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Ecosistemi in Costituzione

La Commissione affari costituzionali ha varato una sorprendente proposta di modifica di due fondamentali articoli della Costituzione dedicati alla tutela della biodiversità, degli ecosistemi e degli animali. Se la proposta dovesse passare, sarebbe la prima volta che il Parlamento propone di modificare la prima parte – quella dei principi – della Carta del ‘48. Segno evidente di una maturata sensibilità in tema ambientale, emersa e coltivata dal basso. «L’iter, comunque, sarà lungo… – aggiunge Paolo Cacciari – C’è da rallegrarsi anche del non accoglimento da parte della maggioranza della Commissione affari costituzionali del Senato della proposta, più volte caldeggiata dal neoministro Enrico Giovannini, di introdurre in Costituzione l’ambiguo sintagma dello “sviluppo sostenibile”, che avrebbe concesso una dignità persino costituzionale alle discutibili pratiche della green economy…»




Una inaspettata buona notizia viene dal Senato. La Commissione affari costituzionali ha varato una proposta di modifica di due fondamentali articoli della Costituzione che regolano i diritti e i beni fondamentali della Repubblica. L’Articolo 9 viene modificato con una aggiunta di due commi finali (che qui evidenziamo scrivendoli in corsivo): “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”. Altre due integrazioni all’Articolo 41: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, alla salute, all’ambiente. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali”.

Se la proposta dovesse passare in aula al Senato, sarebbe la prima volta che il Parlamento propone di modificare la prima parte – quella dei principi – della Carta del ‘48. Segno evidente di una maturata sensibilità in tema ambientale che ha raggiunto i vertici delle istituzioni. L’iter, comunque, sarà lungo (doppia lettura in Camera e Senato, eventuale referendum confermativo) e alcune forze politiche (tra cui la Lega) hanno già il mal di pancia.

É ben vero che l’inserimento della tutela della salute potrebbe apparire pleonastico (l’Articolo 32 esiste già) e che gli orientamenti della Corte costituzione includono già la tutela dell’ambiente naturale all’interno del più ampio significato di “paesaggio”. Ma non sempre è facile per i movimenti ecologisti raggiungere in giudizio la Suprema corte e non sempre si sono ottenuti pronunciamenti favorevoli. Il nuovo articolato, quindi, rafforza il principio della tutela degli ecosistemi naturali riconoscendone esplicitamente il loro valore fondamentale per il bene comune del paese. E ciò non può che fare piacere, poiché incoraggia a promuovere una legislazione ambientale più avanzata in un paese massacrato da una industrializzazione e da una urbanizzazione scellerata. Così come fa molto piacere il riconoscimento degli animali non umani e quello delle generazioni future. Non sono quindi solo gli aventi diritto al voto i “sovrani” al potere, ma anche tutti gli esseri viventi, presenti e futuri, con cui va condiviso il mondo.

C’è da rallegrarsi anche del non accoglimento da parte della maggioranza della Commissione affari costituzionali del Senato della proposta, più volte caldeggiata dal neoministro Enrico Giovannini e dalla sua associazione ASviS, di introdurre in Costituzione l’ambiguo sintagma dello “sviluppo sostenibile”, che avrebbe concesso una dignità persino costituzionale alle discutibili pratiche della green economy. Un grazie, doveroso, alla senatrice Loredana De Petris che da qualche decennio ha insistito per adeguare la Carta del ’48 alle nuove evidenze e responsabilità ecologiche.

Ci si potrebbe invece rammaricare del mancato esplicito riconoscimento legale dei Rights of Nature. “Il movimento per i diritti della natura sta crescendo – scrive il Right-of-Rivers-Report, redatto da diversi istituti di ricerca: Cyrus R. Vance Center for International Justice, Earth Law Centere International Rivers – È guidato da popoli indigeni, società civile, esperti legali, e giovani, che chiedono una riforma sistemica del nostro modo di rapportarci con la natura”. La Natura viene intesa come soggetto dotato di “personalità giuridica” (esattamente come lo è un ente economico o una società di persone) portatore di diritti ad esistere, evolvere e prosperare. Diritti che possono essere difesi in tribunale tramite organismi di tutela (amministratori, piuttosto che proprietari) composti da gruppi di persone o da enti che hanno questo obbligo legale. Il salto logico e filosofico, etico e politico è evidente. Si tratta di passare dal diritto degli umani ad avere un ambiente salubre, al diritto della natura, in quanto tale, a rigenerarsi. Un passaggio di approccio dall’antropocentrismo all’ecocentrismo.

Esistono ormai esperienze di “costituzionalizzazione” dei diritti di particolari ecosistemi (bacini fluviali, laghi, foreste, montagne…) in molte parti del mondo. Non solo in Sua America (con Ecuador e Bolivia apripista), ma in vari paesi dell’Oceania, in Asia (India, Bangladesh e Filippine), Nord e Centro America (Stati Uniti Stati Uniti, Costa Rica e Messico) e Africa (Uganda). Certo, la giurisprudenza dei diritti della natura è ancora agli inizi, ma è sicuro che solo se i nostri “stati di diritto” sapranno compiere questo salto culturale epocale inclusivo degli animali non umani e del vivente in generale (come lo è stato con l’abolizione della schiavitù o con i diritti politici delle donne) sarà possibile preservare i cicli vitali del pianeta dalla “macro criminalità di sistema”, per usare le parole di Luigi Ferrajoli, e pensare a una vera Costituzione della Terra (www.costituenteterra.it).

fonte: comune-info.net

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Ecco cosa ci sarà (davvero) nel Collegato ambientale, spiegato dal sottosegretario Morassut

Bonifiche e decarbonizzazione tra i temi al centro dei lavori, mentre per il dissesto idrogeologico sarà portato all’attenzione del Parlamento un decreto legge ad hoc























Sin dallo scorso autunno c’è grande attesa per il prossimo Collegato ambientale alla legge di Bilancio, che dovrà dare corpo all’annunciato Green new deal: nei giorni scorsi sono circolate delle bozze di lavoro spacciate per testi definitivi o quasi, che il ministero dell’Ambiente si è però affrettato a smentire parlando di «indiscrezioni giornalistiche inattendibili». Quali saranno dunque i temi al centro del provvedimento, e quando verrà presentato un testo organico? Lo abbiamo chiesto a Roberto Morassut, sottosegretario al ministero dell’Ambiente.
«In questa fase – spiega Morassut – stiamo lavorando su dei materiali preliminari che comprendono contributi degli uffici e degli organi tecnici, consultivi e legislativi del ministero dell’Ambiente oltre ai contributi liberi delle forze politiche di maggioranza. Quello che è filtrato sulla stampa è quindi un materiale eterogeneo, “un brogliaccio” non ancora selezionato, e dunque privo di attendibilità.
La selezione dovrà avvenire, in primo luogo, in relazione al quadro europeo e alle linee strategiche su cui si assesterà la Commissione europea per impostare il Green new deal, in primo luogo dal punto di vista delle risorse economiche disponibili e degli obiettivi.
Partendo da questa “visione” costruiremo il testo del Collegato nel lavoro della maggioranza e nel confronto con altri ministeri, in un lavoro organico e di squadra, perché la prospettiva di una svolta verso la sostenibilità ed un nuovo modello di sviluppo non è un tema settoriale ma una grande scommessa politica e di civiltà. Vogliamo allargare il confronto anche alle realtà produttive, associative e professionali, agli attori economici. Il Collegato può essere un grande momento di confronto sul futuro del Paese e quindi la partecipazione deve essere larga. Comunque vogliamo darci tempi rapidi.
C’è piena sintonia con il ministro sulle strategie e sugli obiettivi che rappresentano un punto qualificante del programma di governo, e sui quali il ministro è impegnato con grande energia. Nel ministero c’è un bel clima di collaborazione e con tutti gli uffici coinvolti riusciremo a portare a sintesi un lavoro così articolato».
Nonostante il 91% dei Comuni italiani sia soggetto a rischio idrogeologico, il nostro Paese – come testimoniato da ultimo anche dalla Corte dei conti – fa molta fatica a spendere anche le pur insufficienti risorse disponibili per arginare il fenomeno: nel Collegato ambientale sono previste misure per sbloccare i cantieri?
«Per quanto riguarda il dissesto idrogeologico vogliamo portare all’attenzione del Parlamento un decreto legge. Nulla più del tema del dissesto merita di essere trattato con “urgenza”. I tempi del Collegato non sono compatibili con la necessità di intervenire subito, apportando modifiche significative ad una macchina operativa che, nel tempo, si è caricata di troppe stratificazioni per le continue e non sempre efficaci manomissioni al modello operativo.
La mia opinione è che bisogna far funzionare bene le risorse economiche e professionali di cui lo Stato dispone, migliorandone le prestazioni e rimettendo ordine nel processo operativo, chiarendo meglio chi fa cosa. Considero, in questo quadro, essenziale restituire alle Autorità di bacino un ruolo vero e non solo formale di indirizzo e programmazione, come deliberato dalla legge n. 183 dell’89.
Un primo tema è l’esatta mappatura del rischio. Oggi la mappatura avviene per via essenzialmente amministrativa, attraverso la trasmissione presso il Rendis da parte delle regioni della priorità degli interventi. Occorre, invece, migliorare la capacità di lettura e prevenzione su base scientifica e tecnologica, utilizzando al meglio i sistemi di telerilevamento spaziale (di cui l’Italia è leader mondiale) e il monitoraggio a terra, anche grazie alla rete impiantistica di Terna che può aiutarci a monitorare il comportamento dei suoli e le modifiche profonde che essi subiscono incessantemente. Questi elementi vanno incrociati con il lavoro di Ispra, in primo luogo, sull’Inventario dei fenomeni franosi.
In secondo luogo, va affrontato il tema operativo della spesa e delle opere. Deve crescere la capacità tecnica delle Regioni e dei Comuni di progettare ed appaltare. E vanno chiariti i ruoli di tutte le strutture di supporto che possono fornire un contributo tecnico a questo aspetto dell’azione dei Comuni e delle Regioni. In particolare mi riferisco al ruolo di Invitalia, di Sogesid, dei Provveditorati alle opere pubbliche o della stessa Cassa depositi e prestiti.
Serve un “sistema” di soggetti tecnico – operativi di altissima efficienza, che consenta al ministero di erogare i fondi e di controllarne quindi meglio l’effettivo utilizzo. Questa priorità è importantissima per accrescere la fiducia nelle istituzioni ed il senso di sicurezza delle popolazioni.
Non escludo, in linea di principio, che in certe situazioni possa essere utile anche l’intervento diretto dello Stato, attraverso reparti militari di alta capacità tecnica e operativa per accelerare opere che vanno a rilento o realizzare interventi particolarmente urgenti. Di questo vorremo discutere al ministero della Difesa».
Un’ampia fase di stallo interessa anche le bonifiche dei Siti d’interesse nazionale (Sin), che dopo decenni sono concluse solo per il 15% dei suoli e il 12% delle acque sotterranee. Quali strumenti è possibile mettere in campo?
«Nel Collegato inseriremo un mandato al Governo per presentare una legge delega nella quale riformare completamente la parte del 152/2006 (Testo unico per l’ambiente) che tratta il tema delle bonifiche.
In linea di massima posso anticipare questo: vogliamo coordinare la legislazione sul tema del danno ambientale e delle bonifiche, che oggi viaggiano su due binari paralleli. La conseguenza di questo è che l’individuazione dei responsabili degli inquinamenti non ha la certezza necessaria e quindi diventa tutto più lento. L’individuazione certa della responsabilità di un’area inquinata è il primo passaggio e va risolta con tempi più certi. In secondo luogo vi è il tema della certificazione della analisi del rischio che ci restituisce l’intensità dell’intervento di bonifica. Anche qui il meccanismo è farraginoso.
Per affrontare questi temi il ministero dell’Ambiente ha istituito una Direzione generale specifica sulle bonifiche, che ha iniziato a lavorare con grande impegno».
All’inizio di gennaio il Governo ha inviato a Bruxelles il Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), ma dopo poche settimane lei ha dichiarato che – come poi confermato anche dal ministro Costa – il testo sarà rivisto per rispondere agli obiettivi più sfidanti proposti dall’Ue. Quali progressi si attende?
«Il lavoro svolto dal ministero dell’Ambiente (d’intesa col Mise) sul Pniec è stato importante e resta un patrimonio fondamentale. Ma dobbiamo tener conto che siamo in un momento di grande accelerazione sul tema della transizione energetica sia per quanto riguarda gli obiettivi indicati dall’Europa (che vogliamo cogliere) sia per quanto riguarda l’evoluzione tecnologica e dei sistemi di approvvigionamento, oltre che delle fonti.
Si stanno aprendo interessanti prospettive per l’idrogeno ma intanto occorre rafforzare l’impegno sulle rinnovabili. Sul solare termico, l’eolico e sull’elettrico con un occhio particolare rivolto alle città. Tanto che uno degli obiettivi più ravvicinati dovrebbe essere proprio quello di riconvertire tutto il trasporto pubblico locale all’energia pulita nell’arco di pochi anni, meno di un decennio.
Nello stesso tempo occorre compiere uno sforzo maggiore sul tema del contenimento delle emissioni di CO2, con investimenti sulle infrastrutture verdi, sulla riconversione di alcuni settori industriali (e qui c’è il tema di Taranto e del settore siderurgico) e sulla questione della rigenerazione urbana in funzione del contenimento del consumo di suolo e della riconversione industriale dell’edilizia, puntando su nuovi materiali, nuove tecnologie impiantistiche, nuove forme urbane non estensive ed un riciclo dei materiali da costruzione attraverso uno specifico End of waste.
Come vede sono temi che faranno parte del Collegato ambientale, e che influiscono però sugli obiettivi del nuovo Pniec».
Nel frattempo però gli investimenti in energie pulite languono sul territorio, strozzati dalla sindrome Nimto (non nel mio mandato elettorale) prima ancora che dalla Nimby: il comparto della geotermia ad esempio sta vivendo mesi particolarmente difficili dopo che il precedente Governo non ha previsto il rinnovo degli incentivi nel decreto Fer 1. Adesso l’approccio sembra stia cambiando, ma il decreto Fer 2 atteso per febbraio ancora non si vede: il ministero dell’Ambiente crede nello sviluppo della geotermia? Quale tempistiche prevede?
«Il Mise sta lavorando con solerzia allo schema di decreto Fer2, sul quale come ministero dell’Ambiente daremo il nostro contributo. Sul punto geotermia il ministro Patuanelli ha espresso orientamenti convincenti. L’adozione del Pniec comporta una rivisitazione globale del rapporto del nostro Paese con le rinnovabili. Mettere al bando carbone e fonti fossili non può coniugarsi con il mantenimento di presupposti, spesso ascientifici, sulle rinnovabili. Fotovoltaico, eolico e geotermia e ogni altra fonte rinnovabile sono la scelta operata dal Governo con il Pniec, naturalmente minimizzando o annullando ogni tipo di impatto ambientale».
fonte: www.greenreport.it

Consumo di suolo: che fine ha fatto la legge del Forum Salviamo il Paesaggio

Da oltre un anno le Commissioni congiunte Agricoltura e Ambiente del Senato stanno lavorando sulla bozza di una norma nazionale a contrasto del consumo di suolo. L’iter sta però procedendo con “ritardi e rallentamenti gravi” e nelle ultime settimane pare essersi fermato. “Salviamo il Paesaggio” e “Pro Natura” sollecitano il Parlamento e provano a tenere viva la discussione nei territori

© Kolar - Unsplash


L’iter legislativo che dovrebbe dare all’Italia una legge sul consumo di suolo è da alcuni mesi fermo al Senato. Lo denuncia il Forum Italiano dei Movimenti per la Terra ed il Paesaggio, formato da diverse associazioni e da singoli cittadini, a cui si deve la proposta di legge presentata nel febbraio 2018, il Ddl AS 164: “Norme per l’arresto del consumo di suolo e per il riuso dei suoli urbanizzati”, un testo elaborato da 75 esperti della materia. Nel frattempo, l’ultimo rapporto ISPRA-SNPA (2019) informa che in media 14 ettari al giorno e 2 metri quadrati al secondo di suolo vengono persi in Italia e che per ogni persona ci sono oltre 380 metri quadrati occupati da cemento, asfalto e altri materiali artificiali. Un fenomeno particolarmente accentuato nelle aree urbane ad alta densità, dove nel 2018 si sono persi in media 24 metri quadrati per ogni ettaro di aree verde. Di recente, anche la Corte dei Conti (con la Deliberazione del 31 ottobre 2019) ha invitato a ridurre il consumo di suolo, evidenziando il rapporto con i fenomeni di dissesto idrogeologico che comportano un grave impegno finanziario per il Paese. Per non parlare delle conseguenze sul cambiamento climatico, evidenziate nel rapporto ISPRA-SPNA.

“Le Commissioni congiunte ambiente ed agricoltura del Senato hanno fatto un lavoro importante con moltissime audizioni di esperti, enti e associazioni. Nonostante questo, non si è giunti a un accordo sul testo definitivo, che era previsto per novembre scorso. Ci sono state altre priorità e le resistenze politiche sono molte, da più fronti, come dimostra il complicato iter legislativo, oltre 12 proposte di legge diverse”, spiega Alessandro Mortarino del Forum.

E se con una legge che azzera il consumo di suolo la paura infondata è quella di “bloccare il settore edilizio”, Mortarino risponde che “Il titolo della nostra proposta parla chiaro, stop alle costruzioni da una parte, riuso dell’esistente dall’altra: nella rigenerazione urbana ecocompatibile ci sono moltissime potenzialità di sviluppo economico. Alcuni dati del censimento promosso dal Forum nei Comuni ci dicono che gli edifici sfitti e non utilizzati sono tra il 30% e il 40% del totale, un patrimonio su cui lavorare. Si può discutere sui singoli emendamenti, ma la cornice generale deve essere questa”.

Il rischio ora è che la legislatura si concluda senza arrivare a nulla. Si vanificherebbe così l’enorme lavoro che ha portato alla proposta di legge, risultato della convergenza di competenze scientifiche e accademiche e della mobilitazione della cittadinanza attiva (sono circa 100 le associazioni nazionali e più di 800 quelle locali che aderiscono al Forum). Da qui, dunque, la necessità di tornare a scuotere cittadini ed istituzioni per sollecitare l’urgenza di un cambio di rotta radicale. Il Forum, insieme alla Federazione nazionale Pro Natura, ha realizzato un documento congiunto, dove si rivolge un appello alle due Commissioni del Senato per riprendere al più presto i lavori. Secondo punto: agire nei Comuni. “Davanti a un percorso rallentato in Parlamento -dice Mortarino- bisogna tenere viva la discussione nei territori. Abbiamo preparato una mozione per i Consigli comunali dove si chiede di attuare iniziative e azioni a sostegno del Ddl. Attraverso gli aderenti al Forum, che comprende molti singoli cittadini, stiamo cercando di diffonderla in più Comuni possibile”. Proprio grazie al coinvolgimento della cittadinanza, alcuni Comuni (ad esempio in provincia di Milano Desio, Cassinetta di Lugagnano, Ozzero e altri) hanno potuto adottare in questi anni nuovi Piani urbanistici a crescita zero. “Infine -conclude Mortarino- vogliamo rilanciare la discussione a un livello nazionale: stiamo progettando due incontri importanti sul consumo di suolo in primavera, a Roma, uno con un taglio più politico-istituzionale e l’altro tecnico- scientifico”.

fonte: https://altreconomia.it

Alla larga dalle case: 25.000 firme per disciplinare l’uso di pesticidi

Un gruppo di attivisti si è mobilitato attraverso Facebook, in una pagina (Stop Pesticidi) che raccoglie oltre 55 mila adesioni, e ha portato in Parlamento una petizione per assicurare distanze di sicurezza tra abitazioni e campi in cui si diffondono pesticidi















In campagna non si vive bene quanto sembra. E il rischio ambientale rischia di essere più alto che nei grandi centri, almeno per quanto riguarda alcune sostanze inquinanti, prime tra tutte i pesticidi. Così, un gruppo di attivisti si è mobilitato attraverso Facebook, in una pagina (Stop Pesticidi) che raccoglie oltre 55 mila adesioni, e ha portato in Parlamento una petizione per assicurare distanze di sicurezza tra abitazioni e campi in cui si diffondono pesticidi. Oltre a questo, la petizione che ha raccolto in poco tempo e solo con la mobilitazione online 25 mila firme chiede che i cittadini delle zone rurali vengano avvisati dei giorni e degli orari di trattamento, per evitare di trovarsi esposte direttamente allo spray chimico.
“A essere maggiormente esposti agli effetti dei pesticidi, al cosiddetto ‘effetto deriva’, non sono gli agricoltori, che per spargere i pesticidi si attrezzano con tute e mascherine, ma chi vive accanto ai campi e alle serre”, ha spiegato Renato Bottiglia, fondatore e animatore del gruppo No pesticidi, presentando questa settimana la petizione alla Camera dei deputati. “Chiediamo che si assicurino le distanze di sicurezza tra campi irrorati e abitazioni, e che ci sia obbligo di avviso per i trattamenti dei campi”. A queste precise richieste, si aggiunge quella di garantire distanze di sicurezza tra i campi biologici e quelli trattati con la chimica. Un eventuale contaminazione del raccolto porta infatti alla cancellazione del marchio sullo specifico lotto di prodotti, con evidenti perdite in termini di denaro e reputazione.  
In Italia si consumano 5,7 chili per ettaro di sostanze attive mentre negli altri Paesi dell’Unione europea se ne usano mediamente 3,8 chili. Siamo al terzo posto In Europa per consumo di sostanze chimiche di sintesi nei campi. E in 10 anni la spesa per l’acquisto di pesticidi è aumentata del 50% mentre quella per i concimi del 35%. Nel mondo, secondo i dati delle Nazioni Unite, ci sono oltre 26 milioni di casi di avvelenamento acuto da pesticidi all’anno e 258mila decessi, in buona parte nelle aree rurali dei Paesi più poveri. Ma il rischio – sebbene in forma molto più ridotta - non si ferma alle frontiere del cosiddetto primo mondo: prova ne sia che in Francia il Parkinson viene riconosciuto come malattia professionale per gli agricoltori, anche se non per le popolazioni rurali.
“I pesticidi sono tra i più importanti fattori di rischio per la salute per quanto riguarda le malattie non trasmissibili”, aggiunge Patrizia Gentilini, oncologa dell’ISDE- Associazione Medici per l’Ambiente. “La lista delle pubblicazioni mediche affermate e ufficiali è infinita, nonostante esista una parte del mondo della ricerca che ancora cerca di far affermare visioni opposte. Sono migliaia le sostanze disperse nell’ambiente che attentano alla nostra salute: l’atrazina, vietata da decenni, si trova ancora in grande quantità nelle acque sotterranee. Molte delle sostanze pericolose bandite per tutelare la salute umana e ambientale vengono solo teoricamente vietate: negli ultimi 30 anni sono 176 le deroghe autorizzate”.
Le 25mila firme giungono, anche, in risposta a questi dati allarmanti. ”Gli effetti sanitari associati all’esposizione ai pesticidi sono ormai incontrovertibili”, afferma Renato Bottiglia.  “Tumori, sviluppo di diverse patologie neurodegenerative, neonatali, ormonali nonché problematiche a carico del sistema immunitario sono solo alcune delle conseguenze del contatto con i fitofarmaci. Tutti effetti a oggi sottostimati in quanto l’attuale valutazione del rischio considera l’esposizione puntuale al singolo pesticida, non l’esposizione continuata e gli effetti sommati dei differenti pesticidi a cui sono sottoposti non solo gli operatori professionali ma tutte le persone che vivono in zone agricole”.
fonte: www.lastampa.it

Riutilizzo, una legge attesa da tre anni: ‘Dalla nuova legislatura ci aspettiamo fatti concreti, l’inerzia porta al collasso’

Operatori dell’usato ancora in attesa: sono passati 3 anni dalla prima proposta di legge per il riordino del settore nonostrante il pacchetto dell’economia circolare mette il riutilizzo al centro dell’agenda europea























Sul Riutilizzo l’Italia non riesce ad andare oltre le dichiarazioni di principio. Questo nonostante le chiare indicazioni di priorità arrivate 10 anni fa dalla direttiva europea 98/2008, nonostante l’applicazione in Italia di questa direttiva mediante la legge 205/10, nonostante un recente pacchetto dell’economia circolare che ancora una volta mette il riutilizzo al centro dell’agenda.

“Il settore del riutilizzo - riferisce il Presidente di Rete ONU Alessandro Stillo - è animato da quasi 100.000 operatori dell’usato che reimmettono ogni anno in circolazione almeno mezzo milione di tonnellate di beni durevoli che altrimenti sarebbero conferiti tra i rifiuti. Nonostante questo importantissimo lavoro a favore dell’ambiente e a dispetto dei principi di legge, gli operatori dell’usato continuano ad essere abbandonati a loro stessi e ad essere vittima di evoluzioni normative che non tengono per nulla conto della loro esistenza e delle loro esigenze”.

Il Programma Nazionale di Prevenzione dei Rifiuti adottato dal Ministero dell’Ambiente nel 2013 afferma che “per incrementare i volumi di riutilizzo occorre pianificare azioni che rimuovano o contribuiscano a rimuovere gli ostacoli che inibiscono lo sviluppo del settore dell’usato” e specifica che “problemi ed esigenze del settore degli operatori dell’usato sono descritti nella piattaforma della Rete Nazionale degli Operatori dell’Usato (www.reteonu.it)”.

“Negli ultimi anni - spiega il Portavoce di Rete ONU Pietro Luppi - un gruppo di parlamentari, appartenenti a diverse forze politiche, ha raccolto le istanze degli operatori dell’usato italiani avanzando proposte di legge per il riordino del settore alle quali però non è stata data finora nessuna priorità. La prima di queste in ordine cronologico, firmata dagli Onorevoli Vignaroli, Zolezzi, Busto, Daga, De Rosa, Mannino, Micillo e Terzoni, è stata presentata il 17 giugno 2015, quindi esattamente 3 anni fa. Successivamente, altre tre proposte finalizzate alla promozione e al riordino del settore sono state presentate da altri parlamentari (primi firmatari Murer, Rossomando e Carrescia). Tra esse, la proposta di legge di Vignaroli è stata recentemente riproposta con l’Atto 56 della Camera dei Deputati”.

“Ora gli operatori dell’usato si aspettano rapide risposte - conclude Luppi - dalla nuova legislatura ci aspettiamo fatti concreti, prolungare l’inerzia rischia infatti di condurre il settore al collasso”.

fonte: www.ecodallecitta.it

Stop al consumo di suolo: la legge popolare arriva in Parlamento

La proposta elaborata dal Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio è stata depositata alla Camera. Rispetto all’originale, però, titolo e parte finale erano stati peggiorati. Un “disguido” poi risolto


















La proposta di legge costruita dal basso per fermare il consumo di suolo è arrivata in Parlamento. Il 23 marzo, infatti, il primo giorno dell’insediamento delle Camere, il Movimento 5 stelle ha depositato il testo di legge d’iniziativa dei deputati Daga, Micillo, Terzoni, Vignaroli, Zolezzi intitolato: “Disposizioni per il contenimento del consumo di suolo e per il riuso dei suoli edificati” (AC 63).
“Si tratta della nostra proposta di legge”, spiega soddisfatto Alessandro Mortarino del Forum italiano dei movimenti per la terra e il paesaggio (www.salviamoilpaesaggio.it). Un gruppo multidisciplinare ad hoc del Forum composto da 75 persone di diverse formazioni e provenienze (compresa la redazione di Altreconomia) ha lavorato alla stesura del testo per 13 mesi. E in piena campagna elettorale ha poi sottoposto quei 10 articoli all’analisi di tutte le forze politiche, chiedendo loro di farlo proprio per salvare il suolo, recuperare il patrimonio edilizio esistente, riconvertire le aree abbandonate e valorizzare i centri storici e le periferie da un punto di vista urbanistico, socioeconomico e culturale.
“Il consumo di suolo in Italia non conosce soste, pur segnando un importante rallentamento negli ultimi anni -si legge nella relazione che accompagna la nuova proposta di legge-: tra il 2013 e il 2015 le nuove coperture artificiali hanno riguardato ulteriori 250 chilometri quadrati di territorio, ovvero –in media– circa 35 ettari al giorno”. Il tutto a fronte di 7 milioni di abitazioni non utilizzate, 700.000 capannoni dismessi, 500.000 negozi definitivamente chiusi e 55.000 immobili confiscati alle mafie (dati Istat).
Mortarino è ottimista. “La proposta presentata è un atto molto importante che consente al nostro rigoroso documento normativo di uscire da un ambito puramente teorico per diventare ‘materia politica e legislativa concreta’ -spiega-. È indubbio, infatti, che la proposta di legge del Forum diventa ora punto di riferimento e di partenza per la discussione parlamentare: ci pare una ottima notizia e dimostra che il percorso che abbiamo iniziato nell’ottobre del 2012, pur lungo e faticoso, va nella direzione giusta”.
Tra la proposta del Forum e quella presentata in Parlamento c’erano alcune differenze. A partire dal titolo: nella prima era “Norme per l’arresto del consumo di suolo e per il riuso dei suoli urbanizzati”. Nella seconda, invece, la parola “arresto” ha ceduto il passo a un più tiepido “contenimento”.
Si tratta di un cambiamento incomprensibile visto che nei contenuti della proposta -dalla dettagliata relazione accompagnatoria fino all’articolato di legge- il tema dell’arresto non è stato affatto messo in discussione. Anzi. L’articolo 3 (“Arresto del consumo di suolo”), ad esempio, prevede ancora che dall’entrata in vigore della legge “non è consentito consumo di suolo per qualsiasi destinazione” e che “le previsioni edificatorie degli strumenti urbanistici comunali su terreni liberi costituiscono indicazioni meramente programmatorie e pianificatorie che non determinano l’acquisizione di alcun diritto da parte dei proprietari degli stessi terreni”. E così non ci sono passi indietro sugli interventi di rigenerazione delle aree urbanizzate degradate, sulla tutela dei boschi e delle foreste. O sugli oneri di urbanizzazione, che la proposta prevede debbano essere “destinati esclusivamente e senza vincoli temporali alla realizzazione delle opere di urbanizzazione primaria e secondaria che non comportano nuovo consumo di suolo, al risanamento di complessi edilizi compresi nei centri storici, a interventi di riuso e di rigenerazione, a interventi di tutela e riqualificazione dell’ambiente e del paesaggio, anche ai fini della prevenzione, mitigazione e messa in sicurezza delle aree esposte al rischio idrogeologico e sismico, attuati dai soggetti pubblici, nonché nel limite massimo del 30 per cento per le spese di manutenzione ordinaria e straordinaria del patrimonio comunale” (dalla sintesi della relazione).
L’altra differenza “discutibile” secondo il Forum riguardava le disposizioni finali. “Salviamo il Paesaggio” aveva previsto due commi che avrebbero permesso a cittadini, comitati o associazioni di conoscere preventivamente (almeno 10 giorni prima dell’adozione o approvazione) gli schemi dei provvedimenti di pianificazione comunale e dei relativi allegati. Una regola già introdotta nel 2013 e poi abbandonata nel 2016 a causa dell’opposizione di “gran parte dei comuni” (le parole sono del Forum). La proposta depositata alla Camera aveva invece cancellato la previsione.
Interpellato sul punto, l’ufficio legislativo del M5s ha riconosciuto un “generico incidente di percorso nel passaggio dei testi tra il nostro ufficio quello responsabile dei testi normativi della Camera”. La segnalazione ha dato i suoi risultati. Lunedì 11 giugno, infatti, l’ufficio competente della Camera avrebbe garantito la correzione del disguido, riportando così la legge alla versione del Forum. “Ci sarà molto lavoro da sviluppare e, certamente, altrettante fatiche e delusioni da superare -riflette Mortarino-. Ma ora la situazione ci offre entusiasmo ed energie”.
fonte: https://altreconomia.it

Conferenza Stampa SBLOCCA ITALIA GAMEOVER


                                                     

                       





COMUNICATO STAMPA del 4 Maggio 2018 

Pieno successo per la conferenza stampa alla Camera dei deputati sulla Campagna #SbloccaItaliaGameover 

Si è svolta stamattina alle 11,30 la prima conferenza stampa, con una entusiastica grande partecipazione, per illustrare lo straordinario risultato ottenuto con l’Ordinanza del 24 aprile u.s. con cui il TAR Lazio, come da noi richiesto espressamente in subordine all’annullamento del Decreto attuativo, rimette alla Corte di Giustizia Europea il giudizio di merito sulle questioni pregiudiziali da noi sollevate nel ricorso sulle evidenti difformità tra le norme europee (Direttive 2008/98/CE e 2001/42/CE) e quanto stabilito nella Legge 133/2014 ex Sblocca Italia. 

Tali evidenti contrasti sono stati evidenziati dal TAR Lazio e rinviati per competenza sul merito sia sul mancato rispetto della corretta gerarchia di trattamento dei rifiuti, dato dalla previsione del Piano nazionale per potenziare i 40 impianti esistenti che per costruire i nuovi 8 inceneritori nel Centro-Sud, che sulla mancata esecuzione della Valutazione Ambientale Strategica V.A.S., sempre prevista in caso di programmi o piani statali di gestione rifiuti che hanno impatto sull’ambiente e la salute ma del tutto ignorata dal Ministero dell’ambiente con motivazioni risibili. 

Sono stati approfonditi nella relazione di apertura di Massimo Piras (coordinatore del Movimento Legge Rifiuti Zero per l’economia circolare aps, presente anche l’ass. nazionale VAS Onlus con Rodolfo Bosi) gli aspetti di merito legati alla corretta attuazione delle Direttive europee ed il totale capovolgimento nello Sblocca Italia dei principi alla base dell’Economia circolare. 

Gli interventi nel merito giuridico sono stati tutti di alto livello, a cura del prof. Federico Pernazza - del prof. Antonello Ciervo – dell’avv. Carmela Auriemma, e tutti concordi nel definire la portata del tutto straordinaria di questa Ordinanza che consentirà, laddove siano confermati tali insanabili contrasti dalla Corte di giustizia europea, non solo di annullare il Decreto attuativo italiano ma soprattutto di emettere una sentenza definitiva ed immediatamente attuativa per tutti i paesi della Comunità Europea sul ruolo residuale dell’incenerimento nel paradigma dell’Economia circolare. 

Pienamente concorde con questa straordinaria nuova apertura e con gli effetti futuri per la tutela della salute e dell’ambiente l’intervento della dott. Patrizia Gentilini – per ISDE Italia Medici per l’ambiente e delle delegazioni delle associazioni ricorrenti (Comitato donne 29 agosto di Acerra NA ed ass.ne Mamme salute e ambiente di Venafro IS) e di quelle aderenti come la Rete Rifiutiamoli della Valle del Sacco RM-FR e altri Comitati e coordinamenti dalla Lombardia e dal Molise. 

E’ stato sottoscritto da tutte le organizzazioni presenti il testo di una mozione al parlamento italiano, per l’annullamento del DPCM 10-8-2017, ed al parlamento europeo per il supporto politico alla sentenza in itinere, consegnata ai rappresentanti alla Camera dei gruppi LeU e M5S. 





Conferenza stampa di approfondimento sull'ordinanza del TAR Lazio






















Cari amici,

riteniamo che il risultato straordinario ottenuto con il lavoro di tutti noi, ognuno per la sua competenza e capacità, ci dia uno straordinario incentivo a proseguire e moltiplicare gli sforzi sino alla sentenza finale dalla Corte di giustizia europea.

La notizia è già uscita su una parte della stampa ma non è ancora di dominio pubblico sui media in quanto crediamo ci sia l'interesse a tenerla sotto silenzio, e la conferenza stampa è prevista per VENERDI' 4 MAGGIO ore 11,00 appuntamento all'obelisco di Montecitorio (Camera dei deputati).

Per questo è necessario amplificare la notizia ed insieme prospettare i prossimi passi da fare sia sul piano giudiziario che su quello politico, in quanto non credo sfugga a nessuno che occorre mettere in sinergia la mobilitazione civica contro il piano per vecchi e nuovi inceneritori contenuto nel DPCM del 10/8/2017 promosso dal ministro Galletti tuttora in carica.

Sul piano giudiziario lo studio Pernazza-Ciervo e lo studio Auriemma stanno lavorando a costruire atti per la richiesta di sospensione "di fatto" del DPCM e per la verifica della tempistica alla Corte di giustizia europea e come accelerarla.

Sul piano politico riteniamo sia possibile che tali passaggi possano essere inseriti nell'agenda politica sia del parlamento italiano che di quello europeo, dato che la sentenza finale avrà applicazione per tutti i paesi dell'Unione Europea !!!!

La conferenza stampa è organizzata da noi, in quanto Movimento scrivente ed associazioni promotrici e sostenitrici, con l'invito esteso a tutti i gruppi parlamentari ed in particolare a quelli che si sono sempre schierati contro questo ignobile ed illegittimo provvedimento di legge.

Come da prassi per accedere in parlamento occorre fornire un elenco delle singole persone che saranno presenti, quindi vi invito a confermare a brevissimo giro entro lunedi sera la presenza vostra e di vostri associati (gli uomini con giacca e cravatta).

Vi ricordo anche l'importanza di registrare con il telefonino un vostro selfie in cui dite chi siete / dove siete e pronunciate la frase SBLOCCA ITALIA GAME OVER, alzando subito dopo ad altezza petto un cartello bianco con scritto in nero a caratteri grandi #sbloccaitaliagameover  che è lo slogan che vi chiediamo di diffondere insieme al banner che vi riallego DAPPERTUTTO.

I vostri video saranno montati e proiettati in apertura / chiusura della conferenza stampa stessa e per questo serve che siano inviati a questo indirizzo mail (leggerifiutizero@gmail.com) entro e non oltre MERCOLEDI SERA.


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Massimo Piras
Coordinatore nazionale

Movimento Legge Rifiuti Zero
per l'Economia Circolare

Sede in Roma piazza V. Emanuele II n. 2



Legge europea 2017, spiacevoli sorprese per rinnovabili e efficienza












Approvata definitivamente dalla Camera lo scorso 8 novembre, la legge europea 2017 (legge 20 novembre 2017, n. 167) contiene due articoli che riguardano il settore energetico.
Il primo è l'articolo 19, che modifica la disciplina delle agevolazioni per le imprese a forte consumo di energia elettrica. Non si tratta di cambiamenti di poco conto: secondo stime autorevoli, per finanziare gli sconti sul prezzo del kWh alle industrie energivore, l'onere sulle bollette degli altri consumatori passerà dagli attuali 626 milioni a circa 1,5 miliardi di euro. Eppure un incremento dei sussidi di queste dimensioni viene deciso senza prevedere in parallelo un percorso, graduato nel tempo, di efficientamento energetico dei processi produttivi delle imprese beneficiarie, basato sulle "best available technologies", al cui rispetto siano condizionate le agevolazioni, che, oltre tutto, grazie ai risparmi di energia in tal modo conseguibili, peserebbero complessivamente meno sulle bollette degli altri consumatori.
Viceversa, per mitigare l'impatto su costoro, lo stesso articolo 19 alloca automaticamente alla riduzione delle tariffe elettriche almeno il 50% delle risorse derivanti dai cali per gli anni 2017-2019 della componente tariffaria A3, destinata agli incentivi per le rinnovabili elettriche. Decisione molto grave, oltre tutto presa mentre negli stessi giorni in cui è uscita la nuova SEN, che prevede da qui al 2030 una crescita consistente della produzione elettrica con fonti rinnovabili. Decisione resa ancora più grave da quell'"almeno", che consente distrazioni di risorse al di là del 50%.

In un solo articolo la legge europea 2017 riesce quindi a conseguire due ordini di risultati negativi: si rinuncia a migliorare l'efficienza energetica in settori energy-intensive e si riducono le misure a favore delle rinnovabili. Complimenti vivissimi (a chi l'ha concepito e a chi l'ha approvato).
Il successivo articolo 20 della medesima legge rivede la disciplina sulle aste per incentivare le rinnovabili, adeguandola alle linee guida dell'Unione europea relativamente agli aiuti di Stato in campo energetico e ambientale. In primo luogo, con l'eccezione dell’eolico, dove la soglia oltre la quale gli incentivi vanno assegnati tramite asta resta a 5 MW, questa viene abbassata a 1 MW.
Inoltre, le aste possono essere indette sulla base dei seguenti criteri:
a) diversificate per fonte e per scaglioni di potenza, al fine di favorire la riduzione dei costi;
b) con i contingenti di potenza riferiti a più tecnologie. 
Il criterio b), che rappresenta la modifica più innovativa rispetto al precedente Dlgs 28/2011, consente quindi di indire gare tecnologicamente neutre: di fatto, nella situazione italiana, la partecipazione di impianti fotovoltaici ed eolici alla medesima asta.
Se operativamente dovesse prevalere la scelta del criterio b), ipotesi non campata per aria, dato che si tratta dello strumento previsto dalla SEN per il periodo successivo al 2020, ne sarebbero danneggiate tutte le tecnologie. In questa fase, caratterizzata dall'avvicinamento progressivo alla market parity di eolico e fotovoltaico, le aste mono-tecnologiche offrono infatti una visione di medio periodo sui contingenti per le singole fonti, consentendo la programmazione degli investimenti, necessaria per dare continuità alla riduzione dei costi, come per altro viene riconosciuto dalla stessa legge a proposito del criterio a).  
Inoltre, che senso avrebbero aste che, dovendo includere l'eolico, necessariamente sarebbero da 5 MW in su, mentre nel contesto territoriale italiano è difficile immaginare installazioni fotovoltaiche di potenza superiore a 5 MW? Gli unici casi in cui questa circostanza potrebbe verificarsi, riguardano prevalentemente la copertura di discariche e di siti industriali dismessi. 
Insomma, un doppio non senso, cui potrà porre rimedio soltanto un'adeguata dose di buon senso nell’applicazione dell'articolo 20 della legge europea 2017.

G.B. Zorzoli, Presidente del Coordinamente Free (Coordinamento Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica)

Riferimenti

Legge 20 novembre 2017, n. 167 Legge europea 2017 - Stralcio - Disposizioni in materia di tutela delle acque, emissioni inceneritori rifiuti, energie rinnovabili, sanzioni per violazione regolamento "Clp" su classificazione sostanze e miscele
in Nextville (Osservatorio di normativa energetica)


Dlgs 3 marzo 2011, n. 28 - Attuazione della direttiva 2009/28/Ce sulla promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili
in Nextville (Osservatorio di normativa energetica)


fonte: www.nextville.it

Zitti zitti, arriva il Ceta

Quella di ieri è stata una giornata intensa per i movimenti e i cittadini che si oppongono al Ceta, il trattato di libero scambio tra Unione Europea e Canada “gemello” del più noto Partenariato transatlantico (Ttip).
Siamo infatti alle battute finali di un percorso che, dopo l’approvazione in sede europea nell’ottobre scorso, deve ora affrontare i processi di ratifica nei parlamenti nazionali. In Italia il ddl di ratifica è stato approvato a fine maggio dal governo e verrà votato domani in Senato.



















Tutto questo – è triste ricordarlo – avviene in tempi accelerati, senza un vero confronto politico e nel più totale silenzio dei mezzi di informazione. Alzi la mano infatti chi può dire di aver letto una riga di giornale o di aver ascoltato un servizio televisivo dedicato al Ceta in questi ultimi giorni.
Spetta così alla società civile sopperire a queste carenze e lo si sta facendo concentrando la pressione proprio su quel ramo del Parlamento che è chiamato ad esprimersi a breve.
Da una parte abbiamo visto la mobilitazione pubblica, indetta dalla campagna Stop Ttip Italia con il tweetstorm e l’iniziativa “adotta un senatore”, dall’altra l’incontro tra il presidente del Senato Pietro Grasso – già destinatario di una lettera aperta sul tema – e i rappresentanti di undici associazioni (Slow Food, Coldiretti, Cgil, Arci, Acli Terra, Legambiente, Fairwatch, Greenpeace e le principali organizzazioni dei consumatori) che hanno consegnato alla seconda carica dello Stato il documento “Alla ricerca di un commercio libero e giusto (Free and fair) – Dal sovranismo economico ad un percorso di reciprocità”.
Le istanze portate avanti da sindacati, ambientalisti e movimenti a difesa dei consumatori hanno trovato attenzione e riscontro nelle parole del presidente Grasso, il quale si è detto consapevole dell’«impatto di grande rilievo sull’ambiente e sull’economia dei Paesi coinvolti» esercitato dagli accordi commerciali e ha dichiarato: «Trovo quindi comprensibile l’appello ad un esame attento e scrupoloso delle norme all’attenzione delle aule parlamentari e sono sicuro che esso non resterà inascoltato».
Lo stesso documento è stato illustrato e consegnato durante l’audizione informale con i senatori della 3° Commissione Permanente del Senato della Repubblica (Affari Esteri, Emigrazione), impegnati nell’esame del disegno di legge di ratifica (ddl 2849).
In questa occasione la vicepresidente nazionale di Slow Food Italia, Cinzia Scaffidi, ha ribadito le ragioni dell’opposizione all’accordo, motivate in particolare sotto due profili: in primo luogo la mancata salvaguardia di tante (troppe) produzioni agroalimentari di qualità che non trovano adeguata tutela nel testo del Ceta, in secondo luogo la concreta eventualità che il trattato indebolisca quel principio di precauzione che è un cardine fondamentale nell’intera legislazione comunitaria.
Le norme europee stabiliscono infatti che, ove vi siano minacce di danno serio o irreversibile per l’ambiente o la salute umana, l’assenza di certezze scientifiche non debba essere usata come pretesto per impedire misure di prevenzione. Il meccanismo è stato applicato ad esempio per supportare il divieto di somministrazione di ormoni nella carne e scongiurare l’avvio su larga scala di colture Ogm: il Canada al contrario non lo riconosce e, al pari degli Stati Uniti, punta ad “ammorbidirne” gli effetti in Europa.
Sono tante le questioni che questo gigantesco ibrido politico lascia aperto, a dispetto della sua mole – il Ceta è infatti un corpo di regole composto da 1057 pagine e lungo ben 7900 metri lineari. Dentro  c’è  un  po’  di  tutto:  dagli  investimenti  alla finanza, dalle professioni ai brevetti.




















C’è però soprattutto un tentativo di stravolgere le regole nell’agricoltura attivando, con l’abbattimento istantaneo dei dazi, megaflussi di importazione competitiva che la nostra agricoltura non è in grado di reggere. Ma anche, come si diceva, introducendo specifiche che creano paradossali effetti di protezionismo a tutela non delle eccellenze agroalimentari, ma delle loro versioni “taroccate”.
Avete presente il famoso Parmesan? Bene, questa denominazione continuerà a esistere in Canada perché già da tempo registrata nel Paese. Lo stesso accadrà per i formaggi “Asiago o Fontina style” e addirittura per un prosciutto canadese denominato “Parma”.
Le indicazioni geografiche riconosciute dal Ceta sono poche (appena 41 su 288) e chi è rimasto fuori dall’elenco non avrà la possibilità di entrarvi nemmeno in futuro, dal momento che l’aggiornamento delle liste verrà ammesso solo per sottrazione, o per aggiungere nuovi prodotti IG riconosciuti da ora in avanti.
Se questo, come si vede, preclude lo sviluppo su un grande mercato estero dei prodotti di qualità che hanno avuto la sfortuna di non rientrare tra “gli eletti”, c’è da aggiungere che anche la tutela delle IG ammesse sarà soggetta a varie – e non sempre chiare – eccezioni e limitazioni















Il caso della Cmb Partner: 50mila tonnellate di grano canadese sequestrate a Bari
Chiudiamo con una nota di merito, dedicata ai pochi organi di stampa che hanno riportato la notizia del sequestro di un carico da 50mila tonnellate di grano canadese nel porto di Bari, avvenuto l’8 giugno.
Nelle stive della «Cmb Partner» i Carabinieri forestali, dopo le prime analisi sui campioni, avrebbero rilevato la presenza di sostanze nocive in percentuali superiori ai limiti consentiti dalla legge. Il cargo proveniente da Vancouver trasporta un carico che avrebbe richiesto oltre 1600 autoarticolati per essere sbarcato e indirizzato alle più svariate destinazioni.
Questo episodio di cronaca può forse servire a farci riflettere ulteriormente: sono 2,3 milioni le tonnellate di grano duro importate lo scorso anno dall’estero. Metà di queste giungono dal Canada, che ha incrementato di un altro 15% i quantitativi nel 2017.
I campioni risultati irregolari per un contenuto fuori legge di pesticidi sono pari allo 0,8% nel caso di cereali stranieri mentre la percentuale scende ad appena lo 0,3% nel caso di quelli di produzione nazionale.
Peraltro in alcuni Paesi terzi vengono utilizzati principi attivi vietati in Italia: proprio in Canada, ad esempio, si fa uso intensivo del glifosato nella fase di pre-raccolta, pratica che il Ministero della Salute ha vietato con un decreto in vigore dal 22 agosto 2016.
Ce n’è abbastanza insomma per continuare a tenere alta l’attenzione, in tutte le sedi possibili. Ed è quello che, da parte nostra, vi promettiamo di fare.

Andrea Cascioli
a.cascioli@slowfood.it

fonte: www.slowfood.it