Gli eventi disastrosi degli ultimi giorni, incendi e alluvioni, confermano i contenuti del nuovo Rapporto Ipcc/Unep sui cambiamenti climatici. Fenomeni i cui effetti si prevedeva si dispiegassero nei prossimi 50 anni invece si manifesteranno sempre più spesso e intensamente nel prossimo quindicennio. Per tali trend, l’Unione europea aveva predisposto già due anni fa il Green Deal: una forte riconversione degli assetti socioeconomici verso la riqualificazione ecologica. La pandemia ha poi favorito la sua proiezione su uno strumento specifico: il Next Generation Eu, per unire ripresa economica e riconversione ecologica.
Il nostro Paese è stato individuato quale primo beneficiario delle risorse, 196 miliardi tra prestiti e sovvenzioni (il 45%). Il programma delle azioni è contenuto nel Piano nazionale di ripresa e resilienza. Inneggiando da più parti alla presunta “cascata di miliardi” che starebbe per investire il Bel Paese, si copre lo stravolgimento di logica e senso del programma. Il piano ha smarrito una delle priorità, forse la principale caratteristica per cui era nato: la svolta ecologica. Già nella sua struttura interna , oltre le sigle, l’invocata svolta verde è quasi sparita. Se poi si considera che il nostro Piano –unico nell’Ue - integra l’ennesimo provvedimento “Sblocca Grandi Opere”, inserito nel decreto sulle Semplificazioni, il Pnrr diventa un autentico attacco all’ambiente.
La logica di costruzione del programma ha infatti tralasciato completamente “il ripristino e il rispetto della regola ambientale”, dettati dal Green Deal. Si è trasformato nella semplice riproposizione di progetti già previsti o in attesa, gestiti con la medesima logica e dagli stessi attori, spesso le grandi imprese, che hanno portato ai dissesti e disastri ambientali e sociali per cui soffriamo tutti i giorni. L’incredibile rilancio delle grandi opere di berlusconiana memoria, nel quadro attuale, completa la svolta anti-ambientale del programma.
All’interno del Pnrr ci sarebbero 70 miliardi “destinati alla transizione ecologica”: ma guardando ai veri progetti emerge come nei 20 miliardi per la transizione energetica prevalga il preponderante uso del fossile: gas e perfino carbone. E che anche l’idrogeno –potenziale fonte pulita del futuro – sia derivato soprattutto dallo stesso gas. Inoltre gli stessi progetti riguardanti le rinnovabili, eolico o fotovoltaico, sono viziati dagli stessi approcci che hanno gravato sui grandi apparati da combustibili fossili: allo sfondamento decisionale deve seguire la massimizzazione d’uso di quella tecnologia in quel contesto. Per il trasporto locale ci sono appena 2,5 miliardi. Ma sono destinati per lo più a progetti tecnologicamente obsoleti, come i tram alimentati dalle grandi reti da impianti fossili con ricadute urbanistiche spesso troppo impattanti e costose, laddove si potrebbero usare, sugli stessi percorsi, nuovi mezzi a batteria e ricarica veloce, con notevoli risparmi finanziari e ambientali.
Per la tutela del territorio, difesa sismica e idrogeologica, c’è appena una decina di miliardi. A fronte di questo, però, il Piano prevede circa 30 miliardi per Alta Velocità ferroviaria e Grandi Opere (spacciate per mobilità sostenibile). La cifra diventa abnorme (oltre 110 miliardi) se si considera l’allegato “Sblocca Cantieri” integrato nel decreto Semplificazioni: per questo si sono “recuperati” 81 miliardi per 57 Grandi Opere, alcune già previste fin dal 2001, con la famigerata e “criminogena” Legge Obiettivo di Berlusconi. Progetti non pianificati, con enormi impatti ambientali, spesso inutili, che hanno disseminato l’Italia di centinaia di cantieri fermi o mai avviati e non per la presenza dei comitati degli ambientalisti o della mitologica burocrazia, ma perché erano progetti spesso viziati dall’aggiramento o dalla mancata risoluzione di problemi tecnici e ambientali, funzionali a rapide approvazioni per drenare risorse nelle fasi preliminari. Ottimi meccanismi per gonfiare i trasferimenti finanziari a fronte di lavori anche inesistenti.
Per evitare che la “cascata di miliardi” si traduca in nuovi sfasci ambientali e sociali, oltre a una reale verifica ecologica, bisognerebbe almeno cancellare le Grandi Opere interne o allegate al piano, in linea, tra l’altro, con quanto il ministro competente Enrico Giovannini sostiene tutti i giorni. Andrebbero realizzati solo progetti sostenibili, il cui impatto ambientale risulti rigorosamente verificato secondo i criteri del Green Deal (non dalla Valutazione a maglie larghe prevista ancora dai decreti Semplificazioni): quindi, di nuovo, non certo mega-opere.
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