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Rapporto Wwf: 39 milioni di nuovi posti di lavoro se i governi la smettono con i sussidi dannosi per l’ambiente

Riorientare questa spesa verso pratiche sostenibili ridurrà l'impatto sulla biodiversità e aiuterebbe a passare a un'economia nature-positive




In vista dell’Open-Ended Working Group (OEWG-3) che si terrà dal 23 agosto al 3 settembre e che preparerà la ...

Il valore della natura. Presentato il quarto Rapporto sullo stato del capitale naturale in Italia

 










È stato presentato in videoconferenza, alla presenza del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, il “Quarto Rapporto sullo stato del capitale naturale in Italia” che, dopo l'approvazione, sarà trasmesso al presidente del Consiglio e al ministro dell’Economia. Alla riunione plenaria del Comitato per il capitale naturale sono intervenuti tra gli altri, oltre al direttore generale del Mite per il patrimonio naturalistico Antonio Maturani, il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili Enrico Giovannini, il ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli, il ministro del Turismo Massimo Garavaglia, la viceministra all’Economia Laura Castelli, la sottosegretaria al Lavoro Rossella Accoto, la sottosegretaria al Sud Dalila Nesci e il direttore generale dell'Ispra Stefano Laporta.

Il Rapporto è stato predisposto tra novembre 2020 e marzo 2021. La necessità di preservare e ripristinare il capitale naturale per garantire una ripresa duratura è riconosciuta dall’Agenda Onu per lo sviluppo sostenibile e dal Green Deal europeo. Nell’impostare questa quarta edizione, gli esperti hanno concordato sull’importanza strategica di tenere in considerazione ciò nell’ambito della transizione economica prevista dal programma integrato del Next Generation EU, da sviluppare attraverso un Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che dedichi il 37% delle risorse alla biodiversità, ad azioni per il clima e all’adattamento ai cambiamenti climatici, anche in virtù dei nuovi impegni comunitari derivanti dalla Strategia europea per la biodiversità al 2030 e alla Strategia “Farm to Fork” per una migliore sostenibilità ecologica di tutta la filiera agroalimentare.

“La nostra deve essere la prima generazione capace di lasciare i sistemi naturali e la biodiversità dell’Italia in uno stato migliore di quello che abbiamo ereditato - sostiene la “vision” del comitato. - Per questo si suggerisce che il Pnrr, costituendo una straordinaria occasione per il necessario cambio di rotta, includa una grande “opera pubblica” di ripristino degli ambienti terrestri e marini attraverso la creazione di infrastrutture verdi e soluzioni basate sulla natura, rispondendo altresì all’impegno delineato dal decennio delle Nazioni Unite sull’“Ecosystem Restoration” 2021-2030 e consentendo di affrontare l’adattamento ai cambiamenti climatici.
Proprio sulle azioni prioritarie del Pnrr si è soffermato nel suo intervento il ministro Cingolani, che ha sottolineato quanto sia fondamentale puntare sulla riforestazione, sul miglioramento delle aree fluviali, sui programmi per i parchi e il mare, sulla riconnessione degli ecosistemi, sul turismo verde, sul monitoraggio del capitale naturale, includendo la decarbonizzazione, la circular economy, lo stop al consumo di suolo, il recupero delle aree degradate, le infrastrutture idriche, la mobilità urbana, senza dimenticare la pianificazione delle risorse. “Ho osservato con soddisfazione – ha affermato il ministro – che l'impostazione del Quarto Rapporto sullo stato del capitale naturale è allineata con il Recovery Plan, pur essendo nata precedentemente. È una buona notizia: vuol dire che stiamo quindi lavorando, tutti insieme, nella giusta direzione".

fonte: www.e-gazette.it


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Tutela del capitale naturale? In Italia sono in vigore 37 sussidi dannosi per la biodiversità

Sono quelli censiti dal ministero dell’Ambiente. Nel mentre le imposte che hanno come basi imponibili l’inquinamento o l’uso delle risorse naturali sono solo l’1%
























Il ministero dell’Ambiente ha pubblicato la terza edizione del Rapporto sullo stato del capitale naturale in Italia, un prezioso documento che attraverso la contabilizzazione dei beni naturali punta a superare il paradosso della “invisibilità economica della natura”: ci ostiniamo a osservare l’incremento (o più spesso lo stallo) della nostra economia, dimenticando che per sostenerla consumiamo 8,7 tonnellate di risorse naturali l’anno a testa, e che per ottenere mille euro di Pil servono 0,31 tonnellate di queste risorse: nel 2016 (ultimo dato disponibile) il Consumo materiale interno ha raggiunto le 493.538.000 tonnellate a livello nazionale.
Non solo: secondo le precedenti edizioni del report la natura ci regala 338 miliardi di euro in servizi ecosistemici, ma attraverso la nostra pressione sull’ambiente mettiamo a rischio beni assai più preziosi. Acqua e aria pulite, cibo, il piacere di passeggiare in un bosco. La natura ci dà la vita ma «pur essendo indubbiamente fonte primaria di tutti i valori d’uso e di scambio, non si vede riconosciuto alcun merito e alla sua protezione sono allocate quote irrisorie del prodotto sociale. L’idea di fondo è che, adottando un’unità di riferimento e un sistema di misurazione comune (e al quale i vari portatori di interesse sono più abituati), si possa meglio comprendere e far comprendere il valore della natura e persino proteggerla e conservarla con più efficacia».
Nonostante il ministero dell’Ambiente sia arrivato al terzo rapporto di questa serie, i progressi nella tutela del capitale naturale però scarseggiano. Ad ogni nuovo documento si aggiunge anzi un altro aspetto su cui è necessario migliorare.
In questo caso emerge il tema della fiscalità: una disamina dei sussidi dannosi per la biodiversità, ovvero un sottoinsieme dei sussidi ambientalmente dannosi individuati nella seconda edizione del Catalogo elaborato sempre dal ministero (la terza edizione per legge avrebbe dovuto vedere la luce lo scorso giugno, ma ancora non è nota), arrivando a individuare 19,3 miliardi di euro in sussidi ambientalmente dannosi (Sad) contro 15,2 miliardi di euro stanziati per sussidi ambientalmente favorevoli. Tra i Sad censiti dal dicastero, il rapporto individua ben 37 – qui l’elenco completo – dannose per la biodiversità nazionale.
Non a caso la prima delle raccomandazioni contenute nel documento sottolinea la necessità di “studiare forme di fiscalità orientata alla protezione del capitale naturale”. Ad oggi (dato 2017) il gettito legato alle tasse ambientali – ovvero quelle dove la base impositiva “è costituita da una grandezza fisica (eventualmente sostituita da una proxy) che ha un impatto negativo provato e specifico sull’ambiente” – arriva a livello nazionale a 57,4 miliardi di euro (il 3,3% del Pil), ma per «la quasi totalità» non sono tasse di scopo. Ovvero, sono imposte il cui gettito non è utilizzato per finanziare le spese per la protezione ambientale. Solo l’1% circa delle imposte ambientali è soggetto ad un vincolo di destinazione riguardante il finanziamento delle spese per la protezione dell’ambiente.
«Un’imposizione fiscale maggiormente orientata alla razionalizzazione dell’uso delle risorse del capitale naturale – conclude nel merito il rapporto – dovrebbe veder aumentare in termini assoluti questa componente; contribuirebbe anche a contrastare la riduzione delle risorse finanziarie disponibili per gli investimenti nella protezione dell’ambiente, evidenziata nell’Ecorendiconto». Ovvero?
L’Ecorendiconto datato settembre 2019, e riguardante l’esercizio finanziario 2018, mostra che «le risorse destinate dallo Stato alla spesa primaria per la protezione dell’ambiente e per l’uso e la gestione delle risorse naturali ammontano nel 2017 a circa 4,7 miliardi di euro, pari allo 0,7% della spesa primaria complessiva del bilancio dello Stato. Questo volume di risorse rappresenta la massa spendibile per la spesa primaria ambientale», un’inezia rispetto ai 338 miliardi di euro che ogni anno ci regala la natura.
fonte: www.greenreport.it

Il 2020 italiano parte già in ritardo su clima, energia e capitale naturale

Entro il 1 gennaio avrebbero dovuto essere pronti la “Strategia di lungo termine per la riduzione dei gas a effetto serra al 2050”, il “Piano nazionale energia e clima 2030” e il terzo “Rapporto sullo stato del capitale naturale”: che fine hanno fatto?




















Dopo una legge di Bilancio che ha in larga parte disatteso le promesse sul Green new deal avanzate a partire dall’insediamento del Governo Conte bis, neanche l’arrivo del 2020 ha portato un cambio passo in direzione della transizione ecologica: non c’è infatti traccia della “Strategia di lungo termine per la riduzione dei gas a effetto serra al 2050”, del “Piano nazionale energia e clima 2030” e del terzo “Rapporto sullo stato del capitale naturale”, tutti documenti di grande rilievo attesi dal Governo entro il 1 gennaio, dei quali però nessuna fonte istituzionale ha dato ancora notizia.
Il ministero dell’Ambiente, in coordinamento con quelli dello Sviluppo economico, delle Politiche agricole e delle Infrastrutture, ha avviato da tempo i lavori per produrre la “Strategia di lungo termine per la riduzione dei gas a effetto serra al 2050”, un documento pensato per «delineare una transizione verso l’azzeramento delle emissioni nette di gas a effetto serra entro il 2050, che sia equa sul piano sociale ed efficiente in termini di costi». Lo scorso ottobre il ministero dell’Ambiente spiegava che «l’Italia deve predisporre e inviare alla Commissione europea entro il 1° gennaio 2020, come previsto dall’accordo di Parigi e dalle normative europee», ma di fatto dopo la consultazione pubblica avviata sul testo – e conclusa lo scorso 4 novembre – dal dicastero non sono arrivate altre novità.
Il Piano nazionale energia e clima 2030 (Pniec), definito come «uno strumento fondamentale per cambiare la politica energetica e ambientale del nostro Paese verso la decarbonizzazione» attende di essere esaminato dalla Commissione europea: la prima bozza del documento (inviata all’Ue lo scorso gennaio, sempre in ritardo) è stata sottoposta in questi mesi ad una lunga trafila, fino all’approvazione da parte della Conferenza unificata prima di Natale, in tempo utile «per l’invio del Piano alla Commissione europea entro fine 2019», come spiegava a fine novembre il ministero per lo Sviluppo economico Stefano Patuanelli: «Successivamente al parere della Conferenza, si conta di dare approvazione formale al Piano con un decreto dei tre ministeri che lo hanno predisposto (ministero dello Sviluppo economico, di concerto con il ministero dell’Ambiente e con il ministero delle Infrastrutture)». Dall’ok in Conferenza unificata, però, del testo non si hanno più notizie; è noto comunque che l’Italia punta a tagliare le proprie emissioni di gas serra del 37% circa al 2030, mentre la nuova strategia proposta dalla Commissione Ue punta ad un taglio del 50-55%. Peggio ancora va sul fronte della resilienza alla crisi climatica in corso: il “Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici”, la cui bozza è stata sottoposta a consultazione pubblica nel 2017, da allora è sempre rimasto chiuso all’interno dei cassetti ministeriali.
Infine, il terzo “Rapporto sullo stato del capitale naturale”, che nella prima versione pubblicata nel 2017 documentava il valore complessivo stimato per i servizi ecosistemici in Italia (stimato in 338 miliardi di euro): il ministero dell’Ambiente, che ne cura la pubblicazione, spiegava a metà novembre scorso che «sarà pronto nella versione definitiva entro la fine dell’anno», ma anche in questo caso non è nota la sua pubblicazione. Peggio ancora è andata alla terza edizione del “Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e dei sussidi ambientalmente favorevoli”, altro report che a norma di legge (art. 68 della Legge 28 dicembre 2015, n. 221) dovrebbe essere aggiornato entro il 30 giugno di ogni anno; in questo caso il ministero dell’Ambiente ha pubblicato a luglio 2019 l’edizione prevista per il 2018 – che individua 19,3 miliardi di euro spesi ogni anno in sussidi ambientalmente dannosi –, affermando che la terza edizione «dovrebbe essere ultimata entro giugno 2019». Il testo però risulta ancora oggi mancante.
fonte: www.greenreport.it