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Tetti verdi fotovoltaici, un connubio vincente per il solare domestico

 

Un nuovo studio indaga gli effetti dei tetti verdi sul rendimento energetico dell’impianto fotovoltaico quantificandolo anche in base alla tecnologia utilizzata.

Come unire la lotta climatica urbana alle esigenze della ...

A Singapore uno dei più grandi parchi solari galleggianti del mondo

 

A Singapore è stato inaugurato un enorme parco solare sull’acqua. Il paese asiatico punta a quadruplicare l’uso dell’energia solare entro il 2025.

Sul bacino idrico di Tengeh, a Singapore, è stato ...

Ecco perché il fotovoltaico con batterie è più conveniente del nucleare















Qualche calcolo veloce mostra perché il solare, reso programmabile con sistemi di accumulo, costa molto meno della costruzione di nuovi reattori nucleari.

Ma veramente il solare non può sostituire le fonti “potenti e programmabili”?...

Team Italia-USA recupera il calore di scarto delle celle solari
















Recuperare calore di scarto da celle solari per produrre energia e aumentare la loro efficienza? Adesso è dimostrato: si può fare!

Scienziati dell’Università di Milano-Bicocca,Roma Tor Vergata e MIT hanno fabbricato un...

Con il boom del fotovoltaico ci sarà un forte aumento della domanda di metalli



Il consumo globale di alluminio, rame e zinco per l'industria solare è destinato a crescere moltissimo al 2030-2040. Le stime di Wood Mackenzie.

La crescita del fotovoltaico su scala globale avrà un impatto rilevante sulla domanda di alcuni metalli, soprattutto nello scenario di ...

Sax Storage, la batteria domestica che fa a meno dell’inverter

Tra i finalisti del prestigioso dell’ees AWARD 2021 la straup tedesca si fa notare grazie ad un sistema d’accumulo domestico plug-and-play, dotato di controllo intelligente e privo di cobalto



Il fotovoltaico residenziale ha trovato negli ultimi anni un alleato fidato: l’energy storage. Gli impianti di accumulo permettono, infatti, di conservare l’energia prodotta e non utilizzata sul momento, per soddisfare le esigenze elettriche anche quando non splende più il sole. Tra i tanti prodotti arrivati sul mercato, fa capolino anche Sax Storage, batteria domestica della startup tedesca Sax Power. Il prodotto si è aggiudicato un posto in finale per l’ees AWARD 2021, il riconoscimento assegnato annualmente a quei prodotti e soluzioni all’avanguardia nel campo dello stoccaggio energetico.

Cosa ha di innovativo il sistema Sax Storage? La facilità di integrazione negli impianti fotovoltaici esistenti. Si tratta di una batteria domestica – disponibile anche in una versione “plug and play” – che fa a meno dell’inverter. Immagazzina quindi corrente continua, fornendo però elettricità sia in CA che in CC. La conversione non viene effettuata da transistor ma da un avanzato software di gestione che permette anche di bilanciare in modo ottimale lo stato di carica delle celle. Quelle più deboli non hanno quasi alcuna influenza sulle prestazioni dell’intera batteria.

“Il sistema SAX non necessita di un costoso inverter ibrido lato batteria nell’installazione”, spiega l’azienda sul proprio sito. “Basta collegarlo a una presa sicura utilizzando la tradizionale connessione via cavo. Ciò consente di risparmiare costi e spazi”. E grazie un’elettronica di potenza integrata, vanta un’efficienza del 99 per cento.

Inoltre non contiene cobalto. La batteria domestica di Sax Power impiega celle al litio ferro fosfato offrendo una potenza di 4,6 kW (3,7 kW nella versione plug-and-play), una capacità di 5,2 kWh, per un peso complessivo di 52 kg. Tuttavia può essere ampliata con moduli aggiuntivi fino a 15,6 kWh. Il sistema può anche comunicare via wireless con il contatore intelligente. Sax Power offre una garanzia di 10 anni per la sua nuova batterie domestica.

fonte: www.rinnovabili.it


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Consumo di suolo: senza interventi costi alle stelle già nel 2030

 









È un costo complessivo compreso tra gli 81 e i 99 miliardi di euro, in pratica la metà del Piano nazionale di ripresa e resilienza, quello che l’Italia potrebbe essere costretta a sostenere a causa della perdita dei servizi ecosistemici dovuta al consumo di suolo tra il 2012 e il 2030. Se la velocità di copertura artificiale rimanesse quella di 2 mq al secondo registrata nel 2020 i danni costerebbero cari e non solo in termini economici. Dal 2012 ad oggi il suolo non ha potuto garantire la fornitura di 4 milioni e 155 mila quintali di prodotti agricoli, l’infiltrazione di oltre 360 milioni di metri cubi di acqua piovana (che ora scorrono in superficie aumentando la pericolosità idraulica dei nostri territori) e lo stoccaggio di quasi tre milioni di tonnellate di carbonio, l’equivalente di oltre un milione di macchine in più circolanti nello stesso periodo per un totale di più di 90 miliardi di km. In altre parole due milioni di volte il giro della terra.

È la situazione attuale e quella futura analizzata dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente nell’edizione 2021 del Rapporto sul “Consumo di Suolo in Italia”. Il Rapporto è stato presentato nel corso di un webinar il 14 luglio. Disponibile anche la video inchiesta dal titolo “Speciale Roma e Milano: neanche il Covid19 ferma il consumo di suolo” promossa da Ispra.

A livello nazionale le colate di cemento non rallentano neanche nel 2020, nonostante i mesi di blocco di gran parte delle attività durante il lockdown, e ricoprono quasi 60 chilometri quadrati, impermeabilizzando ormai il 7,11% del territorio nazionale. Ogni italiano ha a disposizione circa 360 mq di cemento (erano 160 negli anni ’50).

L’incremento maggiore quest’anno è in Lombardia, che torna al primo posto tra le regioni con 765 ettari in più in 12 mesi, seguita da Veneto (+682 ettari), Puglia (+493), Piemonte (+439) e Lazio (+431).




Nelle aree a pericolosità idraulica la percentuale supera al 9% per quelle a pericolosità media e il 6 % per quelle a pericolosità elevata. Il confronto tra i dati 2019 e 2020 mostra che 767 ettari del consumo di suolo annuale si sono concentrati all’interno delle aree a pericolosità idraulica media e 285 in quelle a pericolosità da frana, di cui 20 ettari in aree a pericolosità molto elevata (P4) e 62 a pericolosità elevata. Le percentuali si confermano alte anche nei territori a pericolosità sismica alta dove il 7% del suolo risulta ormai cementificato.

Consumo di suolo e isole di calore. A livello nazionale superano i 2300 gli ettari consumati all’interno delle città e nelle aree produttive (il 46% del totale) negli ultimi 12 mesi. Per questo le nostre città sono sempre più calde, con temperature estive, già più alte di 2°C, che possono arrivare anche a 6°C in più rispetto alle aree limitrofe non urbanizzate.

Transizione ecologica e fotovoltaico, meglio sui tetti che a terra: solo in Sardegna ricoperti più di un milione di mq di suolo, il 58% del totale nazionale dell’ultimo anno. E si prevede un aumento al 2030 compreso tra i 200 e i 400 kmq di nuove installazioni a terra che invece potrebbero essere realizzate su edifici esistenti. Il suolo perso in un anno a causa dell’installazione di questa tipologia di impianti sfiora i 180 ettari. Dopo la Sardegna è la Puglia la regione italiana che consuma di più con tale modalità, con 66 ettari (circa il 37%).

E con la logistica l’Italia perde ancora più terreno. Invece di rigenerare e riqualificare spazi già edificati, sono stati consumati in sette anni 700 ettari di suolo agricolo e il trend è in crescita. In Veneto le maggiori trasformazioni (181 ettari dal 2012 al 2019, di cui il 95% negli ultimi 3 anni) dovute alla logistica, seguita da Lombardia (131 ettari) ed Emilia-Romagna (119).

fonte: www.snpambiente.it/
 


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Lightyear One, l’auto elettrica fotovoltaica che fa 710km con una ricarica

Ottime prestazioni per il prototipo di Lightyear che sulla pista tedesca di Aldenhoven ha percorso più di 700 km con una batteria di solo 60 kWh



Aveva promesso un’autonomia di 725 km ma il risultato raggiunto sino ad oggi, anche se leggermente più basso, non delude. Sulla pista di Aldenhoven, l’auto elettrica fotovoltaica Lightyear One, ha dato il meglio di sé. Con una sola ricarica ha percorso ben 710 km, valutati sul ciclo WLTP (Worldwide Harmonized Light Vehicles) usando una batteria di appena 60 kWh. Si tratta di un’autonomia di tutto rispetto per un prodotto ideato nel 2017 e sviluppato solo nel 2019.

Lex Hoefsloot e Arjo van der Ham, i due co-fondatori e rispettivamente a.d. e CTO della società, continuano a macinare progressi per portare la compagnia e la loro auto elettrica fotovoltaica verso la fase produzione commerciale. E le prestazioni catturate nel centro test tedesco, dimostrano che Lightyear One è sulla buona strada.

“Dopo quattro anni di duro lavoro e sviluppo interno, abbiamo raggiunto una pietra miliare ingegneristica e tecnologica molto importante”, spiega Hoefsloot. “Convalida la nostra tecnologia brevettata e dimostra che siamo davvero in grado di mantenere la nostra promessa di introdurre il veicolo elettrico più efficiente di sempre. Questo prototipo ha oltre 710 km di autonomia con un consumo energetico di soli 83 Wh/km a 85 kmh. Anche le auto elettriche più efficienti oggi sul mercato consumano circa il 50% in più di energia a questa velocità relativamente bassa”.

Il Ceo è fiducioso di riuscire a portare la sua auto elettrica fotovoltaica a consumi simili anche con una velocità autostradale. “Ridurre il consumo per km di un veicolo elettrico significa poter fornire molta autonomia con una piccola batteria”. E “poiché le batterie sono la parte più costosa di un veicolo elettrico, è possibile abbassare il prezzo di acquisto dell’auto e ottenere auto elettriche convenienti con un’ampia autonomia che non richiedono molta ricarica. Le auto a basso consumo energetico possono anche ottenere maggiori benefici dall’aggiunta di celle solari”.

Allo stato attuale il veicolo incorpora su tettuccio e cofano cinque metri quadrati di celle solari che dovrebbero aggiungere circa 70 km alla percorrenza al giorno. Ben al di sotto della spinta fornita che il fotovoltaico regala al competitor Sion di Solo Motors, ma con risultati di autonomia difficilmente paragonabili. Questo primo test di convalida non è ancora una prova ufficiale del ciclo di guida WLTP, ma le ultime sperimentazioni arriveranno a breve. I primi 946 veicoli dovrebbero entrare in produzione nella prima metà del 2022, per poi giungere sul mercato di massa a partire dal 2024.



fonte: www.rinnovabili.it


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La casa che parte dall’energia solare

Online il webinar "Soluzioni per la casa senza gas: le rinnovabili termiche" con Roberto Salustri. L'integrazione del solare FV e termico con caldaie a biomasse o pompe di calore. Un'introduzione agli interventi per abitazioni fossil free.










Con quest’altro webinar continuiamo la nostra campagna informativa sulla casa senza gas (registrazione video in fondo all’articolo). Una campagna informativa che sarà, speriamo, in crescendo nei prossimi mesi.

In attesa che vengano risolte complesse questioni di governance e norme internazionali e nazionali che possano favorire la decarbonizzazione del riscaldamento delle nostre abitazioni, già oggi in molte situazioni possiamo decidere di passare alle fonti rinnovabili e puntare sull’efficientamento energetico.

Oggi per le famiglie la spesa annuale per l’energia è addirittura maggiore di quella sanitaria. E l’Autorità ha rivisto al rialzo le bollette energetiche: +10% per elettrico e oltre il 15% per il gas. Se non spingiamo seriamente sulla decarbonizzazione andrà sempre peggio.

Ci sono sempre più famiglie e piccole imprese che soffrono il “caro bolletta” e che sono legate al gas o ad altre fonti fossili, come gpl o gasolio.

La buona notizia è che le tecnologie per uscire da questo vincolo fossile, liberando anche risorse economiche, ci sono, sfruttando l’energia solare e le altre rinnovabili.

Questi interventi devono essere orientati innanzitutto a creare un risparmio economico protratto nel tempo.

In questo momento non possiamo non essere chiari e al tempo stesso realistici: niente più gas o gasolio o gpl, no a inutili soluzioni ibride.

Case mono e bifamiliari e piccoli condomini, e altre piccole utenze commerciali e industriali possono da domani sigillare il contatore del gas e far ritirare il proprio serbatoio del gpl.

Stiamo parlando di alcuni milioni di abitazioni e utenze, metanizzate e non, che potrebbero essere riscaldate, raffrescate, consumare acqua calda solo grazie a tecnologie alimentate da fonti rinnovabili.

Abbiamo, benché con alcune criticità, incentivi e agevolazioni fiscali che renderebbero i tempi di recupero degli investimenti interessanti.

Quello che a volte manca è una reale conoscenza di queste soluzioni e qualche volta la professionalità di chi propone e cura questi progetti.

Abbiamo per questo deciso di sviluppare questa rubrica, “Soluzioni per la casa senza gas”, rivolgendoci ai consumatori/cittadini, ma anche agli installatori e ai progettisti.

Vogliamo illustrare, in forma inizialmente divulgativa, le diverse tecnologie e le loro integrazioni senza preconcetti partendo da diverse variabili: le caratteristiche dell’abitazione, dei consumi e dell’ambito geografico in cui si trova, del budget a disposizione per la spesa iniziale, del risparmio energetico ed economico che si vuole ottenere, ecc.

Con l’ingegner Samuele Trento, in un precedente webinar, ci eravamo focalizzati sull’elettrificazione del riscaldamento grazie all’installazione di pompe di calore aria-acqua. Prossimamente affronteremo il tema delle pompe di calore geotermiche.

Con il dottor Roberto Salustri, nel webinar del 1° luglio, ci siamo concentrati maggiormente sulle rinnovabili termiche, ma non solo…


Roberto Salustri (EcoIstituto RESEDA) è un fisico e tecnico con una notevole esperienza nell’impiantistica basata sulle fonti rinnovabili, in particolare per gli impianti combi (biomasse+solare termico).

Salustri è anche autore di un interessante manuale tecnico sul solare termico rivolto a progettisti, installatori ed esperti di energie rinnovabili.

Come tutti gli esperti che stimiamo ha una continua attenzione al fabbisogno dell’utente e non si vincola apriori ad un’unica soluzione o a specifici prodotti e componenti. L’approccio giusto è analizzare sempre i consumi dell’utenza, intervenire sull’efficienza energetica, come per l’isolamento delle superfici, e poi lavorare sull’impianto partendo dall’energia solare.

Gli obiettivi però sono sempre gli stessi, a prescindere dal modello di progettazione e dalle tecnologie utilizzate: eliminare la bolletta del gas (con i suoi elevati oneri) e di altre fonti fossili, ridurre i rischi sulla sicurezza e l’inquinamento, ma soprattutto migliorare il comfort e tagliare i costi energetici complessivi di famiglie e imprese.



fonte: www.qualenergia.it


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Eolico e fotovoltaico di nuova costruzione sono più economici del carbone già in esercizio

Il sorpasso anche in Cina e India, mostrano i dati Bnef sugli LCOE aggiornati a giugno 2021.




Fotovoltaico ed eolico, con i costi attuali, battono non solo le centrali termoelettriche di nuova costruzione, ma anche gli impianti a carbone già in esercizio, e lo fanno anche in mercati chiave come Cina e India.

Dopo il report Irena con i dati 2020, che abbiamo ripreso ieri, a sancire il sorpasso è Bloomberg New Energy Finance, che ha pubblicato alcuni numeri interessanti aggiornati alla prima metà del 2021.

Gli LCOE aggiornati

Ad oggi, per fotovoltaico e l’eolico a terra i costi di generazione LCOE (cioè “tutto compreso”), scrive Bnef, sono scesi a una media rispettivamente di 48 e 41 $/MWh, un calo rispettivamente del 5% e del 7% dalla prima metà del 2020 e dell’87% e del 63% dal 2010.

Parliamo, si specifica, di una media tra diverse stime a livello nazionale che variano in base alla maturità del mercato, alle dimensioni del progetto, alle condizioni di finanziamento locali e al costo del lavoro, oltre che alla ventosità o all’irraggiamento solare del sito (nel calcolo ovviamente non si considerano gli eventuali incentivi, mentre si parla sempre di impianti utility scale).

Gli LCOE più bassi nella prima metà del 2021 sono stati rilevati in Brasile e Texas per l’eolico onshore, e in Cile e India per il fotovoltaico, tutti a 22 $/MWh.

Sorpasso sul carbone esistente in Cina e in India, effetto CO2 in Europa

In Cina, il più grande mercato al mondo per le rinnovabili, Bnef stima che l’LCOE di un nuovo parco solare oggi sia in media di 34 $/MWh, più economico del costo di gestione di una tipica centrale elettrica a carbone, 35 $/MWh.

Allo stesso modo, in India il nuovo FV può raggiungere un LCOE di 25 $/MWh, mentre il costo medio di gestione delle centrali elettriche a carbone esistenti è di 26 $/MWh.

Quanto sia importante il sorpasso in questi due mercati è chiaro: insieme, i due giganti asiatici possiedono il 62% di tutta la potenza mondiale a carbone e producono circa 5,5 gigatonnellate di CO2 all’anno, ovvero il 44% delle emissioni globali del settore energetico.



Venendo all’Europa, l’LCOE del fotovoltaico di nuova costruzione varia dai 33 $/MWh della Spagna e i 41 $/MWh della Francia, con 50 $/MWh in Germania.

Dal 2014 è sceso in media del 78% in tutto il continente ed è già molto più basso dei costi di gestione tipici delle centrali elettriche a carbone e gas nella regione, che, tenendo conto del prezzo della CO al momento oltre i 50 $ a tonnellata, Bnef per il 2021 stima a più di 70 $/MWh.



L’impatto del rincaro delle materie prime

Con le economie che iniziano a riaprire e la domanda di materie prime in ripresa, la prima metà del 2021 – spiegano gli analisti – ha evidenziato il ruolo fondamentale dei prezzi dei materiali nelle industrie della transizione energetica.

I prezzi dell’acciaio sono raddoppiati anno su anno, incidendo sui costi delle turbine eoliche, mentre il silicio ha visto triplicare il suo prezzo da maggio 2020.

In Cina e India, Bnef ha registrato aumenti rispettivamente del 7 % e del 10 % nei prezzi dei moduli fotovoltaici dalla seconda metà del 2020. Allo stesso modo, i prezzi delle turbine eoliche in India sono aumentati del 5 % negli ultimi sei mesi.

Ma l’impatto dell’aumento dei prezzi delle materie prime – si sottolinea – deve essere messo in prospettiva. In primo luogo, la produzione, non i materiali, costituisce la maggior parte dei costi finali per turbine eoliche, moduli fotovoltaici e pacchi batteria.

In secondo luogo, le catene di approvvigionamento assorbiranno parte di tale aumento, prima che colpisca gli sviluppatori. Terzo, alcuni sviluppatori hanno ordini di acquisto a lungo termine che potrebbero proteggerli da questo aumento per un po’ di tempo.

fonte: www.qualenergia.it



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Energia: ENEA lancia la prima rete nazionale per l’agrivoltaico sostenibile

 










Una rete italiana aperta a imprese, istituzioni, università e associazioni di categoria per promuovere l’agrivoltaico sostenibile, che consente di produrre energia elettrica da fotovoltaico e, al tempo stesso, di coltivare i terreni. È l’iniziativa coordinata dall’ENEA cui hanno già manifestato il sostegno: l’Associazione Italiana Architettura del Paesaggio (AIAPP), Confagricoltura, Consiglio dell’Ordine Nazionale dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali (CONAF), Coordinamento FREE (Coordinamento Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica), Italiasolare, Legambiente, REM Tec, Società Italiana di Agronomia (SIA) e Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.

L’obiettivo del network è di arrivare alla definizione di un quadro metodologico e normativo, di linee guida per la progettazione e valutazione degli impianti, di strumenti di supporto ai decisori e di contribuire alla diffusione di conoscenze e promuovere le eccellenze italiane nei settori delle nuove tecnologie per l’energia rinnovabile, dell’agricoltura e del paesaggio[1].

A livello operativo, ENEA ha costituito un'apposita task force multidisciplinare nell’ambito di due dipartimenti – “Tecnologie energetiche e fonti rinnovabili” e “Sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali” - con la possibilità di utilizzare laboratori, infrastrutture e professionalità pluriennali nei settori delle tecnologie green e dell’agroindustria.

L’iniziativa si inserisce nel più ampio contesto della missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica” del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza, che per lo sviluppo dell’agrivoltaico prevede investimenti per 1,1 miliardi di euro, una capacità produttiva di 2,43 GW, con benefici in termini di riduzione delle emissioni di gas serra (circa 1,5 milioni di tonnellate di CO2) e dei costi di approvvigionamento energetico.



Inoltre, lo sviluppo dell’agrivoltaico potrebbe contribuire a superare alcune delle criticità che oggi ostacolano la crescita del fotovoltaico. “La specificità dei contesti urbani italiani e il limitato potenziale di integrazione del fotovoltaico negli edifici, ma anche le incertezze legate al cambiamento di uso del suolo e alla trasformazione del paesaggio bloccano le autorizzazioni”, rimarca Ezio Terzini, responsabile divisione ENEA di Fotovoltaico e Smart Devices. “I sistemi agrivoltaici possono quindi rappresentare una valida risposta e per incoraggiarne la diffusione è necessario sviluppare soluzioni tecnologiche innovative e criteri di progettazione e valutazione delle prestazioni degli impianti”, aggiunge.

Secondo uno studio ENEA-Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, pubblicato sulla rivista scientifica Applied Energy, le prestazioni economiche[2] e ambientali[3] degli impianti agrivoltaici sono simili a quelli degli impianti fotovoltaici a terra, soprattutto se si utilizzano tensostrutture per limitare l’impiego di acciaio e cemento: il costo dell’energia elettrica prodotta risulta essere di circa 9 centesimi di euro per kWh, mentre le emissioni di gas serra ammontano a circa 20 g di CO2eq per megajoule di elettricità. “Ma i valori aggiunti sono rilevanti, in quanto alcune tipologie di installazioni agrivoltaiche (es. pannelli a 5 m di altezza, ricorso a tensostrutture) incidono in misura relativamente limitata sul consumo di suolo rispetto agli impianti a terra e, in specifiche condizioni ambientali (es. stress idrici), possono permettere di conseguire un aumento della resa di alcune colture in quanto l’ombra generata dagli impianti agrivoltaici, se ben calibrata, riduce la temperatura del suolo, e il fabbisogno idrico delle colture. In specifici contesti, l’agrivoltaico può contribuire ad aumentare la resilienza del settore agroalimentare rispetto agli impatti del cambiamento climatico e contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030”, spiega Alessandro Agostini, ricercatore ENEA della Divisione Produzione, Storage e Utilizzo dell’Energia, e tra gli autori dello studio.

Secondo il World Energy Outlook 2020 dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), il fotovoltaico rappresenta la fonte di elettricità più economica e pertanto la sua diffusione risulta cruciale nell’ambito degli obiettivi energetici europei e del Piano Nazionale Energia e Clima, che al 2030 prevede un incremento della produzione elettrica da fotovoltaico da circa 24 TWh/anno a 73 TWh/anno e dell’ulteriore incremento previsto nell’ambito del Piano “Next Generation Italia”.

“Il sistema agroalimentare deve affrontare i temi della decarbonizzazione, della sostenibilità e della competitività e, in questo contesto, l’agrivoltaico può rappresentare una nuova opportunità per gli agricoltori tramite modelli win-win che esaltino le sinergie tra produzione agricola e generazione di energia”, commenta Massimo Iannetta, responsabile della Divisone ENEA di Biotecnologie e Agroindustria. “Il settore, inoltre, può contribuire a rafforzare il tessuto produttivo agricolo attraverso l'approccio Nexus che guarda alla stretta interdipendenza tra produzione di cibo, energia e acqua, allargando la visione ad un altro fattore cruciale, il suolo, con le sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche che vanno salvaguardate”, aggiunge.

“L’agrivoltaico è un settore dalle caratteristiche uniche in grado di combinare energia, nuove tecnologie, agricoltura e conservazione del paesaggio anche a tutela delle comunità locali e delle loro attività, con benefici in termini di sostenibilità ambientale, economica e sociale”, sottolinea Alessandra Scognamiglio, ricercatrice ENEA del Laboratorio Dispositivi innovativi presso il Centro ricerche di Portici e coordinatrice della task force AgrivoltaicoSostenibile@ENEA. “Riteniamo che non esista un solo agrivoltaico, ma diverse soluzioni da declinare secondo le specifiche caratteristiche dei siti oggetto di intervento: la sfida è trasformare una questione tecnica in una questione di cultura complessa, con un approccio transdisciplinare supportato dai risultati della ricerca sulle migliori combinazioni colture/sistemi fotovoltaici”, aggiunge. Occorre infatti valutare i potenziali impatti dell’agrivoltaico sotto diversi punti di vista, includendo i servizi ecosistemici associati ai sistemi agrari integrati con la produzione di energia e gli impatti ambientali e paesaggistici associati a tutto il ciclo di vita delle infrastrutture associate a questi impianti. Su questi temi è fondamentale il ruolo della ricerca scientifica a supporto delle decisioni politiche, rispetto allo sviluppo economico associato all’industria delle energie rinnovabili. “Il rischio è che una diffusione decontestualizzata di questi impianti porti di fatto a un cambio di destinazione d’uso di terreni agricoli, dal momento che la produzione di energia oggi permette redditi ben superiori alle coltivazioni, in quanto nella valutazione economica non vengono contabilizzati servizi ecosistemici, inclusi la qualità del paesaggio e del suolo, di cui la società beneficia senza che questi siano remunerati ai produttori”, dichiara Michele Perniola, presidente della Società Italiana di Agronomia.

Dopo la presentazione nell’ambito della 29th European Biomass Conference & Exhibition (EUBCE), in collaborazione con ETA-Florence Renewable Energies, la rete nazionale dell’agrivoltaico sostenibile farà il suo esordio in Europa l’11 maggio dalle 11:35 alle 12:20 nel contesto del SolarPower Summit 2021, l’evento annuale di SolarPower Europe, con oltre 2000 partecipanti tra rappresentanti di istituzioni, associazioni, aziende e policy maker del settore energetico europeo, in programma dal 10 al 12 maggio 2021.

Luogo di confronto sulle varie iniziative nazionali, la rete è dotata di una piattaforma web aperta al più ampio coinvolgimento dei diversi attori interessati con diverse modalità, tra cui la partecipazione al comitato scientifico o al comitato consultivo, lo sviluppo di dimostratori, lo scambio di informazioni su casi studio reali o su nuovi risultati scientifici.

fonte: www.enea.it


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Come il fotovoltaico integrato negli edifici può alimentare l’Italia

Massimo Mazzer (Cnr-Imem) e David Moser (EURAC Research) spiegano su Nature come sostenere l’espansione dell’energia solare senza ricorrere ad ulteriore consumo di suolo. Dai tetti italiani una produzione potenziale di oltre 200 TWh l’anno



La parola d’ordine per accelerare la rivoluzione ecologica senza aumentare l’impatto sull’ambiente? Fotovoltaico integrato negli edifici e nelle infrastrutture.

L’energia solare ha un posto di primo piano nelle strategie nazionali di decarbonizzazione. Eppure, il contributo che il comparto può fornire al mix energetico del futuro è spesso sottostimato. Parte del problema sta nello sviluppo tecnologico, molto più rapido rispetto le valutazioni politiche sul tema. I miglioramenti nell’efficienza e nella resa di celle e moduli avanzano quasi quotidianamente; e già oggi la tecnologia fotovoltaica rappresenta una delle opzioni più economiche per la nuova produzione elettrica su scala utility, in diverse aree del mondo.

Ma come sfruttare al massimo una risorsa così vantaggiosa senza sottrarre nuovo terreno? A rispondere è la la lettera pubblicata in questi giorni su Nature, da Massimo Mazzer (Cnr-Imem), referente italiano nell’Implementation Working Group sul Fotovoltaico del SET Plan Europeo, e David Moser, Responsabile R&D sul Fotovoltaico di EURAC Research. Nell’articolo “Come l’energia solare può alimentare l’Italia senza consumare più suolo (nature.com)“ i due autori vanno diritto al punto. E rimarcano le potenzialità italiane del fotovoltaico integrato negli edifici, definendolo come “la più efficace alternativa al consumo di suolo”.

D’altra parte, l’urbanizzazione si è conquistata una buona quota di terreno. Perché allora non sfruttare superfici già costruite? Precedenti stime valutavano per i tetti italiani un potenziale di produzione fotovoltaica di circa 120 GWp. Dati bastati su un’efficienza del modulo del 15%. Con la tecnologia commerciale attuale (efficienza al 22%) tale potenziale sale automaticamente. “Sulla base di questi dati, i moduli commerciali attualmente disponibili […] genererebbero 200 TWh di elettricità all’anno“, scrivono Mazzer e Moser. Un valore doppio rispetto all’obiettivo nazionale per il fotovoltaico 2030. “Con moduli efficienti al 30%, il potenziale raggiungerebbe 275 TWh/a. Anche le facciate possono contribuire significativamente […] si stima che edifici residenziali e uffici potrebbero integrare impianti fotovoltaici su un totale di almeno 160 km² di superficie di facciate, e contribuire alla generazione di 15-25 TWh/a di elettricità (a seconda della tecnologia fotovoltaica usata)”.

La pubblicazione fa parte di un’iniziativa intrapresa a livello nazionale già a partire dal 2017, con la costituzione di specifici gruppi di lavoro misti, composti esperti del mondo della ricerca e industriale. L’obiettivo? Definire il contributo italiano all’Implementation Plan del SET Plan Europeo. Un lavoro che ha prodotto risultati molto importanti sul piano del possibile rilancio di tutta la filiera industriale del fotovoltaico (compresa la parte alta) di importanza strategica per l’Italia e l’UE.

La lettera dedicata al fotovoltaico integrato negli edifici, spiega il CNR, “rappresenta una ulteriore voce dibattito pubblico, rappresentativa di coloro che hanno contribuito alla scrittura del Piano Strategico, per chiarire quanto ampie, diversificate e convenienti siano le potenzialità del fotovoltaico integrato nelle infrastrutture esistenti (a partire dagli edifici) nel nostro Paese”.

fonte: www.rinnovabili.it



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Fotovoltaico e agricoltura: la fantasia al potere non funziona, meglio fatti e dati

Le dichiarazioni sul FV del ministro dell'Agricoltura Patuanelli sono scoraggianti. Solare e coltivazioni devono e possono convivere, come mostrano vari esempi.




Nel 1968 molti auspicavano che la fantasia andasse al potere. Fra gli slogan di maggiore successo ce n’era uno che diceva: “La fantasia distruggerà il potere e una risata vi seppellirà!”.

A mezzo secolo di distanza, la fantasia di populismi vari non ha distrutto il potere, lo ha anzi rivestito, sotto diversi colori e in diversi paesi, e a seppellirci rischia di essere non una risata, ma le fantasie stesse di chi fa scarso ricorso ai fatti, alla scienza e ai dati, da cui devono scaturire le azioni necessarie per attenuare i mutamenti climatici.

È un po’ questa la situazione in cui si trova l’Italia in questa fase, con un neo-ministro dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli, ex ministro dello Sviluppo economico, apparentemente incline a dare più peso alle suggestioni ideologiche che non alle evidenze empiriche e scientifiche.

Patuanelli si è infatti recentemente detto sostanzialmente contrario alla convivenza di agricoltura e fotovoltaico.

“Credo che si debba abbandonare il percorso del fotovoltaico a terra che incide troppo sulla produzione agricola”, ha detto durante un recente convegno organizzato da Legambiente.

“Attraverso il Crea (Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria, ndr), si stanno studiando soluzioni per gli impianti fotovoltaici sospesi, al di sotto dei quali è possibile coltivare alcune colture che traggano anche beneficio dall’ombra portata dagli impianti. Ma è una tecnologia ancora molto onerosa e che bisogna sviluppare”, ha aggiunto.

Tale orientamento di Patuanelli è in contraddizione con la necessità di rafforzare il Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), recentemente sottolineata anche dallo stesso ministro della Transizione ecologica, Roberto Cingolani, come raccontato in un precedente articolo.

Il contributo che l’agricoltura come settore può dare da questo punto di vista è legato “all’istituzione delle coperture e alla realizzazione di impianti fotovoltaici sulle coperture degli stabilimenti che ci sono”, e dunque non a terra, ha detto l’ex titolare del MiSE.

Tale visione non trova giustificazione né nella realtà produttiva ed economica, né nei principi teorici e tecnici che presiedono al dispiegamento del fotovoltaico in agricoltura e sui terreni agricoli.

Tanto per fare un paio di esempi, in Francia, una serra fotovoltaica ha prodotto contestualmente 3,1 GWh di energia e 4 tonnellate per ettaro di asparagi. Si tratta di una serra solare costruita dallo sviluppatore francese Tenergie nel 2017, nel sud del paese, con una potenza installata di 2,1 MW.

“Quattro anni dopo la messa in funzione di questa serra di 33.000 m², il nostro feedback è positivo, con una resa di quattro tonnellate/ettaro per questo primo anno di coltivazione di asparagi verdi della Provenza, dopo un periodo di coltivazione diversificata, tra cui zucchine, rape, [e] patate dolci durante i primi tre anni e una produzione di 3,1 GWh di elettricità verde, che è l’equivalente del consumo di 700 famiglie, escluso il riscaldamento”, ha scritto in una relazione la società, secondo cui, nel 2022, la resa agricola dovrebbe aumentare a nove tonnellate per ettaro.

Tra i vantaggi di questo concetto di serra, l’installazione di moduli fotovoltaici permette di ridurre l’ombra proiettata sul terreno (36% contro 52% per una serra tradizionale).

La luce viene sfruttata meglio grazie all’uso di policarbonato filtrante e diffondente, migliorando così l’uniformità della luce sul terreno. La ventilazione basata su un sistema di apertura del tetto, accoppiato a un’apertura motorizzata su tutto il lato, controllata in base al clima interno e alle condizioni meteorologiche esterne, permettono un controllo accurato del clima.

Tornando in Italia, l’azienda energetica tedesca Steag vuole costruire tre impianti fotovoltaici per un totale di 244 MW in diversi uliveti della Puglia. Si tratta di progetti agrovoltaici non incentivati che mirano a vendere elettricità attraverso accordi privati di compravendita, i cosiddetti “Power purchase agreement” (PPA). La distanza tra i filari dell’uliveto e l’impianto fotovoltaico è stata concepita sia per evitare l’ombra che per consentire il passaggio dei macchinari necessari per la coltivazione degli ulivi.

La sfida principale nella costruzione di questo tipo di progetti agrovoltaici sarà mantenere la massima efficienza di entrambi i sistemi di produzione, ha detto l’addetto stampa di Steag, Daniel Mühlenfeld, a PV Magazine. “Ci sono costi aggiuntivi per integrare il fotovoltaico negli uliveti, ma ci sono anche entrate aggiuntive”, ha detto.

L’approvazione finale per i tre impianti dovrebbe essere ottenuta tra il terzo o il quarto trimestre di quest’anno, con la costruzione prevista alla fine dell’anno, sempre che non ci siano ricorsi dell’ultimo minuto alla giustizia amministrativa o al Presidente della Repubblica, da parte di associazioni o altri soggetti convinti che qualunque tentativo di installare un impianto energetico rinnovabile di grandi dimensioni sia di per sé uno sfregio alla patrie bellezze.

L’idea che per raggiungere gli obiettivi climatici europei siano sufficienti tetti e coperture, senza dover toccare i terreni agricoli, è infatti falsa e fuorviante, secondo Legambiente, come detto anche in un precedente articolo.

Secondo le stime di Legambiente, Greenpeace, Italia Solare e Wwf, per raggiungere gli obiettivi di sviluppo del fotovoltaico dell’Italia servono 80 GW di installazioni: almeno il 30% circa da realizzare su tetti e terreni industriali o contaminati; la parte restante su 50-70.000 ettari di terreni agricoli, che rappresentano solamente lo 0,4-0,6% della superficie agricola utile (SAU) italiana; qualcosa di sideralmente lontano dagli scempi e cannibalizzazione di territori paventati da chi si affida a idee preconcette e non ai dati.

“Il raggiungimento degli obiettivi climatici – commenta Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente – passerà dalla quantità di fonti rinnovabili che riusciremo a installare nei territori. Il maggior contributo deve arrivare proprio da solare e eolico, con tassi di installazione decisamente superiori a quelli attuali. Molti studi dimostrano come tetti, coperture e superfici marginali non siano assolutamente sufficienti al raggiungimento di tali numeri entro scadenze coerenti con i target europei. Per questo sarà necessario utilizzare anche altre superfici, come quelle agricole, coniugando così il lavoro agricolo con quello energetico”.

Lo stesso concetto è stato espresso da Agostino Re Rebaudengo, presidente di Elettricità Futura, una delle maggiori associazioni imprenditoriali di settore. Rispondendo via Twitter all’affermazione di Patuanelli, secondo cui “il fotovoltaico a terra, incide troppo”, Re Rebaudengo ha replicato che “non è così”, poiché “35 GW di fotovoltaico a terra impiegherebbero solo 0,3% di superficie agricola totale oppure soltanto 1,4% di superficie agricola non utilizzata”.

È tempo, insomma, di abbandonare le fantasie.

Come sottolineato anche da Legambiente e La Nuova Ecologia nella loro campagna “Unfakenews”, è assolutamente urgente che il governo approvi al più presto norme adeguate e uniformi, che permettano una realizzazione degli impianti corretta e trasparente. Anche alla luce delle esperienze passate, in parte negative, riguardo all’installazione del fotovoltaico.

Le norme devono garantire la buona conduzione dell’agricoltura negli ambiti interessati da installazioni agrovoltaiche, per prevenire approcci speculativi che potrebbero mettere a rischio la continuità dell’attività agricola.

È necessario, infine, che governo, regioni e comuni nel loro insieme superino il riflesso condizionato che spesso fa erroneamente percepire il fotovoltaico e l’eolico di grande taglia come qualcosa di intrinsecamente contrario al paesaggio.

Se si vogliono evitare la crisi climatica e il depauperamento ambientale ed economico delle campagne nei decenni a venire, si deve poterne utilizzarne adesso l’1-2% per grandi impianti a energie rinnovabili.

fonte: www.qualenergia.it


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Fotovoltaico: arriva il materiale solare che si autoripara

Il seleniuro di antimonio è un semiconduttore in grado di riparare i legami rotti formandone di nuovi, “come una lucertola a cui ricresce la coda”



Esistono diversi percorsi per ridurre i costi del fotovoltaico. I più battuti sono quelli che mirano ad aumentarne l’efficienza di conversione, a facilitarne le tecniche produttive o a impiegare materiali economici. La squadra di fisici guidata dal professor Keith McKenna, dell’Università di York, ha scelto una strada alternativa. Il gruppo sta lavorando su materiali solari autorigeneranti, ossia in grado di riparare da soli eventuali danni. Un soluzione che costituisce una promessa eccezionale per le applicazioni fotovoltaiche e fotoelettrochimiche. I risultati del lavoro svolto dal gruppo, potrebbero permettere di progettare celle e pannelli capaci “auto-ripararsi e, in futuro, anche durare più a lungo degli attuali 25-30 anni.

Nel lavoro, pubblicato su Advanced Electronic Materials, gli scienziati riportano i risultati ottenuti con il seleniuro di antimonio (Sb2Se3), materiale già noto alla ricerca fotovoltaica. Questo composto è stato già testato nella produzione di celle solari a film sottile dove ha raggiunto un’efficienza di conversione della luce in elettricità del 9,2%. L’aspetto più interessante – al centro delle nuova ricerca – è, tuttavia, la sua capacità di ricostruire i legami spezzati.

Spiega Mckenna: “Il processo mediante il quale questo materiale semiconduttore si auto-guarisce è abbastanza simile al modo in cui una salamandra è in grado di rigenerare gli arti quando uno di questi viene reciso. Quando danneggiato, il seleniuro di antimonio ripara i legami rotti formandone di nuovi. Questa capacità è tanto insolita nel mondo dei materiali quanto nel regno animale e ha importanti implicazioni per le applicazioni in optoelettronica e fotochimica”.

L’articolo riporta come la rottura dei legami in molti altri materiali semiconduttori di solito si traduca in scarse prestazioni. I ricercatori citano come esempio un altro semiconduttore, il CdTe, che deve essere trattato chimicamente per risolvere il problema.

Il professor McKenna ha aggiunto: “Abbiamo scoperto che il seleniuro di antimonio e un materiale strettamente correlato, il solfuro di antimonio, sono in grado di guarire velocemente i legami rotti sulle superfici attraverso ricostruzioni strutturali, eliminando così gli stati elettronici problematici. Questa scoperta, aggiunge lo scienziato, troverà applicazioni in “elettronica, fotochimica, fotovoltaico e optoelettronica”.

fonte: www.rinnovabili.it


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Il più grande impianto fotovoltaico galleggiante del sud-est asiatico utilizza soluzioni ABB

ABB ha fornito Secondary Skid Unit per il complesso solare galleggiante Gia Hoet 1- Tam Bo in Vietnam








Il Vietnam sta vivendo una rapida industrializzazione e urbanizzazione e la domanda di ulteriori risorse energetiche si sta spostamento verso le fonti di energia rinnovabile. Con la crescita della domanda di energia del paese prevista al 10 per cento annuo, il Vietnam ha intrapreso enormi passi per accelerare lo sviluppo delle energie rinnovabili. La produzione di energia solare del paese è aumentata rapidamente e ha raggiunto circa 19,4k KWp nel 2020, superando di gran lunga l’obiettivo di 5 anni (2020-2025) fissato per la generazione di energia solare secondo il piano nazionale per lo sviluppo energetico. Con ciò, il Vietnam ha superato la Thailandia diventando il più grande mercato solare nel sud-est asiatico.

Poiché la priorità continua ad essere data all’ulteriore sviluppo delle fonti di energia solare fino a 12.000 MW entro il 2030 (3,3 per cento del mix energetico totale del paese), l’energia solare da impianti galleggianti diventerà un’importante fonte di energia nei prossimi anni.

I progetti Gia Hoet 1 e Tam Bo prevedono due centrali fotovoltaiche indipendenti. Il Gia Hoet 1 e il Tam Bo hanno rispettivamente una superficie di 40 e 41 ettari di superficie d’acqua. Con una capacità totale di 70 MWp, questo impianto, gestito da Toji Group JSC, è il più grande complesso di energia solare galleggiante nel sud-est asiatico. La fornitura di 10 Secondary Skid Unit (SSU) ha permesso di attivare l’impianto nel dicembre 2020, assicurando il rispetto della scadenza.

La SSU di ABB è una soluzione plug-and-play completa progettata per soddisfare tutti i requisiti di un grande impianto solare che contempla un gran numero di inverter di stringa da 800 V che sono stati collegati a un unico trasformatore da 6,3 MVA al fine di ridurre il numero di trasformatori e le opere di installazione. Tutte le apparecchiature sono testate per soddisfare il carico elevato richiesto durante il funzionamento dell’impianto.

Gli skid sono pre-ingegnerizzati, configurati e testati presso lo stabilimento di ABB in Vietnam prima di essere spediti ai clienti per un’installazione e una messa in servizio rapide per soddisfare i tempi stretti del progetto.


Per entrambi i complessi di energia solare Gia Hoet 1 e Tam Bo, la soluzione skid personalizzata include un quadro da 22kV SafePlus con relè di protezione della serie Relion® 605, trasformatore di potenza di distribuzione da 6300KVA e quadri di bassa tensione da 800V dotati di interruttori automatici aperti Emax 2 e Tmax T interruttori automatici scatolati, nonché collegamento al sistema SCADA.

La SSU ha una vasta gamma di capacità da 1000KVA a 6800KVA e la sua gamma di tensione è adatta a tutti gli inverter esistenti sul mercato. Con tutte le apparecchiature prodotte e testate in conformità con gli standard internazionali IEC e alcune in particolare conformi ai requisiti tecnici locali stabiliti dalla Vietnam Electricity Corporation come il quadro MT SafePlus, ABB SSU garantisce la sicurezza per l’operatore e il pubblico.

Il suo design robusto lo rende facile da trasportare e aiuta a ottimizzare il raffreddamento e quindi riduce il consumo di energia. Inoltre, il design personalizzato per i quadri BT offre anche un collegamento diretto comprendente 44 ingressi che consentono un’installazione ottimale delle scatole di collegamento e fanno risparmiare tempo e costi.

Ho Minh Tien, CEO di TOJI Group, ha dichiarato: “Il progetto aveva un programma molto serrato, quindi i tempi di consegna erano molto critici. ABB ha accorciato i tempi di consegna e ci ha permesso di avere le attrezzature in loco entro i tempi previsti. Inoltre, con tutte le apparecchiature pre installate, siamo stati in grado di ridurre al minimo i tempi di installazione, ridurre al minimo i rischi e ridurre i costi, garantendo al contempo gli standard internazionali di qualità e sicurezza “.

Il team ABB ha permesso a TOJI di ricevere le apparecchiature presso il sito una settimana prima della scadenza fissata nel piano di progetto. “Il supporto del team ABB ha ridotto notevolmente i tempi per mettere in funzione il progetto e ci ha aiutato a generare entrate prima del previsto”, ha aggiunto Tien.


“ABB e TOJI hanno una solida esperienza nella nostra cooperazione nel settore dell’energia solare in Vietnam. Siamo orgogliosi di essere un partner di TOJI in questo progetto e aiutare i nostri clienti a realizzare il progetto più velocemente ed in modo efficiente. Non vediamo l’ora di espandere la collaborazione con TOJI negli altri loro progetti futuri, nonché per aiutare gli sviluppatori a superare i progressi di esecuzione dei progetti e guidare il percorso di crescita verde del Vietnam”, ha detto Hien DoanVan, Direttore vendite di Electrification, ABB Vietnam.

Situata nella provincia di BacNinh, la fabbrica ABB produce quadri primari, stazioni compatte e personalizzate, comprese soluzioni digitali per applicazioni speciali e soddisfa gli standard industriali e internazionali più esigenti. Supportata da un forte team di ingegneri locali, la fabbrica serve i clienti dei Paesi dell’Asia e del Pacifico con i vantaggi di una struttura di produzione completa: progettazione, ingegneria, gestione del progetto, produzione e assistenza.

fonte: www.rinnovabili.it

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