Questa edizione, che cade nel decimo anniversario degli Stati Generali, vuole, infatti, ripercorrere i traguardi raggiunti in questi 10 anni e analizzare il
Avete presente la fuga disordinata e catastrofica da Kabul degli occidentali e dei loro collaboratori di fronte all’avanzata dei talebani? Non si erano preparati, nonostante tutti sapessero che gli accordi di Doha non sarebbero stati rispettati. E si sono messi in salvo – non tutti – grazie alla logistica dell’esercito USA, sconfitto in guerra ma ancora operativo da 10mila e più chilometri di distanza.
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Lo sostiene l'ultimo studio dell'Agenzia Europea per l'Ambiente, che spiega come lo sviluppo dell'infrastruttura necessaria per il passaggio dall'attuale modello energetico basato sulle ...
Il nucleare non si dà per vinto e rilancia con i reattori modulari. Servirà un trattato internazionale di non proliferazione del nucleare civile così come delle fonti energetiche fossili.
Chiamiamoli dinosauri, le potenti multinazionali dell’energia, per segnalarne il livello evolutivo e come segno di speranza: i dinosauri, primitivi ma potenti, si sono estinti e bisogna che anche questi si estinguano o si evolvano in altra specie, per evitare la nostra estinzione.
I dinosauri del Nucleare
Negli anni ’50 e ’60, la diffusione dell’energia nucleare sembrava inarrestabile.
Politici e industriali si aspettavano che sarebbe diventata «troppo a buon mercato per metterci un contatore». Il numero di centrali nucleari nel mondo continuò ad aumentare fino alla metà degli anni ’80, quando a causa della crescita dei sentimenti antinuclearisti, alimentata dagli incidenti di Three Mile Island (nel 1979) e di Chernobyl (nel 1986), subì un arresto.
Arresto della crescita che, tuttavia, non va attribuito solo agli effetti sull’opinione pubblica della tragedia di Chernobyl, ma anche (e forse soprattutto) allo sfaldamento dell’Unione Sovietica, culminato nella caduta del muro di Berlino. Fino a quel momento, infatti, nucleare civile e militare erano stati strettamente intrecciati per via della produzione, nelle centrali, di quel plutonio che serviva per fare le bombe atomiche.
Questo intreccio mascherava il costo reale del kWh nucleare. Venuta meno la necessità di espandere o mantenere il deterrente bombe, il nucleare civile si ritrova nudo come il re della favola di Andersen, e si scopre che il kWh prodotto da una nuova centrale è estremamente costoso, molto più di quello prodotto con le fonti fossili, e senza sussidi statali economicamente non regge.
Dunque, le nuove centrali in costruzione sono poche e fortemente sovvenzionate con fondi pubblici per mantenere in vita un’attività economica sostenuta da potenti lobby oppure per mettere sotto controllo Paesi in via di sviluppo, oppure per vanagloria di Paesi che si sono arricchiti grazie al petrolio oppure per tenere in piedi o accrescere il potenziale offensivo nucleare militare come nel caso di Pakistan, India, Israele e, sostengono gli USA, anche l’Iran; oppure ancora, ed è il caso della Cina, per acquisire padronanza di un sistema tecnologico che permette loro da una parte di attenuare la dipendenza dai combustibili fossili e dall’altra di proporlo a paesi in via di sviluppo ampliando l’influenza geopolitica; oltre che, naturalmente, per sostenere gli armamenti nucleari.
E mentre sono in costruzione alcune unità, altre intanto vanno in dismissione, perché giunte al limite di età, e altre, dopo il disastro di Fukushima nel 2011, sono fermate per volontà politica, sotto la pressione dell’opinione pubblica, com’è avvenuto in Giappone e in Germania.
Dopo Fukushima i dinosauri del nucleare sembrano rassegnati: le centrali non convengono economicamente, i tempi di costruzione e i costi si dilatano sempre più, l’opinione pubblica è sempre più avversa.
Si dibattono, resistono in tutti i modi, ma la loro esistenza è, nella migliore delle ipotesi, ridotta a una minima percentuale della produzione elettrica mondiale. Fine di un sogno di gloria.
Ecco che un’occasione insperata si affaccia all’orizzonte nel 2015: l’Accordo di Parigi sulla limitazione delle emissioni di CO2. Guarda caso, una centrale nucleare produce copiosamente kWh elettrici senza riversare un solo grammo di CO2 in atmosfera e può pure produrre idrogeno a zero emissioni, l’ideale per continuare la vita di sempre e fermare il riscaldamento globale.
La tecnologia è pronta e matura, e si presterebbe – tecnicamente – anche a entrare in simbiosi con le fonti rinnovabili non programmabili, perché le centrali nucleari possono modificare, sia pure con non grande prontezza, la potenza erogata sulla base della richiesta.
Il problema della poca prontezza si potrebbe risolvere facilmente con opportuni accumuli, ma questo aumenterebbe il costo d’investimento, che è già molto elevato.
Non è tanto questo il limite principale. Il fatto è che l’elevato costo capitale unito al basso costo del combustibile richiede, per una gestione economicamente conveniente, una produzione il più possibile continua alla massima potenza; per questo le centrali nucleari, anche se regolabili, di norma sono fatte funzionare “a tavoletta”, perché più kWh si producono in un anno, meno costa il kWh prodotto, poiché la parte predominate dei costi di produzione è fissa ed è costituita dall’ammortamento del capitale.
Usando una centrale con la funzione di produrre “kWh di soccorso” alle rinnovabili, quando occorrono, c’è il rischio – forse la certezza – che il kWh nucleare finisca per costare più del kWh prodotto dall’accoppiata centrale a metano + Ccs, quella promossa dai dinosauri dell’Oil&Gas.
E una centrale a gas + Ccs si costruisce in un tempo molto minore di quello necessario per costruire una centrale nucleare, che parte da una base di dieci anni e finisce per estendersi oltre. Troppo tempo, perché bisogna ristrutturare il sistema energetico da subito e raggiungere certi obiettivi stringenti entro il 2030.
Con questa tempistica, di là dai costi, l’opzione nucleare non è proponibile.
I dinosauri del nucleare sono testardi, e non si danno per vinti. Anzi tirano fuori dal cilindro una soluzione che ribalterebbe la situazione; gli Smr (Small Modular Reactors, Piccoli Reattori Modulari), che sono reattori di nuova generazione progettati per generare energia elettrica tipicamente fino a 300 MW, i cui componenti e sistemi possono essere prefabbricati e quindi trasportati come moduli ai siti per l’installazione, riducendo notevolmente i costi e i tempi di costruzione.
Per i dinosauri del nucleare gli Smr sono come i velociraptor di Jurassic Park, veloci, astuti, implacabili. Pronti, se è il caso, a misurarsi con i dinosauri dell’Oil&Gas.
Su questa strada si sono avviati con decisione e dovizia di finanziamenti in tanti: da Bill Gates che ha fondato la TerraPower assieme a GE Hitachi Nuclear Energy, con l’obiettivo di commercializzare un piccolo reattore in cui si usa sodio liquido come refrigerante, cioè come fluido che estrae il calore ad alta temperatura dal nocciolo del reattore e lo trasferisce a una caldaia in cui si produce il vapore che aziona le turbine che muovono il generatore di energia elettrica.
Il vantaggio di questa soluzione è che il sodio si può pure adoperare come accumulatore di calore, se una parte di quello che circola è contenuto in un opportuno serbatoio. In questo modo, attraverso l’accumulo, si garantisce la produzione variabile richiesta dalla complementarietà alle fonti rinnovabili non programmabili, lasciando invece che il reattore funzioni sempre a pieno regime, cioè con i costi di produzione minimi. L’obiettivo è di competere con una centrale turbogas + Ccs o con un mega impianto di batterie.
Non c’è solo TerraPower, negli USA. Ha già completato la fase finale dei test di sicurezza anche l’Smr della NuScale, un concorrente, costituito da moduli da 60 MW ciascuno, assemblabili fino a 12. In questo caso si tratta di un più convenzionale reattore ad acqua pressurizzata, quello dei sommergibili nucleari, per intenderci, e si gioca la variabilità della produzione attivando o disattivando via via i singoli moduli, ciascuno dei quali va sempre a piena potenza.
In Europa è entrata in campo la Rolls-Royce, con Smr da 440 MW, un po’ più grandi quindi di quelli americani, con l’obiettivo di rendere realmente raggiungibile l’impegno britannico di essere a emissioni zero nel 2050, ponendosi come obiettivo quello di costruirne 16, coprendo così circa il 20% della domanda di energia elettrica del paese.
Spostandosi ancora verso est incontriamo la Russia, pure molto attiva nel campo degli Smr e anche più avanti degli altri. Già nel 2019 è stato connesso in rete l’Smr galleggiante Akademik Lomonosov da 70 MW. È il primo di una serie che serve ad alimentare nuovi insediamenti produttivi lungo le sconfinate coste della Siberia.
Non resta indietro in questa corsa la Cina, ovviamente, dove è prevista l’inaugurazione di un Smr da 200 MW.
Naturalmente, i problemi irrisolti relativi alla sicurezza (non si capisce perché se sono più piccoli dovrebbero essere più sicuri) e alla collocazione delle scorie rimangono tali e quali.
Anche qui l’idea fondamentale è di metterle sottoterra. Sembra proprio che i dinosauri dell’energia abbiano deciso che il solo modo per essere sostenibili sia quello di sotterrare i loro escrementi, come i gatti.
Per non finire estinti come i dinosauri
Ci si potrebbe chiedere: ma perché mai dovremmo opporci ai dinosauri? In fondo ci propongono soluzioni che convengono a loro, ma vanno nella direzione di stabilizzare il clima.
Per rispondere a questa domanda bisogna fare un esame più attento e distinguere fra i dinosauri dell’Oil&Gas e quelli del nucleare.
Cominciamo con l’esaminare i progetti dei dinosauri dell’Oil&Gas.
La cosa ci riguarda particolarmente da vicino perché uno di questi dinosauri, l’Eni, è di casa nostra, e noi cittadini italiani siamo fra gli azionisti.
Ciò che non va è che la cattura del carbonio sia usata come un cavallo di Troia per mantenere viva la domanda di combustibili fossili e avversare quella che dovrebbe essere l’anima della transizione ecologica: l’integrazione della tecnosfera, cioè la società umana con le sue tecnologie, nella biosfera, per garantire la sopravvivenza dell’umanità nel lungo periodo.
Ciò si può ottenere solo se la tecnosfera impara a mimare il funzionamento della biosfera, che è fatta dall’insieme di diversi tipi di ecosistemi distribuiti sulla superficie terrestre e marina, così come la tecnosfera è fatta da tanti tecnosistemi pure loro distribuiti sulla superficie terrestre.
Ebbene, il funzionamento degli ecosistemi si basa sui cicli: non esiste il rifiuto, tutto è adoperato e riadoperato ciclicamente grazie all’energia fornita dal Sole. Inoltre, nessuna risorsa è usata a una velocità superiore alla sua velocità di rigenerazione.
Non c’è niente che sia estratto indefinitamente e non c’è niente che sia tolto di mezzo definitivamente.
Con un’eccezione irripetibile: la CO2 prelevata dall’atmosfera milioni di anni fa, accumulata sotto forma di biomassa e sprofondata sotto strati di detriti inorganici. È quella biomassa che si è poi trasformata in carbone, petrolio e gas. Ma il processo è stato lentissimo, nell’arco di centinaia di migliaia di anni, e gli ecosistemi hanno avuto il tempo di adattarsi.
Dunque, estrarre fino all’ultima goccia gli idrocarburi e sotterrare, non mettere in ciclo, la CO2 che deriva dalla loro utilizzazione è in contrasto con i principi che hanno permesso agli ecosistemi e alla biosfera tutta di svilupparsi e mantenersi fino a oggi e per questo è un approccio perdente, non in linea con la transizione ecologica; e il peso della sconfitta dovrà caricarselo chi verrà dopo di noi.
Del resto, basti pensare al fatto che i luoghi idonei al contenimento sotterraneo della CO2 in condizioni di relativa sicurezza sono limitati in numero e dimensione e quindi, alla fine – chi dice cento, chi dice 400 anni – non avremo più dove metterla. E allora, cosa faranno i nostri discendenti?
E intanto le riserve di idrocarburi si saranno spremute fino in fondo e, poiché poco sarà stato fatto per mettersi nelle condizioni di dipendere solo dalle fonti rinnovabili e per attuare i princìpi dell’economia circolare, non ci sarà abbastanza energia per sostenere il tecnosistema e l’ecosistema si sarà totalmente degradato, con le facilmente immaginabili conseguenze sociali ed economiche.
Questo è il risultato di non effettuare la transizione ecologica.
Insomma, non si sfugge alle leggi della natura, che poi sono le leggi della fisica. Sono questi i temi su cui dobbiamo giocarci nella la lotta contro i dinosauri dell’energia, spalleggiati da una finanza che ama i grandi progetti, quelli tanto grandi che non possono fallire, per loro, perché tanto – come si è visto ampiamente in passato – alla fine a pagare siamo noi.
Questa volta la posta in gioco è l’umanità intera, e a rimanere travolti non saremo solo noi, ma anche e forse soprattutto, proprio loro, i dinosauri dell’energia, com’è già successo ai loro progenitori simbolici 60 milioni di anni fa, a causa del meteorite. Guarda caso, fra i pochi sopravvissuti in quell’occasione c’erano i nostri progenitori, i primi mammiferi. E questo ci deve dare fiducia.
Il Trattato di non proliferazione
Quali strumenti abbiamo a disposizione per combattere efficacemente i dinosauri dell’energia? Come rendere operativo l’Accordo di Parigi, sistematicamente eluso principalmente a causa della pressione esercitata dai dinosauri dell’Oil&Gas?
La situazione che ci troviamo a fronteggiare, non dimentichiamolo, è di estrema gravità e il pericolo ultimo del cambiamento climatico e del degrado ambientale è la sesta estinzione, ci ripete continuamente la comunità scientifica.
Ma non eravamo pure sull’orlo di un’estinzione di massa quando i due blocchi, quello capitalista e quello comunista si fronteggiavano brandendo centinaia, forse migliaia di ordigni nucleari che avrebbero raso al suolo la superficie terrestre eliminando ogni forma di vita?
E che cosa si fece allora, per scongiurare– o almeno rendere meno probabile – questo evento catastrofico? Si mise in atto un trattato di non proliferazione delle armi nucleari.
Ebbene, quali sono le armi che minacciano oggi la nostra sopravvivenza oltre a quelle nucleari? Non c’è dubbio che siano il gas metano, il petrolio e il carbone, il cui uso è la causa principale del cambiamento climatico. Occorre dunque mettere in atto, com’è stato proposto, un trattato internazionale di non proliferazione delle fonti energetiche fossili.
Procedendo in analogia al trattato di non proliferazione delle armi nucleari, bisogna creare le condizioni per il disarmo, ovvero prevenire la proliferazione di carbone, petrolio e gas ponendo fine immediata a tutte le nuove esplorazioni e produzioni.
I giacimenti di petrolio e gas e le miniere di carbone in corso di sfruttamento contengono già abbastanza carbonio da spingere il mondo ben oltre i limiti di temperatura dell’Accordo di Parigi. L’eliminazione graduale della produzione di combustibili fossili deve iniziare regolando l’approvvigionamento di combustibili fossili, limitando l’estrazione, rimuovendo i sussidi per la produzione.
Proprio come cinquant’anni fa il mondo aveva bisogno di un trattato per disinnescare le minacce rappresentate dalle armi di distruzione di massa, il mondo oggi ha bisogno di un Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili per disinnescare le minacce della sesta estinzione di massa, quella dell’Antropocene.
E anche l’attuale trattato di non proliferazione delle armi nucleari andrebbe aggiornato, mettendo al bando pure il nucleare civile che, a parte i pericoli noti di cui si è detto, costituisce fonte di approvvigionamento di materiale fissile, utile per la costruzione delle armi. E in più la proliferazione di piccoli reattori aumenta esponenzialmente la possibilità di attuazione di atti terroristici con strumenti letali, la portata del cui danno è incontrollabile.
fonte: www.qualenergia.it
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Da qualche anno si parla di Economia Circolare, intesa come una radicale trasformazione dei cicli di produzione nella direzione della sostenibilità. Le esperienze condotte ad oggi in Italia sono prevalentemente limitate e circoscritte, senza quella estensione a sistema che il nuovo modello richiederebbe per essere efficace.
Da un lato cresce la percezione generale del tema, dall’altro si impone l’orizzonte sovranazionale della Transizione Ecologica e intervengono nuovi e concretissimi obblighi per le imprese.
Entrano con forza nel nostro ordinamento le nuove direttive europee che dettano regole vincolanti e generalizzate per una diversa organizzazione dei cicli di produzione, distribuzione, consumo e recupero dei materiali.
Il Corso è finalizzato a fornire un percorso formativo qualificato e integrato, rivolto prevalentemente al management delle imprese oggi più direttamente coinvolte nella Transizione Ecologica, con particolare riferimento a una gestione innovativa dei flussi di materia e dei rifiuti, in coerenza con le prospettive emergenti. Il Corso offre una strumentazione concettuale e tecnica mirata alla trasformazione dei modelli organizzativi ed economici dell’impresa, nonché all’adozione di procedure idonee, anche alla luce delle nuove norme introdotte recentemente attraverso il recepimento delle recenti direttive europee in materia.
Rispetto al Pnrr, in cui si parla solo di rifiuti, nella proposta di Piano di transizione ecologica redatta dal MiTe fanno la loro comparsa concetti – familiari ai lettori di Economiacircolare.com – come l’ecodesign, l’allungamento della vita dei prodotti, il prodotto come servizio, la condivisione. Grande assente il riuso (se non si tratta di imballaggi). E manca l’indicazione di obiettivi specifici (a parte l’uso circolare dei materiali: dal 19% attuale al 30% entro il 2030).
Diciamolo subito: a confronto col Pnrr, che si è limitato alla gestione dei rifiuti e relativi impianti, la Proposta per il Piano di transizione ecologica approvata dal Cite (Comitato interministeriale per la Transizione ecologica) lo scorso 28 luglio alza lo sguardo dai cassonetti per guardate anche a tutto quello che viene prima. Trovano infatti spazio temi chiave dell’economia circolare come la riduzione dei rifiuti, l’ecodesign, l’allungamento della vita dei prodotti, il product as a service (o servitizzazione, con un brutto calco dall’inglese), la condivisione. Grande assente il riuso, immaginato per gli imballaggi ma non incentivato anche per altri beni.
Probabilmente ha pesato il fatto che il Pnnr guarda al breve temine e a quelle che il governo ha ritenuto emergenze da affrontare. Forse ha pesato il diverso vincolo connesso al Pnrr (un vincolo finanziario che coinvolge l’Europa) e alla Proposta di Piano (un accordo tra ministri). Redatta dal Mite “ma frutto approccio collegiale tra i vari dicasteri”, la proposta passa ora al vaglio della Conferenza unificata e delle commissioni parlamentari competenti, che dovranno esprimere (entro 20 giorni la prima, entro 30 le seconde) il loro parere. Dopo di che la Proposta sarà aggiornata in base a queste indicazioni e approvata dallo stesso Cite entro 30 giorni dal ricevimento dei pareri.
La proposta di Piano, leggiamo in un documento preparatorio della riunione, “rappresenta un testo chiave per la condivisione a livello politico degli obiettivi di ammodernamento del Paese”. Obiettivi che vanno dalla neutralità climatica alla messa in sicurezza del territorio, dal ripristino della biodiversità alla tutela del mare, fino – e questo interessa in particolare EconomiaCircolare.com – alla transizione verso l’economia circolare e la bioeconomia e al rispetto delle direttive europee sui rifiuti.
Economia circolare uguale (finalmente) ecoprogettazione e prevenzione dei rifiuti
Facendo la dovuta premessa che i documenti, anche quando approvati da ministri, sono cosa ben diversa dai fatti, la sezione della proposta di Piano relativa all’economia circolare si apre con un’affermazione che, per quanto banale per gli addetti ai lavori e gli appassionati, suona quasi inattesa se viene da chi ha approvato il Pnrr: “L’economia circolare è una sfida epocale che punta all’ecoprogettazione di prodotti durevoli e riparabili per prevenire i rifiuti”.
Ecoprogettazione e riparabilità insomma entrano tra gli obiettivi del governo, anche se, come vedremo, nel documento manca quasi del tutto l’indicazione di target specifici da raggiungere al 2030, che è l’ambito temporale per la messa a terra del Piano. Entro il 2022 – leggiamo ancora, in linea con quando affermato nel Pnrr – verrà pubblicata la “nuova Strategia nazionale per l’economia circolare, incentrata su ecoprogettazione ed ecoefficienza”. Giova infatti ricordare che una vera Strategia nazionale finora è stata annunciata ma mai approvata: abbiamo solo il documento di inquadramento e posizionamento strategico “Verso un modello di economia circolare per l’Italia”. Dopo una rapida descrizione delle politiche europee in questo campo, la Proposta fornisce qualche dettaglio sulla futura strategia.
Le misure: dal fisco all’end of waste all’ecodesign alla formazione
Leggiamo nel documento approvato dai ministri: “L’Italia parte da una posizione di relativo vantaggio in termini di circolarità delle risorse […]. Molto, tuttavia, resta da fare per compiere una vera e propria transizione alla circolarità lungo la strada indicata dall’Unione europea, sia in termini di eco-progettazione, durabilità, riparabilità e condivisione dei prodotti, sia per quanto riguarda la riduzione dei rifiuti”.
Questi gli obiettivi della Strategia nazionale per l’economia circolare, da raggiungere entro il 2030, con alcune indicazioni su come raggiungerli: Rendere competitive le materie prime seconde. La Strategia intende rafforzare il mercato delle materie prime seconde affinché siano “competitive in termini di disponibilità, prestazioni e costi”. In che mondo? Agendo “sulla normazione dei materiali” (immaginiamo si tratti delle caratteristiche e delle prestazioni) e sulle norme “End of waste”; Più Epr. Estendere il principio della Responsabilità estesa del produttore (Epr) e quello del “Chi inquina paga”. Tra le soluzioni cui il documento fa riferimento, il vuoto a rendere (per “favorire il mercato del riuso e la restituzione dei prodotti ai gestori privati in cambio di un contributo economico), pay per use, pay as you throw; Fiscalità. Sviluppare una fiscalità favorevole alla transizione verso l’economia circolare: come la “graduale eliminazione dei Sussidi dannosi all’ambiente”, e poi “forme positive di incentivazione delle attività di riparazione dei beni, sia per una loro progettazione più sostenibile”; Ecodesign. Porre le condizioni per “l’estensione della durata del prodotto attraverso una sua progettazione ispirata ai principi di modularità e riparabilità”. Anche grazie all’offerta di servizi “come la manutenzione/aggiornamento e la sostituzione del prodotto danneggiato”. Condivisione e product as a service. L’utilizzo più efficiente dei prodotti passa anche per “proposte commerciali di condivisione (sharing) e di noleggio (pay per use) che indicano lo spostamento dalla proprietà individuale del bene alla sua fruizione come servizio”; R&S. “Potenziare ricerca e sviluppo nel settore dell’eco-efficienza, migliorare la tracciabilità dei beni e risorse nel loro ciclo di vita”. Tra le iniziative indicate nella Proposta, quella di ”definire un set attendibile di indicatori per misurare il grado di circolarità dell’economia secondo le metodologie del Life cycle assessment, il Carbon Footprint e, in una logica di valutazione dell’economicità di processo, attraverso i Key performance indicators (Kpi) che permettono di considerare in modo unitario le fasi chiave dell’economia circolare: acquisto, produzione, logistica, vendita, uso e fine vita”; Educazione e formazione. Progettare nuovi programmi di educazione al consumo e di formazione interdisciplinare alla figura di esperto di economia circolare.
Macro-obiettivo della Proposta è “promuovere una economia circolare avanzata e di conseguenza a una prevenzione spinta di scarti e rifiuti (-50%) entro il 2040”. Nel documento non ci sono però chiarimenti su come verrà misurato questo 50%.
Come cambierà l’edilizia
Il Piano per la transizione ecologica proposto dal Mite dedica un focus particolare all’edilizia, che, come sappiamo, è la prima fonte di rifiuti speciali. Economia circolare ed efficientamento energetico degli edifici, sottolinea il documento, “vanno di pari passo nel settore delle costruzioni, dove una corretta scelta dei materiali e una valutazione applicata al ciclo di vita dell’edificio consentono di ridurre il consumo di risorse e le emissioni di gas climalteranti in fase di costruzione e utilizzo”. Per questo, accanto alle misure di risparmio energetico, saranno messe in campo “riforme per favorire l’economia circolare e dunque valorizzare all’interno del settore, componenti e materiali di origine secondaria”. Occhi puntati sull’ecodesign: “Scegliere materiali leggeri e durevoli, che siano riciclabili o realizzati con materia recuperata e riciclata, concepire prodotti che possano essere riparati, riutilizzati e disassemblati a fine vita così da favorire il recupero e non lo smaltimento in discarica”.
Per spingere questa rivoluzione in edilizia, il documento immagina riforme in ambito “sia pubblico che privato”. Tra cui “l’applicazione di criteri ambientali minimi sia in bandi di gara pubblici (ma applicati in parte anche nel privato nel caso dei Superbonus), dedicati alla ristrutturazione o costruzione di nuovi edifici, inseriscono per esempio alcune limitazioni per selezionare componenti edilizi con contenuto di materiale riciclato specifici”.
Tra le note di dettaglio, la volontà di “incentivare l’utilizzo del legname nazionale, finora poco sfruttato, anche per applicazioni in bioedilizia, considerate le sue insuperabili proprietà di sink di carbonio, e antisismiche”.
La bioeconomia circolare
La Proposta dei Cite punta anche al potenziamento della bioeconomia circolare, in particolare “la valorizzazione delle biomasse di scarto, dei rifiuti organici urbani, delle colture non alimentari e delle colture in secondo raccolto per la produzione di energia, di bioprodotti e di biocarburanti”. Accento particolare viene posto sulla produzione di energia e di biocarburanti.
Tra i focus del Piano c’è anche l’acqua: “Strategico è anche lo sviluppo di un’economia circolare dell’acqua, in attuazione del nuovo regolamento europeo 2020/741 che dà prescrizioni minime per il riuso delle acque reflue a scopo irriguo, visti i vantaggi che ne possono derivare per la collettività”. Indicatori
Scorrendo la proposta di Piano di transizione ecologica, nelle ultime pagine troviamo una lista di indicatori suggeriti per monitorare i cambiamenti attesi. L’unico per l’economia circolare è il “Tasso di uso circolare dei materiali”. Un indicatore sintetico legato al riciclo e alle materie prime seconde: niente durabilità, niente riparazione, niente riuso, niente preparazione. Comunque sia, se oggi il tasso di uso circolare dei materiali è al 19%, la proposta fissa l’obiettivo di arrivare al 30% entro il 2030.
fonte: economiacircolare.com
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Scenari. Se la gravità della situazione viene nuovamente certificata sul piano scientifico con nuova analisi e dati, su diverse testate il nuovo negazionismo continua a seminare dubbi sulla gravità della situazione e a suggerire che comunque il cambiamento richiesto è peggio della malattia
Il sesto rapporto della Commissione intergovernativa sui cambiamenti climatici dell’Onu (Ipcc) è stato lanciato mentre le ondate di calore e gli incendi devastano il pianeta dall’Amazzonia alla Siberia, dalla Grecia alla California.
Si tratta del primo dei tre volumi del sesto rapporto di valutazione, una sorta di summa delle scienze del clima pubblicata a otto anni dal rapporto precedente e a trentuno dal primo. La temperatura globale media registrata nel periodo 2010-19 risulta 1,07°C superiore a quella del periodo preindustriale mentre le concentrazioni di CO2 del 2020 sono quelle massime raggiunte negli ultimi 2 milioni di anni.
Rispetto al quinto rapporto, le evidenze della correlazione tra crisi climatica innescata dalle emissioni di gas serra e i fenomeni climatici estremi sono più forti così come il possibile crollo della corrente del Golfo giudicata solo otto anni fa «poco probabile» ora invece viene valutata con una probabilità media.
Si confermano i risultati presentati nel 2018 quando l’Ipcc aveva analizzato i diversi impatti tra uno scenario con l’aumento globale della temperatura media a 1,5°C e uno a 2°C e dunque dando un senso preciso alla formulazione degli obiettivi dell’Accordo di Parigi, di limitare «ben al di sotto dei 2°C e preferibilmente a 1,5°C» la temperatura media globale.
Per riuscirci, e dunque per evitare le conseguenze peggiori, è necessario un dimezzamento delle emissioni globali entro il 2030 e un loro azzeramento entro il 2050: ed è ancora possibile farlo, questa la buona notizia negli scenari presentati dal rapporto.
La difficoltà – e i conflitti – stanno proprio nei tempi stretti per agire. Che la transizione richieda grandi investimenti e non sia una passeggiata è certo. Ma è solo metà della storia. Non c’è infatti solo il «bagno di sangue» evocato a ogni piè sospinto dal ministro Cingolani: i nuovi settori rinnovabili sono infatti a maggior intensità di lavoro e dunque richiederanno più occupati e, semmai, in qualifiche che richiedono politiche di formazione e di riconversione dei lavoratori dei settori fossili.
Questi sono dominati da un oligopolio globale fatto di poche majors (come per petrolio e gas) e di alcuni (importanti) stati proprietari delle risorse. I nuovi settori vedono invece una pluralità di soggetti anche di dimensioni medie e piccole e una concorrenza globale nelle tecnologie che, per alcune di queste, vede avanti la Cina. La cui linea pro-carbone va bloccata offrendo di cooperare sulle tecnologie pulite: una ripresa della collaborazione europea e americana col colosso asiatico, colpito anch’esso da alluvioni distruttive in queste settimane, rimane una condizione necessaria per combattere sul serio la crisi climatica.
Se la gravità della situazione viene nuovamente certificata sul piano scientifico con nuova analisi e dati, su diverse testate il nuovo negazionismo continua a seminare dubbi sulla gravità della situazione e a suggerire che comunque il cambiamento richiesto è peggio della malattia.
Alcuni sono tra quei promotori del nucleare poi bloccato dal referendum nel 2011: i reattori francesi (e quelli nippo-americani) proposti avrebbero creato solo altrettanti «buchi neri finanziari» senza aver prodotto un solo kilowattora. Oggi corrono solerti nel gruppetto dei nuovi negazionisti in soccorso degli interessi dei «padroni del vapore» per bloccare o ritardare i cambiamenti necessari, mentre aziende come Eni cercano di intimidire la stampa con querele temerarie come è successo al Fatto Quotidiano e di recente al Domani.
Eni che insiste con obiettivi largamente inadeguati sulle rinnovabili e a promuovere «soluzioni» incerte e rischiose come stoccare la CO2 nel sottosuolo o vendere il Gpl presentato come «verde» solo perché Eni ha acquistato gli equivalenti crediti di CO2 forestali in Zambia. Operazioni cartacee di assorbimenti forestali di CO2 a copertura di emissioni certe (quelle emesse dal Gpl «verde») che potrebbero andare in fumo al prossimo incendio, come è avvenuto per i crediti di CO2 acquisiti da altre grandi multinazionali proprio con gli incendi di questi giorni. Sarebbe ora di smetterla con l’aria fritta e iniziare a fare sul serio per combattere la crisi climatica.
Giuseppe Onufrio
Direttore Greenpeace Italia
fonte: ilmanifesto.it
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Invece di puntare davvero alla transizione ecologica, il piano destina molte risorse a progetti con fonti fossili o alle grandi opere, grazie agli “sblocca cantieri” modello berlusconi
Gli eventi disastrosi degli ultimi giorni, incendi e alluvioni, confermano i contenuti del nuovo Rapporto Ipcc/Unep sui cambiamenti climatici. Fenomeni i cui effetti si prevedeva si dispiegassero nei prossimi 50 anni invece si manifesteranno sempre più spesso e intensamente nel prossimo quindicennio. Per tali trend, l’Unione europea aveva predisposto già due anni fa il Green Deal: una forte riconversione degli assetti socioeconomici verso la riqualificazione ecologica. La pandemia ha poi favorito la sua proiezione su uno strumento specifico: il Next Generation Eu, per unire ripresa economica e riconversione ecologica.
Il nostro Paese è stato individuato quale primo beneficiario delle risorse, 196 miliardi tra prestiti e sovvenzioni (il 45%). Il programma delle azioni è contenuto nel Piano nazionale di ripresa e resilienza. Inneggiando da più parti alla presunta “cascata di miliardi” che starebbe per investire il Bel Paese, si copre lo stravolgimento di logica e senso del programma. Il piano ha smarrito una delle priorità, forse la principale caratteristica per cui era nato: la svolta ecologica. Già nella sua struttura interna , oltre le sigle, l’invocata svolta verde è quasi sparita. Se poi si considera che il nostro Piano –unico nell’Ue - integra l’ennesimo provvedimento “Sblocca Grandi Opere”, inserito nel decreto sulle Semplificazioni, il Pnrr diventa un autentico attacco all’ambiente.
La logica di costruzione del programma ha infatti tralasciato completamente “il ripristino e il rispetto della regola ambientale”, dettati dal Green Deal. Si è trasformato nella semplice riproposizione di progetti già previsti o in attesa, gestiti con la medesima logica e dagli stessi attori, spesso le grandi imprese, che hanno portato ai dissesti e disastri ambientali e sociali per cui soffriamo tutti i giorni. L’incredibile rilancio delle grandi opere di berlusconiana memoria, nel quadro attuale, completa la svolta anti-ambientale del programma.
All’interno del Pnrr ci sarebbero 70 miliardi “destinati alla transizione ecologica”: ma guardando ai veri progetti emerge come nei 20 miliardi per la transizione energetica prevalga il preponderante uso del fossile: gas e perfino carbone. E che anche l’idrogeno –potenziale fonte pulita del futuro – sia derivato soprattutto dallo stesso gas. Inoltre gli stessi progetti riguardanti le rinnovabili, eolico o fotovoltaico, sono viziati dagli stessi approcci che hanno gravato sui grandi apparati da combustibili fossili: allo sfondamento decisionale deve seguire la massimizzazione d’uso di quella tecnologia in quel contesto. Per il trasporto locale ci sono appena 2,5 miliardi. Ma sono destinati per lo più a progetti tecnologicamente obsoleti, come i tram alimentati dalle grandi reti da impianti fossili con ricadute urbanistiche spesso troppo impattanti e costose, laddove si potrebbero usare, sugli stessi percorsi, nuovi mezzi a batteria e ricarica veloce, con notevoli risparmi finanziari e ambientali.
Per la tutela del territorio, difesa sismica e idrogeologica, c’è appena una decina di miliardi. A fronte di questo, però, il Piano prevede circa 30 miliardi per Alta Velocità ferroviaria e Grandi Opere (spacciate per mobilità sostenibile). La cifra diventa abnorme (oltre 110 miliardi) se si considera l’allegato “Sblocca Cantieri” integrato nel decreto Semplificazioni: per questo si sono “recuperati” 81 miliardi per 57 Grandi Opere, alcune già previste fin dal 2001, con la famigerata e “criminogena” Legge Obiettivo di Berlusconi. Progetti non pianificati, con enormi impatti ambientali, spesso inutili, che hanno disseminato l’Italia di centinaia di cantieri fermi o mai avviati e non per la presenza dei comitati degli ambientalisti o della mitologica burocrazia, ma perché erano progetti spesso viziati dall’aggiramento o dalla mancata risoluzione di problemi tecnici e ambientali, funzionali a rapide approvazioni per drenare risorse nelle fasi preliminari. Ottimi meccanismi per gonfiare i trasferimenti finanziari a fronte di lavori anche inesistenti.
Per evitare che la “cascata di miliardi” si traduca in nuovi sfasci ambientali e sociali, oltre a una reale verifica ecologica, bisognerebbe almeno cancellare le Grandi Opere interne o allegate al piano, in linea, tra l’altro, con quanto il ministro competente Enrico Giovannini sostiene tutti i giorni. Andrebbero realizzati solo progetti sostenibili, il cui impatto ambientale risulti rigorosamente verificato secondo i criteri del Green Deal (non dalla Valutazione a maglie larghe prevista ancora dai decreti Semplificazioni): quindi, di nuovo, non certo mega-opere.
Dalle relazioni con le istituzioni alla scelta strategica dei partner (soprattutto logistici) e dei materiali, con la stella polare della semplicità e della convenienza: un report del Center for the Circular Economy di Closed Loop Partners analizza le best practice dei sistemi di riuso degli imballaggi e identifica indicazioni e criteri chiave di cui fare tesoro nel disegnare un modello di riuso efficace
Nonostante qualche difficoltà ad affermarsi in un modello di consumo basato sulla funzionalità e sulla comodità offerta dagli imballaggi usa e getta, la transizione verso nuovi modelli basati sul riuso dei contenitori e degli imballaggi è già partita. Non passa settimana senza che si registri la nascita di nuove iniziative che interessano anche le grandi marche multinazionali, per ora soprattutto all’estero. Tra le ragioni ci sono certamente i nuovi ambiziosi obiettivi sul clima e sulla sostenibilità complessiva da raggiungere entro i prossimi 5-10 anni. Sia quando applicati agli imballaggi industriali (business to business, B2B) per movimentare le merci in entrata e uscita dai centri produttivi e commerciali, sia per gli imballaggi primari (business to consumer, B2C), i modelli di riutilizzo offrono ampie opportunità e potenzialità nel supportare questi obiettivi.
Esperimenti e concorsi all’insegna del riutilizzo
Il Center for the Circular Economy di Closed Loop Partners, società di investimento newyorkese in prima linea nello sviluppo dell’economia circolare, ha recentemente pubblicato un rapporto che descrive le modalità da seguire per implementare sistemi efficaci basati su contenitori riutilizzabili e durevoli. Nel rapporto, intitolato Bringing Reusable Packaging Systems to Life. Lessons Learned from Testing Reusable Cups, gli autori attingono alle intuizioni e ai risultati emersi dai diversi progetti pilota di tazze riutilizzabili realizzati in gruppi (cluster) di locali nelle città di Palo Alto e San Francisco. Questi progetti hanno coinvolto startup come Recup, CupClub e Muuse, già operative nei rispettivi Paesi e vincitrici della Next Generation Cup Challenge, il concorso di progettazione globale promosso da NextGen Consortium.
“I modelli di riutilizzo sono uno strumento fondamentale nella lotta contro i rifiuti di plastica e vengono riconosciuti dalle aziende sempre più come una valida strategia di riduzione dei rifiuti”, spiega Kate Daly, che guida il Center for the Circular Economy. “Gli imballaggi e i bicchieri riutilizzabili rappresentano solamente un inizio; i modelli di ricarica e di noleggio che mantengono a lungo i materiali nei cicli economici sono pronti e si prestano a reinventare tutti i tipi di formati necessari ai prodotti e in più settori. Il futuro del riutilizzo è radioso e dobbiamo ora lavorare in modo collaborativo per raggiungerlo”.
A Daly si associa anche Chris Krohn, responsabile del progetto per OpenIDEO, piattaforma collaborativa per l’innovazione sociale. “Questo è il momento perfetto per progettare, implementare e scalare i modelli di riuso – commenta Krohn – poiché gli sviluppi tecnologici, la pressione normativa e la domanda di alternative più ecocompatibili da parte dei consumatori convergono. I risultati delle esperienze pilota aiutano a progettare al meglio un sistema che funzioni per tutti”.
Le lezioni chiave che sono emerse per i modelli “return from home” e “return on the go” possono interessare il settore della ristorazione nelle sue diverse forme ma anche i rivenditori di prodotti alimentari e non. I sistemi di tazze e bicchieri riutilizzabili sono un’opzione praticabile per aziende di tutte le forme e dimensioni e non solamente nel settore Horeca (alberghiero ristorazione e catering).
Queste indicazioni e criteri chiave di cui fare tesoro nel disegnare un modello di riuso efficace degli imballaggi coprono i seguenti ambiti: il coinvolgimento dei diversi stakeholder, le scelte da intraprendere sui contenitori e materiali, la selezione dei luoghi e dei circuiti appropriati per implementare un sistema, la scelta del giusto modello di pagamento e l’ottimizzazione dei protocolli di salute e sicurezza.
Prima regola: facilità e convenienza
Su un punto il report non ha dubbi: il prerequisito che tutti i sistemi di riuso degli imballaggi devono soddisfare è quello della facilità d’uso. Per promuovere una transizione dal monouso ai sistemi riutilizzabili l’interazione deve essere semplice e fornire un’esperienza senza interruzioni per aziende e clienti, oltre che conveniente.
Il sistema deve essere facilmente accessibile ed utilizzabile perché deve competere in primis con la convenienza e l’onnipresenza delle alternative monouso.
Quando si progetta o si implementa un sistema riutilizzabile per tazze o altri contenitori va tenuto presente che ogni fase è parte integrante del successo totale del sistema. Tutti i passaggi: dalla fase di informazione all’adesione al sistema, all’ordinazione e riconsegna del contenitore, e per finire con la fase di recupero, sanificazione e consegna del contenitore pulito vanno pianificate con cura. In particolare per affrontare quelle criticità che abbiamo visto nella prima parte di questo articolo, sia sul fronte dei consumatori che degli altri soggetti coinvolti.
Scegliere i partner per gestire un modello efficace
I modelli di riutilizzo seppur nelle loro differenze (“refill at home”, “refill on the go”, “return from home”, “return on the go”) richiedono una logistica unica e complessa per mantenere la circolazione degli imballaggi per i diversi utilizzi ad un livello ottimale sia in termini di disponibilità che di requisiti igienici, funzionali ed estetici.
Essendo la fase di consegna dei contenitori ai punti di vendita al dettaglio maggiormente complessa, il ricorso a partner terzi specializzati in ritiro, trasporto e logistica inversa può rappresentare la strada da percorrere in molti casi.
In tal caso l’identificazione e la scelta di partner logistici che aderiscono a rigorosi protocolli di igiene e sicurezza, che hanno in essere meticolosi controlli di qualità è un fattore di importanza fondamentale che contribuisce al successo sul lungo termine di un modello.
Tra i principali attori che vengono solitamente coinvolti in un modello di riuso come logistica ci sono le aziende che operano nei settori della produzione e approvvigionamento degli alimenti oggetto del servizio e nella gestione dei contenitori.
Tra le attività di logistica inversa rientrano il ritiro e la riconsegna dei contenitori, la gestione delle scorte e del monitoraggio e tracciamento del sistema.
Indipendentemente dal fatto che un’azienda utilizzi dei partner esterni o sia totalmente autosufficiente, tutti i ruoli e procedure devono essere presidiati per garantire che tutti i passaggi cruciali non vengano trascurati. Ad esempio i passaggi come la gestione dell’inventario e il lavaggio dei contenitori offrono l’opportunità di individuare i manufatti non più idonei. Inoltre, è importante che vengano implementati i più alti gradi di standard igienici (ISO e antimicrobici) e includere nelle fasi di somministrazione e consegna i protocolli di sicurezza inclusi quelli anti- COVID-19.
Le partnership con il governo locale
In attesa di un quadro di riferimento nazionale che promuova e regolamenti i modelli di riutilizzo, lo stabilire collaborazioni con le amministrazioni comunali o altri enti e agenzie governative locali rappresenta la chiave per il successo dei modelli di riuso sul lungo termine. Tali collaborazioni possono portare anche allo sviluppo di misure normative ambientali locali.
Le misure vincolanti o volontarie già implementate con successo in alcuni Paesi promosse localmente possono includere: Richiedere ai rivenditori di mettere a disposizione contenitori riutilizzabili per i clienti utilizzabili con l’addebito di una cauzione restituibile quando si riporta il contenitore vuoto. In alternativa vincolare i rivenditori a servirsi di fornitori di servizi basati sulla fornitura e ritiro di contenitori riutilizzabili come da modello PaaS (product as a service). Oppure accettare l’impiego di contenitori riutilizzabili da parte dei clienti prevedendo un’apposita procedura per prevenire eventuali rischi sanitari in concertazione con le autorità di riferimento come le Asl; Concertare con i rivenditori un costo da addebitare sullo scontrino uguale per tutta la città per gli acquisti con imballaggio monouso e uno sconto per chi si serve di un contenitore riutilizzabile; Emettere specifiche ordinanze che vietino il consumo di bevande e cibo da asporto all’interno di eventi o zone a rischio di dispersione di rifiuti nell’ambiente come parchi e riserve predisponendo l’accesso ad opzioni alternative per la fornitura degli stessi servizi di ristorazione normati da bandi di circular procurement.
Inoltre i governi locali possono promuovere con altre iniziative politiche la nascita di modelli di riuso: definendo standard operativi e sanitari che servano da riferimento e mettendo a disposizione risorse e strutture pubbliche che favoriscano l’insediamento di infrastrutture necessarie a livello di logistica come punti di riconsegna o per la sanificazione dei contenitori.
I sistemi di riuso possono rappresentare una risposta per i governi locali che hanno l’esigenza di ridurre i rifiuti e i costi di gestione correlati. In particolare i rifiuti da asporto sono una vera sfida al decoro urbano che assorbe risorse importanti agli enti locali. Nella città di Palo Alto, Chuck Muir, Manager dei Programmi Rifiuti Zero, dove hanno avuto luogo le sperimentazioni, ha rimarcato che la partecipazione dell’amministrazione al programma ha contribuito allo sviluppo di politiche a lungo termine messe in campo dall’ente per affrontare al meglio questo flusso di rifiuti.
“La collaborazione con i governi locali – ha dichiarato Brian Reilly, AD di Muuse, altro sistema di tazze riutilizzabili testato a Paolo Alto – può creare un vento oltremodo favorevole per i sistemi di riutilizzo e ispirare allo stesso tempo le loro politiche future. La politica, che rappresenta spesso l’anello mancante, può fare invece la differenza tra un’adesione del 10% o dell’80% dei soggetti potenzialmente coinvolgibili“.
Materiali adatti a garantire la durata
Il materiale e la tipologia di contenitore scelto è un altro elemento chiave nella progettazione di un sistema di riuso che ne determina anche il suo impatto ambientale.
L’opzione che si va ad individuare – considerando che tutti i materiali hanno un impatto ambientale e non esistono materiali sostenibili ma cicli di utilizzo sostenibili – dovrebbe garantire: il maggior numero di utilizzi possibile; la possibilità di essere rigenerato o ricondizionato; la facilità di riciclo al termine della sua vita utile; un’esperienza di consumo affidabile e piacevole per i clienti, in linea con le caratteristiche del marchio che l’adotta.
Sono diversi i materiali che vengono impiegati nella produzione di contenitori riutilizzabili in tutto il mondo a seconda dei diversi settori e delle caratteristiche dei prodotti. In generale si riscontra una prevalenza dei materiali plastici nei diversi settori che includono anche gli imballaggi del circuito industriale e commerciale. Trend che si registra anche nella ristorazione con una presenza minoritaria di contenitori in vetro e acciaio inossidabile.
Il modello di pagamento e di incentivi conta
Al fine di consentire e incoraggiare un uso regolare dei servizi che gestiscono gli imballaggi riutilizzabili l’utilizzo dei “giusti” incentivi economici, sistemi di pagamento e degli addebiti per i contenitori non restituiti, sono elementi fondamentali per determinare il successo di modelli che devono essere economicamente sostenibili anche sul lungo termine. Le entrate di questi modelli provengono da due fonti principali: transazioni con i clienti e le commissioni sostenute dalle aziende che utilizzano il servizio.
Per quanto riguarda i clienti i modelli sono basati sul pay-per-use o con il modello abbonamento (subscription). Da indagini effettuate dal progetto di Closed Loop risulta che due terzi dei rispondenti preferisca il primo modello che permette una maggiore flessibilità nell’utilizzo senza rischiare di pagare per un servizio che non usufruiscono, al contrario degli utilizzatori frequenti che preferiscono il secondo modello. La maggior parte dei servizi basati su contenitori riutilizzabili include una commissione per ogni utilizzo che non deve essere sovradimensionata rispetto ai costi sostenuti per non scoraggiare la partecipazione degli esercizi al sistema. Il processo di pagamento è un’area in cui l’integrazione e la compatibilità con sistemi operativi (in particolare POS e app/pagamenti mobili) più utilizzati dai bar e dalle attività commerciali.
L’allineamento degli incentivi presenti nei programmi dei singoli esercizi – parte di un circuito di esercizi commerciali che utilizza lo stesso servizio – renderà più facile ai nuovi clienti l’adesione e migliorerà la fidelizzazione. A loro volta gli incentivi/disincentivi scelti dovrebbero essere allineati alle politiche ambientali correlate al riuso e alla riduzione dei rifiuti da monouso eventualmente in vigore nei territori (di cui al punto sulla collaborazione con gli enti locali).
Un grande impulso allo sviluppo di sistemi riutilizzabili arriva dall’uso di tecnologie che utilizzano l’Internet of Things e tecnologie come Rfid. I cosiddetti “contenitori intelligenti” contengono un chip leggibile da tutti gli smartphone una volta installata l’applicazione. Questi sistemi non permettono solamente il tracciamento del contenitore durante le varie fasi del ciclo d’uso, ma anche la raccolta di dati interessanti sotto il profilo ambientale (in termini di rifiuti ridotti ed emissioni di CO2 evitate) ed economico.
Tra le funzioni più interessanti dal punto di vista dell’utilizzatore del servizio c’è la possibilità di effettuare pagamenti cashless/contactless, molto utilizzata durante la pandemia. Ma è molto apprezzata anche la veloce restituzione del contenitore tramite una scansione che conferma in tempo reale l’avvenuta registrazione del reso, insieme all’eventuale restituzione della cauzione quando prevista.
Monitorare e misurare gli impatti e le prestazioni del sistema di riuso degli imballaggi
Per promuovere i modelli di riuso è fondamentale mostrare il loro impatto netto positivo sull’ambiente e per farlo servono dati e metriche comuni che possano misurare le variabili, gli input energetici, gli indici di riutilizzo dei contenitori e altri aspetti. Nello studio si trova anche una sezione che suggerisce una serie di metriche da prendere in considerazione nello sviluppo di un approccio standard di misurazione per il settore suddivise in base ai quattro criteri chiave: fattibilità tecnica (come caratteristiche del sistema e del contenitore), sostenibilità economica (per i locali e per il partner logistico), circolarità del sistema, user desirability (realmente allineato alle esigenze dei soggetti che l’utilizzeranno). Le parole di Matt Prindiville, ceo di Upstream, definiscono con chiarezza il ruolo che svolge la misurazione: “Con la scalabilità dei modelli di riutilizzo – commenta Prindiville -, la creazione di un quadro di misurazione standardizzato può aiutare ad allineare il settore nel suo complesso intorno a metriche importanti con progressi per la collettività. Con l’aiuto di un set standard di metriche, benchmarking (analisi comparative tra le diverse aziende di solito concorrenti, ndr) e raffronti con il baseline di partenza (misura di prestazione o indicatore che rappresenta ‘il punto di partenza’, ndr) sarà possibile valutare i progressi e fissare obiettivi ambientali più ambiziosi e raggiungibili.”
Gli Stati membri alla prova delle direttive Ue
Un grande assist verso l’adozione dei modelli di riuso nella formula Paas (product as a service, “prodotto come servizio” in italiano), si ritrova nel quadro di riferimento Europeo a supporto della transizione verso un’economia circolare. I modelli Paas sono espressamente richiamati dal Parlamento europeo all’interno della Risoluzione del 10 febbraio 2021 sul Pacchetto europeo per l’economia circolare nella relazione sul nuovo piano del 28 gennaio 2021) tra gli obiettivi dell’iniziativa.
Inoltre la promozione del modello “prodotto come servizio” in cui i produttori mantengono la proprietà del prodotto o la responsabilità delle sue prestazioni per l’intero ciclo di vita si ritrova anche all’interno dell’Iniziativa della Commissione sui prodotti sostenibili (Sustainable product Initiative) attualmente in fase di seconda consultazione.
fonte: economiacircolare.com
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