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Quattro proposte per sbloccare le rinnovabili italiane



Coordinamento Free: «Il Governo afferma che ci sono tutte le condizioni per installare, ma la realtà è che ad oggi è impossibile»

In Italia il costo delle bollette energetiche sta

Sistemi di accumulo in Italia, fino a 272 MW sul territorio

Al 31 marzo 2021 risultavano ben 43.784 sistemi installati sul territorio per una capacità massima di 333 MWh a cui si aggiungono i 250 MWh di impianti di Terna


Cresce il settore dello stoccaggio energetico nazionale ma l’attuale velocità non soddisfa le proiezioni al 2030. In realtà i sistemi di accumulo in Italia appaiono anche parecchio sotto al target che l’attuale PNIEC (a breve rivisto al rialzo) fissa per il 2023. Secondo il Piano in meno di un anno e mezzo dovremmo raggiungere una potenza installata di 8,4 GW, in termini di storage di rete o centralizzato. Oggi invece siamo a 7,4 GW, per lo più merito dei grandi impianti a pompaggio che da soli raggiungono una potenza di 7,3 GW. E per il 2030 i numeri dovrebbero lievitare a 17,4 GW con l’aiuto anche dello storage distribuito.

A ricordarlo è il report di Anie Rinnovabili che fornisce un panoramica del comparto aggiornata al 31 marzo 2021. Per quella data risultavano attivi nel paese 43.784 sistemi di accumulo elettrochimico distribuiti per una potenza complessiva di 212 MW e una capacità massima di 333 MWh. Di questi oltre 4mila sono quelli installati unicamente nei primi 3 mesi dell’anno. Il trend risulta in notevole crescita per numero, potenza e capacità di accumulo rispetto al primo trimestre del 2020. L’evoluzione di questo segmento è connesso direttamente ai trend del fotovoltaico di piccola taglia. Il 99,9% dei sistemi di accumulo installati in Italia risulta, infatti. abbinato ad un impianto fotovoltaico e di questi il 92% è abbinato ad un impianto di taglia residenziale. Al dato dello storage distribuito si aggiungono, infine le centrali elettrochimiche di Terna per altri 60 MW e 250 MWh. E solo 2 MW/3 MWh di elettrochimico centralizzato.

Energy storage, tipologie di impianto e taglia

Quando si escludono i pompaggi, la tecnologia più diffusa risulta quella a ioni Litio (96,6% circa del totale), seguita dal Piombo (3,1% circa) e dai Supercondensatori (0,1%) al pari con le batterie a volano (0,1%). E poiché la maggior parte è connessa al fotovoltaico su piccola scala, la quasi totalità (98,6%) dei sistemi risulta di taglia sotto i 20 kWh con una netta prevalenza di quelli fino ai 5 kWh (42,6%) e di quelli compresi nel range tra 5 kWh e 10 kWh (40,5%).

Analizzando la tipologia di configurazione si registra uno spostamento delle nuove installazioni a favore di quelle “lato produzione in corrente continua” rispetto ai periodi precedenti. “I sistemi di accumulo – Spiega Anie Rinnovabili – sono prevalentemente installati lato produzione in corrente continua (72%) e tale configurazione sta registrando una crescita negli ultimi anni (+17% in confronto al 2020), a discapito degli accumuli installati post-produzione (-14% rispetto allo scorso anno)”. Per i sistemi installati lato produzione in corrente alternata, invece, si registra un decremento rispetto al 2020 del 3%.

Il report mostra anche che tutte le Regioni hanno consolidato un segno positivo rispetto al primo trimestre del 2020 relativamente al numero di installazioni, alla potenza e capacità installate. La Lombardia è il territorio con il maggior numero di impianti installati (13.102 SdA per una potenza di 56 MW e una capacità di 94 MWh) seguita dal Veneto (7.270 SdA per una potenza di 33 MW e una capacità di 57 MWh), dall’Emilia Romagna (4.605 SdA per una potenza di 24 MW e una capacità di 37 MWh) e dal Piemonte (3.183 SdA per una potenza di 24 MW e una capacità di 32 MWh).

fonte: www.rinnovabili.it


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Eolico offshore in Italia: 900 MW al 2030 sono troppo pochi

ANEV, AIEE e FREE hanno fatto il punto sugli scenari nazionali connessi allo sviluppo dell’eolico in mare, chiedendo una maggiore ambizione per il futuro a medio termine.



Le turbine galleggianti hanno riacceso le speranze eoliche di tanti paesi fino ai ieri tagliati fuori dalla tradizione tecnologia offshore. Tra questi c’è anche l’Italia i cui alti fondali hanno fino ad oggi rallentato lo sviluppo delle wind farm in mare. Anche se, ad essere onesti non è stata la tecnologia il più grande ostacolo all’eolico offshore in Italia. Dei noti e delle soluzioni in cui si muove oggi il comparto si è parlato in occasione del webinar organizzato stamane dalle associazioni ANEV, AIEE e FREE; un appuntamento dedicato agli aspetti economici e tecnici connessi allo sviluppo dell’eolico offshore in Italia tra potenzialità e problemi pratici.

Come ricordato da Simone Togni, Presidente del ANEV, l’attuale transizione ecologica rende oggi necessario il ricorso all’energia del vento “in tutte le sue applicazioni”. “L’eolico offshore ha un buon potenziale nel mediterraneo e in Italia – ha spiegato Togni – anche grazie alle nuove tecnologie flottanti. Ma per far sì che il settore possa portare tutti i suoi benefici, è necessario attuare una transizione burocratica […] intervenendo con opere di velocizzazione e semplificazione sia rispetto all’iter autorizzativo, sia riguardo alla connessione alla rete. Il settore eolico offshore italiano è pronto a portare in Italia i benefici connessi a tale tecnologia innovativa, nel rispetto dei protocolli e delle regole più rigorose di tutela e salvaguardia dell’ambiente, del paesaggio e della fauna marina”.

“Il PNIEC indica come obiettivo al 2030 la realizzazione di 900 MW di eolico offshore” ha dichiarato Carlo Di Primio, Presidente di AIEE. “Per un Paese con alcune migliaia di km di costa non sono certamente numeri importanti […] Certamente, rispetto a paesi come la Gran Bretagna, l’Olanda o altri paesi che si affacciano sui mari nordici l’Italia non può vantare le stesse potenzialità. È importante però che cerchi di trarre anche da questa tecnologia il massimo contributo ottenibile per lo sviluppo dell’energia rinnovabile e dell’economia green”.

“Il tema dell’eolico offshore è importante sia per il percorso di decarbonizzazone dell’Italia che è in netto ritardo sugli obiettivi Ue, sia per un discorso di nuove filiere industriali” afferma Livio de Santoli, Presidente del Coordinamento FREE. “E’ necessaria, in questo quadro una revisione urgente e spedita del PNIEC che deve essere coordinato con il PNRR”. Secondo de Santoli, il nuovo Piano dovrebbe moltiplicare di un fattore 2,5 i 10 GW installati ora e di questi 6 GW saranno off-shore. “Con gli ottomila chilometri che possediamo e con le nostre tipologie marine non possiamo copiare il Nord Europa ma dobbiamo sviluppare una filiera industriale autonoma” con “aerogeneratori off-shore specifici per la realtà del Mediterraneo. Oltre ciò per sviluppare una filiera italiana è necessario affrontare la questione delle autorizzazioni, perché l’innovazione nel settore delle rinnovabili è rapida e se ci si mettono due o tre anni solo per l’iter autorizzativo l’installazione di tecnologie obsolete è una certezza”.

fonte: www.rinnovabili.it


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Fotovoltaico e agricoltura: la fantasia al potere non funziona, meglio fatti e dati

Le dichiarazioni sul FV del ministro dell'Agricoltura Patuanelli sono scoraggianti. Solare e coltivazioni devono e possono convivere, come mostrano vari esempi.




Nel 1968 molti auspicavano che la fantasia andasse al potere. Fra gli slogan di maggiore successo ce n’era uno che diceva: “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà!”.

A mezzo secolo di distanza, la fantasia di populismi vari non ha distrutto il potere, lo ha anzi rivestito, sotto diversi colori e in diversi paesi, e a seppellirci rischia di essere non una risata, ma le fantasie stesse di chi fa scarso ricorso ai fatti, alla scienza e ai dati, da cui devono scaturire le azioni necessarie per attenuare i mutamenti climatici.

È un po’ questa la situazione in cui si trova l’Italia in questa fase, con un neo-ministro dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli, ex ministro dello Sviluppo economico, apparentemente incline a dare più peso alle suggestioni ideologiche che non alle evidenze empiriche e scientifiche.

Patuanelli si è infatti recentemente detto sostanzialmente contrario alla convivenza di agricoltura e fotovoltaico.

“Credo che si debba abbandonare il percorso del fotovoltaico a terra che incide troppo sulla produzione agricola”, ha detto durante un recente convegno organizzato da Legambiente.

“Attraverso il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, ndr), si stanno studiando soluzioni per gli impianti fotovoltaici sospesi, al di sotto dei quali è possibile coltivare alcune colture che traggano anche beneficio dall’ombra portata dagli impianti. Ma è una tecnologia ancora molto onerosa e che bisogna sviluppare”, ha aggiunto.

Tale orientamento di Patuanelli è in contraddizione con la necessità di rafforzare il Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), recentemente sottolineata anche dallo stesso ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, come raccontato in un precedente articolo.

Il contributo che l’agricoltura come settore può dare da questo punto di vista è legato “all’istituzione delle coperture e alla realizzazione di impianti fotovoltaici sulle coperture degli stabilimenti che ci sono”, e dunque non a terra, ha detto l’ex titolare del MiSE.

Tale visione non trova giustificazione né nella realtà produttiva ed economica, né nei principi teorici e tecnici che presiedono al dispiegamento del fotovoltaico in agricoltura e sui terreni agricoli.

Tanto per fare un paio di esempi, in Francia, una serra fotovoltaica ha prodotto contestualmente 3,1 GWh di energia e 4 tonnellate per ettaro di asparagi. Si tratta di una serra solare costruita dallo sviluppatore francese Tenergie nel 2017, nel sud del paese, con una potenza installata di 2,1 MW.

“Quattro anni dopo la messa in funzione di questa serra di 33.000 m², il nostro feedback è positivo, con una resa di quattro tonnellate/ettaro per questo primo anno di coltivazione di asparagi verdi della Provenza, dopo un periodo di coltivazione diversificata, tra cui zucchine, rape, [e] patate dolci durante i primi tre anni e una produzione di 3,1 GWh di elettricità verde, che è l’equivalente del consumo di 700 famiglie, escluso il riscaldamento”, ha scritto in una relazione la società, secondo cui, nel 2022, la resa agricola dovrebbe aumentare a nove tonnellate per ettaro.

Tra i vantaggi di questo concetto di serra, l’installazione di moduli fotovoltaici permette di ridurre l’ombra proiettata sul terreno (36% contro 52% per una serra tradizionale).

La luce viene sfruttata meglio grazie all’uso di policarbonato filtrante e diffondente, migliorando così l’uniformità della luce sul terreno. La ventilazione basata su un sistema di apertura del tetto, accoppiato a un’apertura motorizzata su tutto il lato, controllata in base al clima interno e alle condizioni meteorologiche esterne, permettono un controllo accurato del clima.

Tornando in Italia, l’azienda energetica tedesca Steag vuole costruire tre impianti fotovoltaici per un totale di 244 MW in diversi uliveti della Puglia. Si tratta di progetti agrovoltaici non incentivati che mirano a vendere elettricità attraverso accordi privati di compravendita, i cosiddetti “Power purchase agreement” (PPA). La distanza tra i filari dell’uliveto e l’impianto fotovoltaico è stata concepita sia per evitare l’ombra che per consentire il passaggio dei macchinari necessari per la coltivazione degli ulivi.

La sfida principale nella costruzione di questo tipo di progetti agrovoltaici sarà mantenere la massima efficienza di entrambi i sistemi di produzione, ha detto l’addetto stampa di Steag, Daniel Mühlenfeld, a PV Magazine. “Ci sono costi aggiuntivi per integrare il fotovoltaico negli uliveti, ma ci sono anche entrate aggiuntive”, ha detto.

L’approvazione finale per i tre impianti dovrebbe essere ottenuta tra il terzo o il quarto trimestre di quest’anno, con la costruzione prevista alla fine dell’anno, sempre che non ci siano ricorsi dell’ultimo minuto alla giustizia amministrativa o al Presidente della Repubblica, da parte di associazioni o altri soggetti convinti che qualunque tentativo di installare un impianto energetico rinnovabile di grandi dimensioni sia di per sé uno sfregio alla patrie bellezze.

L’idea che per raggiungere gli obiettivi climatici europei siano sufficienti tetti e coperture, senza dover toccare i terreni agricoli, è infatti falsa e fuorviante, secondo Legambiente, come detto anche in un precedente articolo.

Secondo le stime di Legambiente, Greenpeace, Italia Solare e Wwf, per raggiungere gli obiettivi di sviluppo del fotovoltaico dell’Italia servono 80 GW di installazioni: almeno il 30% circa da realizzare su tetti e terreni industriali o contaminati; la parte restante su 50-70.000 ettari di terreni agricoli, che rappresentano solamente lo 0,4-0,6% della superficie agricola utile (SAU) italiana; qualcosa di sideralmente lontano dagli scempi e cannibalizzazione di territori paventati da chi si affida a idee preconcette e non ai dati.

“Il raggiungimento degli obiettivi climatici – commenta Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente – passerà dalla quantità di fonti rinnovabili che riusciremo a installare nei territori. Il maggior contributo deve arrivare proprio da solare e eolico, con tassi di installazione decisamente superiori a quelli attuali. Molti studi dimostrano come tetti, coperture e superfici marginali non siano assolutamente sufficienti al raggiungimento di tali numeri entro scadenze coerenti con i target europei. Per questo sarà necessario utilizzare anche altre superfici, come quelle agricole, coniugando così il lavoro agricolo con quello energetico”.

Lo stesso concetto è stato espresso da Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura, una delle maggiori associazioni imprenditoriali di settore. Rispondendo via Twitter all’affermazione di Patuanelli, secondo cui “il fotovoltaico a terra, incide troppo”, Re Rebaudengo ha replicato che “non è così”, poiché “35 GW di fotovoltaico a terra impiegherebbero solo 0,3% di superficie agricola totale oppure soltanto 1,4% di superficie agricola non utilizzata”.

È tempo, insomma, di abbandonare le fantasie.

Come sottolineato anche da Legambiente e La Nuova Ecologia nella loro campagna “Unfakenews”, è assolutamente urgente che il governo approvi al più presto norme adeguate e uniformi, che permettano una realizzazione degli impianti corretta e trasparente. Anche alla luce delle esperienze passate, in parte negative, riguardo all’installazione del fotovoltaico.

Le norme devono garantire la buona conduzione dell’agricoltura negli ambiti interessati da installazioni agrovoltaiche, per prevenire approcci speculativi che potrebbero mettere a rischio la continuità dell’attività agricola.

È necessario, infine, che governo, regioni e comuni nel loro insieme superino il riflesso condizionato che spesso fa erroneamente percepire il fotovoltaico e l’eolico di grande taglia come qualcosa di intrinsecamente contrario al paesaggio.

Se si vogliono evitare la crisi climatica e il depauperamento ambientale ed economico delle campagne nei decenni a venire, si deve poterne utilizzarne adesso l’1-2% per grandi impianti a energie rinnovabili.

fonte: www.qualenergia.it


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ENEA: nel 2020 calo record di consumi ed emissioni

 

Nel 2020 i consumi di energia primaria sono stimati in calo del 10% rispetto all'anno precedente. Si tratta della contrazione maggiore rilevata dal secondo dopoguerra ad oggi, assai superiore anche alla crisi del 2009 (-5,7% dei consumi).


I dati riportati nella prima analisi trimestrale 2021 del sistema energetico, elaborata dall'ENEA, mostrano come la pesante caduta dei consumi energetici registrata nel 2020 sia risultata maggiore di quella del PIL (-8,8%). Un fatto piuttosto inconsueto e diverso da quando accaduto nel 2009 (quando il calo dei consumi risultò perfettamente allineato alla caduta del PIL), spiegabile soprattutto con la forte riduzione della mobilità privata e dei volumi di traffico sia stradale che aereo, molto maggiore di quella dell'attività economica.

Infatti, ben il 60% della riduzione dei consumi di energia primaria è imputabile al petrolio. Nel 2020, la quota di fossili nel mix energetico è stata ai livelli più bassi dal 1961, anche se il gas naturale continua a mantenere il podio come prima fonte energetica.

Il calo del 2020 è da record anche per quanto riguarda le emissioni di CO2, in diminuzione del 12% (-38 MtCO2) rispetto al 2019. A fine 2020, le emissioni del sistema energetico italiano sono risultate inferiori di quasi il 40% rispetto ai livelli del 2005. Il settore della generazione elettrica ha contribuito per circa un terzo a questo calo, ancor più del settore dei trasporti.

Naturalmente, riducendosi i consumi energetici totali, la quota di FER nel 2020 è stimata in aumento, con una quota di circa il 20% (+2% rispetto al 2019). Sembrerebbe dunque essere confermato il raggiungimento del target Ue per il 2020 assegnato all'Italia (17%). Però — osserva l'ENEA — se i consumi totali fossero rimasti sui livelli dell'anno precedente, la quota di FER sarebbe stata di ben poco superiore al 18,1% del 2019.

Questo, purtroppo, conferma il fatto che il nostro Paese non è sulla strada giusta verso il target stabilito nel PNIEC per il 2030 (30%); ancora più lontani sembrano gli obiettivi climatici al 2030 recentemente fissati in sede europea (-55% emissioni CO2). Nel 2020, infatti, le installazioni di nuova capacità elettrica rinnovabile sono state solo 1/4 di quanto sarebbe necessario per raggiungere gli obiettivi europei 2030.


Riferimenti
Analisi trimestrale del sistema energetico italiano
sul sito dell'ENEA

fonte: www.nextville.it

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I costi del fotovoltaico diminuiti del 30%. Già oggi è possibile riciclare il 90% dei materiali dei pannelli

La finanza sia pronta a investire per raggiungere gli obiettivi 2030. Campagna di elettricità Futura per il Green Deal






















Dal webinar “Investire nel Green Deal: i Fondi di Investimento e l’opportunità nell’Economia Sostenibile”, organizzato dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) e da GreenHill Advisory, è venuta la conferma che negli ultimi 5 anni il solare fotovoltaico ha subito una vera e propria rivoluzione, attraversando rapidamente diverse fasi, dagli incentivi al consolidamento; dalla rimodulazione del programma Conto energia (la cosiddetta Feed-in Tariff) alla compressione dei rendimenti; fino all’attuale slancio dato dall’innovazione tecnologica, che oggi ha reso il settore ancora più sostenibile rispetto alle fonti tradizionali, anche in assenza di incentivi statali, raggiungendo prima del previsto la grid parity.

Un traguardo che gli ecoscettici e la lobby dei combustibili fossili ritenevano irraggiungibile e che ora apre la strada a una maggiore diffusione delle energie rinnovabili per riuscire a rispettare gli obiettivi energetici dell’Italia per il 2030 che richiedono una forte accelerazione per installazione nuova capacità rispetto a quanto fatto registrare negli ultimi 2 anni.

Intervenendo al convegno, Giuseppe La Loggia, head of energy infratructures di EOS IM Group, ha sottolineato che «Un’evoluzione del settore è quindi necessaria per consolidare il cambiamento, e contribuire al raggiungimento degli ambiziosi obiettivi nazionali ed europei di green energy. La sfida attuale, in altre parole, è garantire agli investitor in economia reale opportunità in grado di sfruttare le potenzialità delle energie rinnovabili in assenza di incentivi statali. Per noi, le nuove opportunità per lo sviluppo sono progetti greenfield operanti in grid-parity, grazie al sostanziale miglioramento tecnologico raggiunto».

Secondo un’analisi realizzata da EOS IM su dati International Technology Roadmap for Photovoltaic e LONGi, «L’investimento nell’energia rinnovabile da fonte solare gode oggi di un vantaggio per cui, solo negli ultimi 5 anni, il LCOE (costo) si è ridotto di quasi il 30% dal 2015 al 2019. Negli ultimi 5 anni sono state introdotte su vasta scala innovazioni come le celle mono-cristallino, la “passivazione” (PERC) e la resa bifacciale del pannello fotovoltaico. L’avanzamento tecnologico ha portato a un importante rilancio dello sviluppo del settore, permettendo il raggiungimento delle condizioni di viabilità e di indipendenza economica degli impianti solari senza necessità di sussidi pubblici. In 30 anni la degradazione dei pannelli solari, grazie al cambio di tecnologia, è diminuita di 14 punti percentuali, permettendo una mitigazione sostanziale del rischio regolatorio, con un contestuale aumento della produzione annua e della vita utile del progetto, una maggiore produzione di energia garantita, e più a lungo. Inoltre, abbiamo oggi un minore impatto ambientale legato al decommissioning, ovvero lo smaltimento, oltre ad una notevole riduzione delle superfici occupate».

La Loggia aggiunge che «Ulteriori vantaggi legati al progressivo consolidamento tecnologico sono legati alle tecnologie di storage dell’energia nei picchi giornalieri e stagionali di produzione, che non corrispondono sempre a quelli di utilizzo, per cui tutti i nostri nuovi investimenti prevedranno la possibilità di cogliere tali opportunità».

Il convegno ha anche evidenziato «L’impatto positivo e rilevante in termini di indotto per l’economia reale della zona coinvolta da sviluppo di nuovi impianti di generazione di energia, dato il concreto potenziale in termini di occupazione e valorizzazione del territorio».

Ne è convinta anche Elettricità Futura di Confindustria che ha lanciato la campagna social “La transizione energetica: dalle parole ai fatti!” per diffondere la cultura della transizione energetica e che evidenzia la soluzione di un altro problema: quello del riciclo dei pannelli solari.

A elettricità Futura ricordano che «Quello elettrico è di fatto uno dei settori più legati all’economia circolare, dall’efficienza energetica allo smaltimento dei rifiuti. Con le tecnologie attuali si arriva tecnicamente a poter riciclare il 90% dei materiali dei pannelli fotovoltaici. La prospettiva tecnologica ci suggerisce un incremento di questa percentuale, grazie anche all’utilizzo di materiali innovativi, e di conseguenza anche dei benefici legati».
L’Associazione confindustriale cita uno studio dell’International Renewable Energy Agency ed evidenzia che «Se al 2050 riutilizzassimo in un’ottica di economia circolare i 78 milioni di tonnellate di quantitativo di materiale degli impianti fotovoltaici a fine vita, avremmo come benefici 15 miliardi di dollari in termini di ricchezza in nuove aziende e posti di lavoro locali e qualificati che si occupino di recupero dei materiali, la possibilità di ottenere 2 miliardi di nuovi pannelli e che a loro volta potrebbero creare 630 gigawatt di nuova capacità elettrica. Puntare sull’economia circolare vuol dire dare una seconda vita ai pannelli fotovoltaici, facilitando il riutilizzo di componentistiche ancora funzionanti favorendo lo sviluppo di un mercato secondario. Splende il sole sull’economia circolare. Vero! Già oggi è possibile riciclare il 90% dei materiali dei pannelli fotovoltaici. La normativa valorizzi la circolarità del solare. Green Deal ora!»

La campagna delle imprese del settore elettrico e di Elettricità Futura per il Green Deal non si ferma al fotovoltaico ma punta a «Superare le opposizioni ideologiche alla diffusione degli impianti necessari alla transizione, smentendo i miti più comuni che alimentano l’opposizione dell’opinione pubblica allo sviluppo impiantistico e che creano un’errata percezione degli impatti della decarbonizzazione per l’economia e il sistema energetico. Accrescere la cultura della transizione energetica favorendo la creazione di opinioni libere da preconcetti ideologici e basate su fatti e numeri. Tenere alta l’attenzione dei media riguardo alla necessità di impiegare le risorse del Recovery Fund per la transizione energetica».ùElettricità Futura sottolinea che «Per raggiungere il target del Green Deal 2030 è necessario realizzare in Italia almeno 65 GW di nuova potenza da fonti rinnovabili entro il 2030. In questo contesto ambizioso, acquistano significato le iniziative finalizzate a dare nuovo impulso agli investimenti per l’ulteriore sviluppo delle fonti rinnovabili. L’Italia dovrà mettere in campo azioni e politiche per favorire gli investimenti nelle rinnovabili, definendo regole chiare e armonizzate per realizzare impianti che producano più energia verde e a prezzi competitivi. Lo stesso PNIEC riconosce, all’interno della strategia per lo sviluppo delle energie rinnovabili, misure finalizzate a sostenere la salvaguardia e il potenziamento del parco di impianti esistenti. Il repowering è infatti il rinnovamento delle centrali elettriche che producono energia rinnovabile, compresa la sostituzione integrale o parziale di impianti o apparecchiature e sistemi operativi al fine di sostituire capacità o di aumentare l’efficienza o la capacità dell’impianto».

Per questo, «E’ necessario migliorare l’efficienza dei parchi eolici grazie al repowering lavorando sulla semplificazione normativa. La durata delle procedure autorizzative per l’eolico (quindi anche per il repowering) è nel nostro Paese pari a 5 anni, di gran lunga superiore a quella stabilita dalla Direttiva RED II di un anno, massimo due per casi eccezionali. Infatti, durante iter tanto lunghi, cambiano le tecnologie di riferimento, le condizioni al contorno (incluso lo sviluppo della rete e il contesto normativo regolatorio) e i progetti da autorizzare rischiano di arrivare al permitting già vecchi!»

Migliorando l’efficienza dei parchi eolici e frealizzandone di nuovi si potrebbe avere un contributo di 37 miliardi di euro per il PIL Ue e dare lavoro a 300.000 persone. In Italia occorrono 5 anni in Italia per il repowering, REDII ne prevede massimo 2 con meno burocrazia.

L’unione europea vuole raggiungere la carnbon neutrality entro il 2050, con una qualità dell’aria migliore e impatti economici positivi. Elettricità Futura fa notare che «I 55 progetti di tecnologie sostenibili analizzate da Capgemini Invent nell’ambito del rapporto “55 Tech Quests to Accelerate Europe’s Recovery and Pave the Way to Climate Neutrality” sono in grado di generare investimenti per 790 miliardi di euro l’anno e di ridurre fino a 871 milioni di tonnalle di emissioni di CO2».

Le imprese elettriche delle rinnovabili italiane sono convinte che «Il Green Deal è un’opportunità di sviluppo economico e sociale per il Paese. Nel nostro settore verranno generati benefici anche sull’occupazione e mobiliterà nei prossimi 10 anni in Italia nel solo settore elettrico circa 50.000 nuovi occupati permanenti al 2030 e 40.000 nuovi occupati temporanei annui per un totale di 90.000 nuovi occupati al 2030. Per cogliere questa grande occasione è necessario lavorare per una transizione energetica equa ed inclusiva attraverso l’adozione di policy in grado di generare benefici in termini di PIL, occupazione e riduzione delle disuguaglianze. In Italia realizzare il Green Deal significa creare 90.000 nuovi posti di lavoro al 2030 e ridurre disuguaglianze sociali. Vero! La transizione energetica favorisce occupazione e aumenta equità!»

Elettricità Futura conclude: «Per conseguire gli obiettivi del Green Deal e la proposta di innalzare il target di decarbonizzazione europeo dal 40% ad almeno il 55%, il nostro Paese dovrà impegnarsi attraverso un Piano al 2030 più ambizioso del PNIEC (Piano Nazionale Integrato Energia e Clima approvato dal Governo italiano a gennaio 2019). Il 70% dell’energia elettrica consumata in Italia dovrà infatti provenire entro il 2030 da fonti rinnovabili! Ciò significa che al 2030 dovremo raggiungere circa 120 GW di potenza da fonti rinnovabili rispetto ai 55 GW attuali. Un incremento di 65 GW in dieci anni che sembra ancora utopistico, se consideriamo che dovremmo costruire ogni anno impianti per 6,5 GW. Negli ultimi anni la media in Italia è stata invece di circa 1 GW. L’Italia sta perdendo l’opportunità del Green Deal: è falso che siamo sulla buona strada! Acceleriamo o di questo passo raggiungeremo i target del 2030 nel 2085!»

fonte: www.greenreport.it

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L’eolico galleggiante si bagna nel Mare di Sicilia: maxi progetto da 2,9 GW

Renexia ha presentato al Ministero per l’Ambiente il progetto da 9 miliardi di euro: 190 turbine galleggiante in grado di fornire energia a 3,4 milioni di famiglie












Dal near-shore all’offshore. Dal porto di Taranto al mare di Sicilia. Renexia, società del Gruppo Toto, continua a credere nell’eolico marino e dopo il travagliato lancio del progetto nelle acque pugliesi con Beleolico, è pronta a fare le cose in grandi. Come? Con MeDWos, primo maxi impianto di eolico galleggiante in Italia. Sulla carta la futura centrale vanterà 190 turbine poste a 60 km dalla costa, per una capacità complessiva di ben 2,9 GW. Gli aerogeneratori saranno del tipo floating, ossia senza fondamenta fisse ma realizzati su piattaforme galleggianti. Questa tecnologia permette di lavorare in mare aperto, dove i fondali sono profondi anche 800 metri. Si tratta di un elemento fondamentale sia per catturare i venti più forti che soffiano lontani dalla costa, sia per tutti quei Paesi, come l’Italia, che possiedono pochi fondali bassi sfruttabili dall’eolico offshore.

La società fa sapere di aver già presentato il suo progetto al Ministero dell’Ambiente per ottenere la necessaria VIA e aver fatto domanda a quello delle Infrastrutture per la concessione marittima. L’iter burocratico è dunque ancora tutto all’inizio e lavori non dovrebbero cominciare prima del 2023. A patto ovviamente di non scontrarsi con gli stessi problemi che hanno rallentato l’impianto di Taranto. A regime – la data ipotizzata per il fine lavori è il 2025 – l’impianto eolico galleggiante siciliano dovrebbe essere in grado di soddisfare il fabbisogno elettrico di 3,4 milioni di famiglie.

Come spiegato dal Gruppo Toto al Sole 24 ore la distanza delle turbine è stata “giudicata adeguata per non ostacolare in nessun modo Sial il traffico marittimo commerciale, sia quello turistico”. E ovviamente per non interferire con le rotte migratorie, né con la vista dalle spiagge.

Ma soprattutto l’impianto sarà il trampolino di lancio per lo sviluppo che attende del settore. Come ricordato solo qualche giorno fa il neonato Manifesto per l’eolico offshore italiano, il PNIEC presentato dal governo prevede di realizzare almeno di 900 MW eolici nelle acque mediterranee entro la fine del prossimo decennio.

fonte: www.rinnovabili.it


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Ecco il Manifesto per lo sviluppo dell’eolico offshore in Italia

Togni (ANEV): “Rappresenta una svolta epocale per il settore eolico. Finalmente si prende atto del potenziale dell’energia del vento nei mari italiani”



Lo sviluppo dell’eolico offshore in Italia è uno dei tasselli fondamentali del PNIEC, il Piano contenente gli obiettivi nazionali 2030 su clima ed energia. Il documento governativo ha previsto infatti per quella data la realizzazione di almeno di 900 MW eolici nelle acque mediterranee. “Almeno” perché, tra nuove tecnologie e target UE di decarbonizzazione rivisti al rialzo, tutte le rinnovabili dovranno impegnarsi di più. Per garantire che anche i futuri aerogeneratori in mare partecipino alla transizione energetica mantenendo alta la sostenibilità complessiva, nasce il Manifesto sviluppo dell’eolico offshore in Italia. Lanciato nel corso di Key Energy – Ecomondo 2020, il manifesto riporta le firme e l’impegno di ANEV (l’associazione nazionale dei produttori eolici), Legambiente, Greenpeace e Kyoto Club.

Le quattro realtà hanno messo nero su bianco la decisione di avviare azioni comuni di sostegno all’eolico marino attraverso le loro differenti attività, impegnandosi a supportare uno sviluppo tecnologico rispettoso dell’ambiente e del paesaggio. Ma chiedono anche che sia garantita la massima trasparenza e informazione intorno ai progetti.

“Le attenzioni progettuali – si legge nel Manifesto – dovranno includere la minimizzazione delle modifiche dell’habitat bentonico in fase di cantiere e di esercizio, il ripristino degli ambienti alterati nel corso dei lavori di costruzione e la restituzione alla destinazione originaria delle aree di cantiere, nonché la possibilità di individuare all’interno dei parchi aree di ripopolamento di flora e fauna“. Un focus particolare dovrà essere riservato secondo i firmatari alla presenza degli “habitat prioritari” riportati nell’allegato I della Direttiva Habitat (Dir. n. 92/43/CEE), come ad esempio le praterie di Posidonia Oceanica; stesso discorso per le aree corridoio per l’avifauna migratoria interessate da flussi costanti nei periodi primaverili e autunnali, le Aree Marine Protette ed quelle archeologiche.

“È un segnale importante quello dato dalle principali associazioni ambientaliste che insieme all’ANEV firmano un Manifesto che rappresenta una svolta epocale per il settore eolico” ha dichiarato Simone Togni, Presidente dell’ANEV “Finalmente si prende atto del potenziale dell’energia del vento nei mari italiani. Il settore eolico offshore italiano è pronto a portare in Italia i benefici connessi con la propria attività, seguendo come di consueto i protocolli e le regole di tutela e salvaguardia dell’ambiente e del paesaggio e offrendo in più, a fronte del potenziale di 900 MW installati, energia pulita pari a 2,38 TWh all’anno e 1.200 nuovi posti di lavoro”.

fonte: www.rinnovabili.it


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Per l’agro-fotovoltaico un potenziale enorme in Europa. L’Italia sarà della partita?

La stima è di oltre 700 GW fattibili su appena l'1% dei terreni coltivabili. Un documento di SolarPower Europe.












Bisogna fare molto più fotovoltaico anche sui terreni agricoli, per raggiungere gli obiettivi del PNIEC (il Piano nazionale per l’energia e il clima al 2030).

Il dibattito su quanta potenza FV installare e dove in Italia non si è mai spento e la questione si ripropone con forza con con il flop del fotovoltaico nelle procedure d’asta del decreto Fer-1, dovuto anche al divieto di fare FV incentivato su aree agricole.

Anche se la conversione in legge del decreto Semplificazioni ha ammorbidito il divieto, sancendo la possibilità di realizzare impianti fotovoltaici incentivati almeno su ex cave e discariche, anche se aree classificate come agricole, la partita resta ancora tutta da giocare, come si è visto.

E tra i possibili sviluppi del fotovoltaico sui terreni agricoli, secondo un documento appena pubblicato da SolarPower Europe (SPE), c’è l’agro-fotovoltaico, agricultural photovoltaic (Agri-PV).

Il potenziale tecnico degli impianti Agri-PV in Europa, si legge nello studio, è amplissimo: si parla di oltre 700 GW se si sviluppassero progetti di questo tipo su appena l’1% dei suoli arabili europei.

La stessa Enea ha proposto di utilizzare una parte dei finanziamenti del Recovery Fund per realizzare un parco “agri-voltaico”, con cui testare le possibili integrazioni virtuose tra attività agricole e produzione energetica. Ad esempio, i possibili abbinamenti tra colture e tecnologie FV per ottimizzare il rendimento sia dei terreni che dei pannelli solari.

Intanto in Sardegna ci sono in ballo due progetti recentemente proposti da Progetika, per complessivi 60 MW di agro-fotovoltaico.

Anche la tecnologia sta cercando soluzioni per le nuove frontiere del fotovoltaico in agricoltura, con moduli bifacciali, strutture verticali per il montaggio dei pannelli, inseguitori monoassiali.

I vantaggi di abbinare agricoltura e fotovoltaico sono numerosi, come dimostrano diverse ricerche condotte negli Stati Uniti e in Germania.

In particolare, SolarPower Europe parla di “sinergie” tra colture agricole e pannelli fotovoltaici, che si possono tradurre in:
riduzione dei consumi idrici grazie all’ombreggiamento dei moduli;
minore degradazione dei suoli e conseguente miglioramento delle rese agricole;
risoluzione del “conflitto” tra differenti usi dei terreni (per coltivare o per produrre energia);
possibilità di far pascolare il bestiame e far circolare i trattori sotto le fila di pannelli o tra le fila di pannelli, secondo le modalità di installazione con strutture orizzontali o verticali, avendo cura di mantanere un’adeguata distanza tra le fila e un’adeguata altezza dal livello del suolo.

Per promuovere gli investimenti nel settore, SolarPower Europe suggerisce di definire schemi di supporto per gli impianti agro-fotovoltaici, ad esempio tramite aste dedicate – gli incentivi devono essere superiori a quelli concessi agli impianti FV standard, perché il fotovoltaico agricolo è sicuramente più costoso – prestiti agevolati agli agricoltori, obiettivi specifici per questa tecnologia nei piani nazionali al 2030, fissazione di criteri di qualità con cui valutare i progetti che concorrono agli incentivi.

fonte: https://www.qualenergia.it

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Ecco come l’Italia può diventare 100% rinnovabile (VIDEO)

Rapporto di Greenpeace: un’Italia a emissioni zero porterebbe vantaggi economici e per l’ambiente e più occupazione



In contemporanea con gli Stati generali dell’economia, organizzati dal governo per pianificare l’utilizzo dei fondi Ue destinati al rilancio del Paese, Greenpeace Italia ha lanciato il rapporto “Italia 1.5”, che presenta come «Uno scenario di rivoluzione energetica all’insegna della transizione verso le rinnovabili e della totale decarbonizzazione del Paese. Un piano che permetterebbe all’Italia di rispettare gli accordi di Parigi, diventando a emissioni zero, con vantaggi economici, occupazionali e di indipendenza energetica».

Lo studio, commissionato da Greenpeace Italia all’Institute for Sustainable Future di Sydney , utilizza per lo scenario italiano una metodologia già applicata su scala globale per lo scenario di decarbonizzazione del Pianeta promossa dalla Dicaprio Foundation e realizzata dalla stessa ISF, dall’Agenzia aerospaziale tedesca (DLR) e dall’Università di Melbourne.

Luca Iacoboni, responsabile della campagna energia e clima di Greenpeace Italia, spiega che «In questi giorni il governo Conte e le istituzioni europee dichiarano a più riprese di voler puntare anche sulla transizione energetica per ripartire dopo lo shock causato dalla pandemia di Covid-19. Il piano “Italia 1.5” di Greenpeace Italia va esattamente in questa direzione. Non è possibile pensare a un futuro migliore se non puntiamo con determinazione e rapidità su rinnovabili ed efficienza energetica, abbandonando i combustibili fossili che causano cambiamenti climatici, inquinamento e degrado ambientale».

Il rapporto degli ambientalisti sviluppa due scenari – uno con il traguardo di emissioni zero dell’Italia al 2040, uno con una decarbonizzazione totale al 2050 – confrontandoli con lo scenario contemplato dal Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC), consegnato dal governo all’Ue a inizio 2020. Per Greenpeace il PNIEC «però non è in linea con gli Accordi di Parigi e continua a puntare sul gas fossile. Una strategia energetica dunque da rivedere, come ha peraltro dichiarato anche il ministro dell’Ambiente Sergio Costa».

Invece la rivoluzione energetica promossa da “Italia 1.5” è «In linea con l’obiettivo per l’Italia di fare la propria parte per contenere l’aumento della temperatura globale entro 1.5° C» e «Oltre a rispondere alle preoccupazioni della comunità scientifica, porterebbe con sé vantaggi economici e occupazionali. Entro il 2030, si avrebbe infatti la creazione di 163 mila posti di lavoro, ovvero un aumento dell’occupazione diretta nel settore energetico pari al 65%. Anche dal punto di vista economico la transizione potrebbe interamente finanziarsi con i risparmi derivanti dalla mancata importazione di combustibili fossili al 2030. Un cambio sistemico che condurrebbe a enormi vantaggi economici nei decenni a seguire».

Iacoboni conclude: «In questo nostro studio ci sono numeri chiari, che dimostrano innanzitutto che il PNIEC del governo non è nell’interesse dei cittadini italiani ma risponde piuttosto alle richieste delle lobby di gas e petrolio. Occorre subito una rivisitazione degli obiettivi su clima e rinnovabili, una rivoluzione che coniugherebbe la tutela del clima e del Pianeta, con vantaggi economici e per la competitività e la modernità del Paese. L’emergenza climatica in corso sta interessando pesantemente anche il nostro Paese, con danni a persone, ambiente ed economia, e non è più possibile rinviare la rapida transizione verso un Paese 100% rinnovabile».

Videogallery

L'Italia può diventare 100% rinnovabile




fonte: www.greenreport.it


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Un vero piano verde, ecco cosa serve per la ripresa post Covid-19


















La questione ambientale, come emerge da più parti, è profondamente interconnessa con la pandemia in corso. «Migliorare la salute dell’uomo e degli animali, insieme a quella delle piante e dell’ambiente, è l’unico modo per mantenere e preservare la sostenibilità del Pianeta» ha dichiarato a Greenpeace Ilaria Capua, virologa di fama internazionale.

L’origine delle pandemie è infatti legata alla distruzione dell’ambiente e della biodiversità, del sistema alimentare basato sugli allevamenti intensivi e sappiamo che il riscaldamento globale rischia di riproporre emergenze sanitarie come quella che stiamo vivendo. Questo sia ampliando l’areale di malattie tropicali trasmissibili da zanzare, cosa già in atto con la dengue, chikungunya, e Zika, sia per lo scongelamento dei ghiacci e del permafrost che potrebbero liberare virus e patogeni anche di epoche remote. Una recente ricerca sui ghiacciai tibetani ha evidenziato la presenza di 28 virus sconosciuti e nel 2016 un focolaio di antrace, virus potenzialmente letale, era emerso in Siberia a seguito dello scongelamento del permafrost.

La questione tutta politica è quella della direzione, bisognerà dirigere gli stimoli per la ripresa economica del post-pandemia: se verso i settori tradizionali – come promette Trump per aiutare i suoi grandi elettori petroliferi – o verso nuovi settori per una svolta nel senso del «Green Deal».



Due to the coronavirus (Covid-19) shutdown, public squares, parks, streets and the international airport in Hamburg are almost deserted. People have to keep distance.

I produttori di auto europei hanno già chiesto un allentamento del regime di emissioni di CO2, dunque cercano di spostare l’asse verso la conservazione del passato.

Invece la necessità di una svolta è una affermazione condivisa da molti, dai Fridays For Future, dal movimento ambientalista ai promotori del Manifesto di Assisi e, anche da parte istituzionale, la necessità di un Green Deal è stata ribadita sia dal Presidente del Consiglio Conte che dalla Presidente della Commissione Europea von der Leyen.

La lettera aperta dei ricercatori raggruppati ne «La scienza al voto» ha ricordato che la riconversione dalle fossili alle rinnovabili richiede «uno sforzo limitato, rispetto a quanto stiamo facendo per il coronavirus, quantificabile in pochi punti percentuali di PIL, spalmato su molti anni e, se ben gestito, affrontabile dagli Stati e dalla comunità internazionale senza forti ripercussioni sui cittadini». E, ricordano, che i benefici delle politiche di riduzione delle emissioni di gas serra si estendono anche in termini di inquinamento dell’aria (di altri gas, che non impattano sul clima ma sulla salute). Lo smog, già responsabile di decine di migliaia di morti premature in Italia, potrebbe aver giocato, come avanzato da più parti, un ruolo nel peggiorare l’impatto della pandemia.

L’analisi dell’Economist sulla pesante crisi petrolifera legata alla pandemia da Covid19 conclude che le aziende petrolifere farebbero bene a prendere questa come un esempio di quello che verrà, dopo che la pandemia sarà finita. E, cioè, che molti nostri comportamenti cambieranno. Nel frattempo, si è verificato il crollo del prezzo del WTI fino a valori negativi, fatto mai registrato nella storia, con previsioni di ripresa dopo la pandemia che gli analisti fissano a 20$ al barile, dunque un prezzo molto basso.

Anche il settore delle rinnovabili ha subito un contraccolpo dalla pandemia ma pare in proporzioni inferiori. Ed, essendo le principali tecnologie rinnovabili (solare, eolico) dedicate alla produzione di elettricità, la competizione tecnologica non è tanto col petrolio quanto col gas. Questo rimane lo spartiacque delle politiche energetiche in Italia: se continuare a frenare le rinnovabili per difendere il mercato del gas, o se accelerare, e di molto, con la transizione energetica. Il piano «verde» dell’Eni è basato su una tecnologia non provata e di dubbia sicurezza ambientale, il Ccs (reiniettare le emissioni di CO2 nel sottosuolo), protezione delle foreste (!) e troppo poche rinnovabili nell’orizzonte decisivo per le politiche climatiche. Eni continuerà a estrarre petrolio (meno) e molto gas, mantenendo dunque comunque il grosso delle emissioni di CO2 legate al core business che, invece, in una politica seria del clima deve radicalmente cambiare. Ma il governo, temiamo, non glielo chiederà dopo la riconferma di Descalzi. Un piano serio dovrebbe puntare pesantemente a far cambiare mestiere all’azienda: rinnovabili, gas di sintesi a partire da rinnovabili, industria dell’efficienza energetica.

Un vero Green Deal dovrebbe includere, tra le altre cose, il vincolo degli aiuti a banche e grandi aziende che abbiano piani coerenti con l’Accordo di Parigi. Per essere chiari, le banche che continuano a finanziare le fonti fossili dovrebbero essere escluse da qualunque aiuto pubblico. Sarà necessario rivedere in profondità il Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (PNIEC), anche in vista dell’imminente rivisitazione degli obiettivi 2030 Ue a cui si ispira, limitando in particolare l’uso del gas fossile e lavorando per uno sviluppo più ambizioso delle fonti rinnovabili, specialmente prima del 2025.

Bisogna iniziare a ridurre i sussidi alle fonti fossili e spostarli verso altri settori, dalla mobilità elettrica nelle sue varie forme, agli ecoincentivi per la ristrutturazione profonda degli edifici. L’incentivazione di una mobilità sostenibile, a partire dalla ciclabilità delle città come sta già avvenendo ad esempio a Parigi, è una priorità per il progressivo rientro alla «normalità» e la difficoltà – speriamo momentanea – dell’utilizzo dei mezzi pubblici, mentre ancora il virus non è stato debellato. Un piano di ristrutturazione profonda degli edifici per aumentarne l’efficienza e l’uso di rinnovabili, avrebbe un effetto occupazionale importante in un settore centrale dell’economia italiana.

Il governo deve adesso dimostrare se fa sul serio quando parla di sostenibilità o se intende continuare a proteggere i settori fossili che ci bloccano su schemi di un passato che dobbiamo a tutti i costi superare.


Giuseppe Onufrio

fonte: https://www.greenpeace.org/

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Ricominciare meglio, creando nuovi lavori per la salute e l’energia pulita

Serve un piano statale di investimenti in nuovi posti di lavoro per ridurre l'inquinamento atmosferico locale e posti di lavoro nel settore sanitario, che necessita una ristrutturazione urgente: 7,5 miliardi di euro nel periodo 2021-2030.




È urgente cogliere l’attimo fuggente, in cui dopo il coronavirus, molti sono più disponibili a perseguire il bene collettivo, affidandosi a una maggiore leadership medica e scientifica. Se perdiamo questo slancio, potremmo ritrovarci a seguire di nuovo strade vecchie.

Concordiamo sul fatto che questo momento richieda cambiamenti radicali, come ad esempio quello proposto dalle economiste olandesi, compreso un’alternativa al Pil e un’economia basata sulla ridistribuzione (Arsel 2020).

Tuttavia, è probabile che tali cambiamenti radicali non siano accettati nell’attuale situazione italiana e il pericolo è che non si riesca ad accelerare la mitigazione del riscaldamento climatico come richiesti dai giovani di Fridays for future.

In questo articolo proponiamo un programma pluriennale di disinquinamento che risponda alle profonde paure di malattie e morte che la pandemia ha suscitato, e che pertanto va iniziato nelle aree del Nord più colpite dal Codiv-19 (Tebano, E., “Covid-19 è più letale dove c’è più inquinamento”, Corriere della Sera, 9 aprile 2020)..

Infatti, le aree con il più alto livello di particolato, PM2.5, sono concentrate nel nord Italia (EEA 2019). Le malattie che derivano dall’inquinamento atmosferico locale (cardiopatia ischemica, malattia cerebrovascolare, malattia polmonare ostruttiva cronica (COPD), infezione delle vie respiratorie inferiori, e cancro ai polmoni) sono tra le principali comorbidità dei pazienti che muoiono con coronavirus in Italia, in un campione di 10.000 casi (Mebane, W., “Global Warming and Coronavirus Are Not Distant Cousins”, Wall Street International Journal, 25 marzo 2020).

L’Agenzia Europea per l’Ambiente stima che ci sono 76.200 morti premature in Italia, nel 2016, attribuibile a materiale particolato PM 2.5, diossido di azoto, e ozono (EEA 2019). Tutti questi inquinanti sono prodotti dall’utilizzo dei combustibili fossili.

Proponiamo investimenti in nuovi posti di lavoro, non solo per la mitigazione del clima volto a ridurre l’inquinamento atmosferico locale, ma anche posti di lavoro nel settore sanitario, che necessita una ristrutturazione urgente.

Lavori per la salute

I lavori per la salute si concentrerebbero sul promuovere nuova occupazione per rafforzare il settore in termini di prevenzione e gestione epidemie che si ripresenteranno nei prossimi anni.

Come scrivono alcuni medici di un ospedale di Bergamo: “I sistemi sanitari occidentali sono costruiti mettendo al centro il malato, ma un’epidemia richiede un cambio di prospettiva verso un approccio che metta al centro la comunità. Servono soluzioni per l’intera popolazione, non solo per gli ospedali. Cure a domicilio e cliniche mobili evitano spostamenti non necessari e allentano la pressione sugli ospedali. Ossigeno terapia precoce, pulsossimetri, e approvvigionamenti adeguati possono essere forniti a domicilio ai pazienti con sintomi leggeri o in convalescenza. Bisogna creare un sistema di sorveglianza capillare che garantisca l’adeguato isolamento dei pazienti, utilizzando la telemedicina. Quest’approccio limiterebbe l’ospedalizzazione a un gruppo mirato di malati gravi, diminuendo così il contagio” (Misuraca, L, “I medici di Bergamo ai colleghi stranieri: Evitate gli errori fatti in Lombardia”, Il Salvagente, 25 marzo 2020).

Mettere al centro la comunità implica privilegiare la promozione del benessere collettivo nelle sue componenti ambientali, economiche, psicologiche, e sociali; rendere i cittadini attivi nel promuovere questo benestare collettivo e dare maggiori poteri decisionali alle donne nella Sanità Pubblica.

I progetti di educazione alla salute per tutte le fasce della popolazione promuoveranno il senso di comunità, la cura dei luoghi, il mutuo aiuto tra vicini e la solidarietà intergenerazionale.

Lavori per l’energia pulita

I progetti per l’energia pulita potrebbero essere realizzati assegnando risorse aggiuntive ai programmi energetici esistenti, con un avvio rapido e una gestione molto più semplice.

Inoltre, ridurre l’inquinamento atmosferico locale significa diminuire le emissioni di combustibili fossili e di anidride carbonica, uno degli obiettivi più importanti della politica energetica italiana ed europea.

Le azioni fanno parte del piano energia-clima (PNIEC) già presentato alla Commissione Europea. Il finanziamento dell’iniziativa dovrebbe includere fonti europee.

Un vantaggio essenziale della nostra proposta consiste nel fatto che molte attività dell’efficienza energetica hanno un’alta intensità di lavoro.

Tipici interventi di efficienza energetica includono la riqualificazione edilizia: dei condomini, delle case, delle scuole, degli edifici pubblici, degli uffici; e l’integrazione delle fonti energetici rinnovabili in edilizia, con impegno alla graduale eliminazione del gasolio da riscaldamento.

Nel settore di trasporto le priorità indicate sono: lo spostamento della mobilità, passeggeri privata verso la mobilità collettiva e lo “smart mobility”; lo spostamento del trasporto merci da gomma a rotaia; e l’efficientamento dei veicoli.

L’enfasi sarebbe sull’efficientamento energetico. Tuttavia, l’uso di fonti di energia rinnovabile potrebbe essere preso in considerazione in casi di forte impatto sul lavoro.

L’impegno di spesa per lo Stato dovuto alla promozione dell’efficienza energetica è stimato pari a 7,5 miliardi di euro nel periodo 2021-2030, ovvero 750 milioni euro per anno, secondo il piano PNIEC.

Proponiamo di avviare, quanto prima, un programma pluriennale per l’energia pulita (basata sull’efficienza energetica, a partire dalle aree più colpite dal coronavirus) con una base indicativa di 750 milioni di euro per il primo anno.

Si osservi che il pagamento delle spese autorizzato al Ministero dell’Ambiente per Programmi e interventi per il governo dei cambiamenti climatici ed energie rinnovabili ammonta 161.716.616 euro per l’anno 2020 (Bilancio dello Stato 2020).

fonte: www.qualenergia.it

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Tagliare le emissioni in Italia del 55%, una legge di iniziativa popolare

Il 14 febbraio è stata depositata presso la cancelleria della Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare “Almeno il 55%”. Lo scopo è far assumere al governo italiano l’obiettivo del 55% di riduzione delle emissioni entro il 2030. L'appello.


Il 14 febbraio è stata depositata presso la cancelleria della Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare “Almeno il 55%”.

La proposta ha l’obiettivo di far assumere al governo italiano l’obiettivo del 55% di riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2030, come proposto dalla presidentessa della Commissione europea Ursale Von der Leyen, target approvato a larghissima maggioranza anche dal Parlamento Ue.

Per aderire all’appello, per sostenere la campagna nazionale “Almeno il 55%” con iniziative nel tuo territorio, per la raccolta delle firme, invia nome, cognome, comune, telefono ed e-mail a: almenoil55percento@gmail.com.

Il sito web è: https://www.almenoil55percento/

I comitati

Il Piano Nazionale Energia Clima (PNIEC) del Governo italiano ha assunto un vergognoso obiettivo del 33% (settori non Ets) di riduzione dei gas serra al 2030, non modificato dal cosiddetto “Decreto clima” dell’ottobre scorso, mentre la neo-presidentessa dell’Ue, Ursula von der Leyen, propone di alzare al 50-55% il precedente obiettivo Ue del 40%.

Dopo gli spaventosi crolli della banchisa polare nell’estate 2019; dopo il rogo della foresta amazzonica, il “polmone verde” della terra, in nome degli interessi delle grandi compagnie agrario-alimentari; dopo le fiamme che hanno devastato per settimane l’Australia non c’è più tempo da perdere: battiamoci per almeno il 55%.

Esponenti ambientalisti e della società civile, scienziati, accademici, esperti e giornalisti lanciano un appello perché tutti i cittadini si mobilitino contro il riscaldamento globale, la “più grande minaccia di questo Secolo”.

Come strumento di mobilitazione, i firmatari dell’appello propongono una legge d’iniziativa popolare che assuma quell’obiettivo, prevedendo a tal fine un fondo speciale per realizzarlo.

Un fondo da finanziare da subito con la riduzione dei Sussidi Ambientalmente Dannosi (Sad) di cui ancora fruiscono, direttamente o indirettamente, i combustibili fossili (circa 19 miliardi di euro); e prevedendo per il seguito l’istituzione di una carbon tax.

L’appello: “Almeno il 55%”

“La più grande minaccia di questo secolo” – il cambiamento climatico, la transizione all’instabilità climatica – si sta delineando con eventi sempre più drammatici: a luglio scorso il National Snow and Ice Data Center (Nsidc) degli USA ha rilevato un picco terribile e inatteso nella curva che documenta l’andamento della fusione dei ghiacci artici in Groenlandia.

Abbiamo denunciato da qualche tempo le conseguenze del cambiamento climatico che si abbatte su uomini e cose con l’intensità degli eventi meteorologici estremi, mentre si estendono le aree desertiche, cresce la siccità, si addensa negli ultimi vent’anni il numero dei massimi di temperatura media terrestre.

La calotta artica si è spaccata nel 2006 aprendo la caccia senza regole al suo sottosuolo, nel 2017 si è staccato dall’Antartide un “iceberg” più grande della Liguria. Le fiamme che hanno devastato per settimane l’Australia rappresentano drammaticamente e su vasta scala quel che succede quando l’incompetenza dei governi si somma con i fenomeni estremi del global warming.

Ci siamo battuti documentando e denunciando la più generale crisi ambientale: la devastazione di uno sviluppo fondato sulla spoliazione e il saccheggio delle risorse naturali, come conseguenza del modo capitalistico di produrre e consumare.

Esemplare, il nuovo odioso colonialismo del land grabbing, che attraverso i meccanismi della mera acquisizione di mercato priva intere popolazioni dei loro diritti, delle loro terre e delle loro acque senza dar loro nemmeno la possibilità di essere ascoltati o addirittura attraverso vere e proprie deportazioni. In America Latina, Asia e Africa sempre più grandi foreste, terre comunitarie, bacini fluviali e interi ecosistemi sono spogliati e le comunità sfollate.

Il rogo della foresta amazzonica è l’ultimo drammatico esempio, ammantato di un sovranismo in realtà prono agli interessi delle grandi compagnie agrario-alimentari.

La diversità biologica è costantemente ridotta, la grande barriera corallina australiana è a rischio nei suoi 3000 km.

Il respiro degli oceani è soffocato dalla plastica.

Abbiamo proposto in tutti questi anni la battaglia a favore dell’ambiente, contro il global warming e per una generale riconversione ecologica dell’economia e della società, come impegno sociale, culturale e morale. La “Laudato si’” di Papa Bergoglio ha messo in risalto gli aspetti umani e spirituali di questa nuova visione: «I governi di tutto il mondo, colpevolmente lenti nell’applicare il Protocollo di Kyoto (2005), oggi in ritardo nell’attuare gli impegni dell’Accordo di Parigi ratificati nel 2016 da 180 Paesi, devono accelerare la loro azione per fare più efficacemente fronte al cambiamento climatico e mantenere l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1,5 °C».

A pagare lo sconquasso del clima sono soprattutto le popolazioni più povere e vulnerabili, colpite dalle migrazioni interne o dalla fuga disperata dalle loro terre, da fame, sete e malattie endemiche, marginalizzate nei loro territori, spesso nel nome stesso dello sviluppo e dell’innovazione.

I rischi dovuti ai disastri ambientali accrescono tensioni e conflitti e nel 2017 hanno causato, da soli, l’esodo di 60 milioni di “rifugiati ambientali”, ma saranno quattro volte tanti nel giro di soli vent’anni.

Non si tratta solo dell’accoglienza e della sicurezza. Occorre “costruire ponti”, capaci di ridurre la distanza tra chi ha troppo e chi non ha abbastanza, tra l’opulenza e la povertà, come indicato dagli obiettivi globali dell’Agenda 2030 proposta dalle Nazioni Unite.

Occorre modificare il nostro stile di vita e il nostro modo di pensare se vogliamo dare futuro al futuro. Fare di più con meno e trasformare i rifiuti in nuovi prodotti com’è tecnologicamente possibile: “dalla culla alla culla”. Organizzare la società della sufficienza affinché ogni risorsa sia utilizzata senza sprechi e nel modo più appropriato fino all’autogestione.

E, da subito, “decarbonizzare” l’economia sostituendo i combustibili fossili con le fonti rinnovabili.

Serve, soprattutto, che la cultura della sostenibilità si diffonda nel profondo della società e in tutte le sue attività, in modo che le idee di progresso e di futuro siano fondate sulla continua ricerca del completo equilibrio con i grandi cicli della natura.

Oggi finalmente una voce si leva autorevole per imprimere un’accelerazione agli impegni dei Governi, almeno qui in Europa.

La neo-presidentessa della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha proposto al Parlamento europeo a Strasburgo l’obiettivo di riduzione del 50-55% di CO2, il gas serra dominante, entro il 2030 facendo così balzare a quel livello il target dell’Ue. E, conseguentemente, di mantenere «un ruolo di guida dell’Ue nei negoziati internazionali per far crescere il livello di ambizione delle altre principali economie entro il 2021». Come si è verificato lungo tutto il percorso che ha portato all’Accordo di Parigi.

Il Governo italiano continua a perseguire un atteggiamento vergognosamente caudatario; infatti, mentre il Quadro per il Clima e l’Energia 2030 dell’Ue prevede, fin dal 2014, la riduzione del 40% delle emissioni di gas serra, ha proposto nel Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (Pniec) un obiettivo di solo il 33% (per i settori non Ets). Il Pniec è stato sottoposto alle osservazioni di tutti i cittadini tramite la Valutazione Ambientale Strategica (Vas).

Noi, le associazioni, i comitati e i gruppi che rappresentiamo, facemmo pervenire le nostre osservazioni nell’ottobre scorso, secondo quanto previsto dalla procedura di Vas. E abbiamo preso atto che il Governo non ha ritenuto di darsi un obiettivo adeguato né con il “Decreto Clima” (ottobre 2019) né con la revisione del Pniec effettuata a seguito della Vas.

Riteniamo, perciò, che debba attuarsi in tutto il Paese la più ampia mobilitazione possibile perché il Piano sia modificato assumendo l’obiettivo di almeno il 55% di riduzione delle emissioni dei gas serra entro il 2030, com’è tecnologicamente possibile.

Al di sotto, saremmo come i Paesi di Visegrad nei confronti dell’immigrazione, non a caso le maggiori resistenze alla “decarbonizzazione” provengono da alcuni di loro in nome del miope privilegio degli “interessi nazionali”. E, soprattutto, non saremmo all’altezza della tremenda sfida e delle responsabilità che il cambiamento climatico impone a tutti.

Per favorire questa mobilitazione e per darle il carattere capillare di confronto con cittadini, organi territoriali elettivi, istituzioni ed enti pubblici, organizzazioni del lavoro, luoghi di socializzazione, organi d’informazione, proponiamo una legge d’iniziativa popolare che assume per l’Italia l’obiettivo di riduzione dei gas serra di almeno il 55% entro il 2030; indica nell’istituzione della carbon tax il mezzo ordinario per coprire la spesa pubblica finalizzata a quell’obiettivo e promuove, già dalla legge di stabilità 2021- 2023, la riduzione di ogni forma diretta o indiretta di finanziamento ai combustibili fossili, che il Governo stesso classifica come Sussidi Ambientalmente Dannosi (Sad), e agli Enti e alle Società che li gestiscono, inclusa la “capacità di generazione” di energia da combustibile fossile.

Coerentemente, l’articolato della PdL – che riguarda anche l’education a tutti i livelli, Università inclusa, e la ricerca – prevede tra gli altri punti che il Governo italiano s’impegni nelle competenti sedi internazionali per una “moratoria” mondiale dei combustibili fossili.

La raccolta di firme per la presentazione della legge può costituire un momento d’informazione e, allo stesso tempo, sollecitare un protagonismo consapevole ed esteso di tutti, quale la drammaticità dei tempi richiede.

L’articolo è stato pubblicato sul n.1/2020 della rivista bimestrale QualEnergia

fonte: www.qualenergia.it