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Quante e quali risorse per proteggere l'ambiente?

 











I conti dell’ambiente di Istat forniscono informazioni statistiche sulla interazione tra i sistemi economico ed ambientale

A partire dai primi anni ‘90 Istat ha avviato la sua ...

Se il riscaldamento globale spegne El Niño
















L’Oscillazione meridionale – El Niño (ENSO) rallenta man mano che cresce la temperatura media della Terra. Non sappiamo come reagirà il sistema climatico del pianeta a questa...

Marsiglia, a settembre capitale della biodiversità

Il World Conservation Congress dello IUCN si terrà a Marsiglia dal 3 all’11 settembre e avrà come tema principale la tutela della biodiversità. Una sfida di importanza letteralmente vitale, da vincere prima che sia troppo tardi.

Forse non è fra i temi più seguiti dal grande pubblico, ma dovrebbe esserlo: la perdita di biodiversità. In Europa, secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), quasi tutti gli indici che la riguardano sono negativi, tanto da definire la situazione catastrofica quanto il cambiamento climatico. Urge quindi correre ai ripari.



A tal proposito, dal 3 all’11 settembre 2021 si terrà a Marsiglia il Congresso della IUCN, International Union for Conservation of Nature, uno dei più importanti eventi dedicati alla tutela degli ecosistemi. L’evento, per la prima volta in forma “ibrida” (cioè sia in presenza che virtuale), ha l’obiettivo di misurare lo stato del pianeta tenendo conto dei cambiamenti climatici in atto e basandosi appunto sulla conservazione della biodiversità.

Molto incoraggiante la presenza di numerosi Capi di Stato, funzionari governativi, alti rappresentanti della Commissione e del Parlamento europeo, amministratori delegati e leader aziendali, scienziati ed accademici. Attesi fra gli ospiti Emmanuel Macron, Frans Timmermans, Christine Lagarde e molti altri. Presenti anche grandi compagnie, che collaborano attivamente con il Congresso, per le quali il 3 settembre è previsto un evento dedicato ai soli CEO.

Degna di nota è poi la partecipazione del Vertice mondiale “Our land, our nature” che, per la prima volta, unisce le voci dei popoli indigeni per denunciare le “false soluzioni contro la perdita di biodiversità e i cambiamenti climatici” in atto, soprattutto nel sud del mondo. Lo scopo è quello di aumentare la consapevolezza della necessità di misure più solide per proteggere i diritti delle popolazioni indigene e il loro ruolo di custodi degli ecosistemi. Anche perché, come spiega Survival International, “stiamo distruggendo i migliori custodi del mondo naturale proprio nel nome della conservazione della natura”. Questo vertice è importante per vari motivi, a partire dal riconoscere finalmente una grande dignità alle popolazioni indigene, maestre di appunto di protezione della biodiversità.
Congresso Mondiale sulla Conservazione della Natura: il programma

Il programma, molto dettagliato, rivela le tre principali aree d’azione del Congresso: quella del Forum delle idee, con numerosi interventi autorevoli e la possibilità di scambi di opinione; una sezione dedicata alla mostra delle migliori pratiche di conservazione in atto nel mondo; una dedicata al voto dei membri IUCN. Tra i vari argomenti che il forum toccherà, ci sarà anche l’importanza del settore agricolo per la tutela della biodiversità, ma anche quella dei mari e degli oceani, veri polmoni del pianeta. Basti pensare che proprio Marsiglia ospita “il polmone del Mediterraneo”: la riserva marina delle Calanques, ricca fra le altre specie di posidonia, pianta acquatica che assorbe cinque volte più CO2 di quanto non faccia in proporzione la foresta amazzonica e sette volte più delle foreste europee.

Ma il capoluogo della Provenza, quest’anno capitale globale della biodiversità, non è stata scelta per questo evento solo per le sue riserve marine. Già dal 2008 sta adottando strategie mirate a raggiungere una piena e duratura sostenibilità ambientale, economica e sociale. In realtà è l’intera “PACA” (Provence Alpes Cote d’Azure), con un tasso pari al 75% di spazi naturali, a vantare diversi primati in questo senso: contiene quattro dei dieci parchi nazionali francesi, ben diciotto riserve naturali e sette parchi naturali regionali. Dalla Camargue alla Crau, passando per le Calanques e la Sainte-Victoire, nel Dipartimento delle Bocche del Rodano – che gestisce gran parte di queste riserve, la regione offre ai suoi abitanti e visitatori una (bio)diversità eccezionale.

Il prossimo Congresso IUCN si presenta insomma con tutte le caratteristiche di un evento epocale, che possa portare a un’effettiva svolta verso la sostenibilità. Le idee ci sono, le risorse anche, le tecnologie non mancano e l’unione delle forze fra attori anche molto diversi tra loro non è cosa impossibile. Perché se non si agisce ora, in quella che alcuni già definiscono la “nuova normalità” post-pandemica, poi potrebbe essere troppo tardi.

“Il Congresso mondiale della natura della IUCN arriva in un momento in cui dobbiamo trovare soluzioni per il clima e l’ambiente”, spiega Matthias Fiechter, fra i coordinatori dell’evento: “Il post-covid offre molte opportunità a livello di tutela della natura e della biodiversità, di conservazione ecc. Ma se questa fase viene gestita male, si potrà assistere a danni anche maggiori di quelli fatti finora.”

Per maggiori informazioni sull’evento e su tutte le realtà sopra menzionate, suggeriamo di contattare direttamente la Camera di Commercio Italiana per la Francia di Marsiglia.

fonte: www.bioecogeo.com



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Il prossimo “Accordo di Parigi” per la biodiversità

Ridurre il tasso di estinzione del 90 per cento è solo uno degli obiettivi che l’Onu ha incluso nella bozza di un ambizioso accordo sulla biodiversità.



 





L’Accordo di Parigi sul clima è considerato una pietra miliare nella lotta contro il riscaldamento globale. A distanza di sei anni, un trattato simile potrebbe vedere la luce per salvaguardare la preziosa biodiversità del Pianeta. Dopo una serie di negoziati virtuali a tema scientifico e finanziario, le Nazioni Unite hanno infatti preparato nuovi obiettivi che i paesi firmatari della Convenzione sulla diversità biologica (Cbd) dovranno approvare al prossimo dei loro incontri biennali, ovvero la quindicesima Conferenza delle parti (Cop) sulla biodiversità. Prevista per il mese di ottobre in Cina, rischia di essere nuovamente rimandata, causa coronavirus, al 2022.


Il fatto che i lavori siano proseguiti è un segnale molto positivo e si spera che possa consentire ai paesi di cominciare a stanziare le risorse necessarie a livello economico. Del resto, questa pandemia è stata l’ultima, tragica dimostrazione di quanto fermare la distruzione degli ecosistemi e ripristinare gli ambienti naturali sia fondamentale se vogliamo impedire la trasmissione di malattie pericolose dagli animali agli esseri umani. È anche risaputo che il rewilding e il ripristino degli ecosistemi sono fra le armi più efficaci per contrastare i cambiamenti climatici.

Preservare la biodiversità rappresenta una delle sfide più importanti del secolo © Wil Stewart/Unsplash

Gli obiettivi delle Nazioni Unite in tema biodiversità

Sfruttare il potere della natura per mitigare l’aumento della temperatura media globale figura proprio tra gli obiettivi fissati dall’Onu: il ripristino delle torbiere, degli habitat marini, lacustri e fluviali, e l’adozione dei principi dell’agricoltura rigenerativa consentirebbero di ridurre notevolmente le quantità di gas serra in atmosfera. In base alla bozza, le varie nazioni dovranno inoltre compiere tutti gli sforzi possibili per arrivare a:
proteggere almeno il 30 per cento delle terre emerse e il 30 per cento degli oceani entro il 2030;
rallentare il tasso di estinzione del 90 per cento;
dimezzare l’introduzione in natura delle specie invasive;
promuovere l’integrità di tutti gli ecosistemi e valorizzare il ruolo degli indigeni nella loro salvaguardia;
eliminare l’inquinamento dovuto alla plastica;
ridurre di due terzi l’utilizzo dei pesticidi;
tagliare 500 miliardi di dollari (oltre 400 miliardi di euro) all’anno di sussidi ad attività dannose per l’ambiente.

Sono necessarie politiche urgenti a livello globale, nazionale e regionale per trasformare i modelli economici, sociali e finanziari affinché i trend che hanno esacerbato la perdita di biodiversità si arrestino entro il 2030 e permettano agli ecosistemi naturali di ristabilirsi nei vent’anni successivi, portando a miglioramenti netti nel 2050.

Elizabeth Maruma Mrema, segretaria esecutiva della Convenzione sulla diversità biologica

È giunta l’ora di cambiare i nostri modelli produttivi

Come accennato sopra, l’agricoltura giocherà un ruolo fondamentale nel raggiungimento di questi obiettivi. Le tecniche di coltivazione tradizionali, così come l’allevamento intensivo, non sono più sostenibili. Il modo in cui produciamo il cibo dovrà necessariamente subire un drastico cambiamento.

“Tra dieci anni ci saranno molti più esseri umani che avranno bisogno di essere nutriti. Quindi la vera sfida non è ridurre la produzione, ma incrementare il risultato senza danneggiare la natura”, chiarisce al quotidiano britannico Guardian Basile van Havre, co-presidente del gruppo di lavoro che ha redatto il documento.

Solo così potremo arrestare quella che gli scienziati hanno definito “sesta estinzione di massa” nella storia del Pianeta, che potrebbe portare alla scomparsa di un milione di specie animali e vegetali a causa delle attività umane. Per questo, il nuovo accordo si inserisce all’interno di un piano più ampio che punta a far sì che l’uomo possa vivere in armonia con la natura entro il 2050.

I trattati internazionali, però, non bastano: i singoli stati devono infatti recepire le direttive e trasformarle in leggi nazionali e regionali. Come spesso accade, le decisioni dall’alto non sono le sole che contano: il cambiamento deve scorrere inarrestabile verso il basso, fino a spingersi al singolo individuo.

fonte: www.lifegate.it

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Carlo Petrini: il futuro del pianeta nelle mani dei giovani

Terra Futura è il titolo del suo ultimo lavoro, ma è anche un concetto chiave per costruire a partire da oggi il mondo di domani. Durante il 69° Trento Film Festival, Agenzia di Stampa Giovanile ha intervistato Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, sui temi dell’educazione e quindi sui giovani, sull’attivismo e soprattutto sulla responsabilità che le nostre azioni quotidiane hanno nei confronti della natura, dell’ambiente e del futuro.




Carlo Petrini – fondatore dell’associazione Slow Food, ideatore della rete internazionale di Terra Madre e autore di “Terra Futura. Dialoghi con Papa Francesco sull’ecologia integrale” – ha trascorso gran parte della sua vita cercando di promuovere attenzione e cura verso il nostro Pianeta. Lo ha fatto attraverso le armi della scrittura e dell’attivismo, ma soprattutto attraverso il duro lavoro nella ricerca di un dialogo tra società, istituzioni, culture, generazioni. Durante il secondo tempo del 69° Trento Film Festival lo abbiamo intervistato, cercando di concentrare la nostra chiacchierata sul grande obiettivo di Slow Food, sull’educazione e quindi sui giovani, sull’attivismo e soprattutto sulla responsabilità che le nostre azioni quotidiane hanno nei confronti della natura, dell’ambiente e del futuro.

Nel ciclo di incontri con Papa Francesco – dai quali poi è nata la pubblicazione “Terra futura. Dialoghi con Papa Francesco sull’ecologia integrale” – scaturisce la forza delle azioni umane quotidiane e comunitarie. Azioni che possono influenzare in positivo e in negativo il benessere del nostro Pianeta. Che ruolo hanno le scelte alimentari e le azioni a esse connesse nel mantenimento e nella cura ambientale?

Da oltre 30 anni il movimento Slow Food rivendica l’idea del cibo come centro della nostra esistenza. Se oggi la multidisciplinarietà legata al cibo (parlare di alimentazione vuol dire richiamare l’antropologia, la storia, l’economia, la genetica, la biologia etc.) è un’asserzione che cerca di permeare sempre più all’interno la nostra cultura, posso assicurare che sul finire del secolo scorso così non era; anzi, il cibo era addirittura totalmente estraneo al dibattito politico. Questo mi è sempre sembrato irragionevole, soprattutto perché la nostra stessa vita ci è data in quanto noi quotidianamente mangiamo; e dunque, più di qualsiasi altro argomento, il cibo merita di essere trattato con molta attenzione.

Ecco che, insieme all’associazione che ho fondato, siamo arrivati a sostenere che mangiare è un atto politico. Ogni singolo individuo attraverso le sue scelte alimentari non influenza solo il sistema produttivo, ma anche le società, le economie e i territori a esso connesso. Proprio per questo viene da sé che i nostri comportamenti quotidiani, per quanto ci possano sembrare abitudini di poca rilevanza, possono avere un impatto determinante per il nostro benessere, per la salute di tutti gli esseri viventi e per la prosperità della nostra Terra Madre.

Quindi, se da un lato aver portato all’interno dei palazzi del potere anche argomentazioni inerenti al cibo è stato un passo importante, ora è necessario accrescere in ognuno di noi la consapevolezza che tutti i veri cambiamenti, e dunque anche la rivoluzione ecologica di cui necessitiamo, partono dal basso e quindi dalla società civile. Dico di più: ora è necessario che le persone che hanno già sviluppato una forte sensibilità verso le tematiche ecologiche facciano gruppo e muovano azioni comuni volte a sovvertire il paradigma economico imperante, fondato su consumismo e competizione.

In che modo l’associazione Slow Food si impegna per promuovere un’alimentazione “buona, pulita e giusta per tutti”?

La principale caratteristica del nostro movimento è che ogni azione e ogni pensiero vengono promulgati nel pieno rispetto dei territori, delle società e delle culture in cui operiamo. Mi spiego meglio: Slow Food è un’associazione che dalla seconda metà degli anni Ottanta ha accettato la sfida di diffondere a livello internazionale la lotta all’omologazione e alla standardizzazione, ovvero a tutti quei processi sterili basati esclusivamente sul profitto economico che il modello capitalistico stava cercando di propagare ad un mondo sempre più globalizzato.

Il nostro impegno quindi, che mira primariamente a difendere la biodiversità in tutte le sue forme (naturale, agroalimentare, sociale, culturale), è altamente diversificato a seconda dei territori. Sarebbe da stolti concentrarsi su di un unico modello adattabile in ogni area del pianeta: questo modo di ragionare, oltre a essere una logica altamente invasiva e ai limiti del colonialismo, porterebbe esclusivamente a una perdita di biodiversità e quindi a conseguenze catastrofiche per comunità ed ecosistemi. Ecco che le iniziative e i progetti delle nostre condotte italiane non possono essere riportate nelle comunità dell’Africa subsahariana; è necessario che i promotori delle iniziative siano donne e uomini che vivono da vicino il territorio, che conoscono le esigenze delle comunità e che sappiano valorizzare al meglio le peculiarità di ogni regione.

L’educazione è il pilastro fondamentale su cui si deve basare questa rigenerazione ecologica. Una rivoluzione che non riguarda solo i sistemi produttivi e i sistemi economici, ma che deve senza ombra di dubbio rigenerare radicalmente anche il nostro modo di pensare. Allora a chi se non ai giovani, forti della loro fresca e rapida capacità di apprendimento, dobbiamo lasciare il messaggio che tutto è fortemente correlato e che la nostra salute dipende da quella del Pianeta in cui viviamo? Chi dobbiamo esortare, consci degli errori commessi finora, a sovvertire un paradigma che vede il profitto come una variabile di benessere e che non riconosce alcun valore ai beni relazionali e ai beni comuni, se non i futuri cittadini?

C’è però da fare molta attenzione, in quanto il processo educativo passa primariamente dal buon esempio. Se le generazioni più mature non sono disposte a segnare la strada a quelle che verranno, queste ultime si troveranno disorientate in un mondo che non sarà più in grado di generare salubrità e benessere per tutti. Anche in questo caso la soluzione è il dialogo. Un dialogo intergenerazionale in grado di confrontare la forza impulsiva, l’energia e la creatività dei giovani con l’esperienza, la saggezza e le suggestioni dei più “anziani”.

Inoltre sono fortemente convinto che, affinché si voglia diffondere un’educazione efficiente e strumentale all’elaborazione autonoma di pensieri critici e più consapevoli, il dialogo deve anche instaurarsi tra saperi scientifici, accademici e saperi tradizionali, popolari. Questo è il modello educativo che necessitiamo: un approccio che mi piace definire olistico, in grado di coniugare discipline umanistiche a materie scientifiche e che dal 2004, con la fondazione dell’Università di Scienze Gastronomiche, a Pollenzo cerchiamo di applicare.

Ritiene che il movimento ambientalista giovanile Fridays For Future possa portare dei risultati concreti? In che modo la voce dei giovani può essere ascoltata dalle istituzioni?

Voglio partire da una semplice riflessione: il futuro non è di certo di Carlo Petrini. Il futuro è dei giovani e se le cose non cambiano in maniera sostanziale, quando i diciottenni di oggi avranno la mia età vivranno in un mondo più che mai inquinato, poco salubre e con la fertilità dei terreni estremamente compromessa. Per non parlare degli ecosistemi marini, i quali già oggi si trovano a un punto di non ritorno. Ecco che i movimenti dei giovani sono di primaria importanza per il tessuto sociale di oggi e per il futuro di domani. Necessitiamo di questi gruppi che non si fermano solo alla propaganda o all’attivismo sterile, ma data l’energia e l’imperturbabilità propria delle giovani generazioni sono disposti a mettersi in prima linea nel concretizzare buone opere e azioni virtuose sia in campo sociale, sia in campo ambientale.

Io credo che arrivati a questo punto le istituzioni non possano far altro che ascoltare la voce dei giovani e appoggiarli nelle loro lotte. Vorrei dire a questi nuovi rappresentanti della società civile che il tempo è dalla loro parte e che tra qualche anno saranno loro a occupare ruoli istituzionali. Ma non per questo devono accomodarsi e aspettare il loro turno, anzi. Condivisione e cooperazione saranno i valori di cui avvalersi per portare avanti le loro sfide e proprio per questo tengo a dare loro due suggestioni. Le comunità del futuro dovranno per forza di cose essere basate sull’austera anarchia e sull’intelligenza affettiva.

Con austera anarchia intendo la capacità di prendere decisioni autonome, consapevoli e volte al bene comune. A differenza del rigido modello organizzativo che ha caratterizzato la nostra società da più di un secolo a questa parte, nelle comunità l’impegno e le progettualità nascono dalla cooperazione e dal confronto; sto parlando di una nuova organizzazione fluida che si modifica a seconda delle esigenze e dell’apporto che i singoli possono offrire in un dato momento.

Il tutto regge solo ed esclusivamente se alla base delle comunità c’è l’intelligenza affettiva, cioè quel sentimento che lega ogni singolo individuo a una comunità di destino con cui condivide un percorso comune e che per questo è in grado di garantire il rispetto di ogni individualità. In altre parole, l’identificazione in un progetto comune genera una spontanea rete di relazioni e di vicinanze, che non può essere scalfita dall’esterno. Un collante molto più efficace di qualsiasi adesione formale o regola imposta dall’alto.



I disastri climatici, la mancanza di risorse, la distruzione degli ecosistemi, lo sfruttamento del terreno e il watergrabbing stanno causando molte problematiche soprattutto alle persone più svantaggiate, costrette a migrare e abbandonare le proprie abitazioni. A livello globale, perché secondo lei il grido d’aiuto delle persone è poco ascoltato e messo in secondo piano? Pensa che la logica del profitto stia sovrastando la giustizia sociale?

Come dicevo, un paradigma basato solo su consumo e profitto e che non lascia spazio al valore dei beni relazionali e dei beni comuni, oltre a essere disastroso e pericoloso è anche perdente. Questo è più che mai evidente, lo stanno dimostrando gli effetti sugli ecosistemi ma anche quelli sulla nostra stessa salute: a mio modo di vedere hanno ragione quegli scienziati che sostengono che anche questa terribile pandemia è una risposta della natura al depauperamento e alla sofferenza che le stiamo causando da decenni.

Se noi non riusciamo a ricucire al più presto i forti legami con gli ecosistemi in cui viviamo, è ormai sotto gli occhi di tutti che anche a livello sociale vivremo dei grandi disagi. Risulta necessario quindi saper cogliere quanti più insegnamenti possibili da questo ultimo anno e mezzo. Proprio come l’epidemia, usciremo dalla crisi sociale – e quindi anche da quella economica – solo quando tutti saremo immunizzati da un modello che ha fatto di consumi bulimici e competitività la sua essenza. Per far sì che questo avvenga cooperazione e condivisione giocano ancora una volta un ruolo fondamentale: non possiamo più permetterci che nessuno venga lasciato indietro.

A questo proposito, concludo riprendendo dalla Laudato Si’ uno dei concetti fondamentali e allo stesso tempo più rivoluzionari dell’enciclica di Papa Francesco: “Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. Ecco che in tema di esempi, in tema di educazione all’ecologia e in tema di trovare un faro da seguire in questo particolare momento storico, Bergoglio risulta essere la figura più attenta, sensibile, propositiva e influente a livello globale. Consiglio a tutti dunque di leggere le sue encicliche e di far propri gli insegnamenti rigenerativi che questo straordinario Pontefice vuole infondere per curare la nostra società.

Clicca qui per l’articolo originale.

fonte: www.italiachecambia.org



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Ecosistemi in Costituzione

La Commissione affari costituzionali ha varato una sorprendente proposta di modifica di due fondamentali articoli della Costituzione dedicati alla tutela della biodiversità, degli ecosistemi e degli animali. Se la proposta dovesse passare, sarebbe la prima volta che il Parlamento propone di modificare la prima parte – quella dei principi – della Carta del ‘48. Segno evidente di una maturata sensibilità in tema ambientale, emersa e coltivata dal basso. «L’iter, comunque, sarà lungo… – aggiunge Paolo Cacciari – C’è da rallegrarsi anche del non accoglimento da parte della maggioranza della Commissione affari costituzionali del Senato della proposta, più volte caldeggiata dal neoministro Enrico Giovannini, di introdurre in Costituzione l’ambiguo sintagma dello “sviluppo sostenibile”, che avrebbe concesso una dignità persino costituzionale alle discutibili pratiche della green economy…»




Una inaspettata buona notizia viene dal Senato. La Commissione affari costituzionali ha varato una proposta di modifica di due fondamentali articoli della Costituzione che regolano i diritti e i beni fondamentali della Repubblica. L’Articolo 9 viene modificato con una aggiunta di due commi finali (che qui evidenziamo scrivendoli in corsivo): “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”. Altre due integrazioni all’Articolo 41: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, alla salute, all’ambiente. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali”.

Se la proposta dovesse passare in aula al Senato, sarebbe la prima volta che il Parlamento propone di modificare la prima parte – quella dei principi – della Carta del ‘48. Segno evidente di una maturata sensibilità in tema ambientale che ha raggiunto i vertici delle istituzioni. L’iter, comunque, sarà lungo (doppia lettura in Camera e Senato, eventuale referendum confermativo) e alcune forze politiche (tra cui la Lega) hanno già il mal di pancia.

É ben vero che l’inserimento della tutela della salute potrebbe apparire pleonastico (l’Articolo 32 esiste già) e che gli orientamenti della Corte costituzione includono già la tutela dell’ambiente naturale all’interno del più ampio significato di “paesaggio”. Ma non sempre è facile per i movimenti ecologisti raggiungere in giudizio la Suprema corte e non sempre si sono ottenuti pronunciamenti favorevoli. Il nuovo articolato, quindi, rafforza il principio della tutela degli ecosistemi naturali riconoscendone esplicitamente il loro valore fondamentale per il bene comune del paese. E ciò non può che fare piacere, poiché incoraggia a promuovere una legislazione ambientale più avanzata in un paese massacrato da una industrializzazione e da una urbanizzazione scellerata. Così come fa molto piacere il riconoscimento degli animali non umani e quello delle generazioni future. Non sono quindi solo gli aventi diritto al voto i “sovrani” al potere, ma anche tutti gli esseri viventi, presenti e futuri, con cui va condiviso il mondo.

C’è da rallegrarsi anche del non accoglimento da parte della maggioranza della Commissione affari costituzionali del Senato della proposta, più volte caldeggiata dal neoministro Enrico Giovannini e dalla sua associazione ASviS, di introdurre in Costituzione l’ambiguo sintagma dello “sviluppo sostenibile”, che avrebbe concesso una dignità persino costituzionale alle discutibili pratiche della green economy. Un grazie, doveroso, alla senatrice Loredana De Petris che da qualche decennio ha insistito per adeguare la Carta del ’48 alle nuove evidenze e responsabilità ecologiche.

Ci si potrebbe invece rammaricare del mancato esplicito riconoscimento legale dei Rights of Nature. “Il movimento per i diritti della natura sta crescendo – scrive il Right-of-Rivers-Report, redatto da diversi istituti di ricerca: Cyrus R. Vance Center for International Justice, Earth Law Centere International Rivers – È guidato da popoli indigeni, società civile, esperti legali, e giovani, che chiedono una riforma sistemica del nostro modo di rapportarci con la natura”. La Natura viene intesa come soggetto dotato di “personalità giuridica” (esattamente come lo è un ente economico o una società di persone) portatore di diritti ad esistere, evolvere e prosperare. Diritti che possono essere difesi in tribunale tramite organismi di tutela (amministratori, piuttosto che proprietari) composti da gruppi di persone o da enti che hanno questo obbligo legale. Il salto logico e filosofico, etico e politico è evidente. Si tratta di passare dal diritto degli umani ad avere un ambiente salubre, al diritto della natura, in quanto tale, a rigenerarsi. Un passaggio di approccio dall’antropocentrismo all’ecocentrismo.

Esistono ormai esperienze di “costituzionalizzazione” dei diritti di particolari ecosistemi (bacini fluviali, laghi, foreste, montagne…) in molte parti del mondo. Non solo in Sua America (con Ecuador e Bolivia apripista), ma in vari paesi dell’Oceania, in Asia (India, Bangladesh e Filippine), Nord e Centro America (Stati Uniti Stati Uniti, Costa Rica e Messico) e Africa (Uganda). Certo, la giurisprudenza dei diritti della natura è ancora agli inizi, ma è sicuro che solo se i nostri “stati di diritto” sapranno compiere questo salto culturale epocale inclusivo degli animali non umani e del vivente in generale (come lo è stato con l’abolizione della schiavitù o con i diritti politici delle donne) sarà possibile preservare i cicli vitali del pianeta dalla “macro criminalità di sistema”, per usare le parole di Luigi Ferrajoli, e pensare a una vera Costituzione della Terra (www.costituenteterra.it).

fonte: comune-info.net

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Dopo la decrescita

La ricostruzione post Covid-19 dovrà nascere necessariamente all’insegna della decrescita. Il mondo ripartirà da un livello di relazioni (non solo economiche) molto più basso del passato e non potrà risalire linearmente al livello di produzione e consumo precedente. Cosa dovremo fare dopo la decrescita? Se cercheremo semplicemente di ritornare alla vita che conducevamo prima, sbatteremo contro il muro. Avremmo una vita insostenibile e favoriremmo la diffusione di virus che, a quanto sembra, si trovano avvantaggiati da alcune condizioni presenti nella nostra vita attuale: dallo sviluppo di grandi concentrazioni di viventi (metropoli per gli uomini, allevamenti industriali per gli animali, produzioni monocolturali per le piante) alla riduzione della biodiversità che, attraverso la complessità degli habitat, è un argine nei confronti del “salto di specie”, causa prima dell’attuale pandemia e di altre precedenti epidemie. La ricostruzione può cominciare solo da quel che ci è servito in piena pandemia: essere in buona salute, nutrirsi bene, avere dell’energia a disposizione e sviluppare le relazioni, perché abbiamo capito che comunicare è un fatto culturale e non solo tecnico-informativo. Non ne siamo ancora consapevoli, ma la pandemia ha aperto una nuova strada per l’umanità. È avvenuto altre volte nella storia dell’uomo di assistere e partecipare al crollo di sistemi creduti indistruttibili. Chi non aveva aperto gli occhi dieci anni fa, oggi sarà costretto a farlo e a ripensare criticamente i propri comportamenti e relazioni sociali 


Orti urbani a North Hills, Stato di New York. Foto: http://communityfoodlab.org

“Non c’è niente di peggio di una società della crescita senza crescita.”

Serge Latouche

In questi mesi di pandemia e quarantena mi è capitato di rileggere molti libri e articoli: per dare un senso alla situazione che viviamo e per raccogliere elementi in grado di ricostruire le origini del disastro attuale che, con il trascorrere del tempo, risultano sempre di più correlate a comportamenti errati rispetto ai nostri simili, agli altri animali, alla natura. Così, a distanza di anni, capita di capire meglio lo spessore di alcune analisi in grado di illuminare il buio del presente. Le parole riportate in apertura sono l’incipit di un’intervista rilasciata ormai otto anni fa da Serge Latouche, il teorico della decrescita, cui seguono parole che oggi assumono il valore di una denuncia lucida e quasi profetica: “Quella che stiamo vivendo è la crisi di una società che vorrebbe continuare a crescere ma non riesce a farlo. (…) che genera un’austerità imposta, una disoccupazione che raggiunge livelli incredibili, una gravissima crisi delle finanze pubbliche e, con essa, l’esaurimento delle risorse per finanziare ciò che garantiva un minimo di qualità della vita in una società capitalista (la salute, la cultura, l’educazione eccetera)”.[1]

Sembrano parole scritte ieri, non dieci anni fa. Allora, mentre si cantavano le lodi della società 4.0 che avrebbe trasformato le nostre vite, c’era già chi presagiva il disastro che oggi viviamo. L’intervista alludeva ad una transizione simile a quella che stiamo vivendo, sintetizzata efficacemente dal titolo “Fine corsa”: “…mi sembra che lo scenario di trasformazione lenta e progressiva sia molto poco probabile. Io non ci credo. La situazione in cui siamo è evidente da almeno cinquant’anni: se datiamo il primo passo della critica ecologica al 1962, con l’uscita del libro di Rachel Carson “Silent Spring”[2], tutto era già allora sufficientemente chiaro…. Nei fatti, la forza, la capacità di resistenza del sistema è talmente forte che soltanto il collasso può aprire la strada a una via d’uscita. Arrivati a quel momento, quale sarà la via d’uscita? Questo è il punto. Sarà “l’ecosocialismo” oppure “la barbarie”. Ora siamo più o meno arrivati all’ora della verità.”

Quindi quello che viviamo è un percorso che alcuni/e studiosi/e avevano previsto, cui avremmo dovuto preparaci da tempo e sul quale diverse correnti di pensiero riflettono tuttora. Invece la gran parte delle persone lo affrontano da ingenue, come chi pensa di attraversare il deserto portandosi una semplice bottiglia d’acqua.

Se avessimo perso meno tempo nel polemizzare sull’idea di decrescita, spesso dileggiata perché volta alla ricerca di una “decrescita felice”, se avessimo accettato l’idea di dover modificare sostanzialmente le basi del nostro modo di vivere, saremmo stati meno impreparati dinanzi ad una situazione che sembra non avere vie di uscita. E ciò dopo un anno di esortazioni (“andrà tutto bene!”) e l’uso sempre più inutilmente abbondante di termini quali sostenibilità, resilienza, economia circolare, che propongono l’idea di una ripresa generale successiva alla pandemia, priva di pecche e difetti. 


La decrescita come alternativa. Immagine tratta da elcomunista.net

Eviterò ogni polemica o tentativo di spiegazione della decrescita e considererò il dato di fatto evidente: il mondo decresce, inesorabilmente e complessivamente, al di là di tutte le buone intenzioni. Nei primi venti anni di questo millennio abbiamo assistito ai più diversi tentativi per risollevare l’economia del pianeta, che ha continuato a crescere solo virtualmente attraverso le speculazioni di borsa e gli artifici finanziari. La cosiddetta “bolla speculativa dei prodotti derivati”[3] nata nel 2008, continua ancora a produrre i suoi effetti: ogni volta che si tenta di ritrovare un ritmo di crescita pari a quello dei “trenta gloriosi”[4], puntualmente arriva un evento, considerato imprevisto, che rimanda tutto indietro, come se giocassimo al “gioco dell’oca”.

È il fallimento della società industriale che trent’anni fa, con la fine del sogno socialista, pensava di avere trovato nel sistema capitalistico globale la sua prospettiva e di averlo reso virtuoso ed inarrestabile, applicando a tutte le attività umane, comprese quelle che si basano sui viventi, le regole del sistema finanziario. Regole che prevedono l’utilizzo in funzione della produzione e del consumo di ogni essere del pianeta, definito “risorsa”: indipendentemente dalle condizioni esterne e dai cicli biologici, tutti/e noi siamo risorse per la produzione e il consumo, trascinando gli altri viventi verso il nostro stesso destino. La soluzione alla crisi, proposta dalle stesse forze che l’hanno provocata, sarebbe la creazione di un sistema immateriale la cui “precisione”, avviata attraverso l’uso dei più sofisticati mezzi tecnico-scientifici, risolverebbe il problema della finitezza dei mezzi e, penetrando negli intimi meccanismi della materia, permetterebbe di costruire una vita “à la carte” e lo sviluppo di un mercato attivo 24 ore su 24.

La società, vista con tale logica, si rivela un grande gioco di mercato: un “Monopoli”, dove però i giocatori non sarebbero rifinanziati ad ogni passaggio dal traguardo (come succede nel famoso gioco) e dove, secondo l’andamento del gioco, risulterebbero sostanzialmente modificate le condizioni reali di vita per tutti/e, indipendentemente dalle singole azioni e dal fatto che non si giochi a quel tavolo. Ed è quello che constatiamo quotidianamente, persino ora, durante la pandemia.

A ben vedere, le conquiste compiute nei più diversi campi di lotta contro la fame, le malattie e la povertà, si sono rivelate limitate e gli interventi di scarsa efficacia. Il traguardo dell’eliminazione di questi problemi dalla storia dell’umanità, tanto sbandierato negli ultimi cinquant’anni, è stato progressivamente spostato sempre più avanti nel tempo e sempre più ridotto nell’entità. Alla fine degli anni Sessanta del Novecento pensavamo di eliminare la fame, la povertà e le malattie per la maggior parte degli abitanti del pianeta entro il Duemila: negli anni Novanta ci siamo resi conto che questo era impossibile, sicché abbiamo posticipato i tempi e ridotto le percentuali per ciascuno degli obiettivi. Probabilmente faremo lo stesso ora che il Piano d’azione dell’ONU, detto Agenda 2030, prevede la sua realizzazione, fissata con tanto di target e indicatori, nel 2030. 


Immagine tratta da Revista eco21

Il Covid-19 ha messo in evidenza, in modo quasi inaspettato, le contraddizioni sino ad ora descritte e con esse la brutalità dell’ingiustizia e delle discriminazioni in tutto il pianeta, soprattutto nei Paesi che ritenevano di essere meno suscettibili di altri ai mutamenti in corso. Ma ci ha anche offerto una base nuova per riflettere sul futuro. Anzitutto, una considerazione quasi banale: se sappiamo che le risorse non sono illimitate, se pensiamo che all’economia lineare[5] si debba sostituire l’economia circolare[6], come possiamo pensare di crescere e svilupparci indefinitamente? È chiaro che, se alcuni limiti sono stati superati, il sistema si riequilibrerà comunque, anche se non fossimo noi a farlo.

Ciò che in questa crisi ci ha colti/e di sorpresa non è la probabilità che il sistema naturale trovasse una sua via di soluzione, cosa già avvenuta in innumerevoli casi – dalle frane alle inondazioni, alle eruzioni, ai terremoti -, bensì il fatto che esso abbia colpito direttamente il nostro corpo. Esso è stato colpito in modo più pervasivo che in altre occasioni (di epidemie e pandemie ne abbiamo avute e superate tante), mostrando come siano inadeguate le strutture portanti dei nostri sistemi sociali, economici e politici.

In questo senso la ricostruzione post Covid-19 dovrà nascere all’insegna della decrescita, poiché tutto il mondo ripartirà da un livello di relazioni (non solo economiche) molto più basso del passato e non potrà risalire linearmente al livello di produzione e consumo precedente. Dovremmo affrontare i problemi della ricostruzione basandoci su un modello circolare dei sistemi di produzione e di servizio, di certo evitando di consumare enormi quantità di energia, pur se rinnovabile. Anche sul piano delle relazioni sociali e politiche sarà difficile rinnovare momenti d’incontro oceanici, dove i singoli sono un numero e partecipano con la sola aspirazione di poter dire: – “Io c’ero!”. Dovremo ricostruire psicologicamente noi stessi e non potrà avvenire sbandierando, come ora avviene, un possibile benessere consumistico e la prospettiva del successo personale.

L’esordio dell’epidemia e la sua rapida trasformazione in pandemia sono sembrati un colpo arrivato in un momento di estrema debolezza. Le società umane sono in crisi: le condizioni di vita degli individui sono troppo diseguali, troppe sono le ingiustizie[7] e, per compensare il senso di frustrazione, chi può ricorre al consumismo, che comunque non riesce ad attenuare malessere e frustrazioni. Il Covid-19 ha infranto la diffusa convinzione della propria superiorità di specie, cosa che altri virus simili come quello dell’influenza o dell’HIV, non erano riusciti a fare. Finora l’uomo si è ritenuto un animale diverso dagli altri, tanto diverso da poter reificare, sfruttare, sterminare il resto dei viventi. Anche le iniziative assunte per difendere la natura e gli animali non umani sono state viste come interventi che ci avrebbero permesso di proseguire su un percorso di sfruttamento, da attuare utilizzando metodi “più corretti”. Oggi constatiamo che questo tema ci riguarda direttamente e che gli interventi fatti su altri viventi cambiano la nostra vita; il loro sfruttamento ed il loro sterminio sono la porta per rendere accettabile quello di altri umani. La decrescita “poco felice” del nostro sistema di vita, causata non da un destino ineluttabile, ma dai nostri comportamenti, è un dato di fatto da cui partire per incamminarsi per un’altra strada.


La avenida 9 de julio a Buenos Aires deserta durante il lockdown. Foto Wikipedia

Cosa dovremo fare dopo la decrescita?

Partiamo da ciò che è rimasto di tutta la nostra società basata sull’economia: cosa si è fatto nel periodo di quarantena per vivere ed avere relazioni con gli altri? È servito essere in buona salute, nutrirsi bene, avere dell’energia a disposizione e sviluppare le relazioni, perché abbiamo capito che comunicare è un fatto culturale e non solo tecnico – informativo. Quindi tutto ciò su cui dobbiamo fondare la ricostruzione dopo la decrescita riguarda questi ambiti: se cercheremo semplicemente di ritornare alla vita che conducevamo prima, sbatteremo contro il muro. Avremmo una vita insostenibile e favoriremmo la diffusione di virus che, a quanto sembra, si trovano avvantaggiati da alcune condizioni presenti nella nostra vita attuale: lo sviluppo di grandi concentrazioni di viventi (metropoli per gli uomini, allevamenti industriali per gli animali, produzioni monocolturali per le piante); la condizione immunodepressa delle popolazioni umane e non-umane, costrette a vivere in questo stato; lo sviluppo e la diffusione nell’atmosfera del carbonio, che favorisce il proliferare e il permanere delle catene molecolari, quindi dei virus che sono fatti di catene di carbonio e che, ricordiamolo, sono la base della vita. Inspiegabilmente abbiamo rimosso dalla nostra coscienza la riduzione della biodiversità che, attraverso la complessità degli habitat, è un argine nei confronti del “salto di specie”, causa prima dell’attuale pandemia e di altre precedenti epidemie.

Se dovremo impegnare le grandi risorse finanziarie che si prevedono in arrivo, facciamolo per tutelare anzitutto la salute e l’alimentazione nostre e degli altri viventi, e facciamolo attraverso il ripristino di condizioni energetiche “sostenibili”. Queste poche frasi possono sembrare banali, ma aprono un gran numero di prospettive, soprattutto se pensiamo che questi risultati possiamo ottenerli attraverso sistemi di comunicazione a minore impatto energetico. Purché essi non annullino le individualità e non riducano le persone a un’immagine di sé, perché in tal caso l’impatto energetico negativo sarebbe solo apparentemente minore.

Non ne siamo ancora consapevoli, ma la pandemia ha aperto una nuova strada per l’umanità. È avvenuto altre volte nella storia dell’uomo di assistere e partecipare al crollo di sistemi creduti indistruttibili. Come ci ricordava Serge Latouche nel 2013: “Le catastrofi ci sono state e ci saranno di nuovo. Ma c’è anche la capacità del mondo di riorganizzarsi. L’Impero romano si è riorganizzato. Solo che nel IV secolo d.C. la popolazione di Roma è passata da circa due milioni di abitanti a circa trentamila. Oggi la popolazione di Detroit è passata da circa due milioni a meno di settecentomila abitanti. Che cosa è successo? La gente non è sparita, non è stata massacrata: molti sono andati altrove, quelli rimasti hanno riconvertito la zona centrale di Detroit in orti urbani…. È un’altra civiltà che nasce. Probabilmente succederà lo stesso a Parigi, a New York, sarà un cambiamento forte ma che avverrà a poco a poco.”[10]

Chi non aveva aperto gli occhi dieci anni fa, oggi sarà costretto a farlo e a ripensare criticamente i propri comportamenti e relazioni sociali. Non sarà un processo semplice ed indolore, tutt’altro. Ma è l’unica via per costruire, dopo la decrescita, un mondo e una vita più degni di essere vissuti.

fonte: comune-info.net


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Alessandra Prampolini, Wwf Italia. Per salvare la Terra dobbiamo fermare lo sfruttamento nascosto



Quest’anno il tema della Giornata mondiale della Terra è il ripristino degli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Alessandra Prampolini che, dallo scorso gennaio, è direttrice generale del Wwf Italia, prima donna a ricoprire questa carica nell’associazione. Dal consumo di cibo non più sostenibile all’agricoltura, dall’allevamento fino alla deforestazione, Alessandra Prampolini invita ad analizzare la crisi climatica e quella della biodiversità come fenomeni interconnessi, rispetto ai quali vanno messe in campo azioni integrate e trasversali. In quest’ottica, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che l’Italia si appresta a presentare a Bruxelles costituisce uno snodo fondamentale, perché le modalità con le quali decideremo di declinarlo tracceranno il solco lungo il quale ci muoveremo nei prossimi anni.

In occasione della Giornata mondiale della Terra il Wwf ha lanciato la campagna Food4Future. Qual è il messaggio principale che volete veicolare?

Dobbiamo modificare i sistemi agroalimentari sia dal punto di vista della produzione che da quello del consumo. Per come sono oggi, hanno impatti eccessivi sul pianeta e non sono efficienti: né per quanto riguarda la distribuzione – pensiamo al tema dei rifiuti e a quello della fame nel mondo –né per quanto concerne la salute, perché la gran parte del cibo che produciamo non è salutare. I sistemi agroalimentari vanno rivisti alla luce delle necessità umane e dei limiti del pianeta.

Alessandra Prampolini è direttore generale del Wwf Italia dallo scorso mese di gennaio © Giovanna Quaglieri

Quali sono gli impatti negativi sull’ecosistema di un consumo di cibo poco sostenibile?

Clima e biodiversità sono crisi planetarie che rappresentano due facce della stessa medaglia: l’80 per cento della perdita di biodiversità è causata dall’agricoltura e dall’allevamento, che sono responsabili anche del 24 per cento delle emissioni nocive. C’è poi il grande tema del consumo del suolo: abbiamo già consumato i tre quarti delle terre emerse e la prima causa della deforestazione sono proprio le nuove coltivazioni e l’allevamento, che già occupano il 40 per cento delle terre emerse. Un altro punto importante è quello dei cicli biogeochimici: consumiamo fertilizzanti minerali in numero dieci volte maggiore rispetto a 50 anni fa, e ciò si traduce in inquinamento, degrado del suolo e peggiore qualità delle acque. In proposito, l’uso scorretto della risorsa idrica ha portato a un consumo triplicato in 50 anni dell’acqua destinata all’agricoltura, senza dimenticare che l’80 per cento dei laghi italiani versa in uno stato ecologico non buono.
Abbiamo già consumato i tre quarti delle terre emerse e la prima causa della deforestazione sono proprio le nuove coltivazioni e l’allevamento, che già occupano il 40 per cento delle terre emerse.

Il tema della Giornata della Terra 2021 è il ripristino degli ecosistemi. In proposito, un vostro recente report ha quantificato gli impatti sulla deforestazione legati al commercio internazionale. Cosa emerge in particolare da questo lavoro?

Emerge l’enorme impatto della deforestazione importata, nascosta nelle nostre abitudini di consumo e in quello che mangiamo. Un tempo le foreste si utilizzavano principalmente per realizzare utensili in legno o per il riscaldamento domestico, mentre ora la produzione di soia, olio di palma e carne bovina è la principale responsabile della deforestazione. Il Wwf sta lavorando con l’Unione europea a una proposta legislativa per ridurre l’impronta dei consumi, ponendo limiti all’importazione di prodotti che abbiano origine forestale o che siano legati alla deforestazione. Quella nascosta pesa ormai per l’80 per cento rispetto alla deforestazione in tutto il mondo; l’Europa è seconda solo alla Cina in termini di deforestazione importata, e l’Italia figura al secondo posto in Europa.


La deforestazione dell’Amazzonia brasiliana © Mario Tama/Getty Images

Sempre in riferimento anche al cibo che arriva sulle nostre tavole, stiamo perdendo il prezioso esercito degli insetti impollinatori. Qual è il quadro e quali sono le conseguenze?

Si tratta di una delle crisi più drammatiche a livello globale, di un fenomeno che procede a velocità spaventosa e che spesso in passato è stato ignorato. Il numero dei volatori in Europa si è ridotto del 70 per cento negli ultimi 30 anni, e oggi a livello globale il 40 per cento degli insetti più comuni come api selvatiche, farfalle e coleotteri rischiano l’estinzione. Ben l’80 per cento delle 1.400 piante da cui si produce cibo nel mondo richiede l’impollinazione: il venir meno di questo servizio ecosistemico fa crollare le possibilità di portare in tavola alimenti che garantiscono la nostra salute e il nostro sostentamento. La riduzione di cibi legati a una dieta sana come frutta, verdura, noci e semi, aumenta i rischi di diabete e di malattie cardiovascolari; anche perché al contempo si assiste alla crescita di colture alimentari povere di nutrienti come riso, soia, mais e patate.

Tra le principali cause dell’estinzione degli impollinatori ci sono anche i cambiamenti climatici. A livello globale si sta facendo abbastanza per contrastarne gli effetti?

Ancora no, purtroppo. Come Unione europea ci siamo posti l’obiettivo della decarbonizzazione al 2050 e target progressivi intermedi con orizzonte al 2030. A fronte dell’Accordo di Parigi, manca però l’implementazione di un piano di azione vincolante per i diversi Paesi: gli obiettivi devono essere legati alla riduzione delle emissioni e a un aumento delle energie rinnovabili, e al contempo serve una chiara scansione temporale per il loro raggiungimento. Lo scorso anno non ha aiutato lo slittamento della Cop26 a causa dell’emergenza pandemica, perché avrebbe rappresentato un importante momento di confronto a cinque anni dagli accordi di Parigi.

L’agricoltura intensiva e il dissennato utilizzo di pesticidi hanno causato un allarmante declino degli insetti impollinatori, tra cui le api © Ingimage

Il Wwf ha rimarcato le “enormi prospettive di collaborazione” che esistono tra uomo e natura nel contrasto ai cambiamenti climatici.
Un aumento delle temperature causa una perdita di biodiversità, ma è bene rimarcare che è vero anche il contrario: ci sono tante specie animali che sono preziose alleate nel contrasto al cambiamento climatico. Faccio qualche esempio. Elefanti, gibboni e macachi svolgono un ruolo essenziale per diffondere i semi di molte specie arboree, e in questo modo contribuiscono all’espansione della biodiversità in habitat anche molto diversi fra di loro. In vita, le balene accumulano carbonio nei tessuti e quando muoiono lo depositano sui fondali marini: ogni balena adulta cattura in media 33 tonnellate di CO2. Anche le formiche, con il loro instancabile lavoro, generano una serie di reazioni chimiche che facilitano assorbimento della CO2 da parte del suolo: i suoli abitati da formiche hanno una capacità di assorbimento 300 volte superiore rispetto agli altri.

Il Next Generation Eu può rappresentare una svolta per la transizione ecologica dell’Europa?

Il Next Generation Eu è lo strumento del secolo e le modalità con le quali decideremo di utilizzarlo daranno l’impronta dei prossimi anni. Rappresenta insomma un’occasione unica e come Wwf stiamo chiedendo che l’approccio sia quello della transizione ecologica, a patto che lo sia realmente. Il primo principio è che il valore della natura deve essere, con un approccio trasversale, incorporato in tutti i processi decisionali.
In Italia si avrebbe entro il 2030 la creazione di 163 mila nuovi posti di lavoro grazie alle rinnovabili © Nicholas Doherty, Unsplash

Alessandra Prampolini, il 30 aprile l’Italia dovrà presentare il Piano nazionale di ripresa e resilienza all’Ue, su cosa si dovrebbe puntare con maggiore decisione?

Almeno il 37 per cento delle risorse deve essere destinato in azioni in difesa del clima e a tutela della biodiversità. In secondo luogo, l’azione di rilancio del nostro Paese deve prevedere un rinnovamento della strategia industriale, il cui fine ultimo deve essere la completa decarbonizzazione: ciò potrà avvenire solo con target di riduzione delle emissioni molto chiari e con investimenti massicci sulle energie rinnovabili. Va infine riqualificata la natura: in Italia abbiamo uno dei patrimoni più importanti in Europa, ma anni di consumo incauto di suolo hanno fatto sì che siano sopravvissute piccole isole di biodiversità, non collegate fra di loro, che oltretutto si stanno riducendo. Servono quindi azioni per la tutela, il ripristino e la riconnessione delle tante aree che il nostro Paese ospita: ciò a vantaggio non solo del turismo, ma anche di attività come l’agricoltura e la pesca.

fonte: www.lifegate.it



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L'Alta Francia, dove la transizione ecologica funziona

Università Zero Carbonio, fotovoltaico sui tetti degli asili nido, scuole per i nuovi mestieri green



Nel Governo guidato da un Draghi che proclama l’importanza non solo di “una buona moneta”, ma anche di “un buon pianeta”, il tema della transizione ecologica è inaspettatamente diventato di grande attualità politica. Ma pochi sanno che l’idea di un ministero della Transizione ecologica viene da lontano, e precisamente dalla Regione francese del Nord Pas de Calais, oggi Hauts-de-France.

Era il 2012. Jeremy Rifkin aveva incontrato al Comitato delle regioni, a Bruxelles, Claude Lenglet, un ingegnere che a Meudon, nei sobborghi di Parigi, aveva progettato il primo edificio francese che produceva più energia di quanta ne consumava per la multinazionale delle costruzioni Bouygues. E’ un edificio da 25.000 metri quadrati che consuma 62 chilowattora annui per metro quadro e ne produce 64. Lenglet era stato nominato responsabile delle politiche ambientali della regione del Nord Pas de Calais, e disse a Rifkin che Daniel Percheron, presidente della Regione del Nord Pas de Calais, voleva incontrarlo.

L’intesa fra i due fu totale. Fu concordato un Master Plan per la “transizione ecologica a una economia di Terza Rivoluzione Industriale”, un nuovo modello economico attento alle leggi della termodinamica e rispettoso degli ecosistemi locali e globali.

Nel workshop iniziale di 4 giorni che si tenne nella capitale Lilla, gli esperti locali si incontrarono con gli esperti internazionali della task force guidata dallo stesso Rifkin per progettare una trasformazione economica radicale verso una economia di Terza Rivoluzione Industriale. Un processo basato su un mix di innovazioni: un sistema energetico distribuito costituito da migliaia di piccoli impianti di energia rinnovabile con tecnologie dell’idrogeno; la prima comunità dell’energia secondo i principi esposti dal pro rettore della Sapienza Livio de Santoli; un modello di consumi ispirato ai principi dell’economia circolare in cui il concetto di rifiuto non esiste più. Infine si prevedeva anche un radicale processo di reindustrializzazione basato sul modello delle stampanti 3D e la manifattura additiva, e una nuova sharing economy (chiamata “Economie de la fonctionnalité”) per dare massima efficienza alla produzione di beni e servizi.

Per la regione Nord Pas de Calais non si trattava di una impresa da poco perché era stata la culla del modello tradizionale basato sulla seconda rivoluzione industriale e sui fossili, con i suoi bacini carboniferi, le sue acciaierie e le sue grandi fabbriche automobilistiche.

Per raggiungere questi obiettivi era necessario creare una cabina di regia unica che potesse coordinare le politiche energetiche, ambientali, alimentari, agricole, industriali, commerciali e sociali prima disperse in una pletora di dipartimenti e assessorati diversi. Per questo Rifkin propose un nuovo sistema di governance con la creazione di un Assessorato alla Terza Rivoluzione Industriale e alla Transizione Ecologica che venne affidato proprio a Claude Lenglet. L’Assessorato aveva una dotazione di 200 miliardi di euro da investire in un arco di tempo lungo: fino al 2050.

Si trattava di un investimento che secondo il Master Plan avrebbe comportato risparmi energetici ed economici, per lo stesso periodo, di 320 miliardi, con un saldo attivo di 120 miliardi. Lo scenario convenzionale che continuava a mantenere la dipendenza dalle fonti fossili, avrebbe invece comportato una spesa netta al 2050 di minimo 400 miliardi di euro senza alcun ritorno. Anche il saldo occupazionale al 2050 era positivo: nello scenario di transizione, si prevedeva un saldo netto positivo di 165.000 posti di lavoro, nello scenario fossile il saldo era negativo, e cioè si perdevano 102.000 posti di lavoro.

Dopo la fusione amministrativa fra il Nord Pas de Calais e la Picardia, che diede luogo a una nuova regione da 7 milioni di abitanti chiamata Hauts de France, il Master Plan venne esteso alla nuova entità amministrativa e la Transizione ecologica venne trasferita dall’assessorato a una vicepresidenza regionale che venne affidata al numero due della Regione.

A quel punto Ségolène Royale (in procinto di diventare ministro dell’Ambiente), dopo un lungo colloquio con Rifkin, decise di sposare il progetto trasferendolo sul piano nazionale. Nacque così il ministero all’Ecologia, che concentrava le competenze di sviluppo economico, energia, trasporti, ambiente ed edilizia popolare e si diede l’obiettivo di elaborare e far approvare quanto prima una legge per la transizione ecologica e la crescita verde

Vennero aggiunte le competenze relative all’economia circolare, alla digitalizzazione e all’economia della condivisione. A quel punto il ministero venne ridenominato “ministero per la Transizione ecologica” e fu riconfermato in tutte le successive amministrazioni e oggi, nell’amministrazione Macron è guidato una ministra di origine italiana, Barbara Pompili.

Ma nel frattempo l’esperimento è andato avanti nella Regione Nord – Pas de Calais / Hauts de France a vari livelli. Il primo sono i nuovi modelli finanziari green che possono essere sostenuti direttamente dai cittadini. Ad esempio la regione ha promosso l’azionariato diffuso dalla sua pagina web con la start up innovativa Cow Funding che ha già finanziato progetti come il bike sharing elettrico, l’acqua in bottiglia di plastica con vuoto riutilizzabile, il fotovoltaico sui tetti degli asili nido.

Il secondo riguarda le nuove figure professionali richieste dalla transizione ecologica (esperti di idrogeno, smart grid, economia circolare, sharing economy). A Lilla è nata la Scuola di Formazione della Terza Rivoluzione Industriale, i cui locali sono stati ricavati in una ex fabbrica. Il Centro Specialistico ha preso il nome di Università Zero Carbonio. La più grande università della regione, l’Université Catholique de Lille, è già impegnata su questo fronte.

Il terzo livello è l’educazione all’economia circolare basata su campagne di comunicazione che sono all’ordine del giorno in Francia e di cui in Italia non si vede neanche l’ombra.

fonte: www.huffingtonpost.it


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