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Rapporto Wwf: 39 milioni di nuovi posti di lavoro se i governi la smettono con i sussidi dannosi per l’ambiente

Riorientare questa spesa verso pratiche sostenibili ridurrà l'impatto sulla biodiversità e aiuterebbe a passare a un'economia nature-positive




In vista dell’Open-Ended Working Group (OEWG-3) che si terrà dal 23 agosto al 3 settembre e che preparerà la ...

Dinosauri al contrattacco: quelli del nucleare

Il nucleare non si dà per vinto e rilancia con i reattori modulari. Servirà un trattato internazionale di non proliferazione del nucleare civile così come delle fonti energetiche fossili.




Chiamiamoli dinosauri, le potenti multinazionali dell’energia, per segnalarne il livello evolutivo e come segno di speranza: i dinosauri, primitivi ma potenti, si sono estinti e bisogna che anche questi si estinguano o si evolvano in altra specie, per evitare la nostra estinzione.

I dinosauri del Nucleare

Negli anni ’50 e ’60, la diffusione dell’energia nucleare sembrava inarrestabile.

Politici e industriali si aspettavano che sarebbe diventata «troppo a buon mercato per metterci un contatore». Il numero di centrali nucleari nel mondo continuò ad aumentare fino alla metà degli anni ’80, quando a causa della crescita dei sentimenti antinuclearisti, alimentata dagli incidenti di Three Mile Island (nel 1979) e di Chernobyl (nel 1986), subì un arresto.

Arresto della crescita che, tuttavia, non va attribuito solo agli effetti sull’opinione pubblica della tragedia di Chernobyl, ma anche (e forse soprattutto) allo sfaldamento dell’Unione Sovietica, culminato nella caduta del muro di Berlino. Fino a quel momento, infatti, nucleare civile e militare erano stati strettamente intrecciati per via della produzione, nelle centrali, di quel plutonio che serviva per fare le bombe atomiche.

Questo intreccio mascherava il costo reale del kWh nucleare. Venuta meno la necessità di espandere o mantenere il deterrente bombe, il nucleare civile si ritrova nudo come il re della favola di Andersen, e si scopre che il kWh prodotto da una nuova centrale è estremamente costoso, molto più di quello prodotto con le fonti fossili, e senza sussidi statali economicamente non regge.

Dunque, le nuove centrali in costruzione sono poche e fortemente sovvenzionate con fondi pubblici per mantenere in vita un’attività economica sostenuta da potenti lobby oppure per mettere sotto controllo Paesi in via di sviluppo, oppure per vanagloria di Paesi che si sono arricchiti grazie al petrolio oppure per tenere in piedi o accrescere il potenziale offensivo nucleare militare come nel caso di Pakistan, India, Israele e, sostengono gli USA, anche l’Iran; oppure ancora, ed è il caso della Cina, per acquisire padronanza di un sistema tecnologico che permette loro da una parte di attenuare la dipendenza dai combustibili fossili e dall’altra di proporlo a paesi in via di sviluppo ampliando l’influenza geopolitica; oltre che, naturalmente, per sostenere gli armamenti nucleari.

E mentre sono in costruzione alcune unità, altre intanto vanno in dismissione, perché giunte al limite di età, e altre, dopo il disastro di Fukushima nel 2011, sono fermate per volontà politica, sotto la pressione dell’opinione pubblica, com’è avvenuto in Giappone e in Germania.

Dopo Fukushima i dinosauri del nucleare sembrano rassegnati: le centrali non convengono economicamente, i tempi di costruzione e i costi si dilatano sempre più, l’opinione pubblica è sempre più avversa.

Si dibattono, resistono in tutti i modi, ma la loro esistenza è, nella migliore delle ipotesi, ridotta a una minima percentuale della produzione elettrica mondiale. Fine di un sogno di gloria.

Ecco che un’occasione insperata si affaccia all’orizzonte nel 2015: l’Accordo di Parigi sulla limitazione delle emissioni di CO2. Guarda caso, una centrale nucleare produce copiosamente kWh elettrici senza riversare un solo grammo di CO2 in atmosfera e può pure produrre idrogeno a zero emissioni, l’ideale per continuare la vita di sempre e fermare il riscaldamento globale.

La tecnologia è pronta e matura, e si presterebbe – tecnicamente – anche a entrare in simbiosi con le fonti rinnovabili non programmabili, perché le centrali nucleari possono modificare, sia pure con non grande prontezza, la potenza erogata sulla base della richiesta.

Il problema della poca prontezza si potrebbe risolvere facilmente con opportuni accumuli, ma questo aumenterebbe il costo d’investimento, che è già molto elevato.

Non è tanto questo il limite principale. Il fatto è che l’elevato costo capitale unito al basso costo del combustibile richiede, per una gestione economicamente conveniente, una produzione il più possibile continua alla massima potenza; per questo le centrali nucleari, anche se regolabili, di norma sono fatte funzionare “a tavoletta”, perché più kWh si producono in un anno, meno costa il kWh prodotto, poiché la parte predominate dei costi di produzione è fissa ed è costituita dall’ammortamento del capitale.

Usando una centrale con la funzione di produrre “kWh di soccorso” alle rinnovabili, quando occorrono, c’è il rischio – forse la certezza – che il kWh nucleare finisca per costare più del kWh prodotto dall’accoppiata centrale a metano + Ccs, quella promossa dai dinosauri dell’Oil&Gas.

E una centrale a gas + Ccs si costruisce in un tempo molto minore di quello necessario per costruire una centrale nucleare, che parte da una base di dieci anni e finisce per estendersi oltre. Troppo tempo, perché bisogna ristrutturare il sistema energetico da subito e raggiungere certi obiettivi stringenti entro il 2030.

Con questa tempistica, di là dai costi, l’opzione nucleare non è proponibile.

I dinosauri del nucleare sono testardi, e non si danno per vinti. Anzi tirano fuori dal cilindro una soluzione che ribalterebbe la situazione; gli Smr (Small Modular Reactors, Piccoli Reattori Modulari), che sono reattori di nuova generazione progettati per generare energia elettrica tipicamente fino a 300 MW, i cui componenti e sistemi possono essere prefabbricati e quindi trasportati come moduli ai siti per l’installazione, riducendo notevolmente i costi e i tempi di costruzione.

Per i dinosauri del nucleare gli Smr sono come i velociraptor di Jurassic Park, veloci, astuti, implacabili. Pronti, se è il caso, a misurarsi con i dinosauri dell’Oil&Gas.

Su questa strada si sono avviati con decisione e dovizia di finanziamenti in tanti: da Bill Gates che ha fondato la TerraPower assieme a GE Hitachi Nuclear Energy, con l’obiettivo di commercializzare un piccolo reattore in cui si usa sodio liquido come refrigerante, cioè come fluido che estrae il calore ad alta temperatura dal nocciolo del reattore e lo trasferisce a una caldaia in cui si produce il vapore che aziona le turbine che muovono il generatore di energia elettrica.

Il vantaggio di questa soluzione è che il sodio si può pure adoperare come accumulatore di calore, se una parte di quello che circola è contenuto in un opportuno serbatoio. In questo modo, attraverso l’accumulo, si garantisce la produzione variabile richiesta dalla complementarietà alle fonti rinnovabili non programmabili, lasciando invece che il reattore funzioni sempre a pieno regime, cioè con i costi di produzione minimi. L’obiettivo è di competere con una centrale turbogas + Ccs o con un mega impianto di batterie.

Non c’è solo TerraPower, negli USA. Ha già completato la fase finale dei test di sicurezza anche l’Smr della NuScale, un concorrente, costituito da moduli da 60 MW ciascuno, assemblabili fino a 12. In questo caso si tratta di un più convenzionale reattore ad acqua pressurizzata, quello dei sommergibili nucleari, per intenderci, e si gioca la variabilità della produzione attivando o disattivando via via i singoli moduli, ciascuno dei quali va sempre a piena potenza.

In Europa è entrata in campo la Rolls-Royce, con Smr da 440 MW, un po’ più grandi quindi di quelli americani, con l’obiettivo di rendere realmente raggiungibile l’impegno britannico di essere a emissioni zero nel 2050, ponendosi come obiettivo quello di costruirne 16, coprendo così circa il 20% della domanda di energia elettrica del paese.

Spostandosi ancora verso est incontriamo la Russia, pure molto attiva nel campo degli Smr e anche più avanti degli altri. Già nel 2019 è stato connesso in rete l’Smr galleggiante Akademik Lomonosov da 70 MW. È il primo di una serie che serve ad alimentare nuovi insediamenti produttivi lungo le sconfinate coste della Siberia.

Non resta indietro in questa corsa la Cina, ovviamente, dove è prevista l’inaugurazione di un Smr da 200 MW.

Naturalmente, i problemi irrisolti relativi alla sicurezza (non si capisce perché se sono più piccoli dovrebbero essere più sicuri) e alla collocazione delle scorie rimangono tali e quali.

Anche qui l’idea fondamentale è di metterle sottoterra. Sembra proprio che i dinosauri dell’energia abbiano deciso che il solo modo per essere sostenibili sia quello di sotterrare i loro escrementi, come i gatti.

Per non finire estinti come i dinosauri

Ci si potrebbe chiedere: ma perché mai dovremmo opporci ai dinosauri? In fondo ci propongono soluzioni che convengono a loro, ma vanno nella direzione di stabilizzare il clima.

Per rispondere a questa domanda bisogna fare un esame più attento e distinguere fra i dinosauri dell’Oil&Gas e quelli del nucleare.

Cominciamo con l’esaminare i progetti dei dinosauri dell’Oil&Gas.

La cosa ci riguarda particolarmente da vicino perché uno di questi dinosauri, l’Eni, è di casa nostra, e noi cittadini italiani siamo fra gli azionisti.

Ciò che non va è che la cattura del carbonio sia usata come un cavallo di Troia per mantenere viva la domanda di combustibili fossili e avversare quella che dovrebbe essere l’anima della transizione ecologica: l’integrazione della tecnosfera, cioè la società umana con le sue tecnologie, nella biosfera, per garantire la sopravvivenza dell’umanità nel lungo periodo.

Ciò si può ottenere solo se la tecnosfera impara a mimare il funzionamento della biosfera, che è fatta dall’insieme di diversi tipi di ecosistemi distribuiti sulla superficie terrestre e marina, così come la tecnosfera è fatta da tanti tecnosistemi pure loro distribuiti sulla superficie terrestre.

Ebbene, il funzionamento degli ecosistemi si basa sui cicli: non esiste il rifiuto, tutto è adoperato e riadoperato ciclicamente grazie all’energia fornita dal Sole. Inoltre, nessuna risorsa è usata a una velocità superiore alla sua velocità di rigenerazione.

Non c’è niente che sia estratto indefinitamente e non c’è niente che sia tolto di mezzo definitivamente.

Con un’eccezione irripetibile: la CO2 prelevata dall’atmosfera milioni di anni fa, accumulata sotto forma di biomassa e sprofondata sotto strati di detriti inorganici. È quella biomassa che si è poi trasformata in carbone, petrolio e gas. Ma il processo è stato lentissimo, nell’arco di centinaia di migliaia di anni, e gli ecosistemi hanno avuto il tempo di adattarsi.

Dunque, estrarre fino all’ultima goccia gli idrocarburi e sotterrare, non mettere in ciclo, la CO2 che deriva dalla loro utilizzazione è in contrasto con i principi che hanno permesso agli ecosistemi e alla biosfera tutta di svilupparsi e mantenersi fino a oggi e per questo è un approccio perdente, non in linea con la transizione ecologica; e il peso della sconfitta dovrà caricarselo chi verrà dopo di noi.

Del resto, basti pensare al fatto che i luoghi idonei al contenimento sotterraneo della CO2 in condizioni di relativa sicurezza sono limitati in numero e dimensione e quindi, alla fine – chi dice cento, chi dice 400 anni – non avremo più dove metterla. E allora, cosa faranno i nostri discendenti?

E intanto le riserve di idrocarburi si saranno spremute fino in fondo e, poiché poco sarà stato fatto per mettersi nelle condizioni di dipendere solo dalle fonti rinnovabili e per attuare i princìpi dell’economia circolare, non ci sarà abbastanza energia per sostenere il tecnosistema e l’ecosistema si sarà totalmente degradato, con le facilmente immaginabili conseguenze sociali ed economiche.

Questo è il risultato di non effettuare la transizione ecologica.

Insomma, non si sfugge alle leggi della natura, che poi sono le leggi della fisica. Sono questi i temi su cui dobbiamo giocarci nella la lotta contro i dinosauri dell’energia, spalleggiati da una finanza che ama i grandi progetti, quelli tanto grandi che non possono fallire, per loro, perché tanto – come si è visto ampiamente in passato – alla fine a pagare siamo noi.

Questa volta la posta in gioco è l’umanità intera, e a rimanere travolti non saremo solo noi, ma anche e forse soprattutto, proprio loro, i dinosauri dell’energia, com’è già successo ai loro progenitori simbolici 60 milioni di anni fa, a causa del meteorite. Guarda caso, fra i pochi sopravvissuti in quell’occasione c’erano i nostri progenitori, i primi mammiferi. E questo ci deve dare fiducia.

Il Trattato di non proliferazione

Quali strumenti abbiamo a disposizione per combattere efficacemente i dinosauri dell’energia? Come rendere operativo l’Accordo di Parigi, sistematicamente eluso principalmente a causa della pressione esercitata dai dinosauri dell’Oil&Gas?

La situazione che ci troviamo a fronteggiare, non dimentichiamolo, è di estrema gravità e il pericolo ultimo del cambiamento climatico e del degrado ambientale è la sesta estinzione, ci ripete continuamente la comunità scientifica.

Ma non eravamo pure sull’orlo di un’estinzione di massa quando i due blocchi, quello capitalista e quello comunista si fronteggiavano brandendo centinaia, forse migliaia di ordigni nucleari che avrebbero raso al suolo la superficie terrestre eliminando ogni forma di vita?

E che cosa si fece allora, per scongiurare– o almeno rendere meno probabile – questo evento catastrofico? Si mise in atto un trattato di non proliferazione delle armi nucleari.

Ebbene, quali sono le armi che minacciano oggi la nostra sopravvivenza oltre a quelle nucleari? Non c’è dubbio che siano il gas metano, il petrolio e il carbone, il cui uso è la causa principale del cambiamento climatico. Occorre dunque mettere in atto, com’è stato proposto, un trattato internazionale di non proliferazione delle fonti energetiche fossili.

Procedendo in analogia al trattato di non proliferazione delle armi nucleari, bisogna creare le condizioni per il disarmo, ovvero prevenire la proliferazione di carbone, petrolio e gas ponendo fine immediata a tutte le nuove esplorazioni e produzioni.

I giacimenti di petrolio e gas e le miniere di carbone in corso di sfruttamento contengono già abbastanza carbonio da spingere il mondo ben oltre i limiti di temperatura dell’Accordo di Parigi. L’eliminazione graduale della produzione di combustibili fossili deve iniziare regolando l’approvvigionamento di combustibili fossili, limitando l’estrazione, rimuovendo i sussidi per la produzione.

Proprio come cinquant’anni fa il mondo aveva bisogno di un trattato per disinnescare le minacce rappresentate dalle armi di distruzione di massa, il mondo oggi ha bisogno di un Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili per disinnescare le minacce della sesta estinzione di massa, quella dell’Antropocene.

E anche l’attuale trattato di non proliferazione delle armi nucleari andrebbe aggiornato, mettendo al bando pure il nucleare civile che, a parte i pericoli noti di cui si è detto, costituisce fonte di approvvigionamento di materiale fissile, utile per la costruzione delle armi. E in più la proliferazione di piccoli reattori aumenta esponenzialmente la possibilità di attuazione di atti terroristici con strumenti letali, la portata del cui danno è incontrollabile.

fonte: www.qualenergia.it


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Clima, Mario Tozzi: "Va fermata subito l'estrazione di idrocarburi con lo stop alle sovvenzioni"

Il geologo: "Il rapporto Ipcc dice che servono azioni serie in poco tempo, ma nessuno le fa"





fonte: www.ansa.it


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Decine di associazioni al Governo: «Transizione ecologica? Le scelte del PNRR vanno in altra direzione»

Oltre cinquanta associazioni scrivono al Governo e ai membri del Parlamento per sottolineare come «il PNRR rispetto alla cosiddetta rivoluzione verde e alla transizione ecologica» non contenga che «roboanti definizioni, mentre le scelte che vengono fatte vanno in ben altra direzione».












«Sono passati diversi mesi dalla presentazione della seconda bozza del PNRR da parte del governo Conte al parlamento in data 15 gennaio, un documento che era già connotato da un grave squilibrio nella ripartizione interna tra i quattro capitoli della Missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica”. Il primo M2C1 era finanziato con 69,8 miliardi sul totale di 196, ma di cui solo il 10% pari a 7 miliardi erano destinati alla “sostenibilità ambientale” in agricoltura ed alla attuazione di politiche di “economia circolare”» esordiscono le oltre cinquanta associazioni (tra cui il Movimento Legge Rifiuti Zero, Isde, Cetri-Tires, Gufi, GrlG, ACU e Sostenibilità Equità Solidale) che hanno promosso e hanno già dato la loro adesione alla lettera-appello inviata al presidente del Consiglio Draghi, ai ministri Cingolani e Cartabia e ai membri di Camera e Senato..
«Dei 7 miliardi veniva destinata all'“Economia circolare” una quota di appena 4,5 miliardi - pari al 6,44% del budget – di fatto finanziando soltanto il “recupero di energia”, fase che non fa più parte dell’economia circolare che prevede le sole fasi di prevenzione-riutilizzo-riciclaggio. In particolare si prevedeva di utilizzare per il progetto impropriamente titolato “economia circolare” la quasi totalità dei fondi (3,7 dei 4,5 miliardi) destinati a sostenere esclusivamente la produzione di combustibili come il “BIO-METANO”, derivato dalla depurazione del BIOGAS prodotto a sua volta da scarti agricoli e dalla frazione organica dei rifiuti urbani, senza considerare che l’articolo 3 punto 15 bis, l’articolo 11 comma 2 e l’articolo 11 bis comma 5 della direttiva 851/2018/CE, della direttiva 851/2018/CE, recepita dal parlamento con il D. Lgs. 116/2020, hanno introdotto il “recupero di materia” ed escluso del tutto dagli obiettivi di riciclaggio dell’economia circolare questo tipo di recupero di energia» scpiegano i promotori.

«Questa non è vera economia circolare»

«Con l’insediamento del governo Draghi pensavamo che tali evidenti squilibri fossero superati e che nel comparto “Rivoluzione verde e transizione ecologica” venisse supportata la vera “economia circolare” basata sul “recupero di materia” attraverso il riutilizzo di beni, il compostaggio aerobico dell’organico ed il riciclaggio delle frazioni inorganiche per quanto riguarda la valorizzazione dei rifiuti differenziati. Per quanto riguarda il comparto energia ci saremmo aspettati una visione di medio – lungo termine con un chiaro rifiuto del ricorso all'idrogeno "grigio" o "blu", quindi da metano o bio-metano, che non sono a emissioni zero» proseguono i rosttoscrittori dell'appello.
«Dobbiamo constatare invece che anche nella bozza del PNRR del governo Draghi le scelte principali vengono confermate attribuendo alla “Rivoluzione verde e transizione ecologica” la cifra ancora troppo bassa di 4,5 Miliardi, attribuendola quasi interamente alla produzione di bio-metano (con 1,5 Miliardi per la riconversione a “bio-metano” del 70% degli ottocento vecchi impianti di biogas e 2,2 Miliardi per la costruzione di nuovi impianti per la produzione di “bio-metano”). In pratica la scelta strategica del governo Draghi si basa sull’assunto che l’economia circolare è rappresentata dal passaggio dai combustibili fossili al biometano derivato dal biogas ed a questo passaggio assegna ingenti risorse, affermando che “Il bio-metano è strategico per la decarbonizzazione e l'economia circolare, massimizzando l'energia di recupero da scarti biologici agricoli e agroindustriali” per “sostituire i combustibili fossili con il biogas”».

A proposito di biometano...

«A proposito di “bio”-metano, ricordiamo anche che esso risulta indistinguibile nella sua struttura chimica da quello di origine fossile, e che questo gas deve essere combusto per essere utilizzato. Diversi recenti studi mostrano altresì come i mezzi pesanti alimentati a metano emettano più CO2 e particolato di quelli alimentati a diesel o a benzina. E’ noto che le combustioni in generale non possono rappresentare un’alternativa alla decarbonizzazione ad “emissioni zero” né tantomeno uno strumento di contrasto ai cambiamenti climatici - scrivono i promotori - Occorre considerare altresì che un impianto di biogas da 1 Megawatt necessita di circa 400 ettari di terreno per coltivare mais e sorgo come “materia prima”, per cui OGGI i 1.600 impianti attuali in gran parte nel Nord Italia “occupano” oltre 640.000 ettari sottratti alle coltivazioni per l’alimentazione umana e zootecnica, sebbene il PNRR del governo Draghi ne citi “soltanto” 560 da riconvertire».

«Tra le note criticità dovute alla gestione di impianti che producono biogas, specialmente nel Nord Italia, vi è un severo danno ambientale dovuto alla pessima qualità del “digestato” prodotto, contenente composti azotati e metalli pesanti che vengono quindi sparsi sui campi contaminando coltivazioni, terreni e corsi d’acqua. Tutto ciò è accompagnato dalla falsa narrazione secondo cui il Bio-metano potrebbe addirittura “sostituire i combustibili fossili”, nell’utilizzo per autotrazione. Diversi recenti studi mostrano come i mezzi pesanti alimentati a metano emettano più CO2 e altro particolato tossico rispetto a diesel e benzina. Nel paper redatto a settembre 2019 dalla “European Federation for Transport and Environment AISBL” viene riportato che il GNL (Gas naturale liquefatto / metano al 99%) e lo stesso Bio-metano utilizzato per autotrazione non sarebbero affatto sostenibili , anzi produrrebbero un inquinamento atmosferico da NOx e da particolato PM2,5 e PM10 5 volte superiore ai motori Diesel modello 2013».

«Dai dati ufficiali del GSE - il Gestore Servizi Energetici, si apprende inoltre che il finanziamento annuo a fondo perduto per la quota di elettricità prodotta da “Fonti Energetiche Sostenibili” e da fonti “assimilate” (come inceneritori – centrali a biomasse – impianti a biogas/biometano) è pari a circa 12 miliardi di euro, di cui per il solo biogas circa 1,5 miliardi di euro , a fronte di una produzione di energia da biogas nel periodo 2015-2020 pari solo allo 0.04% del totale».

«Così la transizione ecolgica è ritardata»

«L’interpretazione dell’“Economia circolare” che emerge dalla bozza di PNRR del governo Draghi rischia dunque di ritardare la transizione ecologica e di mettere seriamente a rischio la possibilità per l'Italia di accedere ai fondi del NextGenerationUE, la cui erogazione dovrà rimanere coerente ai principi stabiliti e a quanto previsto nelle direttive europee sull'economia circolare. Citiamo pertanto la comunicazione del 12 febbraio 2021 della Commissione Europea secondo cui “il regolamento che istituisce il dispositivo per la ripresa e la resilienza (RRF, Recovery and Resilience Facility) stabilisce che nessuna misura inserita in un piano per la ripresa e la resilienza (RRP, Recovery and Resilience Plan) debba arrecare danno agli obiettivi ambientali ai sensi dell'articolo 17 del regolamento Tassonomia. Ai sensi del regolamento RRF, la valutazione degli RRP deve garantire che ogni singola misura (ossia ciascuna riforma e ciascun investimento) inclusa nel piano sia conforme al principio "non arrecare un danno significativo" (DNSH, "do no significant harm")”» prosegue l'appello dei promotori.

«Invitiamo quindi tutte le forze politiche della maggioranza e dell’opposizione parlamentare a riflettere attentamente sulla gravità di queste previsioni illegittime, anche se ancora in fase di definizione, ed invitiamo tutte le associazioni “ambientaliste”, i comitati, i medici, i giovani e tutti i cittadini a cui preme la tutela della salute pubblica e dell’ambiente a sottoscrivere il presente comunicato per avviare un dibattito pubblico sulle azioni che condizioneranno il futuro di tutti, per contrastare scelte che non sono sostenute da prove scientifiche né per quanto attiene ai benefici ambientali né tantomeno per la salute. L’attuale situazione richiede il massimo rigore e la massima adesione alle evidenze per scongiurare non solo una sostanziale inefficacia delle misure adottate, ma, cosa davvero grave, un ulteriore peggioramento delle condizioni ambientali, climatiche e di salute».

Per info e adesioni : leggerifiutizero@gmail.com oppure postmaster@pec.leggerifiutizero.org

fonte: www.terranuova.it


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Sovvenzioni alle fonti fossili, Bruxelles ha sprecato 440 milioni nel gas

Il rapporto dell’ong Global Witness passa al setaccio tutti i 41 progetti definiti di interesse comunitario che dal 2014 hanno ricevuto sostegno da parte dell’UE




Bruxelles ha sprecato almeno 440 milioni di euro in gasdotti inutili. Negli ultimi 10 anni è questa la somma che l’Unione Europea ha investito in progetti infrastrutturali sulle fonti fossili che o sono stati bloccati o è probabile che riceveranno presto lo stop definitivo. Lo rivela in un dossier pubblicato oggi la ong Global Witness, che ha fatto le pulci agli oltre 5 miliardi di investimenti spesi dal 2013 su 41 progetti, tra gasdotti e terminal, tutti legati all’industria del gas.

“Per gran parte dell’ultimo decennio, l’UE è stata uno sportello automatico per le società del gas europee”, scrive Global Witness. L’ong punta il dito contro la facilità con cui queste società avrebbero accesso ai piani alti di Bruxelles, convincendo i funzionari a garantire finanziamenti. Ma anche a rimodulare leggi e regolamenti in modo tale da favorire, o non ostacolare, queste fossili. Global Witness mette sotto la lente soprattutto il regolamento TEN-E (Trans-European Networks-Energy), in base al quale progetti come i gasdotti riescono a rientrare tra i progetti di interesse comunitario – i PIC – e ricevere abbondanti sovvenzioni.

In tutto sono 7 i progetti inutili. Il principale, che pesa per 430 milioni, è il gasdotto BRUA in cantiere dal 2014. Avrebbe dovuto portare in Austria il gas offshore della Romania, passando anche per Bulgaria e Ungheria. A novembre 2020 ne è stato completato solo un piccolo tratto, tutto in Romania, che non arriva nemmeno ai pozzi. Gli investitori stanno fuggendo, primo tra tutto Exxon, e così il progetto si avvia al naufragio.

Altri progetti che hanno contribuito allo sperpero di denaro pubblico, rileva Global Witness, sono la terza interconnessione gasiera tra Spagna e Portogallo e il gasdotto Midcat tra Francia e Spagna, entrambi cancellati. Poi l’interconnessione tra Polonia e Repubblica Ceca, congelata. Il gasdotto Pince-Lendava-Kidričevo non ha fatto passi avanti dal 2014 (cioè subito dopo aver ricevuto le sovvenzioni UE). Stop anche all’interconnettore tra Praga e Vienna, mentre rinviato sine die il progetto Eastring che doveva collegare la Slovacchia al confine tra Bulgaria e turchia attraverso Romania e Ungheria.

“Questo può cambiare ed è responsabilità dell’UE assicurarsi che lo faccia”, scrive l’ong. “La Commissione dovrebbe eliminare tutti i progetti sul gas dal quinto elenco dei PIC e impedire loro di ricevere sovvenzioni aggiuntive, reindirizzando i fondi verso progetti di energia rinnovabile”. L’UE sta raccogliendo fino all’8 aprile i pareri sulla lista dei prossimi progetti di interesse comunitario da approvare e sovvenzionare.

fonte: www.rinnovabili.it


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Sussidi ambientalmente dannosi, quanti aiuti diamo ancora alle fossili?

Tra finanziamenti diretti e incentivi fiscali, l’Italia fornisce ancora 35,7 miliardi di euro a settori e strumenti deleteri per l’ambiente e il clima. E il taglio dei SAD, annunciato dal Governo, prende tempo




La strada italiana della transizione ecologica ha ancora troppi ostacoli lungo il suo corso. Uno di questi è rappresentato dai cosiddetti sussidi ambientalmente dannosi (SAD). Di cosa si stratta? Di incentivi destinati a vari settori dell’economica nazionale, e finalizzati a ridurre il costo di utilizzo delle fonti fossili o dello sfruttamento di risorse naturali. A partire dal 2019 sono arrivate le prime promesse di riduzione dei SAD, ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare… e, purtroppo, anche una pandemia. Ed è così che il taglio che si sarebbe dovuto concretizzare nell’ultima legge di bilancio si è trasformato in un momento di analisi. Il provvedimento non tocca materialmente i sussidi ambientalmente dannosi ma istituisce una Commissione interministeriale per lo studio di tale intervento.

Questo ritardo nell’azione preoccupa Legambiente che presenta oggi il suo rapporto 2020 “Stop sussidi alle fonti fossili e ambientalmente dannosi”. “Non esiste scusa legata al Covid che tenga – dichiara Edoardo Zanchini, vicepresidente dell’associazione – […] l’emergenza climatica sta diventando sempre più grave: ogni euro non più regalato a chi inquina può liberare investimenti in innovazione ambientale ma anche per far uscire il Paese dalla crisi economica e sociale”.

Ma di quanti euro stiamo effettivamente parlando? Secondo il rapporto la cifra complessiva è di ben 35,7 miliardi di euro, di cui oltre 21,8 miliardi sotto forma di incentivi diretti e circa 13,8 miliardi in forma indiretta (es. sconti sulle tasse). Alcune di queste misure hanno una storia antiche, altre sono decisamente più recenti. È il caso del capacity market. Il meccanismo prevede una remunerazione per gli impianti impegnati a garantire una determinata capacità di produzione, in relazione ad eventuali picchi di domanda; in altre parole, le grandi centrali elettriche vengono pagate per la loro disponibilità a produrre energia in caso di necessità. O, in alternativa, i grandi consumatori possono essere essere ricompensati per la disponibilità a ridurre i consumi. Nel sistema rientrano anche le rinnovabili, ma gli impianti numero uno di questo mercato sono ovviamente le centrali a gas.

“Non tutto è cancellabile dall’oggi al domani – commenta Katiuscia Eroe, responsabile energia di Legambiente – ma è certo che serve intervenire, partendo dai finanziamenti più assurdi, inquinanti, a premio di rendite contro l’ambiente. I sussidi dannosi sono un macigno sulla possibilità di spingere una innovazione diffusa, nell’interesse del Paese; sono risorse sottratte a investimenti di cui c’è enorme bisogno per uscire dalla crisi: potrebbero andare a ospedali, scuole, ricerca, investimenti nella green economy e nella riduzione delle diseguaglianze”. 

Settore energia

Sono 15 i miliardi di euro destinati, nel 2019, a sussidiare il settore energetico fossile del nostro Paese; che diventano 15,8 miliardi per il 2020. Ventisei incentivi diversi, di cui almeno 14 potrebbero essere eliminati subito, per un valore pari a 8,6 miliardi di euro. In particolare, le trivellazioni ricevono indirettamente 576,54 milioni di euro, dovuti all’inadeguatezza di royalties e canoni. I contributi a centrali fossili e impianti sono costati, nel 2019, ai contribuenti italiani, 1.316,4 milioni di euro. Al Capacity Market vanno 180 milioni di euro (dati 2020), mentre il CIP6 continua a ricevere 682 milioni all’anno. I prestiti e le garanzie pubbliche (CDP e SACE) per operazioni a sostegno di investimenti nell’Oil&Gas ammontano a 3.756 milioni di euro. Senza dimenticare gli incentivi assegnati alla ricerca su carbone, gas e petrolio.

Settore trasporto

Il settore è sussidiato complessivamente per 16,2 miliardi di euro. Di cui 5.154 milioni di euro per il differente trattamento fiscale tra benzina e gasolio e 3.757 milioni di euro per quello tra metano, gpl e benzina; l’esenzione dell’accisa sui carburanti per la navigazione aerea ammonta a 1.807,3 milioni di euro; 1.587,5 milioni vanno al rimborso delle accise sul gasolio per trasporti, 400 milioni sussidiano l’olio di palme nei biocarburanti.

Settore agricoltura

Alla PAC vanno sussidi per 2.117,47 milioni di euro. Le esenzioni e riduzioni ai prodotti energetici ammontano a 939,2 milioni. Tra i sussidi indiretti, la SACE eroga prestiti e garanzie per 155,6 milioni per un impianto di fertilizzanti in Russia.

Settore edilizia

Il credito d’imposta per l’acquisto di beni strumentali, generalmente associati a elevati consumi energetici ed emissioni, vale 617 milioni di euro. L’esenzione dell’IMU per nuovi fabbricati ammonta a 38,3 milioni di euro, sussidiando il consumo di suolo anziché incentivare le ristrutturazioni.

Settore canoni e concessioni

L’inadeguatezza di concessioni e canoni equivale a un sussidio di 509 milioni, tra acque minerali (262), demanio marittimo (150) e cave (97).

fonte: www.rinnovabili.it


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Al via consultazione pubblica online su sussidi ambientalmente dannosi (Sad)

Costa: “Comincia il percorso per abbandonare finalmente i sussidi ambientalmente dannosi e poter cominciare la stagione dei sussidi ambientalmente favorevoli nello spirito di quella transizione ecologica che era già necessaria ma che ora è ancora più urgente per costruire il New Green Deal”


Il Ministero dell’Ambiente ha deciso di avviare una consultazione on line sul lavoro svolto dalla Commissione interministeriale per lo studio e l’elaborazione di proposte per la transizione ecologica e per la riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi (istituita con Decreto del Ministero dell’Ambiente n. 29 del 5 febbraio 2020 e composta da rappresentanti del Ministero dell’economia e delle finanze, del Ministero dello sviluppo economico, del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, del Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti e del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali).

In particolare, la Commissione ha formulato sei proposte normative volte a rimodulare sette SAD previsti nel Catalogo dei sussidi ambientalmente dannosi e dei sussidi ambientalmente favorevoli del 2018.

“Comincia oggi (31 luglio, ndr) il percorso per abbandonare finalmente i sussidi ambientalmente dannosi e poter cominciare la stagione dei sussidi ambientalmente favorevoli nello spirito di quella transizione ecologica che era già necessaria ma che ora è ancora più urgente per costruire il New Green Deal dopo l’emergenza Covid - ha dichiarato il ministro dell’Ambiente Sergio Costa. - Si tratta di una grande occasione di partecipazione perché chiunque potrà contribuire alle consultazioni, che si chiuderanno a fine agosto, in modo da trasformare le proposte in articoli da inserire nella prossima legge di bilancio”. Dal 31 luglio sul sito del Ministero dell’ambiente è cominciata la consultazione online di cittadini e imprese sul lavoro svolto dalla Commissione interministeriale per lo studio e l’elaborazione di proposte per la transizione ecologica e per la riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi (SAD).

“È una transizione che non lascerà indietro nessuno – spiega ancora il ministro Costa – . La finalità di questo cammino consiste nel riorientare risorse già attribuite ad uno specifico settore verso soluzioni “green”, senza incidere sui soggetti che ne beneficiavano, ma anzi rendendoli parte attiva di questo cambiamento. La logica è quella di ottenere un “saldo zero” a vantaggio di quelle imprese che sapranno cogliere questa opportunità e, naturalmente, a vantaggio dell’ambiente e della salute di tutti i cittadini”.
Le proposte sono il frutto di un inteso lavoro posto in essere dalla commissione interministeriale presieduta dallo stesso ministro Costa e coordinata dal Professor Pier Luigi Petrillo, composta da: Prof.ssa Fabrizia Lapecorella, rappresentante del Ministero dell’economia e delle finanze; Dott. Raffaele Russo, Dott. Massimiliano Gambardella e Dott. Matteo Bianchi esperti nominati dal Ministro dell’economia e delle finanze; Dott.ssa Laura Aria, rappresentante del Ministero dello sviluppo economico; Dott.ssa Caterina Santese, rappresentante del Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti; Dr. Giuseppe Blasi, rappresentante del Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali; Prof. Leonardo Becchetti, Prof. Piergiuseppe Morone e Dott. Tullio Berlenghi, esperti nominati dal Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare.

I SAD su cui è prevista la consultazione riguardano:
- la minore accisa del gasolio rispetto alla benzina per l'utilizzo come carburante;
- l'accisa agevolata sul gas naturale impiegato negli usi di cantiere e nelle operazioni di campo per l’estrazione di idrocarburi;
- l’esenzione dall’accisa sui prodotti energetici impiegati per la produzione di magnesio da acqua di mare;
- la riduzione dei costi per i prodotti energetici (gasolio, benzina, GPL e gas naturale), usati per riscaldamento e come carburanti per autotrazione dalle Forze armate;
- l’esenzione dall'imposta di consumo per gli oli lubrificanti utilizzati nella produzione e nella lavorazione della gomma naturale e sintetica per la fabbricazione dei relativi manufatti;
- la riduzione dell’accisa sul gas naturale impiegato per usi industriali con consumi superiori a 1.200.000 mc annui;
- la riduzione dell’accisa sul GPL utilizzato negli impianti centralizzati per usi industriali.

L'aumento di gettito derivante dalla graduale eliminazione dei sussidi sarà destinato a finanziare gli interventi indicati nelle proposte in consultazione, in particolare sono previste misure finalizzate a:
- rinnovare il parco veicoli circolante, destinando prioritariamente le risorse per l'acquisto di veicoli ad impatto emissivo basso o nullo;
- introdurre i crediti d’imposta per investimenti ambientalmente sostenibili negli specifici settori coinvolti (produzione di magnesio dall’acqua di mare, estrazione di idrocarburi, produzione di gomma, cavi elettrici, trasformazione, riciclo e rigenerazione della plastica, pneumatici, i settori industriali che usano gas oltre i 1,2 milioni di metri cubi annui, gli impianti centralizzati industriali che usano GPL).

Tutta la documentazione per partecipare alla consultazione online è nella pagina dedicata: https://www.minambiente.it/pagina/consultazione-line-sulle-proposte-normative-la-rimodulazione-dei-sussidi-ambientali-dannosi
Le sei proposte

Proposta 1 (Disposizioni in materia di accisa)

Proposta 2 (Disposizioni in materia di imposta di consumo sugli oli lubrificanti)

Proposta 3 (Disposizioni in materia di accisa sul gas naturale per usi industriali e sui gas di petrolio liquefatti utilizzati negli impianti centralizzati per usi industriali)

Proposta 4 (Disposizioni in materia di rinnovo del parco veicoli circolante)

Proposta 5 (Disposizioni per le Forze armate)

Proposta 6 (Crediti d’imposta per investimenti in specifici settori)

fonte: www.ecodallecitta.it



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'Basta finanziamenti ad auto e veicoli inquinanti': appello delle associazioni ambientaliste a Parlamento e Governo

Medici per l’Ambiente, Cittadini per l’aria, European Public Health Alliance, Greenpeace, Kyoto Club, Legambiente, Transport & Environment, WWF e altre: "Nessun fondo pubblico deve essere stanziato a favore di veicoli diesel, a benzina o a gas, anche sotto forma di credito d’imposta"




Incoraggiare l’acquisto di modelli di motori a combustione interna favorisce tecnologie obsolete e inquinanti che sono dannose per la salute e il clima. Gli emendamenti al “Decreto Rilancio” per incentivare i programmi di rottamazione auto aggraveranno i problemi d’inquinamento e di salute pubblica in Italia.

L’Italia è stata particolarmente colpita dalla pandemia COVID-19, e i pazienti con malattie croniche ne hanno sofferto di più. Le ricerche più recenti suggeriscono che l’elevato inquinamento dell’aria, soprattutto nella Pianura Padana, va considerato come un ulteriore co-fattore dell’alto livello di letalità registrato in quell’area. Il solo inquinamento da biossido di azoto (NO₂) è responsabile di oltre 14.000 morti ogni anno in Italia.

“L’inquinamento dell’aria ci fa ammalare e ha peggiorato la pandemia COVID-19. La nostra ricerca ha dimostrato che le persone che vivono nel Nord Italia con alti livelli di inquinanti sono più inclini a sviluppare patologie respiratorie croniche e sono più soggette a tutti gli agenti infettivi. Ma l’esposizione prolungata all’inquinamento atmosferico danneggia anche i giovani e le persone sane. Ridurre questo inquinamento letale e mettere l’economia su una via del recupero sostenibile è più importante che mai!“, ha detto Dario Caro, ricercatore del Dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di Aarhus.

Per ridurre il problema dell’inquinamento atmosferico legato ai trasporti, il numero di veicoli con motore a combustione, principale fonte di emissioni nelle città italiane, deve diminuire. Ciò significa incentivare automobili elettriche, che oltre a non nuocere alla salute, sono molto più rispettose dell’ambiente. Nessun fondo pubblico deve essere stanziato a favore di veicoli diesel, a benzina o a gas, anche sotto forma di credito d’imposta. Il denaro dei contribuenti non deve essere utilizzato per mettere in circolazione altri veicoli inquinanti.

Investimenti sani e verdi fanno bene all’economia e alle imprese italiane! Sarebbe molto più efficace indirizzare gli stimoli di ripresa dell’industria alla produzione di veicoli elettrici e di batterie sostenibili (inclusa la filiera di recupero, riuso e riciclo) e allo sviluppo dell’infrastruttura di ricarica, che sono modi veloci per creare posti di lavoro sostenibili.

Tuttavia, la migliore soluzione per la salute e per l’ambiente consiste nello sviluppo di una mobilità condivisa e sostenibile con trasporti pubblici a zero o a basse emissioni. L’uso delle biciclette, comprese quelle elettriche, deve essere incoraggiato da incentivi pubblici per ridurre l’uso inquinante dell’auto e aumentare l’attività fisica. Lo stesso deve essere fatto per i pedoni, con aree pedonali, marciapiedi più larghi e senza barriere architettoniche alla mobilità. Infatti, l’inattività fisica causa malattie e aumenta la mortalità.



La maggior parte degli europei, e gli italiani in particolare, non vogliono un ritorno ai livelli pre-pandemici di inquinamento atmosferico. I cittadini sono pronti a sostenere profondi cambiamenti nella mobilità urbana per mantenere la qualità dell’aria sperimentata durante la quarantena, quando i livelli di inquinamento atmosferico si sono drasticamente ridotti. Sono favorevoli a vietare l’ingresso in città delle auto e a introdurre aree a emissioni zero per ridurre lo smog.

In Europa esistono esempi innovativi come in Germania, che nel suo piano di rilancio nazionale ha limitato gli incentivi solo ai veicoli elettrici. Né il Parlamento né il Governo italiani dovrebbero sostenere sistemi di mobilità obsoleti che danneggiano la salute e il pianeta. L’Italia dovrebbe seguire questo esempio e decarbonizzare il settore dei trasporti. Questo è il momento di fare un passo avanti nella mobilità sostenibile.

Contesto

Per fronteggiare la crisi e sostenere la domanda crollata a seguito dell’emergenza sanitaria, diversi emendamenti al “Decreto Rilancio” presentati sia dalla maggioranza, sia dall’opposizione sono attualmente in discussione in Parlamento. Aiutare il settore auto e moto con nuovi incentivi che promuovono l’acquisto di veicoli tradizionali (benzina, diesel, gas) non è accettabile.

Gli standard Euro 6 non sono omogenei e non sufficientemente puliti!

Gli standard Euro 6 per i veicoli sono molto eterogenei, la norma Euro 6d è la più rigorosa. Sono stati fatti progressi tra i primi modelli Euro 6b e i più recenti veicoli Euro 6d, ma non sono sufficienti. Ad esempio, l’ultima generazione di motori diesel, venduti come “puliti” dall’industria automobilistica, emette ancora grandi quantità di particolato pericoloso, che rappresenta un grave pericolo per la salute. Il particolato viene emesso in gran parte dai motori a combustione interna, siano essi diesel, benzina o gas.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) considera il particolato come l’inquinante più nocivo per gli umani. Nonostante molti studi sulla nocività dell’esposizione cronica al particolato, ad esempio l’aumento dell’incidenza di cancro, malattie cardiovascolari e respiratorie, il 77% degli abitanti delle città europee è esposto a livelli più alti di quelli indicati dall’OMS.



Associazione Medici per l’Ambiente – ISDE Italia

Cittadinanzattiva

Cittadini per l’aria

European Public Health Alliance

Greenpeace Italia

Kyoto Club

Legambiente

Transport & Environment

WWF Italia

fonte: www.ecodallecitta.it

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Ripresa post Covid-19. La Spagna non finanzierà più le fossili

Il disegno di legge prevede di azzerare da subito tutti i nuovi progetti di estrazione di carbone, petrolio e gas e vietare i sussidi alle fonti fossili.














Lo scorso 19 maggio, per mano della vice Presidente e ministro per il Recupero ecologico Teresa Ribera, il governo spagnolo ha presentato al Parlamento un ambizioso disegno di legge sul clima che, una volta approvato, metterà la Spagna sulla strada per raggiungere le zero emissioni nette entro il 2050 e per produrre elettricità al 100 per cento da fonti rinnovabili. Inoltre azzererà da subito tutti i sussidi alle fonti fossili e vieterà nuovi nuovi progetti di estrazione di carbone, petrolio e gas naturale. Il disegno di legge si inserisce nella linea già dettata dall’Europa con il pacchetto legato all’European green deal e al più recente Recovery plan, ovvero il piano per la ripresa dell’Europa come risposta alla pandemia causata dal coronavirus.

Teresa Ribera (sx) insieme a Carolina Schmidt (c) e Patricia Espinosa (dx) durante la COP25 tenutasi a Madrid lo scorso novembre © Sean Gallup/Getty

Il 21 gennaio scorso il governo spagnolo dichiarava l’emergenza climatica e tra le misure per combattere l’emergenza includeva l’impegno a preparare e presentare il disegno di legge al Parlamento entro i suoi primi 100 giorni di mandato, ma la pandemia COVID-19 lo ha ritardato. “Avremmo voluto presentare questa legge in altre circostanze diverse settimane fa”, ha detto il ministro Teresa Ribera in una nota ufficiale. “Sfortunatamente, è stata presentata al Parlamento in un momento in cui stiamo discutendo su come ricostruire e recuperare il nostro paese da una crisi. La legge sarà utile per guidare questo dibattito e facilitare una ripresa in linea con il Green Deal europeo”.
Quali sono gli obiettivi del Green deal della Spagna

Il testo approvato in queste settimane arriva dopo un lungo percorso iniziato già a fine 2018 e conclusosi a febbraio 2019 con una consultazione pubblica. Arrivare in Parlamento è stato quindi un passo importante in quanto il disegno legge sarà sottoposto al dibattito e agli emendamenti di tutti i partiti politici, per poi diventare legge. L’obiettivo, come spiegato dalla stessa Ribera, è che “la transizione energetica diventi una forza trainante importante per generare attività economica e occupazione a breve termine e in modo coerente con ciò di cui avremo bisogno come paese a medio e lungo termine”.

Per raggiungere le emissioni nette entro metà secolo, il pacchetto prevede della fasi intermedie. Ad esempio ridurre, entro il 2030, le emissioni del 23 per cento rispetto ai livelli del 1990, raddoppiare la percentuale di energia rinnovabile totale al 35-42 per cento, rendere l’elettricità almeno al 70 per cento rinnovabile e ridurre il consumo energetico complessivo di almeno il 35 per cento attraverso l’efficienza energetica e la ristrutturazione di edifici e abitazioni.

Un capitolo a parte rappresenta la mobilità, che dovrebbe ricevere una forte incentivazione a diventare interamente elettrica. Il progetto di legge infatti richiede che tutte le nuove auto siano a zero emissioni entro il 2040. “Questo disegno di legge pone la lotta ai cambiamenti climatici e la transizione energetica al centro dell’azione pubblica”, ha aggiunto il ministro. “È un progetto nazionale che mostra la responsabilità del nostro presente, della nostra salute, della nostra qualità della vita, del nostro modello di prosperità e, soprattutto, del nostro futuro”.

Un impianto fotovoltaico in Spagna ©Pablo Blazquez Dominguez/Getty Images
La ripresa post Covid-19

La legge dovrebbe generare oltre 200.000 milioni di euro di investimenti entro il 2030 e creare fino a 350.000 nuovi posti di lavoro. Ma secondo Ana Barreira, direttrice dell’International institute for law and the environment (Iidma), come spiega in un editoriale pubblicato su Euroactiv, “il presente progetto di legge prevede la creazione di un comitato per i cambiamenti climatici e l’energia per valutare e formulare raccomandazioni sulle politiche in materia di energia e cambiamenti climatici.Sebbene questo comitato rispecchi il comitato per i cambiamenti climatici del Regno Unito e altri organi consultivi simili che sono stati istituiti in paesi come la Francia e la Svezia, la proposta spagnola non è abbastanza forte”, in quanto “la Spagna è un paese in cui le comunità autonome possiedono molte delle competenze necessarie per attuare la futura legge. Per questo motivo, il progetto di legge avrebbe dovuto includere un quadro di governance rafforzato per la cooperazione e il coordinamento”.

fonte: www.lifegate.it


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Il Fondo monetario internazionale chiede la fine dei sussidi ai combustibili fossili (VIDEO)



















Durante un meeting virtuale del World Economic Forum (Wef), l’amministratore delegato del Fondo monetario internazionale (FMI), Kristalina Georgieva, ha annunciato la svolta: «Ora è il momento di porre fine ai sussidi per i combustibili fossili e creare un’economia più verde e più equa per il futuro».


La Georgieva lo ha dichiarato in occasione del lancio del “Great Reset”, l’iniziativa globale del Wef per costruire un mondo migliore dopo la pandemia di Covid-19, mettendo così tutto il peso dell’FMI sull’accelerazione del passaggio dai combustibili fossili alla green economy.


La Georgieva ha sottolineato che «ora dobbiamo fare un passo avanti, usare tutta la forza che abbiamo, che nel caso del FMI ammonta a 1 trilione di dollari per garantire che la storia parli di una grande ripresa e non di un grande rovesciamento. Questo significa mettere in atto i giusti investimenti e incentivi e rompere con quelli insostenibili. Sono particolarmente desiderosa di sfruttare i bassi prezzi del petrolio per eliminare i sussidi dannosi».


Il documento “Global Fossil Fuel Subsidies Remain Large: An Update Based on Country-Level Estimates” pubblicato dall’FMI nel 2019 ha stimato sussidi annuali globali per combustibili fossili in 5,2 trilioni di dollari nel 2017, ovvero il 6,5% dell’economia globale, illustrando l’entità della sfida. Secondo il sesto dossier “Stop sussidi alle fonti fossili – Stato dei sussidi e dei finanziamenti diretti e indiretti, al settore Oil&Gas” presentato a fine marzo 2019 da Legambiente, sono invece «circa 18,8 i miliardi di euro che sono arrivati in un anno in Italia al settore delle fonti fossili, tra sussidi diretti e indiretti al consumo o alla produzione di idrocarburi».


Ma i leader che hanno partecipato al meeting Wef hanno convenuto che «questo momento di crisi è anche un momento di opportunità per tracciare un percorso diverso». La Georgieva ha tracciato un parallelo con il modo in cui la Seconda Guerra Mondiale ha portato alla fondazione del Servizio sanitario nazionale nel Regno Unito: «Il miglior memoriale che possiamo costruire per coloro che hanno perso la vita nella pandemia è un mondo più verde, più intelligente e più giusto».


Persino l’amministratore delegato di Bp, Bernard Looney, ha affermato di appoggiato la fine dei sussidi per i combustibili fossili e di «sostenere le politiche di investimento ecologico che le istituzioni, compresa l’Ue, stanno iniziando a mettere in atto. Il portafoglio di energia alternativa di BP comprende energia eolica, solare e biocarburanti. Sappiamo tutti che esiste un bilancio del carbonio. E’ limitato, si sta esaurendo».


Looney ha raccontato di aver parlato con un operaio di una raffineria che lo ha ringraziato per aver avviato la transizione verso le energie rinnovabili, sulla base del fatto che: «Data la scelta, la sceglierei ogni volta per i miei nipoti».


Al Wef sottolineano che «a meno che le cose non cambino, le prospettive per questa generazione sono desolanti. Senza azione, entro la fine del secolo è previsto un riscaldamento catastrofico di oltre 4 gradi, con le attuali politiche che ci mettono in rotta verso i circa 3 gradi di riscaldamento, abbastanza per far finire sott’acqua le principali città, portare a estinzioni di massa e rendere inabitabili ampie parti del mondo».


Usa e Cina sono i maggiori inquinatori del mondo e in Cina, dopo la pausa del blocco per il Covid-19 che ha portato a un calo delle emissioni di CO2 e dello smog, l’inquinamento atmosferico è già tornato ai livelli precedenti. Per questo anche Ma Jun, presidente del China Green Finance Committee, ha sostenuto una grande revisione dell’attuale modello produttivo: «Deve essere più ecologico di qualsiasi altra ripresa precedente» e ha sollecitato che la ripresa post-Covid-19 comprenda «Relazioni e normative più rigorose per le aziende, incentivi al consumo come incentivi per beni ad alta efficienza energetica, sviluppo di infrastrutture verdi e utilizzo di green bond per incanalare gli investimenti».





fonte: http://www.greenreport.it


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Dall’Italia 2,3 miliardi l’anno di sussidi alle fossili


























“Still Digging”, un rapporto pubblicato oggi dalle organizzazioni statunitensi Friends of the Earth USA e Oil Change International, rivela che l’Italia ha destinato 2,3 miliardi di euro l’anno a progetti di sfruttamento dei combustibili fossili rispetto ai 215 milioni di euro assicurati nello stesso arco di tempo alle fonti energetiche pulite. Dalla sigla dell’Accordo di Parigi a fine 2015, i Paesi del G20 hanno impiegato circa 71 miliardi di euro l’anno in finanziamenti pubblici a petrolio, gas e carbone, il triplo di quanto andato alle rinnovabili.
Mentre l’Italia prepara i suoi pacchetti di stimolo in risposta all’emergenza COVID-19, “Still Digging” sottolinea che la sua finanza pubblica è stata finora drammaticamente disallineata con quanto necessario per evitare la crisi climatica. Il rapporto esorta l’Italia e gli altri governi del G20 a smettere di usare il denaro pubblico per sostenere l’industria dei combustibili fossili e a investire invece in una ripresa giusta e sostenibile.
“L’Italia continua a sovvenzionare l’industria dei combustibili fossili anche quando prende cattive decisioni che danneggiano le persone e il pianeta”, ha detto Kate De Angelis, analista di politica internazionale di Friends of the Earth USA. “I progetti per gas e petrolio stanno già peggiorando la crisi COVID-19, generando inquinamento atmosferico che peggiora l’impatto della malattia”, ha sottolineato la De Angelis.
Utilizzando il database di Oil Change International’s Shift the Subsidies, il rapporto analizza il supporto proveniente dalle agenzie di credito all’esportazione (ECA) e dalle istituzioni finanziarie pubbliche per lo sviluppo (DFI), così come dalle banche di sviluppo multilaterali (MDB) che i paesi del G20 controllano. Nel conteggio, non sono inclusi i sussidi diretti per l’industria estrattiva attraverso sgravi o agevolazioni fiscali, che sono stimati in 80 miliardi di dollari in più l’anno.
L’Italia è passata da un +1,4 miliardi l’anno per il petrolio e il gas prima dell’Accordo di Parigi a un +2,3 miliardi di euro dopo l’intesa stipulata nella capitale francese, a dimostrazione che le istituzioni finanziarie pubbliche italiane sono ben lungi dal destinare i loro finanziamenti a quanto necessario per limitare l’innalzamento della temperatura globale a 1,5°C.
Le agenzie di credito all’esportazione (ECA) sono state i peggiori attori della finanza pubblica, dal momento che sostengono petrolio, gas e carbone 14 volte di più rispetto alle rinnovabili – sul fronte italiano questa cifra riguarda Sace, tornata alla cronaca in queste settimane per il caso FCA, e ammonta a ben due miliardi di euro l’anno.
“Sace dovrebbe essere uno dei veicoli di supporto alla transizione verso un modello economico e produttivo a basse emissioni, ma anche vettore di una redistribuzione della ricchezza  e non di ulteriore accentramento, tanto più nella fase di recessione ampliata dalla crisi COVID19” ha detto Antonio Tricarico di Re:Common, associazione  che ha co-pubblicato il rapporto e che da anni monitora l’operato di Sace e le violazioni sull’ambiente ma anche sui diritti umani associate alle operazioni che l’istituzione garantisce. “Vedere dati alla mano quanto Sace sia legata ai colossi dell’energia fossile ci fa capire che il problema è ben più grande di FCA ed forse è arrivato il momento di affrontarlo in maniera sistemica” ha aggiunto Tricarico.
La maggior parte dei finanziamenti a sostegno dell’industria fossile sono confluiti verso i paesi più ricchi. Nove dei primi quindici beneficiari erano paesi ad alto o medio-alto reddito, secondo le classificazioni della Banca Mondiale.
“Le compagnie di carburante fossile sanno che i loro giorni sono contati. I loro lobbisti stanno usando la crisi COVID-19 come copertura per raddoppiare i loro sforzi per assicurarsi i nuovi e massicci aiuti governativi di cui hanno bisogno per sopravvivere”, ha detto Bronwen Tucker, analista di ricerca presso Oil Change International. Secondo gli autori del rapporto, il denaro del governo deve invece sostenere una giusta transizione dai combustibili fossili che protegga i lavoratori, le comunità e il clima – sia in patria che al di fuori dei loro confini – per costruire un futuro più resiliente. Insomma, invece di finanziare un’altra grande crisi – il cambiamento climatico – i nostri governi dovrebbero investire nel futuro. Si comporteranno di conseguenza?

fonte: https://www.recommon.org



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Sussidi ambientalmente dannosi, il Governo lavora a un taglio «graduale e a saldo zero»

In ballo ci sono 19,3 miliardi di euro con cui lo Stato sostiene ogni anno attività che reputa dannose per l’ambiente






















Dopo il suo insediamento a febbraio, è tornata a riunirsi ieri la Commissione interministeriale per la riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi (Sad), ovvero quella che dovrebbe indicare come sforbiciare i 19,3 miliardi di euro con cui lo Stato sostiene ogni anno attività che reputa dannose per l’ambiente (4,1 miliardi di euro in più rispetto alle risorse garantite ai sussidi ambientalmente favorevoli, secondo le ultime stime del ministero dell’Ambiente).
La riunione è stata presieduta dal ministro dell’Ambiente Sergio Costa, per il quale l’intervento sui Sad «dovrà essere graduale e progressivo, con l’obiettivo di guidare a partire da quest’anno la transizione ecologica dei settori interessati, agendo a saldo zero. I sussidi dannosi per l’ambiente dovranno essere sostituiti da misure economiche di supporto verdi, di pari entità, che andranno a compensare i precedenti aiuti riconosciuti sia alle imprese sia alle famiglie, già provate dall’emergenza Covid-19».
Alla riunione hanno partecipato i referenti dei ministeri dell’Economia, dello Sviluppo economico, delle Infrastrutture e delle Politiche agricole, mentre «nelle prossime settimane» si avvierà il coinvolgimento degli stakeholders «per arrivare entro il più breve termine» a una riprogrammazione pluriennale dei sussidi «con obiettivo 2030».
Già l’anno scorso, nelle prime bozze del decreto Clima approvato dal Governo in carica, era prevista la riduzione di una parte di questi sussidi. La bozza di decreto prevedeva infatti di azzerare tutti i sussidi ambientalmente dannosi entro vent’anni, partendo dal 2020 con tagli annui di almeno il 10%, il che significa che quest’anno avremmo potuto recuperare 1,93 miliardi di euro; poi la norma è saltata, e la legge di Bilancio approvata si è limitata a prevedere l’istituzione della Commissione che ora sta dibattendo del tema.
L’iter dunque procede a singhiozzo. Non solo i sussidi finora non sono stati tagliati, ma i dati a disposizione non sono neanche aggiornati: della terza edizione del Catalogo ministeriale sui sussidi – che avrebbe dovuto arrivare entro il 30 giugno 2019, secondo l’art. 68, L. n. 221/2015 – non c’è ancora nessuna traccia, e dunque l’ultima edizione pubblicata contiene dati del 2017.
Nel corso dell’ultima riunione della Commissione, informa il ministero dell’Ambiente, è stata avviata la valutazione di circa quattordici differenti sussidi ambientalmente dannosi, individuati all’interno del catalogo annualmente elaborato dal ministero dell’Ambiente. Inoltre, sono state analizzate dal punto di vista tecnico e politico alcune ipotesi per riorientare le risorse allocate su ciascun sussidio, in maniera tale da riconoscere nuovi incentivi verdi di pari importo ai settori su cui ricadono: «L’obiettivo è migliorare la performance ambientale delle filiere di produzione e consumo, mantenendo tuttavia invariato il supporto dello Stato ai settori coinvolti, anche facendo ricorso all’innovazione tecnologica».
Nei fatti la quasi totalità dei sussidi ambientalmente negativi è costituita infatti da sconti fiscali: il più oneroso (circa 5 miliardi di euro) è il differenziale di accisa fra benzina e gasolio, cui seguono le esenzioni di accisa per i carburanti impiegati nel trasporto aereo e in quello marittimo, il rimborso dell’accisa sul gasolio a favore dell’autotrasporto merci e passeggeri, le agevolazioni per i carburanti impiegati in agricoltura, i permessi ETS assegnati gratuitamente e l’esenzione dell’accisa sull’energia elettrica per le piccole utenze domestiche.
Dunque un taglio dei Sad andrebbe a colpire le categorie che beneficiano di questi sussidi: un intervento a saldo zero permetterebbe invece di utilizzare i conseguenti risparmi per erogare compensazioni di tipo sociale oppure per introdurre misure economiche di supporto verdi di pari entità, ovvero l’opzione citata dal ministro Costa.
Di certo ci sono modi migliori per impiegare quei 19 miliardi di euro. Nelle simulazioni con cui il ministero dell’Ambiente stima gli effetti di un ri-orientamento dei sussidi garantiti alle fonti fossili emergono con chiarezza: dedicarli a fonti più pulite o alla riduzione del cuneo fiscale sul lavoro significherebbe avere fino a -2,68% di emissioni, Pil a +1,60% e +4,2% di occupazione.

fonte: www.greenreport.it


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