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Se il riscaldamento globale spegne El Niño
















L’Oscillazione meridionale – El Niño (ENSO) rallenta man mano che cresce la temperatura media della Terra. Non sappiamo come reagirà il sistema climatico del pianeta a questa...

Il diseducatore globale

Foto tratta dal Floker di European Central Bank

Una parte dei processi di devastazione dell’ambiente provocati dai cambiamenti climatici sono ormai irreversibili. Lo dicono anche i governi, adesso. Tutti però lo sapevano da almeno quarant’anni e hanno fatto orecchie da mercante. Perché mercanti sono: i governi, le imprese, i finanziatori e tutti i divulgatori – più o meno scientifici – al loro servizio, che portano gigantesche responsabilità sulle falsità e la diseducazione che hanno fatto prosperare per decenni. Oggi in Europa, con la progressiva eclissi di Merkel e Macron, il principale rappresentante di questo obnubilamento di carattere quasi psichiatrico dell’intelligenza, che consiste nel nascondere la testa di fronte al disastro immanente, è Mario Draghi. Il suo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, accoppiato agli altri fiumi di denaro che il governo ha deciso di spendere per “non lasciare indietro” nessuno degli aventi causa nella spartizione dei fondi europei, ha dimostrato di non voler deviare di una virgola da una visione che mette il PIL al primo posto. Tanto per ammettere che il pianeta brucia e che, per salvarlo, bisognerebbe fare scelte prima impensabili (e dunque ogni minuto è prezioso per poterlo spiegare al mondo intero) che fretta c’è?

L’IPCC, il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, scrive...

Gli aspetti più sottovalutati del nuovo rapporto IPCC



Il 6° Assessment Report dell’International Panel on Climate Change pubblicato il 9 agosto dimostra che l‘accordo di Parigi sta invecchiando male e che i tempi della diplomazia e i tempi del cambiamento climatico purtroppo non coincidono

Il nuovo rapporto IPCC è riuscito a conquistare le prime pagine di giornali e monopolizzare l’attenzione...

Decresciamo le nostre emissioni di gas serra



PER LA PRIMA VOLTA E' PIOVUTO SULLA SOMMITA' DELLA CALOTTA GLACIALE IN GROENLANDIA
Sottotitolo: è soltanto la terza volta in dieci anni che sono state registrate temperature sopra lo zero sul punto più alto della calotta glaciale
L'articolo scritto da Denise Chow è stato pubblicato sul sito nbcnews in data 19 agosto 2021.
Ha piovuto per parecchie ore nella zona più ...

Clima, Mario Tozzi: "Va fermata subito l'estrazione di idrocarburi con lo stop alle sovvenzioni"

Il geologo: "Il rapporto Ipcc dice che servono azioni serie in poco tempo, ma nessuno le fa"





fonte: www.ansa.it


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Basta aria fritta, è il momento di fare sul serio

Scenari. Se la gravità della situazione viene nuovamente certificata sul piano scientifico con nuova analisi e dati, su diverse testate il nuovo negazionismo continua a seminare dubbi sulla gravità della situazione e a suggerire che comunque il cambiamento richiesto è peggio della malattia



Il sesto rapporto della Commissione intergovernativa sui cambiamenti climatici dell’Onu (Ipcc) è stato lanciato mentre le ondate di calore e gli incendi devastano il pianeta dall’Amazzonia alla Siberia, dalla Grecia alla California.

Si tratta del primo dei tre volumi del sesto rapporto di valutazione, una sorta di summa delle scienze del clima pubblicata a otto anni dal rapporto precedente e a trentuno dal primo. La temperatura globale media registrata nel periodo 2010-19 risulta 1,07°C superiore a quella del periodo preindustriale mentre le concentrazioni di CO2 del 2020 sono quelle massime raggiunte negli ultimi 2 milioni di anni.

Rispetto al quinto rapporto, le evidenze della correlazione tra crisi climatica innescata dalle emissioni di gas serra e i fenomeni climatici estremi sono più forti così come il possibile crollo della corrente del Golfo giudicata solo otto anni fa «poco probabile» ora invece viene valutata con una probabilità media.

Si confermano i risultati presentati nel 2018 quando l’Ipcc aveva analizzato i diversi impatti tra uno scenario con l’aumento globale della temperatura media a 1,5°C e uno a 2°C e dunque dando un senso preciso alla formulazione degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, di limitare «ben al di sotto dei 2°C e preferibilmente a 1,5°C» la temperatura media globale.

Per riuscirci, e dunque per evitare le conseguenze peggiori, è necessario un dimezzamento delle emissioni globali entro il 2030 e un loro azzeramento entro il 2050: ed è ancora possibile farlo, questa la buona notizia negli scenari presentati dal rapporto.

La difficoltà – e i conflitti – stanno proprio nei tempi stretti per agire. Che la transizione richieda grandi investimenti e non sia una passeggiata è certo. Ma è solo metà della storia. Non c’è infatti solo il «bagno di sangue» evocato a ogni piè sospinto dal ministro Cingolani: i nuovi settori rinnovabili sono infatti a maggior intensità di lavoro e dunque richiederanno più occupati e, semmai, in qualifiche che richiedono politiche di formazione e di riconversione dei lavoratori dei settori fossili.

Questi sono dominati da un oligopolio globale fatto di poche majors (come per petrolio e gas) e di alcuni (importanti) stati proprietari delle risorse. I nuovi settori vedono invece una pluralità di soggetti anche di dimensioni medie e piccole e una concorrenza globale nelle tecnologie che, per alcune di queste, vede avanti la Cina. La cui linea pro-carbone va bloccata offrendo di cooperare sulle tecnologie pulite: una ripresa della collaborazione europea e americana col colosso asiatico, colpito anch’esso da alluvioni distruttive in queste settimane, rimane una condizione necessaria per combattere sul serio la crisi climatica.

Se la gravità della situazione viene nuovamente certificata sul piano scientifico con nuova analisi e dati, su diverse testate il nuovo negazionismo continua a seminare dubbi sulla gravità della situazione e a suggerire che comunque il cambiamento richiesto è peggio della malattia.

Alcuni sono tra quei promotori del nucleare poi bloccato dal referendum nel 2011: i reattori francesi (e quelli nippo-americani) proposti avrebbero creato solo altrettanti «buchi neri finanziari» senza aver prodotto un solo kilowattora. Oggi corrono solerti nel gruppetto dei nuovi negazionisti in soccorso degli interessi dei «padroni del vapore» per bloccare o ritardare i cambiamenti necessari, mentre aziende come Eni cercano di intimidire la stampa con querele temerarie come è successo al Fatto Quotidiano e di recente al Domani.

Eni che insiste con obiettivi largamente inadeguati sulle rinnovabili e a promuovere «soluzioni» incerte e rischiose come stoccare la CO2 nel sottosuolo o vendere il Gpl presentato come «verde» solo perché Eni ha acquistato gli equivalenti crediti di CO2 forestali in Zambia. Operazioni cartacee di assorbimenti forestali di CO2 a copertura di emissioni certe (quelle emesse dal Gpl «verde») che potrebbero andare in fumo al prossimo incendio, come è avvenuto per i crediti di CO2 acquisiti da altre grandi multinazionali proprio con gli incendi di questi giorni. Sarebbe ora di smetterla con l’aria fritta e iniziare a fare sul serio per combattere la crisi climatica.

Giuseppe Onufrio

Direttore Greenpeace Italia


fonte: ilmanifesto.it



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"Il peggio deve ancora venire", l'allarme nel rapporto Onu sul Clima

Approvato dai delegati di 195 Paesi con il contributo di 234 scienziati, la ricetta per riportare il termometro in equilibrio consiste nel dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 e portarle a uno zero netto entro il 2050



"Il peggio deve ancora venire e a pagarne il prezzo saranno i nostri figli e nipoti, più che noi stessi". È l'allarme lanciato nell'introduzione del rapporto sul clima del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (Ipcc) delle Nazioni Unite.

La ricetta per riportare il termometro in equilibrio consiste nel dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 e portarle a uno zero netto entro il 2050. Se non si inverte la rotta, evidenziano gli scienziati, nel 2030 potremmo arrivare a 3 gradi e nel 2.100 fino a 4.
Il frutto del lavoro di 234 scienziati

Alla pubblicazione hanno lavorato 234 scienziati di 195 Paesi riuniti dal 26 luglio a porte chiuse e virtualmente per negoziare riga per riga, parola per parola, le previsioni degli esperti Onu sul clima che aggiornano le ultime stilate sette anni fa.

Il tutto, mentre si susseguono disastri naturali in tutto il mondo, dalle inondazioni in Germania e Cina ai maxi incendi in Europa e Nord America.

"Credo sarà uno dei più importanti rapporti scientifici mai pubblicati", ha dichiarato sui social la climatologa Corinne Le Quéré, non presente tra gli autori del documento, che arriva a tre mesi dalla conferenza sul clima COP26 delle Nazioni Unite a Glasgow (Scozia), ritenuta cruciale per il futuro dell'umanità.

Una delle questioni centrali sarà la capacità del mondo di limitare il riscaldamento globale a +1,5°C rispetto all'era preindustriale, obiettivo ideale dell'Accordo di Parigi.

Presidente COP26, agire ora o non avremo più tempo

"Non possiamo permetterci di aspettare due, cinque o 10 anni: questo è il momento, o si agisce ora o non avremo più tempo": parole dal sapore di ultimatum per il mondo, quelle del presidente designato della Conferenza mondiale dell'Onu (COP26) sul clima, Alok Sharma, pronunciate alla vigilia della pubblicazione di un rapporto delle Nazioni Unite che sarà per la comunità internazionale il più chiaro e deciso avvertimento sui pericoli e le conseguenze dell'accelerazione del cambiamento climatico.

Il capo del vertice in programma a novembre a Glasgow, in Scozia, ha avvertito che il rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) in uscita oggi, mostrerà che il mondo è sull'orlo di un potenziale disastro.

fonte: www.agi.it

https://ipccitalia.cmcc.it/climate-change-2021-le-basi-fisico-scientifiche-i-cambiamenti-climatici-sono-diffusi-rapidi-e-si-stanno-intensificando/


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Il cambiamento climatico ci sconvolgerà la vita: il nuovo rapporto IPCC

“Il peggio deve ancora venire”, scrivono gli autori del report del panel intergovernativo dell’Onu sul cambiamento climatico. La bozza vista da AFP in anteprima ha toni durissimi e scardina i punti di riferimento tradizionali usati per costruire le politiche climatiche in questi anni















Anche se terremo sotto controllo le emissioni di gas serra, nei prossimi decenni il cambiamento climatico modificherà profondamente la vita sulla Terra. L’impatto del climate change si farà sentire prima di quanto fosse stato previsto. Le soglie dell’accordo di Parigi non valgono più. Le diseguaglianze cresceranno vertiginosamente se non agiamo subito. “Il peggio deve ancora venire, incidendo sulla vita dei nostri figli e dei nostri nipoti molto più della nostra”. È quanto si legge nella bozza del nuovo rapporto dell’IPCC, il panel intergovernativo dell’Onu sui cambiamenti climatici.

Il nuovo report IPCC sul cambiamento climatico

Sul documento di oltre 4.000 pagine sono riusciti a mettere gli occhi in anteprima i giornalisti dell’AFP. Il rapporto IPCC dovrebbe uscire soltanto nel febbraio del 2022, ma i principali risultati sono già consolidati. L’IPCC infatti costruisce una “summa” della scienza climatica: lo stato dell’arte più aggiornato, con una ponderazione delle previsioni più attendibili, da cui emergono gli scenari di riferimento. È in base a questo documento che le politiche climatiche si devono muovere.

Sui numeri stabiliti dal panel dell’Onu si misura l’ambizione climatica degli Stati. Una bussola per comprendere se stiamo andando nella direzione giusta, e se ci stiamo andando abbastanza veloci. Insomma, un reality check rispetto ai piani di transizione ecologica messi in campo.

Se si tiene a mente questo, il contenuto del rapporto IPCC ha dei toni ancora più drammatici di quanto non sembra a prima vista. E non sembra un caso che in un documento scientifico di questa portata sia usato un linguaggio anche molto crudo, diretto, per nulla ambiguo. Le sfide che abbiamo di fronte sono sistemiche e intrecciate con la nostra vita di tutti i giorni. Il cambiamento climatico è già qui, avverte l’IPCC. E ci stiamo tirando la zappa sui piedi da soli, trasformando i nostri alleati più preziosi in potenziali nemici. Come? Diminuendo la capacità di foreste, oceani e altri ecosistemi di assorbire CO2 e quindi tamponare l’impatto del cambiamento climatico.

Il cambiamento climatico è già qui

Nel resoconto del rapporto fatto dall’AFP, l’agenzia stampa francese evidenzia 4 grandi conclusioni. Primo punto: il cambiamento climatico è già qui. L’IPCC calcola che le temperature globali siano cresciute finora di 1,1°C sui livelli preindustriali. Si tratta, sottolinea, di un valore che innesca già un climate change con effetti molto importanti sulle nostre vite. In pratica il messaggio è che le soglie individuate dall’accordo di Parigi non sono più valide: non bastano a tenerci al riparo. In ogni caso, l’IPCC sottolinea che il riscaldamento globale prolungato anche oltre gli 1,5 gradi Celsius potrebbe produrre “conseguenze progressivamente gravi, lunghe secoli e, in alcuni casi, irreversibili”.


Anche a questa soglia di riscaldamento globale, molte specie sono condannate all’estinzione e diversi ecosistemi sono profondamente degradati. Le condizioni climatiche corrono più veloci, troppo veloci, rispetto alla capacità di animali, piante e ecosistemi di adattarsi al cambiamento climatico.

Il secondo messaggio del rapporto è proprio sull’adattamento: non stiamo facendo abbastanza. “Gli attuali livelli di adattamento saranno inadeguati per rispondere ai futuri rischi climatici”, avverte l’IPCC. Non siamo pronti ad affrontare nemmeno gli scenari che contengono il global warming a 2°C entro il 2050. Tutto ciò punta chiaramente in una direzione: l’aumento delle diseguaglianze. Decine di milioni di persone in più soffriranno la fame, 130 milioni finiranno in povertà estrema. Centinaia di milioni di persone dovranno affrontare inondazioni nelle città costiere, ondate di caldo intollerabili, scarsità d’acqua.

Sul punto di non ritorno

Il terzo messaggio dell’IPCC riguarda i cosiddetti tipping points, i punti di non ritorno climatici. Una questione molto discussa e ancora troppo poco compresa. Per il panel dell’Onu la scienza è sufficientemente concorde: sono un pericolo reale. Perché sono importanti? C’è il pericolo che un cambiamento climatico inneschi impatti multipli e a cascata, come in un effetto domino che destabilizza una catena di ecosistemi. Il rapporto cita lo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia e Antartide, il degrado dell’Amazzonia e lo scioglimento del permafrost siberiano.

Per alcune regioni, in un futuro più immediato di quanto ci si aspettava finora, gli eventi climatici estremi possono colpire in rapida sequenza, dando forma a una sorta di tempesta perfetta. Brasile orientale, Sud-est asiatico, Mediterraneo, Cina centrale e quasi tutte le zone costiere potrebbero trovarsi di fronte, contemporaneamente, a siccità, ondate di calore, cicloni, incendi, inondazioni. L’umanità non sta agendo nel verso giusto, visto che la probabilità di innescare i punti di non ritorno è esacerbata da fenomeni profondamente influenzati dall’uomo come “perdita di habitat e di resilienza, sfruttamento eccessivo, estrazione di acqua, inquinamento, specie non autoctone invasive e dispersione di parassiti e malattie”.

Dobbiamo cambiare la nostra vita

Serve un cambiamento radicale e realmente trasformativo. Questo il quarto messaggio del rapporto IPCC sul cambiamento climatico. Le priorità devono essere evitare che gli scenari peggiori si concretizzino e prepararsi per quegli impatti del climate change che ormai non possiamo più evitare.

Cosa dobbiamo fare? Il rapporto nomina alcuni punti. Conservazione e ripristino dei cosiddetti ecosistemi blue carbon (foreste di alghe e mangrovie). Mangiare meno carne e prodotti animali. Abitudini di consumo più orientate a diete a base vegetale sono in grado di tagliare le emissioni legate al cibo anche del 70% entro il 2050.

“Abbiamo bisogno di un cambiamento trasformativo che operi su processi e comportamenti a tutti i livelli: individuo, comunità, imprese, istituzioni e governi”, conclude il rapporto IPCC. “Dobbiamo ridefinire il nostro modo di vivere e di consumare“.

fonte: www.rinnovabili.it



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Cambiamenti climatici in Italia

 

La Pandemia ci ha messo alla prova, ma ci ha fatto anche capire che siamo in grado di affrontare scenari emergenziali, purché, lanciato l’allarme, si agisca con velocità prima che il problema vada oltre la nostra capacità di affrontarlo. Durante l’emergenza sanitaria abbiamo visto che è possibile avere atteggiamenti solidali, non solo tra persone, ma anche tra governi e scienziati. Il Covid-19 si è presentato come una “versione accelerata” del problema del cambiamento climatico, che dobbiamo affrontare con la stessa determinazione, passando dal riconoscere il problema all’agire sullo stesso. Le soluzioni per attenuare il problema esistono, e sono state più volte richiamate dagli esperti dell’IPPC. Il punto fondamentale su cui incidere è la riduzione delle emissioni di anidride carbonica.


In Italia, la Fondazione Centro Euro-Meditterraneo sui Cambiamenti Climatici (CMCC) ha elaborato un documento di sintesi delle conoscenze scientifiche su impatti, rischi e interazioni dei cambiamenti climatici a livello nazionale in relazione a diversi stadi di riscaldamento e modelli di sviluppo.

Il documento rappresenta una solida base scientifica e tecnica, utilizzabile anche dai responsabili dei processi decisionali per le fasi di programmazione, pianificazione e allocazione delle risorse necessarie per metter in atto politiche climatiche e territoriali adeguate. Al tempo stesso può essere un utile strumento per diffondere l’informazione e aumentare la consapevolezza dei singoli sul cambiamento climatico.

In sintesi, i cambiamenti ipotizzati e riassunti nel report sono i seguenti.
Temperatura in aumento; i modelli climatici sono concordi nel valutare un aumento della temperatura fino a 2 gradi nel periodo 2021-2050 (rispetto al 1981-2010). Nello scenario con cambiamenti climatici più intensi si evidenziano variazioni maggiori in zona alpina e nella stagione estiva. In questo scenario si arriva ad ipotizzare anche un innalzamento della temperatura di 5 gradi a fine secolo.
Meno pioggie ma più intense; tra i principali risultati evidenziati dalle analisi degli scenari climatici vi è una diminuizione delle precitazioni nel periodo estivo (più lieve in primavera) per il Sud e per il Centro Italia, aumentano le precipitazioni nel periodo invernale nel Nord Italia. Associato a questi segnali vi è un aumento sul territorio della massima precipitazione giornaliera per la stagione estiva ed autunnale, più marcata per lo scenario ad elevate emissioni di gas serra.
Più giorni caldi e secchi; sia per lo scenario ad emissioni contenute che per quello ad emissioni elevate emerge un consistente aumento di giorni con temperatura minima superiore a 20 gradi e, nella stessa stagione, un aumento della durata dei periodi senza pioggia.
Aumento delle temperature superficiali e del livello del mare, dell’acidificazione delle acque marine e dell’erosione costiera.

200916_REPORT_CMCC_RISCHIO_Clima_in_Italia-compresso.pdf


Tutti scenari confermati anche a livello internazionale, circa un anno fa, infatti, il rapporto ONU sul clima metteva in luce un allarmante innalzamento degli oceani e un preoccupante scioglimento dei ghiacciai.

Ormai esiste un ampio consenso nella comunità scientifica internazionale sul fatto che gli oceani si stiano sempre più innalzando dagli anni Settanta ad oggi. Oceani più caldi comporteranno anche eventi atmosferici molto più intensi ed estremi, con uragani e tifoni che potranno causare grandi inondazioni, complice anche l’innalzamento dei mari lungo le aree costiere.

Gli oceani hanno avuto un importante ruolo assorbendo il 90 % circa del calore aggiuntivo che si è prodotto a causa delle attività umane. La velocità di assorbimento è aumentata a partire dai primi anni Novanta, con effetti mai osservati prima per interi ecosistemi.

L’aumento della temperatura di gigantesche masse d’acqua, come quelle oceaniche, ha portato a un’espansione del volume degli oceani e al conseguenze innalzamento dei mari, il processo è ormai sempre più acuito dal progressivo scioglimento dei ghiacci in Antartide e in Groenlandia.

La calotta glaciale antartica, la più grande massa di ghiaccio del nostro pianeta, ha continuato a ridursi a causa del riscaldamento globale. Il rapporto spiega che tra il 2007 e il 2016 la perdita di ghiaccio è triplicata rispetto al decennio precedente. Le cose non vanno meglio in Groenlandia, dove nello stesso periodo si è assistito a un raddoppio nella perdita di ghiaccio.

Il riscaldamento globale sta inoltre modificando il clima in aree come la Siberia e il Canada settentrionale, dove il suolo in condizioni normali è costantemente gelato (permafrost). Se le emissioni continueranno ad aumentare, si stima che il 70 % del permafrost si scioglierà, liberando centinaia di miliardi di tonnellate di anidride carbonica e metano, che potrebbero complicare se non vanificare molti degli sforzi per ridurre le emissioni dovute alle attività umane.

Ognuno di noi può, infine, provare ad utilizzare il Climate interactive EN-ROADS, un “simulatore” per esplorare i vari scenari che si potrebbero raggiungere applicando diverse politiche in ambito ambientale per limitare i cambiamenti climatici.

Il simulatore può essere utilizzato da politici, amministratori, educatori, professori, giornalisti, imprenditori ma anche semplici cittadini. Tutti potranno esplorare, per conto proprio, le possibili conseguenze sul clima, applicando diverse politiche energetiche, di crescita economica e consumo del suolo.

Non si tratta di un gioco, il simulatore, infatti, è costruito su base scientifica. Il consiglio è quello di abbinarlo al workshop EN ROADS e al Climate Action Simulation per avere una visione di insieme dei gravi problemi legati al cambiamento climatico.

Analisi del rischio – I cambiamenti climatici in Italia
Articoli di AmbienteInforma sui cambiamenti climatici

fonte: www.snpambiente.it


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Emissioni globali di anidride carbonica di origine fossile

Se a livello mondiale continuano ad aumentare, UE e Regno Unito sono andati in controtendenza












A livello globale, nel 2019, proseguendo un trend già osservato nel 2017 e 2018, le emissioni di CO2 di origine fossile hanno continuato ad aumentare, anche se ad un tasso di crescita inferiore (+0,9% rispetto al 2018).

Queste emissioni sono invece diminuite di quasi il 3,8%, risultando inferiori del 25,1% rispetto ai livelli del 1990, nei Paesi dell'Unione europea e nel Regno Unito, la riduzione più significativa tra le principali aree economiche responsabili delle emissioni a livello mondiale. In confronto, Stati Uniti e Giappone hanno aumentato le loro emissioni rispettivamente dello 0,8 e dello 0,4% rispetto ai livelli del 1990, mentre Cina e India hanno rispettivamente 3,8 e 3,3 volte più emissioni di CO2 nel 2019 rispetto al 1990, a causa della loro rapida industrializzazione negli ultimi due decenni.



La tendenza al ribasso delle emissioni nei paesi dell’Unione europea è confermata anche dai dati preliminari dell'Agenzia europea per l'ambiente (EEA) sulle emissioni di gas serra; tali dati collocano l'UE sulla buona strada per porre fine all'uso di sostanze chimiche che danneggiano lo strato di ozono nell'ambito del protocollo di Montreal: nel 2019, per il settimo anno consecutivo, l'UE ha distrutto o esportato più sostanze che riducono lo strato di ozono di quante ne abbia prodotte o importate. I risultati riflettono il successo nell'attuazione del regolamento sull'ozono dell'UE, che va oltre il protocollo di Montreal.

In Italia tra il 1990 e il 2019 le emissioni di CO2 di origine fossile sono diminuite del 23% e tra il 2018 e il 2019 del 3%, una percentuale inferiore alla media europea. Tra i paesi UE e Regno Unito, nel 2019, il maggior contributo alle emissioni totali di CO2 dell’UE è venuto dalla Germania con il 21,3%, seguita da Regno Unito (11,0%), Italia (10,0%), Polonia (9,6%), Francia (9,5%) e Spagna (7,8%).



Questi sono alcuni dei risultati degli ultimi aggiornamenti della banca dati per ricerca sulle emissioni atmosferiche globali (EDGAR), strumento sviluppato dal Centro Comune di Ricerca della Commissione Europea che fornisce serie temporali sulle emissioni di CO2 fossile dal 1970 al 2019 in tutti i paesi. Le stime EDGAR si basano sulle ultime statistiche globali disponibili e sulla conoscenza scientifica dei meccanismi di emissione per un'ampia gamma di attività antropiche. La metodologia utilizzata è completamente trasparente e in linea sia con la letteratura scientifica più recente che con le raccomandazioni del Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC).

Le riduzioni registrate in Europa sono l’effetto di una combinazione di politiche relative al cambiamento climatico, che mirano a ridurre le emissioni di gas serra di almeno il 40% rispetto ai livelli del 1990, un obiettivo per raggiungere un'UE climaticamente neutra (emissioni nette di gas a effetto serra pari a zero) entro il 2050. Diverse proposte per rafforzare queste ambiziose politiche climatiche e ambientali dell'UE sono previste anche nel contesto del Green Deal europeo.

Come osservato dall’EEA, la tendenza al ribasso delle emissioni nell’UE riflette la forte e costante crescita delle energie rinnovabili in Europa e l'abbandono del carbone, innescato in particolare dall'aumento dei prezzi delle emissioni di carbonio. Inoltre, il calo del 2019 si è verificato in un periodo di crescita economica, evidenziando i risultati di politiche climatiche efficaci attuate in tutta l'UE. Ciò dimostra che è chiaramente possibile raggiungere obiettivi di riduzione più ambiziosi entro il 2030, aprendo la strada ad un'UE climaticamente neutra entro il 2050.

Per approfondimenti leggi
Fossil CO2 emissions of all world countries - 2020 Report
Ozone-depleting substances 2020 - briefing EEA

fonte: www.arpat.toscana.it

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Nel 2070 un terzo dell’umanità potrebbe vivere in regioni calde come il Sahara

Uno studio scientifico spiega che, se non agiremo in tempo, tra 50 anni su quasi un quinto della Terra il clima sarà caratterizzato da caldo insopportabile.




Se non agiremo per mitigare i cambiamenti climatici, 3,5 miliardi di persone si ritroveranno, entro i prossimi 50 anni, a vivere in luoghi caldi come lo è oggi il deserto del Sahara. Nel 2070, si tratterà di un terzo della popolazione mondiale. Che si troverà costretta ad abbandonare terre che per seimila anni hanno beneficiato di una “nicchia climatica” che oggi il mondo si appresta ad abbandonare per colpa di uno sviluppo incontrollato, insostenibile e incurante dei limiti del Pianeta.
L’analisi riscrive la geografia climatica del Pianeta

A spiegarlo è un rapporto pubblicato il 4 maggio sulla rivista scientifica americana Proceedings of the National Academy of Science (Pnas). Nel quale spiega in che modo cambierà la “geografia climatica” della Terra in caso di inazione da parte della comunità internazionale. Ovvero qualora il mondo decida di continuare a produrre con i metodi attuali, disperdendo immense quantità di gas ad effetto serra nell’atmosfera e non limitando, di conseguenza, la crescita della temperatura media globale.





Gli impatti e i costi del riscaldamento globale saranno molto più grandi del previsto e avranno un impatto rilevante sugli ecosistemi, sulle comunità e sulle economie umane © Jody Davis / Pixabay

Come noto, infatti, l’Accordo di Parigi indica che il riscaldamento globale dovrà essere limitato ad un massimo di 2 gradi centigradi, alla fine del secolo, rispetto ai livelli pre-industriali. “Rimanendo il più possibile vicini agli 1,5 gradi”, indica il documento. Era il 2015 quando il mondo lo approvò, al termine della ventunesima Conferenza mondiale sul clima delle Nazioni Unite (Cop 21). All’epoca, ai governi fu chiesto anche di presentare degli impegni formali di riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra.

Inoltre, fu chiesto al Gruppo intergovernativo di esperti sui cambiamenti climatici (Ipcc) di redigere un rapporto, con l’obiettivo di comprendere cosa cambierà, in concreto, se la temperatura dovesse crescere di 1,5 o di 2 gradi centigradi. Il documento, chiamato Special report 1.5 è stato consegnato nell’ottobre del 2019, curato da una task force di 91 super-esperti provenienti da 40 paesi, e ha spiegato che le differenze, in termini di impatto del riscaldamento globale, sarebbero enormi.
Il clima rischia di essere stravolto nelle regioni temperate come in quelle tropicali

Eppure, le promesse di riduzione delle emissioni di CO2 avanzate dai governi nel 2015 non soltanto non ci porteranno a centrare l’obiettivo degli 1,5 gradi, ma neppure quello dei 2 gradi. Faranno salire la temperatura media globale a 3,2 gradi, nel 2100, secondo quanto riferito dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente nel rapporto Emissions Gap. Il che significherà passare da una condizione di crisi climatica ad un’autentica catastrofe. E ciò a patto che gli impegni vengano rispettati per intero…

Ma non è tutto. Uno studio pubblicato da 100 scienziati francesi ha indicato che, nel peggiore degli scenari, il riscaldamento globale potrebbe raggiungere i 7 gradi centigradi. Un valore ben più alto rispetto a quelli finora ipotizzati. Lo studio pubblicato dal Pnas, curato da ricercatori cinesi, americani ed europei, indica che già nel 2070 la temperatura media potrebbe crescere di 3 gradi. “Ma in alcune aree si potrebbe arrivare a 7,5, in assenza di azioni di mitigazione”, spiega il rapporto.

Così, terre che sono state abitate dagli esseri umani (e utilizzate per produzioni agricole) per migliaia di anni diventeranno invivibili. Oggi la maggior parte della popolazione mondiale vive in regioni temperate, nelle quali la temperatura annuale si situa mediamente tra 11 e 15 gradi centigradi. Un numero più ristretto di persone abita invece in regioni equatoriali o tropicali, nelle quali la media è decisamente più alta: tra i 20 e i 25 gradi.




Il riscaldamento globale potrebbe raggiungere i 7 gradi centigradi
secondo uno studio francese © Uriel Sinai/Getty Images)
A rischio soprattutto le aree più povere del mondo

Ebbene, nel primo caso le temperature potrebbero raggiungere i 20 gradi in media, ovvero l’equivalente attuale dell’Africa settentrionale. Mentre chi abita in zone già calde, il valore medio potrebbe raggiungere i 29 gradi. Condizioni estreme, che oggi si registrano soltanto nello 0,8 per cento della superficie terrestre, ma che potrebbero essere la realtà, di qui a 50 anni, per il 19 per cento del Pianeta.

Infine, lo studio aggiunge che le zone più colpite saranno le più povere del mondo. In particolare l’India, la Nigeria, il Pakistan, l’Indonesia e il Sudan. Nei quali già oggi vivono quasi due miliardi di persone.

fonte: www.lifegate.it


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Nove 'tipping points' punti critici di non ritorno che potrebbero essere innescati dal cambiamento climatico


















Il clima continua a scaldarsi con cambiamenti continui incrementali: i livelli di CO2 nell'atmosfera/il contenuto di calore degli oceani/l'aumento del livello dei mari, l'impatto cumulativo di questi  cambiamenti potrebbe anche far cambiare parti fondamentali del sistema Terra in modo drammatico e irreversibile. Questi punti critici (tipping points) sono soglie dove un piccolo cambiamento potrebbe spingere il sistema in uno stato completamente nuovo.

Questo articolo di Carbon Brief del 14 febbraio 2020 esplora nove punti critici dalle calotte glaciali  al permafrost che si scongelano, ai monsoni che si stanno spostando,  alle foreste che progressivamente muoiono.

Spiega il Prof. Timothy Lenton direttore dell'Istituto dei Sistemi Globali all'Università di Exeter che ci sono parti del sistema Terra che hanno il potenziale di cambiare in modo brusco.

"Un punto critico, un tipping point climatico , come un qualsiasi punto critico in qualsiasi sistema complesso, è dove un piccolo cambiamento fa una grossa differenza e cambia lo stato o il destino di un sistema."

Quindi, piuttosto che un pochino più calore che causa ondate di calore leggermente più calde oppure che fa sciogliere di più i ghiacciai, causa uno spostamento drammatico di un intero sistema. Come esempio fanno vedere un gioco chiamato Jenga, una torre fatta da tanti blocchi che vengono rimossi qua e là e posti in cima alla torre stessa, ad un certo punto la rimozione di un singolo blocco fa cadere l'intera torre. Nel Jenga la torre collassa in una frazione di secondo; per un componente del sistema Terra il cambiamento da uno stato fisico ad un altro può avvenire in molti decenni o secoli, ma la caratteristica che hanno in comune è che una volta che è iniziato il collasso è praticamente  impossibile da fermare.

Fanno notare che un punto critico può anche essere causato da fluttuazioni naturali nel clima, oltre che da forzanti esterne come con il riscaldamento globale, fanno l'esempio di periodi di cambiamenti bruschi avvenuti durante l'ultima era glaciale chiamati eventi 'Dansgaard-Oescher'.

Viene citato quanto raccontato dal Prof. Mat Collins in un capitolo di un rapporto speciale dell'IPCC sugli oceani e criosfera, cioè che una fluttuazione naturale potrebbe essere la spinta finale che si aggiunge al cambiamento climatico causato dall'uomo.

Il Prof. Wally Broecker della Columbia University scriveva che i dati paleoclimatici suggeriscono che: "Il clima della Terra non risponde a forzanti in un modo liscio e graduale. Piuttosto risponde in salti bruschi che comportano riorganizzazioni su larga scala del sistema Terra."

La definizione di 'cambiamento climatico brusco' del Quinto Rapporto dell'IPCC è: "Definiamo un cambiamento climatico brusco come un cambiamento su larga scala nel sistema clima che avviene nel corso di alcuni decenni o meno, che persiste (o ci si aspetta che persista) per almeno alcuni decenni e che causa perturbazioni sostanziali nei sistemi naturali e umani."

Più avanti citano il Dott. Richard Wood che spiega che oltrepassare un tipping point irreversibile significherebbe che un sistema non potrebbe tornare al suo stato originale nemmeno se la forzante diminuisse o tornasse indietro. Più avanti fanno l'esempio della Groenlandia coperta di ghiacci, se  la calotta glaciale della Groenlandia dovesse oltrepassare un  punto critico che porta alla sua disintegrazione, semplicemente ridurre le nostre emissioni e abbassare le temperature globali fino a livelli pre-industriali non farebbe ritornare  la calotta glaciale. L'energia necessaria per ricostruire una torre Jenga è molto maggiore di quella che l'ha fatta collassare.

Fino  a che punto sono irreversibili i punti critici considerati in questo articolo è soltanto una delle incertezze che gli scienziati stanno studiando. Comunque, ciascuno dei nove punti critici che vengono spiegati più avanti in questo articolo sono esempi in cui cambiamenti apparentemente piccoli hanno collettivamente il potenziale di un pugno potente.


"Mi limito a tradurre la pagina iniziale  riassuntiva, ma poi l’articolo prosegue analizzando con maggiori dettagli uno ad uno ciascuno dei nove ‘tipping points’ punti critici citati"
NOVE PUNTI CRITICI DI NON RITORNO (TIPPING POINTS): dove un clima che cambia potrebbe spingere il sistema Terra verso un cambiamento brusco e irreversibile (figura iniziale riassuntiva)
  • BLU:    SCIOGLIMENTO DI GHIACCI
    •  (calotte glaciali in Groenlandia: l'aumento delle temperature porta al ritiro irreversibile della calotta glaciale con aumento del livello del mare che può arrivare fino a 7 metri///
    • permafrost: brusco aumento delle emissioni di CO2 e metano a causa dello scioglimento di suoli ghiacciati con alto contenuto di carbonio ///
    •  disintegrazione dell'Antartide ovest: collasso della calotta glaciale innescato dal persistente ritiro della 'grounding line'(linea di messa a terra) del ghiacciaio in un settore che a cascata va ad altri settori, porta aumento del livello dei mari fino a 3 metri.
  • VERDE:   CAMBIAMENTO  DI BIOMI
    • Foreste pluviale in Amazzonia: le deforestazioni e il clima più caldo  e più secco causano deperimento delle foreste pluviali ed un cambiamento verso savana; questo porta sia a perdita di biodiversità che diminuzione delle piogge.///
    • foreste boreali: un cambiamento nelle foreste boreali con espansione verso tundra al nord e deperimenti delle foreste a sud; queste modifiche a loro volta portano a spostamento ecologico.///
    • barriere coralline in varie parti del pianeta: le temperature in aumento spingono i coralli di acqua calda oltre livelli tollerabili di stress termico verso uno stato alternativo dominato da macroalghe; questo a sua volta porta al cambio di ecosistema e a perdite (economiche) nei settori pesca e turismo.///
  • GIALLO:  CAMBIAMENTI NELLE CIRCOLAZIONI
    • Spostamento del monsone in Africa occidentale: cambiamento brusco nella piovosità del Sahel causato da uno spostamento verso nord (più bagnato) o verso sud (più secco) nel monsone dell'Africa occidentale; questo porta a problemi per l'agricoltura e a cambiamento di ecosistema.///
    • spostamento del monsone indiano: un rafforzamento del monsone causato dalle emissioni crescenti di CO2 oppure un indebolimento come risultato di emissioni elevate di aerosol; questo porterebbe a più gravi estremi nelle piogge.///
    • interruzione di AMOC (capovolgimento meridionale della circolazione atlantica): rallentamento di AMOC = capovolgimento meridionale della circolazione atlantica causato da un aumentato flusso di acqua dolce nel nord Atlantico; questo porterebbe a raffreddamento regionale e problemi agli ecosistemi oceanici.///


Nadia Simonini
Rete Nazionale Rifiuti Zero

https://www.carbonbrief.org/explainer-nine-tipping-points-that-could-be-triggered-by-climate-change

World GBC: eliminare entro il 2050 le emissioni di CO2 incorporate negli edifici


















La decarbonizzazione del settore delle costruzioni rappresenta una sfida molto impegnativa, ma sarebbe al contempo uno dei modi più convenienti per ridurre le emissioni climalteranti e mitigare gli effetti del riscaldamento globale.


Il World Green Building Council (World GBC), nell'ambito della decima edizione della World Green Building Week, ha presentato il rapporto "Bringing embodied carbon upfront" con cui viene ipotizzata - da qui al 2050 - una possibile trasformazione virtuosa del settore dell'edilizia.


Edilizia: un settore "insostenibile"

I numeri di partenza parlano chiaro: attualmente gli edifici e il settore dell’edilizia sono responsabili del 39% di tutte le emissioni globali di anidride carbonica. Le emissioni di gestione (l'energia utilizzata per riscaldare, raffrescare e illuminare gli edifici) contano per il 28%, mentre il restante 11% proviene da emissioni di CO2 incorporate o iniziali ("embodied carbon"), associate a materiali e processi di costruzione durante l'intero ciclo di vita dell'edificio.

Al 2050 la popolazione globale potrebbe essere vicina ai 10 miliardi, con un patrimonio immobiliare complessivo raddoppiato rispetto all'attuale. E' quindi evidente come - in assenza di drastici cambiamenti nel modo di operare - il settore delle costruzioni vedrà praticamente raddoppiare il proprio consumo di materie prime e di conseguenza il proprio impatto sul clima.


Affrontare le emissioni incorporate

Nel 2018, in linea con gli obiettivi previsti dall'accordo di Parigi, il World GBC aveva lanciato il "Net Zero Carbon Buildings Commitment". L'obiettivo era quello di promuovere un impegno climatico incentrato sul raggiungimento di standard edilizi (sia a livello di singoli edifici che su larga scala) a zero emissioni operative di CO2. Ma, come abbiamo già visto, i numeri dimostrano che le emissioni operative (o di gestione) sono solo una parte del problema. Infatti, grandi quantità di CO2 vengono rilasciate non solo nel corso della vita operativa di un edificio o infrastruttura ma anche durante le fasi di estrazione e produzione dei materiali, nelle fasi di trasporto, costruzione e anche fine vita.

I dati disponibili, tra l'altro, mostrano come le emissioni di gestione - per singolo edificio - siano in continua diminuzione, grazie a una serie di fattori che vanno dal miglioramento delle tecniche costruttive all'introduzione di tecnologie rinnovabili. Questo, però, significa d'altra parte che le emissioni incorporate negli edifici continueranno a crescere di peso, in proporzione alle emissioni totali.

Il rapporto stima che la CO2 incorporata sarà responsabile della metà dell'intera impronta carbonica degli edifici di nuova costruzione realizzati da qui al 2050; questo, naturalmente, rischia di vanificare in parte i grandi sforzi che il settore edilizio sta realizzando sul versante gestionale degli edifici. Il World GBC, quindi, invita a continuare il cammino di riduzione della CO2 di gestione ma chiede anche di aumentare rapidamente gli sforzi per affrontare, su scala globale, il problema delle emissioni di CO2 incorporate negli edifici.



La visione e gli obiettivi del World GBC

La sfida di decarbonizzare l'intero ciclo di vita di un edificio, andando oltre la "semplice" riduzione delle emissioni di gestione, è assai ambiziosa. Nel rapporto il World GBC fissa le tempistiche e gli step indispensabili per realizzare questa visione, in coerenza con i drastici obiettivi di riduzione delle emissioni richiesti dagli scienziati dell'IPCC:

• entro il 2030: tutti i nuovi edifici, le nuove infrastrutture e le ristrutturazioni dovranno ridurre di almeno il 40% le emissioni incorporate. Per i nuovi edifici, inoltre, le emissioni di gestione dovranno risultare pari a zero;

• entro il 2050: tutti i nuovi edifici, le nuove infrastrutture e le ristrutturazioni dovranno avere un livello di emissioni incorporate pari a zero. Tutti gli edifici, sia quelli nuovi che quelli esistenti, dovranno avere emissioni di gestione pari a zero.


Lo scopo del rapporto è di promuovere un invito ad agire immediatamente per raggiungere questa visione, coinvolgendo l'intera filiera dell'edilizia e delle costruzioni. Più nello specifico, il World GBC mira a:

• avviare un dibattito globale sull'importanza di raggiungere lo "zero embodied carbon", che porti all'adozione di una base comune (definizioni, principi, azioni realizzabili, ecc.) utilizzabile e comprensibile da tutti gli attori della filiera;

• comunicare l'urgenza della situazione e stabilire scadenze, obiettivi e traguardi a livello globale, sostenendo al contempo la creazione di tabelle di marcia regionali, nazionali e anche settoriali;

• stimolare la domanda di mercato e semplificare drasticamente il dialogo e la connessione tra i vari anelli della filiera, mettendo in evidenza le leadership e le pratiche più efficaci in grado di dimostrare la fattibilità di una completa decarbonizzazione;

• sostenere le azioni politiche e di regolamentazione incentrate sullo "zero embodied carbon".


La strada da fare

Ad oggi, purtroppo, pochissimi edifici o beni infrastrutturali sono in linea con la visione del rapporto del World GBC. Il settore dell'edilizia e delle costruzioni, infatti, è fortemente frammentato e basato su una gamma vastissima di materiali, con filiere lunghe e complesse. Molti dei materiali da costruzione più utilizzati (ad esempio calcestruzzo e acciaio) provengono da industrie pesanti ad alta intensità di carbonio.

Il World GBC è consapevole, quindi, che si tratterà di una transizione radicale e difficile. Ma non impossibile: stimolando la domanda di mercato, si potrà assistere ad una accelerazione drastica degli investimenti che porterà ad un aumento della competitività e ad un più facile accesso a una vasta gamma di soluzioni e strategie per raggiungere lo "zero embodied carbon".

Sarà però fondamentale - sottolinea il rapporto - che tutti gli attori della filiera lavorino insieme su questo obiettivo, sia sul lato della domanda (investitori, sviluppatori, designer) che su quello dell'offerta (appaltatori, produttori di materiali).
Riferimenti

Nuovo report del World GBC: il settore delle costruzioni può azzerare le emissioni entro il 2050
l'articolo su gbcitalia.org



fonte: www.nextville.it

Rapporto Ipcc “Riscaldamento Globale Di 1,5°C: Sommario Per I Decisori Politici” Edizione Italiana


























SISC è lieta di presentare la traduzione in italiano del Rapporto IPCC “Riscaldamento globale di 1,5°C – Sommario per Decisori politici”

Un rapporto speciale dell’IPCC sugli impatti del riscaldamento globale di 1,5°C rispetto ai livelli preindustriali e sugli andamenti correlati delle emissioni globali di gas serra, nel contesto di un rafforzamento della risposta globale alla minaccia dei cambiamenti climatici, dello sviluppo sostenibile e degli sforzi per debellare la povertà.

La presente traduzione non è una traduzione ufficiale dell’IPCC.
La traduzione in lingua italiana è stata realizzata con la massima cura da parte del traduttore e dei revisori, al fine di rendere il testo originale dell’IPCC nel modo più appropriato possibile.

Come organismo delle Nazioni Unite, l’IPCC pubblica i suoi rapporti nelle sei lingue ufficiali delle Nazioni Unite (arabo, cinese, inglese, francese, russo, spagnolo). Le versioni in queste lingue sono disponibili per il download su www.ipcc.ch.


Rapporto IPCC “Riscaldamento globale di 1,5°C – Sommario per Decisori politici” (versione italiana) (PDF, 1,191 kb)

fonte: http://www.sisclima.it

Report IPCC: solo una gestione sostenibile del suolo può salvare il Pianeta

Pubblicato il report speciale dell’Intergovernmental Panel on Climate Change dedicato a desertificazione, degrado del suolo, gestione sostenibile del territorio e sicurezza alimentare



















L’eccessivo sfruttamento del suolo contribuisce al cambiamento climatico e il cambiamento climatico ha un impatto sulla salute della nostra Terra: è il circolo vizioso descritto dal Report Speciale dell’Intergovernmental Panel on Climate Change presentato oggi a Ginevra. Secondo il report IPCC, i tentativi di limitare il riscaldamento globale tagliando esclusivamente le emissioni prodotte da impianti energetici, produzione industriale e trasporti sono destinati a fallire: produttori, amministrazioni e consumatori sono chiamati a rivedere l’intero sistema di produzione alimentare (dall’agricoltura all’allevamento), così come la gestione dei territori per virare il più possibile verso una gestione sostenibile delle risorse naturali.

Il report è frutto di oltre due anni di lavori: le linee guida sono state stilate a febbraio 2017, durante una delle riunioni dell’IPCC a Dublino. Alla stesura hanno preso parte 107 esperti provenienti da 52 Paesi di tutto il mondo (di cui oltre la metà provenienti da Nazioni in via di sviluppo). Oltre 7 mila le ricerche vagliate e confrontate per redigere lo studio, mentre sono stati poco più di 28 mila i commenti aggiunti dagli esperti chiamati a revisionare il testo in 3 diversi turni di lettura critica.
 Agricoltura, silvicoltura e altri usi intensivi del suolo sono responsabili di quasi un quarto (il 23%) di tutte le emissioni di gas serra causate dall’attività umana (il 13% di CO2, il 44% di metano e l’82% di protossido d’azoto tra il 2007 e il 2016). Il report IPCC stima che una percentuale tra il 69% e il 76% della superficie terrestre libera dai ghiacci sia utilizzata dagli esseri umani per nutrire, vestire e sostenere la popolazione in crescita.

Dal 1961 ad oggi, più di 3,2 milioni di chilometri quadrati di terra, un’area equivalente alle dimensioni dell’Australia, sono stati convertiti ad uso agricolo. Nello stesso periodo, i cambiamenti nel sistema alimentare e nei consumi hanno costretto il settore agricolo a virare verso un uso estremamente intensivo del suolo, alimentato dall’impiego di prodotti chimici come fertilizzanti, insetticidi e pesticidi, oltre che da una crescente richiesta di risorse idriche (circa il 70% dei consumi mondiali d’acqua sono destinati all’agricoltura) ed energetiche.
L’agricoltura intensiva compatta il suolo, aumenta l’erosione e riduce la quantità di materiale organico nel terreno. L’uso di fertilizzanti artificiali ha causato il raddoppiamento delle emissioni di protossido di azoto, un potente gas serra, negli ultimi 50 anni.

L’allevamento intensivo di bovini e ovini è, insieme all’agricoltura, una delle principali fonti di emissioni pericolose per il Pianeta: la metà di tutte le emissioni di metano, uno dei gas serra più potenti, proviene da bovini e risaie, mentre la deforestazione e la distruzione delle torbiere causano ulteriori livelli significativi di emissioni di carbonio. I consumi di carne sono raddoppiati nello stesso tempo, causando un conseguente aumento del 70% delle emissioni di metano causate dall’allevamento di bovini e ovini.

Capitolo a parte quello dedicato alla produzione di energia da colture: secondo il report IPCC, le coltivazioni destinate a divenire biocarburanti non possono rappresentare una soluzione sostenibile per contenere il climate change. Se simili coltivazioni dovessero ricoprire un’area globale compresa tra 772 mila e 2,3 milioni di miglia quadrate verrebbe messa a rischio la sicurezza alimentare di tutti, e in particolare delle popolazioni sub sahariane.
La gestione del suolo è un altro dei punti cardine del report: secondo gli esperti dell’IPCC, occorrerebbe fare tutto il possibile per assicurare un management sostenibile dei terreni, in modo che possano assorbire grandi quantità di CO2. Tra il 2007 e il 2016, il 29% di tutto il diossido di carbonio prodotto dalle attività umane è stato assorbito da piante e alberi e stoccato come materiale organico nel terreno.

“La terra già in uso potrebbe alimentare il mondo in un clima in evoluzione e fornire biomassa per le energie rinnovabili – ha spiegato il professor Hans-Otto Pörtner, codirettore del Gruppo II dell’IPCC – ma è necessaria un’azione tempestiva e di vasta portata in diverse aree, anche per la conservazione e il ripristino degli ecosistemi e della biodiversità”.

La gestione sostenibile del suolo è determinante per prevenire gl’effetti catastrofici di eventi climatici estremi. Secondo il report circa 500 milioni di persone vivono attualmente in aree desertificate: “In un futuro con piogge più intense aumenta il rischio di erosione del suolo nei campi coltivati ​​e la gestione sostenibile del territorio è un modo per proteggere le comunità dagli impatti dannosi di questa degrado del suolo e dalle frane – ha spiegato il professor Kiyoto Tanabe, codirettore della Task Force on National Greenhouse Gas Inventories – Tuttavia, ci sono limiti a ciò che può essere fatto, quindi in alcuni casi il degrado potrebbe essere irreversibile”.
L’erosione del suolo causata dall’attività umana è fino a 100 volte più rapida delle capacità rigenerative della natura e il cambiamento climatico accelererà ulteriormente questo trend colpendo aree sensibili come le zone costiere depresse, i delta dei fiumi, le terre aride e le zone coperte da permafrost.

Durante la presentazione stampa del report ha destato molta attenzione il capitolo dedicato alla sicurezza alimentare: secondo gli esperti dell’IPCC, tra il 25% e il 30% del cibo prodotto viene sprecato. Tra il 2010 e il 2016 una percentuale tra l’8% e il 10% di tutte le emissioni di gas serra prodotte dall’uomo è stato causato dallo spreco di cibo.

I cambiamenti nelle diete alimentari possono aiutare a contenere il degrado del suolo e a migliorare la gestione delle risorse: nel report viene indicato l’impatto sul clima e sul territorio di diverse tipologie di diete alimentari. Un lavoro di stima condotto con particolare attenzione dal momento che, come spiegano gli esperti dell’IPCC, il discorso sulle diete alimentari tocca questioni culturali e specifiche di territori e comunità estremamente diverse tra loro.
Il cambiamento climatico colpisce i cosiddetti 4 pilastri della sicurezza alimentare: disponibilità, accessibilità, utilizzo e stabilità. La riduzione dei terreni produttivi, l’eventuale crescita dei prezzi, la riduzione di nutrienti e della qualità dei prodotti, rischiano di divenire fattori con cui ampie fasce di popolazione, soprattutto nei Paesi tropicali, potrebbero avere a che fare nei prossimi decenni.

“Le diete bilanciate con alimenti a base vegetale, come cereali a grana grossa, legumi, frutta e verdura e alimenti di origine animale prodotti in modo sostenibile in sistemi a basse emissioni di gas a effetto serra, offrono importanti opportunità di adattamento e limitazione dei cambiamenti climatici”,ha spiegato la dottoressa Debra Roberts, codirettrice del Gruppo II dell’IPCC.

Un tema su cui influiscono diversi fattori: dall’istruzione ai valori sociali e culturali, ma anche le decisioni politiche e quelle infrastrutturali (tecnologiche e produttive) come sottolinea il Direttore dell’IPCC, Hoesung Lee.

Di qui il richiamo alla cooperazione internazionale e quella tra tutti i livelli della società: “Il livello di allarme è lo stesso di quello già indicato con il report sulla necessità di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C pubblicato lo scorso ottobre – spiegano gli esperti dell’IPCC– Dobbiamo raggiungere i decisori politici, ma anche la società civile e le giovani generazioni perché abbiamo visto come le pressioni provenienti da queste fasce di popolazione abbiano influenzato i Governi mondiali”.
Un’appello a tutti ribadito fin dallo slogan di presentazione del Report IPCC: “Land is where we live. Land is under growing human pressure. Land is a part of the solution. But land can’t do it all – La terra è il posto in cui viviamo. La terra è sottoposta alla crescente pressione dell’uomo. La terra è parte della soluzione. Ma la terra non può fare tutto da sola”.

fonte: www.rinnnovabili.it