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Ingiustizie sociali e crisi climatica: il virus siamo noi?

 
















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La decarbonizzazione del trasporto in Europa











Il progetto Decarbonising Transport in Europe avviato e finanziato con il supporto della Commissione Europea, evidenzia l’impatto delle misure di mitigazione della CO2. I decisori politici sono così in grado di ...

Dinosauri al contrattacco: quelli del nucleare

Il nucleare non si dà per vinto e rilancia con i reattori modulari. Servirà un trattato internazionale di non proliferazione del nucleare civile così come delle fonti energetiche fossili.




Chiamiamoli dinosauri, le potenti multinazionali dell’energia, per segnalarne il livello evolutivo e come segno di speranza: i dinosauri, primitivi ma potenti, si sono estinti e bisogna che anche questi si estinguano o si evolvano in altra specie, per evitare la nostra estinzione.

I dinosauri del Nucleare

Negli anni ’50 e ’60, la diffusione dell’energia nucleare sembrava inarrestabile.

Politici e industriali si aspettavano che sarebbe diventata «troppo a buon mercato per metterci un contatore». Il numero di centrali nucleari nel mondo continuò ad aumentare fino alla metà degli anni ’80, quando a causa della crescita dei sentimenti antinuclearisti, alimentata dagli incidenti di Three Mile Island (nel 1979) e di Chernobyl (nel 1986), subì un arresto.

Arresto della crescita che, tuttavia, non va attribuito solo agli effetti sull’opinione pubblica della tragedia di Chernobyl, ma anche (e forse soprattutto) allo sfaldamento dell’Unione Sovietica, culminato nella caduta del muro di Berlino. Fino a quel momento, infatti, nucleare civile e militare erano stati strettamente intrecciati per via della produzione, nelle centrali, di quel plutonio che serviva per fare le bombe atomiche.

Questo intreccio mascherava il costo reale del kWh nucleare. Venuta meno la necessità di espandere o mantenere il deterrente bombe, il nucleare civile si ritrova nudo come il re della favola di Andersen, e si scopre che il kWh prodotto da una nuova centrale è estremamente costoso, molto più di quello prodotto con le fonti fossili, e senza sussidi statali economicamente non regge.

Dunque, le nuove centrali in costruzione sono poche e fortemente sovvenzionate con fondi pubblici per mantenere in vita un’attività economica sostenuta da potenti lobby oppure per mettere sotto controllo Paesi in via di sviluppo, oppure per vanagloria di Paesi che si sono arricchiti grazie al petrolio oppure per tenere in piedi o accrescere il potenziale offensivo nucleare militare come nel caso di Pakistan, India, Israele e, sostengono gli USA, anche l’Iran; oppure ancora, ed è il caso della Cina, per acquisire padronanza di un sistema tecnologico che permette loro da una parte di attenuare la dipendenza dai combustibili fossili e dall’altra di proporlo a paesi in via di sviluppo ampliando l’influenza geopolitica; oltre che, naturalmente, per sostenere gli armamenti nucleari.

E mentre sono in costruzione alcune unità, altre intanto vanno in dismissione, perché giunte al limite di età, e altre, dopo il disastro di Fukushima nel 2011, sono fermate per volontà politica, sotto la pressione dell’opinione pubblica, com’è avvenuto in Giappone e in Germania.

Dopo Fukushima i dinosauri del nucleare sembrano rassegnati: le centrali non convengono economicamente, i tempi di costruzione e i costi si dilatano sempre più, l’opinione pubblica è sempre più avversa.

Si dibattono, resistono in tutti i modi, ma la loro esistenza è, nella migliore delle ipotesi, ridotta a una minima percentuale della produzione elettrica mondiale. Fine di un sogno di gloria.

Ecco che un’occasione insperata si affaccia all’orizzonte nel 2015: l’Accordo di Parigi sulla limitazione delle emissioni di CO2. Guarda caso, una centrale nucleare produce copiosamente kWh elettrici senza riversare un solo grammo di CO2 in atmosfera e può pure produrre idrogeno a zero emissioni, l’ideale per continuare la vita di sempre e fermare il riscaldamento globale.

La tecnologia è pronta e matura, e si presterebbe – tecnicamente – anche a entrare in simbiosi con le fonti rinnovabili non programmabili, perché le centrali nucleari possono modificare, sia pure con non grande prontezza, la potenza erogata sulla base della richiesta.

Il problema della poca prontezza si potrebbe risolvere facilmente con opportuni accumuli, ma questo aumenterebbe il costo d’investimento, che è già molto elevato.

Non è tanto questo il limite principale. Il fatto è che l’elevato costo capitale unito al basso costo del combustibile richiede, per una gestione economicamente conveniente, una produzione il più possibile continua alla massima potenza; per questo le centrali nucleari, anche se regolabili, di norma sono fatte funzionare “a tavoletta”, perché più kWh si producono in un anno, meno costa il kWh prodotto, poiché la parte predominate dei costi di produzione è fissa ed è costituita dall’ammortamento del capitale.

Usando una centrale con la funzione di produrre “kWh di soccorso” alle rinnovabili, quando occorrono, c’è il rischio – forse la certezza – che il kWh nucleare finisca per costare più del kWh prodotto dall’accoppiata centrale a metano + Ccs, quella promossa dai dinosauri dell’Oil&Gas.

E una centrale a gas + Ccs si costruisce in un tempo molto minore di quello necessario per costruire una centrale nucleare, che parte da una base di dieci anni e finisce per estendersi oltre. Troppo tempo, perché bisogna ristrutturare il sistema energetico da subito e raggiungere certi obiettivi stringenti entro il 2030.

Con questa tempistica, di là dai costi, l’opzione nucleare non è proponibile.

I dinosauri del nucleare sono testardi, e non si danno per vinti. Anzi tirano fuori dal cilindro una soluzione che ribalterebbe la situazione; gli Smr (Small Modular Reactors, Piccoli Reattori Modulari), che sono reattori di nuova generazione progettati per generare energia elettrica tipicamente fino a 300 MW, i cui componenti e sistemi possono essere prefabbricati e quindi trasportati come moduli ai siti per l’installazione, riducendo notevolmente i costi e i tempi di costruzione.

Per i dinosauri del nucleare gli Smr sono come i velociraptor di Jurassic Park, veloci, astuti, implacabili. Pronti, se è il caso, a misurarsi con i dinosauri dell’Oil&Gas.

Su questa strada si sono avviati con decisione e dovizia di finanziamenti in tanti: da Bill Gates che ha fondato la TerraPower assieme a GE Hitachi Nuclear Energy, con l’obiettivo di commercializzare un piccolo reattore in cui si usa sodio liquido come refrigerante, cioè come fluido che estrae il calore ad alta temperatura dal nocciolo del reattore e lo trasferisce a una caldaia in cui si produce il vapore che aziona le turbine che muovono il generatore di energia elettrica.

Il vantaggio di questa soluzione è che il sodio si può pure adoperare come accumulatore di calore, se una parte di quello che circola è contenuto in un opportuno serbatoio. In questo modo, attraverso l’accumulo, si garantisce la produzione variabile richiesta dalla complementarietà alle fonti rinnovabili non programmabili, lasciando invece che il reattore funzioni sempre a pieno regime, cioè con i costi di produzione minimi. L’obiettivo è di competere con una centrale turbogas + Ccs o con un mega impianto di batterie.

Non c’è solo TerraPower, negli USA. Ha già completato la fase finale dei test di sicurezza anche l’Smr della NuScale, un concorrente, costituito da moduli da 60 MW ciascuno, assemblabili fino a 12. In questo caso si tratta di un più convenzionale reattore ad acqua pressurizzata, quello dei sommergibili nucleari, per intenderci, e si gioca la variabilità della produzione attivando o disattivando via via i singoli moduli, ciascuno dei quali va sempre a piena potenza.

In Europa è entrata in campo la Rolls-Royce, con Smr da 440 MW, un po’ più grandi quindi di quelli americani, con l’obiettivo di rendere realmente raggiungibile l’impegno britannico di essere a emissioni zero nel 2050, ponendosi come obiettivo quello di costruirne 16, coprendo così circa il 20% della domanda di energia elettrica del paese.

Spostandosi ancora verso est incontriamo la Russia, pure molto attiva nel campo degli Smr e anche più avanti degli altri. Già nel 2019 è stato connesso in rete l’Smr galleggiante Akademik Lomonosov da 70 MW. È il primo di una serie che serve ad alimentare nuovi insediamenti produttivi lungo le sconfinate coste della Siberia.

Non resta indietro in questa corsa la Cina, ovviamente, dove è prevista l’inaugurazione di un Smr da 200 MW.

Naturalmente, i problemi irrisolti relativi alla sicurezza (non si capisce perché se sono più piccoli dovrebbero essere più sicuri) e alla collocazione delle scorie rimangono tali e quali.

Anche qui l’idea fondamentale è di metterle sottoterra. Sembra proprio che i dinosauri dell’energia abbiano deciso che il solo modo per essere sostenibili sia quello di sotterrare i loro escrementi, come i gatti.

Per non finire estinti come i dinosauri

Ci si potrebbe chiedere: ma perché mai dovremmo opporci ai dinosauri? In fondo ci propongono soluzioni che convengono a loro, ma vanno nella direzione di stabilizzare il clima.

Per rispondere a questa domanda bisogna fare un esame più attento e distinguere fra i dinosauri dell’Oil&Gas e quelli del nucleare.

Cominciamo con l’esaminare i progetti dei dinosauri dell’Oil&Gas.

La cosa ci riguarda particolarmente da vicino perché uno di questi dinosauri, l’Eni, è di casa nostra, e noi cittadini italiani siamo fra gli azionisti.

Ciò che non va è che la cattura del carbonio sia usata come un cavallo di Troia per mantenere viva la domanda di combustibili fossili e avversare quella che dovrebbe essere l’anima della transizione ecologica: l’integrazione della tecnosfera, cioè la società umana con le sue tecnologie, nella biosfera, per garantire la sopravvivenza dell’umanità nel lungo periodo.

Ciò si può ottenere solo se la tecnosfera impara a mimare il funzionamento della biosfera, che è fatta dall’insieme di diversi tipi di ecosistemi distribuiti sulla superficie terrestre e marina, così come la tecnosfera è fatta da tanti tecnosistemi pure loro distribuiti sulla superficie terrestre.

Ebbene, il funzionamento degli ecosistemi si basa sui cicli: non esiste il rifiuto, tutto è adoperato e riadoperato ciclicamente grazie all’energia fornita dal Sole. Inoltre, nessuna risorsa è usata a una velocità superiore alla sua velocità di rigenerazione.

Non c’è niente che sia estratto indefinitamente e non c’è niente che sia tolto di mezzo definitivamente.

Con un’eccezione irripetibile: la CO2 prelevata dall’atmosfera milioni di anni fa, accumulata sotto forma di biomassa e sprofondata sotto strati di detriti inorganici. È quella biomassa che si è poi trasformata in carbone, petrolio e gas. Ma il processo è stato lentissimo, nell’arco di centinaia di migliaia di anni, e gli ecosistemi hanno avuto il tempo di adattarsi.

Dunque, estrarre fino all’ultima goccia gli idrocarburi e sotterrare, non mettere in ciclo, la CO2 che deriva dalla loro utilizzazione è in contrasto con i principi che hanno permesso agli ecosistemi e alla biosfera tutta di svilupparsi e mantenersi fino a oggi e per questo è un approccio perdente, non in linea con la transizione ecologica; e il peso della sconfitta dovrà caricarselo chi verrà dopo di noi.

Del resto, basti pensare al fatto che i luoghi idonei al contenimento sotterraneo della CO2 in condizioni di relativa sicurezza sono limitati in numero e dimensione e quindi, alla fine – chi dice cento, chi dice 400 anni – non avremo più dove metterla. E allora, cosa faranno i nostri discendenti?

E intanto le riserve di idrocarburi si saranno spremute fino in fondo e, poiché poco sarà stato fatto per mettersi nelle condizioni di dipendere solo dalle fonti rinnovabili e per attuare i princìpi dell’economia circolare, non ci sarà abbastanza energia per sostenere il tecnosistema e l’ecosistema si sarà totalmente degradato, con le facilmente immaginabili conseguenze sociali ed economiche.

Questo è il risultato di non effettuare la transizione ecologica.

Insomma, non si sfugge alle leggi della natura, che poi sono le leggi della fisica. Sono questi i temi su cui dobbiamo giocarci nella la lotta contro i dinosauri dell’energia, spalleggiati da una finanza che ama i grandi progetti, quelli tanto grandi che non possono fallire, per loro, perché tanto – come si è visto ampiamente in passato – alla fine a pagare siamo noi.

Questa volta la posta in gioco è l’umanità intera, e a rimanere travolti non saremo solo noi, ma anche e forse soprattutto, proprio loro, i dinosauri dell’energia, com’è già successo ai loro progenitori simbolici 60 milioni di anni fa, a causa del meteorite. Guarda caso, fra i pochi sopravvissuti in quell’occasione c’erano i nostri progenitori, i primi mammiferi. E questo ci deve dare fiducia.

Il Trattato di non proliferazione

Quali strumenti abbiamo a disposizione per combattere efficacemente i dinosauri dell’energia? Come rendere operativo l’Accordo di Parigi, sistematicamente eluso principalmente a causa della pressione esercitata dai dinosauri dell’Oil&Gas?

La situazione che ci troviamo a fronteggiare, non dimentichiamolo, è di estrema gravità e il pericolo ultimo del cambiamento climatico e del degrado ambientale è la sesta estinzione, ci ripete continuamente la comunità scientifica.

Ma non eravamo pure sull’orlo di un’estinzione di massa quando i due blocchi, quello capitalista e quello comunista si fronteggiavano brandendo centinaia, forse migliaia di ordigni nucleari che avrebbero raso al suolo la superficie terrestre eliminando ogni forma di vita?

E che cosa si fece allora, per scongiurare– o almeno rendere meno probabile – questo evento catastrofico? Si mise in atto un trattato di non proliferazione delle armi nucleari.

Ebbene, quali sono le armi che minacciano oggi la nostra sopravvivenza oltre a quelle nucleari? Non c’è dubbio che siano il gas metano, il petrolio e il carbone, il cui uso è la causa principale del cambiamento climatico. Occorre dunque mettere in atto, com’è stato proposto, un trattato internazionale di non proliferazione delle fonti energetiche fossili.

Procedendo in analogia al trattato di non proliferazione delle armi nucleari, bisogna creare le condizioni per il disarmo, ovvero prevenire la proliferazione di carbone, petrolio e gas ponendo fine immediata a tutte le nuove esplorazioni e produzioni.

I giacimenti di petrolio e gas e le miniere di carbone in corso di sfruttamento contengono già abbastanza carbonio da spingere il mondo ben oltre i limiti di temperatura dell’Accordo di Parigi. L’eliminazione graduale della produzione di combustibili fossili deve iniziare regolando l’approvvigionamento di combustibili fossili, limitando l’estrazione, rimuovendo i sussidi per la produzione.

Proprio come cinquant’anni fa il mondo aveva bisogno di un trattato per disinnescare le minacce rappresentate dalle armi di distruzione di massa, il mondo oggi ha bisogno di un Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili per disinnescare le minacce della sesta estinzione di massa, quella dell’Antropocene.

E anche l’attuale trattato di non proliferazione delle armi nucleari andrebbe aggiornato, mettendo al bando pure il nucleare civile che, a parte i pericoli noti di cui si è detto, costituisce fonte di approvvigionamento di materiale fissile, utile per la costruzione delle armi. E in più la proliferazione di piccoli reattori aumenta esponenzialmente la possibilità di attuazione di atti terroristici con strumenti letali, la portata del cui danno è incontrollabile.

fonte: www.qualenergia.it


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Lo stile di vita delle donne è più sostenibile

Lo ha scoperto un nuovo studio svedese. I singoli consumatori risparmierebbero fino al 40 per cento di emissioni con scelte più consapevoli sul cibo, sulla casa e sulle vacanze



Cosa si può fare nel proprio piccolo per ridurre le emissioni? È una delle domande che ci si pone più spesso quando si parla di crisi climatica. La risposta sembrerebbe arrivare da un nuovo studio svedese che ha scoperto che i singoli consumatori possono risparmiare fino al 40 per cento di gas ad effetto serra semplicemente facendo scelte più consapevoli quando decidono cosa mangiare, cosa comprare per la casa e dove trascorrere le vacanze. È stato anche scoperto che, a parità di spese, le donne emettono meno degli uomini.

Lo studio attribuisce le emissioni ai consumatori

Lo studio è stato condotto dalla compagnia di ricerca Ecoloop, guidata da Annika Carlsson Kanyama, Jonas Nässén e René Benders e pubblicato sulla rivista Journal for industrial ecology. Lo scopo era dimostrare come ridurre le emissioni di gas a effetto serra generate dai consumi delle singole abitazioni e quantificare le opportunità di mitigazione con alternative già presenti sul mercato, ma non ancora popolari. L’obiettivo era proprio quello di attribuire le emissioni direttamente ai consumatori e non ai produttori, analizzando cosa viene acquistato dalla popolazione e poi tracciandone le emissioni fino alle origini.

I ricercatori hanno usato la Svezia come caso studio e tre campioni: un uomo single medio, una donna single media e una persona svedese media. Hanno poi scelto tre settori: il cibo, le vacanze e l’arredamento. Per mitigarne le emissioni, sono state proposte alternative a base vegetale, verdure coltivate localmente, oggetti di seconda mano o riparati, spostamenti con il treno o staycation, ossia vacanze fatte entro un certo chilometraggio dalla propria abitazione. Le alternative analizzate non richiedono investimenti aggiuntivi, a differenza di altre soluzioni, come acquistare una macchina elettrica o di installare pannelli solari, che necessitano di maggiori disponibilità finanziarie. “I nostri esempi sono semplici da seguire anche da un punto di vista economico”, si legge nello studio.


I risultati dimostrano infatti che il totale delle emissioni può essere abbassato del 36-38 per cento passando a soluzioni meno impattanti, senza cambiare il totale speso.
Il totale delle emissioni nei settori presi in esame dallo studio © Annika Carlsson Kanyama, Jonas Nässén e René Benders

L’importanza di scegliere vacanze sostenibili

I ricercatori hanno dimostrato che le scelte che vengono fatte quando si sceglie una vacanza sono quelle che determinano la quantità maggiore di emissioni. Per questo state analizzate varie tipologie di vacanze più sostenibili, tra cui dei tour in treno (che comprendevano sia l’alloggio sia gli spostamenti) o le staycation. Questo termine si riferisce alle vacanze fatte entro un certo chilometraggio dalla propria abitazione, durante le quali si partecipa a concerti e ad attività all’aperto.

L’analisi ha evidenziato come scegliere queste due alternative permettesse di risparmiare fino a dieci volte le emissioni prodotte da un viaggio in aereo e sei volte quelle di un viaggio in auto.


Le emissioni delle vacanze prese in esame dallo studio © Annika Carlsson Kanyama, Jonas Nässén e René Benders

La carne di agnello inquina venticinque volte più delle alternative vegetali

Le analisi riportate dai ricercatori poi non lasciano dubbi: la carne e i latticini generano emissioni nettamente più alte delle loro alternative a base vegetale e sostituirli con queste ultime permette di risparmiare tra il 32 e il 38 per cento delle emissioni. La carne di agnello inquina venticinque volte più del tofu, mentre quella di maiale cinque. Il latte di mucca inquina cinque volte di più del latte di avena e il formaggio tradizionale quattro volte di più di quello vegetale. I prezzi dei prodotti alternativi alla carne e ai latticini potrebbero essere sia più alti che più bassi dei loro corrispettivi, ma dipende sempre dalla qualità di quelli che vanno a sostituire.

Anche prestare attenzione alla provenienza delle verdure può comunque fare la differenza. Ad esempio, la lattuga che si trova nei supermercati inquina fino a dodici volte in più di quella coltivata localmente. Tuttavia, le emissioni di questi alimenti sono già di per sé basse, quindi secondo i ricercatori è l’acquisto di prodotti vegetali a far diminuire maggiormente il totale.

Le emissioni degli alimenti presi in esame © Annika Carlsson Kanyama, Jonas Nässén e René Benders

I prodotti di seconda mano emettono e costano meno

Per quanto riguarda i prodotti della casa, la ricerca ha dimostrato che quelli di seconda mano hanno in assoluto le emissioni più basse di tutte le altre alternative. In più, per alcune categorie, sono anche più economici. È il caso dei vestiti, ad esempio, i cui prezzi diminuiscono fino al 90 per cento.

Per il mobilio, i ricercatori hanno supposto che la stessa cifra venisse spesa per comprare lo stesso numero di prodotti, acquistati però di seconda mano o riparati. Il totale delle emissioni è sceso del 51-72 per cento.

Le emissioni dei prodotti per la casa presi in esame dallo studio © Annika Carlsson Kanyama, Jonas Nässén e René Benders

Le donne contribuiscono meno alla crisi climatica, ma ne soffrono di più le conseguenze

Oltre ad aver provato l’efficacia delle strategie di mitigazione, la ricerca ha anche scoperto che generalmente le donne emettono meno degli uomini. Questo scostamento non è da ricondursi ad una differenza di spesa, quanto di abitudini. Gli uomini tendono a spendere poco più delle donne (circa il 2 per cento), ma emettono il 16 per cento di gas ad effetto serra in più. Questo dipende da molti fattori: le donne spendono meno su prodotti e servizi che non emettono molto, mentre gli uomini spendono almeno il 70 per cento in più per prodotti e servizi con un impatto maggiore, come la benzina.

“È un classico: le donne spendono di più per arredare la casa, per la propria salute e per i vestiti, mentre gli uomini per le auto, per la benzina, per mangiare, bere o fumare”, ha spiegato al Guardian Annika Carlsson Kanyama, autrice dello studio. La ricercatrice si è anche detta sorpresa che non ci fossero più analisi sulle differenze dell’impronta climatica dei due sessi dato che le donne risultano essere tra i soggetti che contribuiscono meno alla crisi climatica, ma che allo stesso tempo ne soffrono di più le conseguenze. I risultati di questo studio, quindi, non dimostrano solo quanto le scelte dei consumatori possano davvero fare la differenza. Ma aprono anche un dibattito necessario sui legami tra la parità dei sessi e la protezione dell’ambiente.

fonte: www.lifegate.it


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Cambiamento climatico, i fondi dell’UE non hanno ridotto le emissioni dell’agricoltura. La denuncia della Corte dei Conti Ue













La Politica agricola comune è di nuovo sotto tiro. Questa volta, però, non sono attivisti o ambientalisti a criticare l’impatto dei fondi per l’agricoltura su ambiente e clima. È invece la Corte dei Conti dell’UE a mettere nero su bianco come i finanziamenti europei non hanno contribuito a ridurre le emissioni del settore. Questo nonostante un quarto di tutta la spesa agricola nel periodo tra il 2014 e il 2020 si stata destinata alla mitigazione del cambiamento climatico: oltre 100 miliardi di euro investiti, senza alcun risultato apprezzabile.

La Corte dei Conti dell’Ue ha da poco pubblicato il rapporto – dal titolo eloquente “La spesa agricola dell’UE non ha reso l’agricoltura più rispettosa del clima” – che contiene i risultati di un’indagine sull’efficacia delle pratiche finanziate dalla Pac per ridurre le emissioni di gas climalteranti prodotte dalla zootecnia, dall’uso di fertilizzanti (chimici e naturali) e dallo sfruttamento dei terreni. Ne è emerso un quadro desolante: circa metà delle emissioni dell’intero settore è prodotta dall’allevamento ed è dal 2010 che non diminuiscono. Se si includono anche quelle legate alla produzione di mangimi, la quota di emissioni legate alla zootecnia è ancora più alta.

Circa metà delle emissioni agricole sono dovute dagli allevamenti, soprattutto quelli bovini

La quantità di gas a effetto serra emessi dalle attività zootecniche è direttamente correlata alle dimensioni delle mandrie di bestiame allevate. Due terzi di queste emissioni sono prodotte dai bovini. Si tratta di fatti ben noti da tempo, eppure nella politica agricola comune, sottolinea la Corte dei Conti, non sono previsti incentivi per limitare il numero di capi di bestiame. Anzi, le misure di mercato della Pac contengono misure per la promozione di alimenti di origine animale. Prodotti il cui consumo dovrebbe diminuire, sia per l’ambiente che per la salute, eppure resta stabile dal 2014.

Se le emissioni legate alle attività zootecniche non calano da 10 anni, quelle dovute ai fertilizzanti, che rappresentano un terzo del totale, invece sono aumentate. Ciò è accaduto nonostante la Pac, in questo caso, abbia finanziato delle pratiche per ridurre l’uso di fertilizzanti, come l’agricoltura biologica e la coltivazioni di legumi da granella. Misure che però, secondo l’opinione della Corte, non hanno un effetto certo sulla riduzione delle emissioni. Allo stesso tempo non sono state sostenute a sufficienza pratiche di efficacia provata, come l’agricoltura di precisione. 
Nel caso delle emissioni legate all’uso di fertilizzanti, la Pac non ha sostenuto adeguatamente le pratiche di efficacia riconosciuta

Come se non bastasse, è risaputo che la Pac finanzia pratiche poco rispettose per l’ambiente. Come la coltivazione di torbiere drenate che, pur rappresentando meno del 2% delle superfici agricole dell’UE, sono responsabili del 20% delle emissioni di gas climalteranti prodotte dal settore. Inoltre, la Corte ha sottolineato anche che non sono aumentati i fondi per sostenere misure per il sequestro del carbonio, come l’imboschimento, i sistemi agroforestali e la conversione di seminativi in prato.

Infine, la Corte ha rilevato come la politica agricola comune non sia cambiata di pari passo con gli obiettivi climatici dell’Unione europea. Un problema denunciato spesso da più parti, e che rischia di rendere incompatibile la nuova Pac con le ambizioni dello European Green Deal e del piano Farm to Fork. Lo ha sottolineato anche Viorel Ștefan, il responsabile della report della Corte dei Conti, che ha dichiarato “La nuova politica agricola comune deve concentrarsi di più sulla riduzione delle emissioni prodotte dall’agricoltura, deve essere più trasparente e rendere meglio conto del contributo fornito alla mitigazione dei cambiamenti climatici”.

fonte: www.ilfattoalimentare.it




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Vedrà la luce in Sardegna la prima batteria alla CO2

Su progetto e tecnologia dell’italiana Energy Dome, l’innovativo impianto d’accumulo vanterà 2,5 MW di potenza e una capacità 4 MWh. Con la promessa di abbassare il costo livellato dell’energy storage nei prossimi anni




L’anidride carbonica potrebbe finalmente avere la possibilità di diventare una soluzione della crisi climatica anziché una delle cause. Come? Ad esempio attraverso l’innovativa “batteria alla CO2“, progettata e realizzata dall’italiana Energy Dome. Una soluzione all’avanguardia che potrebbe conservare l’energia a meno della metà del costo delle grandi batterie a ioni di litio. D’altra parte il biossido di carbonio, spiega l’azienda, costituisce il fluido perfetto per immagazzinare elettricità a costi contenuti. Rappresenta infatti uno dei pochi gas condensabili e conservabili come un liquido a pressione e temperatura ambiente.

La batteria alla CO2 rappresenta un’evoluzione del cosiddetto Liquid Air Energy Storage (LAES), tecnologia che utilizza l’elettricità per raffreddare l’aria fino a quando non si liquefa. Per fornire energia, i sistemi LAES riportano l’aria liquida allo stato gassoso, utilizzando quel gas per far girare una turbina e generare elettricità. In questo caso l’impianto di base è simile ma la soluzione di Energy Dome consente l’accumulo ad alta densità senza la necessità di impiegare temperature criogeniche.

Il primo sistema di questo genere sorgerà in Sardegna con una taglia di 2,5MWe e 4MWh, ma sarà progettato per consentire future espansioni di capacità. “Questo progetto dimostrativo – spiega la società – è pensato per essere gestito commercialmente e generare entrate operando sui mercati dell’energia e dei servizi ausiliari”. La tecnologia Energy Dome offre prestazioni eccezionali, raggiungendo un’efficienza di “round-trip” (ovvero da energia elettrica ad energia elettrica). E un costo di stoccaggio livellato (LCOS) altamente competitivi per accumuli da 3 a oltre 16 ore.

“L’impianto CO2 Battery Demo dimostrerà sia l’efficienza della tecnologia sia la capacità della tecnologia di fornire servizi energetici e di regolazione sulla rete elettrica, testando la tecnologia su scala rilevante e superando i rischi tecnici, che si riferiscono principalmente al rischio di integrazione dei componenti (TRL 9)”.

fonte: www.rinnovabili.it



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"I biocarburanti dell'Ue hanno causato la deforestazione di un'area grande come l'Olanda"

La stessa Commissione europea ha ammesso che il biodiesel derivato dagli oli vegetali di palma e soia inquina dalle due alle tre volte di più rispetto al diesel fossile





Negli ultimi dieci anni, i biocarburanti voluti dall’Ue per rimpiazzare i combustibili fossili hanno causato la scomparsa di un’area totale di foresta pari alla superficie dell’Olanda e hanno emesso fino a tre volte più CO2 rispetto al diesel che hanno sostituito. Queste le conclusioni poco incoraggianti dello studio condotto da Transport & Environment (T&E), un’organizzazione attiva sui temi della mobilità sostenibile. Il documento mette in evidenza, oltre alle scelte discutibili fatte da Bruxelles, quali sono i Paesi che hanno scommesso di più sui carburanti di nuova generazione. Nel 2020, l’Italia è stata la terza produttrice europea di biodiesel, alle spalle di Spagna e Paesi Bassi, e la quarta per consumi.

“Nel 2009 - si ricorda nello studio - è stata introdotta la direttiva Ue sulle energie rinnovabili (Red) per promuovere l’uso” delle fonti alternative a quelle fossili “nel settore dei trasporti”. La norma ha obbligato “gli Stati membri, entro il 2020, a rispettare una quota del 10% di energia rinnovabile nel consumo finale di energia dei trasporti”. Tuttavia, tali regole “hanno trascurato le salvaguardie della sostenibilità e non hanno tenuto conto dell'intero ciclo di vita delle emissioni legate alla catena di approvvigionamento del carburante e all'uso del suolo”. In altre parole, “il consumo della gran parte di biocarburanti” ha portato ad “emissioni complessive di gas serra superiori rispetto ai combustibili fossili”.



Ad esempio, la domanda di biodiesel dell’Ue ha richiesto la coltivazione di 1,1 milioni di ettari di palme nel sud-est asiatico e di 2,9 milioni di ettari di semi di soia in Sud America. Superfici strappate ai preziosi milioni di ettari di foresta, riconvertita alle monocolture necessarie per le produzione dei carburanti. Il documento di T&E ricorda che nel 2012 e nel 2016 la Commissione europea ha pubblicato due studi che hanno quantificato le emissioni di biocarburanti legate all'uso del suolo. In entrambe le occasioni, l’esecutivo Ue ha ammesso “che quando si prendono in considerazione le emissioni previste per il cambiamento indiretto della destinazione del suolo, tutti i biodiesel a base di olio vegetale comportano più emissioni del diesel fossile”. “Il rapporto più recente - si precisa - ha mostrato che le emissioni sono particolarmente elevate per l'olio di palma e di soia, che causano rispettivamente tre e due volte le emissioni del diesel fossile”.

“Una politica che avrebbe dovuto salvare il pianeta in realtà lo sta distruggendo”, è il commento di Laura Buffet, direttrice energetica di T&E. “Gli sforzi per sostituire i combustibili inquinanti come il diesel con i biocarburanti stanno paradossalmente aumentando le emissioni di anidride carbonica che riscaldano il pianeta”, ha concluso Buffet.




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fonte: europa.today.it/


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La pesca a strascico inquina come il traffico aereo: emissioni per un miliardo di tonnellate l’anno di CO2












Un miliardo di tonnellate di CO2 ogni anno, tanto quanto il traffico aereo mondiale. È la media delle emissioni provocate dalla pesca a strascico. Lo studio, realizzato da 26 biologi marini e pubblicato a marzo 2021 da Nature, stima un impatto che va da 600 milioni a 1,5 miliardi di tonnellate. Soprattutto rivela un aspetto ancora poco noto sull’alterazione di equilibri delicatissimi da parte delle attività umane. Mari e oceani assorbono un terzo dei gas serra emessi in atmosfera e il carbonio si deposita nei sedimenti, che sono il più grande bacino di stoccaggio al mondo. Resta imprigionato lì senza dar fastidio a nessuno, fino a quando le reti, arando i fondali, lo liberano. In parte ritorna nell’aria e in parte resta in acqua, rende acido l’ambiente marino, riducendo così la sua capacità di fare da filtro. L’Italia è il terzo Paese al mondo in questo tipo di emissioni dopo Cina e Russia.






Come funziona la pesca a strascico

Si pratica con reti a cono trascinate da una o due barche. Grattano il fondale con una parte armata di piombi e catene per smuovere il sedimento dove si nascono le tane dei pesci. Servono per pescare i piccoli pesci da frittura, merluzzetti, triglie, razze, telline, vongole, gamberetti e altri piccoli crostacei. Ma distruggono quello che incontrano: dai coralli alle alghe.

Inoltre raccoglie tutto, esemplari adulti e giovani, ostacolando il ripopolamento ittico. Nelle reti finiscono pesci il cui commercio è vietato dalle convenzioni, come cetacei e tartarughe, o specie in estinzione come lo squalo mako, lo smeriglio, la ventresca, che deve essere ributtato in mare. Secondo la Fao oltre 60 specie di squali e razze vengono catturate dallo strascico. Il problema è che, una volta impigliati nelle reti, muoiono. Succede al 18% delle tartarughe marine catturate, mentre un altro 18% muore successivamente per i danni subiti.


La pesca più redditizia

Per questo che è largamente praticata. Nel 2019 il volume commerciabile di questo tipo di pescato è stato di 66 mila tonnellate, il 37% del totale (176.738 tonnellate), ma in termini economici lo strascico pesa il 54% del totale: 480 milioni su 891,7 milioni. La flotta italiana di pescherecci a strascico e la più grande del Mediterraneo: 2.086 su un totale di 12.101, vale a dire il 17,2% di tutta la flotta nazionale, ed è quella che ha resistito di più alla crisi, perdendo lo 0,2% contro il 9,8% del totale. Lo confermano anche i dati di consumo di gasolio: nel 2018, ultimo dato disponibile, i pescherecci a strascico hanno consumato oltre 281 milioni di litri su 354 milioni totali; in Spagna 76 milioni su 100 e in Francia 12,7 milioni su 21,5. La sua insostenibilità parte anche da qui: è il tipo di pesca che in assoluto consuma più carburante.


È la più inquinante

Fino agli anni ‘50/’60 per le reti si usava la canapa o il cotone: a fine vita finito si gettavano nell’oceano e nel giro di qualche anno diventavano cibo per i pesci. Da qualche decennio si utilizzano quelle in nylon, e quando si impigliano, si rompono, si perdono, o vengono volontariamente buttate quando si pesca dove è vietato, oppure abbandonate perché smaltirle costa, restano nei mari fino a 600 anni. Chilometri di reti fantasma trascinate dalle correnti imprigionano pesci, uccidono delfini, soffocano coralli. Poi pian piano si deteriorano in micropezzi, finendo poi nei nostri piatti quando mangiamo il pescato. Dai dati Fao e del Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite: 640.000 tonnellate di reti da pesca navigano negli oceani, il 10% di tutti i rifiuti.


Le soluzioni ignorate

Esiste un tipo di pesca meno impattante, come l’utilizzo delle nasse, delle specie di gabbie che vengono deposte sul fondo, o le «reti da posta», che non vengono trascinate, ma depositate sui fondali, e con reti dalle maglie appena un po’ più larghe. È noto dal 2001, quando uno studio ministeriale italiano condotto da IcrMare ha dimostrato che passando da 50 a 60 mm non si imbrigliano i pesci più piccoli. Il problema è che si riduce anche il fatturato del 22,8%. Per questo non viene fatto. L’Islanda, che ha mari molto ricchi e dove la pesca incide tra il 9 e l’11% sull’economia. Proprio per preservare i suoi mari ha regolamentato il settore sin dagli anni ’90, con limiti fissati di cattura per ciascuna specie e quote percentuali per armatori e pescatori, con il divieto di rigetto in mare (tutto il pesce catturato deve essere portato a terra). E per la pesca a strascico è obbligatorio l’utilizzo di luci colorate nelle reti, speciali griglie che evitano di pescare i pesci troppo piccoli, e le reti devono essere poste a mezza profondità. Quasi ovunque invece ciò che non è vendibile e lo si ributta in mare. È il «bycatch», lo scarto del pescato, spesso costituito da pesci morti. Secondo la Fao nel 2019 sono state 9,1 milioni di tonnellate, di cui 5,1 solo dalla pesca a strascico e aggiunge: la pesca più insostenibile si pratica nel Mediterraneo e nel Mar Nero (62,5% di stock sovrasfruttati), nel Pacifico sudorientale (54,5%) e nell’Atlantico sudoccidentale (53,3%).


Le regole e i controlli

Una volta che una porzione di fondale viene «arata», i pescherecci si spostano più in fondo, e oltre i 200 m l’ambiente marino è ancora più delicato. Uno studio del 2014 condotto dalle università di Ancona e Barcellona, a queste profondità, la pesca a strascico causa una riduzione del contenuto di sostanza organica fino al 52%, e un turnover più lento del carbonio organico (circa il 37%). In Italia questo genere di pesca è vietata entro i 3 km dalla costa o a meno di 50 metri di profondità, e vanno poi rispettati i periodi di fermo biologico per consentire la riproduzione dei pesci. Di fatto si pratica sei mesi l’anno, e i controlli stanno a zero. Nel 2015, secondo MedReAct, sono state rilevate 102 infrazioni, 89 nel 2016. La maggioranza dei casi, molti dei quali segnalati da cittadini, o responsabili di aree marine protette, riguarda lo strascico in zone vietate. La Guardia Costiera rende noto il solo dato del 2020, che è in linea, 90 sequestri di reti da traino effettuati. Intanto i pescatori che non «strascicano» pescano sempre meno, proprio perché di pesce non ne trovano più.


La terra di nessuno

A livello mondiale, oggi solo il 2,7% dei mari è protetto. Secondo lo studio pubblicato da Nature, per eliminare il 90% dei rischi connessi all’emissione dell’anidride carbonica provocata dalla pesca a strascico sarebbe necessario proteggere almeno 4% degli oceani all’interno delle acque nazionali. Soprattutto nelle aree più vulnerabili, ovvero le piattaforme continentali che includono la zona economica esclusiva della Cina, le aree costiere dell’Europa atlantica e la dorsale di Nazca del Perù. L’obiettivo, però, è quello di proteggere il 30% dei mari. In questo modo non solo si potrebbe ripristinare la biodiversità negli habitat oceanici, ma aumenterebbe anche la quantità globale del pescato annuo di 8 milioni di tonnellate, in declino costante dagli anni ‘90. Nell’incontro di ottobre a Kunming, in Cina, promosso dalle Nazioni Unite, il mondo discuterà proprio della Convenzione sulla diversità biologica.

fonte: www.corriere.it



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Il Karma decalogo di AvantGrade.com per un web più sostenibile: attenzione ai video meeting, alla casella e-mail e alle foto sullo smartphone


















Se internet fosse una nazione sarebbe nella top five dei paesi più inquinanti. L’Earth Day 2021 diventa occasione per approfondire gli effetti sull’ambiente derivanti da una società iperconnessa. AvantGrade.com, agenzia specializzata in algoritmi e intelligenza artificiale, ha realizzato un Karma decalogo che suggerisce facili comportamenti, utili a diminuire l’impatto sull’ambiente. Piccole attenzioni che possono fare la differenza.

Già da tempo, AvantGrade lavora per sensibilizzare sull’inquinamento prodotto da un utilizzo della rete poco consapevole. Per aiutare aziende e utenti comuni è stato realizzato il Karma Metrix, un algoritmo basato sull’intelligenza artificiale che quantifica la “performance ecologica” di una o più pagina web ponderando 23 fattori di efficienza dei siti web rispetto alla mediana mondiale.

L’obiettivo del progetto è creare consapevolezza e mettere l’efficienza energetica e l’impatto ambientale al centro dei progetti digital. Proprio attraverso il Karma Metrix è stato realizzato il decalogo di AvantGrade, che permette di risparmiare ogni anno fino a 130 kg di CO2, equivalenti ad un viaggio in auto da Milano a Barcellona.

1) Elimina le foto inutili dallo smartphone - Su 10 foto che hai sullo smartphone, forse 1 merita di essere mantenuta e messa in backup. E le altre? Una sana abitudine: cancella le foto non usate il primo di ogni mese.
2) Visita siti web poco inquinanti - Le pagine web emettono più o meno CO2 in base a come sono state tecnicamente costruite e ottimizzate. Cerca siti che misurano e fanno un monitoraggio sulla CO2 emessa. Copia e incolla l’indirizzo web nello strumento gratuito di sostenibilità web Karma Metrix.
3) File pesanti? Usa piattaforme di scambio - Spedire via chat e e-mail dei mega file consuma molta energia. Meglio usare la nuvola o piattaforme di scambio dati (tipo Wetransfer) che ottimizzano l’energia per il trasferimento dei file cancellandoli dopo pochi giorni.
4) Streaming, ma con attenzione - 30 minuti di streaming su Youtube, Netflix o Fortnite possono arrivare a produrre fino a 59 g di CO2. Ottimizza il consumo di energia evitando di mettere in pausa il video e tenendo attivo lo streaming solo se effettivamente lo stai guardando.
5) Pulisci la casella email - Salva solo le email importanti e cerca di avere una inbox più pulita possibile. Su molti PC e cellulari ci sono valanghe di e-mail che occupano spazio dati sia sul dispositivo che sui server. Il primo di ogni mese fai le pulizie generali e ti sentirai anche più libero mentalmente.
6) Elimina le app che non usi - Le applicazioni che hai sul telefono consumano energia e scambiano dati anche se non le usi. Se è vero che in genere usiamo al massimo una ventina di APP sul mobile, cancella quelle non usate da oltre sei mesi.
7) Web meeting senza video - Con lo smart working sono cresciuti in modo esponenziale i meeting via web con il video attivo, che consuma nel trasferimento molte più energie della modalità audio. Meglio quindi usare la videochiamata solo quando necessario.
8) Più messaggi di testo, meno foto, video e vocali - Con le chat e lo smartphone a portata di mano, stanno aumentando i messaggi con elementi vocali, immagini e video che consumano molto più del semplice testo nel trasferimento dati. Meglio quindi prediligere chat di testo o il buon vecchio SMS, che con i suoi 0,014 grammi di CO2 per singolo messaggio resta la soluzione più eco sostenibile.
9) Un solo backup - Ogni utente ha in media più di un dispositivo tra PC, tablet e smartphone. Non duplicare gli archivi né i backup su più nuvole, non è necessario e raddoppia lo spazio di memoria occupato e dunque il consumo di energia.
10) Meno finestre, meno multitasking - Tanti amanti dell’iper multitasking hanno più dispositivi e finestre aperte nello stesso momento. Se non usate, è consigliabile chiudere le app e le sessioni per ridurre l’energia del dispositivo. Così facendo, non disperderai la tua attenzione da quello che stai davvero facendo.
“La soluzione per salvare il futuro del pianeta dal disastro climatico è modificare le nostre ‘abitudini inquinanti’, anche in tema di tecnologia - commenta Ale Agostini, autore Hoepli e direttore di
AvantGrade.com -. Sappiamo che il web è il 4° paese al mondo per emissioni di CO2: attraverso pochi e semplici accorgimenti nell'uso della tecnologia, ciascuno di noi può ridurre l’inquinamento prodotto dal web e rendere subito l'uso di internet più eco-sostenibile”.

fonte: www.e-gazette.it

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