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Le pillole di sostenibilità di ARPAT: prendersi cura dei propri abiti in modo sostenibile

Lavare i nostri indumenti, soprattutto in lavatrice, produce diversi impatti sull'ambiente che dobbiamo conoscere e limitare per ridurre il più possibile la nostra impronta sul Pianeta

















Una delle principali questioni ambientali da tenere in considerazione, quando laviamo gli indumenti in lavatrice, è quella dell’inquinamento delle acque, di cui sono responsabili non solo gli scarichi industriali ma anche quelli domestici.

Importanti studi di settore hanno evidenziato l’alto potere inquinante di molti prodotti che utilizziamo quotidianamente in casa, compresi alcuni detersivi usati per i lavaggi in lavatrice, le sostanze utilizzate per renderli efficaci, spesso, sono di origine chimica e di natura tossica ed il loro potere inquinante è amplificato dal fatto che, una volta azionato il programma di risciacquo della lavatrice, lo scarico finisce nelle acque reflue urbane e, se non trattate correttamente, anche nei fiumi e mari.

A questo si aggiunge il problema dell’inquinamento da plastiche, dovuto anche alle micro-fibre tessili di tipo sintetico, che, secondo diversi studi, incidono, sul totale, per il 35%. In particolare, uno studio italiano, "The contribution of washing processes of synthetic clothes to microplastic pollution", condotto dal CNR e pubblicato nel 2019, mostra come, durante un normale lavaggio in lavatrice, vengano rilasciate da 124 a 308 mg per kg di microfibre tessili. Questo range è influenzato dal tipo di indumento lavato, in particolare dalla natura del filato e dalla sua torsione, come dimostrano anche diversi altri studi.

Secondo la ricerca “Evaluation of microplastic release caused by textile washing processes of synthetic fabrics”, pubblicata su Environmental Pollution (2017), l'acrilico è uno dei tessuti che crea i maggiori problemi, addirittura cinque volte in più rispetto al tessuto misto cotone-poliestere ed una lavatrice con un carico di 5 kg di materiale in poliestere produce tra i 6 e i 17,7 milioni di microfibre.

Un ulteriore studio effettuato dall'Università di Plymouth, pubblicato nel 2016, ha confrontato i diversi tessuti e le variabili durante il lavaggio, evidenziando come su un carico da 6 kg, i capi in tessuti misti, cotone e poliestere, rilascino quasi 138mila fibre, contro le oltre 496mila del poliestere e le quasi 729mila dell’acrilico.

Nel 2015, una ricerca realizzata da Life-mermaid metteva in luce come un grammo di tessuto rilasciasse, in un solo lavaggio, più di 3.000 microfibre per grammo. Una felpa in pile dal peso di 680 grammi, ad esempio, può perdere circa 1 milione di fibre a lavaggio mentre un paio di calze di nylon quasi 136.000.

Per limitare quest' impatto ambientale, possiamo adottare alcuni semplici accorgimenti:
-
scegliere capi di abbigliamento in tessuti che riducano il numero di filamenti sintetici rilasciati, meglio optare per le fibre naturali (cotone, lana, seta, lino) che non dovrebbe mancare in un "armadio sostenibile" 
-utilizzare i vestiti più a lungo, infatti le microfibre rilasciate sono molto alte soprattutto nei primi lavaggi
-caricare la lavatrice in modo da garantire un rapporto tra tessuto e acqua, in grado di diminuire il rilascio di micro-fibre
-non avviare la lavatrice quando è troppo vuota, l’ideale sarebbe 3/4 di carico
-scegliere, ogni volta che sia possibile, cicli di lavaggio brevi, da 15 minuti, a 30°C, in grado di ridurre non solo la quantità di microfibre rilasciate dai tessuti ma anche lo spreco energetico e idrico.

Chiediamoci sempre se sia possibile adottare sistemi alternativi al bucato in lavatrice.

Tra questi, c’è l’uso del vapore, possiamo pensare di dotarci di una striratrice a vapore di tipo casalingo oppure approfittare della doccia quotidiana. Quando facciamo la doccia, infatti, si produce molto vapore che può essere utile per rinfrescare i nostri capi.

Spazzolare gli abiti è un’altra ottima alternativa al lavaggio in lavatrice, soprattutto nel caso di tessuti di lana, la spazzola elimina fango ed altre sostanze dense che non riescono ad inserirsi nella trama fitta di certi tessuti.

Ci sono poi “alternative più particolari”, come congelare i capi di abbigliamento; lasciandoli nel congelatore per tutta la notte, il freddo uccide i batteri, causa dei cattivi odori.

Talvolta, invece di un intero ciclo in lavatrice, è sufficiente agire, con un po' di acqua e sapone, in modo mirato sulla macchia.

Lavare a mano, soprattutto utilizzando acqua di recupero, ad esempio quella della vasca dopo il bagno, può prospettarsi una buona alternativa all'uso della lavatrice, soprattutto per i capi delicati, come la biancheria intima. In questo modo saranno meno soggetti ad usura, durando più a lungo.

Infine, bisogna fare attenzione anche agli elettrodomestici che ci aiutano nelle attività quotidiane in casa, seppure ormai indispensabili, dobbiamo usarli con criterio: non utilizziamo l'asciugatrice nel periodo estivo e in tutte quelle occasioni in cui le condizioni meteo consentono di stendere il bucato. Lo stesso possiamo dire del ferro da stiro, che non è necessario passare proprio su tutti gli indumenti.

Gli elettrodomestici di ultima generazione sono progettati per essere più "attenti all'ambiente", infatti, un gruppo di ricerca, confrontando diverse lavatrici "ultimo modello", ha verificato che queste garantiscono una riduzione nel rilascio di fibre da tessuti in pile e poliestere. Se dobbiamo acquistarne una nuova, dunque, optiamo, se possibile, per una di ultima generazione, con classe energetica efficiente, meglio se dotata di sistemi di monitoraggio del consumo energetico, idrico e di sistemi di analisi del carico.

La pillola di sostenibilità su come prendersi cura dei propri abiti

fonte: www.arpat.toscana.it


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Svelati i primi mattoncini LEGO fatti con plastica riciclata

La LEGO ha presentato un nuovo prototipo creato a partire dal riciclo delle bottiglie in PET. L’azienda continuerà a testare e sviluppare la formulazione per un anno, valutando quindi se passare alla fase di produzione pilota



La celebre azienda danese di costruzioni in scatola vuole alleggerire la sua impronta ambientale. E per farlo presenta oggi i primi mattoncini LEGO in plastica riciclata. Non si tratta ancora di un prodotto fatto e finito, ma il prototipo rappresenta indubbiamente un sensibile passo avanti per la strategia di sostenibilità adottata dal Gruppo. E già oggi il risultato è in grado di soddisfare molti dei requisiti di qualità, sicurezza e gioco essenziali ai fini delle vendita.

Frutto di tre anni di studi e ricerche da parte di un nutrito gruppo di chimici e ingegneri, i nuovi mattoncini LEGO sono figli di uno dei rifiuti plastici più diffusi: le bottiglie in PET o polietilene tereftalato. Per arrivare a questo prototipo, le oltre 150 persone che stanno lavorando su nuove soluzioni sostenibili per l’azienda, hanno testato più di 250 varianti di materiali PET e centinaia di altre formulazioni. Un impegno premiato ora dal risultato. I prototipi sono stati realizzati a parte da polietilene tereftalato riciclato proveniente da fornitori statunitensi che utilizzano processi approvati dalla Food & Drug Administration e dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA). L’innovativo processo, oggi in attesa di brevetto, utilizza una tecnologia di composizione su misura per mescolare il polimero riciclato con additivi rinforzanti.

In media, una bottiglia di plastica da un litro fornisce materia prima seconda sufficiente per dieci mattoncini LEGO 2 x 4 (dimensioni 11.4mm x 31.8mm). Ma, per ora, parlare di mercato è prematuro. L’azienda si è data ancora un anno per migliorare e testare la formula. Quindi valuterà se passare o meno alla fase di produzione pilota.

La strategia di sostenibilità della LEGO

Nel frattempo, però, la più ampia strategia di sostenibilità procede spedita. Nel 2018 il Gruppo ha iniziato a produrre alcuni elementi, come foglie, cespugli e alberi giocattolo, in biopolietilene (bio-PE). Il polimero è ottenuto da canna da zucchero di provenienza sostenibile e certificata, ma attualmente non risulta adatto a creare pezzi più duri e forti come gli iconici mattoncini LEGO.

Due anni più tardi la società ha annunciato la progressiva rimozione della plastica monouso dalle sue scatole, annunciando l’investimento di 400 milioni di dollari per accelerare le iniziative di sostenibilità e responsabilità sociale fino 2023. “Ci impegniamo a fare la nostra parte nella costruzione di un futuro sostenibile per generazioni di bambini”, ha commentato vicepresidente della responsabilità ambientale di LEGO Group, Tim Brooks. “Vogliamo che i nostri prodotti abbiano un impatto positivo sul pianeta, non solo con il gioco che ispirano, ma anche con i materiali che utilizziamo. Abbiamo ancora molta strada da fare per il nostro viaggio, ma siamo soddisfatti dei progressi compiuti”.

fonte: www.rinnovabili.it


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Il Karma decalogo di AvantGrade.com per un web più sostenibile: attenzione ai video meeting, alla casella e-mail e alle foto sullo smartphone


















Se internet fosse una nazione sarebbe nella top five dei paesi più inquinanti. L’Earth Day 2021 diventa occasione per approfondire gli effetti sull’ambiente derivanti da una società iperconnessa. AvantGrade.com, agenzia specializzata in algoritmi e intelligenza artificiale, ha realizzato un Karma decalogo che suggerisce facili comportamenti, utili a diminuire l’impatto sull’ambiente. Piccole attenzioni che possono fare la differenza.

Già da tempo, AvantGrade lavora per sensibilizzare sull’inquinamento prodotto da un utilizzo della rete poco consapevole. Per aiutare aziende e utenti comuni è stato realizzato il Karma Metrix, un algoritmo basato sull’intelligenza artificiale che quantifica la “performance ecologica” di una o più pagina web ponderando 23 fattori di efficienza dei siti web rispetto alla mediana mondiale.

L’obiettivo del progetto è creare consapevolezza e mettere l’efficienza energetica e l’impatto ambientale al centro dei progetti digital. Proprio attraverso il Karma Metrix è stato realizzato il decalogo di AvantGrade, che permette di risparmiare ogni anno fino a 130 kg di CO2, equivalenti ad un viaggio in auto da Milano a Barcellona.

1) Elimina le foto inutili dallo smartphone - Su 10 foto che hai sullo smartphone, forse 1 merita di essere mantenuta e messa in backup. E le altre? Una sana abitudine: cancella le foto non usate il primo di ogni mese.
2) Visita siti web poco inquinanti - Le pagine web emettono più o meno CO2 in base a come sono state tecnicamente costruite e ottimizzate. Cerca siti che misurano e fanno un monitoraggio sulla CO2 emessa. Copia e incolla l’indirizzo web nello strumento gratuito di sostenibilità web Karma Metrix.
3) File pesanti? Usa piattaforme di scambio - Spedire via chat e e-mail dei mega file consuma molta energia. Meglio usare la nuvola o piattaforme di scambio dati (tipo Wetransfer) che ottimizzano l’energia per il trasferimento dei file cancellandoli dopo pochi giorni.
4) Streaming, ma con attenzione - 30 minuti di streaming su Youtube, Netflix o Fortnite possono arrivare a produrre fino a 59 g di CO2. Ottimizza il consumo di energia evitando di mettere in pausa il video e tenendo attivo lo streaming solo se effettivamente lo stai guardando.
5) Pulisci la casella email - Salva solo le email importanti e cerca di avere una inbox più pulita possibile. Su molti PC e cellulari ci sono valanghe di e-mail che occupano spazio dati sia sul dispositivo che sui server. Il primo di ogni mese fai le pulizie generali e ti sentirai anche più libero mentalmente.
6) Elimina le app che non usi - Le applicazioni che hai sul telefono consumano energia e scambiano dati anche se non le usi. Se è vero che in genere usiamo al massimo una ventina di APP sul mobile, cancella quelle non usate da oltre sei mesi.
7) Web meeting senza video - Con lo smart working sono cresciuti in modo esponenziale i meeting via web con il video attivo, che consuma nel trasferimento molte più energie della modalità audio. Meglio quindi usare la videochiamata solo quando necessario.
8) Più messaggi di testo, meno foto, video e vocali - Con le chat e lo smartphone a portata di mano, stanno aumentando i messaggi con elementi vocali, immagini e video che consumano molto più del semplice testo nel trasferimento dati. Meglio quindi prediligere chat di testo o il buon vecchio SMS, che con i suoi 0,014 grammi di CO2 per singolo messaggio resta la soluzione più eco sostenibile.
9) Un solo backup - Ogni utente ha in media più di un dispositivo tra PC, tablet e smartphone. Non duplicare gli archivi né i backup su più nuvole, non è necessario e raddoppia lo spazio di memoria occupato e dunque il consumo di energia.
10) Meno finestre, meno multitasking - Tanti amanti dell’iper multitasking hanno più dispositivi e finestre aperte nello stesso momento. Se non usate, è consigliabile chiudere le app e le sessioni per ridurre l’energia del dispositivo. Così facendo, non disperderai la tua attenzione da quello che stai davvero facendo.
“La soluzione per salvare il futuro del pianeta dal disastro climatico è modificare le nostre ‘abitudini inquinanti’, anche in tema di tecnologia - commenta Ale Agostini, autore Hoepli e direttore di
AvantGrade.com -. Sappiamo che il web è il 4° paese al mondo per emissioni di CO2: attraverso pochi e semplici accorgimenti nell'uso della tecnologia, ciascuno di noi può ridurre l’inquinamento prodotto dal web e rendere subito l'uso di internet più eco-sostenibile”.

fonte: www.e-gazette.it

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Gli italiani consumano come se avessero a disposizione 2,8 Terre. Ecco i dati degli Overshoot day

"Vivere come se non ci fosse un domani" è lo slogan sul quale modella la propria esistenza il genere umano. Ogni anno la nostra specie continua a indebitarsi con il futuro consumando più risorse di quelle che la Terra mette annualmente a disposizione. Ma non mancano le iniziative di sensibilizzazione



Per soddisfare i propri consumi, agli italiani servirebbero le risorse prodotte in un territorio tre volte quello del Belpaese. Solo i giapponesi riescono a registrare un dato peggiore del nostro. Questo è ciò che emerge dall’esame dei dati diffusi dal Global Footprint Network, centro di ricerca che da anni calcola l’impronta ecologica dell’uomo, nonché la capacità del Pianeta e dei singoli Paesi di rigenerare le risorse consumate dalle attività umane, anche in termini di emissioni generate.

Come sappiamo dall’Overshoot day, la nostra specie continua a indebitarsi con il futuro consumando più risorse di quelle che la Terra mette annualmente a disposizione, ma non consumiamo tutti con la stessa velocità o voracità.

Credit Photo: overshootday.org

Che cosa si intende per biocapacità e cosa c’entra con l’impronta ecologica

La biocapacità identifica la capacità di rigenerare le risorse che necessitano all’umanità ed è quantificata dalle superfici richieste per produrre tali beni. L’impronta ecologica, invece, indica la quantità di risorse che si consumano. Se l’ecological footprint è più alta della biocapacità ci troviamo in una situazione di superamento ecologico (ecological overshoot) e siamo quindi di fronte a un deficit di “capacità biologica”.

Se si calcolano solo le risorse di un territorio e l’impatto prodotto dai suoi cittadini, a livello locale, inciderà anche la presenza – o meno – nel territorio di materie prime.

Se un paese è in deficit in relazione alle risorse mondiali pro quota, a livello globale questo “debito” potrebbe essere compensato dal “credito” maturato da un altro paese. Purtroppo, però, da molti anni, a livello globale, l’umanità intera registra un superamento ecologico e questo deficit è calcolato ogni anno con la determinazione dell’Overshoot day.

Quando abbiamo iniziato a indebitarci con la Terra

Il fenomeno dell’impronta ecologica che supera la capacità biologica del Pianeta è una questione relativamente recente per l’umanità. Per migliaia e migliaia di anni, infatti, abbiamo vissuto senza preoccuparci del consumo delle risorse perché, effettivamente, riuscivamo a non avvicinarci a un livello di consumi tale da mettere in pericolo il capitale naturale. Dalla seconda metà dello scorso secolo, però, la situazione ha iniziato a cambiare velocemente.

Se negli anni ‘60 potevamo vantare una condizione virtuosa, dopo un solo decennio abbiamo iniziato a superare il limite e turbare l’equilibrio: l’incremento costante del consumo di risorse anche in termini di perdita di biodiversità, di foreste, di acqua dolce e di produzione di emissioni climalteranti ha condotto l’umanità in una situazione di overshoot
con una crescita pressoché crescente.


 
Credit Photo: overshootday.org

Quando sarà l’Overshoot day 2021

L’Earth Overshoot day (quello globale quindi) viene annunciato ogni anno il 5 giugno, durante la Giornata mondiale dell’ambiente, ma alcuni dati già emersi possono già mostrare, in maniera indicativa, quando cadrà nel 2021.

Secondo le stime, nel 2019 tale ricorrenza è stata registrata il 31 luglio e quindi facendo registrare un ritmo di consumi che richiede, a favore dell’umanità, le risorse prodotte da circa 1,8 Terre. Nel 2020, a seguito dell’epidemia di coronavirus e dei conseguenti provvedimenti restrittivi emanati dai vari governi, per la prima volta l’Overshoot day ha avuto un forte arretramento spostando la data sul calendario al 22 agosto: pianeti necessari? “Solo” 1,6, ma ancora troppi. L’umanità si sta indebitando con il futuro rosicchiando quel capitale naturale fondamentale per generare le risorse che danno vita e nutrimento.

In base ai calcoli in corso, nonostante la pandemia, per il 2021 l’umanità vive come se avesse a disposizione 1,7 madri terre.

Ricordiamo che questi dati sono frutto di stime perché, come sottolineano gli esperti del Global Footprint Network, i calcoli sono elaborati sulla base di dati storici forniti dalle Nazioni Unite che possono avere un divario temporale di tre anni. Con il coronavirus si è colmata questa lacuna con ulteriori dati predittivi. Facendo una rapida proporzione potremmo comunque predire che tale ricorrenza, anche quest’anno, avverrà nel mese di agosto.

Di quante Terre avremmo bisogno oggi se vivessimo come …

Se in tutto il mondo si registrasse lo stesso livello di consumi di risorse raggiunto dagli italiani, alla specie umana servirebbero quasi 3 Terre (più esattamente 2,8). Leggermente peggio degli abitanti del Belpaese si attestano giapponesi, tedeschi e francesi che ne consumano 2,9. Fossimo tutti statunitensi? Ce ne servirebbero ben 5 mentre, se fossimo tutti indiani, basterebbe meno di una Terra (0,7). Immaginando un orologio di 365 giorni, la fine della propria quota di risorse per gli USA si verificherebbe il 14 marzo mentre per il Quatar, addirittura, il Global Footprint Network fissa la data al 9 febbraio.

Il primo paese europeo? Il Lussemburgo (15 febbraio), seguito da Danimarca, Belgio e Svezia (in marzo). Per gli italiani? Il rintocco delle campane avviene il 13 maggio.


Credit Photo: overshootday.org

Cosa possiamo fare

La campagna correlata alla comunicazione degli overshoot dei singoli paesi e globale è connessa a quella #Movethedate, ovverosia l’invito rivolto a chiunque a fare la propria parte per cominciare a spingere più in là, durante l’anno, la data di fine delle risorse annuali. Una sezione intera del portale è dedicata a dare idee e coinvolgere i cittadini in tal senso. Per maggiori info potete cliccare qui.

Vedere l’impatto dell’umanità sulla Terra in pochi attimi

Google Earth ha raccolto milioni di immagini satellitari per fare vedere come l’impatto dell’uomo e il climate change abbia cambiato la terra: ghiacciai, spiagge e foreste non sono più le stesse. Vedere i mutamenti con i propri occhi potrà forse aiutare le persone ad essere più consapevoli. Per questo i video delle aree mappate e monitorate saranno disponibili non solo sulla nota app ma anche su Youtube. Google, a tal riguardo, ha deciso di aggiornare le immagini almeno una volta l’anno per continuare a monitorare le modifiche.

fonte: economiacircolare.com


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L'illusione della "crescita verde" dentro ad un sistema capitalista

 


La crescita economica è compatibile con la riduzione dell’impatto ambientale?


Il report edito dall’European Environmental Bureau e tradotto in italiano dal Movimento Decrescita Felice, con postfazione di Michel Cardito e Karl Krahmer (edizioni Luce 2020) è un libro agile, chiaro, puntuale, corredato da molti dati e ricerche.

TUTTI I SOSTENITORI della cosiddetta «Crescita Verde» si basano sull’assunto che sia possibile raggiungere il «disaccoppiamento», ovvero ottenere una crescita economica e contemporaneamente ridurre gli impatti ambientali (rigenerare le risorse, abbattere le emissioni…). Purtroppo, secondo il report, finora non è mai stato osservato un disaccoppiamento assoluto, permanente (capace di durare nel tempo) e globale (in tutto il mondo), tale da permettere una efficace riduzione delle emissioni per limitare il riscaldamento globale entro 1,5°, come previsto dall’accordo sul clima di Parigi.

IL DISACCOPPIAMENTO è avvenuto solo localmente, nei paesi ricchi, anche a causa della delocalizzazione di molte industrie nei paesi più poveri (dove vigono vincoli sociali e ambientali molto meno stringenti): le emissioni quindi sono state soltanto «spostate» e non ridotte globalmente.

PRENDENDO in considerazione tutti gli impatti, e non solo le emissioni di gas serra, si nota inoltre come l’estrazione globale di materie prime è moltiplicata enormemente, di pari passo alla crescita economica. Anche l’impronta ecologica è aumentata in modo direttamente proporzionale alla crescita economica (aumento del 6% ogni 10% di crescita del Pil) nei paesi ricchi.

LO SPAZIO OCCUPATO pro capite è aumentato, e con esso la superficie cementificata (case più grandi, indipendenti, più auto, più parcheggi…) con il crescere del reddito. «L’effetto rimbalzo» è uno dei fattori che limita la possibilità di disaccoppiare crescita economica e impatto ambientale: quando si afferma una tecnologia più efficiente, spesso se ne abusa.

NUOVE SOLUZIONI tecnologiche così possono creare nuovi problemi o peggiorarne altri: se puntiamo tutto sull’auto elettrica, senza ridurre il tasso di motorizzazione, e senza incentivare alternative più sostenibili (bici, piedi, mezzi pubblici), ci troveremo con gli stessi problemi di occupazione di spazio, incidenti e cementificazione ma anche con altri problemi, come l’estrazione dei metalli rari (litio rame e cobalto) che sono necessari per costruire le batterie, e che hanno essi stessi un elevato impatto sull’ambiente.

IL LIBRO NON METTE in dubbio la necessità di sviluppare tecnologie efficienti e incentivare l’energia rinnovabile, per poter uscire dall’era fossile. I ricercatori sostengono però «la necessità di integrare le politiche per l’efficienza, con politiche per la sufficienza».

LO STESSO RICICLO non può essere la panacea dei mali ambientali, in quanto non tutte le risorse possono essere riciclate al 100% e anche il riciclo implica un dispendio energetico. Il materiale riciclato (pensiamo alla plastica) non è riciclabile infinite volte, ad ogni passaggio perde di qualità, fino a diventare non più riciclabile.

OGNI ANNO SI CONSUMANO più risorse di quelle che il pianeta è in grado di riprodurre nel corso dello stesso anno: il debito con i paesi impoveriti e con le future generazioni è sempre più drammatico.

AMMINISTRATORI, DECISORI e cittadini dei paesi più ricchi dovrebbero iniziare a ragionare su un nuovo modello di economia e di società basato sulla sufficienza: ridurre il tasso di motorizzazione, mangiare meno carne, consumare e produrre meno (e anche diminuire le ore di lavoro), comprare cibo locale e di stagione, ridurre lo spazio che serve per stare bene, condividere gli oggetti, autoprodurre. Soluzioni alternative che già si stanno sperimentando da reti di cittadini, associazioni e movimenti.

IN FONDO, «L’IDEA CHE tutti i paesi del mondo possano raggiungere gli attuali livelli di ricchezza e consumo, è pura illusione. La riduzione dei consumi (e della produzione) nei paesi ricchi, è la base di una giustizia ecologica globale e intergenerazionale».

fonte:www.decrescitafelice.it


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Economia circolare, dall'europarlamento via libera al piano della Commissione UE

Il Parlamento europeo approva la relazione sul Piano d'azione per l'economia circolare presentato dalla Commissione Ue, ma chiede obiettivi vincolanti al 2030 sull'impronta ambientale di materiali e prodotti











fonte: Ricicla.tv


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Moda sostenibile: intervista a Silvia Gambi di solomodasostenibile

È tempo di saldi e allora abbiamo pensato di rivolgere qualche domanda a Silvia Gambi, giornalista esperta di moda sostenibile, per capire come sia possibile ridurre la nostra impronta sul Pianeta adottando nuove e diverse abitudini di acquisto di capi di abbigliamento e accessori


Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato la nostra "pillola di sostenibilità: vestirsi in modo sostenibile", una serie di eco-consigli per fare riflettere su come sia possibile, anche con semplici azioni, alleggerire la nostra impronta sul Pianeta dovuta ai nostri acquisti, talvolta continui, di capi di abbigliamento e accessori vari.

La "pillola di sostenibilità: vestirsi in modo sostenibile" è stata l'occasione per rivolgere alcune domande ad un'esperta di moda sostenibile, Silvia Gambi. Giornalista, da 15 anni lavora con le imprese tessili di Prato in numerosi progetti. È autrice del podcast e del sito "Solo Moda Sostenibile" e della newsletter gratuita, in uscita ogni sabato, con tutte le novità della settimana.

Ci stiamo avvicinando alla stagione dei saldi, le promozioni ci sono già, e complice anche la Pandemia che ci ha costretto a stare a casa per un lungo tempo, la voglia di acquistare, se possibile, non manca, ma possiamo trasformare il nostro acquisto da mero gesto commerciale in atto consapevole e rispettoso dell’ambiente e delle persone?

Questa è una stagione di saldi particolari, che arriva dopo un periodo in cui non solo non sappiamo nemmeno bene cosa ci serve, ma soprattutto abbiamo fatto i conti con il nostro armadio e con quello che ci è davvero utile. Io direi che è proprio questo che deve farci da guida negli acquisti che eventualmente faremo; comprare quello che ci serve. Il modo migliore è fare una lista e attenerci a quello che abbiamo indicato, resistendo alle tentazioni. I saldi sono spesso l’occasione per le aziende di svuotare i magazzini oppure di vendere capi di poco valore prodotti per rispondere alla richiesta del momento. In questa stagione, durante la quale si è prodotto anche meno, il rischio di fare acquisti poco convenienti è ancora più alto. I brand sostenibili spesso non mettono in saldo la propria merce, perché i loro prezzi sono costruiti con attenzione e non hanno una sovrapproduzione da mettere sul mercato a prezzo ridotto. Ogni capo che acquistiamo dà un impatto sociale e ambientale: il gesto più responsabile che possiamo fare è quello di acquistare solo ciò che ci serve davvero.

Possiamo veramente vivere con pochissimi capi nell’armadio, magari di qualità, oppure abbiamo bisogno di accumulare vestiti che utilizziamo poche volte e che gettiamo con estrema facilità, vista anche la loro scarsa qualità e il basso costo ?

C’è su Instagram una sfida molto interessante che si chiama #project333, che è stata lanciata da Courtney Carver, una ragazza americana che ha una storia molto interessante. La sfida è quella di creare un guardaroba composto da 33 pezzi, compresi scarpe e borse, da utilizzare per 3 mesi. In questo modo si acquistano meno cose, di migliore qualità e che sono coordinate tra loro. Naturalmente alcuni oggetti possono essere utilizzati per più stagioni Secondo Livia Firth, un capo di abbigliamento deve essere indossato almeno 30 volte, altrimenti vuol dire che non ci era utile. Indossare più a lungo un capo di abbigliamento significa anche valorizzare la qualità, scegliere con attenzione quello che indossiamo e liberarci anche dalla schiavitù del fast fashion, che cerca sempre di farci desiderare qualcosa di nuovo.

Comprare un capo d’abbigliamento riciclato o ancora meglio riciclabile, genera una sensazione di minore responsabilità rispetto alla grande quantità di rifiuti tessili che ogni anno produciamo. A che punto siamo, realmente, con il riciclo, in particolare delle fibre sintetiche che, ad oggi, rappresentano la materia prima di buona parte dei capi di abbigliamento in commercio ?

Secondo la Ellen Mac Arthur Foundation oggi al mondo vengono riciclati solo l’1% degli abiti usati, quindi c’è molta strada da fare. Gli abiti non vengono riciclati anche perché è difficile e poco conveniente farlo, se un capo non è progettato per essere riciclato: questo significa che deve essere facilmente smontabile nelle sue componenti, che deve essere a tinta unita e realizzato con materiale mono fibra. Quanti abiti oggi rispettano queste linee guida? L’abuso del termine “riciclato” ma soprattutto di “riciclabile” è al centro di numerose campagne di greenwashing: non basta l’utilizzo di un componente riciclato per definire così un capo. Per il riciclabile è ancora più complicato ed è una sfida che le giovani generazioni di designer dovranno affrontare.

Il riuso dei capi di abbigliamento sembra avere conquistato una parte di mercato, facilitato anche dalla nascita di molte piattaforme digitali, può essere una soluzione alla sovra-produzione e sovra-consumo di capi d’abbigliamento ?

C’è un vero e proprio boom del second-hand e per i prossimi anni si prevede che ci sarà una grossa crescita di questo mercato, soprattutto per i beni di lusso. Allo stesso tempo stiamo assistendo a progetti creativi che utilizzano i “deastock” per le proprie creazioni, ossia i tessuti che avanzano dalle produzioni e che così vengono riutilizzati. Lo scopo è quello di disincentivare la sovra-produzione, ma il fast fashion si basa proprio sulla capacità di innescare nuovi desideri e mandare in negozio collezioni nuove ogni settimana. Questo continuo desiderio di novità spesso lo incontriamo anche in coloro che acquistano capi vintage ogni settimana, causando emissioni per i trasporti, ad esempio. Penso che il mercato del riuso e l’upcycling siano realtà interessanti e che vanno incoraggiate, ma soprattutto dobbiamo educare i consumatori a creare un legame con quello che acquistano: un capo può essere riparato, usato, rinnovato. Prima di uscire dal nostro armadio deve superare questi step: ma di base deve trattarsi di un capo di qualità, altrimenti non potremo fare altro che gettarlo dopo il primo lavaggio.

fonte: www.arpat.toscana.it


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Antropocene: per l’Onu è ora di cambiare il nostro concetto di progresso

Il rapporto annuale dell’Undp costruisce un nuovo indice sperimentale per misurare lo sviluppo umano, che tiene conto delle emissioni di anidride carbonica dei paesi e dell’impronta dei materiali









Il progresso umano nell’età dell’antropocene? Deve tener conto dell’impatto ambientale e della giustizia climatica. Lo sostiene l’Undp, il programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo, che pubblica oggi il rapporto annuale Human Development Report in cui prova a ridefinire i concetti alla base del modo in cui viviamo e interagiamo col pianeta.

Con un punto di partenza molto chiaro: quello dell’antropocene. Una parola che identifica l’età dell’uomo, cioè quel periodo in cui l’azione degli esseri umani ha ormai una portata tale da influire sulle principali dinamiche della Terra, a partire dal cambiamento climatico. Così l’Undp ha elaborato un nuovo indice sperimentale sul progresso umano, che tiene conto delle emissioni di anidride carbonica dei paesi e dell’impronta dei materiali.

Per 30 anni, lo Human Development Report si è concentrato non solo sull’economia, ma anche sulla misurazione della salute, dell’istruzione e del tenore di vita delle nazioni per computare lo sviluppo umano. Il nuovo rapporto include due nuovi elementi: il consumo di materiali e l’impronta di carbonio, scelti per riflettere il massiccio aumento dell’uso delle risorse negli ultimi anni e l’impatto sul clima.

Il rapporto lancia quindi uno sguardo sul presente, sull’impatto della pandemia e sulle opportunità che dobbiamo saper cogliere. Secondo il direttore del programma e prima firma dello studio, Pedro Conceição, le scelte che i governi prenderanno in questi mesi forgeranno il mondo per i decenni a venire. L’occasione della ripresa post-Covid, con i piani di supporto all’economia e alle società, è un punto di svolta importante. Da non sprecare.

“Stiamo mobilitando risorse fiscali senza precedenti per affrontare la pandemia, e possiamo scegliere di effettuare allocazioni in modi che si aggiungono alle disuguaglianze, o in modi che riducono la pressione sul pianeta”, spiega Conceição.

Senza ripresa verde, sostiene il rapporto, i problemi legati al cambiamento climatico e al riscaldamento globale freneranno il progresso umano nel prossimo futuro. E insieme a una ripresa disfunzionale andranno ad aggravare le disuguaglianze, scavando ancora più profondo il solco che separa il nord dal sud del mondo e le economie avanzate dai paesi con meno mezzi per mitigare e adattarsi al cambiamento climatico.

fonte: www.rinnovabili.it

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Non esistono pasti gratuiti Una nuova economia ecologica

 

Nel libro Il cerchio da chiudere, il biologo e ambientalista Barry Commoner stabiliva le quattro leggi dell’ecologia: 1) ogni cosa è connessa con qualsiasi altra; 2) ogni cosa deve finire da qualche parte; 3) la natura è l’unica a sapere il fatto suo; e, soprattutto, 4) non si distribuiscono pasti gratuiti: in ecologia, come in economia, non c’è guadagno che possa essere ottenuto senza costi. Il pagamento non si può evitare, si può solo rimandare. Qualche anno più tardi, nel 1975, l’economista Milton Friedman definiva nel libro There is no such thing as a free lunch il principio economico del costo-opportunità, secondo cui se i singoli ottengono qualcosa gratuitamente, sarà la società a farne le spese. Prelevando dalla natura come se fosse un serbatoio senza fine, e scaricando nell’ecosistema rifiuti ed emissioni, per anni abbiamo evitato di pagarne il prezzo: il risultato è un pianeta in deficit di biocapacità, che si manifesta nel degrado ambientale e sociale. Una nuova economia ecologica, l’ultimo libro di Patty L’Abbate, l’economista ecologica e senatrice della Repubblica che è stata relatrice del decreto Clima, nasce come testo didattico per studenti universitari, “i green manager di domani” ma si rivolge anche ai rappresentanti del mondo politico e istituzionale, a imprenditori e manager, e a chiunque voglia acquisire consapevolezza sugli strumenti disponibili per sperimentare nuove vie di sviluppo, che non possono più prescindere dalla preservazione e rigenerazione dell’ambiente. Per raggiungere un migliore equilibrio tra uomo e “capitale naturale”, che oltre a determinare la nostra qualità di vita è anche fondamentale per la sopravvivenza, l’autrice introduce e illustra dettagliatamente i fondamenti di una scienza, che si fonda sulle interazioni tra economia e ambiente ed è concepita per affrontare la complessità del sistema Terra: l’economia ecologica.

La prima parte del volume è dedicata alla descrizione di nuovi modelli di economia sostenibile, con una seconda parte più tecnica che approfondisce gli strumenti di contabilità ambientale. Il manuale ripercorre la storia del pensiero dell’economia ecologica e circolare, con particolare attenzione allo stato attuale della transizione ecologica a livello italiano ed europeo. Oltre a introdurre molti temi oggi al centro del dibattito, come gli Obiettivi di sviluppo sostenibile e l’Agenda 2030, fornisce anche gli elementi di base per comprendere i criteri per il calcolo dei principali indicatori di sostenibilità, come l’Impronta ecologica, il metodo Life Cycle Thinking e il suo strumento LCA – che valuta l’impatto ambientale di un prodotto, processo o servizio lungo il suo intero ciclo di vita – a supporto di decisori politici e vertici aziendali che operino secondo una gestione più sostenibile delle risorse naturali.

fonte: www.puntosostenibile.it

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Dal 21 al 29 novembre la 12a edizione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti

Il tema di quest’anno è “Rifiuti Invisibili”



Si terrà dal 21 al 29 novembre 2020 la dodicesima edizione della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (SERR), che quest’anno avrà come tema centrale “I Rifiuti Invisibili”. Lo annuncia il Comitato promotore nazionale della SERR, composto da CNI Unesco, Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Utilitalia, Anci, Città Metropolitana di Torino, Legambiente, Regione Siciliana e AICA, con E.R.I.C.A. Soc. Coop. in qualità di partner tecnico.

Sarà possibile iscriversi alla SERR 2020 da martedì 1 settembre a sabato 31 ottobre 2020 collegandosi al sito www.ewwr.eu e registrando la propria azione.

Parlare di “rifiuti invisibili” vuol dire riferirsi alla grande quantità di rifiuti generati durante il processo di fabbricazione e distribuzione dei prodotti. Lo sapevi che per fabbricare, a far arrivare in negozio o a casa tua, uno smartphone che pesa meno di 200 grammi vengono prodotti ben 86 chilogrammi di rifiuti?

Con lo slogan “Qual è il tuo peso reale?” la SERR ti sfida a informarti sui chili in più che tutti portiamo sulle spalle a causa di modelli di produzione e consumo non sostenibili.

Potrebbe non sembrare ovvio, ma ci sono molte azioni che possiamo intraprendere per affrontare questo problema. Prolungare la vita dei prodotti riutilizzandoli e riparandoli, acquistandoli di seconda mano, noleggiare e condividere prodotti anziché possederli, per le imprese ottenere un marchio di qualità ecologica o aderire ai regimi di responsabilità estesa del produttore … L’elenco è lungo! Scopri di più sui rifiuti invisibili e dai un’occhiata ai nostri strumenti di comunicazione qui.

La “Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti” è nata all’interno del Programma LIFE+ della Commissione Europea con l’obiettivo primario di sensibilizzare le istituzioni, gli stakeholder e i consumatori circa le strategie e le politiche di prevenzione dei rifiuti delineate dall’Unione Europea e che gli Stati membri sono chiamati ad attuare.

Il crescente successo dell’iniziativa, riconosciuta a livello istituzionale dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, ha portato l’Italia nel 2019 a registrare 5.814 azioni, riconfermandosi così tra le nazioni top in Europa.

Anche per il 2020 l’obiettivo sarà coinvolgere il più possibile Pubbliche Amministrazioni, Associazioni e Organizzazioni no profit, Scuole, Università, imprese, Associazioni di categoria e singoli cittadini a proporre azioni volte a prevenire, ridurre o riciclare correttamente i rifiuti a livello nazionale e locale.

Maggiori informazioni su com’è strutturata la SERR e sulle modalità d’adesione saranno fornite sulla pagina Facebook ufficiale dedicata all’evento o scrivendo a serr@envi.info, insieme ad esempi pratici di possibili azioni da implementare.

fonte: www.envi.info


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Overshoot day, la crisi che non vediamo: da oggi l’Italia è in debito con il pianeta

Ecodinamica: «Vivremo per i prossimi 7 mesi e mezzo sulle spalle delle altre nazioni del mondo o a discapito delle generazioni future, erodendo le riserve del pianeta»





Ogni anno che passa il giorno del sovrasfruttamento – l’Overshoot day – arriva sempre prima per il nostro Paese: l’Italia utilizza ormai circa il quadruplo delle risorse rigenerate periodicamente dai propri ecosistemi, con il risultato che in poco più di sei mesi abbiamo esaurito il budget di natura a nostra disposizione per un anno intero. Per arrivare al 31 dicembre dovremo affidarci alle risorse di altri Paesi ed erodere il nostro capitale naturale.

A mostrare questo nostro indebitamento col pianeta, ben più preoccupante del pur critico debito pubblico che zavorra l’Italia, sono come sempre i dati raccolti dal Global footprint network, che confrontano la nostra impronta ecologica con la biocapacità italiana. Da un lato il consumo umano di risorse naturali, dall’altra la capacità degli ecosistemi italiani di rigenerarle (e di assorbirne gli scarti, gas serra o rifiuti che siano). Secondo i dati raccolti nel 2019, oggi abbiamo già sfruttato tutta la capacità che gli ecosistemi d’Italia hanno di rinnovarsi e dunque di soddisfare i nostri bisogni in modo sostenibile nel tempo.

È bene chiarire che in ballo non c’è “solo” la salvezza di piante, animali e più in generale di interi escosistemi, ma tutti quei servizi (acqua ed aria pulita, cibo, legname, fibre, etc) che ci mettono gratuitamente a disposizione e che sono indispensabili alla nostra sopravvivenza.

«Oggi è l’Overshoot day italiano, ovvero il giorno – riassumono dal gruppo di Ecodinamica dell’Università di Siena – in cui “idealmente” si esauriscono le risorse naturali a nostra disposizione per quest’anno, vivendo per i 7 mesi e mezzo restanti sulle spalle delle altre nazioni del mondo o a discapito delle generazioni future, erodendo le riserve del pianeta. La condizione di pandemia e di lockdown sicuramente influenzerà molto questa data, calcolata su dati pregressi, in base ai nostri abituali consumi e in base agli effetti (positivi e negativi) delle politiche intraprese nel tempo. Saranno in grado i lockdown di allontanare questa data? Se sì, di quanto? Oppure la ripartenza ci farà tornare a consumare ancora di più e con meno attenzioni ambientali, anticipando nuovamente la data sul calendario?».

La risposta ancora non c’è, ma un’idea possiamo farcela guardando ai dati storici. L’Italia anticipa l’Overshoot day ogni anno sempre di più: nel 2019 cadeva il 15 maggio, mentre nel 2018 era il 24 maggio. Ma è andando ancora più indietro nel tempo che si coglie la drammaticità di questa escalation. Prima del 1965 l’Overshoot day non era cosa che riguardasse l’Italia: l’impronta ecologica della popolazione (ovvero le nostre necessità di utilizzare risorse dalle aree agricole, dai pascoli, dalle foreste, dalle aree di pesca e lo spazio utilizzato per le infrastrutture e per assorbire il biossido di carbonio, la CO2) era inferiore alla biocapacità nazionale, intesa come la capacità degli ecosistemi di produrre risorse rinnovabili e assorbire i nostri scarti, in primis la CO2 legata ai processi di combustione. Indipendentemente dagli effetti del lockdown, è dunque oggi più che mai cruciale che il necessario percorso di ripresa economica sia impostato su criteri di sviluppo sostenibile.

L’Italia consuma ogni anno 489 milioni di tonnellate in termini di risorse naturali per far girare la propria economia (e ben 322 vengono importate); al contempo le emissioni italiane di gas serra sono praticamente ferme ai livelli del 2014, e l’anno scorso sono calate in Europa il doppio di quanto non sia riuscito a conseguire il nostro Paese. Senza una ripresa verde post-coronavirus, con tutta probabilità già dal prossimo anno i nostri impatti sul pianeta tornerebbero ad aggravarsi in modo deciso. E siamo noi, non una generica “natura”, a non potercelo permettere.

fonte: www.greenreport.it



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Le tre pandemie

Siamo testimoni di tre pandemie: quella del coronavirus, quella della fame e la pandemia della perdita dei mezzi di sostentamento. “Tutte e tre le pandemie affondano le loro radici in un modello economico basato sul profitto, sull’avidità e sull’estrattivismo”, scrive Vandana Shiva. Siamo chiamati a proteggere i mezzi di sussistenza e a creare economie di solidarietà circolari e locali, con cui sostenere i venditori ambulanti e i piccoli dettaglianti, “i quali danno forma alle comunità riducendo al contempo l’impronta ecologica”



















Siamo testimoni di tre pandemie che stanno accadendo simultaneamente. La prima è la pandemia del coronavirus. La seconda è quella della fame. La terza è la pandemia della perdita dei mezzi di sostentamento. Il coronavirus ha infettato finora 3,19 milioni di persone e ne ha uccise 228.000.

Il Programma Mondiale per l’Alimentazione ha avvertito la comunità internazionale dell’incombente “pandemia della fame”, che ha il potenziale per interessare un quarto di miliardo di persone la cui vita e i cui mezzi di sussistenza saranno a rischio immediato.

Secondo il programma alimentare mondiale più di un milione di persone sono a rischio di malnutrizione e 300.000 di esse potrebbero morire di fame ogni giorno per i prossimi tre mesi.[i] [ii]

C’è anche una “pandemia” relativa alla perdita di mezzi di sussistenza. Secondo l’OIL, “a causa della crisi economica creata dalla pandemia, quasi 1,6 miliardi di lavoratori dell’economia informale (che rappresentano i più vulnerabili sul mercato del lavoro), su un totale mondiale di due miliardi e una forza lavoro globale di 3,3 miliardi, hanno subito danni massicci alla loro capacità di guadagnarsi da vivere.

Ciò è dovuto alle varie misure di lockdown che hanno coinvolto le loro attività e/o al fatto che lavorano nei settori più colpiti”.

Come sottolineato da Guy Ryder, direttore generale dell’OIL, “per milioni di lavoratori, non avere un reddito significa non avere cibo, non avere sicurezza e non avere un futuro. […] Con l’evolversi della pandemia e della crisi occupazionale, la necessità di proteggere i più vulnerabili diventa ancora più urgente”.[iii]

Tutte e tre le pandemie affondano le loro radici in un modello economico basato sul profitto, sull’avidità e sull’estrattivismo, che ha accelerato la distruzione ecologica, aggravato la perdita dei mezzi di sussistenza, aumentato le disuguaglianze economiche e polarizzato e diviso la società tra l’1% e il 99%.




In questo 1° maggio, nei tempi della crisi del coronavirus, immaginiamo e creiamo nuove economie basate sulla Democrazia della Terra e sulla democrazia economica, che proteggano la terra e l’umanità. Affrontiamo tutte e tre le crisi attraverso la partecipazione democratica e la solidarietà.

Attraverso la compassione assicuriamoci che nessuno soffra la fame, attraverso la solidarietà e la democrazia partecipiamo a plasmare le economie future per garantire che nessuno sia senza lavoro, che nessuna persona sia senza voce.

Le molteplici crisi che stiamo affrontando sono un campanello d’allarme: l’economia gestita dall’1% non lavora per le persone e la natura. L’1% definisce il 99% della popolazione mondiale come “persone inutili”.

La loro idea di futuro è basata sull’agricoltura digitale e senza agricoltori, su fabbriche automatizzate e sulla produzione senza lavoratori. Abbiamo l’obbligo di creare economie che non distruggano la natura, non distruggano i mezzi di sussistenza e i diritti dei lavoratori; economie che non distruggano la nostra salute diffondendo malattie e pandemie, che non provochino la perdita di mezzi di sussistenza, di libertà, di dignità e del diritto al lavoro, che non inaspriscano il problema della fame nel mondo.

Creiamo economie a “fame zero” proteggendo i mezzi di sussistenza dei piccoli agricoltori che ci forniscono l’80% del cibo che consumiamo.



Creiamo economie di solidarietà circolari e locali, che sostengano i venditori ambulanti e i piccoli dettaglianti, i quali danno forma alle comunità riducendo al contempo l’impronta ecologica.

Nella prossima fase post Covid 19, rigeneriamo l’economia con la consapevolezza che tutte le vite sono uguali, che siamo parte della Terra, che siamo esseri ecologici, biologici, che il lavoro è un nostro diritto ed è al centro della vita dell’essere umano.

Ricordiamo ci anche che la cura per la Terra e degli uni per gli altri è il lavoro più importante. Non ci sono persone usa e getta o inutili. Siamo un’unica umanità su un unico pianeta. L’autonomia, la coerenza, la dignità, il lavoro, la libertà, la democrazia sono il nostro diritto di nascita.

[i] https://www.washingtonpost.com/opinions/2020/04/22/covid-19-could-detonate-hunger-pandemic-with-millions-risk-world-must-act/

[ii] https://insight.wfp.org/covid-19-will-almost-double-people-in-acute-hunger-by-end-of-2020-59df0c4a8072

[iii] https://www.ilo.org/global/about-the-ilo/newsroom/news/WCMS_743036/lang–en/index.htm

info@navdanyainternational.org

fonte: https://comune-info.net


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Il km zero è un sogno per due terzi degli abitanti del pianeta: il sistema alimentare mondiale è sempre più globalizzato

















Consumare alimenti prodotti vicino a casa, il cosiddetto km zero, è vantaggioso per l’ambiente, perché abbatte l’impronta associata al trasporto e allo stoccaggio. Inoltre mette al riparo dagli effetti di eventi catastrofici ed emergenze globali come la pandemia da Covid-19. Ma non è alla portata di tutti. Al contrario, meno di un abitante della Terra su tre se lo può permettere, perché le filiere sono ormai globalizzate e perché in aree vastissime non ci sono le condizioni climatiche per far crescere, per esempio i cereali o altre colture fondamentali.
L’impossibilità di creare autosufficienza alimentare per tutti emerge da uno studio condotto da alcune università australiane, statunitensi ed europee coordinate da quella di Aalto, in Finlandia, pubblicato su Nature Food.  I ricercatori hanno creato un modello apposito considerando le condizioni climatiche minime per far crescere i cereali e legumi adatti ai vari climi temperati, tropicali… Hanno quindi calcolato la distanza tra colture e insediamenti umani, sia nella situazione attuale, che in un ipotetico scenario migliore, in cui lo spreco dovesse diminuire in misura significativa e i sistemi di coltivazione diventare più efficienti, ottenendo una situazione molto diversificata.
Se in Europa e Nord America i consumatori riescono ad avere la stragrande maggioranza dei cereali  che consumano da fonti situate entro 500 km, a livello globale la distanza media è di 3.800 km, e supera i mille km per una percentuale di popolazione che varia dal 26 al 64%. In generale  solo il 27% della popolazione mondiale ha accesso a cereali coltivati in zone temperate a meno di 100 km, valore che diventa 22% per quelli tropicali, 28% per il riso e 27% per i legumi. Per quanto riguarda il mais la percentuale scende ulteriormente, arrivando all’11%, un dato che più di ogni altro fotografa la grande concentrazione delle produzioni industriali di mais in enormi zone dedicate, mentre per i tuberi tropicali ci si ferma al 16%, per ragioni climatiche. Osservando poi la mappa dell’intera Terra preparata dagli autori, si nota come le popolazioni nella situazione peggiore che dipendono dall’importazione di alimenti essenziali siano quelle più povere e residenti nelle aree con il clima peggiore.
Per come è strutturato oggi il mercato, concludono i ricercatori, il sistema alimentare mondiale in definitiva non è in grado di assicurare l’autosufficienza a larghe fasce di popolazione. Ma migliorare la produzione locale e km zero avrebbe un sicuro impatto positivo da molteplici punti di vista, anche se in zone densamente popolate potrebbe esacerbare problemi di distribuzione e inquinamento delle acque. 
fonte: www.ilfattoalimentare.it

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