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RifiutiSpeciali: richiesta di legge sul commercio della plastica






Senza un regolamento che disciplini la restituzione dei contenitori e di tutta la plastica adoperata in agricoltura (tubazioni e raccorderia, cassette per piantine e per il prodotto, teli di pacciamatura neri e trasparenti, archetti, ecc. ) la situazione è

Combattere gli sprechi alimentari: dall’Emilia-Romagna un progetto innovativo


Packtin sta sviluppando in Emilia-Romagna un impianto-pilota per scomporre i sottoprodotti agro-industriali, rendendoli disponibili come nuove materie prime per il mercato e per la creazione di prodotti naturali di qualità da usare nell’industria alimentare

Nel mondo si spreca molto ...

Cibo, ecco quanto dipendiamo dalle api


Un mondo senza api sarebbe sicuramente un pianeta privo di miele. Ma anche senza cioccolato. Il motivo? Il cacao è una delle colture – insieme al kiwi, meloni, cocomeri, zucche e noci del Brasile – che dipendono per il 90% dagli impollinatori, api in testa.

Le api, messe in pericolo dall’uso dei pesticidi (purtroppo non solo dai famigerati neonicotinoidi), svolgono insieme ad altri insetti – vespe e farfalle – un ruolo fondamentale nella ...

La transizione ecologica dei sistemi alimentari

La trasformazione dei sistemi alimentari è cruciale per il raggiungimento di tutti gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile

Il pre-summit ONU svoltosi a Roma tra il 26 e 28 luglio 2021, in vista del vertice sui sistemi alimentari in programma a settembre a New York, ha discusso di come trasformare il sistema alimentare globale alla luce della crisi climatica in corso, per evitare un peggioramento della crisi alimentare nei prossimi decenni. Alla base del dibattito l'idea che, agendo sull'alimentazione, si possano fare progressi su altri ambiti connessi come fame, cambiamento climatico, povertà e diseguaglianze.

I sistemi alimentari, che includono tutte le fasi e le attività che riguardano la produzione, la lavorazione, la distribuzione, la preparazione e il consumo di cibo, sono responsabili fino al 37% di tutte le emissioni di gas serra, secondo le analisi dell'Ipcc. Solo le perdite e gli sprechi di cibo rappresentano l'8% di tutte le emissioni di gas serra; la riduzione di tali perdite o l’adozione di diete più sostenibili rappresenterebbero l'opportunità di ridurre le emissioni di ben 12,5 Gt CO2e, che sarebbe come eliminare 2,7 miliardi di auto dalle strade.

Il settore agricolo, inoltre, costituisce un'importante fonte di pressione sulle acque, a causa dell'inquinamento diffuso da nutrienti e sostanze chimiche, ma anche del prelievo di acqua (l'agricoltura rappresenta fino al 60% del consumo netto di acqua a livello europeo) e dei cambiamenti fisici negli habitat, come emerge dal Report EEA Water and agriculture: towards sustainable solutions.

Se il settore primario è tra i principali responsabili della crisi ambientale e climatica in atto, allo stesso tempo esso ne subisce le conseguenze più gravi. I cambiamenti climatici alterano infatti le condizioni di crescita delle colture regionali e l'incidenza dei parassiti. Si prevede che i rendimenti annuali diventeranno più variabili e aumenterà la variabilità dei prezzi delle materie prime agricole. Ciò influenzerà i modelli di coltivazione, il commercio internazionale e i mercati regionali.

Gli effetti negativi del cambiamento climatico impattano inoltre sulla nostra alimentazione: dalla frequenza e intensità degli eventi estremi che colpiscono i suoli agricoli dipende infatti anche la qualità, la quantità, il prezzo e la provenienza di ciò che mettiamo nel carrello della spesa.

Ma come invertire questo processo e salvaguardare il settore agricolo ed alimentare dai gravi effetti dei cambiamenti climatici e allo tempo ridurre gli impatti da esso prodotti?

Nel Piano nazionale ripresa e resilienza una delle aree riguarda l'Agricoltura sostenibile e l'economia circolare, tra i cui obiettivi troviamo quello di sviluppare una filiera agricola/alimentare smart e sostenibile, per ridurre l’impatto ambientale in un settore che rappresenta una delle eccellenze italiane. In linea con la strategia europea “Dal produttore al consumatore”, l’obiettivo è quello di realizzare una filiera agroalimentare sostenibile, migliorando la competitività delle aziende agricole e le loro prestazioni climatico-ambientali, rafforzando le infrastrutture logistiche del settore, riducendo le emissioni di gas serra e sostenendo la diffusione dell'agricoltura di precisione e l’ammodernamento dei macchinari.

Anche nel quarto "Rapporto sullo stato del capitale naturale in Italia", il Ministero per la transizione ecologica, al fine di salvaguardare la biodiversità e ripristinare gli ecosistemi, traccia una strada da percorrere verso agricoltura e pesca sostenibili nonché sistemi alimentari sostenibili.

L'associazione Terra! ha stilato un elenco di 12 passi ritenuti fondamentali per restituire all’agricoltura il suo valore intrinseco, dalla tutela del paesaggio al clima.

Passo 1 Teniamo vivo il suolo. Il suolo rappresenta, insieme agli oceani, il più importante serbatoio globale di gas serra e gioca un ruolo chiave nella lotta al cambiamento climatico. Nel nostro Paese, come emerge dall'ultimo rapporto SNPA, dal 2012 ad oggi il suolo non ha potuto garantire lo stoccaggio di quasi tre milioni di tonnellate di carbonio, l’equivalente di oltre un milione di macchine in più circolanti nello stesso periodo per un totale di più di 90 miliardi di km. Allo stesso tempo il suolo non ha potuto garantire la fornitura di 4 milioni e 155 mila quintali di prodotti agricoli. Il modo in cui vengono gestiti i terreni agricoli e quindi lo stesso sistema agricolo può contribuire a ridurre gli impatti negativi del cambiamento climatico sulle società e gli ecosistemi.

Passo 2 Ripensiamo l'allevamento industriale. II contributo della zootecnica al riscaldamento globale è equivalente a quello dei trasporti. Più della metà delle emissioni globali di metano, ad esempio, derivano dalle attività umane tra cui il settore zootecnico, le cui emissioni per tale inquinante sono aumentate drammaticamente del 70% dal 1961 a oggi e si prevede che rappresenteranno una quota crescente delle emissioni future. Si rende dunque necessaria da una parte una riduzione del consumo di carne e derivati, anche attraverso la trasparenza sui costi ambientali della produzione di carne e latticini, dall'altra una progressiva chiusura degli allevamenti industriali.

Passo 3 Riduciamo le disuguaglianze climatiche. In Italia, il Sud, più del Nord, rischia perdite pesanti in filiere come olio, vino, frumento e pomodoro. Per questo si rende necessario investire nell'irrigazione efficiente e nell'adattamento delle colture al clima.

Passo 4 Non avveleniamo il cibo. Secondo l'ultimo rapporto Ispra, nelle acque superficiali italiane sono stati trovati pesticidi nel 77,3% dei 1.980 punti di monitoraggio e in quelle sotterranee nel 32,2% dei 2.795 punti. La strategia europea “Dal produttore al consumatore” si pone l’obiettivo di dimezzare l’uso di pesticidi entro il 2030 e questo dovrebbe portare ad un aggiornamento del Piano nazionale per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari, risalente ormai al 2014, prevedendo misure vincolanti per sostituire questo trattamento delle piante con alternative non inquinanti e pericolose per la salute.

Passo 5 Difendiamo le “operaie”. Gli impollinatori garantiscono all'uomo una fonte di cibo costante con un lavoro gratuito che difficilmente riusciamo ad osservare: il 30% del cibo che consumiamo dipende direttamente dall’impollinazione degli insetti e la loro opera influenza a livello qualitativo e quantitativo oltre il 70% delle colture. I cambiamenti climatici sono tra i fattori che più incidono sulla popolazione di impollinatori, creando gravissimi problemi alla loro sopravvivenza e ostacolando l’aiuto che forniscono all’agricoltura. È dunque necessario tutelare la biodiversità per salvare le api e gli altri impollinatori dall’estinzione.

Passo 6 Rimettiamo i semi in mano al contadino. Da sempre gli agricoltori sono custodi e innovatori della biodiversità agricola. Tuttavia, oggi le sementi sono sempre più gestite da imprese multinazionali che governano le filiere globali e la progressiva concentrazione ha portato ad una riduzione delle varietà coltivate; meno specie significa però maggiore rischio, perché i sistemi agricoli più sono complessi, più sono resilienti. Riformare l’agricoltura industriale significa dunque anche restituire agli agricoltori il diritto di selezionare, riprodurre e scambiare le proprie sementi.

Passo 7 Accorciamo la filiera. Il nostro paese risulta al quinto posto per importazione di emissioni legate a beni intermedi agricoli e al decimo posto per l’import di emissioni legate a prodotti alimentari. Per adattare il sistema alimentare alle sfide attuali è dunque necessario ridurre il commercio globale, rafforzando la produzione e gli scambi territoriali.

Passo 8 Non facciamo “sconti”. Nel nostro paese 180 mila lavoratori agricoli particolarmente vulnerabili, esposti a fenomeni di sfruttamento e caporalato, non trovano protezione per una serie di ragioni. Allo stesso tempo, dal lato del consumatore è assente una valida etichetta narrante sui prodotti, che consenta un controllo pubblico sulle modalità di produzione e i vari passaggi della catena. Questo passo richiede quindi il divieto di pratiche sleali della grande distribuzione, il contrasto del caporalato e la riduzione dell’impatto ambientale dei prodotti.

Passo 9 Sprechiamo meno, mangiamo meglio. In Italia, secondo ISPRA, si sprecano circa 5,2 milioni di tonnellate di cibo, per 24,5 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra Investire dunque nella riduzione degli sprechi in tutte le fasi della filiera è una priorità per intraprendere una vera transizione ecologica. Alle campagne di sensibilizzazione nei confronti dei consumatori va accostata una riforma della filiera che riduca il packaging dei prodotti e favorisca il fresco agli alimenti trasformati.

Passo 10 Sposiamo l'agroecologia. Passare dall’agricoltura industriale ad un approccio agroecologico implica lo sforzo di riformare il sistema alimentare nel suo complesso: nella pratica, significa scoraggiare la produzione fondata sulle monocolture e sostenere l’agricoltura familiare che riduce gli input esterni, rispetta la stagionalità, rigenera il suolo, rispetta i diritti sociali e si rivolge al mercato locale.

Passo 11 Sosteniamo il ricambio generazionale. Secondo un rapporto della Corte dei Conti europea, circa il 60% dei giovani agricoltori europei ha difficoltà ad acquistare o affittare i terreni e ciò privilegia il ricambio generazionale all'interno della famiglia. L'11% di tutte le aziende agricole dell’Unione europea è gestito da agricoltori al di sotto dei 40 anni. Occorre invece accelerare l’ingresso dei giovani e la riconversione ecologica, supportando, sostenendo e formando i nuovi agricoltori.

Passo 12 Avviciniamo cibo e città. Le città possono costituire un ambiente favorevole allo sviluppo di una produzione alimentare locale ed ecologica. Il ruolo delle amministrazioni pubbliche è una chiave importante per favorire dinamiche virtuose: dalle mense scolastiche a quelle ospedaliere, dai mercati rionali ai programmi di supporto alla povertà alimentare, dalla lotta agli sprechi fino all’assegnazione delle terre pubbliche ai giovani agricoltori, gli enti locali possono imprimere una direzione di sostenibilità alla produzione e distribuzione del cibo.

Per approfondimenti: 12 passi per la terra (e il clima)

fonte: www.arpat.toscana.it


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Pesticidi fantasma: scoperte nuove sostanze nel terreno che sfuggono a tutti i controlli
















Uno studio condotto dall’Istituto per la diagnosi ambientale e gli studi sulle acque (IDAEA-CSIC), del Consiglio superiore per la ricerca scientifica (CSIC), in collaborazione con l’Università svedese di scienze agrarie (SLU) ha scoperto 24 nuove sostanze derivate dalla degradazione di pesticidi che fino a oggi non sono mai state rilevate nell’ambiente. In pratica nessuno, fino ad ora le cercava, non supponendone l’esistenza. E non si tratta di molecole innocue, visto che secondo la ricerca gli effetti tossici possono superare quelli dei pesticidi da cui si originano.

Non solo. Al contrario dei fitofarmaci da cui derivano, queste molecole non sono regolamentate, come è ovvio, visto che non se ne supponeva l’esistenza.

Il lavoro è stato pubblicato sulla rivista Environmental Science & Technology, e spiega queste presenze come prodotti di trasformazione che si formano da reazioni chimiche una volta applicati i pesticidi. “Le quantità trovate possono rappresentare un chiaro rischio ambientale, considerata la tossicità di queste sostanze. Questi composti hanno una maggiore capacità di dispersione rispetto ai pesticidi originari e possono raggiungere le falde acquifere da cui viene estratta l’acqua potabile. Questa capacità, insieme al fatto che la presenza nell’ambiente non è monitorata, può rappresentare un rischio per la salute umana”, afferma Pablo Gago Ferrero, ricercatore CSIC presso IDAEA-CSIC e coordinatore del progetto.

La ricerca ha utilizzato una nuova metodologia per il rilevamento di queste sostanze utilizzata in Svezia. Il lavoro ha unito la chimica analitica per identificare nuovi prodotti di trasformazione dei pesticidi, anche a concentrazioni minime nell’ambiente, insieme a una revisione sistematica della distribuzione dei pesticidi nel territorio effettuata dai programmi di monitoraggio ambientale europei.

“Gran parte dei nuovi sottoprodotti rilevati ha superato le concentrazioni dei pesticidi originali da cui si sono formati, con tossicità stimate più elevate. Questo studio mostra che, nonostante l’esistenza di potenti sistemi di controllo ambientale, vengono omesse sostanze con effetti nocivi sull’ambiente”, sottolinea Gago Ferrero.

In alcuni casi, il pesticida originale non è stato rilevato sul campo dagli studiosi. Questo può portare alla convinzione errata che il pesticida non sia presente e che quindi non ci siano problemi. Tuttavia, sono presenti i prodotti di trasformazione di questi pesticidi. “La maggior parte di questi prodotti non è mai stata monitorata nell’ambiente. Inoltre, non sono stati elencati in alcun database. Come risultato di questo studio, questi composti sono stati aggiunti al database PubChem e la loro identificazione sarà d’ora in poi facile”, spiega Gago Ferrero.

Alcune di queste nuove sostanze sono già state incluse nei sistemi di controllo scandinavi e dimostrano la necessità di estendere questa iniziativa ad altri paesi. Ciò è particolarmente rilevante per i paesi con un’elevata attività agricola, come la Spagna e l’Italia, dove i pesticidi vengono utilizzati in modo intensivo ed è necessario conoscere quali sottoprodotti si stanno formando, nonché i loro potenziali effetti dannosi per un adeguato controllo e prevenzione dei rischi associati.

fonte: ilsalvagente.it/


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Cambiamento climatico, i fondi dell’UE non hanno ridotto le emissioni dell’agricoltura. La denuncia della Corte dei Conti Ue













La Politica agricola comune è di nuovo sotto tiro. Questa volta, però, non sono attivisti o ambientalisti a criticare l’impatto dei fondi per l’agricoltura su ambiente e clima. È invece la Corte dei Conti dell’UE a mettere nero su bianco come i finanziamenti europei non hanno contribuito a ridurre le emissioni del settore. Questo nonostante un quarto di tutta la spesa agricola nel periodo tra il 2014 e il 2020 si stata destinata alla mitigazione del cambiamento climatico: oltre 100 miliardi di euro investiti, senza alcun risultato apprezzabile.

La Corte dei Conti dell’Ue ha da poco pubblicato il rapporto – dal titolo eloquente “La spesa agricola dell’UE non ha reso l’agricoltura più rispettosa del clima” – che contiene i risultati di un’indagine sull’efficacia delle pratiche finanziate dalla Pac per ridurre le emissioni di gas climalteranti prodotte dalla zootecnia, dall’uso di fertilizzanti (chimici e naturali) e dallo sfruttamento dei terreni. Ne è emerso un quadro desolante: circa metà delle emissioni dell’intero settore è prodotta dall’allevamento ed è dal 2010 che non diminuiscono. Se si includono anche quelle legate alla produzione di mangimi, la quota di emissioni legate alla zootecnia è ancora più alta.

Circa metà delle emissioni agricole sono dovute dagli allevamenti, soprattutto quelli bovini

La quantità di gas a effetto serra emessi dalle attività zootecniche è direttamente correlata alle dimensioni delle mandrie di bestiame allevate. Due terzi di queste emissioni sono prodotte dai bovini. Si tratta di fatti ben noti da tempo, eppure nella politica agricola comune, sottolinea la Corte dei Conti, non sono previsti incentivi per limitare il numero di capi di bestiame. Anzi, le misure di mercato della Pac contengono misure per la promozione di alimenti di origine animale. Prodotti il cui consumo dovrebbe diminuire, sia per l’ambiente che per la salute, eppure resta stabile dal 2014.

Se le emissioni legate alle attività zootecniche non calano da 10 anni, quelle dovute ai fertilizzanti, che rappresentano un terzo del totale, invece sono aumentate. Ciò è accaduto nonostante la Pac, in questo caso, abbia finanziato delle pratiche per ridurre l’uso di fertilizzanti, come l’agricoltura biologica e la coltivazioni di legumi da granella. Misure che però, secondo l’opinione della Corte, non hanno un effetto certo sulla riduzione delle emissioni. Allo stesso tempo non sono state sostenute a sufficienza pratiche di efficacia provata, come l’agricoltura di precisione. 
Nel caso delle emissioni legate all’uso di fertilizzanti, la Pac non ha sostenuto adeguatamente le pratiche di efficacia riconosciuta

Come se non bastasse, è risaputo che la Pac finanzia pratiche poco rispettose per l’ambiente. Come la coltivazione di torbiere drenate che, pur rappresentando meno del 2% delle superfici agricole dell’UE, sono responsabili del 20% delle emissioni di gas climalteranti prodotte dal settore. Inoltre, la Corte ha sottolineato anche che non sono aumentati i fondi per sostenere misure per il sequestro del carbonio, come l’imboschimento, i sistemi agroforestali e la conversione di seminativi in prato.

Infine, la Corte ha rilevato come la politica agricola comune non sia cambiata di pari passo con gli obiettivi climatici dell’Unione europea. Un problema denunciato spesso da più parti, e che rischia di rendere incompatibile la nuova Pac con le ambizioni dello European Green Deal e del piano Farm to Fork. Lo ha sottolineato anche Viorel Ștefan, il responsabile della report della Corte dei Conti, che ha dichiarato “La nuova politica agricola comune deve concentrarsi di più sulla riduzione delle emissioni prodotte dall’agricoltura, deve essere più trasparente e rendere meglio conto del contributo fornito alla mitigazione dei cambiamenti climatici”.

fonte: www.ilfattoalimentare.it




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L’Italia ritorni alla sua vocazione agricola e artigianale



Nel seguire l’impossibile coesistenza di un sistema della crescita infinita in un pianeta dalle risorse finite, l’Italia ha stravolto la sua natura e vocazione. Scimmiottando i paesi anglosassoni si è pensato di competere sul piano della potenza industriale. Una gara che ci ha visto sempre rincorrere affannosamente anche per la mancanza di risorse interne di fonti fossili e ora per l’impossibilità di uscire economicamente vincitori da una competizione con paesi come la Cina.

Inoltre una industrializzazione senza freni e scrupoli, ha il non indifferente contraccolpo della distruzione ambientale, quindi delle nostre risorse e ricchezze. L’Italia infatti è storicamente un paese a vocazione agricola e artigianale. La capacità di produrre con la nostra inventiva e le nostre mani si riflette anche nelle bellezze artistiche che ci sono sulla penisola in una innumerevole quantità.

Non è certo un caso che l’Italia sia meta turistica ambita anche per le sue realizzazioni create da persone di una capacità artigianale eccezionale che erano lo specchio di una conoscenza diffusa nella popolazione. Che gli italiani siano ottimi artigiani dalla grande creatività è un fatto evidente. Inoltre la nostra ricchezza e varietà dal punto di vista agricolo e alimentare è testimoniata anche dal movimento Slow Food diffuso a livello internazionale. Dove se non in Italia una realtà con queste caratteristiche poteva nascere? Un paese dove cresce una varietà e qualità strepitosa di piante commestibili e alberi da frutto, dove in ogni angolo, anche il più remoto, c’è una specialità alimentare.

Tutto questo è stato progressivamente messo in pericolo dalla massiccia e costante importazione di “cinafrusaglie” e di cibo spazzatura prodotto da paesi che hanno una cultura e ricchezza del cibo neanche lontanamente paragonabile a quella italiana. Cibo e altri prodotti realizzati con prezzi ambientali e umani altissimi e quindi conseguentemente con costi irrisori. Come si fa a competere con chi utilizza milioni di lavoratori super sfruttati e pagati miserie e non mette in nessun conto i disastri ambientali che provoca nella realizzazione delle merci?

Tentare di competere su piani che ci vedono sconfitti in partenza, non solo è illusorio ma assai poco intelligente e per nulla lungimirante. Non è certo correndo la corsa alla produzione illimitata di merci, per lo più superflue e dannose per l’ambiente, che faremo un servizio al nostro paese che invece deve necessariamente ritrovare la sua inclinazione, la sua natura che è il saper fare e il saper coltivare. Artigianato, agricoltura e benessere quindi sono la risposta, laddove il nostro “saperci godere la vita” ci è invidiato proprio da quei paesi anglosassoni e non, continuamente protesi alla performance, al segno più, mentre la loro vita si consuma in grafici e numeri. Anche noi però rischiamo di non saperci più godere la vita in questa impossibile rincorsa alla “performance” che con la nostra natura e saggezza mediterranea, hanno ben poco a che vedere.

E se si ritiene che ritrovare la via dell’artigianato e dell’agricoltura sia impossibile, anacronistico, utopico, si valuti se è più realistico proseguire a sfruttare tutte le risorse possibili e immaginabili, produrre quantità incalcolabili e ingestibili di rifiuti, competere con il mondo per vendere qualsiasi cosa, crescere in una corsa sfrenata verso il nulla e con ciò ottenere solo due risultati: una vita impazzita priva di senso e una natura distrutta dal nostro agire che ci porterà all’inevitabile suicidio collettivo.

Quindi volenti o nolenti, anche a causa dell’esaurimento delle risorse e della catastrofe ambientale, bisognerà ritornare a quello che ci contraddistingue e in cui siamo grandi maestri: costruire una società a misura di persona il più possibile autosufficiente e con un forte tessuto artigianale ed agricolo. Agendo in questo modo si possono ridurre drasticamente le importazioni di merci superflue, spesso dannose e ambientalmente impattanti, considerato che tutto quello che arriva da lontano lascia una scia di inquinamento non indifferente. Cosa c’è poi di più bello che creare con le proprie mani o coltivare vedendo crescere e assaporare i propri alimenti? Si può in questa direzione calibrare e pianificare una industria utile e sostenibile, alimentata da fonti rinnovabili, per le quali, a differenza delle fonti fossili, abbiamo potenzialità enormi e che supporti i settori artigianale e agricolo biologico.

L’Italia può ridiventare un giardino fiorito pieno di creatività, saggezza e prelibatezze, dove finalmente vivere e non competere, dove aiutarsi, cooperare e non farsi la guerra, tanto alla fine non ci sarà nessun vincitore e saremo tutti perdenti. Abbiamo il nostro paese che è già potenzialmente un paradiso terrestre, bisogna solo riscoprirlo e riscoprire i nostri talenti e le nostre capacità. Possiamo diventare un faro internazionale per un cambiamento epocale, sta a noi renderlo possibile.

fonte: www.ilcambiamento.it



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L’Europa rinuncia a bloccare pesticidi vietati negli alimenti importati

 

Pan Europe, la principale Ong europea impegnata per un’agricoltura e per un’alimentazione libere da pesticidi, denuncia l’inerzia del Consiglio dell’Unione europea che di fatto continua a tollerare la presenza di fitofarmaci vietati in Europa ma presenti nei cibi importati da paesi extracomunitari.

“Il Consiglio della Ue – composto dai ministri competenti degli Stati membri, ndr – non sta rispettando la promessa di eliminare le tolleranze di residui di pesticidi vietati da noi ma presenti nei cibi importati da paesi extracomunitari”, ha denunciato in una nota Salomé Roynel attivista di Pan Europe.

Secondo un’indagine svolta dalla Ong nel 2020, ben 74 pesticidi, il cui uso è stato vietato nell’Unione europea a causa di problemi di salute e ambientali, sono stati trovati come residui in 5.811 campioni di alimenti. E l’anno scorso la Commisione europea aveva dichiarato di impegnarsi per eliminare le tolleranze di residui nei cibi importati. In questi giorni invece è arrivata la doccia gelata del Consiglio della Ue, ovvero degli Stati membri che hanno rifiutato di dare seguito alle aperture della Commissione.

“Condanniamo fermamente questo passo indietro del Consiglio, che non può essere giustificato da alcun motivo valido, inclusa la conformità dell’Omc (l’Organizzazione comune dei mercati, ndr). Questo è tanto più inaccettabile in quanto nessuno Stato membro si era finora opposto a questa revisione delle tolleranze all’importazione durante le discussioni del Consiglio durante la presidenza tedesca”, ha puntualizzato Roynel.

“Abbiamo analizzato i singoli commenti degli Stati membri su questo punto grazie a una richiesta di accesso ai documenti – ha proseguito – ed è emerso che nessuno Stato membro ha espresso in passato opposizione esplicita alla revisione di queste tolleranze all’importazione. Alcuni hanno sostenuto questo approccio apertamente (Austria, Danimarca, Francia, Paesi Bassi e Svezia), mentre altri non hanno commentato affatto”. La Ong chiede pertanto alla presidenza di turno – il Portogallo – di fare chiarezza su questo dietrofront che penalizzata i consumatori e l’ambiente europeo.

fonte: ilsalvagente.it


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Carlo Petrini: il futuro del pianeta nelle mani dei giovani

Terra Futura è il titolo del suo ultimo lavoro, ma è anche un concetto chiave per costruire a partire da oggi il mondo di domani. Durante il 69° Trento Film Festival, Agenzia di Stampa Giovanile ha intervistato Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, sui temi dell’educazione e quindi sui giovani, sull’attivismo e soprattutto sulla responsabilità che le nostre azioni quotidiane hanno nei confronti della natura, dell’ambiente e del futuro.




Carlo Petrini – fondatore dell’associazione Slow Food, ideatore della rete internazionale di Terra Madre e autore di “Terra Futura. Dialoghi con Papa Francesco sull’ecologia integrale” – ha trascorso gran parte della sua vita cercando di promuovere attenzione e cura verso il nostro Pianeta. Lo ha fatto attraverso le armi della scrittura e dell’attivismo, ma soprattutto attraverso il duro lavoro nella ricerca di un dialogo tra società, istituzioni, culture, generazioni. Durante il secondo tempo del 69° Trento Film Festival lo abbiamo intervistato, cercando di concentrare la nostra chiacchierata sul grande obiettivo di Slow Food, sull’educazione e quindi sui giovani, sull’attivismo e soprattutto sulla responsabilità che le nostre azioni quotidiane hanno nei confronti della natura, dell’ambiente e del futuro.

Nel ciclo di incontri con Papa Francesco – dai quali poi è nata la pubblicazione “Terra futura. Dialoghi con Papa Francesco sull’ecologia integrale” – scaturisce la forza delle azioni umane quotidiane e comunitarie. Azioni che possono influenzare in positivo e in negativo il benessere del nostro Pianeta. Che ruolo hanno le scelte alimentari e le azioni a esse connesse nel mantenimento e nella cura ambientale?

Da oltre 30 anni il movimento Slow Food rivendica l’idea del cibo come centro della nostra esistenza. Se oggi la multidisciplinarietà legata al cibo (parlare di alimentazione vuol dire richiamare l’antropologia, la storia, l’economia, la genetica, la biologia etc.) è un’asserzione che cerca di permeare sempre più all’interno la nostra cultura, posso assicurare che sul finire del secolo scorso così non era; anzi, il cibo era addirittura totalmente estraneo al dibattito politico. Questo mi è sempre sembrato irragionevole, soprattutto perché la nostra stessa vita ci è data in quanto noi quotidianamente mangiamo; e dunque, più di qualsiasi altro argomento, il cibo merita di essere trattato con molta attenzione.

Ecco che, insieme all’associazione che ho fondato, siamo arrivati a sostenere che mangiare è un atto politico. Ogni singolo individuo attraverso le sue scelte alimentari non influenza solo il sistema produttivo, ma anche le società, le economie e i territori a esso connesso. Proprio per questo viene da sé che i nostri comportamenti quotidiani, per quanto ci possano sembrare abitudini di poca rilevanza, possono avere un impatto determinante per il nostro benessere, per la salute di tutti gli esseri viventi e per la prosperità della nostra Terra Madre.

Quindi, se da un lato aver portato all’interno dei palazzi del potere anche argomentazioni inerenti al cibo è stato un passo importante, ora è necessario accrescere in ognuno di noi la consapevolezza che tutti i veri cambiamenti, e dunque anche la rivoluzione ecologica di cui necessitiamo, partono dal basso e quindi dalla società civile. Dico di più: ora è necessario che le persone che hanno già sviluppato una forte sensibilità verso le tematiche ecologiche facciano gruppo e muovano azioni comuni volte a sovvertire il paradigma economico imperante, fondato su consumismo e competizione.

In che modo l’associazione Slow Food si impegna per promuovere un’alimentazione “buona, pulita e giusta per tutti”?

La principale caratteristica del nostro movimento è che ogni azione e ogni pensiero vengono promulgati nel pieno rispetto dei territori, delle società e delle culture in cui operiamo. Mi spiego meglio: Slow Food è un’associazione che dalla seconda metà degli anni Ottanta ha accettato la sfida di diffondere a livello internazionale la lotta all’omologazione e alla standardizzazione, ovvero a tutti quei processi sterili basati esclusivamente sul profitto economico che il modello capitalistico stava cercando di propagare ad un mondo sempre più globalizzato.

Il nostro impegno quindi, che mira primariamente a difendere la biodiversità in tutte le sue forme (naturale, agroalimentare, sociale, culturale), è altamente diversificato a seconda dei territori. Sarebbe da stolti concentrarsi su di un unico modello adattabile in ogni area del pianeta: questo modo di ragionare, oltre a essere una logica altamente invasiva e ai limiti del colonialismo, porterebbe esclusivamente a una perdita di biodiversità e quindi a conseguenze catastrofiche per comunità ed ecosistemi. Ecco che le iniziative e i progetti delle nostre condotte italiane non possono essere riportate nelle comunità dell’Africa subsahariana; è necessario che i promotori delle iniziative siano donne e uomini che vivono da vicino il territorio, che conoscono le esigenze delle comunità e che sappiano valorizzare al meglio le peculiarità di ogni regione.

L’educazione è il pilastro fondamentale su cui si deve basare questa rigenerazione ecologica. Una rivoluzione che non riguarda solo i sistemi produttivi e i sistemi economici, ma che deve senza ombra di dubbio rigenerare radicalmente anche il nostro modo di pensare. Allora a chi se non ai giovani, forti della loro fresca e rapida capacità di apprendimento, dobbiamo lasciare il messaggio che tutto è fortemente correlato e che la nostra salute dipende da quella del Pianeta in cui viviamo? Chi dobbiamo esortare, consci degli errori commessi finora, a sovvertire un paradigma che vede il profitto come una variabile di benessere e che non riconosce alcun valore ai beni relazionali e ai beni comuni, se non i futuri cittadini?

C’è però da fare molta attenzione, in quanto il processo educativo passa primariamente dal buon esempio. Se le generazioni più mature non sono disposte a segnare la strada a quelle che verranno, queste ultime si troveranno disorientate in un mondo che non sarà più in grado di generare salubrità e benessere per tutti. Anche in questo caso la soluzione è il dialogo. Un dialogo intergenerazionale in grado di confrontare la forza impulsiva, l’energia e la creatività dei giovani con l’esperienza, la saggezza e le suggestioni dei più “anziani”.

Inoltre sono fortemente convinto che, affinché si voglia diffondere un’educazione efficiente e strumentale all’elaborazione autonoma di pensieri critici e più consapevoli, il dialogo deve anche instaurarsi tra saperi scientifici, accademici e saperi tradizionali, popolari. Questo è il modello educativo che necessitiamo: un approccio che mi piace definire olistico, in grado di coniugare discipline umanistiche a materie scientifiche e che dal 2004, con la fondazione dell’Università di Scienze Gastronomiche, a Pollenzo cerchiamo di applicare.

Ritiene che il movimento ambientalista giovanile Fridays For Future possa portare dei risultati concreti? In che modo la voce dei giovani può essere ascoltata dalle istituzioni?

Voglio partire da una semplice riflessione: il futuro non è di certo di Carlo Petrini. Il futuro è dei giovani e se le cose non cambiano in maniera sostanziale, quando i diciottenni di oggi avranno la mia età vivranno in un mondo più che mai inquinato, poco salubre e con la fertilità dei terreni estremamente compromessa. Per non parlare degli ecosistemi marini, i quali già oggi si trovano a un punto di non ritorno. Ecco che i movimenti dei giovani sono di primaria importanza per il tessuto sociale di oggi e per il futuro di domani. Necessitiamo di questi gruppi che non si fermano solo alla propaganda o all’attivismo sterile, ma data l’energia e l’imperturbabilità propria delle giovani generazioni sono disposti a mettersi in prima linea nel concretizzare buone opere e azioni virtuose sia in campo sociale, sia in campo ambientale.

Io credo che arrivati a questo punto le istituzioni non possano far altro che ascoltare la voce dei giovani e appoggiarli nelle loro lotte. Vorrei dire a questi nuovi rappresentanti della società civile che il tempo è dalla loro parte e che tra qualche anno saranno loro a occupare ruoli istituzionali. Ma non per questo devono accomodarsi e aspettare il loro turno, anzi. Condivisione e cooperazione saranno i valori di cui avvalersi per portare avanti le loro sfide e proprio per questo tengo a dare loro due suggestioni. Le comunità del futuro dovranno per forza di cose essere basate sull’austera anarchia e sull’intelligenza affettiva.

Con austera anarchia intendo la capacità di prendere decisioni autonome, consapevoli e volte al bene comune. A differenza del rigido modello organizzativo che ha caratterizzato la nostra società da più di un secolo a questa parte, nelle comunità l’impegno e le progettualità nascono dalla cooperazione e dal confronto; sto parlando di una nuova organizzazione fluida che si modifica a seconda delle esigenze e dell’apporto che i singoli possono offrire in un dato momento.

Il tutto regge solo ed esclusivamente se alla base delle comunità c’è l’intelligenza affettiva, cioè quel sentimento che lega ogni singolo individuo a una comunità di destino con cui condivide un percorso comune e che per questo è in grado di garantire il rispetto di ogni individualità. In altre parole, l’identificazione in un progetto comune genera una spontanea rete di relazioni e di vicinanze, che non può essere scalfita dall’esterno. Un collante molto più efficace di qualsiasi adesione formale o regola imposta dall’alto.



I disastri climatici, la mancanza di risorse, la distruzione degli ecosistemi, lo sfruttamento del terreno e il watergrabbing stanno causando molte problematiche soprattutto alle persone più svantaggiate, costrette a migrare e abbandonare le proprie abitazioni. A livello globale, perché secondo lei il grido d’aiuto delle persone è poco ascoltato e messo in secondo piano? Pensa che la logica del profitto stia sovrastando la giustizia sociale?

Come dicevo, un paradigma basato solo su consumo e profitto e che non lascia spazio al valore dei beni relazionali e dei beni comuni, oltre a essere disastroso e pericoloso è anche perdente. Questo è più che mai evidente, lo stanno dimostrando gli effetti sugli ecosistemi ma anche quelli sulla nostra stessa salute: a mio modo di vedere hanno ragione quegli scienziati che sostengono che anche questa terribile pandemia è una risposta della natura al depauperamento e alla sofferenza che le stiamo causando da decenni.

Se noi non riusciamo a ricucire al più presto i forti legami con gli ecosistemi in cui viviamo, è ormai sotto gli occhi di tutti che anche a livello sociale vivremo dei grandi disagi. Risulta necessario quindi saper cogliere quanti più insegnamenti possibili da questo ultimo anno e mezzo. Proprio come l’epidemia, usciremo dalla crisi sociale – e quindi anche da quella economica – solo quando tutti saremo immunizzati da un modello che ha fatto di consumi bulimici e competitività la sua essenza. Per far sì che questo avvenga cooperazione e condivisione giocano ancora una volta un ruolo fondamentale: non possiamo più permetterci che nessuno venga lasciato indietro.

A questo proposito, concludo riprendendo dalla Laudato Si’ uno dei concetti fondamentali e allo stesso tempo più rivoluzionari dell’enciclica di Papa Francesco: “Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. Ecco che in tema di esempi, in tema di educazione all’ecologia e in tema di trovare un faro da seguire in questo particolare momento storico, Bergoglio risulta essere la figura più attenta, sensibile, propositiva e influente a livello globale. Consiglio a tutti dunque di leggere le sue encicliche e di far propri gli insegnamenti rigenerativi che questo straordinario Pontefice vuole infondere per curare la nostra società.

Clicca qui per l’articolo originale.

fonte: www.italiachecambia.org



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Nuovi strumenti per la tutela dell’ambiente



Con lo sviluppo di tecniche di elaborazione basate su big data ed intelligenza artificiale è possibile sfruttare le nuove capacità di osservazione messe a disposizione del programma europeo Copernicus per monitorare gli ecosistemi naturali e supportare le azioni di tutela nei casi di crisi ambientale. Viene presentato un laboratorio d’eccezione per la sperimentazione dei metodi di sorveglianza ambientale con drone/satellite nella Tenuta Presidenziale di Castelporziano vicino Roma.
Ispra ha sviluppato un servizio che è in grado di caratterizzare la distribuzione delle risorse boschive italiane e monitorarne le variazioni nel tempo e i fenomeni di potenziale degrado ad opera di incendi e di consumo del suolo. Ne vengono illustrate le caratteristiche ed i risultati per il periodo 2019-2020. Sono infine descritti problemi e sperimentazioni orientate alla definizione di pratiche agricole sostenibili. Tutte le applicazioni presentate sono legate da una comune metodologia di analisi, dallo sviluppo di metodi e mezzi di lavoro tecnologicamente avanzati e dalla crescita di nuove figure professionali nel campo della protezione ambientale.

Qui il programma e altre informazioni.

fonte: www.snpambiente.it


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L’omicidio è reato, ma non il biocidio : lo stato dell’arte nell’era della transizione ecologica.

 

In questi giorni mi scrivono per comunicarmi indignazione e rabbia per un uso vigliacco di prodotti agricoli che causano la morte degli esseri viventi.

“Cosa sta facendo!” un’amica carissima dalla provincia di Bari mi racconta l’ennesimo teatro innaturale. Un vicino sta vaporizzando del veleno su un ciglio del suo campo, ciglio che confina con il suo.
“Sto disseccando, ma non si preoccupi: lo faccio qui mica nel suo terreno.”
“Ma è un pesticida!”
“No, è un disseccante” ribatte costui. Se la cortesia precede l’arguzia, la mia amica si auto-colloca nella riserva dei panda.

Quell’enclave di cittadini consapevoli che non accettano un futuro già segnato e non possono più capire l’ottusa routine dell’agricoltura moderna.

Veniamo al punto. Pochi giorni fa la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha definitivamente vietato l’uso dei neonicotinoidi.
Si tratta di un momento storico, considerando che la battaglia legale è durata 8 anni.
Per capire questa posizione definitiva dobbiamo risalire ad un altra sentenza, del 30 novembre 2020, in cui la Corte dei conti europea obbliga l’EFSA ad esprimere pareri chiari in merito all’uso dei pesticidi e all’applicazione del principio di precauzione ma sopratutto obbliga la Commissione Europea a rispettare il parere dell’EFSA ed approvare l’uso dei formulati in agricoltura solo se se sicuri. Dalla storia recente degli ultimi 5 anni, più del 50% dei formulati sono stati approvati con procedure di emergenza.

Come apicoltore ricordo bene la storia delle decisioni dei governi italiani in questi ultimi 10 anni in merito all’uso di pesticidi tra cui erbicidi, disseccanti, fungicidi, acaricidi, talpicidi, battericidi, nematocidi, insetticidi, molluschicidi ed altre categorie.

L’italia è uno dei paesi europei che usa maggiormente i pesticidi, secondo ISPRA erbicidi insetticidi e fungicidi sono disciolti nel 67% dei campioni delle acque superficiali e nel 33% di quelle sotterranee. L’Europa è anche forte nell’Export di pesticidi nei paesi extra UE che producono poi i cibi che ritornano in Italia.

Questo movimento, che nutre e costituisce l’ossatura del mercato libero globale, è fatto di pesticidi.

Pesticidi che si muovono tra nazioni, veleni che scorrono nelle arterie delle nostre regioni e finiscono nel mare.
I danni si possono sintetizzare in 3 tipi. Danni irreversibili al suolo e al mare. Significa dover dipendere da altra chimica, inseguendo per sempre soluzioni inefficaci per ‘correggere’ la terra, essendo incapace di nutrire. Danni alla salute degli esseri viventi. Significa far cadere la sanità pubblica, a causa di malattie gravi anche letali, il cui nesso pesticida-malattia sta emergendo sotto traccia grazie alla ricerca scientifica. Danni al comparto agricolo e all’export italiano. Significa infine ridisegnare la geografia agricola, nella prospettiva peggiore in cui perdere l’identità della produzione italiana.

Sostenere di voler rispettare le regole di buon vicinato pensando che il disseccante agisca solo nel proprio fondo, è quasi ironico.
Analizzando le api nell’astigiano, grazie all’ultimo servizio pubblicato su LAPIS (aprile/maggio 2021) scopriamo un apicoltore professionista si è dedicato a sue spese ad effettuare le analisi del miele che produceva. In questi anni ha rilevato presenze di Flonicamid in concentrazione di 129 ppb in ambiente frutticolo (il quale esplica una tossicità acuta già a 53,3 milionesimi di grammo per ape). Poi la Cipermetrina a una concentrazione pari a 1153 ppb in ambiente vinicolo (che esplica una tossicità acuta già a 0,4592 milioni di grammo per ape). Come fungicida ha rilevato Folpet e Phtalimide che hanno superato insieme i 34’000 ppm (tali formulati esplicano una tossicità acuta già a 10 microgrammi per ape).
Ma venendo al glifosato dalle analisi effettuate ha riscontrato una concentrazione pari a 792 ppb. L’apicoltore ha affermato di aver trovato tracce di glifosato anche nel miele di alveari a più di 900 metri s.l.m.
Tutto questo deve farci riflettere, al netto delle centinaia di campagne sull’ambiente, sul fatto che il veleno che viene applicato nelle nostre campagne non resta mai confinato nel perimetro della propria parcella ma corre e lo fa velocemente.

Vietare imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam, una categoria di veleni certamente la più abusata e pericolosa, è una parziale vittoria.
Considerando che ci sono voluti molti anni per una sentenza come questa, a fronte di sospensioni (e quasi mai divieti) dei rispettivi stati membri Italia compresa, ci troviamo davanti ad una sfida ancora più grande.

E’ una sfida culturale, rivolta a noi tutti. Non possiamo aspettare altri dieci o vent’anni per veder vietare altre 3 molecole, rispetto alle centinaia di formulati che vengono immessi nel mercato, di cui bastano pochi microgrammi per creare danni incalcolabili.
Se non vogliamo perdere la nostra campagna e il primato della nostra identità, e se vogliamo stare in salute non possiamo sperare in ulteriori divieti.

Dobbiamo cambiare a monte il problema. E cioè cambiare il modo di fare agricoltura.

C’è una moltitudine di persone in Europa che ci crede, e dobbiamo prendere questa sentenza come un segnale forte, incontrovertibile di una possibilità di farcela. Contro i poteri forti e le lobbies della produzione agricola intensiva e contro le politiche che garantiscono ai contadini solo debiti e fatiche, il 2021 segna un punto a favore della terra e della sovranità alimentare.

La sfida è culturale perchè istituzioni, scuole, famiglie devono riaffermare le competenze e lo spirito di coltivare la terra senza scorciatoie perchè -lo ha detto la Corte di Giustizia dell’Unione Europea- le scorciatoie uccidono.

*Guido Cortese . Apicoltore

fonte: vociperlaterra.it


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