere un pubblico difficile da raggiungere nei sondaggi tradizionali, come i giovani sotto i 18 anni. Esperti di sondaggi presso l'Università di Oxford hanno ponderato l'enorme campione per renderlo rappresentativo dell'età, dei profili di genere e di formazione scolastica dei paesi presi in esame, con margini di errore ridotti del +/- 2%.

Le politiche hanno avuto un sostegno ad ampio raggio, con le più condivise la conservazione delle foreste (54% di sostegno pubblico), più energia solare, eolica e rinnovabile (53%), l'adozione di tecniche agricole rispettose del clima (52%) e l'investimento maggiore nella green economy (50%).

Il Prof.Stephen Fisher, Dipartimento di Sociologia, Università di Oxford, ha dichiarato: "Climate Vote ha fornito un tesoro di dati sull'opinione pubblica che non abbiamo mai visto prima. Il riconoscimento dell'emergenza climatica è molto più diffuso di quanto si pensasse. Abbiamo anche scoperto che la maggior parte delle persone desidera chiaramente una risposta politica forte e di ampia portata ".

Il sondaggio mostra un collegamento diretto tra il livello di istruzione di una persona e il suo desiderio di azione per il clima. C'è stato un riconoscimento molto alto dell'emergenza climatica tra coloro che avevano frequentato l'università in tutti i paesi, dai paesi a basso reddito come il Bhutan (82%) e la Repubblica Democratica del Congo (82%), ai paesi ricchi come la Francia ( 87%) e Giappone (82%).

Quando si parla di età, i giovani (sotto i 18 anni) sono più propensi a dire che il cambiamento climatico è un'emergenza rispetto alle persone anziane. Tuttavia, altri gruppi di età non hanno dato risultati molto diversi, con il 65% di quelli di età compresa tra 18 e 35 anni, il 66% di età compresa tra 36 e 59 anni e il 58% di quelli con più di 60 anni, a dimostrazione di quanto sia diventata diffusa questa visione.

fonte: www.arpat.toscana.it


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Ipocrisia e greenwashing

Greta Thunberg, intervistata dal Guardian in concomitanza con l'uscita del documentario ufficiale su di lei, non usa mezzi termini: "Ipocrisia e greenwashing" afferma riferendosi ai leader politici degli Stati, ancora inconcludenti nelle politiche per il contrasto ai cambiamenti climatici.









Greta Thunberg, intervistata dal Guardian in concomitanza con l'uscita del documentario ufficiale su di lei, non usa mezzi termini: "Ipocrisia e greenwashing" afferma riferendosi ai leader politici degli Stati, ancora inconcludenti nelle politiche per il contrasto ai cambiamenti climatici.

Nell'intervista al quotidiano britannico non manca di sottolineare come politici e governanti si mostrino entusiasti quando parlano di obiettivi lontani decenni per poi vacillare e annaspare quando si tratta di prendere decisioni radicali e scomode nell'immediato.

Greta Thunberg esorta a trattare la crisi climatici come la crisi legata al coronavirus, che ha dimostrato che si può cambiare molto o tutto nel giro di pochissimi tempo.

«La prima cosa che dobbiamo fare è comprendere che siamo in emergenza - ha detto - e ammettere che abbiamo fallito, l'umanità intera ha fallito, perché non si riesce a risolvere una crisi che non si comprende».

«Fino a che non tratteremo questa crisi per quello che è, potremo fare tutti i summit che vogliamo ma saranno sempre e solo trattative, parole vuote, scappatoie e greenwashing».

E attacca i proclami di Inghilterra, Cina e Giappone che hanno annunciato l'azzeramento delle emissioni per il 2050-2060. «Sono solo dichiarazioni simboliche, se si guarda a ciò che includono e a ciò che escludono, ci sono innumerevoli scappatoie. È inutile focalizzarsi a obiettivi a 10, 20 o 30 anni. Se non riduciamo le emissioni ora, tutti gli altri obiettivi futuri non avranno alcun significato perché il nostro impatto durerà troppo».

E la Thunberg ribadisce anche che «laddove c'è giustizia climatica ci deve essere anche giustizia sociale, non esiste l'una senza l'altra».

«La crisi climatica è un sintomo di una crisi ben più ampia che implica la perdita di biodiversità, la perdita di terreno fertile, disuguaglianza sociale e minaccia per la democrazia»: sintomi ormai insostenibili che indicano come non ci sia più margine alcuno.

 

fonte: www.ilcambiamento.it


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Il ruolo delle green city nella ripresa post Covid

Le green city possono essere la risposta per fronteggiare da una parte le emergenze provocate dalla pandemia, dall’altra l’emergenza climatica



La ripartenza delle città nel post emergenza Covid è stato oggetto di approfondimento in una nostra precedente Arpatnews in cui abbiamo affrontato il tema delle smart city. Nel dibattito sulla ripresa del nostro Paese e sul ruolo che in questa ripresa hanno le città entra anche il modello europeo delle green city; i nostri centri urbani infatti possono avere un‘impronta ecologica altamente insostenibile, ma allo stesso tempo possono giocare una parte importante per risolvere alcuni problemi a livello globale.

All’argomento è stata dedicata proprio la 3^ Conferenza Nazionale delle Green City organizzata dal Green City Network, la rete promossa dalla Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile.

Al centro della conferenza i temi che richiedono un nuovo protagonismo delle città: dalla decarbonizzazione, all’economia circolare, alla mobilità sostenibile, alla digitalizzazione, alle infrastrutture verdi. Un programma di rigenerazione basato sul modello delle green city, città che puntano in modo prioritario sull’elevata qualità ecologica per assicurare resilienza e sostenibilità e che, ancora di più dopo questa pandemia, possono essere una leva decisiva del Green Deal in Italia.

La Carta, presentata in occasione della conferenza, propone 7 obiettivi strategici della rigenerazione urbana secondo il modello delle green city:


pianificazione urbana: definire e aggiornare la strategia comunale complessiva e gli indirizzi della pianificazione con la visione della green city quale quadro di riferimento dei progetti e degli interventi di rigenerazione urbana, definendo anche indicazioni per assicurare un’adeguata qualità ecologica e valorizzando le possibili integrazioni e sinergie tra le varie competenze e i diversi settori

consumo suolo: azzerare il consumo di suolo che genera degrado e impatti per la qualità architettonica e paesaggistica delle città, perdita di aree naturali e agricole, erosione e impermeabilizzazione dei suoli e aumento dei rischi idrogeologici

decarbonizzazione: valutare le prestazioni energetico-ambientali degli edifici, utilizzare soluzioni tecniche per ridurre i fabbisogni energetici, effettuare un’analisi delle fonti rinnovabili utilizzabili localmente e promuovere le migliori tecnologie di produzione disponibili e integrabili negli edifici e nelle città 

adattamento climatico: rendere le città più resilienti di fronte ai cambiamenti climatici individuando e programmando strategie integrate per prevenire e ridurre la vulnerabilità dell’ambiente costruito agli eventi atmosferici estremi, attraverso analisi tecniche dei rischi, l’arresto dell’impermeabilizzazione di nuovo suolo, soluzioni di adattamento basate sulla natura e individuando gli strumenti per fronteggiare le alluvioni e le ondate di calore

qualità urbana: per tutelare la ricchezza dei valori storici, identitari e culturali delle città, riqualificare gli spazi pubblici, rendendo disponibili aree pedonali, piste ciclabili, sharing mobility, ztl, “ibridizzando” le aree monofunzionali e realizzando housing sociale che assicuri benessere abitativo e integrazione sociale

qualità del patrimonio costruito: definire indirizzi e criteri per le valutazioni della qualità architettonica, urbana e ambientale; promuovere l’utilizzo di materiali per l’edilizia di qualità ecologica, riutilizzabili e riciclabili; negli interventi di riqualificazione e manutenzione del patrimonio edilizio migliorare l’efficienza energetica, l’uso dell’acqua, la gestione dei rifiuti

infrastrutture verdi: aumentarle perché contribuiscono a migliorare la qualità dell’aria, ridurre l’inquinamento, mitigare il cambiamento climatico, salvaguardare la biodiversità in ambito urbano, migliorare il paesaggio.



Alla carta hanno aderito fino ad ora oltre 70 città italiane grandi, medie e piccole. Sul sito Web del Green City Network alcune di queste città raccontano i loro progetti di rigenerazione urbana. Tra queste le due toscane Firenze e Prato:
a Firenze il Sistema Informativo del Verde Pubblico (SIVEP) consente di integrare e ottimizzare i processi informativi utilizzati per la gestione del patrimonio verde del Comune di Firenze e di eventuali altri enti della cintura fiorentina; tra i nuovi servizi digitali sviluppati per i cittadini vi è la mappa del verde tramite cui è possibile scoprire quanti, quali e come sono gli spazi verdi in città, il servizio Dona Un Albero che consente di donare un albero alla città dedicandolo a una persona cara e scegliendolo tra 10 specie, il servizio Un Albero per ogni Nato che garantisce la trasparenza della messa a dimora di un albero per ogni nuovo bambino registrato all’anagrafe, la Smart Irrigation, un sistema avviato nei due nuovi giardini della ex Officine Galileo e di Porta Leopolda dove sono stati installati irrigatori intelligenti connessi alla rete internet, per rilevare le previsioni meteo, e dotati di decine di sensori che misurano la temperatura e l’umidità del suolo allo scopo di “decidere”come e quando irrigare;
a Prato, il Piano operativo del Comune è teso al contenimento del consumo di suolo e prevede interventi per la resilienza e l’adattamento climatico; tra i progetti segnalati il “Parco Centrale di Prato”, ovvero 4 ettari entro le mura in luogo del vecchio ospedale, il parco fluviale che si snoda per 8 km lungo il fiume Bisenzio attraversando la città, il programma “100 piazze” che prevede non solo la riqualificazione delle piazze nel centro storico ma anche un intervento sistematico nelle frazioni, il “PIU Prato”, programma di rigenerazione che interviene nel Macrolotto Zero e prevede l’insediamento di funzioni pubbliche e nuove aree verdi tramite interventi di riuso e demolizioni selettive, il progetto “Parco lineare al Soccorso”, dedicato all’interramento della Declassata, asse primario urbano con 50.000 veicoli giorno che ricuce quartieri ad oggi isolati dall’arteria e dona un respiro all’area più densamente costruita della città, Prato Urban Jungle che prevede di sperimentare in tre aree un nuovo paradigma urbano rispetto al quale la città esistente viene invasa dalla natura in spazi aperti e facciate, tetti ed interni.

E a livello europeo?

In Europa sempre più città puntano a diventare “green city”, alcune lo fanno da tempo, altre si sono mosse proprio sulla spinta del post Covid, lo fanno investendo ad esempio in progetti per aumentare gli spazi verdi e le infrastrutture per pedoni e ciclisti.

A questo proposito la Commissione europea mette a disposizione il “Green City Tool” per fornire ai cittadini europei e alle città stesse una serie di informazioni sui temi legati alle città, che vanno dall’ambiente e alla sua cura, alla sostenibilità.

Le aree di interesse dello Strumento sono 12 e fanno riferimento ai criteri del premio Capitale verde europea: aria, mobilità, energia, adattamento ai cambiamenti climatici, mitigazione dei cambiamenti climatici, natura e biodiversità, rumore, governance, acqua, crescita verde e innovazione, utilizzo del territorio, rifiuti.



Le città possono registrarsi ufficialmente, come amministrazione pubblica oppure usare lo “Strumento Città verdi” senza registrarsi; selezionando poi il tema di interesse e rispondendo alle domande del questionario possono accedere ai consigli utili forniti, agli orientamenti, ai link utili e alle best practice segnalate sui vari temi.

Il sito dedicato allo Strumento mette anche a disposizione una mappa relativa alle città sostenibili.

fonte: http://www.arpat.toscana.it


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La “lezione” del lockdown per il futuro del clima: intervista a Luca Mercalli

Tanti i temi affrontati, dall’andamento delle emissioni di CO2 al tempo che rimane a disposizione per evitare il disastro climatico, passando per il ruolo di politica e finanza, oltre che della divulgazione scientifica.


















Nei mesi di lockdown causato dall’emergenza coronavirus, si sono accavallate molte domande che investono il presente e il futuro del clima, e tante incertezze sulle politiche da attuare nel post-Covid per combattere il cambiamento climatico, in modo da evitare un eccessivo surriscaldamento terrestre.
Dopo un primo approfondimento nell’articolo La CO2 e la vasca da bagno: perché nemmeno il Covid farà calare la concentrazione (con una sintesi degli ultimi dati scientifici), QualEnergia.it ha intervistato su questi argomenti Luca Mercalli, climatologo, divulgatore scientifico, presidente della Società Meteorologica Italiana e autore di vari libri, tra cui “Il clima che cambia”.
Mercalli, con il lockdown, le emissioni di alcune sostanze inquinanti sono diminuite, mentre la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera ha continuato a crescere. Spieghiamo questo fatto…
Molti pensano che tutto si sia fermato, in realtà il mondo ha continuato a funzionare, solo a un ritmo rallentato. E il rallentamento ha avuto effetti diversi: per alcuni inquinanti, il tempo di residenza nell’atmosfera è breve, quindi si vede un effetto immediato sulla qualità dell’aria. Ad esempio, per quanto riguarda gli ossidi di azoto e le polveri sottili, il lockdown ha portato a un miglioramento della qualità sanitaria della nostra atmosfera. Ma per quanto riguarda la CO2 il discorso è molto diverso, perché la CO2 ha un tempo di residenza nell’atmosfera di secoli.
Quindi quali effetti sta avendo il lockdown sulla CO2?
Aver diminuito di qualche punto percentuale le emissioni globali di CO2 nel primo trimestre 2020 ha appena scalfito il valore di tutta la CO2 emessa nel 2019, che è di circa 42 miliardi di tonnellate, e di tutta quella emessa da quando è iniziata la rivoluzione industriale e si è cominciato a bruciare carbone e petrolio. E poi, in questo momento dell’anno, la CO2 è nella fase ascendente del suo ciclo stagionale. C’è questo “respiro” dell’anidride carbonica che sale e scende tutti gli anni, regolato dalla fotosintesi delle piante.
Cosa dobbiamo aspettarci alla fine del 2020?
Magari anziché avere un incremento di 2,5 parti per milione [di concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera, ndr], forse avremo un aumento di 2 parti per milione. Ecco perché sulla CO2 non si vede praticamente nulla; è come se il lockdown non avesse avuto un effetto tangibile sul clima. Sarebbe molto importante se queste riduzioni annuali della CO2 di un 5-7% si potessero mantenere per sempre.
In che modo?
Alcune cose sono relativamente facili da mantenere: penso alla grande lezione del telelavoro, che potrebbe essere mantenuta in qualsiasi ambito dove sia possibile stare in casa con un computer, senza dover prendere l’automobile o un aereo. Il telelavoro è una ragionevole eredità immediata del lockdown. Altre cose sono più difficili e non applicabili subito, come il Green Deal. Ci vorrà la forza politica di mantenerlo prioritario.
In tema di ripresa economica “verde”, c’è qualche misura che ritiene particolarmente utile nel decreto Rilancio appena approvato dal governo?
C’è un’importante attenzione all’ecobonus per gli edifici, con le detrazioni fiscali al 110% anche per l’installazione di pannelli fotovoltaici. C’è l’idea di riqualificare l’edilizia senza nuovo consumo di suolo, ma temo come sempre le contraddizioni. Ad esempio per non consumare più suolo bisognerebbe fare la legge contro il consumo di suolo. Bisognerebbe avere il coraggio di fare una cura e seguirla fino in fondo.
Allora per combattere il cambiamento climatico pensa che sia più efficace un approccio dall’alto, con un ruolo forte dello Stato, o un approccio dal basso, guidato da cittadini e comunità?
Sono due cose che devono viaggiare insieme: una società che rifiuta del tutto una strategia, politicamente non è feconda. È giusto cominciare con iniziative dal basso, ma le iniziative devono essere accompagnate dalla politica, altrimenti restano una nicchia.
Però nel nostro paese è molto difficile far sviluppare una sensibilità ambientalista nelle persone: crede che sia un problema di comunicazione, con troppa retorica o autoreferenzialità, o c’è dell’altro?
Non è solo un problema di comunicazione, ma anche antropologico. È l’eterno problema della prevenzione: questa ha un costo e se la metti in atto vieni criticato per quel costo, se poi la prevenzione ha funzionato, e il danno non c’è stato o è piccolo, vieni criticato lo stesso, perché hai sovrastimato la possibilità del danno. La prevenzione deve avere una profonda preparazione culturale per essere accettata. È un pedaggio da pagare oggi per evitare il peggio domani.
Quanto tempo abbiamo ancora a disposizione per risolvere l’emergenza climatica?
L’emergenza ambientale dice che bisogna fare in fretta. La sfida che abbiamo davanti è mettere insieme tre cose: la giustizia sociale, la fattibilità tecnica e l’urgenza fisica del sistema climatico. Se avessimo un tempo lungo per fare la transizione, di 30-50 anni, non sarei preoccupato, invece siamo incalzati dai numeri, da 416 parti per milione di CO2.
Qual è il significato di questi numeri?
Se vogliamo stare nella soglia dei 2 gradi di aumento delle temperature, il carbon budget che rimane è tra mezzo miliardo e un miliardo di tonnellate di CO2 [cioè di CO2 che possiamo ancora emettere nell’atmosfera, ndr]. Il problema è che c’è un limite e dovremmo fare di tutto per iniziare a togliere CO2 con un cronoprogramma. L’ordine di grandezza del tempo che abbiamo a disposizione per fare la transizione verso la neutralità climatica è una decina d’anni. Se perdiamo questi dieci anni, entriamo in una traiettoria di irreversibilità, dove possiamo ancora contenere [l’aumento delle temperature medie, ndr] a 4 gradi piuttosto che a 6 gradi, ma stiamo parlando di danni climatici imponenti.
In definitiva, qual è secondo lei il modo corretto di comunicare questa “urgenza” climatica?
Credo che ci voglia la verità della situazione drammatica nella quale ci troviamo, affiancata dalla speranza che se si fa la cura, si ottiene il risultato. Se il mio paziente ha il cancro, non gli vado a dire che ha un’unghia incarnita: gli dico che ha il cancro e che può guarire solo se inizia la chemioterapia domani mattina.
Da dove può arrivare lo stimolo al cambiamento?
Il mondo è spinto da capitali giganteschi che hanno interesse a mantenerlo così com’è. Quindi ci dev’essere almeno un pezzo di élite che spinge sul fare la differenza. Se l’élite finanziaria capisce che può essere danneggiata dal clima e comincia a guidare gli investimenti e i disinvestimenti, può darsi che abbia più efficacia di noi come singoli cittadini e del politico di turno che non ha sufficiente consenso. Se un grande fondo d’investimenti toglie ossigeno a un petroliere, quello il giorno dopo crolla in borsa e chiude.
fonte: www.qualenergia.it


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Greenpeace e RE:Common contro UniCredit: «Negli ultimi tre anni oltre 6 miliardi di euro di finanziamenti al carbone»

Ogni nuova centrale che entra in funzione ci allontana da quanto ci chiede la scienza, ovvero di spegnere entro il 2030 l'80% di quelle attive


















Alla vigilia dell’assemblea dei soci di UniCredit, Re:Common e Greenpeace evidenziano come «la banca continui a prestare miliardi al comparto del carbone, ignorando gli appelli delle Nazioni Unite e della scienza». Le due organizzazioni ricordano che «In Europa, il 45% delle emissioni da carbone è responsabilità di sole cinque società: RWE (Germania), PGE (Polonia), EPH (Repubblica Ceca), Fortum-Uniper (Finlandia-Germania), CEZ (Repubblica Ceca). Dalle ricerche effettuate dalle due organizzazioni ambientaliste emerge come, dal 2016 al 2019, UniCredit abbia finanziato questi grandi inquinatori con 6 miliardi di euro. Il carbone è responsabile di circa la metà delle emissioni legate ai combustibili fossili e si stima che ogni anno provochi la morte prematura di oltre 16 mila persone in Europa, a causa delle sostanze tossiche come mercurio e polveri sottili che provengono dalle ciminiere delle centrali. I costi sanitari addebitabili all’uso di questa fonte fossile ammontano invece a circa 45 miliardi di euro, interamente scaricati sul pubblico».
Secondo Greenpeace e Re:Common, il principale beneficiario dei finanziamenti dati da UniCredit al carbone, con 4,7 miliardi di euro, è il colosso finlandese-tedesco Fortum-Uniper e denunciano che «Non solo Fortum-Uniper ha intenzione di completare una nuova centrale a carbone in Germania, Datteln 4, in aperta contraddizione con quanto richiesto dalle Nazioni Unite, ma ha anche minacciato di fare causa al governo dei Paesi Bassi, dal momento che quest’ultimo ha approvato una legge che prevede il phase-out dal carbone entro il 2030. Un’azione intimidatoria che non ha precedenti in Europa».
Per quanto riguarda i Paesi extra-Ue, Unicredit è il primo finanziatore straniero del carbone in Turchia, terzo Paese al mondo, dopo Cina e India, per piani di espansione di questo combustibile fossile.
Alessandro Runci, di Re:Common, sottolinea che «UniCredit si definisce sostenibile, ma rimane tra i primi finanziatori del carbone in Europa. L’emergenza climatica non si combatte con la retorica, UniCredit deve smettere di prestare miliardi a chi costruisce nuove centrali e miniere, e deve iniziare subito».
Le due organizzazioni fanno però anche notare che «Lo scorso novembre, UniCredit ha compiuto un primo passo cessando l’erogazione di prestiti diretti (project finance) per la costruzione di nuove centrali e miniere a carbone. L’impatto di questa restrizione è però vanificato dal fatto che il gruppo bancario continua a finanziare le società che intendono realizzare questi impianti. Altre istituzioni finanziarie come Axa e Credit Agricole hanno introdotto policy molto più rigide di quella di UniCredit, vietando qualsiasi finanziamento a società che vorrebbero costruire nuove centrali e impegnandosi ad azzerare la loro esposizione al carbone entro il 2030 in Europa». Per Greenpeace e Re:Common, «Unicredit dovrebbe seguire questo esempio invece di restare aggrappata al passato».
Luca Iacoboni di Greenpeace Italia, conclude: «Ogni nuova centrale che entra in funzione ci allontana da quanto ci chiede la scienza, ovvero di spegnere entro il 2030 l’80 per cento di quelle attive sul Pianeta per avere una chance di limitare l’aumento della temperatura media globale al di sotto di 1,5 gradi Centigradi. Nonostante questo, al momento è in programma la costruzione di altre mille centrali in tutto il mondo, il che vanificherebbe ogni sforzo fatto finora. L’unico modo per disinnescare queste bombe climatiche è smettere di finanziare chi le sta realizzando. È tempo che UniCredit lo faccia».
fonte: www.greenerport.it

Pniec, WWF e Greenpeace deluse dal testo finale

Si punta troppo sul gas. Si parla di rinnovabili ma non di strumenti per sostenerne lo sviluppo. Per le associazioni ambientaliste il documento rimane un'altra occasione persa.



Il testo definitivo del PNIEC, pubblicato dal Ministero dello Sviluppo Economico, continua a deludere le associazioni ambientaliste.

In due note stampa distinte, infatti, WWF e Greenpeace hanno sottolineato rispettivamente che nel testo “alcuni aspetti fondamentali non sono sostanzialmente progrediti e permane assenza di coraggio e di visione strategica a lungo termine”, e che per questo il documento “è insufficiente a contrastare l’emergenza climatica in cui viviamo”.

“Il phase out del carbone, ad esempio – argomenta il WWF (neretti nostri) – risulta confermato al 2025 ma, da quanto si legge, sarebbe subordinato alla realizzazione di una serie di impianti e infrastrutture come se queste fossero indipendenti dalle policy. Per esempio, il conseguimento di target ambiziosi sulle fonti energetiche rinnovabili (FER) dipendono dalle politiche che si decidono di mettere in campo. La sensazione, quindi, è quella che si stiano mettendo le mani avanti rispetto all’unico obiettivo politico realmente innovativo affermato sin dalla Strategia Energetica Nazionale, ma non siano stati predisposti adeguati strumenti per far si che le FER diventino l’asse strategico del nuovo sistema energetico”.

“Sulla Sardegna – insiste il Panda – si afferma che è in corso di valutazione una nuova interconnessione elettrica per facilitare il phase out, ma non si ha il coraggio di porre un netto argine alle mire espansive del gas (es. la dorsale). In realtà il documento, così come il PNIEC e prima ancora la SEN, sembra proprio puntare a metanizzare la Sardegna, anche per mantenere in piedi una serie di industrie che nei fatti risultano già fallite da anni”.

In generale, secondo entrambe le associazioni, il testo continua a puntare sul gas e su nuove infrastrutture che non solo riguardano il TAP, già in fase di completamento, ma – aggiunge il WWF – anche il cosiddetto EastMed, il tutto con la scusa di aumentare il livello di sicurezza, peccato che le infrastrutture menzionate non vengano nemmeno da zone sicure dal punto di vista geopolitico.

Come dichiarato dal ministro Costa, ricorda poi Greenpeace, il PNIEC potrebbe dover essere modificato a breve, poiché l’Ue rivedrà presto i propri obiettivi climatici ed i piani presentati dagli Stati Membri dovranno essere adeguati alle nuove indicazioni.

“Non ha senso proporre un piano sostanzialmente già vecchio e dirsi disponibili ad aggiornarlo. Questa è l’ennesima volta in cui l’Italia perde l’occasione per esprimere una leadership nella lotta al cambiamento climatico. Anche perché non basta fissare obiettivi, servono strumenti per raggiungerli. Il governo dunque smetta di fare gli interessi della lobby del gas e del petrolio e inizi a schierarsi davvero dalla parte dei cittadini che ogni giorno subiscono inquinamento e crisi climatica”, dichiara Luca Iacoboni, responsabile della campagna energia e clima di Greenpeace Italia.

fonte: https://www.qualenergia.it

#LucaMercalli: Funghi riscaldanti






Mangiare all’aperto anche in inverno. In molti locali è possibile grazie ai cosiddetti funghi riscaldanti, ma è uno spreco che contribuisce anche a incrementare l’inquinamento, come ci spiega il climatologo Luca Mercalli

fonte: www.rainews.it

Dopo l’Olanda tocca all’Italia: a marzo la prima causa contro lo Stato per “inazione climatica”

Dopo la sentenza della Corte Suprema, il governo olandese dovrà ridurre le emissioni. E la battaglia si sposta in Italia: a marzo infatti sarà presentata la prima causa contro lo Stato portata avanti da un network di associazioni e movimenti. Nome del procedimento: Giudizio Universale











Non era mai successo nulla di simile. Il governo olandese sarà obbligato a ridurre entro la fine del 2020 le emissioni di gas climalteranti di almeno il 25% rispetto al 1990, “prendendo misure opportune e appropriate”. La sentenza della corte Suprema dell’Olanda arriva come un terremoto nel quadro della lotta globale contro il cambiamento climatico.
Dopo una battaglia legale durata sette anni, portata avanti da Urgenda, un’associazione ambientalista olandese, si è infine arrivati al verdetto finale che costringe il governo olandese a far fronte alla crisi climatica. Qualora non agisca di conseguenza, si configura la violazione degli  articoli due 2 e 8 della Convenzione Europea dei Diritti Umani. Di fatto si tratterà di violazione del diritto alla vita e al benessere delle persone, diritti universali, inviolabili. Ovvero ciò che dovrebbe garantire lo stato ai suoi cittadini. Questa sentenza definitiva sposta la questione della riduzione emissioni di CO2 su un piano completamente nuovo, quello legale. Se l’accordo di Parigi non costringe de jure gli stati a ridurre le emissioni per contenere la temperatura media globale a 1,5°C, ora la società civile può pensare di ricorrere ai tribunali per mettere pressione ai governi al fine di attuare dei piani clima nazionali previsti da Parigi e che dal 2020 dovranno essere rafforzati.
«Questa sentenza restituisce speranza ai cittadini che sull’emergenza climatica sono frustrati dall’inazione della politica», ha commentato Dennis Van Berkel uno degli avvocati di Urgenda. L’Olanda attualmente ha ridotto solo del 20% le sue emissioni e quindi dovrebbe ridurre in 12 mesi di un ulteriore 5%, una sfida tutt’altro che semplice. Ma il premier Mark Rutte ha confermato alla stampa olandese la piena intenzione di rispettare la sentenza. Come? Una delle opzioni sul tavolo è la chiusura delle centrali a carbone aperte in Olanda nel 2015 e nel 2017.
A dare la misura dell’importanza internazionale della notizia ci pensa lo special rapporteur sui diritti umani e l’ambiente alle Nazioni Unite, David R. Boyd che afferma: «è la più importante sentenza in merito ai cambiamenti climatici: conferma quanto i diritti umani siano messi a rischio. Questa è una vittoria per miliardi di persone più vulnerabili agli impatti devastanti della crisi climatica e un colpo di grazia all’industria dei combustibili fossili».
Ora la battaglia si sposta in Italia. A marzo infatti sarà presentata la prima causa contro lo Stato portata avanti da un network di associazioni e movimenti. Nome del procedimento: Giudizio Universale. «Chiederemo allo Stato Italiano di attuare misure più stringenti per rispondere ai cambiamenti climatici e invertire il processo: se non ci pensiamo noi, nessuno lo farà al posto nostro», spiega Cecilia Erba, portavoce della campagna Giudizio Universale durante un’intervista svolta alla COP25 di Madrid. Le notizie provenienti dall’Aja fanno ben sperare.
«L'obiettivo della causa è far riconoscere il legame che c'è tra i diritti umani e la violazione dei diritti umani e gli impatti dei cambiamenti climatici», continua Erba. «Chiediamo che lo Stato italiano venga obbligato adottare delle misure di mitigazione dei cambiamenti climatici in linea con gli obiettivi proposti dallo Stato stesso e in linea i report scientifici dell’IPCC. Inoltre secondo la Convenzione di Aarhus chiediamo sia rispettato il diritto dei cittadini di essere informati e coinvolti all'interno dei processi decisionali per le politiche ambientali».
La campagna Giudizio Universale è promossa attualmente da circa cento realtà ambientaliste. Una compagine composta anche da tanti movimenti localisti, come NoTap. Notevole però l’assenza delle grandi associazioni come Legambiente, WWF Italia e Italian Climate Network che non sono state coinvolte nel processo.  Inoltre raggiungere un verdetto positivo in Italia non sarà semplice, data la difficolta di individuare il soggetto da richiamare alle proprie responsabilità. Ma esistono sentenze in cui lo stato, applicando l’art. 2043 del codice civile, è stato condannato. Quindi la possibilità sussiste.
Secondo l’avvocato Luca Saltalamacchia, uno dei tre legali del pool insieme al costituzionalista Michele Tarducci e all’avv.Raffaele Cesari, «Sarà una lunga battaglia, nessuno pensa sarà una passeggiata. Riteniamo  però sia un dovere però mettere in chiaro le responsabilità sull’inazione sul cambiamento climatico». Conterà molto non solo il processo giuridico ma anche il capitale politico che il mondo della società civile saprà mettere in campo. Per questo è auspicabile un fronte allaragato e compatto che sappia agglutinare il mondo ecologista. A quel punto lo Stato, che al Parlamento ha recentemente dichiarato l’emergenza climatica, dovrò fare buon viso a cattivo gioco ed accettare la sentenza in primo grado, se vorrà essere coerente. Certo dipenderà dal governo in carica quando si arriverà al giudicato. Ma la sfida legale è lanciata.
fonte: www.lastampa.it

10 punti fermi dagli scienziati sul clima










Clima: nel rapporto “10 New Insights in Climate Science 2019”, presentato oggi a COP25 e consegnato alla segretaria esecutiva dell’UNFCCC Patricia Espinosa, si legge chiaramente, al primo punto, che il cambiamento climatico è più veloce e potente di quanto avessimo mai previsto: “Il ritmo dell’aumento contemporaneo delle concentrazioni di gas a effetto serra non ha precedenti nella storia del clima negli ultimi 66 milioni di anni e le concentrazioni di metano sono ora a un livello record del 257% dei livelli preindustriali. Un aumento della temperatura globale di 1,5 ° C al di sopra dei livelli preindustriali potrebbe essere raggiunto già nel 2030, anziché nel 2040 come è la proiezione media dell’IPCC”.

Il report- non certo l’unico proveniente dal mondo della ricerca presentato alla conferenza ONU sul clima – è in 10 punti chiave.

Secondo punto: non andiamo per niente bene. “Nonostante i fattori trainanti della riduzione delle emissioni, come la crescita dell’energia verde, le istituzioni che disinvestono dai combustibili fossili e alcuni paesi che eliminano gradualmente il carbone, l’industria fossile è ancora in crescita e i leader globali non si stanno ancora impegnando per i necessari tagli alle emissioni. Non siamo sulla buona strada per raggiungere l’accordo di Parigi”.

Terzo risultato del report: tutte le montagne saranno devastate con danni per tutto il pianeta. “Le montagne sono in prima linea per l’impatto dei cambiamenti climatici. I ghiacciai, la neve, il ghiaccio e il permafrost stanno diminuendo, il che influenzerà la disponibilità di acqua e aumenterà i pericoli naturali come frane e cascate, che potenzialmente colpiscono più di un miliardo di persone in tutto il mondo. Il cambiamento climatico influenzerà anche in modo irreversibile gli ecosistemi montani e la loro biodiversità, riducendo l’area dei punti di crisi della biodiversità, facendo estinguere le specie e compromettendo la capacità delle montagne di fornire servizi ecosistemici chiave. Dobbiamo riconoscere che la conoscenza locale e indigena nelle regioni montane svolge un ruolo chiave nella loro conservazione e gestione”.

Anche le foreste sono minacciate, con conseguenze globali. “Le foreste del mondo sono un importante pozzo di anidride carbonica, assorbendo circa un terzo delle emissioni antropogeniche di anidride carbonica. Gli incendi boschivi causati dall’uomo però hanno ridotto questi pozzi e il cambiamento climatico amplifica globalmente gli incendi boschivi selvatici. L’aumento degli incendi è stato osservato negli Stati Uniti occidentali e in Alaska, Canada, Russia e Australia a causa della prolungata siccità. Enormi emissioni sono state registrate dai cambiamenti nel terreno dell’Etiopia occidentale e dell’Africa tropicale occidentale. La perdita di foreste influenza sia il clima locale che quello globale. Combattere la deforestazione e incoraggiare la riforestazione, insieme alla gestione sostenibile delle foreste e altre soluzioni climatiche naturali, sono opzioni importanti per ridurre le emissioni nette”.

“Le condizioni meteorologiche estreme sono la “nuova normalità” nel 2019”, scrivono i ricercatori. Il cambiamento climatico ci sta costringendo a riconsiderare l’idea che abbiamo di un evento estremo. Ciò che una volta era considerato improbabile o raro – sia in termini di intensità che di frequenza – sta diventando parte di una “nuova normalità”. Gli eventi meteorologici e climatici estremi da record hanno continuato a dominare i titoli nel 2019, con l’impatto di eventi che vanno al di là della semplice registrazione e del danno ambientale: i costi materiali e umani sono particolarmente elevati. Sempre più le società dovranno adattarsi ad eventi “composti”, che possono amplificare in modo significativo il rischio di gravi impatti, e ad eventi “a cascata”, che non lasciano abbastanza tempo alle società di riprendersi prima che ne arrivi un altro. Gli estremi persistenti delle piogge e le ondate di calore, i modelli meteorologici insoliti dovuti al mutamento del flusso di correnti nell’emisfero settentrionale, così come i mari più caldi e più alti, influenzeranno tutte le regioni del mondo in modi diversi. Una mitigazione ambiziosa può contenere i rischi se manteniamo il riscaldamento a 1,5 ° C, ma a livello regionale verranno comunque raggiunti livelli pericolosi”.

Altra questione, la biodiversità: “la custode della resilienza della terra è minacciata”. “La biodiversità sulla terra, le barriere coralline e le popolazioni ittiche vedranno perdite tra il 14 e il 99 % a un riscaldamento da 1 a 2 ° C”, figuriamoci cosa potrebbe accadere se andassimo oltre. Inoltre, “la biodiversità è una caratteristica chiave degli ecosistemi stabili, fornendo – tra molti altri servizi all’umanità – riserve e pozzi di carbonio e proteggendo in tal modo la resilienza del sistema terrestre contro l’interruzione delle emissioni antropogeniche di carbonio. Pertanto, è urgente fermare il degrado degli ecosistemi”, continuano i ricercatori.

I cambiamenti climatici minacciano la sicurezza alimentare e la salute di centinaia di milioni di persone. “La denutrizione sarà il maggior rischio per la salute a causa dei cambiamenti climatici con il calo della produttività agricola, in particolare nelle zone aride dell’Africa e delle regioni montuose dell’Asia e del Sud America. Inoltre, l’aumento delle concentrazioni di anidride carbonica ridurrà la qualità nutrizionale della maggior parte delle colture di cereali. I cambiamenti climatici stanno già influenzando la produzione alimentare riducendo i raccolti agricoli, in particolare ai tropici, e aumenteranno perdite e danni in tutto il sistema alimentare. Gli stock ittici globali sono destinati a ridursi ulteriormente con il cambiamento climatico ed è un’ulteriore pressione sulle scorte già in calo di pesci e molluschi, importanti fonti di proteine ​​e sostanze nutritive umane”.

I più poveri e vulnerabili saranno anche i più colpiti dai cambiamenti climatici. “La mancata risposta e relativo mancato adattamento ai cambiamenti climatici avranno conseguenze disastrose per centinaia di milioni di persone, principalmente le più povere, e ostacoleranno lo sviluppo nei paesi in via di sviluppo. Mentre tutti noi saremo colpiti dai cambiamenti climatici, i poveri sono più vulnerabili alla siccità, alluvioni, alte temperature e altri disastri naturali, anche per la loro scarsa capacità di adattamento. Con l’aumentare della frequenza dei pericoli naturali e climatici, sfuggire alla povertà sarà particolarmente difficile”.

Equità e uguaglianza sono fondamentali per mitigare e adattare con successo i cambiamenti climatici. “La giustizia sociale è un fattore importante per la resilienza della società di fronte ai cambiamenti climatici, vitale per la cooperazione sia locale che globale per facilitare la mitigazione e l’adattamento. L’elevata disuguaglianza è stata identificata come un fattore che contribuisce al disastro: l’esaurimento delle risorse ha spinto le civiltà a collassare in passato e minaccia la capacità della nostra attuale civiltà di sopravvivere ai cambiamenti climatici e ad altri cambiamenti ambientali. Il successo della politica climatica dipende anche dall’accettazione sociale, dalla giustizia, dalla correttezza e da un’equa distribuzione dei costi. Si tratta di fattori importanti per il sostegno pubblico alla politica e per evitare pericolosi sentimenti nazionalisti. Potrebbe essere giunto il momento per i punti di svolta sociale sull’azione per il clima”.

“I sondaggi dell’opinione pubblica indicano che un numero crescente di cittadini in vari paesi è seriamente preoccupato per i cambiamenti climatici e che le recenti massicce proteste civili si stanno avvicinando alle soglie in cui ci si potrebbe aspettare il “ribaltamento” di alcuni sistemi socioeconomici. Tuttavia, le misure politiche devono accompagnare il cambiamento comportamentale e per soddisfare l’accordo di Parigi sono necessarie trasformazioni profonde e di lungo periodo guidate da una grande varietà di attori”.

A proposito di sondaggi, anche gli italiani sono preoccupati. L’89% degli intervistati del sondaggio del XVII Rapporto “Gli Italiani, il solare e la green economy” fatto da Noto Sondaggi per Fondazione UniVerde, è preoccupato dai cambiamenti climatici, il 79% è convinto che si sta facendo poco per contenere l’aumento delle temperature entro i 2 gradi e solo il 2% crede nell’azione del Governo. Inoltre per il 34% degli italiani a mettere in campo azioni sono associazioni e società civile, seguono scienziati (25%), Università e scuole (8%). Per fermare il cambiamento climatico, la convinzione è che si stia facendo di più nel settore del riuso e riciclo dei materiali (27%) e nella produzione di energia da fonti rinnovabili (24%).

Il nostro primo ministro dice che il governo è in azione: “L’Italia c’è, nella sfida ai cambiamenti climatici”, dichiara Giuseppe Conte: “Noi lavoriamo innanzitutto per rispettare i parametri di riduzione della Co2 così come indicato dall’Accordo di Parigi e per raggiungere gli obiettivi posti dall’Agenda 2030 sullo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite”, dice. Si tratta di “una sensibilità declinata molto puntualmente e in modo molto prospettico nel programma di governo. Va arricchita di contenuti”. Appunto. E di incisività, aggiungiamo noi.

Per Papa Francesco, “la crescente consapevolezza di un intervento sul cambiamento climatico è ancora troppo debole, incapace di rispondere adeguatamente al forte senso di urgenza di mettere in campo rapide azioni richieste dai dati scientifici a nostra disposizione”. Questo il messaggio inviato dal pontefice ai partecipanti a COP25.

fonte: https://www.pressenza.com

Clima, Greenpeace boccia il 'Green Deal' della Commissione Ue: 'Programma incerto e inefficace'

"Si tratta di un programma ampio, per fortuna assai distante dell’agenda di deregulation della commissione Junker, ma basta guardare oltre i titoli per vedere che le misure proposte sono deboli, parziali o del tutto assenti", dichiara Franziscka Achtemberg di Greenpeace Eu
















"Un programma incerto e inefficace rispetto a quel che già constatiamo quotidianamente, ovvero gli impatti sempre più pesanti sulle nostre vite dell’emergenza climatica in corso". Così Greenpeace definisce il cosiddetto “European Green Deal” redatto dalla Commissione Europea, di cui ha ottenuto e diffuso una bozza recente.

"Si tratta di un programma ampio, per fortuna assai distante dell’agenda di deregulation della commissione Junker, ma basta guardare oltre i titoli per vedere che le misure proposte sono deboli, parziali o del tutto assenti", dichiara Franziscka Achtemberg di Greenpeace Eu.

Secondo l’organizzazione ambientalista, "più tempo si perde - e abbiamo già perso mezzo secolo - per intervenire modificando e adattando le nostre economie e le nostre società, più costosi e difficili saranno i cambiamenti. Una transizione giusta è, soprattutto, una transizione rapida che ci risparmi tragedie, lutti e costi crescenti, sia economici che ambientali. Rispondere alla crisi ecologica e ambientale richiede un ripensamento fondamentale del sistema economico che per decenni ci ha portato inquinamento, distruzione ambientale e sfruttamento delle persone. Questo piano appena scalfisce la superficie di un sistema marcio», conclude Achtemberg.

Per Greenpeace "non basta dunque dichiarare simbolicamente lo stato di emergenza climatica, come fatto nelle ultime ore dal Parlamento Ue. Ci sono provvedimenti concreti che vanno adottati, e subito: smettere di usare gas, carbone o petrolio per produrre energia o per i trasporti; sostenere le comunità che investono in fonti rinnovabili; investire in treni e trasporti pubblici, invece di erogare sussidi alle fonti fossili (compreso il trasporto aereo); vietare l’uso di pesticidi che sostengono modelli produttivi intensivi e dannosi come gli allevamenti industriali cui non vanno più erogati soldi pubblici.

Leggi l’analisi della bozza di European Green Deal (in inglese)


fonte: www.ecodallecitta.it