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Una politica per l’Antropocene

Sta avvenendo sotto i nostri occhi: la conclusione di un ciclo di civilizzazione lungo e addirittura di un’era geologica che molti scienziati definiscono con il nome Antropocene. Abbiamo bisogno di individuare le cause profonde della crisi ecosistemica, strutturale e di civiltà e di prospettare molte alternative, diverse già sperimentate, per uscire dal miope cinismo economicista e dalle logiche distruttive dell’accumulazione capitalista prevalenti. Ma non non basta avere una coscienza di classe, servono anche la coscienza di genere, di generazione, di luogo, di specie. Abbiamo bisogno di un immaginario comune, di una cosmovisione




C'è chi pensa – vedi il genetista evoluzionista Svante Pääbo, in Elizabet Kolbert, La sesta estinzione, Beat edizioni, 2014 – che ci sia un “gene faustiano” annidato nella mente umana che spinge alcuni individui (maschi, come ci dimostra l’archeologa Marija Gimbutas) a sviluppare comportamenti aggressivi, predatori, distruttivi. Nel corso della storia, si sono creati clan, potentati, elite dominati che sono riusciti a plasmare e organizzare secondo le loro regole le intere relazioni sociali. Come giudicare diversamente, se non folle, ciò che sta avvenendo sotto i nostri occhi, a conclusione di un ciclo di civilizzazione lungo addirittura un’era geologica che molti scienziati vorrebbero definire con il nome Antropocene? (Vedi per tutti, di Jan Zalasiewicz, The Anthropocene as a Geological Time Unit, Cambridge University Press, 2019).

Il sistema energetico fossile modifica la composizione chimica dell’atmosfera, genera cambiamenti climatici catastrofici, acidifica gli oceani, uccide le barriere coralline; il sistema alimentare carnivoro distrugge le foreste primarie, desertifica i mari, elimina la biodiversità, innesca pandemie; il sistema di produzione industriale di beni di largo consumo programmato sull’obsolescenza genera spreco di materie e di risorse naturali non rinnovabili; il modello di insediamento urbano ammassa in megalopoli invivibili metà della popolazione mondiale; il paradigma tecno-scientifico è mirato alla ricerca del superamento dei limiti naturali (i nove Planetary Boundaries individuati dal gruppo di ecologi di Johan Rockström) e alla progressiva artificializzazione dei cicli vitali (bioingegneria alla Frankenstein); il sistema dell’informazione manipola e sorveglia; l’assetto geopolitico è basato sulla potenza imperiale e la violenza militare.

Alessio Giacometti, commentando il libro di Simon Lewis e Mark Maslin, Il pianeta umano, Einaudi, 2019, scrive: “Negli ultimi secoli abbiamo introdotto in natura più di duecento minerali prima inesistenti, disperso particelle carboniose sferoidi e polimeri plastici dalla cima dell’Everest alla Fossa delle Marianne, rivestito la superficie terrestre con una tecno sfera da 30 trilioni di tonnellate di cemento e metallo. Abbiamo condotto all’estinzione l’83 per cento delle specie animali viventi e dimezzato la popolazione di alberi. Abbiamo anche riversato in aria oltre duemila milioni di tonnellate di anidride carbonica, il cui livello di concentrazione in atmosfera è il più alto degli ultimi tre milioni di anni. Se dovessimo estinguerci domani, i nostri prodotti materiali sparirebbero in meno di diecimila anni, ma le alterazioni biogeochimiche dei cicli del carbonio, del fosforo e dell’azoto rimarrebbero per milioni di anni, dopo di noi” (A, Giacometti, Come abbiamo creato l’Antropocene).

Ovviamente, non c’è nulla di geneticamente predeterminato e di inevitabile nella suicida “devastazione dello spazio vitale” (Konrad Lorenz, 1972) intrapresa dall’homo – autodefinitosi – sapiens. Forse, come mi suggerisce il mio amico psicoanalista Alvise Marin, “per trovare spiegazioni bisognerebbe indagare nel mare profondo delle nostre pulsioni e motivazioni inconsce, che sono strutturalmente un impasto di eros e thanatos”. Comunque è certo che altri itinerari e altri esiti sarebbero stati possibili in passato e potrebbero esserlo ancora in futuro. Ed è questo il preciso campo dell’intervento politico, ovvero delle scelte collettive. La politica, invece, “muore” – come affermano da tempo molti politologi, penso al Marco Revelli di La politica perduta, Einaudi 2003) – se non riesce a confrontarsi con le questioni fondamentali dell’esistenza umana, con la dimensione culturale, valoriale ed eco-etica della “battaglia delle idee” che guida le trasformazioni sociali. In assenza di ciò, è inevitabile che a evaporare per prima sia la politica di sinistra, di coloro, cioè, che pur dichiarandosi non contenti dello stato delle cose presenti rimangono inanimi nell’indicare alternative di sistema, ovvero colgono solo elementi parziali e separati delle conseguenze delle politiche di potenza e di oppressione messe in atto dai gruppi di potere dominanti. Tipico in molta parte della cultura del movimento operaio è porre l’accento esclusivamente sulle disparità e sulle ingiustizie patite dai ceti popolari nell’accesso e nella distribuzione della ricchezza. Ma in tal modo rimangono in ombra i sistemi di formazione e di valorizzazione economica delle attività umane e dei “servizi ecologici” forniti gratuitamente dalla natura. Così come noti sono i limiti dell’ambientalismo superficiale – facilmente sussunto dal mercato – che non coglie le logiche distruttive intrinseche dell’accumulazione capitalista. Più pericolose di tutte sono le derive identitarie di qualsiasi tipo (sangue, suolo e patrie), pur giustificate dai centralismi nazionalisti e dalla globalizzazione omologante. Ecco allora che la cultura politica di sinistra dovrebbe saper individuare e riportare a unità la lotta a ogni forma di dominio e di oppressione, facendo perno su un’idea di individuo completo, consapevole e responsabile dei diritti propri, degli altri e di ogni forma di vita. Per dirla a slogan: per fare la rivoluzione non basta avere la coscienza di classe, servono anche la coscienza di genere, di generazione, di luogo, di specie. Secondo il principio (ecologico) della interconnessione, interdipendenza e coevoluzione di tutti i fenomeni naturali (ogni specie è parte del tutto: “Homo sapiens non è che una specie fra molte, il prodotto di una interazione” – Richard Lekey e Roger Lewin, La sesta estinzione. La vita sulla Terra e il futuro del genere umano, Bollati Boringhieri, 1998) e sociali; della inseparabilità della sostenibilità ambientale e della giustizia sociale.

Ragionare alla scala dei cambiamenti geologici sarebbe utile per uscire dal miope cinismo economicista oggi prevalente (quello che afferma: “nel lungo periodo saremo tutti morti”, affermazione ancora più “vera” se consideriamo che la durata media di una specie animale è stata fino ad ora di soli quattro milioni di anni) per valorizzare invece le capacità creative di ogni persona umana e dare un senso anche spirituale allo stare al mondo e alla cooperazione sociale. La Commissione internazionale di stratigrafia della Unione internazionale di scienze geologiche è ancora incerta su quando fissare l’inizio dell’Antropocene: qual’é il point-break, il momento in cui l’homo sapiens comincia ad agire come forza geologica e a lasciare tracce rilevanti e indelebili sul sistema Terra? Con la diffusione dell’agricoltura e dell’allevamento, 10.000 anni fa? Con l’affermazione del pensiero occidentale antro e andro-centrico della tradizione ebraica e della filosofia greca ellenistica? Cinquecento anni fa con la prima globalizzazione, la colonizzazione europea delle Americhe e la nascita del capitalismo (come suggerisce Jason Moore, Antropocene o Capitalocene? Ombrecorte, 2017)? Con la rivoluzione industriale nell’Ottocento? Il 16 luglio 1945 con la detonazione del primo ordigno nucleare e il fall-out di radio nuclei? Nel maggio di quest’anno, con il picco record di 417 parti per milione di anidride carbonica (come 450.000 anni fa)? Il prossimo fine secolo con il raggiungimento del tetto di esseri umani (10 e più miliardi) e il contemporaneo limite più basso di biodiversità delle specie viventi presenti (“Sesta estinzione di massa”, la quinta interessò i dinosauri, 65 milioni di anni fa)?

Interrogativi con cui sarebbe interessante che la politica riuscisse a confrontarsi per non rimanere insignificante e per poter misurare le coerenze anche delle piccole e quotidiane scelte. Ad esempio, come spendere i denari del Recovery Fund, se vogliamo davvero servano a risanare il pianeta e a sostenere la vita delle “Next generations”. E non semplicemente a riattivare un ciclo economico “espansivo” lucrativo per i detentori dei titoli di credito del debito garantito dalla Banche centrali. Il presente è importante (specie per chi è costretto a lottare con la precarietà della sussistenza), ma lo si può affrontare con qualche speranza di cambiamento solo se si ha la consapevolezza che esso è il punto di incrocio tra l’eredità del passato e le opportunità del futuro. In altre parole, una politica (di sinistra) che non sappia individuare le cause profonde della crisi ecosistemica, strutturale e di civiltà cui siamo giunti e che non sappia prospettare un’alternativa all’altezza della situazione, non sarà mai credibile, non riuscirà mai a convincere le menti e a scaldare i cuori delle persone. “Il” nuovo soggetto sociale protagonista della auspicabile grande trasformazione necessaria nascerà quando maturerà un immaginario comune – una cosmovisione – liberato da tutti i miti di potenza del denaro, della tecnologia, delle armi, della violenza. Per dirla in positivo, quando riusciremo a maturare un atteggiamento di cura della vita di noi stessi, degli altri, della natura.

Paolo Cacciari

fonte: comune-info.net


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La grande migrazione climatica e' iniziata

L'articolo pubblicato sul New York Times in data 23 luglio 2020 è stato scritto da Abraham Lustgarten.



"Oggi l'1% del pianeta è zona calda dove si può a malapena vivere. Entro il 2070 quella porzione potrebbe salire fino al 19%. Miliardi di persone chiamano casa tale territorio. Dove andranno?" 


L'articolo inizia raccontando la storia di un contadino del Guatemala, da cinque anni quasi non pioveva; poi piovve e Jorge seminò il mais, le piante crebbero bene, ma ci fu un alluvione; Jorge con l'acqua che gli arrivava al torace raccolse tutte le pannocchie che potevano ancora mangiare. Alla fine in disperazione vendette la sua capanna con tetto di latta dove viveva con la moglie e tre figli per ottenere nuovi semi; ma dopo l'alluvione di nuovo smise di piovere e tutto seccò. Jorge capì che per non morire di fame doveva lasciare il Guatemala. 

Molti di quelle zone stanno vivendo con l'incertezza sul come procurarsi il loro prossimo pasto, molti bambini hanno cronicamente fame, la loro altezza è bassa rispetto all'età ed hanno ossa deboli e pance rigonfie. El Niño insieme al riscaldamento globale sta trasformando molte parti semi- aride del Guatemala che presto somiglieranno più ad un deserto. 

In alcune parti del Guatemala prevedono che la pioggia diminuirà del 60% e potrebbe diminuire fino al 83% la quantità di acqua che va nei torrenti e tiene il suolo umido. I ricercatori prevedono che entro il 2070 le rese di alcune coltivazioni di base potrebbero ridursi di un terzo nelle zone dove abitava Jorge (Alta Verapaz). 

Questi problemi non ci sono soltanto in Guatemala: centinaia di milioni di persone provenienti dal Centro America, dal Sudan, dal Delta del Mekong (Vietnam) man mano che le loro terre non danno più sostentamento saranno costrette a scegliere tra fuggire o restare e morire di fame: il risultato sarà la più GRANDE ONDATA MIGRATORIA che ci sia mai stata. Partono spesso senza sapere dove andranno o che cosa potranno fare là dove andranno a stare.  

Nella parte successiva dell'articolo viene raccontato un articolo scientifico in cui spiegano che la specie umana è sempre vissuta all'interno di un intervallo molto ristretto di temperature, in luoghi dove il clima sosteneva una abbondante produzione di cibo. 

Con il riscaldamento globale la banda (di temperature ottimali) si sta improvvisamente spostando verso nord, di conseguenza, secondo l'articolo scientifico il nostro pianeta potrà subire un aumento nelle temperature più grande nei prossimo cinquant'anni di quello che c'è stato nei seimila anni passati tutti insieme. 

Entro il 2070 il tipo di zone estremamente calde come quelle del Sahara che adesso sono meno dell'1% delle superfici terrestri del pianeta potrebbero diventare quasi un QUINTO delle superfici terrestri, di conseguenza potenzialmente una persona ogni tre persone oggi viventi si verrebbero a trovare fuori dalla nicchia climatica in cui la specie umana aveva prosperato per millenni. 

Molti resteranno a patire caldo estremo, fame e caos politico, ma altri saranno obbligati a partire. Viene anche citato un altro studio scientifico del 2017 secondo cui entro il 2100 le temperature potranno aumentare fino al punto che in alcune luoghi, incluse parti dell'India e della Cina est, uscire all'aperto per poche ore "porterebbe alla morte anche le persone più in buona salute". Le zone da cui sono iniziate le migrazioni a causa del clima sono Sudest asiatico: da cui i migranti vanno verso MedioOriente, Europa, N. America/mentre dalla zona subsahariana del Sahel africano i migranti fluiscono verso le coste e le città. 

L'articolo prosegue affermando che se le migrazioni via dai climi troppo caldi dovessero raggiungere l'ordine di grandezza che le attuali ricerche indicano come probabile si andrebbe verso una vasta ri -mappatura delle popolazioni mondiali. L'articolo prosegue a lungo, viene anche presentato il progetto di creare un modello per capire meglio le forze e l'ordine di grandezza delle migrazioni climatiche rispetto ad un'area più ampia, per realizzare questo il New York Times Magazine e ProPubblica si sono uniti con il Pulitzer Centre per creare per la prima volta un modello sul modo in cui avverranno le migrazioni.

Hanno studiato l'America centrale usando dati climatici e di sviluppo-economico per esaminare un ventaglio di scenari, negli scenari climatici più estremi più di 30 milioni di migranti andrebbero verso i confini USA nei prossimi 30 anni. Il modello mostra che le risposte politiche sia al cambiamento climatico, sia alle migrazioni possono portare a futuri enormemente diversi. Nelle successive pagine esaminano oltre alle migrazioni conseguenti alle siccità e alle coltivazioni che vengono perse anche le conseguenze dell'aumento del livello dei mari. 

Adesso si apprende che gli scienziati del clima hanno sottostimato i futuri dislocamenti (di persone) dovuti all'aumento del livello del mare di un fattore tre, il probabile conto totale a livello globale potrebbe arrivare a 150 milioni di persone. L'articolo prosegue per molte pagine ancora. All'interno dell'articolo ci sono i link per accedere alle letture degli articoli scientifici citati. 

https://www.nytimes.com/interactive/2020/07/23/magazine/climate-migration.html


Nadia Simonini

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Il suolo è una risorsa non rinnovabile
















Leggendo da internet il “Contratto” dell’attuale nuovo Governo si può rilevare che il “suolo” è menzionato al punto 4 “Ambiente, green economy e rifiuti zero”. Si legge, fra l’altro, che questo viene considerato una “risorsa rinnovabile” come l’acqua e le foreste.
Da sempre gli studiosi di scienza del suolo sostengono che il suolo stesso è una risorsa non rinnovabile proprio perché la sua formazione è un processo talmente complesso che richiede da centinaia a migliaia di anni. È ampiamente documentato dalla letteratura internazionale che molti suoli si sono formati alla velocità di un millimetro l’anno. Al contrario la velocità della sua degradazione e` estremamente più rapida, basti pensare, ad esempio, agli eventi catastrofici degli ultimi anni, verificatesi in seguito all’abbattersi di violenti nubifragi (bombe d’acqua); le conseguenti colate di fango sono dovute proprio all’asportazione degli orizzonti superficiali del suolo stesso. Inoltre, i due terzi del territorio nazionale sono ormai degradati a causa di una gestione del suolo non sempre sostenibile e ad attività antropiche non sempre corrette. La quasi totalità dei dissesti e dei fenomeni di forte degradazione sono imputabili proprio alle attività antropiche. Tutto questo fa si che il suolo sia una risorsa non rinnovabile e come tale va considerato nel programmare e mettere in atto interventi per la sua conservazione.
Questo concetto è ampiamente condiviso anche da importanti istituzioni come, ad esempio, l’Unione Europea che, a questo proposito, ha formulato la seguente definizione: “Il suolo e` una risorsa essenzialmente non rinnovabile e un sistema molto dinamico, che svolge numerose funzioni e fornisce servizi fondamentali per le attività umane e la sopravvivenza degli ecosistemi”. Anche la FAO da tempo afferma che “il suolo è una risorsa non rinnovabile”.
Oggi conosciamo molto del suolo e disponiamo di un buon numero di banche dati, basti vedere le miriadi di pubblicazioni scientifiche, a livello nazionale e internazionale, su questo argomento ma, a dispetto di ciò, la percezione dell’importanza e della fragilità di questa risorsa fra i non addetti ai lavori rimane assai bassa, nonostante un apparente aumento della sensibilità dell’opinione pubblica verso le criticità ambientali. E questo non è un problema solo italiano visto che nella Nuova edizione dell'Atlante mondiale della desertificazione, pubblicato dal Centro ricerche della Commissione Europea (UE), si afferma che “oltre il 75% delle terre emerse sono già degradate e potrebbero esserlo oltre il 90% entro il 2050”. Quindi, la degradazione del suolo rappresenta attualmente una delle emergenze a livello planetario.

Un’efficace protezione dell’ambiente e delle risorse naturali si attua solo attraverso una corretta gestione del territorio. Per questo è assolutamente necessario educare l’opinione pubblica alle problematiche della conservazione del suolo e, per quanto riguarda l’agricoltura, persuadere gli agricoltori ad adottare quelle pratiche agricole idonee a prevenirne la degradazione. Il compito dei ricercatori è di dare un contributo in questo senso attraverso la discussione e la divulgazione delle loro esperienze. Queste esperienze possono fornire utili contributi non solo per lo sviluppo dei nuovi Regolamenti della Politica Agricola Comunitaria (PAC) ma anche per l’elaborazione di normative atte a tutelare le risorse naturali come il suolo, appunto. Il nostro futuro e, soprattutto, la qualità della vita delle nuove generazioni dipende proprio dalla salvaguardia di queste risorse e la loro protezione deve essere un impegno di tutti.

fonte: www.georgofili.info


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Desertificazione: Sicilia, Molise e Basilicata le regioni più colpite in Italia






















E’ un fenomeno ormai globale, che non colpisce solo le aree più desertiche del globo. I cambiamenti climatici e una gestione poco attenta alle risorse naturali mettono a rischio la fertilità dei terreni, del nord del mondo come di quelli del sud, e la produzione agricola. Davanti ad un fenomeno così preoccupante l’Onu ha deciso di dedicare una Giornata mondiale al tema della lotta alla desertificazione. Il 17 giugno non si ricorda solo quel 29% del territorio globale maggiormente colpito, abitato da oltre 3 miliardi di persone, ma anche tutte le altre aree dove la desertificazione avanza.
Il degrado a scala globale viene oggi calcolato attraverso dati satellitari che fotografano la copertura vegetale e la produttività del suolo. Tra il 1998 e il 2013, una percentuale pari al 20-30% della superficie terrestre ha mostrato andamenti declinanti nella produttività. Grazie all’osservazione satellitare del programma europeo Copernicus è stato staimato che il 12% delle terre coltivate a vegetazione mostra un calo della produttività e che il 21% è a rischio.
Quali le cause di questo fenomeno globale? Come sempre nelle questioni ambientali non c’è un solo colpevole, ma una serie di cause. I cambiamenti climatici hanno modificato le precipitazioni, aumentato la temperatura e gli episodi di siccità, con conseguente disponibilità insufficiente di acqua per il suolo, per la vegetazione e per le attività produttive (agricoltura in primis). C’è poi una gestione poco attenta delle risorse naturali, dell’acqua, del suolo e della vegetazione. Il suolo viene consumato eccessivamente e si usano pratiche agricole dannose.
In Italia il 10% del territorio è molto vulnerabile. La Sicilia è la regione più colpita (42,9% della superficie regionale), seguita da Molise, Basilicata (24,4%) e dalla Sardegna (19,1%). Il nostro Paese sta definendo le azioni necessarie per raggiungere la Land Degradation Neutrality – LDN, ovvero il bilanciamento tra le aree degradate e quelle recuperate. LDN è uno degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile.
fonte: https://www.snpambiente.it

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Il futuro della nicchia climatica




Questo articolo è stato pubblicato sulla rivista scientifica Proceedings 
of the National Academy of Sciences in data 26 maggio 2020, primo autore 
Chi Xu.



Gli autori dimostrano che per migliaia di anni - fin dai tempi dei 
cacciatori -raccoglitori, quindi in condizioni ben diverse dalle nostre 
attuali  - la specie umana è vissuta all'incirca nello stesse condizioni 
di temperature disponibili globalmente, ovvero con temperature annuali 
medie comprese tra circa 11°C e 15°C. Quindi anche la specie umana, come 
tutte le specie avrebbe una sua nicchia di temperature  e gli autori 
scrivono che anche le coltivazioni ed il bestiame allevato dall'uomo 
sono in gran parte limitati a queste temperature, questo lo scrivono a 
sostegno della natura fondamentale della citata nicchia di temperature. 



Nell'articolo dimostrano quanto segue:  SI PREVEDE CHE - SE CONTINUIAMO 
CON LE NOSTRE EMISSIONI DI GAS SERRA SENZA FORTISSIME RIDUZIONI - LA 
POSIZIONE GEOGRAFICA DI QUESTA NICCHIA DI TEMPERATURE  SI SPOSTERA' DI 
PIU' NEI PROSSIMI CINQUANT'ANNI DI QUANTO SI SIA SPOSTATA NEI 6000 ANNI 
PRIMA DEL PRESENTE.  Più avanti scrivono che "SE NON AVVERRANNO 
MIGRAZIONI SI PREVEDE CHE UN TERZO DELLA POPOLAZIONE GLOBALE SUBIRA' 
TEMPERATURE ANNUALI MEDIE MAGGIORI DI 29°C,  che attualmente si trovano 
soltanto su uno 0,8% delle superfici terrestri, in gran parte 
concentrate nel Sahara



https://www.pnas.org/content/117/21/11350

Nadia Simonini


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Report IPCC: solo una gestione sostenibile del suolo può salvare il Pianeta

Pubblicato il report speciale dell’Intergovernmental Panel on Climate Change dedicato a desertificazione, degrado del suolo, gestione sostenibile del territorio e sicurezza alimentare



















L’eccessivo sfruttamento del suolo contribuisce al cambiamento climatico e il cambiamento climatico ha un impatto sulla salute della nostra Terra: è il circolo vizioso descritto dal Report Speciale dell’Intergovernmental Panel on Climate Change presentato oggi a Ginevra. Secondo il report IPCC, i tentativi di limitare il riscaldamento globale tagliando esclusivamente le emissioni prodotte da impianti energetici, produzione industriale e trasporti sono destinati a fallire: produttori, amministrazioni e consumatori sono chiamati a rivedere l’intero sistema di produzione alimentare (dall’agricoltura all’allevamento), così come la gestione dei territori per virare il più possibile verso una gestione sostenibile delle risorse naturali.

Il report è frutto di oltre due anni di lavori: le linee guida sono state stilate a febbraio 2017, durante una delle riunioni dell’IPCC a Dublino. Alla stesura hanno preso parte 107 esperti provenienti da 52 Paesi di tutto il mondo (di cui oltre la metà provenienti da Nazioni in via di sviluppo). Oltre 7 mila le ricerche vagliate e confrontate per redigere lo studio, mentre sono stati poco più di 28 mila i commenti aggiunti dagli esperti chiamati a revisionare il testo in 3 diversi turni di lettura critica.
 Agricoltura, silvicoltura e altri usi intensivi del suolo sono responsabili di quasi un quarto (il 23%) di tutte le emissioni di gas serra causate dall’attività umana (il 13% di CO2, il 44% di metano e l’82% di protossido d’azoto tra il 2007 e il 2016). Il report IPCC stima che una percentuale tra il 69% e il 76% della superficie terrestre libera dai ghiacci sia utilizzata dagli esseri umani per nutrire, vestire e sostenere la popolazione in crescita.

Dal 1961 ad oggi, più di 3,2 milioni di chilometri quadrati di terra, un’area equivalente alle dimensioni dell’Australia, sono stati convertiti ad uso agricolo. Nello stesso periodo, i cambiamenti nel sistema alimentare e nei consumi hanno costretto il settore agricolo a virare verso un uso estremamente intensivo del suolo, alimentato dall’impiego di prodotti chimici come fertilizzanti, insetticidi e pesticidi, oltre che da una crescente richiesta di risorse idriche (circa il 70% dei consumi mondiali d’acqua sono destinati all’agricoltura) ed energetiche.
L’agricoltura intensiva compatta il suolo, aumenta l’erosione e riduce la quantità di materiale organico nel terreno. L’uso di fertilizzanti artificiali ha causato il raddoppiamento delle emissioni di protossido di azoto, un potente gas serra, negli ultimi 50 anni.

L’allevamento intensivo di bovini e ovini è, insieme all’agricoltura, una delle principali fonti di emissioni pericolose per il Pianeta: la metà di tutte le emissioni di metano, uno dei gas serra più potenti, proviene da bovini e risaie, mentre la deforestazione e la distruzione delle torbiere causano ulteriori livelli significativi di emissioni di carbonio. I consumi di carne sono raddoppiati nello stesso tempo, causando un conseguente aumento del 70% delle emissioni di metano causate dall’allevamento di bovini e ovini.

Capitolo a parte quello dedicato alla produzione di energia da colture: secondo il report IPCC, le coltivazioni destinate a divenire biocarburanti non possono rappresentare una soluzione sostenibile per contenere il climate change. Se simili coltivazioni dovessero ricoprire un’area globale compresa tra 772 mila e 2,3 milioni di miglia quadrate verrebbe messa a rischio la sicurezza alimentare di tutti, e in particolare delle popolazioni sub sahariane.
La gestione del suolo è un altro dei punti cardine del report: secondo gli esperti dell’IPCC, occorrerebbe fare tutto il possibile per assicurare un management sostenibile dei terreni, in modo che possano assorbire grandi quantità di CO2. Tra il 2007 e il 2016, il 29% di tutto il diossido di carbonio prodotto dalle attività umane è stato assorbito da piante e alberi e stoccato come materiale organico nel terreno.

“La terra già in uso potrebbe alimentare il mondo in un clima in evoluzione e fornire biomassa per le energie rinnovabili – ha spiegato il professor Hans-Otto Pörtner, codirettore del Gruppo II dell’IPCC – ma è necessaria un’azione tempestiva e di vasta portata in diverse aree, anche per la conservazione e il ripristino degli ecosistemi e della biodiversità”.

La gestione sostenibile del suolo è determinante per prevenire gl’effetti catastrofici di eventi climatici estremi. Secondo il report circa 500 milioni di persone vivono attualmente in aree desertificate: “In un futuro con piogge più intense aumenta il rischio di erosione del suolo nei campi coltivati ​​e la gestione sostenibile del territorio è un modo per proteggere le comunità dagli impatti dannosi di questa degrado del suolo e dalle frane – ha spiegato il professor Kiyoto Tanabe, codirettore della Task Force on National Greenhouse Gas Inventories – Tuttavia, ci sono limiti a ciò che può essere fatto, quindi in alcuni casi il degrado potrebbe essere irreversibile”.
L’erosione del suolo causata dall’attività umana è fino a 100 volte più rapida delle capacità rigenerative della natura e il cambiamento climatico accelererà ulteriormente questo trend colpendo aree sensibili come le zone costiere depresse, i delta dei fiumi, le terre aride e le zone coperte da permafrost.

Durante la presentazione stampa del report ha destato molta attenzione il capitolo dedicato alla sicurezza alimentare: secondo gli esperti dell’IPCC, tra il 25% e il 30% del cibo prodotto viene sprecato. Tra il 2010 e il 2016 una percentuale tra l’8% e il 10% di tutte le emissioni di gas serra prodotte dall’uomo è stato causato dallo spreco di cibo.

I cambiamenti nelle diete alimentari possono aiutare a contenere il degrado del suolo e a migliorare la gestione delle risorse: nel report viene indicato l’impatto sul clima e sul territorio di diverse tipologie di diete alimentari. Un lavoro di stima condotto con particolare attenzione dal momento che, come spiegano gli esperti dell’IPCC, il discorso sulle diete alimentari tocca questioni culturali e specifiche di territori e comunità estremamente diverse tra loro.
Il cambiamento climatico colpisce i cosiddetti 4 pilastri della sicurezza alimentare: disponibilità, accessibilità, utilizzo e stabilità. La riduzione dei terreni produttivi, l’eventuale crescita dei prezzi, la riduzione di nutrienti e della qualità dei prodotti, rischiano di divenire fattori con cui ampie fasce di popolazione, soprattutto nei Paesi tropicali, potrebbero avere a che fare nei prossimi decenni.

“Le diete bilanciate con alimenti a base vegetale, come cereali a grana grossa, legumi, frutta e verdura e alimenti di origine animale prodotti in modo sostenibile in sistemi a basse emissioni di gas a effetto serra, offrono importanti opportunità di adattamento e limitazione dei cambiamenti climatici”,ha spiegato la dottoressa Debra Roberts, codirettrice del Gruppo II dell’IPCC.

Un tema su cui influiscono diversi fattori: dall’istruzione ai valori sociali e culturali, ma anche le decisioni politiche e quelle infrastrutturali (tecnologiche e produttive) come sottolinea il Direttore dell’IPCC, Hoesung Lee.

Di qui il richiamo alla cooperazione internazionale e quella tra tutti i livelli della società: “Il livello di allarme è lo stesso di quello già indicato con il report sulla necessità di limitare il riscaldamento globale a 1,5°C pubblicato lo scorso ottobre – spiegano gli esperti dell’IPCC– Dobbiamo raggiungere i decisori politici, ma anche la società civile e le giovani generazioni perché abbiamo visto come le pressioni provenienti da queste fasce di popolazione abbiano influenzato i Governi mondiali”.
Un’appello a tutti ribadito fin dallo slogan di presentazione del Report IPCC: “Land is where we live. Land is under growing human pressure. Land is a part of the solution. But land can’t do it all – La terra è il posto in cui viviamo. La terra è sottoposta alla crescente pressione dell’uomo. La terra è parte della soluzione. Ma la terra non può fare tutto da sola”.

fonte: www.rinnnovabili.it

Fao «Gli sprechi alimentari, di risorse naturali e di capitale umano mettono a rischio l’agricoltura e lo sviluppo rurale del Mediterraneo»

MediTerra: le sfide condivise dai sistemi alimentari della regione e le opzioni per farvi fronte
















La nuova pubblicazione  MediTerra 2016 – Zero Waste in the Mediterranean: Natural Resources, Food, and Knowledge di Fao e International center for advanced mediterranean agronomic studies (Ciheam) sottolinea che «La traduzione agricola e alimentare del Mediterraneo è stata a lungo considerata esempio di un approccio sano al cibo, sostenuto da vivaci economie agricole. Ma pressioni demografiche ed ambientali –  sommate a cambiamenti climatici e a sfide sociali ed economiche – stanno facendo sorgere dubbi sul futuro dei tanto celebrati sistemi alimentari della regione e sulle relative implicazioni per lo sviluppo sostenibile».
L’approfondito studio mette in guardia contro «il “triplo spreco” rappresentato dal cattivo uso delle risorse naturali, dagli sprechi alimentari e dalla lenta scomparsa dei saperi tradizionali.  Questi rischi devono essere affrontati adottando una produzione agricola più sostenibile e politiche più forti basate su approcci multisettoriali».
Nell’introduzione alla pubblicazione, Il direttore generale della Fao, José Graziano da Silva, e il segretario generale del Ciheam, Cosimo Lacirignola, scrivono: «Il mondo, incluso la regione del Mediterraneo, si trova davanti a molte sfide. Forme diverse di spreco, che riguardano il cibo, le risorse naturali e la conoscenza, sono intrinseche a queste sfide e pongono un ostacolo significativo al raggiungimento della sostenibilità»
Inoltre, MediTerra  fa notare «come lo spreco di capitale umano nella regione – soprattutto per quanto riguarda i giovani – stia ostacolando lo sviluppo. Questo include disoccupazione, mancanza di acceso all’educazione, fuga di cervelli, scomparsa delle conoscenze locali e delle tradizioni agricole».
Secondo Fao e Ciheam, l’obiettivo, non deve essere «solamente preservare le tradizioni agricole, quanto rinvigorirle per renderle motore dello sviluppo sostenibile e di una nutrizione migliore».
La nuova edizione di MediTerra  analizza i sistemi agricoli e alimentari della regione del Mediterraneo, dal Nord Africa all’Europa meridionale, al Medio Oriente e contiene 17 capitoli redatti da esperti Fao e Ciheam organizzazioni, suddivisi in tre aree principali: Lo stato delle risorse naturali essenziali all’agricoltura globale e della regione, incluso risorse marine, idriche e forestali, diversità genetica animale ed energia: Aspetti diversi relativi agli sprechi e alle perdite alimentari a livello mondiale e regionale; e come i singoli paesi e comunità vi stanno facendo fronte; Come le risorse umane e la conoscenza tradizionale della regione sono minacciate di scomparire e come le famiglie contadine stanno rispondendo.
MediTerra mette in evidenza diverse sfide che stanno mettendo alla prova l’agricoltura e i sistemi alimentari del Mediterraneo. Per esempio:
Limitate risorse idriche. Il l’area del Mediterraneo possiede solo il 3% delle risorse idriche mondiali e ospita oltre il 50% della popolazione mondiale affetta da scarsità d’acqua – circa 180 milioni di persone. In varie regioni l’estrazione di risorse idriche dal sottosuolo ha raggiunto il limite di sostenibilità. In agricoltura – il maggior utilizzatore di risorse idriche – grandi quantità di acqua vengono perse a causa di tecniche errate o di infrastrutture obsolete. I cambiamenti climatici avranno un ulteriore impatto sulle già limitate risorse idriche.
Perdita e degradazione del suolo.  La pubblicazione mette in guardia contro la “lenta scomparsa di terre arabili causata dall’avanzare dell’urbanizzazione”, oltre che dall’ erosione, la salinizzazione e la desertificazione – gran parte delle quali dovute a pratiche agricole non sostenibili. Alcune stime indicano che se i trend attuali di degradazione della terra continueranno, nel 2020 altri 8,3 milioni di ettari di terra arabile saranno andati persi rispetto al 1960.
Perdite e sprechi alimentari. Non esistono stime accurate su perdite e sprechi alimentari nella regione complessiva del Mediterraneo ma i dati a livello di singolo paese indicano un problema serio: in Spagna vanno perse o sprecate circa 7,6 milioni di tonnellate di cibo ogni anno; in Italia 8,8 milioni, in Francia 9 milioni. In Nord Africa e Medio Oriente si registrano problemi simili, con 250 kg di cibo sprecato per famiglia ogni anno. Tali sprechi – 42 km3 all’anno – rappresentano il 17% degli sprechi idrici globali legati agli sprechi alimentari.
Risorse ittiche e forestali a rischio. Per millenni il mare ha rappresentato la spina dorsale dei mezzi di sussistenza e della sicurezza alimentare nell’area del Mediterraneo. Oggi il 52% degli stock ittici monitorati sono sfruttati a livelli non sostenibili. In una nota simile, la superficie forestale della regione è diminuita drammaticamente, nonostante l’importante ruolo che essa gioca negli ecosistemi locali.
La “fuga di cervelli” in agricoltura. Gran parte delle attività agricole nella regione sono di stampo familiare e riescono a rimanere competitive rispetto a regalità agroindustriali più grandi e solide. In alcune aree della regione tuttavia comunità e conoscenze stanno scomparendo. Nella zona del Maghreb per esempio, l’età media degli agricoltori supera i 50 anni, mentre la regione si confronta con tassi di disoccupazione tra i più alti del mondo.
MediTerra conclude: «Gran parte delle sfide che coinvolgono i sistemi alimentari, le risorse naturali e le conoscenze, sono comuni a tutti i paesi del Mediterraneo, sottolinea la pubblicazione. E’pertanto importante condividere un’agenda comune di ricerca e azione, politiche e innovazioni integrate – sia tecniche che organizzative – per affrontare “il triplo spreco” in maniera coordinata.  In questo senso Ciheam e Fao possono offrire un contributo: esse, infatti, offrono uno spazio unico per l’interscambio di esperienze, expertiese e analisi volte a proporre risposte alle diverse sfide che la regione del Mediterraneo si trova ad affrontare.  E questo ha un valore strategico per il futuro dei paesi del Mediterraneo, e il loro sviluppo sostenibile».

fonte: www.greenrepot.it

La straordinaria foresta nel deserto in Egitto grazie alle acque reflue

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In Egitto esiste una straordinaria foresta nata nel bel mezzo del deserto, a circa due ore di viaggio di distanza dal Cairo. Come è possibile? Serapium Forest è un vero e proprio miracolo ambientale.
Si tratta di una foresta che si estende su 240 ettari e che è composta da alberi del luogo e da specie non native nel bel mezzo del deserto. La desertificazione sta diventando un problema davvero serio nel continente africano ma i ricercatori tedeschi e egiziani hanno trovato una soluzione davvero inaspettata per fermare l’avanzata del deserto.
In gran parte dell’Africa le precipitazioni non sono sufficienti per la sopravvivenza di numerosi alberi presenti in un unico luogo. Ecco allora la decisione di recuperare le acque grigie non destinate al consumo umano per far crescere gli alberi.
Il progetto per la creazione di Serapium Forest è nato negli anni Novanta grazie ad una collaborazione tra l’Egitto e la Germania. Le acque reflue vengono depurate grazi a filtri meccanici e processi biologici. L’acqua ottenuta non è così pura da poter essere bevuta ma va bene per la crescita degli alberi. Per sicurezza quest’acqua viene utilizzata solo per coltivare piante e alberi non destinati al consumo umano.
La presenza di un impianto di depurazione nelle vicinanze della foresta ha permesso ai ricercatori di trovare in breve tempo la soluzione per coltivare. L’acqua viene trasportata alla foresta dal depuratore attraverso un sistema di tubature.



I ricercatori hanno scoperto che, grazie all’intensa luce solare e alle sostanze nutritive presenti nell’acqua, in Egitto gli alberi crescono 4 volte più velocemente che in Germania. Questa soluzione permette di rendere verdi le aree desertiche ma anche di realizzare una produzione di legname sostenibile da mettere in vendita per aiutare l'economia del Paese.
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Anche se 240 ettari di foresta lussureggiante nel deserto possono sembrare poca cosa rispetto alla velocità con cui i deserti stanno avanzando in tutta l'Africa, il fenomeno Serapium Forest è un esempio dei traguardi che l’uomo può raggiungere per proteggere il Pianeta.




fonte: www.greenme.it

Desertificazione in Italia e nel mondo: cause e conseguenze

desertificazione in Italia e nel mondo
Desertificazione in Italia e nel mondo, un processo che ci riguarda tutti, direttamente e indirettamente, e che viene definito come “degrado del territorio nelle zone aride, semi aride e sub umide secche attribuibile a varie cause fra le quali variazioni climatiche e le attività umane”.



Queste sono le parole usate nel 1994 per spiegarlo al mondo da Parigi durante la UNCCD – United Nations Convention to Combat Desertification in Countries experiencing Serious Drought and/or Desertification, Particularly in Africa. La Desertificazione è un processo climatico-ambientale che porta alla degradazione dei suoli e alla triste scomparsa della biosfera oltre che alla trasformazione dell’ambiente naturale in deserto. Può essere naturale, connessa a dinamiche climatiche, ma oggi c’è spesso lo zampino dell’uomo. Vediamo come e a quale scenario tutto ciò ci sta portando.
Desertificazione: un problema sempre più attuale
E’ da considerarsi un processo solitamente irreversibile, la Desertificazione, e oggi interessa tutti i continenti, ovviamente con intensità ed effetti diversi. Anche chi non ne vede le conseguenze davanti a casa, o nel proprio paese o luogo di villeggiatura, non deve negare che proprio la Desertificazione costituisce un serio pericolo innanzitutto ma non solo per le regioni aride e secche del pianeta che, oggi, costituiscono quasi il 50% delle terre emerse.
Già così, stiamo comunque parlando di oltre 100 paesi, oltre un miliardo di abitanti, in pericolo. Dobbiamo poi tener conto delle conseguenze meno immediate ma altrettanto gravi che la Desertificazione ha, anche in casa nostra, se proprio vogliamo ragionare in ottica egocentrica.

desertificazione in Italia e nel mondo Desertificazione: cause e conseguenze
Come ho anticipato, spesso la Desertificazione è causata o per lo meno accelerata dalle attività umane, a volte ha poi proprio origine dallo sfruttamento intensivo messo in atto dalla popolazione che si stabilisce in un certo territorio per coltivarlo. Un altro caso di Desertificazione di origine umana è quella derivante da attività industriali e “di pascolo”.
Non c’è però una sola causa che da sola innesca questo processo dal nulla ma una serie di concause da combinare con fattori che predispongono certe aree a diventare preda della Desertificazione. Dal lato “naturale”essi sono ad esempio la presenza di ecosistemi delicati, oppure la morfologia e una scarsa copertura vegetale. I fattori antropici sono numerosi, i più frequenti sono: deforestazione, agricoltura, urbanizzazione, inquinamento, incendi e lo sfruttamento non sostenibile delle risorse oltre che le cattive ma purtroppo frequento pratiche di irrigazione e salinizzazione dei suoli.
Considerando le conseguenze della Desertificazionesi può considerare questo fenomeno uno dei maggiori problemi economici, sociali e ambientali nella maggior parte dei paesi del mondo. In alcuni essa riduce la fertilità dei suoli e, quindi la capacità di un ecosistema di produrre servizi.
In altri casi se non si vedono effetti diretti, si assiste ad una migrazione continua e sempre più abbondante di persone, di interi popoli, che fuggono dalla Desertificazione in corso nella loro terra di origine e che rende loro impossibile sopravvivere dove sono nati e cresciuti.

desertificazione in Italia e nel mondo Desertificazione in Italia
Attualmente ci sono zone anche nel nostro Paese direttamente interessate alla Desertificazione, in Sicilia ad esempio, recenti studi parlano di aree a rischio per il 70% dell’estensione della regione, in Puglia la percentuale scende a 57%, in Molise a 58% e in Basilicata a 55%.
Per quel che riguarda Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania, la percentuale di aree a rischio varia da 30 a 50%. Fotografando la Desertificazione oggi già effettiva nel nostro Paese, si stima che già il 4,3% del territorio italiano è da considerarsi sterile e il 4,7% ha subito fenomeni di desertificazione.
Restringendo all’ambito italiano la ricerca delle cause, possiamo citarne anche una naturale come la diminuzione delle precipitazione, che ha causato minor apporto idrico nella rete idrica superficiale, quali fiumi e laghi.

desertificazione in Italia e nel mondo Desertificazione nel mondo
Oltre all’Africa, che merita un paragrafo a sé per la gravità della situazione, anche altre zone del nostro pianeta sono colpite, eccome, dalla Desertificazione. In Asia, in Oceania e nell’America meridionale, ad esempio, e in misura minore in Europa e in America settentrionale. In generale ci sono almeno 100 paesi toccati direttamente da questo processo e si ha il 70% delle aree a rischio: oltre un quarto della superficie terrestre, sono zone considerate già aride a cui sommare anche quelle temperate, come la zona mediterranea, che non sono fuori pericolo.
Quando si vuole puntare il dito solo contro l’agricoltura, per quanto sta accadendo, si sbaglia, o almeno, non è questa attività l’unica da ritenere colpevole. Alla base della Desertificazione in Italia e nel Mondo c’è, ragionando, tutto un insieme di attività produttive, compreso il terziario, turismo in primis, l’industria, le attività estrattive, l’avanzare dell’urbanizzazione e la cementificazione.

desertificazione in Italia e nel mondo Desertificazione in Africa: il continente più colpito
Non c’è dubbio che nel Mondo l’area più colpita dalla Desertificazione sia l’Africa. In questo continente che si affaccia come noi al Mediterraneo, oltre i due terzi delle terre coltivate sono da considerare ad alto rischio. Questo per quanto riguarda il futuro, molto prossimo, purtroppo, ma anche nel passato l’Africa è diventata “famosa” per siccità che hanno colpito zone sul confine meridionale del Sahara, la siccità del Sahel, intorno agli anni settanta. Anche il corno d’Africa, intorno agli anni novanta, è diventato noto sempre per la Desertificazione che ha causato la morte di più di 100mila persone.

Marta Abbà

fonte: http://www.ideegreen.it