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Sviluppo sostenibile, Italia al top per circolarità











Cresce il tasso di utilizzo circolare di materia in italia, tra i primi paesi in Ue per riciclo, ma la produzione di rifiuti resta ancora alta. L'analisi di Eurostat sui target ONU di sviluppo sostenibile




Ricicla.tv

 

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Ue, nuova tassonomia verde: escluso l’incenerimento e rafforzati limiti del riciclo chimico

Sono queste le principali novità sul trattamento dei rifiuti contenute nell'atto delegato relativo agli aspetti climatici della nuova tassonomia verde Ue, la classificazione delle attività economiche che possono essere definite “sostenibili"




Incenerimento escluso e riciclo chimico soggetto a vincoli molto più restrittivi. Sono queste le principali novità sul trattamento dei rifiuti contenute nell’atto delegato relativo agli aspetti climatici della nuova tassonomia verde Ue, la classificazione delle attività economiche che possono essere definite “sostenibili“ all’interno dell’Unione Europea. Viene quindi confermato quanto anticipato alcune settimane fa dal portale endswasteandbioenergy.

L’atto delegato, adottato dalla Commissione Ue il 21 aprile scorso all’interno di un pacchetto di misure “intese a favorire i flussi di capitale verso attività sostenibili in tutta l’Unione Europea, mira a promuovere gli investimenti sostenibili chiarendo meglio quali attività economiche contribuiscono di più al conseguimento degli obiettivi ambientali dell’Unione. Sarà ufficialmente adottato alla fine di maggio.

Nel testo si legge che Bruxelles considera il riciclo chimico come l’ultima risorsa per trattare i rifiuti di plastica, che potrebbe essere ammessa solo nei casi in cui non fosse possibile utilizzare le tecniche meccaniche attualmente diffuse. Inoltre, il recupero di polimeri tramite riciclo chimico deve dimostrare, sulla base di procedure LCA codificate, di avere un minore impatto, in termini di generazione di gas-serra, rispetto alla produzione di polimeri vergini. Questo restringerà di molto il campo delle tecnologie di riciclo chimico ammissibili a finanza sostenibile, in quanto molte di loro si basano su processi che richiedono un elevato input energetico e recuperano solo parti minori del totale del C per la produzione di polimeri, mentre gran parte finisce in realtà in combustibili.

Per quanto riguarda invece l’incenerimento, gli impianti che bruciano rifiuti per produrre energia, i “nostri” termovalorizzatori insomma, sono esclusi totalmente dalla tassonomia della finanza sostenibile in quanto i relativi investimenti sono considerati “poco green”.

Soddisfazione è stata espressa da Zero Waste Europe che approva la decisione della Commissione guidata da Ursula von der Leyen: “Riteniamo che la tassonomia debba essere lungimirante quando si tratta di gestione dei rifiuti – ha affermato Janek Vahk, che guida il programma ZWE per il clima, l’energia e l’inquinamento atmosferico – È quindi positivo che l’incenerimento dei rifiuti sia escluso dalla tassonomia del clima e che i criteri per il riciclaggio chimico siano ulteriormente rafforzati”.

fonte: www.ecodallecitta.it
 

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Bioeconomia circolare, la chiave per raggiungere gli obiettivi del Green Deal Ue

“L’economia circolare non è completa senza la bioeconomia e viceversa”. Un uso circolare dei materiali a base biologica e un'adesione al modello della bioeconomia circolare può dare un contributo importante alla sostenibilità europea















Il piano d’azione per l’economia circolare 2020 è uno dei principali segmenti del Green Deal, che include iniziative lungo l’intero ciclo vita dei prodotti e mira a rendere norma i prodotti sostenibili UE. Il piano si concentra sul potenziamento dei processi di economia circolare, sulla promozione del consumo sostenibile e sull’accertarsi che le risorse utilizzate siano rigenerabili e presenti nel ciclo produttivo il più a lungo possibile.

Tutti questi buoni propositi, però, non possono che essere strettamente connessi ad un cambiamento economico sistemico che affronti temi economici, sociali e ambientali e che garantisca una competitività economica europea attraverso la creazione di posti di lavoro. Un cambiamento che porta il nome di bioeconomia: un un’economia più innovativa e a basse emissioni, che concilia le richieste di agricoltura e pesca sostenibili, sicurezza alimentare e uso sostenibile delle risorse biologiche rinnovabili per scopi industriali, garantendo la biodiversità e la tutela dell’ambiente.

Rimane la sfida di creare una sinergia tra bioeconomia e l’economia circolare che in breve dovrebbe integrare il modello circolare con l’utilizzo di prodotti bio-based (base biologica) grazie alle biotecnologie. Una bioeconomia circolare può servirsi dei principi della circolarità e, allo stesso tempo, di tecniche e processi promossi dalla bioeconomia.

Perché è importante la bioeconomia circolare

Il nova-Institut ha presentato una simbiosi tra bioeconomia ed economia circolare in un documento pubblicato nel 2018 intitolato The “Circular Bioeconomy” – Concepts, Opportunities and Limitations: “L’economia circolare non è completa senza la bioeconomia e viceversa. Gli enormi volumi di rifiuto organico e di flussi di scarti provenienti da agricoltura, silvicoltura, pesca, scarti organici di produzione di cibo e mangimi possono essere integrati solo nell’economia circolare attraverso processi di bioeconomia. Allo stesso tempo la bioeconomia trarrà enormi vantaggi da una maggiore circolarità”.

Secondo una pubblicazione della Commissione Europea su come “la bioeconomia può contribuire al Green Deal”, si stima che la bioeconomia contribuisca a quasi il 9% della forza lavoro e al 4,7% del Pil dei 27 Paesi membri. Cifre ancora decisamente poco significative. Ecco perché attraverso il progetto Horizon 2020, la Commissione Europea ha già dedicato alla bioeconomia circolare 3,85 miliardi di euro di fondi pubblici e diverse iniziative negli ultimi sette anni. Nel 2018 l’ European Bioeconomy Strategy ha rappresentato un passo in avanti importante che può impattare positivamente su diversi settori produttivi in cui innovazione e tecnologia giocano sempre un ruolo fondamentale.

La pace tra biosfera ed economia

“Per implementare la transizione che il Green Deal si prefigge – dice John Bell , direttore Healthy Planet del dipartimento ‘Ricerca e innovazione presso la Commissione europea’ all’evento Empowering the circular bioeconomy through the EU Green Deal – dobbiamo porre le basi di un’economia giusta e inclusiva. La bioeconomia è centrale in questo processo e grazie alle tecnologie e le giuste policy possiamo accelerare la transizione”.

Biosfera ed economia devono finalmente fare pace e la bioeconomia sembra l’intermediario perfetto per far sì che ciò avvenga. “Vivremo in un mondo in cui le risorse e le materie prime saranno sempre più limitate – continua Bell – la Bioeconomy si occupa di risorse viventi (living resources) che rinnovano se stesse e l’ecosistema circostante. Il cibo sarà la prima cosa”. Nell’UE, si stima che il 20% del cibo totale prodotto venga perso o sprecato (FUSIONS, 2016), quando 33 milioni di persone non possono permettersi un pasto di qualità .

Materiali a base biologica

“L’innovazione è fondamentale per la trasformazione bio-based – sostiene Claire Skentelbery Direttrice generale di EuropaBio (uno dei gruppi industriali di biotecnologica più grande d’Europa) – è una parte molto promettente che ci dà grandi opportunità. Le politiche aiutano a far sì che le tecnologie abbiano un impatto significativo nel sistema produttivo. Materiali come la plastica biodegradabile e compostabile o i materiali da costruzioni rinnovabili dovrebbero essere visti come investimento a lungo termine”.

La proposto di una Taxonomy regulations (un sistema di classificazione UE che stabilisce un elenco di attività economiche sostenibili dal punto di vista ambientale) fa sorgere preoccupazioni sulla sostenibilità finanziaria immediata, ma “sviluppare politiche sostenibili attraverso un’efficace comunicazione che responsabilizzi il consumatore – continua Skentelbery – stimolerà la domanda di mercato. Alcuni technical screening criteria, strumenti di valutazione dei prodotti bio-based, contengono troppe semplificazioni. Per i prodotti alimentari non sono abbastanza precisi, dovrebbero essere allineati ad altri criteri come quelli usati per le materie prime che in Europa esiste da tempo”.

L’importanza delle foreste nella bioeconomia circolare

Una dimensione a cui il Bioeconomy Strategy Action Plan del 2018 non ha dedicato molto spazio è quella delle foreste. “Nel documento – fa notare Lauri Hatemaki vice direttore dell’European Forest Institute e professore all’università di Helsinki – si cita poco l’importanza delle foreste e i molteplici benefici che forniscono alla società e all’ecosistema. Per raggiungere la neutralità climatica si devono considerare tutte le categorie che svolgono un ruolo importante nel processo di stoccaggio del carbonio. Il Green Deal da questo punto di vista deve avere un approccio più olistico”, conclude Lauri Hatemaki.

16 marzo la Commissione Europa, tramite le parole del Commissario europeo per l’ambiente, gli oceani e la pesca Virginijus Sinkevičius, ha confermato l’importanza del ruolo delle industrie a base forestale che portano benefici economici e sociali. Ha ricordato inoltre che il Protocollo di Kyoto impegna la maggior parte dei Paesi industrializzati a limitare le emissioni di gas serra attraverso il computo delle quote d’emissione consentite. I bilanci nazionali quindi devono considerare anche i serbatoi di carbonio agro-forestali e le fonti di emissione connesse ai cambiamenti di uso del suolo (afforestazione e deforestazione).

I dubbi sul legno vergine usato per produrre energia

Tra i possibili utilizzi delle foreste, però, c’è anche la produzione di energia tramite la combustione di biomasse come il legno. “Nonostante abbia un importante ruolo nella transazione, la bioeconomy ha dei limiti”, fa notare Luc Bas, direttore per l’Europa di IUCN (International Union for Conservation of Nature) e Climate and Nature Ambassador. “L’uso del legno per produrre energia è una soluzione interessante, ma non è naturale. Secondo un report la maggior parte di biomasse che bruciamo per produrre energia emettono più gas ad effetto serra che carbone e gas”. Il rialzo dei prezzi e la scarsità della materia hanno fatto accendere le polemiche sull’uso del legno pregiato per la produzione di energia attraverso le centrali a biomassa che ricevono, in Italia, ingenti sussidi pubblici. 500 scienziati ed economisti di tutto il mondo hanno scritto una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von Der Leyen e al presidente degli Stati Uniti Joe Biden in cui chiedono alle autorità, che si sono impegnate a raggiungere l’obbiettivo emissione-zero entro il 2050, di eliminare gli incentivi a favore delle centrali a biomassa che utilizzano legno vergine.

fonte: economiacircolare.com


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Decine di associazioni al Governo: «Transizione ecologica? Le scelte del PNRR vanno in altra direzione»

Oltre cinquanta associazioni scrivono al Governo e ai membri del Parlamento per sottolineare come «il PNRR rispetto alla cosiddetta rivoluzione verde e alla transizione ecologica» non contenga che «roboanti definizioni, mentre le scelte che vengono fatte vanno in ben altra direzione».












«Sono passati diversi mesi dalla presentazione della seconda bozza del PNRR da parte del governo Conte al parlamento in data 15 gennaio, un documento che era già connotato da un grave squilibrio nella ripartizione interna tra i quattro capitoli della Missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica”. Il primo M2C1 era finanziato con 69,8 miliardi sul totale di 196, ma di cui solo il 10% pari a 7 miliardi erano destinati alla “sostenibilità ambientale” in agricoltura ed alla attuazione di politiche di “economia circolare”» esordiscono le oltre cinquanta associazioni (tra cui il Movimento Legge Rifiuti Zero, Isde, Cetri-Tires, Gufi, GrlG, ACU e Sostenibilità Equità Solidale) che hanno promosso e hanno già dato la loro adesione alla lettera-appello inviata al presidente del Consiglio Draghi, ai ministri Cingolani e Cartabia e ai membri di Camera e Senato..
«Dei 7 miliardi veniva destinata all'“Economia circolare” una quota di appena 4,5 miliardi - pari al 6,44% del budget – di fatto finanziando soltanto il “recupero di energia”, fase che non fa più parte dell’economia circolare che prevede le sole fasi di prevenzione-riutilizzo-riciclaggio. In particolare si prevedeva di utilizzare per il progetto impropriamente titolato “economia circolare” la quasi totalità dei fondi (3,7 dei 4,5 miliardi) destinati a sostenere esclusivamente la produzione di combustibili come il “BIO-METANO”, derivato dalla depurazione del BIOGAS prodotto a sua volta da scarti agricoli e dalla frazione organica dei rifiuti urbani, senza considerare che l’articolo 3 punto 15 bis, l’articolo 11 comma 2 e l’articolo 11 bis comma 5 della direttiva 851/2018/CE, della direttiva 851/2018/CE, recepita dal parlamento con il D. Lgs. 116/2020, hanno introdotto il “recupero di materia” ed escluso del tutto dagli obiettivi di riciclaggio dell’economia circolare questo tipo di recupero di energia» scpiegano i promotori.

«Questa non è vera economia circolare»

«Con l’insediamento del governo Draghi pensavamo che tali evidenti squilibri fossero superati e che nel comparto “Rivoluzione verde e transizione ecologica” venisse supportata la vera “economia circolare” basata sul “recupero di materia” attraverso il riutilizzo di beni, il compostaggio aerobico dell’organico ed il riciclaggio delle frazioni inorganiche per quanto riguarda la valorizzazione dei rifiuti differenziati. Per quanto riguarda il comparto energia ci saremmo aspettati una visione di medio – lungo termine con un chiaro rifiuto del ricorso all'idrogeno "grigio" o "blu", quindi da metano o bio-metano, che non sono a emissioni zero» proseguono i rosttoscrittori dell'appello.
«Dobbiamo constatare invece che anche nella bozza del PNRR del governo Draghi le scelte principali vengono confermate attribuendo alla “Rivoluzione verde e transizione ecologica” la cifra ancora troppo bassa di 4,5 Miliardi, attribuendola quasi interamente alla produzione di bio-metano (con 1,5 Miliardi per la riconversione a “bio-metano” del 70% degli ottocento vecchi impianti di biogas e 2,2 Miliardi per la costruzione di nuovi impianti per la produzione di “bio-metano”). In pratica la scelta strategica del governo Draghi si basa sull’assunto che l’economia circolare è rappresentata dal passaggio dai combustibili fossili al biometano derivato dal biogas ed a questo passaggio assegna ingenti risorse, affermando che “Il bio-metano è strategico per la decarbonizzazione e l'economia circolare, massimizzando l'energia di recupero da scarti biologici agricoli e agroindustriali” per “sostituire i combustibili fossili con il biogas”».

A proposito di biometano...

«A proposito di “bio”-metano, ricordiamo anche che esso risulta indistinguibile nella sua struttura chimica da quello di origine fossile, e che questo gas deve essere combusto per essere utilizzato. Diversi recenti studi mostrano altresì come i mezzi pesanti alimentati a metano emettano più CO2 e particolato di quelli alimentati a diesel o a benzina. E’ noto che le combustioni in generale non possono rappresentare un’alternativa alla decarbonizzazione ad “emissioni zero” né tantomeno uno strumento di contrasto ai cambiamenti climatici - scrivono i promotori - Occorre considerare altresì che un impianto di biogas da 1 Megawatt necessita di circa 400 ettari di terreno per coltivare mais e sorgo come “materia prima”, per cui OGGI i 1.600 impianti attuali in gran parte nel Nord Italia “occupano” oltre 640.000 ettari sottratti alle coltivazioni per l’alimentazione umana e zootecnica, sebbene il PNRR del governo Draghi ne citi “soltanto” 560 da riconvertire».

«Tra le note criticità dovute alla gestione di impianti che producono biogas, specialmente nel Nord Italia, vi è un severo danno ambientale dovuto alla pessima qualità del “digestato” prodotto, contenente composti azotati e metalli pesanti che vengono quindi sparsi sui campi contaminando coltivazioni, terreni e corsi d’acqua. Tutto ciò è accompagnato dalla falsa narrazione secondo cui il Bio-metano potrebbe addirittura “sostituire i combustibili fossili”, nell’utilizzo per autotrazione. Diversi recenti studi mostrano come i mezzi pesanti alimentati a metano emettano più CO2 e altro particolato tossico rispetto a diesel e benzina. Nel paper redatto a settembre 2019 dalla “European Federation for Transport and Environment AISBL” viene riportato che il GNL (Gas naturale liquefatto / metano al 99%) e lo stesso Bio-metano utilizzato per autotrazione non sarebbero affatto sostenibili , anzi produrrebbero un inquinamento atmosferico da NOx e da particolato PM2,5 e PM10 5 volte superiore ai motori Diesel modello 2013».

«Dai dati ufficiali del GSE - il Gestore Servizi Energetici, si apprende inoltre che il finanziamento annuo a fondo perduto per la quota di elettricità prodotta da “Fonti Energetiche Sostenibili” e da fonti “assimilate” (come inceneritori – centrali a biomasse – impianti a biogas/biometano) è pari a circa 12 miliardi di euro, di cui per il solo biogas circa 1,5 miliardi di euro , a fronte di una produzione di energia da biogas nel periodo 2015-2020 pari solo allo 0.04% del totale».

«Così la transizione ecolgica è ritardata»

«L’interpretazione dell’“Economia circolare” che emerge dalla bozza di PNRR del governo Draghi rischia dunque di ritardare la transizione ecologica e di mettere seriamente a rischio la possibilità per l'Italia di accedere ai fondi del NextGenerationUE, la cui erogazione dovrà rimanere coerente ai principi stabiliti e a quanto previsto nelle direttive europee sull'economia circolare. Citiamo pertanto la comunicazione del 12 febbraio 2021 della Commissione Europea secondo cui “il regolamento che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF, Recovery and Resilience Facility) stabilisce che nessuna misura inserita in un piano per la ripresa e la resilienza (RRP, Recovery and Resilience Plan) debba arrecare danno agli obiettivi ambientali ai sensi dell'articolo 17 del regolamento Tassonomia. Ai sensi del regolamento RRF, la valutazione degli RRP deve garantire che ogni singola misura (ossia ciascuna riforma e ciascun investimento) inclusa nel piano sia conforme al principio "non arrecare un danno significativo" (DNSH, "do no significant harm")”» prosegue l'appello dei promotori.

«Invitiamo quindi tutte le forze politiche della maggioranza e dell’opposizione parlamentare a riflettere attentamente sulla gravità di queste previsioni illegittime, anche se ancora in fase di definizione, ed invitiamo tutte le associazioni “ambientaliste”, i comitati, i medici, i giovani e tutti i cittadini a cui preme la tutela della salute pubblica e dell’ambiente a sottoscrivere il presente comunicato per avviare un dibattito pubblico sulle azioni che condizioneranno il futuro di tutti, per contrastare scelte che non sono sostenute da prove scientifiche né per quanto attiene ai benefici ambientali né tantomeno per la salute. L’attuale situazione richiede il massimo rigore e la massima adesione alle evidenze per scongiurare non solo una sostanziale inefficacia delle misure adottate, ma, cosa davvero grave, un ulteriore peggioramento delle condizioni ambientali, climatiche e di salute».

Per info e adesioni : leggerifiutizero@gmail.com oppure postmaster@pec.leggerifiutizero.org

fonte: www.terranuova.it


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C’è ancora molto da lavorare sull’inclusione sociale dell’economia circolare

E per essere finanziati dalle risorse europee nell’ambito del Recovery fund, gli investimenti di settore dovranno rispettare i 6 target ambientali del Regolamento sulla tassonomia













Il workshop “Making the circular economy work for sustainability: from theory to practice”, organizzato congiuntamente da Cercis [1] e Seeds [2], per l’Università di Ferrara, e dall’Università degli Studi di Trieste ha riunito attorno allo stesso tavolo (virtuale) ricercatori e funzionari delle istituzioni europee, coinvolti in prima persona nelle prossime scelte politiche dell’Unione in campo ambientale e non solo. È stata un’occasione di approfondimento scientifico, da un lato, e di dialogo tra mondo della ricerca e mondo della politica economica, dall’altro, coordinato da due attori di primo piano della ricerca pubblica in fatto di economia circolare: Cercis è finanziato nell’ambito dell’iniziativa Miur “Dipartimenti di eccellenza”, mentre Seeds è ormai arrivato ad assommare al suo interno ben 8 Atenei (capitanati dall’Unife).

Chi ha mai avuto occasione di addentrarsi nei temi oggetto di questo workshop sa che il concetto di economia circolare non è poi così univoco e che le sue definizioni si contano a decine. Escludendo qui quelle di carattere normativo (che affermano, cioè, come l’economia circolare dovrebbe essere) e concentrandoci su quelle positive (che cos’è l’economia circolare?), merita riportare quella ricordata da uno degli ospiti dell’evento, Jesús Alquézar Sabadie (Commissione europea, Dg Ambiente), secondo cui l’economia circolare è quell’insieme di processi produttivi – in senso lato – che permettono di trattenere materia ed energia all’interno del sistema economico, procrastinandone quanto più possibile il loro ritorno all’ambiente.

Parallelamente alle questioni teoriche, il workshop si è concentrato sulla necessità di fare dell’economia circolare un progetto al servizio della sostenibilità. Ma come si spiega questa necessità? Il contributo dell’economia circolare alla sostenibilità non era forse scontato?

Una prima risposta a questa domanda poggia proprio sul concetto di sostenibilità. Semplificando molto, potremmo affermare che, ad oggi, questo termine indica la compresenza di tre aspetti: profittabilità economica, tutela ambientale e inclusione sociale. Mettere l’economia circolare al servizio della sostenibilità significa quindi renderla economicamente appetibile, rispettosa dell’ambiente e socialmente equa o, per lo meno, socialmente accettabile. Solo così è possibile trasformarla da teoria a pratica.

Come ha osservato un altro ospite del workshop, Stefan Speck (Agenzia europea per l’ambiente), il livello di circolarità non risulta in crescita, ma – forse solo per ragioni congiunturali – dal 2018 al 2019 è addirittura diminuito. Sembra lecito dedurre che agli attori economici (consumatori e imprese in primis) l’economia circolare non appaia ancora così appetibile. D’altro canto, un risultato già noto nella letteratura scientifica e riaffermato durante l’evento è che la dimensione sociale dell’economia circolare rimane ancora molto limitata. In altre parole, gli effetti dell’economia circolare sull’equità e sull’inclusione sociale sono ancora difficili da inquadrare. Come osservato da alcuni relatori, il rischio è che la sua introduzione si riveli una grande opportunità solo per alcuni ma non per tutti. Non a caso, una delle sessioni di lavoro era dedicata allo studio dell’accettabilità delle misure di economia circolare e, più in generale, di quelle di sostenibilità ambientale per i soggetti privati.

Mentre il dibattito accademico-scientifico sull’economia circolare continua, l’attuale pandemia di Covid-19 ha posto la politica economica di fronte alla necessità di prendere decisioni non solo importanti ma anche molto urgenti. Come noto, a livello di Unione europea, è stata ideata la Recovery and resilience facility, un piano da più di 650 miliardi di euro volto a finanziare riforme e investimenti negli stati membri.

Un intervento di queste dimensioni e di questa portata non poteva dispiegarsi ignorando la questione ambientale o rinunciando a cogliere l’occasione per indirizzare le nostre economie verso un percorso di sostenibilità ambientale e sociale. Come illustrato da uno degli ospiti del workshop, Florian Flachenecker (Commissione europea, Recovery and resilience task force), il 37% delle risorse impiegate dovrà essere dedicato a misure (investimenti o riforme) che contribuiscano ai due obiettivi della mitigazione dei cambiamenti climatici e dell’adattamento ai medesimi. Inoltre, per essere finanziata, una misura dovrà sottostare al principio del “do not significant harm” (in un acronimo che diventerà presto familiare: Dnhs). Più specificamente, non dovrà essere in conflitto con alcuno dei sei obiettivi ambientali del Regolamento sulla tassonomia (Reg. UE 2020/852), ovvero: mitigazione dei cambiamenti climatici, adattamento ai cambiamenti climatici, uso sostenibile e protezione delle acque e delle risorse marine, transizione verso un’economia circolare, prevenzione e riduzione dell’inquinamento e protezione e ripristino della biodiversità e degli ecosistemi.

In questo modo, la politica economica offre una soluzione immediatamente operativa al rapporto tra economia circolare e sostenibilità ambientale. Per essere finanziati, i progetti di economia circolare dovranno garantire il rispetto degli obiettivi ambientali prefissati.

[1] Il CERCIS (CEntre for Research on Circular economy, Innovation and SMEs) è il Centro per la ricerca sull’economia circolare, l’innovazione e le PMI (http://eco.unife.it/it/ricerca-imprese-territorio/centri-di-ricerca/cercis) dell’Università degli Studi di Ferrara.

[2] Il SEEDS (Sustainability, environmentaleconomics and dynamicsstudies) è un centro di ricerca interuniversitario (www.sustainability-seeds.org).

fonte: www.greenreport.it


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Zero Waste Circular Economy: un solido investimento per la finanza sostenibile

Zero Waste Europe ha pubblicato un rapporto che sottolinea l'importanza della finanza sostenibile per un'economia circolare a rifiuti zero nel recupero post-COVID-19.




Fonte: Peter Smola; pixelio.de


Il rapporto “Finanza sostenibile per un'economia circolare a rifiuti zero” affronta l'attuale mancanza di chiarezza sul concetto di economia circolare a rifiuti zero (ZWCE), che è stata spesso dominata da un'agenda aziendale. Fornisce criteri chiari sulle attività che devono essere incluse, considerate ammissibili e prioritarie nella tassonomia della finanza sostenibile dell'UE sotto l'egida di un'economia circolare a rifiuti zero, esaminando i benefici sociali, economici, climatici e ambientali.

Analizza inoltre il ruolo proposto dell'incenerimento della termovalorizzazione e di altre false soluzioni - come il riciclaggio chimico e l'incenerimento del combustibile derivato da rifiuti nei cementifici - nell'economia circolare; ed espone gli effetti altamente controproducenti di questa tecnologia sugli scopi e gli obiettivi della finanza sostenibile, ribadendone quindi l'esclusione.

Neil Tangri, Science & Policy Director presso Global Alliance for Incinerator Alternatives (GAIA), ha dichiarato: `` Sebbene l'UE mostri una leadership positiva a livello regionale, resta da vedere come questa tendenza positiva possa avvantaggiare altre regioni mondo. La finanza sostenibile ha l'opportunità di dimostrare che i doppi standard non sono accettabili e che l'UE può parlare a livello internazionale nello stesso modo in cui lo fa a casa. In definitiva, l'UE può svolgere un ruolo visionario incoraggiando altre istituzioni finanziarie internazionali e agenzie di assistenza a soddisfare gli standard dell'economia circolare a rifiuti zero. ''

Mariel Vilella, Direttore della Strategia Globale presso Zero Waste Europe, ha aggiunto: “Zero Waste Circular Economy è un solido investimento per la finanza sostenibile. La ZWCE offre opportunità di investimento positive per la nostra società, l'ambiente, l'economia e, in particolare, la ripresa post-COVID-19. I nuovi modelli di business a rifiuti zero e le iniziative pubbliche a rifiuti zero dimostrano che investire nei livelli superiori della gerarchia dei rifiuti - prevenzione, riprogettazione, riutilizzo, riciclaggio e compostaggio dei rifiuti - offre un ritorno molto maggiore in termini di creazione di posti di lavoro, ripresa economica e resilienza rispetto al convenzionale alternative industriali end-of-pipe guidando l'agenda di sostenibilità e offrendo una riduzione netta delle emissioni di gas serra e dell'inquinamento atmosferico. Dare a queste soluzioni il supporto che meritano può essere un punto di svolta per il mondo della finanza sostenibile ".

Scarica il report
Fonte: Zero Waste Europe


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Raccolta differenziata, circa 3,2 milioni di tonnellate l’anno sono da ri-buttare

Politecnico di Milano: «Gli scarti generati dal trattamento di tutte le frazioni della raccolta differenziata dei rifiuti urbani costituiscono complessivamente circa il 19% del materiale raccolto per via differenziata»













Una peculiarità tutta italiana nel modello di gestione dei rifiuti (urbani) è stata incentrare, da più di vent’anni, l’intera impostazione sulla raccolta differenziata come obiettivo da raggiungere: non solo però non abbiamo ancora raggiunto il target che abbiamo stabilito per legge (65% al 2012, invece nel 2019 è al 61,3%) ma abbiamo perso di vista tutta la filiera impiantistica che c’è dopo la suddivisione della nostra spazzatura – o meglio di una piccola parte, sostanzialmente imballaggi e organico – in tanti sacchetti diversi. Per scoprire, ad esempio, che circa un quinto della raccolta differenziata è da buttare di nuovo.

Il dato è noto, stavolta confermato da uno studio commissionato da Ricicla.tv al Politecnico di Milano.

«Nella gestione dei rifiuti urbani – sottolinea il Polimi – si è sempre posta particolare attenzione al raggiungimento di determinati obiettivi di raccolta differenziata. Più recentemente sono stati definiti obiettivi relativi alla quantità di rifiuti avviati ad effettivo recupero, nella consapevolezza che la raccolta differenziata rappresenta solo la prima fase di una virtuosa gestione dei rifiuti. I rifiuti raccolti in modo differenziato non possono essere avviati tal quali agli impianti di riciclo, ma necessitano di selezione, in modo da rendere il più omogeneo possibile il flusso destinato al riciclo. Ciò comporta la generazione di scarti, ossia rifiuti che non sono idonei all’avvio a recupero di materia. Anche nella fase di riciclo è possibile che si generino degli scarti dal processo di recupero vero e proprio». O meglio è certo, dato che il secondo principio della termodinamica naturalmente è valido anche per i processi industriali che hanno a che fare con l’economia circolare.

«L’attuale gestione e trattamento delle principali frazioni della raccolta differenziata dei rifiuti urbani genera – argomenta il Polimi – circa 3,2 milioni di tonnellate di scarti, di cui 3 milioni di tonnellate sono idonei al recupero energetico, che rappresenta la forma di gestione prioritaria rispetto allo smaltimento in discarica per i rifiuti che non possono essere sottoposti a recupero di materia. A questi si aggiungono 203.000 tonnellate di scarti derivanti dal trattamento delle altre frazioni della raccolta differenziata dei rifiuti urbani e non approfonditi in questa analisi (RAEE, raccolta selettiva, tessili, rifiuti da costruzione e demolizione e spazzamento stradale a recupero). Gli scarti generati dal trattamento di tutte le frazioni della raccolta differenziata dei rifiuti urbani costituiscono complessivamente circa il 19% del materiale raccolto per via differenziata, e se sommati al RUR attualmente generato lo incrementano del 26%, portando il quantitativo complessivo a sfiorare le 16 milioni di tonnellate all’anno».

Come riassumono dunque da Ricicla-tv, i numeri messi in fila dal Polimi «dicono che nel 2018 il trattamento di 17,5 milioni di tonnellate di rifiuti differenziati ha generato ben 3,2 milioni di tonnellate di scarti, circa un quinto del totale raccolto. Non tutte le filiere però generano uguale quantità di residui non riciclabili: per il vetro è il 14,8% del totale, per l’umido il 18,2%, per la carta il 22,6% mentre per alluminio e acciaio la percentuale supera di poco il 30%. Ma il dato più allarmante è quello sulla raccolta differenziata della plastica, che dallo studio è risultata generare, tra scarti di selezione e riciclo, oltre 778mila tonnellate di frazioni non riciclabili, pari al 66,3% del totale raccolto. Scarti che, quando non possono essere collocati in impianti sul territorio nazionale devono essere esportati a costi esorbitanti e che, quando anche la valvola dell’export viene meno, si accumulano negli impianti di selezione e riciclo fino a saturarli e a metterne a rischio il funzionamento».

Che fare dunque? La soluzione passa dagli elementi emersi ieri nel corso del webinar ‘Comparazione ambientale di scenari di sviluppo infrastrutturale nella gestione dei rifiuti’ organizzato da Utilitalia (la Federazione delle imprese di acqua, ambiente e energia).

«Il messaggio che vorremmo lanciare – dichiara il vicepresidente Filippo Brandolini – è di ‘evitare le semplificazioni’, cioè evitare di raccontare soltanto quello che fa comodo; è assolutamente indispensabile per affrontare la complessità che abbiamo di fronte. Dopo 20 anni di dibattito incentrato principalmente sul modello di raccolta differenziata da adottare, dobbiamo prendere decisioni urgenti e fare scelte coraggiose, cercando di recuperare un gap che se possibile è anche aumentato in questi anni; un divario sia culturale che industriale, oltre che di organizzazione e dotazione impiantistica. Abbiamo degli scenari di riferimento sulla base dei quali orientare le decisioni: il Programma nazionale di Gestione dei Rifiuti, il Piano Energia e Clima e la Tassonomia. Dobbiamo essere consapevoli – continua Brandolini – che la gestione dei rifiuti è parte dell’economia circolare, ma questa innanzitutto si può verificare o meno con l’immissione dei prodotti nel mercato, e quindi dalla loro progettazione, dall’eco-design, dalla loro riutilizzabilità o riciclabilità Nello studio presentato oggi, che punta a individuare qual è la soluzione migliore per la gestione dei rifiuti, è stato evidenziato un passaggio fondamentale ovvero che la strategia del recupero energetico determina il rendimento ambientale di un sistema di gestione; in altre parole se non abbiamo chiaro come risolviamo il problema di quei rifiuti non riutilizzabili e non riciclabili rischiamo di ostacolare e rendere più difficile tutto il processo».

In questo contesto anche le discariche «rimarranno indispensabili ma devono svolgere un ruolo residuale, dovranno essere impianti specialistici, ben distribuiti sul territorio nazionale e che per essere efficienti non abbiano bacini. Per il rispetto dei target di economia circolare, occuparsi delle discariche è una priorità e conseguentemente, come evidenziato dallo studio, va limitato il ricorso a impianti intermedi come i Tmb. Poi è necessario fare una scelta sul trattamento dell’organico, per il quale abbiamo stimato che al 2035 servono capacità impiantistiche aggiuntive per circa 3,2 milioni di tonnellate di rifiuti. Occorre inoltre recuperare e reinterpretare il principio di prossimità. Abbiamo visto che il trasporto dei rifiuti non è indifferente rispetto agli impatti ambientali; oggi 2,7 milioni di tonnellate di rifiuti vanno dalle regioni centro-meridionali a quelle settentrionali».

fonte: www.greenreport.it

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Per l’Europa l’unica plastica sostenibile è quella riciclata

La Commissione Ue è al lavoro su una nuova proposta in merito alla tassonomia verde. Quale posto avrà il riciclo chimico?












La plastica sostenibile esiste? Se per sostenibile non si intende a impatto zero – perché nessuna produzione umana lo è – allora sì, ed è la plastica interamente riciclata. È quanto sembra emergere dall’ultima proposta Ue in merito alla tassonomia verde, come riportano da Euractiv citando un documento ancora riservato.

Più nel dettaglio, i prodotti in plastica per essere definiti sostenibili devono dunque essere “interamente prodotti dal riciclo meccanico dei rifiuti di plastica”. Oppure, ed ecco l’ultima discussione in corso sul tema in Ue, “da processi di riciclo chimico, se vengono rispettati gli standard minimi di emissione”.

Ma in che cosa consiste questo “nuovo” processo? In sostanza una modifica della struttura chimica stessa di un rifiuto in plastica, convertendola in molecole più piccole (monomeri) utilizzabili per produrre nuovi materiali vergini. Un processo complementare a quello meccanico finora diffuso, che apre possibilità inedite per frazioni ad oggi difficili da riciclare come la plastica mista o plasmix, che incide per quasi la metà della raccolta differenziata della plastica. Ma ancora tutto da esplorare.

Che il riciclo chimico sia effettivamente sostenibile non è ancora certo e sono, infatti, attesi nuovi standard Ue che rientreranno nell’ambito della tassonomia finanziaria sostenibile, ovvero nel nuovo sistema di classificazione per le attività economiche sostenibili che determina gli investimenti che contribuiscono in modo sostanziale alla sostenibilità ambientale.

In questo scenario, sulla plastica riciclata chimicamente l’europarlamentare dei Verdi Jutta Paulus, è favorevole, ma sostiene che “sarebbe utile avere una differenziazione nella tassonomia, dicendo prima di ridurre, poi di riutilizzare, quindi riciclare meccanicamente e infine chimicamente la plastica”. In buona sostanza il procedimento chimico non dovrebbe interrompere la spinta verso le altre buone pratiche.

Ribadito che al momento la certezza di essere “plastica sostenibile” passa attraverso il riciclo meccanico, “l’obiettivo dei produttori di plastica – si legge su Euractiv – è di ottenere la classificazione di ‘investimento sostenibile’, per poter ricevere investimenti privati e lavorare alla realizzazione della prossima generazione di prodotti plastici, derivati da rifiuti recuperati e processi di riciclaggio chimico”.

Ma quali standard debbono rispettare le plastiche da riciclaggio chimico? “Per essere considerate ‘sostenibili’, devono essere responsabili in tutto il loro ciclo di vita di emissioni di gas serra inferiori a quelle prodotte a partire da materie prime fossili”. Questo è ciò che riporta la bozza. Ci sono però delle perplessità.

È chiaro che la possibilità di considerare plastica riciclata sostenibile anche quella da processo chimico aiuterebbe non poco a raggiungere gli obiettivi del 50% di riciclo degli imballaggi in plastica entro il 2025 e del 55% entro il 2030. Obiettivi ad oggi lontani, con una situazione che si è aggravata a causa dell’emergenza Covid-19. Inoltre, come ricordano anche da Euractiv “il prezzo del petrolio è sceso a causa della pandemia, rendono i materiali vergini a base di combustibili fossili più appetibili rispetto alle plastiche riciclate. A questo contribuiscono anche motivi di salute e sicurezza, in particolare per gli imballaggi a uso alimentare”. E come sappiamo, in un mare di petrolio a basso prezzo la più costosa plastica riciclata sta affogando.

Per questo è il momento di sostenerla. Come le rinnovabili sono cresciute nel tempo potendosi avvalere di incentivi dedicati, lo stesso – e da tempo – è necessario fare per la materia rinnovabile attraverso misure economiche ad hoc: magari – parliamo dell’Italia – accogliendo la proposta della filiera della plastica nostrana di un credito di imposta per favorire dall’acquisito dei materiali riciclati. Oppure abbassando l’Iva per i prodotti riciclati. E contemporaneamente riuscire ad aumentare gli acquisti verdi delle amministrazioni pubbliche come previsto – ma sempre disatteso – dal Gpp.

fonte. www.greenreport.it

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