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Riflessioni e misurazioni sullo sviluppo sostenibile















Su Ecoscienza 3/2021, la rivista di Arpae Emilia-Romagna, un approfondimento sulla misurazione della sostenibilità e gli indici integrati.

Il perseguimento degli obiettivi dell’Agenda 2030 richiede azioni intersettoriali e strumenti utili alla valutazione integrata delle politiche nazionali, regionali, locali oltre che ...

Culturaintour, comunicare i cambiamenti climatici con il teatro















Culturaintour è una piccola associazione nata una decina di anni fa in provincia di Como, che tramite laboratori didattici, gite e visite guidate, favorisce l’accesso alla cultura e all’arte. Grande spazio è dato alla tematica ambientale, stimolando la partecipazione e la cittadinanza attiva. L’ultimo video è “notizie dal 2050“. Ne parliamo con Margherita Caruso, tra le fondatrici:

Come è nata questa associazione?

È stata un’attività che mi sono creata: avendo 3 bambini piccoli mi ha consentito di stare a casa e lavorare con il pc. Alle iniziative culturali li portavo con me e si divertivano un sacco e invogliavano la partecipazione dei loro amichetti o addirittura della famiglia. Le visite guidate sono sempre in treno, perché vogliamo promuovere il turismo con mezzi pubblici. In pratica comunichiamo ai partecipanti l’orario del treno, (tratta Milano Como), e lungo la corsa le persone salgono dalla stazione a loro più comoda: ci si ritrova tutti “sullo stesso treno nella prima carrozza di seconda classe” (Questa frase per noi e chi ci segue è ormai un rito!). Assieme a mia figlia abbiamo organizzato gite per far conoscere ai cittadini realtà che hanno messo in pratica interventi sostenibili, a favore della qualità della vita e a tutela dell’ambiente e quindi le mete sono aziende oppure centri urbani che rispettano questi criteri.

Come comunicate il tema della crisi ecologica e climatica?

Da due anni come Culturaintour abbiamo deciso di dedicarci sempre di più a tutto ciò che riguarda le tematiche dell’agenda 2030 e rivolgerci principalmente alle scuole. Organizziamo gite didattiche e laboratori innovativi collaborando con il mondo del teatro. Il valore aggiunto di questo progetto è la collaborazione con l’associazione We for the Planet fondata da Lorenzo Carbone con alcuni studenti di un liceo del territorio lariano. È un’associazione studentesca di 40-50 ragazzi attiva all’interno delle scuole superiori con l’obiettivo di sviluppare piani con le dirigenze scolastiche per abbattere l’impronta carbonica all’interno delle stesse strutture. “We for the planet” fuori dalla scuola , a livello locale, si impegna ad accrescere la consapevolezza sui cambiamenti climatici. Avevamo già pronti i laboratori per le scuole e abbiamo dovuto sospendere tutto per la pandemia. Le scuole erano chiuse e quindi assieme a Lorenzo di “We for the Planet”, abbiamo pensato al fare il video “Notizie dal 2050”.




Parlaci di questo video…

L’interprete del video non aveva mai approfondito queste tematiche perciò le abbiamo fornito il materiale su cui studiare e da cui ricavare il copione. La consegna per l’attrice era: fare un testo che comunicasse la situazione climatica mantenendo una sorta di leggerezza per stemperare un po’ l’effetto ansiogeno. Pare ci sia riuscita. Una curiosità: dalla decisione di fare il video fino alla realizzazione è trascorso quasi un anno e a causa del lockdown non ci siamo mai incontrati. Abbiamo fatto tutto comunicando via mail e videochiamate. Anche la registrazione del video è stata fatta in casa di Rossella visto che chi ha curato le riprese e il montaggio è il suo compagno di vita. Il risultato ci pare interessante e crediamo proprio che ci saranno altri video perché dopo la pubblicazione sui social abbiamo ricevuto proposte di collaborazione interessanti. Intanto siamo molto soddisfatti perché il noto scienziato Antonello Pasini, che spesso ha affrontato il tema a proposito della comunicazione della crisi climatica, ha pubblicato il video “Notizie dal 2050” sulla sua pagina Facebook.

fonte: www.envi.info




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Sviluppo sostenibile, Italia al top per circolarità











Cresce il tasso di utilizzo circolare di materia in italia, tra i primi paesi in Ue per riciclo, ma la produzione di rifiuti resta ancora alta. L'analisi di Eurostat sui target ONU di sviluppo sostenibile




Ricicla.tv

 

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CITTÀ CIRCOLARI: LA STRATEGIA DI ROTTERDAM





I Paesi Bassi si sono dati obiettivi di circolarità decisamente sfidanti, e le città hanno un ruolo di protagoniste in questa transizione. Rotterdam, con il suo porto e le sue industrie, ha delineato un percorso al 2030 che le consentirà di ridurre emissioni e consumi di materiali, generando nel contempo nuova occupazione e migliorando la qualità della vita dei cittadini.

Creare città e insediamenti umani inclusivi, sicuri, resilienti e sostenibili rappresenta l’undicesimo Obiettivo di sviluppo sostenibile individuato dall’Agenda 2030 dell’Onu. Per raggiungerlo e, al tempo stesso, creare un’economia circolare e rigenerativa, i Paesi Bassi hanno definito la tabella di marcia da qui al 2050. Il programma del governo olandese, “Nederland circulair in 2050” ha tra i principali obiettivi la riduzione del 50% nell’uso delle materie prime entro il 2030, puntando sul riuso efficiente e sulla riprogettazione di prodotti e materiali. Per l’implementazione pratica del programma il governo ha individuato quali attori cardine un gruppo di città pioniere, in collaborazione tra di esse. Tra queste città faro per la creazione di strategie circolari e di adattamento locale emerge Rotterdam. Grazie a una serie di programmi e investimenti, la città olandese punta sul suo porto, e non solo, per essere modello di circolarità a livello mondiale.
Impegnata a diventare una città sostenibile e resiliente, ma ancora fortemente dipendente dai combustibili fossili, Rotterdam ha un piano di transizione energetica molto ambizioso. Per saperne di più Materia Rinnovabile ha intervistato Arno Bonte, vicesindaco di Rotterdam per la sostenibilità, l’aria pulita e la transizione energetica.



Nel 2017, con il report Rotterdam Circulair, Gemeente Rotterdam, la municipalità, ha fissato degli obiettivi molto ambiziosi da raggiungere entro il 2030 per quanto riguarda le materie prime e i flussi di rifiuti. Quattro anni dopo, a che punto del percorso siete?
Nel 2017 ci siamo dati tre obiettivi principali: quello di dimezzare le emissioni di anidride carbonica, quello di ridurre l’uso delle materie prime del 50% e quello di ottenere una migliore qualità dell’aria. Tenendo sempre ben in mente questi obiettivi, stiamo cercando di cambiare la nostra economia e anche il modo in cui organizziamo la città, la mobilità, la costruzione degli edifici. Dopo quattro anni, se si guarda alla riduzione della CO2 abbiamo fatto grandi progressi. Il trend di crescita dell’anidride carbonica è stato invertito, e le emissioni di CO2 sono in diminuzione. Ma la strada è ancora lunga, e lo stesso vale per la riduzione dell’uso di materie prime. Sostenendo progetti locali e motivando i cittadini a separare i rifiuti, siamo riusciti a ridurre effettivamente la quantità di rifiuti prodotta e ad aumentare la quantità di plastica da riciclare. Siamo però ancora in una fase iniziale. La fase successiva verterà su un imponente ampliamento di questo progetto.

Come pensate di ampliare il progetto e accelerare la transizione circolare?
Abbiamo introdotto l’Energietransitiefonds, un fondo per la transizione energetica di 100 milioni di euro che punta a investire in start-up, scale-up e aziende sostenibili in grado di accelerare non solo la transizione energetica, ma anche quella circolare. Con questi fondi, se da un lato siamo in grado di aiutare le aziende a portare avanti i loro progetti, dall’altro come municipalità diventiamo investitori in prima persona. Non è l’obiettivo principale del fondo, ma se negli anni da questi investimenti dovessimo ottenere delle entrate, potremmo anche utilizzarle per nuovi investimenti.

Come municipalità state effettuando un percorso: le aziende le condividono?
Sì, negli scorsi anni, mostrando chiaramente i nostri obiettivi, siamo venuti in contatto con oltre 100 tra aziende e organizzazioni. Nel novembre 2019 con loro abbiamo firmato il Rotterdam Climate Agreement, un accordo che vede impegnati il comune di Rotterdam, le aziende e le organizzazioni a far diventare la transizione una realtà. Grazie a questo accordo abbiamo delineato insieme il percorso verso il futuro circolare di Rotterdam su cinque temi principali: porto e industria, ambiente, mobilità, energia pulita e consumi.

Anche il porto di Rotterdam, quindi, fa parte di questo accordo?
Certamente. Insieme all’Haven van Rotterdam abbiamo fatto piani per creare nel porto un hub circolare per il riciclo di tessuti e plastiche. E abbiamo mosso i primi passi per diventare leader nella bioeconomia. Siamo ancora estremamente dipendenti dai combustili fossili, ma la nostra ambizione è di diventare leader nella sostenibilità entro 10 anni. Crediamo che non sia solo necessario per il futuro del pianeta, ma anche per il futuro della nostra economia locale. Dobbiamo cambiare ora per essere competitivi in futuro.

Come si collega la strategia locale di Rotterdam a quella per il clima del governo nazionale?
Le ambizioni nazionali e locali sono strettamente collegate. Entrambi prendiamo molto sul serio gli accordi di Parigi. L’area metropolitana di Rotterdam è responsabile del 20% delle emissioni di anidride carbonica dei Paesi Bassi. Ciò è dovuto all’enorme area industriale di cui disponiamo. Ci sentiamo, quindi, moralmente responsabili e sentiamo la necessità di agire contro il cambiamento climatico.
Essendo la città nel mezzo del delta del fiume Maas, siamo anche molto vulnerabili. È nel nostro interesse agire e, contemporaneamente, le nostre ambizioni locali possono aiutare i Paesi Bassi a raggiungere i propri obiettivi climatici. Come città possiamo fare molto in tale direzione, come appunto la creazione dell’Energietransitiefonds, e lavorare con aziende che si attivano in maniera indipendente. Tuttavia, abbiamo anche bisogno dell’aiuto finanziario del governo nazionale e dell’Unione europea per fare un passo ancora più lungo. Al momento disponiamo, per esempio, di un’infrastruttura relativamente piccola basata sull’idrogeno, abbiamo bisogno di maggiori fondi per espandere questa infrastruttura e creare un’industria più sostenibile.

Il supporto del governo nazionale nelle politiche di Rotterdam è quindi cruciale?
Siamo leader in Europa sulla transizione circolare, ma, a volte, quando si è all’avanguardia, entrano in campo anche il rischio di fallire e il bisogno di sperimentare nuove attività. Non è sempre facile. Perciò, come città abbiamo anche bisogno del sostegno del governo nazionale sia a livello finanziario, sia con delle modifiche a livello legislativo. Ma ci vuole tempo. Siamo sempre più ambiziosi, a volte vogliamo andare più veloci di quanto il governo nazionale voglia fare. Possiamo contare sul supporto del governo nazionale se continuiamo a dimostrare che gli investimenti che servono a rendere la città e il porto di Rotterdam più sostenibili hanno successo e possono contribuire anche a realizzare gli obiettivi nazionali.

Considerando il piano legislativo, quale sarebbe la prima cosa che vorrebbe chiedere di cambiare al nuovo governo olandese?
Quello che aiuterebbe molto – e penso che valga per i Paesi Bassi come per molti altri paesi – sarebbe una modifica alla tassa sul lavoro, che è molto più alta rispetto alla tassa sull’uso dei materiali. Intervenire su queste tasse sarebbe più conveniente anche dal punto di vista economico e aiuterebbe a riutilizzare e riciclare i prodotti e i materiali esistenti e già in circolo. Si tratta di un cambiamento che non possiamo apportare a livello locale, abbiamo bisogno del governo nazionale o anche di quello europeo.

Oltre al livello legislativo, quali altre sfide saranno cruciali per Rotterdam, e per i Paesi Bassi in generale, nella transizione circolare ed energetica?
I finanziamenti, a livello locale, nazionale ed europeo, sono fondamentali per la riuscita della transizione. Con i nostri fondi locali per la transizione energetica, possiamo sostenere le start-up e la diffusione delle competenze, ma per i grandi investimenti nelle infrastrutture, come nel caso dell’idrogeno, abbiamo bisogno di finanziamenti nazionali e, in parte, anche di quelli europei. Queste sono le richieste che abbiamo fatto sia al nuovo governo olandese sia all’Unione europea. Pensiamo che le proposte in tale direzione possano anche aiutare il Green Deal europeo. Dopo che avremo dimostrato con i fatti che la transizione può essere compiuta, potremo anche condividere le nostre conoscenze ed esperienze con le altre città europee.

Pensa che il modello di Rotterdam sia replicabile altrove, anche considerando i fondi stanziati dall’Unione europea per supportare la transizione circolare?
Sì e no. Se penso al Porto di Rotterdam e ai passi che stiamo compiendo verso un’economia dell’idrogeno, credo che tutti gli aspetti tecnici possano essere copiati da altre città industriali. Parzialmente può essere replicato anche il modo in cui lavoriamo per ottenere il sostegno delle imprese, degli imprenditori e dei nostri cittadini. Siamo abituati a cooperare e a discutere: è uno dei fattori cruciali del nostro approccio, ma questo è anche un elemento culturale olandese. Per cui in altre realtà approcci diversi, più calati a livello locale, sarebbero probabilmente più produttivi.

Come vede Rotterdam tra 10 anni?
La Rotterdam che sogno tra 10 anni è una città che non solo ha realizzato la transizione verso un’economia sostenibile, ma ha anche creato nuovi posti di lavoro. In primo luogo, penso ai nuovi posti di lavoro che possono essere creati nell’industria eolica off-shore. Si tratta di un settore al momento emergente, ma che in futuro sarà una delle principali industrie anche nel porto di Rotterdam.

Quando parla di posti di lavoro c’è un numero concreto che ha in mente?
È molto difficile prevedere un numero preciso. Entrano in campo fenomeni come la digitalizzazione e la robotizzazione che, a oggi, sono difficili di quantificare. Però posso dire che, al momento, circa l’80% dei posti di lavoro esistenti nel settore industriale e nel Porto di Rotterdam è legato all’industria fossile. Spero che nel giro di 10 anni avremo capovolto questa tendenza, vale a dire che l’80% dei posti di lavoro sarà legato all’industria sostenibile. Ed è a questa nuova industria e nuova economia che stiamo lavorando. Sogno un’economia che faccia uso di fonti di energia sostenibile, che sia circolare, ma che, prima di ogni cosa, crei una città più verde e sana. Cerchiamo sempre di collegare anche l’elemento sociale. Economia sostenibile e competitiva, nuovi posti di lavoro, città verde e sana devono andare di pari passo con persone che respirano aria pulita e sono felici di vivere a Rotterdam.

fonte: www.renewablematter.eu
 


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Ridurre lo spreco alimentare dei ristoranti con l’Intelligenza artificiale

La società Elior ha avviato con la startup Winnow il primo progetto in Italia d’impiego della I.A. contro lo spreco di cibo nella ristorazione collettiva



In tutto il mondo circa un terzo del cibo prodotto viene sprecato. Un problema etico, come abbiamo spesso sottolineato, con un importante impatto ambientale dal momento che gli sprechi alimentari generano emissioni di CO2. Quale miglior modo per festeggiare la Giornata Mondiale dell’Ambiente che pensare di ridurre sprechi ed emissioni? Con questo obiettivo Elior, gruppo attivo nel settore della ristorazione, ha avviato un progetto pilota insieme alla startup Winnow con l’obiettivo di ridurre entro il 2025 gli sprechi alimentari del 30% e le emissioni di CO2 per ogni pasto del 12% nei propri ristoranti e cucine: è proprio qui che è più difficile quantificare lo spreco. Grazie alla tecnologia di Winnow Vision, basata sull’intelligenza artificiale, sarà possibile tracciare con precisione gli sprechi alimentari dei ristoranti in modo che gli chef possano disporre di dati per capire come intervenire.

La prima sperimentazione è stata avviata a Milano nella cucina e nel ristorante di Elior Fourchette. Qui è stata installata da Winnow Vision una telecamera sopra i contenitori della spazzatura per fermare le immagini dei rifiuti alimentari. Il sistema impara a riconoscere il cibo gettato, registrando le diverse tipologie di spreco (ad esempio individuando quali sono i cibi che i clienti lasciano di più nel piatto).

Già da tempo Elior ha iniziato un cammino per rendere le proprie attività più sostenibili, a cominciare dalla riduzione dello spreco alimentare. Elior aderisce al Global Compact delle Nazioni Unite, il programma sulla responsabilità sociale d’impresa ispirato alla tutela dei diritti umani, degli standard lavorativi, della difesa dell’ambiente e della lotta alla corruzione.

Innovazione e sostenibilità nel modello di business

Elior ha adottato il Positive Foodprint Plan, una strategia di responsabilità sociale d’impresa con cui si è allineato ai 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030 quattro dei quali si accordano con il suo core business: cibo sano, utilizzo di materiali e ingredienti sostenibili, modello circolare di sviluppo che prevede la lotta agli sprechi alimentari e sviluppo del potenziale dei propri dipendenti.

Marc Zornes, CEO e co-fondatore di Winnow ha le idee molto chiare in proposito e ritiene che lo spreco alimentare sia «una sfida globale che dobbiamo risolvere tutti insieme. Elior ha una visione chiara e ambiziosa, e la determinazione per lasciare un’impronta positiva sul futuro. È un privilegio lavorare con un operatore della ristorazione così attento alla sostenibilità e aiutarlo a trasformare ulteriormente le proprie attività in ottica responsabile».

Gli fa eco Rosario Ambrosino, amministratore delegato di Elior: «I valori dell’innovazione e della sostenibilità sono alla base del nostro modello di business e riteniamo che la collaborazione con Winnow rappresenti una testimonianza importante della nostra attenzione all’evoluzione tecnologica e alla necessità di sviluppare sistemi alimentari più responsabili. Il progetto si integra nella nostra strategia di sostenibilità ambientale che vede nella lotta allo spreco alimentare un punto focale: lavoriamo con tutti i rappresentanti della filiera, inclusi i nostri collaboratori e i clienti finali, per diffondere una cultura consapevole della necessità di evitare gli sprechi di cibo, sia in cucina che nei nostri 2.200 ristoranti».

fonte: www.rinnovabili.it


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L’innovazione combatte spreco alimentare e nuove povertà

Dalle banche del cibo alla spesa sospesa. Come le iniziative solidali combattono lo spreco alimentare avvalendosi dell’innovazione tecnologica: semplificare i processi, incrociare i dati, digitalizzare eccedenze e bisogni garantendo tracciabilità e trasparenza grazie alla tecnologia blockchain




Università, startup, associazioni. La mobilitazione contro ogni forma di spreco alimentare è diventata un imperativo etico, sia dal punto di vista ambientale – più spreco genera più rifiuti da smaltire – che sociale. La pandemia ha creato condizioni di povertà assoluta come non si vedevano da molti anni: nel 2020 le persone in povertà assoluta in Italia hanno raggiunto i 5,6 milioni (un milione in più rispetto al 2019 secondo i dati ISTAT 2021). Nel periodo marzo-giugno 2020 le organizzazioni che si occupano di recuperare e ridistribuire il cibo in eccesso da mercati, negozi e dagli scaffali della grande distribuzione hanno avuto un aumento di richieste di aiuto del 50% soltanto in Europa.
Le banche del cibo

La prima banca del cibo (o food bank) fu fondata nel 1967 a Phoenix in Arizona da John Van Hengel; da allora la sua intuizione ha dato la spinta a organizzazioni che uniscono il fine umanitario alla lotta allo spreco alimentare. Le principali food bank europee aderiscono alla FEBA-European Food Banks Federation di cui fanno parte 24 organizzazioni nazionali; esiste inoltre una rappresentanza internazionale di cui fanno parte le organizzazioni di 30 Paesi, la rete GFB-The Global Food Banking Network. La Fondazione Banco Alimentare Onlus esiste in Italia dal 1989, e altri ne hanno seguito l’esempio a livello locale o nazionale.

Le banche del cibo collegano l’offerta di alimenti prossimi alla data di scadenza con la domanda delle organizzazioni non profit che gestiscono le mense per le persone in difficoltà. L’aumento dei richiedenti ha bisogno di un sistema che semplifichi i processi di redistribuzione incrociando i dati degli esercizi dove si genera lo spreco alimentare con quelli delle organizzazioni di aiuto sul territorio e delle persone in difficoltà.

“Dono ergo sum”

Un esperimento interessante in questa direzione è nato da un progetto di ricerca finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca di cui fanno parte le Università della Tuscia (Viterbo), di Roma Tre e di Trento. Il nome del progetto è “Dono ergo sum” (redistribuzione dello spreco di filiera durante e post pandemia a favore delle categorie di persone più vulnerabili in allineamento agli obiettivi di sviluppo sostenibile). Si tratta di una ricerca interdisciplinare che coniuga competenze manageriali, statistiche, ingegneristiche e di public policy; l’obiettivo è sviluppare un sistema integrato di monitoraggio, comunicazione e analisi – grazie alla tecnologia blockchain – per tracciare i flussi di cibo dalla produzione alla donazione fino al consumo finale. Partner tecnologico del progetto è la startup Recuperiamo srl.

Il monitoraggio, la produzione e l’analisi dei dati su scala locale saranno in grado di favorire lo scambio informativo a livello di filiera, supportare la redistribuzione e, in linea più generale, contribuire ad allineare gli attuali modelli di produzione e consumo agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda Onu 2030. Digitalizzare il recupero delle eccedenze e la loro distribuzione tramite le organizzazioni non profit che operano sul territorio rende il tutto più facile, veloce e sicuro.

Esistono anche piattaforme digitali che mettono in contatto gli utenti tra di loro per lo scambio gratuito di alimenti, ma in Italia stentano a decollare nonostante uniscano la riduzione dello spreco alimentare a una dimensione sociale che favorisce le relazioni all’interno delle comunità.

Un altro esempio di innovazione in materia di lotta allo spreco alimentare è Regusto, un brand della startup Recuperiamo srl che si definisce un “marketplace della sostenibilità per ottimizzare i processi di donazione e vendita di prodotti alimentari e non”. Anche Regusto sfrutta la tecnologia blockchain per garantire tracciabilità e trasparenza: la piattaforma connette tra loro i soggetti coinvolti nella donazione e compravendita dei beni, e i dati relativi alle transazioni sono salvati all’interno di un registro pubblico.

La spesa sospesa

Tra le esperienze interessanti sul tema della lotta allo spreco alimentare con finalità sociali vogliamo segnalare l’iniziativa Spesasospesa di LAB00 Onlus. Il Manifesto di LAB00 si fonda su “sostenibilità, solidarietà e trasparenza al servizio della comunità per evitare gli sprechi alimentari” e agisce in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 1 (Sconfiggere la povertà), 2 (Sconfiggere la fame), 8 (Lavoro dignitoso e crescita economica), 9 (Imprese, innovazione e infrastrutture), 10 (Ridurre le disuguaglianze), 11 (Città e comunità sostenibili) e 12 (Consumo e produzione responsabili) dell’Agenda 2030. Come funziona Spesasospesa? I cittadini donano denaro e le aziende donano cibo, con il denaro si acquistano beni di prima necessità e si coprono i costi logistici, i prodotti sono inviati ai centri di distribuzione presenti sul territorio che li consegnano ad associazioni non-profit convenzionate che a loro volta li distribuiscono alle famiglie bisognose. Spesasospesa si avvale della tecnologia blockchain della piattaforma Regusto per garantire tracciabilità e trasparenza.

fonte: www.rinnovabili.it


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Food Waste Index-Report 2021, pianificare strategie antispreco

Il Food Waste Index-Report 2021 stima che l’8-10% delle emissioni globali di gas serra siano dovute al cibo che non viene consumato, con un pesante impatto sui sistemi di gestione dei rifiuti e sul consumo di risorse. Lo spreco di cibo incide sul cambiamento climatico, sulla biodiversità, sull’inquinamento e sulla vita delle persone, delle quali esaspera l’insicurezza alimentare










«Se la perdita e lo spreco alimentare fossero un Paese, sarebbe la terza più grande fonte di emissioni di gas serra». Esordisce così Inger Andersen, Executive Director dell’UNEP-United Nations Environment Programme, nel presentare il Food Waste Index-Report 2021.

Produrre e sprecare cibo ha un impatto negativo da vari punti di vista: ambientale, sociale ed economico. Si stima che l’8-10% delle emissioni globali di gas serra siano dovute al cibo che non viene consumato, con un pesante impatto sui sistemi di gestione dei rifiuti e sul consumo di risorse: circa 1,4 milioni di ettari di terreno coltivabile vengono utilizzati per produrre alimenti che non verranno mai consumati. Lo spreco di cibo, quindi, incide sul cambiamento climatico, sulla biodiversità, sull’inquinamento e sulla vita delle persone, delle quali esaspera l’insicurezza alimentare.

Nessuno può chiamarsi fuori: lo spreco alimentare si può ridurre sia a livello di produzione, trasformazione e distribuzione, che a livello di ristorazione e familiare. Eliminarlo porterebbe un vantaggio per il Pianeta e, di conseguenza, per le persone. Nonostante l’evidenza della questione, la consapevolezza in materia è ancora molto scarsa: pochi conoscono la portata dello spreco e i suoi effetti sull’ambiente. Secondo il Food Waste Index Report 2021 lo spreco alimentare delle famiglie, dei negozi di vendita al dettaglio e del settore della ristorazione ammonta a 931 milioni di tonnellate ogni anno, con impatti non marginali sui cambiamenti climatici; la maggior parte di questi sprechi avviene tra le mura domestiche (61%). Un dato ci sembra particolarmente interessante: lo spreco domestico pro capite non accomuna i Paesi ricchi bensì le fasce di reddito, a prescindere dalla ricchezza del Paese.

Lo spreco alimentare è socialmente inaccettabile

L’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 12.3 dell’Agenda ONU 2030 punta a dimezzare lo spreco alimentare globale pro capite, ma come abbiamo visto siamo ancora lontani dal raggiungerlo. Si può invertire la tendenza? L’informazione è un buon punto di partenza. Pochi governi dispongono di dati affidabili che permettano di pianificare efficaci strategie antispreco e di monitorare gli auspicabili progressi. Il Food Waste Index Report 2021 dell’UNEP (United Nations Environment Programme) presenta la raccolta, l’analisi e la modellizzazione dei dati sullo spreco alimentare più completa fino ad oggi e indica una metodologia per misurarlo a livello domestico, di servizio di ristorazione e al dettaglio.

Nel 2019 circa 690 milioni di persone hanno sofferto la fame e tre miliardi non hanno potuto permettersi una dieta sana, dal 2020 a causa del COVID-19 questi numeri sono in crescita. Uno degli obiettivi del Food Waste Index Report 2021 è anche esortare i consumatori a non sprecare il cibo e spingere i governi a includere lo spreco alimentare nei piani di ripresa nazionale, un cambio di prospettiva per pianificare azioni climatiche sempre più ambiziose.

Il Food Waste Index Report 2021 è il contributo dell’UNEP al Food System Summit delle Nazioni Unite che si svolgerà a New York nel settembre prossimo. Il messaggio del rapporto è molto chiaro: si può fare di più e proprio i consumatori hanno un ruolo fondamentale nel raggiungimento degli obiettivi antispreco, a tutte le latitudini. Facciamo la spesa con attenzione e cuciniamo in modo creativo: tutti hanno diritto a un’alimentazione sana e sostenibile e lo spreco di cibo è socialmente inaccettabile.

fonte: www.rinnovabili.it


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Rifiuti elettrici e elettronici, impatti ambientali, economia circolare e obiettivi di Agenda 2030

Quanti rifiuti elettrici ed elettronici vengono prodotti in Toscana ? e quanti nel mondo ?



Il consumo di apparecchi elettrici ed elettronici (AEE) è in continuo aumento, questo è dovuto al sempre più diffuso sviluppo economico su scala globale e alla spinta verso la digitalizzazione delle nostre vite, che rende questi strumenti imprescindibili nelle società moderne. Se questi prodotti spesso agevolano la nostra vita quotidiana, per la loro produzione, però, sono necessarie molte risorse naturali e, alla fine del loro ciclo di vita, si pone il problema della loro gestione come rifiuti.

Di recente, il Rapporto Annuale 2020 del Centro di Coordinamento RAEE ha reso noto i dati relativi ai rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche (RAEE) raccolti nella nostra regione, la Toscana, dove, nel 2020, il quantitativo ammonta a 29.372 tonnellate, quantità pressochè invariata rispetto al 2019 .

Dando uno sguardo ai singoli territori, emerge che la provincia di Firenze è quella dove viene raccolto il maggiore quantitativo di questa tipologia di rifiuti; con circa un milione di abitanti, quest'area risulta quella con la maggiore produzione, pari a 7.366 tonnellate, in crescita del 2,1% rispetto al 2019.

Prato, invece, si attesta al primo posto per dato pro capite, con 13,76 kg per abitante, con un dato complessivo pari a 3.417 tonnellate.

Oltre alle province di Firenze e Prato, anche quelle di Livorno e di Lucca, seppure con percentuali diverse, crescono. Livorno raggiunge 3.043 tonnellate, con un incremento del 6,4%,concentrato in particolare su grandi bianchi (+18,4%), mentre Lucca totalizza 3.416 tonnellate, segnando un più 2%, anche in questo caso l'aumento si concentrata nella raccolta dei grandi bianchi (+7,8%)

Al contrario, la provincia di Pistoia perde complessivamente 1000 tonnellate (-38,1%), scendendo così a 1.644 tonnellate raccolte, con una riduzione dei volumi comune a tutti i raggruppamenti. Stessa sorte per le province di Arezzo e Grosseto. La prima riduce leggermente i volumi di raccolta, attestandosi a 2.443 tonnellate, mentre la provincia di Grosseto perde un totale di 1.911 tonnellate (-3,7%).

La provincia di Siena, con 1.903 tonnellate e quella di Massa Carrara con 1.086 risultano stabili.

Per quanto riguarda il dato pro capite:
Prato si attesta al 13,76 kg/ab
Livorno raggiunge 9,07 kg/ab (+6,19%)
Lucca, 8,79 kg/ab
Grosseto, 8,65 kg/ab
Pisa, 7,60 kg/ab
Firenze, 7,46 kg/ab (+4,6%)
Siena, 7,29 kg/ab
Arezzo 7,10 kg/ab.

Pistoia si contraddistingue per la contrazione più elevata all' interno della regione (-34,6%) con un crollo del dato pro capite da 9,08 kg/ab. a 5,94 kg/ab. All’Ultimo posto, troviamo Massa Carrara con 5,45 kg/ab, in calo del 2,5%.

Raccogliere in modo corretto e riciclare risulta imprescindibile, infatti questi rifiuti contengono sostanze che possono risultare dannose per l’ambiente e per l’uomo, se gestite in modo non corretto.Al tempo stesso, il riciclaggio consente di recuperare le sostanze contenute in molte apparecchiature elettriche e elettroniche, garantendo un minore depauperamento delle materie prime con un concreto vantaggio ambientale ma anche anche etico. Questi materiali, infatti, provengono da paesi dove, per lo più, non vengono rispettati i diritti umani e dove l’acquisto incauto, cioè non attento, di certi minerali rari può contribuire a finanziare guerre e conflitti, poichè l’estrazione in molte zone è nelle mani dei cosiddetti “signori della guerra”.

Al momento, le stime, che riguardano il riciclaggio di RAEE in Europa, ci dicono che meno del 40% dei rifiuti elettronici viene riciclato.

A livello mondiale, il report Global E-Waste Monitor 2020 stima così quantità di rifiuti elettrici ed elettronici (RAEE) prododtti:

l’Asia ha generato la più alta quantità di rifiuti elettronici pari a 24,9 Mt
l’America raggiunge 13,1 Mt,
l'Europa ne ha prodotti 12 Mt.

Valori minori sono registrati in Oceania (2,9 mt) e in Africa (0,7 mt).

Questi dati, se tradotti in produzione pro capite, portano i cittadini europei in testa alla classifica con un ammontare pari a 16,2 kg in Europa, seguiti da quelli dell’Oceania con 16,1 e dell’America con 13,3 kg, chiudono la classifica l’Asia con 5,6 kg e l’Africa con 2,5 kg pro capite.

Sempre a livello mondiale, i dati ufficiali, riferiti al 2019, parlano di 9,3 milioni di tonnellate di RAEE raccolti e riciclati, ovvero il 17,4% dei rifiuti elettronici prodotti.

Rispetto al 2014 si registra un aumento annuale di 2 milioni di tonnellate. Il continente con il più alto livello di raccolta e riciclaggio è l’Europa che raggiunge la percentuale del 42,5, seguita dall’Asia con l’11,7%, dall’America e dall’Oceania che si attestano entrambe intorno al 9%, chiude la classifica l’Africa con un tasso di riciclo che non raggiunge l’1%.

Purtroppo il destino dell’82,6% dei rifiuti elettrici ed elettronici prodotti risulta incerto, non si sa dove vengano smaltiti. Nei paesi ad alto reddito, in genere, sono presenti impianti per il riciclaggio dei rifiuti, infatti, l’8% dei rifiuti sono destinati discarica o incenerimento, soprattutto i piccoli pezzi. In altri casi, invece, questi prodotti vengono resi nuovamente funzionanti e riusati. Spesso accade che vengano spediti in paesi meno ricchi dove sono destinati al mercato dell’usato, anche se non sempre le esportazione sono legali.

Nei paesi più poveri, invece, le strutture per la raccolta e il riciclaggio non sono organizzate, in alcuni casi sono addirittura assenti quindi l’e waste (cioè i rifiuti elettrici e elettronici) è gestito senza troppe formalità, questo crea problemi di salute non solo agli operatori del settore ma anche alle persone comuni, in particolare i bambini, che vivono, lavorano e giocano vicino a queste attività, spesso discariche a cielo aperto.

Quali sono gli impatti ambientali dei RAEE ?

I RAEE contengono diversi additivi e sostanze pericolose, come ad esempio il mercurio, i ritardanti di fiamma, i clorofluorocarburi o idroclorofluorocarburi. Se queste sostanze vengono gestite correttamente non creano grossi problemi per l'ambiente ma se questo non avviene, possono nascere grossi problemi ambientali, come sottolinea il report E - Global waste 2020, che parla di 59 tonnellate di mercurio e 71 Kt di plastica rinvenuti, ogni anno, in flussi di rifiuti elettrici ed elettronici non tracciati e destinati ad essere dispersi nell’ambiente.

Tra i vari impatti ambientali, dovuti alla gestione impropria dei rifiuti elettrici e elettronici, c'è anche il contributo al cambiamento climatico. Il mancato riciclaggio dei materiali contenuti nei RAEE, non andando a sostituire le materie prime vergini, non può contribuire alla riduzione delle emissioni di gas effetto serra derivanti dalle fasi di estrazione e lavorazione delle materie prime, con un evidente impatto peggiorativo sui cambiamenti del clima. A questo si aggiunge il problema dei refrigeranti che si trovano in alcune apparecchiature di scambio termico, che sono gas ad effetto serra, il report parla di 98 Mt di CO2 equivalente rilasciata in atmosfera da frigoriferi e condizionatori d’aria gettati o non gestiti correttamente.

I RAEE costituiscono una miniera urbana, in quanto contengono metalli di vario tipo che, se riciclati nel giusto modo, sostituiscono le materie prime vergini. Questo patrimonio nascosto tra i rifiuti, rappresentato in prevalenza da ferro, rame e oro, ha un valore economico importante, purtroppo, con l’attuale livello di raccolta e riciclaggio, che si attesta al 17,4%, non si raggiungono i risultati sperati; il giro di affari è inferiore a quello stimato, si immettono nel mercato solo 4 Mt di materie derivanti dal riciclo e si riducono le immissioni in atmosfera di una quota molto inferiore rispetto a quella che si potrebbe raggiungere, stimata fino a 15 Mt di CO2 equivalente.

Certamente una corretta gestione di questi apparecchi elettrici ed elettronici, una volta divenuti rifiuti, non è facile. Si tratta di rifiuti talvolta veramente complessi, che possono contenere più di 69 elementi della tavola periodica, inclusi i metalli preziosi (oro, argento, rame platino, palladio, rodio ecc), i materiali rari (cobalto, indio, antimonio ecc) e quelli non rari come il ferro e l’alluminio.

Va fatto uno sforzo per potenziare la raccolta e il riciclo in tutto il mondo, nonostante il settore del riciclaggio debba fare i conti con alti costi e con difficoltà di riciclo di alcuni materiali, come il germanio e l’indio. Dall’altra parte, vi sono anche vantaggi, alcuni metalli anche preziosi (come ad esempio l’oro) hanno una concentrazione relativamente alta in alcuni cellulari e PC (personal computers), pari talvolta a 280 gr per tonnellata di RAEE.

Ferro, alluminio e rame sono i materiali maggiormente recuperati. La domanda di questi metalli per la produzione di nuovi prodotti elettronici, nel 2018, è stata approssimativamente di 39 Mt. In uno scenario ideale, secondo quanto riportato dal report, si potrebbero recuperare 14 Mt di materiali estraendoli dai rifiuti elettrici ed elettronici, ma rimarrebbe, comunque, un divario fra quanto è possibile recuperare e quanto è necessario per la produzione di nuovi apparecchi su larga scala.

Rimanendo concentrati solo su ferro, alluminio e rame, il riciclaggio avvenuto nel 2019 ha consentito non solo di risparmiare materie prime vergini ma anche di ridurre le emissioni in atmosfera fino a 15 Mt di emissioni equivalenti.

Questi rifiuti contengono anche molte sostanze pericolose, solitamente metalli pesanti come mercurio, cadmio, piombo e sostanze chimiche come clorofluorocarburi (CFC), idriclorofluorocarburi (HCFC) e ritardanti di fiamma. Non tutto è facilmente riciclabile, ad esempio, la plastica contenente BFR, i ritardanti di fiamma, è particolarmente complessa da riciclare a causa dei costi legati alla separazione delle plastiche contaminate dalle altre plastiche, inoltre i materiali contenenti alcuni inquinanti particolarmente pericolosi non possono essere riutilizzati per produrre altri prodotti e possono solo essere inceneriti in condizioni controllate per evitare il rilascio di diossine e furani.

Che rapporto esiste tra i rifiuti elettrici ed elettronici e gli obiettivi di Agenda 2030 dell'ONU ?

I rifiuti elettronici ed elettrici (e-waste) sono strettamente legati anche gli obiettivi di Agenda 2030, fissati dalle Nazioni Unite nel 2015. I dati e la gestione dei RAEE sono in grado di influenzare alcuni obiettivi dell’Agenda 2030, in particolare:
l’obiettivo 8, che promuovere una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, la piena occupazione e il lavoro dignitoso per tutti. Una crescita economica sostenibile non può avvenire a scapito dell'ambiente.
l’obiettivo 11, che riguarda le città e le comunità sotenibili, infatti, se più della metà della popolazione, nel prossimo futuro, vivrà nelle città sarà necessario organizzare un'efficiente raccolta dei rifiuti, compresa quella dei rifiuti elettronici, visto che la maggior parte di questa particolare tipologia di rifiuti viene prodotta nelle città, è importante raccogliere in modo adeguato questo flusso di rifiuti e soprattutto riciclarli, riducendo la possibilità che prendano destinazioni non legali per lo smaltimento.
l’obiettivo 12, che afferisce ai consumi e modelli di produzione sostenibili, sappiamo che, dal punto di vista della produzione, entro il 2030, dobbiamo raggiungere la sostenibilità attraverso la gestione dei prodotti chimici e dei rifiuti partendo dallo studio del ciclo di vita, riducendo tutti gli impatti sulle diverse matrici, mentre, per quanto riguarda i consumi, è necessario aumentare nelle persone la consapevolezza del valore della sostenibilità, quindi i cittadini devono conoscere l’impatto ambientale generato dagli strumenti elettrici ed elettronici che utilizzano quotidianamente e devono essere molto attenti alla loro gestione post consumo.

fonte: www.arpat.toscana.it/


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Dal 1° gennaio il CIPE ha cambiato nome e 'investe' nello sviluppo sostenibile

Da CIPE a CIPESS, un cambiamento che per il Comitato per la programmazione economica significa dare priorità negli investimenti agli obiettivi dell'Agenda 2030 e a quelli della Strategia nazionale sullo sviluppo sostenibile. Ne abbiamo parlato con la dirigente Maria Elena Camarda



Dal primo gennaio 2021 il Cipe ha cambiato nome in Cipess, ovvero Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica e lo Sviluppo Sostenibile. Una novità che porterà l'organo collegiale, istituito nel 1967, a dare priorità negli investimenti pubblici agli obiettivi dell’Agenda 2030 e a quelli della Strategia nazionale sullo sviluppo sostenibile, "nel rispetto del benessere dell'umanità e delle risorse naturali". La doppia "s", aggiunta con la legge di conversione del Decreto Clima nel 2019, riguarda quindi il merito delle modalità decisionali del Comitato e rappresenterebbe un’opportunità anche per gli investimenti nel settore dei rifiuti.

Il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, ha sottolineato che "non si tratta di un mero cambio nominalistico ma di un cambiamento sostanziale, che segna il passaggio verso un'economia diversa, orientata alla transizione ecologica e alla sostenibilità". Il Cipess delibererà dunque in linea con gli obiettivi internazionali ed europei che l'Italia dovrà perseguire per la decarbonizzazione, nello sviluppo dell'economia circolare e nella lotta ai cambiamenti climatici. Ma orienterà anche gli investimenti privati emanando “Atti di indirizzo” sui “clean investment" che potranno accedere ai finanziamenti e alle garanzie statali.

In che modo questo cambiamento inciderà sul ruolo e sul funzionamento del Comitato, che nella programmazione economica del nostro paese dovrà includere i 17 Sustainable Development Goals (sdgs) - approvati con una risoluzione adottata nel 2015 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite? Ne abbiamo parlato con Maria Elena Camarda, dirigente della presidenza del Consiglio che attualmente coordina il nucleo di valutazione degli investimenti pubblici - struttura tecnica del dipartimento per la programmazione economica - a supporto del Cipess. Camarda ci dice che questa trasformazione "risponde alla necessità di dare seguito alla svolta ecologica ed energetica orientando gli investimenti pubblici e privati alla sostenibilità, in coerenza con gli impegni europei e internazionali che il nostro Paese ha sottoscritto. E' dunque fondamentale classificare gli investimenti e distinguere quelli sostenibili. Adesso la direzione che viene dall’Unione europea è quella di ingegnerizzare il più possibile i percorsi decisionali in ambito ambientale in modo da riconoscere e potenziare gli investimenti sostenibili, definendoli in maniera univoca. Questo significa smascherare quei progetti che di fatto non sono sostenibili, evitando quindi il "green washing".

E per sgomberare il campo a quello che è veramente sostenibile - precisa Camarda - il regolamento unionale 852/2020 individua sei obiettivi ambientali che le attività economiche devono perseguire e il Cipess dovrà tenerne conto per valutare l’impatto ambientale di un’iniziativa. Secondo me questa è una svolta importante perché dà certezza e orienta anche gli investimenti privati."

I sei obiettivi ambientali fissati dal legislatore europeo fanno riferimento ai cambiamenti climatici (mitigazione e adattamento), all’uso sostenibile e alla protezione delle acque e delle risorse marine, alla transizione verso l’economia circolare, alla prevenzione e alla riduzione delle dell’inquinamento oltre che alla protezione e al ripristino della biodiversità e degli ecosistemi. Su come il Cipess stia lavorando per integrarli nella programmazione economica del nostro Paese Camarda precisa che "il nucleo di valutazione degli investimenti, che coordino, è stato investito dallo sviluppo di strumenti metodologici e procedurali per attivare questo percorso. Non si diventa altro dall'oggi al domani, soprattutto quando si tratta di trasformazioni complesse come questa. L'adeguamento - continua - richiede nuovi strumenti e procedure di cui il Comitato dovrà dotarsi per deliberare in maniera coerente con la nuova funzione. Per aggiornare i criteri di valutazione stiamo predisponendo una griglia con degli indicatori".


"Il Cipess può deliberare su un’autostrada oppure su un piano programmatico, sulla ricerca come sul fondo sanitario nazionale - spiega Camarda - Questo significa che le delibere possono essere complesse e con molte articolazioni, oppure possono riguardare singoli interventi. Bisogna calibrare la valutazione su livelli diversi e per questo stiamo cercando di classificare a priori le tipologie di proposte che potrebbero arrivare al Comitato in modo da individuare per ognuna di esse un set di indicatori da cui attingere. Stiamo parlando ancora in via ipotetica perché non abbiamo esperienze concrete per sapere quello che accadrà. Ma sappiamo quali sono gli obiettivi internazionali ed europei che l’Italia dovrà perseguire. Per esempio il Piano climatico europeo con la riduzione del 55 % delle emissioni al 2030, il Green deal con gli obiettivi sull’economia circolare".

"Il modello decisionale del Cipess - ipotizza la dirigente – cambierà gradualmente e non potrà non tenere conto delle politiche complessive sulla cui valutazione, circa la sostenibilità, decidono i Ministeri e il Governo. In ipotesi, potrebbero essere deliberati positivamente investimenti che di per sé non sono integralmente sostenibili ma si inseriscono in una cornice di policy che invece lo è". La realizzazione di un'autostrada è un esempio calzante, poichè "richiede la valutazione di una serie di indicatori e tra questi le immissioni, il disboscamento, l'uso di suolo il riciclo dei materiali provenienti dai lavori, la sicurezza e anche aspetti sociali. La valutazione di sostenibilità si inserisce dunque nelle politiche sulla mobilità nazionale oppure europea. Ed è in quelle sedi che occorrerà fare una valutazione complessiva con la previsione di interventi compensativi come per esempio la riforestazione che va a compensare le emissioni di Co2."

Per quanto riguarda il ruolo del Cipess di orientamento degli investimenti privati, Camarda ricorda che oggi per esempio “i progetti di investimento privato possono accedere alle garanzie pubbliche se sono valutati sostenibili sulla base di un set di criteri contenuti negli Atti di indirizzo del Comitato. E’ un cambiamento sostanziale. Se prima prevaleva un approccio più discrezionale adesso invece ci sono indicatori precisi. Se si tratta di investimenti nel settore dei rifiuti gli indicatori di cui si dovrà tenere conto nella valutazione riguardano il riutilizzo delle materie prime, il quantitativo di rifiuti riciclabili. E' un'opportunità anche per il meridione d'Italia, un’area in cui bisogna aumentare gli investimenti per la sostenibilità se si vogliono raggiungere gli obiettivi del Green deal. Tra l'altro la politica di coesione nazionale con il nuovo ciclo 2021-2027 in partenza, su cui delibera il Cipess, per buona parte sarà destinata alla politica sui rifiuti e in generale alla politica di rafforzamento dell'economia circolare".

Sulla quantificazione di questo nuovo metodo per valutare gli investimenti la dirigente sottolinea che "Si tratta di una nuova sfida e di una grande opportunità, dicevo prima, una grande scommessa sulla transizione degli investimenti verso la sostenibilità, verso un’economia rigenerativa, rispettosa dell'ambiente. In concreto significa che per esempio il 37% dei fondi a disposizione del Pnnr dovrà interessare questa transizione."

Quale sarà il prossimo passo del Comitato? Camarda ci dice che nell’agenda del Cipess per il prossimo futuro c’è una delibera sugli indicatori per classificare le iniziative private che vogliano accedere a una certificazione di sostenibilità ambientale (in attuazione di una norma prevista dalla legge di bilancio) che potrebbe portare alla creazione di un albo dei "clean investment" per accedere ai finanziamenti e alle garanzie pubblici.”

fonte: www.ecodallecitta.it


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Conoscere gli oceani per salvarli. Al via il decennio Onu delle scienze oceaniche per lo sviluppo sostenibile

Le Nazioni Unite mettono in campo una grande alleanza internazionale per le scienze oceaniche. Una missione che coinvolge da vicino tutti noi.








Se c’è un elemento che ha sempre affascinato l’umanità per il carico di mistero che porta con sé, questo è l’oceano. Mentre i bambini volano con la fantasia leggendo le storie di intrepidi navigatori che lottano contro pirati senza scrupoli e mostruose creature degli abissi, gli adulti sono alle prese con un’altra, grande missione. Diversa, ma non meno avventurosa. La missione di capire gli oceani, per prendersene cura e salvare il loro destino, che è anche il destino del Pianeta.


Gli oceani inesplorati

Considerato che sono passati più di cinquant’anni da quando l’uomo ha messo piede sulla Luna e, nel frattempo, siamo anche riusciti a fotografare un buco nero, sembra incredibile che non conosciamo ancora l’elemento che occupa oltre il 70 per cento della superficie del Pianeta in cui viviamo. Più dell’80 per cento degli oceani non è ancora stato mappato, osservato, né esplorato, stando alla Nasa. “Come possiamo proteggerli senza avere la minima idea di cosa contengano?”, commenta Ricardo Aguilar, a capo delle spedizioni in Europa dell’organizzazione internazionale Oceana. Anche questo vuoto di conoscenza può spiegare il fatto che solo il 7 per cento della loro estensione sia inquadrato come area marina protetta.


Una mappa di tutti i fondali entro il 2030

Il progetto Seabed 2030 si è posto una missione tanto chiara quanto coraggiosa: mappare ad alta risoluzione il 100 per cento dei fondali entro il 2030. Come fare? Le rilevazioni satellitari sono imprecise; gli ecoscandagli fissati sulle navi danno risultati migliori, ma richiederebbero secoli di navigazione. Seabed 2030 ha quindi suddiviso gli oceani in quattro grandi aree, assegnando ad autorevoli istituti di ricerca la responsabilità di ciascuna di esse. Ogni sede dovrà recuperare i dati batimetrici già esistenti (cioè le informazioni sui fondali rilevate tramite un ecoscandaglio, che non sempre sono di pubblico dominio) e condurre nuove campagne di mappatura. Al British oceanographic data centre spetterà poi il compito di assemblarli in una mappa unica, gratuita e aperta alla consultazione di tutti.

Quando è stato lanciato il progetto, a luglio del 2017, solo il 6 per cento dei fondali era stato mappato con un livello di precisione ritenuto accettabile. A tre anni di distanza era già stato raggiunto il 19 per cento.

Il decennio Onu delle scienze oceaniche

Conoscere questi ecosistemi significa mettersi nelle condizioni di proteggerli. “Gli interventi possono essere efficaci solo se sono basati su solide conoscenze fornite dalla scienza. C’è una crescente necessità di trovare soluzioni scientifiche che ci permettano di comprendere i cambiamenti in corso nei nostri oceani e di rovesciare il declino della loro salute”. Sono le parole del documento con cui le Nazioni Unite eleggono il periodo 2021-2030 come decennio delle scienze oceaniche per lo sviluppo sostenibile.

Fino a oggi le scienze oceaniche hanno fatto grandi passi avanti, ma si sono dovute accontentare di risorse risicate. Per la precisione, sostiene l’Onu, si aggirano tra lo 0,04 e il 4 per cento degli investimenti globali in ricerca e sviluppo. Il decennio vuole quindi essere un’opportunità “irripetibile” per rafforzare la cooperazione internazionale e dare vita a nuove partnership tra istituti di ricerca, decisori politici, aziende, associazioni e cittadini. Dando così un forte slancio alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica, e convogliandole verso il 14° Obiettivo di sviluppo sostenibile che prevede di “preservare e usare in modo sostenibile gli oceani, i mari e le risorse marine per lo sviluppo sostenibile”.
I 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdgs) © Onu

Con il decennio delle scienze oceaniche per lo sviluppo sostenibile, l’Onu stabilisce sette priorità da realizzare entro il 2030.
Un atlante digitale completo degli oceani.
Un sistema completo di osservazione degli oceani da tutti i bacini principali.
Una conoscenza qualitativa e quantitativa degli ecosistemi oceanici e delle loro dinamiche, come base per la loro gestione e per il loro adattamento.
Un portale con dati e informazioni sugli oceani.
Un sistema di allerta integrato per molteplici situazioni di rischio.
Inclusione degli oceani nelle attività di osservazione, ricerca e previsione legate al sistema terrestre, con il supporto di scienze sociali e umanistiche e valutazioni di carattere economico.
Sviluppo di competenze e trasferimento accelerato delle tecnologie, training ed educazione, cultura degli oceani.
Dalla salute degli oceani dipende il nostro futuro

La posta in gioco è alta e il tempo che abbiamo a disposizione scarseggia. Stiamo parlando dell’ecosistema più vasto al mondo, dove vivono almeno 200mila specie note (ma il totale probabilmente è nell’ordine dei milioni). Un ecosistema che per il 40 per cento versa in cattive condizioni. A ricordarlo è il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp).

Le calotte polari si fondono a causa del riscaldamento globale e fanno innalzare il livello dei mari, con il rischio di sommergere i territori dove vivono 300 milioni di persone. La CO2 nell’atmosfera, in concentrazioni ormai spropositate, viene assorbita dalle acque e rende più acido il Ph della loro superficie, provocando danni irreparabili alle forme di vita.

8 milioni di tonnellate di plastica finiscono in mare ogni anno. Il 35 per cento degli stock ittici viene pescato a livelli che la Fao definisce come biologicamente insostenibili. Le minacce in corso sono tante, diverse tra loro, ma accomunate da una forte responsabilità dell’uomo.Leggi anche


Con l’Agenda 2030 l’Onu ribadisce con forza che la sostenibilità è un concetto a tre dimensioni: ambientale, sociale ed economica. Tutte e tre dipendono in modo dirimente dalla salute degli oceani. Essi infatti assorbono il 30 per cento della CO2 di origine antropica, mitigando il riscaldamento globale; contribuiscono al sostentamento di 3 miliardi di persone; hanno un valore economico che, considerando le risorse marine e costiere e le industrie a esse collegate, si aggira sui 3mila miliardi di dollari all’anno. Cioè il 3 per cento del pil globale.

Una prova di resilienza per le piccole isole

Tra le priorità designate dall’Onu per questo decennio c’è quella di rafforzare le conoscenze scientifiche nei 47 paesi a minor livello di sviluppo (Ldcs) e nei piccoli stati insulari in via di sviluppo (Sids). Territori dove le conseguenze dei cambiamenti climatici si manifestano in tutta la loro drammaticità, ma dove mancano le risorse economiche necessarie per studiarli e affrontarli in modo davvero efficace.

L’atollo Funafuti, nell’arcipelago di Tuvalu, è composto da una striscia di terra che circonda una laguna © Mario Tama/Getty Images

Tra di loro c’è Tuvalu, composto da nove atolli in mezzo all’oceano Pacifico, con una superficie di appena 26 chilometri quadrati che ne fa il quarto stato più piccolo del mondo. Da qui, proprio grazie alla scienza, arriva una sorprendente buona notizia. Un team di ricercatori degli atenei di Plymouth (Regno Unito), Auckland (Nuova Zelanda) e dell’università Simon Fraser di Burnaby (Canada) ha ricostruito al computer uno degli atolli per simulare la sua reazione all’innalzamento del livello dei mari. Il risultato, descritto in un articolo pubblicato da Science advanced, ha superato le più rosee aspettative. “L’accumulo di sedimenti trasportati dalle acque porterebbe a un sollevamento delle stesse isole, evitando che vengano sommerse, attraverso un adattamento naturale”, ha spiegato uno degli autori, Gerd Masselink. Un esempio da manuale di resilienza, capace di accendere nuove speranze.

Ocean words, storie sommerse sotto la superficie

Seabed 2030 e le scoperte su Tuvalu sono due delle tante storie narrate da Ocean words, nuovo progetto che “nasce per far parlare gli oceani di tutto il mondo e cerca un pubblico di persone attente, sensibili e capaci di mettersi in ascolto” (scopri la pagina Instagram di Ocean words qui).

Se è vero infatti che la salute degli oceani è centrale per l’equilibrio del Pianeta, della società e dell’economia così come le conosciamo, ciò significa che non possiamo permetterci di disinteressarcene, delegandola a un ristretto nucleo di addetti ai lavori. Una maggiore sensibilità a tutti i livelli, compreso quello dei cittadini, è un segnale forte rivolto a chi ha il potere di orientare gli investimenti in ricerca e sviluppo. Largo, dunque, alle voci di scienziati, attivisti, aziende illuminate ed esploratori. Con la speranza che, magari, possano ispirare gli oceanografi di domani.

fonte: www.lifegate.it

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