Micropolis: Cambiamenti climatici e guerre o guerra ai cambiamenti climatici
Il tabù della decrescita
L’obiettivo di aumentare il Pil è incompatibile con la lotta ai cambiamenti climatici. Lo ha detto Giorgio Parisi, ma non ha avuto
Ingiustizie sociali e crisi climatica: il virus siamo noi?
Questione di futuro. Guida per famiglie eco-logiche!" è il bel libro di Linda Maggiori, educatrice, scrittrice e fondatrice di due Reti, quella delle famiglie rifiuti zero e quella delle famiglie senz'auto. Un libro che induce tutti a più di una riflessione.
Cambiamento climatico: genitori, figli e nipoti insieme per cambiare rotta
Sull’uso della parola degrowth

Due noti economisti, Lorenz T. Keyber e Manfred Lenzer, specializzati nella elaborazione di modelli, hanno di recente pubblicato su Nature Communications (12, articolo numero 2676, 2021) un saggio molto ampio e impegnativo, intitolato “Gli scenari di decrescita relativi a 1,5 gradi suggeriscono la necessità di seguire nuovi percorsi di mitigazione” (1.5 °C degrowth scenarios suggest the need for new mitigation pathways). Il loro testo fa riferimento ad un notissimo rapporto dell’IPCC, il Comitato Intergovernativo per il Cambiamento Climatico, intitolato “Riscaldamento globale di 1,5 gradi centigradi” e messo in circolazione circa due anni fa, quindi prima dei ritardi negli incontri del Comitato dovuti alla pandemia ancora in corso. Quel documento aveva un compito ben preciso, cioè difendere in modo scientifico e ben documentato la necessità assoluta di non superare il grado e mezzo di aumento della temperatura del pianeta nei prossimi anni. Questo limite per molto tempo era stato indicato in 2 gradi durante diverse Conferenze delle Parti, cioè gli incontri assembleari dell’IPCC, a causa dell’opposizione di molti dei paesi maggiori inquinatori che pretendevano di avere margini più ampi prima di essere costretti a ridurre le produzioni più dannose.
A seguito di quel conflitto interno, l’ultimo documento emesso dal Comitato indicava ancora il limite dei 2 gradi, ma aggiungeva “e se possibile degli 1,5 gradi” e subito dopo usciva il rapporto sopra indicato, a difesa del limite inferiore, considerato evidentemente dagli scienziati vitale per gli equilibri del pianeta. Una sintesi ampia e molto dettagliata di questo rapporto si trova in italiano nel sito dell’IPCC per l’Italia, nella forma di “Sommario per i Decisori Politici”.
I due economisti già nelle prime righe del saggio formulano una accusa molto precisa: “Gli scenari dell’IPCC si basano su delle combinazioni di emissioni negative e oggetto di controversie e su dei cambiamenti tecnologici senza precedenti, mentre si presume una continua crescita del prodotto interno lordo”. I due economisti hanno infatti scoperto che gli autori del rapporto si sono dimenticati di prendere in considerazione lo scenario della decrescita, poiché il prodotto dell’economia non può che diminuire a causa degli interventi sulle attività produttive volti a mitigare i loro effetti negativi sul clima. Come si può ben comprendere, si tratta di un’accusa non trascurabile, in quanto riduce di molto l’attendibilità scientifica delle migliaia di scienziati che lavorano per l’IPCC.
Dopo questa premessa, i due autori avviano una analisi molto approfondita di tutti i 222 modelli utilizzati dai redattori del rapporto, ed evidenziano il fatto che in nessuno di essi si è tenuto conto di queste riduzioni che incidono molto sulle attività economiche e sulla vita sociale di tutti i paesi coinvolti. Inoltre, non contenti, elaborano una serie di modelli, basati su una gamma di ipotesi alternative, che evidenziano ogni volto una varietà di effetti sulle società e sulle strutture produttive. Questi loro modelli sembrano essere molto semplificati (ad esempio sono elaborati in riferimento alla sola energia da carburanti), mentre invece moltiplicano le combinazioni di fattori presi in considerazione.
L’autore del presente articolo non entra minimamente nel merito del prezioso saggio, oltre che per totale incapacità scientifica, non avendo alcuna competenza in materia di modelli, anche perché è interessato solo ad un ‘aspetto molto particolare, cioè all’uso della parola “degrowth”, traducibile con “decrescita” dall’italiano all’inglese, ma che forse non rappresenta un effettivo riferimento ai tanti significati contenuti nel pensiero della decrescita nel nostro paese.
Durante questo loro lavoro, molto faticoso, indubbiamente complesso, ma anche molto accurato e scientificamente corretto, i due economisti si sono anche convinti che sarebbe molto utile tenere conto delle riduzioni dei livelli di produzione e di reddito determinate dalle misure di mitigazione e di adeguamento, perché aprirebbero la strada a ulteriori interventi di questo tipo, ad esempio a politiche come la intensificazione delle forme alternative di energia (quelle di per se non dannose per l’ambiente) e comunque a scelte industriali veramente attente ad evitare danni all’ambiente, sia riducendo l’uso di certe materie prime, sia evitando inquinamenti derivanti da processi produttivi, sia influendo positivamente su scelte dei consumatori realmente alternative.
Nella discussione finale sui risultati ottenuti dai molteplici modelli da loro elaborati, i due economisti si preoccupano molto di mostrare i limiti dell’approccio da essi adottato, ulteriore dimostrazione della loro correttezza ed elevata professionalità. Le loro indicazioni sono quindi ancora più interessanti in quanto viste in una ottica molto critica. La prima affermazione è di particolare rilievo: “I risultati indicano che il percorso con la decrescita mostra i più bassi livelli di rischio per la fattibilità e la sostenibilità, quando vengono messi a confronto con i percorsi adottati nel Rapporto SR1,5 dell’IPCC utilizzando i nostri indicatori di rischio sociale e tecnologico”. In sostanza, i controlli effettuati dai due economisti mettono in luce le conseguenze negative il troppo peso attribuito alla tecnologia oggi dominante da parte degli scienziati dell’IPCC.
Successivamente, viene sottolineato che i modelli utilizzati dai due ricercatori prendono in considerazione solo l’anidride carbonica e non tengono conto della presenza tra gli inquinanti dell’atmosfera del CH3, cioè del metano e del N2O, cioè del diossido di ozono, “per i quali le mitigazioni tecnologiche sono più problematiche di quelle per l’anidride carbonica”. E concludono affermando che “Includere tutti questi fattori dovrebbe aumentare in misura sostanziale le difficoltà delle mitigazioni. Ognuno di questi aumenti rafforza in misura rilevante l’opportunità di prendere in considerazione gli scenari di decrescita, poiché diventa ancora più rischioso l’affidarsi soltanto alla tecnologia per conseguire livelli più alti di mitigazione” E ancora,”quindi, integrando la tecnologia con delle riduzioni della domanda in una prospettiva spinta più avanti nel tempo attraverso il cambiamento sociale, diventa ancora più necessario se vogliamo che il grado e mezzo rimanga un obiettivo possibile da raggiungere”.
Segue una affermazione molto importante, anche se ancora mantenuta nell’ambito della modellistica: “Pertanto è necessario disporre di una gamma di scenari molto più ampia della nostra, se si vuole arrivare a delineare un quadro più completo della fattibilità. Tuttavia, noi continuiamo ad affermare che tale ricerca dovrebbe prendere esplicitamente in considerazione degli scenari di decrescita, ad esempio con le caratteristiche dello “Scenario di trasformazione Sociale” di Kuhnhem e altri, oppure quelle dello Scenario SSPO proposto dalla Otero e altri. Ancora più esplicita e inequivocabile l’affermazione successiva: “Specie in vista di una fattibilità socio-politica, noi siamo convinti che la mancata esplorazione di questi scenari oggi conduce solo a una profezia che si autorealizza: con una ricerca che in maniera soggettiva giudica fin dall’inizio tali scenari come non realizzabili, essi rimangono margina nei discorsi pubblici e quindi inibiscono il cambiamento sociale, e quindi lasciando che essi appaiano ancora meno fattibili agli scienziati e così via. Come affermano McCollum e altri (1) e Pye e altri, (2) chi elabora i modelli si deve assumere la responsabilità collettiva di valutare l’intero spettro delle possibilità future, ivi compresi scenari comunemente considerati politicamente improbabili”.
I due economisti hanno quindi una visione molta seria del loro lavoro e marcano una distanza molto forte dal folto gruppo di scienziati, oltre 2.500, che sono a disposizione dell’IPCC. E infatti continuano ad evidenziare i limiti del loro lavoro e affermano ancora una volta che secondo le loro conoscenze, non esiste alcuno studio approfondito che esamini i motivi che hanno condotto ad omettere degli scenari di decrescita nei 222 modelli costruiti per l’IPCC.
Si arriva così al punto fondamentale che ha motivato la scrittura del presente articolo. Sempre nelle valutazioni finali, i due economisti affermano che una società della decrescita dovrebbe funzionare in modo molto diverso in confronto alla società attuale:
“Quindi i parametri e le strutture dei modelli basati sul passato potrebbero non essere più validi. Inoltre sarebbe necessario riconoscere che il prodotto interno lordo è un indicatore inadeguato del benessere di una società, almeno nei paesi più ricchi. Invece, il punto focale dovrebbe essere orientato direttamente verso la soddisfazione di bisogni umani multi-dimensionali (3). Tutto ciò è particolarmente importante dato che molte proposte di decrescita comprendono un rafforzamento del lavoro non monetizzato, ad esempio come il lavoro di cura e l’impegno in senso comunitario, nonché una demercificazione dell’economia e delle attività orientate verso la condivisione, il dono e il bene comune”.
È indubbio che i due economisti siano informati su alcuni elementi essenziali di una società completamente alternativa al sistema economico dominante, però ho la sensazione che le loro conoscenze non siano particolarmente approfondite e che manchi una scelta decisamente orientata verso un cambiamento radicale (da effettuare oltretutto in tempi piuttosto rapidi). La mia sensazione si basa su alcuni elementi, che vorrei sottoporre al lettore affinché possa giudicare. In primo luogo, i testi citati sono pochi (vedi nota 3), tre di Kallis, e mancano i testi base del pensiero della decrescita (da Ivan Illich a Georgescu Roegen e Serge Latouche, solo per fare qualche nome) che descrivono in tutta la loro portata e profondità i mutamenti radicali che caratterizzano l’alternativa al sistema capitalistico. In secondo luogo, i due ricercatori esprimono la necessità di tener presenti, in eventuali successivi studi, una pluralità di visioni economiche per conseguire un quadro più completo della realtà socio-economica, ad esempio l’economia postKeynesiana, quella ecologica e quella di tipo Marxista, tra loro molto diverse. Infine, i due economisti ritornano al loro campo di specializzazione e citano le modifiche che si potrebbero apportare ai sistemi adottati dall’IPCC, trascurando il fatto essenziale che tutta l’impostazione di questo Comitato internazionale mira soltanto ad apportare mitigazioni e adeguamenti ai sistemi economici esistenti, in una ottica di pura sostenibilità che non tiene di fatto conto della drammaticità dei fenomeni ambientali indotti dalle attività umane. Cosa suggeriscono i due economisti: “Promettenti sviluppi in questa direzione sono messi in evidenza nella rete dei modelli IAM di MEDEAS, che mette in connessione approfondimenti economici nella biofisica con la dinamica dei sistemi e le analisi input-output. Un altro esempio recente è costituito dal modello EUROGREEN, che combina economia post Keynesiana ed ecologica in un coerente quadro di sistemi dinamici stock e flussi, con lo scopo di valutare le conseguenze sociali ed ecologiche di scenari di decrescita nazionali e di crescita verde”.
Anche nel titolo del saggio si parlava di “suggerire la necessità di seguire nuovi percorsi di mitigazione”, una delle parole chiave per comprendere l’effettivo ruolo dell’IPCC, che pur rappresentando in apparenza un grandioso tentativo di tutti gli Stati di collaborare nella soluzione dei problemi climatici, in realtà è chiaramente la sede di un ulteriore tentativo di mantenere intatte le logiche del sistema economico dominante.
In conclusione, mi sembra che non possiamo farci ingannare dall’uso della parola “degrowth”, traducendola con “decrescita”, come se per la prima volta fossimo in presenza di una accettazione in una importante sede internazionale del pensiero della decrescita. Viceversa, possiamo tentare di trarre una qualche utilità dalla lettura di questo corposo saggio. Sarebbe di estrema importanza che economisti come Keyberg e Lenzen concentrassero i loro sforzi analitici sulla transizione dall’economia dominante a quella descritta dal pensiero della decrescita, evidenziando percorsi di trasformazione, connessioni tra i passi successivi e tempi di realizzazione (imposti dalla crisi climatica). Pur con delle inevitabili imperfezioni e limitazioni, costituirebbe uno strumento di azione e uno stimolo al dibattito politico tra le forze in campo, di cui l’intera umanità ha urgente bisogno.
Nei pochi mesi che ci separano dalla prossima Conferenza delle Parti dell’IPCC e dall’apparizione di nuovi rapporti dei loro scienziati, non dovremo mai trascurare i dati relativi al dissesto del pianeta e al rischio della “sesta estinzione di massa”.
Note
McCollum D.L e altri, Energy modellers should explore extremes more systematically in Scenarios, Nat. Energy 5 104-107 (2020)
Pye e altri, Modellin net-zero emissions energy systemes requires a change in approach, Clim. Policy, 21, 222-231 (2020)
3. Kallis G. e altri, Research on degrowth, Annu. Rev. Eviron. Resour. 43,291-316
(2018)
Kallis G. In defence of degrowth, Ecol. Econ. 70 873-880 2011
Hickel J. E Kallis G. Is gren growth possible? New political economy, 25
469-486 2020
Hickel J. It is possible to achieve a good lif for all within planetaries boundaries?
Third World 40 18-35 2019
Hickel J. Degrowth: a theory of radical abundance, Real World Economics
Revue, 54-68 2019
Jewell J. E Cherp A., On the political feasibility of climate change mitigation
pathways: is it too late to keep warming below 1,5 C ? Wires Climate
Change 11 e621 2020
fonte: comune-info.net
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De-costruire, Re-immaginare, Praticare. Tre movimenti per cambiare il mondo
Dopo giorni intensi di confronti e di scontri, di stimoli da persone meravigliose e non, di visioni di paesaggi stupendi e di devastazioni ambientali… dopo aver pedalato in salita, fatto volare i pensieri in bicicletta, aiutato persone in difficoltà, vissuto spazi di confronto e di crescita…. Torno a casa con la conferma che il mondo può essere cambiato in meglio e che a farlo saranno proprio le generazioni che lo stanno abitando.
Da attivista spesso rifletto su quale possa essere il modo migliore per generare il cambiamento, quali le chiavi, quali i processi, quali i movimenti necessari. Questo viaggio mi ha aiutato a mettere in fila i pensieri:
De-costruire
De-Costruire è il movimento più lento e complesso.
Capitalismo, Dominio, Antropocentirsmo, Consumismo, Individualismo, Imperialismo, Razzismo, Patriarcato, Eteronormatività, Gerontocrazia…
De-Costruire vuol dire individuare e interrogare tutti quei sistemi di pensiero e retaggi culturali che provocano sofferenza e devastazione riconoscendone la loro natura intimamente culturale e, quindi, riconoscendone la loro non-inevitabilità, la loro contingenza, temporanea e sostituibile.
È un movimento complesso, che ci costringe a domandarci quanto della nostra identità sia costruita su tali sistemi di pensiero e quanta fatica ci possa costare liberarcene.
È un movimento lento, un processo di apprendimento, che ha bisogno di perentoreità e allo stesso tempo di indulgenza e pazienza.
È l’arte che deve apprendere chi vuole mettere in discussione questo mondo.
Re-immaginare
Re-immaginare è il movimento più divertente e creativo, che richiede allo stesso tempo competenza, conoscenza e visone sistemica.
Vuol dire godere della possibilità di immaginare e costruire collettivamente un’alternativa a tali sistemi. Vuol dire conoscere a fondo, studiare le alternative esistenti e metterle in rete, sperimentare e immaginare le interazioni locali e su vasta scala.
È l’arte delle generazioni che dialogano tra loro.
Praticare
Praticare è il movimento più importante, è il movimento imprescindibile. Praticare vuol dire porre il dubbio su ogni nostra abitudine personale e collettiva creandone di nuove. Non c’è cambiamento culturale senza cambiamento delle pratiche. Le pratiche risignificano la nostra esperienza del mondo. Praticare vuol dire cambiare il mondo qui e ora. Vuol dire non vedere distinzione tra mezzo e fine. Praticare è l’arte dei cambia-mondo e noi siamo qui per questo!
fonte: www.decrescitafelice.it
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Degrowth Day – Prendersi cura del cambiamento: la nostra decrescita è intersezionale!
Il 5 giugno 2021 si svolge la terza Giornata mondiale della decrescita sul tema della cura. Corinna Dengler e Giacomo D’Alisa approfondiscono la centralità dell’assistenza per la decrescita.
La decrescita è una rivendicazione di attivismo e politica, supportata dalla ricerca accademica, che mira a garantire il benessere umano globale entro i confini planetari. La decrescita problematizza l’interconnessione dei sistemi di dominio come le relazioni sociali di sfruttamento con la natura, il patriarcato, la colonialità / razzismo e le relazioni di classe. Nel tentativo di avventurarsi oltre queste relazioni di potere, costruire futuri alternativi e un sistema ecologicamente sano e socialmente giusto, la decrescita è anti-patriarcale, anticapitalista e decoloniale. Un approccio intersezionale di decrescita femminista prevede una società con differenti relazioni e ruoli di genere, diversa distribuzione del lavoro pagato e non retribuito tra tutti i membri della società, differenti interazioni culturali e anche differenti percorsi co-evolutivi tra specie umana e non umana.
La decrescita è un insieme di discorsi e pratiche che mirano a guidare la trasformazione della società mettendo al centro della visione politica la cura per l’uomo e l’ambiente, nonché la vulnerabilità della vita. Gran parte del lavoro socialmente necessario viene svolto in maniera non retribuita dalle donne, ai margini del lavoro formale. Crescere figli, prendersi cura di malati e anziani e fare i lavori domestici – riassunti come lavoro di cura, lavoro riproduttivo o riproduzione sociale – sono, nel nostro attuale sistema economico, femminizzati, invisibilizzati, svalutati e spesso esternalizzati lungo il nesso di classe-razza-genere . La pandemia Covid-19 ha reso ancora più evidente ciò che le femministe hanno sostenuto a lungo, vale a dire che il lavoro di assistenza – in particolare il lavoro di assistenza diretta che implica una relazione tra un caregiver e un assistente – è il fondamento della nostra economia e società.
Il concetto di cura può essere esteso anche alla cura dell’ambiente. Ad esempio, possiamo considerare il ruolo inestimabile che i lavoratori di sussistenza svolgono nel fornire le condizioni biofisiche per la riproduzione umana, mantenendo così in vita il mondo. È necessario riconoscere l’importanza che il lavoro di cura ha per il benessere delle persone e degli ecosistemi in tutte le società. Questo lavoro non è solo domestico o fornito tramite il mercato o lo stato, ma è anche un lavoro comunitario ed ecologico. Il lavoro di cura si differenzia strutturalmente dalle altre forme di lavoro, perché include una relazione interpersonale tra soggetti ed è quindi intrinsecamente relazionale. La relazione interdipendente tra il caregiver e il curante è solitamente caratterizzata dall’emotività ed è spesso basata su relazioni di potere asimmetriche, dipendenza della persona che riceve l’assistenza e quindi anche vulnerabilità.

Adottando un approccio che comprenda l’intero corso della vita, è fondamentale riconoscere che la dipendenza dall’assistenza non è eccezionale, ma piuttosto un denominatore comune con cui tutte le nostre vite iniziano e con cui in maggioranza finiscono. Durante tutto il corso della vita, ci sono fasi in cui avremo bisogno di ricevere o essere in grado di prestare assistenza. Una vita senza dolore e libera da ogni tipo di obbligo di cura è la promessa del moderno mondo capitalista occidentale, ma questa diventa una realtà solo in casi eccezionali e rari, a costo di sfruttamento sistematico e disuguaglianza. Per gli studiosi-attivisti della decrescita, la materialità del corpo si accompagna alla vulnerabilità immanente di ciò che è vivo e mostra la condizione di interdipendenza ed eco-dipendenza dell’esistenza. In linea con ciò, la vita che i decrescenti si impegnano a sostenere non aspira a essere un’emancipazione chimerica dalla natura, dal corpo e / o dalle interdipendenze attente, come fa il progetto coloniale civilizzatore della modernità capitalista. Ciò implica mettere in discussione i confini di un’epistemologia moderna capitalista che concettualizza un agente sempre autonomo, egoista e razionale come suo attore centrale. Piuttosto, come studiosi-attivisti della decrescita, dovremmo riconoscere che la vita dipende da una miriade di relazioni e interdipendenze, e che gli homines oeconomici e gli eroi solitari non sono altro che una finzione andro e antropocentrica.
Centrare la cura e la sostenibilità della vita è fondamentale non solo per superare la crisi sociale, ecologica, economica e assistenziale che molte persone affrontano, ma per promuovere una transizione ecosociale verso una società post-carbonio. La sostenibilità della vita è promossa da attività collaborative e relazionali necessarie per sostenere la vita nel tempo, comprese le sue dimensioni materiali e simboliche, le forme di vita umana e non umana e la loro interdipendenza. Questo è il motivo per cui la cura è il principale comune per istituire una società della decrescita che vuole sostenere la vita. In questo contesto, la Giornata mondiale della decrescita di quest’anno proclama: La cura è fondamentale per il futuro della decrescita che prevediamo, e nella cura del cambiamento, la nostra decrescita è intersezionale!
fonte: www.decrescitafelice.it/
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Dopo la decrescita

“Non c’è niente di peggio di una società della crescita senza crescita.”
Serge Latouche
In questi mesi di pandemia e quarantena mi è capitato di rileggere molti libri e articoli: per dare un senso alla situazione che viviamo e per raccogliere elementi in grado di ricostruire le origini del disastro attuale che, con il trascorrere del tempo, risultano sempre di più correlate a comportamenti errati rispetto ai nostri simili, agli altri animali, alla natura. Così, a distanza di anni, capita di capire meglio lo spessore di alcune analisi in grado di illuminare il buio del presente. Le parole riportate in apertura sono l’incipit di un’intervista rilasciata ormai otto anni fa da Serge Latouche, il teorico della decrescita, cui seguono parole che oggi assumono il valore di una denuncia lucida e quasi profetica: “Quella che stiamo vivendo è la crisi di una società che vorrebbe continuare a crescere ma non riesce a farlo. (…) che genera un’austerità imposta, una disoccupazione che raggiunge livelli incredibili, una gravissima crisi delle finanze pubbliche e, con essa, l’esaurimento delle risorse per finanziare ciò che garantiva un minimo di qualità della vita in una società capitalista (la salute, la cultura, l’educazione eccetera)”.[1]
Sembrano parole scritte ieri, non dieci anni fa. Allora, mentre si cantavano le lodi della società 4.0 che avrebbe trasformato le nostre vite, c’era già chi presagiva il disastro che oggi viviamo. L’intervista alludeva ad una transizione simile a quella che stiamo vivendo, sintetizzata efficacemente dal titolo “Fine corsa”: “…mi sembra che lo scenario di trasformazione lenta e progressiva sia molto poco probabile. Io non ci credo. La situazione in cui siamo è evidente da almeno cinquant’anni: se datiamo il primo passo della critica ecologica al 1962, con l’uscita del libro di Rachel Carson “Silent Spring”[2], tutto era già allora sufficientemente chiaro…. Nei fatti, la forza, la capacità di resistenza del sistema è talmente forte che soltanto il collasso può aprire la strada a una via d’uscita. Arrivati a quel momento, quale sarà la via d’uscita? Questo è il punto. Sarà “l’ecosocialismo” oppure “la barbarie”. Ora siamo più o meno arrivati all’ora della verità.”
Quindi quello che viviamo è un percorso che alcuni/e studiosi/e avevano previsto, cui avremmo dovuto preparaci da tempo e sul quale diverse correnti di pensiero riflettono tuttora. Invece la gran parte delle persone lo affrontano da ingenue, come chi pensa di attraversare il deserto portandosi una semplice bottiglia d’acqua.
Se avessimo perso meno tempo nel polemizzare sull’idea di decrescita, spesso dileggiata perché volta alla ricerca di una “decrescita felice”, se avessimo accettato l’idea di dover modificare sostanzialmente le basi del nostro modo di vivere, saremmo stati meno impreparati dinanzi ad una situazione che sembra non avere vie di uscita. E ciò dopo un anno di esortazioni (“andrà tutto bene!”) e l’uso sempre più inutilmente abbondante di termini quali sostenibilità, resilienza, economia circolare, che propongono l’idea di una ripresa generale successiva alla pandemia, priva di pecche e difetti.

Eviterò ogni polemica o tentativo di spiegazione della decrescita e considererò il dato di fatto evidente: il mondo decresce, inesorabilmente e complessivamente, al di là di tutte le buone intenzioni. Nei primi venti anni di questo millennio abbiamo assistito ai più diversi tentativi per risollevare l’economia del pianeta, che ha continuato a crescere solo virtualmente attraverso le speculazioni di borsa e gli artifici finanziari. La cosiddetta “bolla speculativa dei prodotti derivati”[3] nata nel 2008, continua ancora a produrre i suoi effetti: ogni volta che si tenta di ritrovare un ritmo di crescita pari a quello dei “trenta gloriosi”[4], puntualmente arriva un evento, considerato imprevisto, che rimanda tutto indietro, come se giocassimo al “gioco dell’oca”.
È il fallimento della società industriale che trent’anni fa, con la fine del sogno socialista, pensava di avere trovato nel sistema capitalistico globale la sua prospettiva e di averlo reso virtuoso ed inarrestabile, applicando a tutte le attività umane, comprese quelle che si basano sui viventi, le regole del sistema finanziario. Regole che prevedono l’utilizzo in funzione della produzione e del consumo di ogni essere del pianeta, definito “risorsa”: indipendentemente dalle condizioni esterne e dai cicli biologici, tutti/e noi siamo risorse per la produzione e il consumo, trascinando gli altri viventi verso il nostro stesso destino. La soluzione alla crisi, proposta dalle stesse forze che l’hanno provocata, sarebbe la creazione di un sistema immateriale la cui “precisione”, avviata attraverso l’uso dei più sofisticati mezzi tecnico-scientifici, risolverebbe il problema della finitezza dei mezzi e, penetrando negli intimi meccanismi della materia, permetterebbe di costruire una vita “à la carte” e lo sviluppo di un mercato attivo 24 ore su 24.
La società, vista con tale logica, si rivela un grande gioco di mercato: un “Monopoli”, dove però i giocatori non sarebbero rifinanziati ad ogni passaggio dal traguardo (come succede nel famoso gioco) e dove, secondo l’andamento del gioco, risulterebbero sostanzialmente modificate le condizioni reali di vita per tutti/e, indipendentemente dalle singole azioni e dal fatto che non si giochi a quel tavolo. Ed è quello che constatiamo quotidianamente, persino ora, durante la pandemia.
A ben vedere, le conquiste compiute nei più diversi campi di lotta contro la fame, le malattie e la povertà, si sono rivelate limitate e gli interventi di scarsa efficacia. Il traguardo dell’eliminazione di questi problemi dalla storia dell’umanità, tanto sbandierato negli ultimi cinquant’anni, è stato progressivamente spostato sempre più avanti nel tempo e sempre più ridotto nell’entità. Alla fine degli anni Sessanta del Novecento pensavamo di eliminare la fame, la povertà e le malattie per la maggior parte degli abitanti del pianeta entro il Duemila: negli anni Novanta ci siamo resi conto che questo era impossibile, sicché abbiamo posticipato i tempi e ridotto le percentuali per ciascuno degli obiettivi. Probabilmente faremo lo stesso ora che il Piano d’azione dell’ONU, detto Agenda 2030, prevede la sua realizzazione, fissata con tanto di target e indicatori, nel 2030.

Il Covid-19 ha messo in evidenza, in modo quasi inaspettato, le contraddizioni sino ad ora descritte e con esse la brutalità dell’ingiustizia e delle discriminazioni in tutto il pianeta, soprattutto nei Paesi che ritenevano di essere meno suscettibili di altri ai mutamenti in corso. Ma ci ha anche offerto una base nuova per riflettere sul futuro. Anzitutto, una considerazione quasi banale: se sappiamo che le risorse non sono illimitate, se pensiamo che all’economia lineare[5] si debba sostituire l’economia circolare[6], come possiamo pensare di crescere e svilupparci indefinitamente? È chiaro che, se alcuni limiti sono stati superati, il sistema si riequilibrerà comunque, anche se non fossimo noi a farlo.
Ciò che in questa crisi ci ha colti/e di sorpresa non è la probabilità che il sistema naturale trovasse una sua via di soluzione, cosa già avvenuta in innumerevoli casi – dalle frane alle inondazioni, alle eruzioni, ai terremoti -, bensì il fatto che esso abbia colpito direttamente il nostro corpo. Esso è stato colpito in modo più pervasivo che in altre occasioni (di epidemie e pandemie ne abbiamo avute e superate tante), mostrando come siano inadeguate le strutture portanti dei nostri sistemi sociali, economici e politici.
In questo senso la ricostruzione post Covid-19 dovrà nascere all’insegna della decrescita, poiché tutto il mondo ripartirà da un livello di relazioni (non solo economiche) molto più basso del passato e non potrà risalire linearmente al livello di produzione e consumo precedente. Dovremmo affrontare i problemi della ricostruzione basandoci su un modello circolare dei sistemi di produzione e di servizio, di certo evitando di consumare enormi quantità di energia, pur se rinnovabile. Anche sul piano delle relazioni sociali e politiche sarà difficile rinnovare momenti d’incontro oceanici, dove i singoli sono un numero e partecipano con la sola aspirazione di poter dire: – “Io c’ero!”. Dovremo ricostruire psicologicamente noi stessi e non potrà avvenire sbandierando, come ora avviene, un possibile benessere consumistico e la prospettiva del successo personale.
L’esordio dell’epidemia e la sua rapida trasformazione in pandemia sono sembrati un colpo arrivato in un momento di estrema debolezza. Le società umane sono in crisi: le condizioni di vita degli individui sono troppo diseguali, troppe sono le ingiustizie[7] e, per compensare il senso di frustrazione, chi può ricorre al consumismo, che comunque non riesce ad attenuare malessere e frustrazioni. Il Covid-19 ha infranto la diffusa convinzione della propria superiorità di specie, cosa che altri virus simili come quello dell’influenza o dell’HIV, non erano riusciti a fare. Finora l’uomo si è ritenuto un animale diverso dagli altri, tanto diverso da poter reificare, sfruttare, sterminare il resto dei viventi. Anche le iniziative assunte per difendere la natura e gli animali non umani sono state viste come interventi che ci avrebbero permesso di proseguire su un percorso di sfruttamento, da attuare utilizzando metodi “più corretti”. Oggi constatiamo che questo tema ci riguarda direttamente e che gli interventi fatti su altri viventi cambiano la nostra vita; il loro sfruttamento ed il loro sterminio sono la porta per rendere accettabile quello di altri umani. La decrescita “poco felice” del nostro sistema di vita, causata non da un destino ineluttabile, ma dai nostri comportamenti, è un dato di fatto da cui partire per incamminarsi per un’altra strada.

Cosa dovremo fare dopo la decrescita?
Partiamo da ciò che è rimasto di tutta la nostra società basata sull’economia: cosa si è fatto nel periodo di quarantena per vivere ed avere relazioni con gli altri? È servito essere in buona salute, nutrirsi bene, avere dell’energia a disposizione e sviluppare le relazioni, perché abbiamo capito che comunicare è un fatto culturale e non solo tecnico – informativo. Quindi tutto ciò su cui dobbiamo fondare la ricostruzione dopo la decrescita riguarda questi ambiti: se cercheremo semplicemente di ritornare alla vita che conducevamo prima, sbatteremo contro il muro. Avremmo una vita insostenibile e favoriremmo la diffusione di virus che, a quanto sembra, si trovano avvantaggiati da alcune condizioni presenti nella nostra vita attuale: lo sviluppo di grandi concentrazioni di viventi (metropoli per gli uomini, allevamenti industriali per gli animali, produzioni monocolturali per le piante); la condizione immunodepressa delle popolazioni umane e non-umane, costrette a vivere in questo stato; lo sviluppo e la diffusione nell’atmosfera del carbonio, che favorisce il proliferare e il permanere delle catene molecolari, quindi dei virus che sono fatti di catene di carbonio e che, ricordiamolo, sono la base della vita. Inspiegabilmente abbiamo rimosso dalla nostra coscienza la riduzione della biodiversità che, attraverso la complessità degli habitat, è un argine nei confronti del “salto di specie”, causa prima dell’attuale pandemia e di altre precedenti epidemie.
Se dovremo impegnare le grandi risorse finanziarie che si prevedono in arrivo, facciamolo per tutelare anzitutto la salute e l’alimentazione nostre e degli altri viventi, e facciamolo attraverso il ripristino di condizioni energetiche “sostenibili”. Queste poche frasi possono sembrare banali, ma aprono un gran numero di prospettive, soprattutto se pensiamo che questi risultati possiamo ottenerli attraverso sistemi di comunicazione a minore impatto energetico. Purché essi non annullino le individualità e non riducano le persone a un’immagine di sé, perché in tal caso l’impatto energetico negativo sarebbe solo apparentemente minore.
Non ne siamo ancora consapevoli, ma la pandemia ha aperto una nuova strada per l’umanità. È avvenuto altre volte nella storia dell’uomo di assistere e partecipare al crollo di sistemi creduti indistruttibili. Come ci ricordava Serge Latouche nel 2013: “Le catastrofi ci sono state e ci saranno di nuovo. Ma c’è anche la capacità del mondo di riorganizzarsi. L’Impero romano si è riorganizzato. Solo che nel IV secolo d.C. la popolazione di Roma è passata da circa due milioni di abitanti a circa trentamila. Oggi la popolazione di Detroit è passata da circa due milioni a meno di settecentomila abitanti. Che cosa è successo? La gente non è sparita, non è stata massacrata: molti sono andati altrove, quelli rimasti hanno riconvertito la zona centrale di Detroit in orti urbani…. È un’altra civiltà che nasce. Probabilmente succederà lo stesso a Parigi, a New York, sarà un cambiamento forte ma che avverrà a poco a poco.”[10]
Chi non aveva aperto gli occhi dieci anni fa, oggi sarà costretto a farlo e a ripensare criticamente i propri comportamenti e relazioni sociali. Non sarà un processo semplice ed indolore, tutt’altro. Ma è l’unica via per costruire, dopo la decrescita, un mondo e una vita più degni di essere vissuti.
fonte: comune-info.net
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L’ambiente e il calzolaio Indaco

Qualche anno fa, mi misi a riflettere sull’orrore di consumare e buttare spazzolini da denti fatti di plastica non riciclabile. Ed è davvero un orrore, basta moltiplicare per quanti siamo e pensarci un attimo. Così, ordinai un ecospazzolino, legno e bambù. Costava giustamente il doppio degli spazzolini in plastica, ma costava sempre poco. Lo spazzolino mi arrivò il giorno dopo. Un po’ meno funzionale dello spazzolino di plastica, e anche questo va bene. Quasi per caso, guardai la busta. C’erano segnate tutte le tappe che aveva fatto: tipo (non ho conservato la busta) aeroporto di Shenzen ore 3:32, Berlino Tempelhof ore 14:17, aeroporto di Parigi ore 17:21, Milano ore 21:12, deposito Piacenza ore 0.24, Sesto San Giovanni ore 4:22… Da allora, la cosa che chiamano ecologia la vedo sotto tutta un’altra prospettiva.
Uno studio uscito da poco ci informa che “l’insieme della massa creata dall’uomo eccede tutta la biomassa vivente”, Global human-made mass exceeds all living biomass.
Gli autori hanno fatto un confronto storico tra la “massa antropogenica” e la biomassa del pianeta. La massa antropogenica consiste nella “massa incorporata in oggetti solidi inanimati fatti dall’uomo (che non sono ancora stati demoliti o messi fuori servizio)”, quindi non comprende ciò che chiamiamo rifiuti. Nel 1900, la massa antropogenica era pari a circa il 3% della biomassa a secco. A partire dalla Seconda guerra mondiale, la massa antropogenica cresce di circa il 5% l’anno. Poi ha cominciato a raddoppiare ogni vent’anni. Il sorpasso avviene nell’anno 2020 (± 6), cioè più o meno adesso. Se però includiamo i rifiuti, il sorpasso è già avvenuto nel 2013 ± 5.
Attualmente, ogni settimana, ogni essere umano produce una massa antropogenica pari al proprio peso; ma, come potete vedere, sta aumentando… Abbiamo detto, biomassa a secco, comunque anche a umido, ai tassi attuali, il sorpasso arriverà nel 2037 ± 10.
Alcune riflessioni al volo. Stiamo parlando soprattutto di cemento, inerti, mattoni, cose in genere trascurate quando si parla di ambiente. Non stiamo parlando di CO2, né di particelle sottili nell’aria, né di pesci che scompaiono dai mari, né di scioglimento dei ghiacciai, né di deforestazione dell’Amazzonia. Eppure, sono tutte cose che vanno insieme. Insieme, costituiscono la tecnosfera. Dove, un amico mi ricorda, per ogni singolo essere umano, esiste una massa di circa 4.000 tonnellate tra vacche, mais, grattacieli, chiavette Usb e sacchetti di popcorn abbandonati.
La cosa fondamentale è la velocità dell’aumento: a guardare lo schema, vediamo che l’ultimo raddoppio risale a meno di vent’anni fa. Diciamo diciassette anni fa. Eravamo abituati ai vecchi che avevano visto il mondo cambiare. Ma immaginatevi per un momento di avere una figlia diciassettenne. Bene, è nata in un mondo antropizzato la metà di quello attuale.
Ora, cos’è che aumenta? Aumenta la trasformazione dell’ambiente (vivente o no) in oggetti creati dall’uomo: sabbia che diventa cemento, pesce vivente che diventa bastoncino Findus, suolo vivente che diventa parcheggio. Probabilmente, qualunque trasformazioni volessimo seguire, vedremmo un andamento simile a quello che si vede nel diagramma.
Questa trasformazione richiede energia. Tutte queste trasformazioni a lungo termine diventano rifiuti. Questo processo segue un ritmo in accelerazione che rispecchia il diagramma che vi abbiamo presentato sopra. E tutto questo è possibile solo grazie a un continuo e strutturatissimo coordinamento tra imprenditori, finanza e poteri statali.
A questo punto spero che riusciamo a guardare la questione ambientale con occhio diverso. Esiste un processo: la trasformazione dell’ambiente tramite l’energia, a velocità sempre crescente, prima in prodotto morto e poi in rifiuto.
Poi possiamo analizzare i singoli “rifiuti”, in senso lato: le api morte, la concentrazione di CO2 nell’atmosfera, lo scioglimento dei ghiacciai, l’acidificazione dei mari, l’estinzione dei pesci, la siccità non solo nel Sahel, ma anche in Toscana…
Prendiamo la questione dei combustibili fossili cui oggi va di moda contrapporre le cosiddette “energie alternative” – eolico, solare, idroelettrico. Ci dicono che le energie “alternative” sarebbero meno dannose del carbone o del petrolio, anche se meno efficienti, e immagino che entrambe le affermazioni siano vere. Ma questo sarebbe vero solo a parità di consumo. Però il consumo dipende dalla velocità a cui si usa l’energia per trasformare le risorse in prodotti e poi in rifiuti. Guardate di nuovo la curva dell’accelerazione che si vede nel diagramma sopra. Che si distrugga il Canada per estrarne petrolio con il fracking o si riempiano gli Appennini di pale eoliche, lo scopo è solo di accelerare quel processo.
Se i sauditi continueranno a venderci petrolio, l’eolico sarà un’utile aggiunta per accelerare ancora il processo; e se invece siamo davvero al picco del petrolio, aiuterà a non rallentare nemmeno per un attimo. A questo punto, credo che capirete perché è una menzogna associare le rispettabili forme di energia non fossili al “verde”, all’”ambiente” o cose simili.
Secondo. Se il vero problema è l’accelerazione del processo che trasforma l’ambiente, con l’uso dell’energia, in rifiuti, l’unica cosa sensata sarebbe la decelerazione, o meglio ancora, l’inversione di tendenza: la de-crescita. E su questo possiamo essere molto pratici e contenti di piccolissime cose, tipo quando si chiude per qualche giorno il Canale di Suez per merito di una nave di proprietà giapponese, ma che batte bandiera panamense, o il Comune concede una piazza per fare il mercato ai contadini del circondario anziché ai bancarellisti che si riforniscono ai mercati generali, o un magistrato nega il permesso a un nuovo complesso sciistico, o una persona anonima butta giù un’antenna 5G, o un proprietario non ha i soldi per tappare i buchi in cui i rondoni fanno i nidi. Ecco, queste sono reali vittorie ambientaliste. Sembrano molto piccole, ma è nella piccolezza tutta la loro forza.
Prendiamo invece la questione della popolazione. Nel 1900, c’erano circa 1,5 miliardi di esseri umani, oggi ce ne sono quasi 8 miliardi. È un aumento di oltre cinque volte. Ma se l’impatto antropico è cresciuto dal 3% al 100% (in confronto alle biomasse), abbiamo un aumento di trentatré volte. Da cui si capisce che la crescita economica è circa sette volte più un problema della crescita della popolazione. Insomma, ha ragione chi dice che l’aumento della popolazione è parte del problema. Ha torto chi dice che è il problema.
Oppure prendiamo i rifiuti. Tutto ciò che è stato prodotto, prima o poi diventa rifiuto. Settant’anni fa, mi raccontano, c’era il calzolaio di nome Indaco (siamo in Toscana!), che arrivava nel paesino degli Appennini, e veniva ospitato nelle case per diversi giorni, per fare le scarpe per alcuni, e per aggiustare quelle degli altri. Indaco poteva guadagnare anche quando aggiustava, e quindi non aveva interesse a trasformare tutto in rifiuto. Conoscete un produttore capitalista di scarpe che abbia lo stesso atteggiamento? Tutti siamo impazziti sui rifiuti, perché i produttori fanno ciò che vogliono, poi ci vuole una laurea triennale in scienze ambientali per capire dove buttare la roba. E ci vuole un dottorato di ricerca, per capire cosa succede effettivamente dopo. Ad esempio, io ho capito che le fatture vanno nella “carta”, mentre gli scontrini (che lo stato italiano obbliga ogni commerciante a emettere) che invece sono stampati su carta chimica, vanno nel “misto”. Io ci sto attentissimo, e questo mi permette qualche effimero senso di superiorità verso chi non lo sa, ma risolve il problema dei rifiuti? No. Il problema dei rifiuti si affronta con le tre RI… RIdurre, RIutilizzare, RIciclare.
Ridurre va al primo posto. Ridurre la produzione, ridurre i consumi, ridurre la cementificazione, ridurre i trasporti, ridurre l’impatto antropico, ridurre il numero di contenitori prodotti, ridurre l’asfalto, ridurre l’uso dell’energia qualunque sia, ridurre la pesca, ridurre la temperatura in casa d’inverno, ridurre le distanze tra chi produce e chi consuma. Tutte cose a pensarci gratuite, non ci vogliono mica i miliardi per fare una transizione ecologica seria. Scoraggiare la gente dall’utilizzare l’auto è ecologico, ed è anche gratis. Sovvenzionare la produzione di nuove auto che emettono il 5% di inquinanti in meno, è antiecologico perché la produzione inquina più dell’utilizzo. E costa pure. Ma proprio perché non ci vogliono i miliardi, lo sappiamo tutti che non si farà.
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Micropolis: Il senso del BES di Anna Rita Guarducci
fonte:Micropolis
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Dalla decrescita al benvivere

Non so se l’idea che mi sono fatto della decrescita sia la stessa dei suoi teorici, ma vi scorgo tre messaggi importanti. 1. Non si può perseguire la crescita infinita in un pianeta dalle risorse limitate. 2. La corsa dietro ai consumi compromette la qualità della vita per strangolamento delle relazioni. 3. Se vogliamo garantirci un futuro dobbiamo ridurre consumo di materia e produzione di rifiuti.
Ma enunciati i principi spuntano i nodi. Ad esempio in un mondo squilibrato come quello in cui viviamo, l’invito a ridurre non può valere per tutti, ma solo per gli opulenti, quelli che consumano 100 chili di carne all’anno, che possiedono più di un’auto ogni due persone, che producono più di 500 chili di rifiuti all’anno.
Quanto ai tre miliardi di miseri, hanno diritto a mangiare di più, vestirsi di più, studiare di più, curarsi di più, viaggiare di più, ma potranno farlo solo se gli opulenti accettano di sottoporsi a cura dimagrante perché c’è competizione per le risorse scarse. Dunque tutto bene con lo sviluppo avviato in Cina, India o Sudafrica? Non proprio considerato che agli impoveriti arrivano solo le briciole sotto forma di consumismo spazzatura.
La verità è che sia il Nord che il Sud hanno bisogno di un nuovo modello economico più orientato all’equità, con il Nord in posizione di maggiore difficoltà perché deve fare due operazioni in una: ridurre e riequilibrare.
Premesso che l’efficienza tecnologica non è sufficiente a realizzare il miracolo, la domanda che si pone per chi si occupa non solo di ambiente, ma anche di sopravvivenza delle persone, è come operare la trasformazione senza mietere vittime.
Non a caso fra gli oppositori alla decrescita ci sono i sindacati preoccupati per i posti di lavoro in un sistema dove la forma prevalente di lavoro è quella salariata fortemente ancorata alla crescita dei consumi.
In fin dei conti il grande punto interrogativo è se sia possibile coniugare sobrietà con piena occupazione e sicurezza sociale, concetti che sarebbe meglio ribattezzare piena partecipazione lavorativa e vita sicura per tutti.
La risposta è sì, che si può, precisando che la battaglia vera non è per la riduzione tout court del Pil, ma per una ristrutturazione di produzione e consumo ben sapendo che il sistema in cui viviamo ha sovraprodotto per il consumo privato e sottoprodotto per il consumo pubblico.

Forse la parola giusta è spostamento a significare che dovremo ridurre certi settori e ampliarne altri: meno automobili più treni e autobus, meno strade più ferrovie, meno acqua in bottiglia più acquedotti, meno centrali a carbone più pannelli solari, meno case di nuova costruzione più ristrutturazione di quelle esistenti, meno pubblicità più scuola, minor uso di materie prime più recupero di rifiuti, meno importazione di .cibo più agricoltura locale.
Di sicuro una società che dispone di meno deve decidere cosa privilegiare e personalmente non ho dubbi che la priorità va data ai bisogni fondamentali: acqua, cibo, alloggio, energia, sanità, scuola, comunicazione, trasporti.
Bisogni da garantire in maniera gratuita perché appartenenti alla fascia dei diritti e proprio per questo di esclusiva competenza dell’economia pubblica, che funzionando sul principio della solidarietà collettiva è l’unica forma organizzativa che può praticare la gratuità.
Per questo credo che un serio progetto di ridimensionamento deve depotenziare il mercato e rafforzare l’economia pubblica, smettendo di concepirla come una struttura parassitaria che succhia ricchezza.
Al contrario deve viverla come uno spazio produttivo comune che oltre a garantire i bisogni fondamentali, garantisce un’occupazione minima per tutti.
Certo, per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso, in un contesto di economia rallentata, bisogna inventarsi altri modi di fare funzionare l’economia pubblica, che non sia più quello fiscale.
Potrebbe essere il servizio civile obbligatorio, la tassazione del tempo in alternativa alla tassazione del reddito, il lavoro comunitario in cambio di un reddito di cittadinanza.
Le soluzioni tecniche alla fine si trovano, il problema è culturale. Bisogna saper ripensare il lavoro, il ruolo del mercato, la funzione dell’economia pubblica, le forme di contribuzione all’economia collettiva, l’intreccio fra economia locale e economia globale, il ruolo e il governo della moneta.
Questi sono i nodi da affrontare per una società del benvivere, termine più appropriato per una società che dopo avere superato la fase di dimagrimento, cerca la giusta dieta per mantenere il peso forma. Dunque politica alta per la decrescita, tenendo a mente l’avvertimento di Langer: “la conversione ecologica avverrà solo se sarà socialmente desiderabile”.
Articolo pubblicato anche sul quotidiano l’Avvenire
fonte: www.comune-info.net
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Lettera Aperta del movimento Internazionale per una Nuova Economia – Degrowth: New Roots for the Economy -Degrowth.info
MDF aderisce alla campagna internazionale della della rete Degrowth.info, che prevede la sottoscrizione, la promozione e la diffusione della Lettera Aperta “New Roots for the Economy ” che ha già ricevuto il sostegno di più di 1000 firmatari e 66 organizzazioni di diversi paesi.
Nella lettera – che in Italia è stata sottoscritta dal Movimento Decrescita Felice e Associazione Decrescita- si invitano le istituzioni nazionali e internazionali, la società civile e gli attori economici a seguire cinque principi per contrastare l’attuale crisi economica, tenendo conto dei mali sociali e ambientali. I firmatari della lettera chiedono la Decrescita: un ridimensionamento pianificato ma adattivo, sostenibile ed equo dell’economia, che porti a un futuro in cui si possa vivere meglio con meno.
Di seguito la versione in italiano.
Per informazioni o per essere promotori della campagna scrivere a info@decrescitafelice.it

Decrescita: Le Fondamenta per Una Nuova Economia
Reimmaginare il Futuro dopo la Crisi del Coronavirus
La pandemia del Coronavirus ha già tolto innumerevoli vite umane ed è incerto come si svilupperà in futuro. Mentre le persone in prima linea nella sanità e nell’assistenza sociale di base combattono contro la diffusione del virus, si prendono cura dei malati e mantengono in funzione le operazioni essenziali, gran parte dell’economia si è fermata. Nonostante questa situazione sia alienante e dolorosa per molti, e generi paura e ansia nei confronti dei nostri cari e delle comunità di cui facciamo parte, è anche un momento per portare avanti collettivamente nuove idee.
La crisi innescata dal Coronavirus ha già messo in luce molte debolezze della nostra economia capitalista ossessionata dalla crescita, come insicurezza per molti e sistemi sanitari paralizzati da anni di austerità e dalla sottovalutazione di alcune delle professioni più essenziali. Questo sistema, radicato nello sfruttamento delle persone e della natura, e gravemente soggetto a crisi, è stato comunque considerato normale. Sebbene l’economia mondiale sia ai massimi della produzione, essa non riesce a prendersi cura degli esseri umani né del pianeta. Al contrario, si accumula ricchezza devastando il pianeta. Milioni di bambini muoiono ogni anno per cause prevenibili, 820 milioni di persone sono sottonutrite, la biodiversità e gli ecosistemi vengono degradati e i gas serra continuano a salire vertiginosamente, portando a violenti cambiamenti climatici di origine antropica: innalzamento del livello del mare, tempeste devastanti, siccità e incendi che divorano intere regioni.
Per decenni, le strategie dominanti contro questi mali sono state quelle di lasciare la distribuzione economica in gran parte alle forze del mercato e di ridurre il degrado ecologico attraverso il cosiddetto “disaccoppiamento” (decoupling) e la crescita verde. Questo non ha funzionato. Ora abbiamo l’opportunità di ricostruire prendendo spunto dalle esperienze della crisi del Coronavirus: dalle nuove forme di cooperazione e solidarietà che stanno fiorendo, all’apprezzamento diffuso dei servizi sociali di base come il lavoro sanitario e assistenziale, l’approvvigionamento alimentare e la rimozione dei rifiuti. La pandemia ha portato anche ad azioni di governo senza precedenti nel moderno tempo di pace, dimostrando ciò che è possibile quando c’è la volontà di agire: l’indiscusso rimescolamento dei bilanci, la mobilitazione e la ridistribuzione del denaro, la rapida espansione dei sistemi di sicurezza sociale e degli alloggi per i senzatetto.

Allo stesso tempo, dobbiamo essere consapevoli delle problematiche tendenze autoritarie in aumento, come la sorveglianza di massa e le tecnologie invasive, la chiusura delle frontiere, le restrizioni al diritto di riunione, lo sfruttamento della crisi da parte del capitalismo catastrofico. Dobbiamo resistere con fermezza a tali dinamiche, ma non fermarci qui. Per avviare una transizione verso un tipo di società radicalmente diversa, piuttosto che cercare disperatamente di rimettere in moto la macchina di crescita distruttiva, suggeriamo di basarsi sulle lezioni del passato e sull’abbondanza di iniziative sociali e di solidarietà che sono germogliate in tutto il mondo in questi ultimi mesi. A differenza di quanto è avvenuto dopo la crisi finanziaria del 2008, dovremmo salvare le persone e il pianeta piuttosto che salvare le imprese, e uscire da questa crisi con misure di sufficienza invece che di austerità.
Noi, firmatari di questa lettera, proponiamo quindi cinque principi per il risanamento della nostra economia e per creare le basi di una società giusta. Per gettare le fondamenta di un’economia che funzioni per tutti, dobbiamo:
1) Mettere la vita al centro dei nostri sistemi economici.
Invece della crescita economica e dello spreco di produzione, dobbiamo mettere la vita ed il benessere al centro dei nostri sforzi. Mentre alcuni settori dell’economia, come la produzione di combustibili fossili, l’esercito e la pubblicità, devono essere abbandonati il più velocemente possibile, altri devono essere promossi, come la sanità, l’istruzione, le energie rinnovabili e l’agricoltura ecologica.
2) Rivalutare radicalmente quanto e quale lavoro è necessario per una buona vita per tutti.
Dobbiamo dare più enfasi al lavoro di cura e valorizzare adeguatamente le professioni che si sono rivelate essenziali durante la crisi. I lavoratori delle industrie distruttive hanno bisogno di accedere alla formazione per nuovi tipi di lavoro che siano rigenerativi e più puliti, garantendo una giusta transizione. Nel complesso, dobbiamo ridurre l’orario di lavoro e introdurre sistemi di condivisione del lavoro.

3) Organizzare la società intorno alla fornitura di beni e servizi essenziali.
Se da un lato dobbiamo ridurre gli sprechi e gli spostamenti, i bisogni umani primari, come il diritto al cibo, all’alloggio e all’istruzione, devono essere garantiti a tutti attraverso servizi di base universali o schemi di reddito di base universali. Inoltre, un reddito minimo e massimo devono essere definiti e introdotti democraticamente.
4) Democratizzare la società.
Ciò significa permettere a tutte le persone di partecipare alle decisioni che riguardano la loro vita. In particolare, significa una maggiore partecipazione per i gruppi emarginati della società e l’inclusione dei principi femministi nella politica e nel sistema economico. Il potere delle corporazioni globali e del settore finanziario deve essere drasticamente ridotto attraverso la proprietà e la supervisione democratica. I settori legati ai bisogni di base come l’energia, il cibo, l’alloggio, la salute e l’istruzione devono essere demercificati e definanzializzati. Bisogna inoltre promuovere le attività economiche basate sulla cooperazione, come ad esempio le cooperative di lavoratori.

5) Basare i sistemi politici ed economici sul principio di solidarietà.
La ridistribuzione e la giustizia – transnazionale, intersezionale e intergenerazionale – devono essere la base per la riconciliazione tra le generazioni attuali e future, i gruppi sociali all’interno dei paesi e tra i paesi del Sud e del Nord del mondo. Il Nord del mondo, in particolare, deve porre fine alle attuali forme di sfruttamento e pagare i danni di quelle passate. La giustizia climatica deve essere il principio che guida una rapida trasformazione socio-ecologica.
Finché avremo un sistema economico dipendente dalla crescita, qualsiasi recessione sarà devastante. Ciò di cui il mondo ha invece bisogno è la Decrescita – un ridimensionamento pianificato ma adattivo, sostenibile ed equo dell’economia, che porti a un futuro in cui si possa vivere meglio con meno. La crisi attuale è stata disastrosa per molti, colpendo più duramente i più vulnerabili, ma ci dà anche l’opportunità di riflettere e ripensare. Può farci capire cosa è veramente importante ed ha dimostrato innumerevoli potenzialità sulle quali costruire. La Decrescita, come movimento e come concetto, riflette su questi temi da oltre un decennio e offre un quadro coerente per ripensare la società sulla base di altri valori, come la sostenibilità, la solidarietà, l’equità, la convivialità, la democrazia diretta e il godimento della vita.
Unisciti a noi in questi dibattiti e condividi le tue idee alla Conferenza sulla Decrescita di Vienna 2020 e alla Giornata Internazionale della Decrescita – per costruire insieme un’uscita intenzionale ed emancipatrice dalle nostre dipendenze di crescita!
In solidarietà,
Il gruppo di lavoro alla lettera aperta: Nathan Barlow, Ekaterina Chertkovskaya, Manuel Grebenjak, Vincent Liegey, François Schneider, Tone Smith, Sam Bliss, Constanza Hepp, Max Hollweg, Christian Kerschner, Andro Rilović, Pierre Smith Khanna, Joëlle Saey-Volckrick
Questo testo è il risultato di un processo di collaborazione all’interno della rete internazionale della Decrescita. È stato firmato da oltre 1.000 esperti e 66 organizzazioni di diversi paesi.
Vedi tutti i firmatari qui
fonte: https://www.decrescitafelice.it/
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