Stefano Zamagni a Circonomia: agire su crisi economica e ambientale, altrimenti rischio di nuova emergenza tra un decennio
L’Italia che protegge l’ambiente e diventa energeticamente autosufficiente può darci milioni di occupati

Vari anni fa un politico imprenditore, noto anche per i suoi tanti guai con la giustizia, per farsi eleggere sparò una delle sue proverbiali balle dicendo che avrebbe dato milioni di posti di lavoro agli italiani. Ovviamente nulla di questo si avverò ma se avesse usato questa affermazione riferendosi all’ambiente (che purtroppo il personaggio in questione non sa nemmeno cosa sia) sarebbe stato molto più credibile.
Infatti il settore ambientale è quello che in assoluto ha più potenzialità occupazionali di tutti gli altri, compreso il settore informatico di cui tanto si favoleggia.
Del resto non ci vuole molto a capire che visto lo stato ambientale pietoso in cui abbiamo ridotto il nostro paese, ci vorrà tanto lavoro per rimettere in sesto quanto si è rovinato.
Ma andiamo con ordine, solo il settore della riqualificazione energetica capillare di tutto il patrimonio edilizio italiano darebbe da lavorare a centinaia di migliaia di persone. Se poi finalmente si volesse sfruttare la qualità principale del Paese del sole, ovvero il sole stesso e le energie rinnovabili in genere, anche per fare diventare l’Italia in breve tempo autosufficiente, servirebbero altre centinaia di migliaia di persone.
Pensate ad esempio cosa significherebbe in fatto di occupazione diffusa, da nord a sud, mettere ovunque sia possibile pannelli solari per produrre elettricità, acqua e aria calda, microgeneratori eolici, micro impianti idroelettrici, impianti di biogas domestici.
C’è poi tutto il settore della salvaguardia ambientale laddove innumerevoli zone sono a rischio idrogeologico costante derivante dal saccheggio della natura e cementificazione. Proporre poi un turismo orientato soprattutto all’ecologia, intervenire sul vastissimo settore del riuso, recupero e riciclo dei materiali dalle potenzialità immense, applicare sistemi di efficienza energetica ovunque compresa la mobilità completamente rivista in ottica di tutela ambientale. Intervenire sugli sprechi idrici e quindi la conseguente installazione capillare di limitatori di flusso, sistemi di fitodepurazione ove possibile, compost toilet, sistemi di recupero acqua piovana, orti autoirriganti.
E se calcoliamo le potenzialità anche di tutto il settore dell’agricoltura biologica, avremmo un ulteriore altissimo incremento di occupati, visto che è evidente che non possiamo continuare a mangiare e bere schifezze e conseguentemente avvelenare noi stessi e l’ambiente spargendo tumori nella popolazione, vero flagello sanitario. A corollario di tutto questo c’è la necessaria e fondamentale informazione e formazione a cittadinanza, scuole, imprese, enti pubblici, uffici, che impegnerebbe altrettanti lavoratori.
Intraprendendo queste azioni riassorbiremmo tutta la disoccupazione e molte persone che attualmente fanno lavori dannosi, inutili, senza senso o che non gli piacciono, potrebbero cambiare lavoro e contribuire a fare dell’Italia il giardino fiorito che più volte abbiamo auspicato.
Proviamo a immaginare, con questi interventi capillari e diffusi ovunque, quanti milioni di persone si occuperebbero; e per di più in lavori, utili, sensati e che salvaguardano noi, la nostra salute e quella delle prossime generazioni. Inoltre si risparmierebbero enormi quantità di soldi sottratte al flagello dei combustibili fossili, discariche, inceneritori, veri e propri prosciugatori di ricchezza e produttori di inquinamento senza soluzione di continuità.
Altro che “crescita” e soldi buttati dalla finestra per rilanciare settori che producono merci e servizi dannosi o/e superflui; si punti dunque decisamente e senza indugio sull’ambiente e tutto quanto ne deriva, si avranno solo benefici, vantaggi e prosperità da ogni punto di vista.
E che questa via sia percorribile, sana e saggia lo dimostriamo come associazione Paea da oltre venti anni con il nostro lavoro e spiegheremo come intraprenderla anche nel prossimo corso sul “Cambiare vita e lavoro. Istruzioni per l'uso” giunto ormai alla 47 edizione. Immersi nella natura umbra ospitati al Parco Energie Rinnovabili, un gioiello di autosufficienza, tecnologie appropriate, energie rinnovabili, creatività e ottima cucina, costruiremo l’auspicabile futuro solare e vivibile per tutti
fonte: www.ilcambiamento.it
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Il prossimo “Accordo di Parigi” per la biodiversità
Il fatto che i lavori siano proseguiti è un segnale molto positivo e si spera che possa consentire ai paesi di cominciare a stanziare le risorse necessarie a livello economico. Del resto, questa pandemia è stata l’ultima, tragica dimostrazione di quanto fermare la distruzione degli ecosistemi e ripristinare gli ambienti naturali sia fondamentale se vogliamo impedire la trasmissione di malattie pericolose dagli animali agli esseri umani. È anche risaputo che il rewilding e il ripristino degli ecosistemi sono fra le armi più efficaci per contrastare i cambiamenti climatici.
Gli obiettivi delle Nazioni Unite in tema biodiversità
Sfruttare il potere della natura per mitigare l’aumento della temperatura media globale figura proprio tra gli obiettivi fissati dall’Onu: il ripristino delle torbiere, degli habitat marini, lacustri e fluviali, e l’adozione dei principi dell’agricoltura rigenerativa consentirebbero di ridurre notevolmente le quantità di gas serra in atmosfera. In base alla bozza, le varie nazioni dovranno inoltre compiere tutti gli sforzi possibili per arrivare a:
proteggere almeno il 30 per cento delle terre emerse e il 30 per cento degli oceani entro il 2030;
rallentare il tasso di estinzione del 90 per cento;
dimezzare l’introduzione in natura delle specie invasive;
promuovere l’integrità di tutti gli ecosistemi e valorizzare il ruolo degli indigeni nella loro salvaguardia;
eliminare l’inquinamento dovuto alla plastica;
ridurre di due terzi l’utilizzo dei pesticidi;
tagliare 500 miliardi di dollari (oltre 400 miliardi di euro) all’anno di sussidi ad attività dannose per l’ambiente.
Sono necessarie politiche urgenti a livello globale, nazionale e regionale per trasformare i modelli economici, sociali e finanziari affinché i trend che hanno esacerbato la perdita di biodiversità si arrestino entro il 2030 e permettano agli ecosistemi naturali di ristabilirsi nei vent’anni successivi, portando a miglioramenti netti nel 2050.
Elizabeth Maruma Mrema, segretaria esecutiva della Convenzione sulla diversità biologica
È giunta l’ora di cambiare i nostri modelli produttivi
Come accennato sopra, l’agricoltura giocherà un ruolo fondamentale nel raggiungimento di questi obiettivi. Le tecniche di coltivazione tradizionali, così come l’allevamento intensivo, non sono più sostenibili. Il modo in cui produciamo il cibo dovrà necessariamente subire un drastico cambiamento.
“Tra dieci anni ci saranno molti più esseri umani che avranno bisogno di essere nutriti. Quindi la vera sfida non è ridurre la produzione, ma incrementare il risultato senza danneggiare la natura”, chiarisce al quotidiano britannico Guardian Basile van Havre, co-presidente del gruppo di lavoro che ha redatto il documento.
Solo così potremo arrestare quella che gli scienziati hanno definito “sesta estinzione di massa” nella storia del Pianeta, che potrebbe portare alla scomparsa di un milione di specie animali e vegetali a causa delle attività umane. Per questo, il nuovo accordo si inserisce all’interno di un piano più ampio che punta a far sì che l’uomo possa vivere in armonia con la natura entro il 2050.
I trattati internazionali, però, non bastano: i singoli stati devono infatti recepire le direttive e trasformarle in leggi nazionali e regionali. Come spesso accade, le decisioni dall’alto non sono le sole che contano: il cambiamento deve scorrere inarrestabile verso il basso, fino a spingersi al singolo individuo.
fonte: www.lifegate.it
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Move Up 2021

Bene fa il Memorandum* No Profit on People and Planet – G20-Memorandum_IT-3 – a non considerare la pandemia da Sars-CoV-2 un incidente di percorso e nemmeno una calamità naturale piovuta dal cielo. Ha scritto Vandana Shiva: “La pandemia è conseguenza della guerra che abbiamo ingaggiato contro la vita”. La pandemia è il boomerang che torna indietro. É una delle tante prevedibili reazioni della natura agli sconvolgimenti arrecati dalle attività umane sconsiderate. Esattamente come lo è – con ricadute su altre matrici ambientali – il riscaldamento globale causato dalla emissione di gas climalteranti. Quando si distruggono sistematicamente gli habitat naturali ancora incontaminati (come le foreste primarie, le zone artiche, le lagune, le savane, i boschi e le praterie) non si crea “solo” l’estinzione di massa delle specie viventi (biocidio), ma si creano anche le condizioni affinché virus animali potenzialmente patogeni compiano vari “salti di specie” (spillover) fino a giungere a noi, passando per gli allevamenti intensivi, per i mattatoi e per i mercati di animali selvatici. Una eventualità, questa, ampiamente prevista e inutilmente segnalata dagli scienziati. Ha scritto un virologo: “Perturbare gli ecosistemi è come aprire autostrade ai virus verso il salto di specie”.
Secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente il 75 per cento dell’ambiente terrestre e il 65 per cento di quello marino sono stati gravemente alterati da attività antropiche. Per rimanere a casa nostra, pensiamo solo al “consumo di suolo”: quattordici ettari al giorni vengono asfaltati, cementificati, inertizzati.
La correlazione tra distruzione della biodiversità e malattie di origine zoonotica è conosciuta. Ha scritto in modo esemplare il Giuseppe Ippolito, Direttore scientifico dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive dell’Ospedale Spallanzani di Roma:
“Non è possibile separare la salute degli uomini da quella degli animali e dall’ambiente. L’esperienza di questi anni, con l’emergere di continue zoonosi, ci ricorda che siamo ospiti e non padroni di questo pianeta che ci impone di creare il giusto equilibrio tra le esigenze delle specie umana e della altre specie animali e vegetali che viaggiano insieme a noi in questa arca di Noè chiamata Terra”.
Ben vengano quindi i vaccini, le terapie geniche, le più raffinate cure farmacologiche, i presidi medici. Ma non rimuoviamo dalla nostra mente né le cause primarie di gran parte delle malattie virali, né le interrelazioni biologiche con le condizioni sociali e ambientali che aggravano la vulnerabilità delle persone. Pensiamo all’inquinamento dell’aria e dell’acqua, alla cattiva alimentazione, alle stressanti condizioni di vita e di lavoro che provocano disturbi cardiovascolari, malattie respiratorie croniche, diabete, obesità e altre alterazioni psicofisiche.
Quest’anno è l’anno della COP 26, che si tiene con un anno di ritardo a Glasgow e a Milano. Una conferenza decisiva se si vogliono raggiungere gli obiettivi dell’Accordo di Parigi (2015) di contenimento dell’aumento della temperatura di 1,5 gradi. Quest’anno si svolgerà in Cina anche la 15° Conferenza sulla salvaguardia della diversità biologica. Il ripristino del buon funzionamento dei sistemi naturali, la rigenerazione dei suoli degradati, l’agroecologia sarebbero la soluzione ideale, perché basata sulla natura, anche per riassorbire al suolo l’anidride carbonica. É stato calcolato che risanare il 30 per cento di praterie, zone umide e savane, lasciando che la natura si riprenda i propri spazi, salverebbe il 70 per cento degli animali a rischio di estinzioni e consentirebbe di assorbire la metà delle emissioni la metà delle emissioni di CO2 accumulate nell’atmosfera dall’inizio della rivoluzione industriale. Ma le soluzioni più semplici ed economiche non sono gradite dalle oligarchie mondiali che dominano l’economia che preferiscono giocare al dottor Frankenstein avanzando prepotentemente soluzioni azzardate di geoingegneria come lo sono le tecniche di cattura, confinamento, stoccaggio nel sottosuolo dell’anidride carbonica emessa dalle centrali termoelettriche e dai grandi impianti industriali. Un trucco e un diversivo per non cambiare nulla e per guadagnarci pure.
Attenzione dunque alle furbizie semantiche che si nascondono dietro un mare di retorica “green”. Dire “emissioni zero” (entro, se non prima del 2050) è diverso da “neutralità climatica” o da “emissioni nette negative”. Un conto è smettere di bruciare combustibili fossili, un altro paio di maniche è nascondere sotto terra un gas tossico e corrosivo come la CO2. L’Eni (industria di stato) vuole creare sotto l’Adriatico un gigantesco stoccaggio di anidride carbonica liquefatta. Un pericolo enorme, una bomba ecologica ad orologeria che, per di più, pregiudica le strategie di una vera decarbonizzazione.
Confesso che spesso colgo anche nelle persone più coscienti e impegnate un senso di sconforto e di impotenza. Quali altri disastri devono ancora accadere perché possano saltare quei “lucchetti” (indicati dal Memorandum) che impediscono il cambiamento? Cosa possiamo fare noi, se non sono bastati gli scienziati del clima, i medici, i biologi? Se non è bastata un’enciclica rivoluzionaria come la Ludato si’? Se non sono bastate le parole puree e indignate di una ragazzina che si chiama Greta?
Forse, quel che manca ancora, siamo proprio noi. É la capacità dei movimenti, delle associazioni, dei gruppi della cittadinanza attiva di mettersi assieme e diventare popolo della Terra. Cittadine e cittadini planetari, ma con i piedi ben radicati per terra. Capaci di prendersi cura dei nostri simili e di ogni forma di vita di questo meraviglioso mondo.
*La proposta del “Memorandum dei cittadini” è stata fatta inizialmente dall’Agorà degli Abitanti della Terra (AAT, rete internazionale promossa tra gli altri da Riccardo Petrella) in vista del Vertice Mondiale della Salute del G20 in Italia, e sostenuta da transform.it e transform.eu. Grazie al loro sostegno è stata costituita una piattaforma collaborativa, l’Iniziativa Move UP 2021, cui hanno aderito altre associazioni quali Medicina democratica, la Società della cura, Laboratorio Sud, The Last 20… Il “Memorandum” è stato sottoscritto da circa quaranta persone e associazioni. La redazione finale del documento ha beneficiato di vari contributi individuali e di gruppo in Italia (tra cui quelli di Paolo Cacciari e del Monastero del Bene Comune) e in altre regioni del mondo.
Paolo Cacciari
fonte: comune-info.net/
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Orti urbani: utili, ma non sufficienti. Lo studio prospettico sulla città di Chicago
Per capire quanto fosse rilevante l’apporto degli orti impiantati nelle aree verdi disponibili e sui tetti, gli autori hanno preso in considerazione la produzione media di 18 nutrienti essenziali derivanti dai vegetali ma anche da fonti animali, e l’hanno messa a confronto con le dosi giornaliere pro capite stabilite dal Dipartimento dell’Agricoltura. Quindi hanno prefigurato due scenari: uno di controllo, simile alla realtà attuale e incentrato su coltivazioni e allevamenti industriali, e uno nel quale tutta la città sfrutti al massimo le coltivazioni urbane, e ricorra alle terre adiacenti. Quindi hanno calcolato quanto dovrebbe estendersi, in queste ultime, l’area coltivata per ottenere quantitativi sufficienti di nutrienti, e hanno così dimostrato che gli orti urbani non bastano. stato calcolato che le rese non sarebbero sufficienti a garantire se non una piccola parte del fabbisogno quotidiano di nutrienti essenziali per gli abitanti di una città come Chicago.
A parte il paradosso di dover ricorrere a supplementi partendo dall’idea di disporre di prodotti più naturali e meno trattati, i quali alimenterebbero, a loro volta, coltivazioni e allevamenti industriali, i numero lasciano poco spazio ai dubbi. Orti e terrazzi sono utili da molti punti di vista, ma assai difficilmente rappresenteranno una soluzione. Oltre a tutto il resto – hanno ricordato gli autori – bisogna anche fare i conti con le scarse rese, perché le terre disponibili nelle città non sono certo le più adatte alle coltivazioni, e gli spazi quali i tetti possono essere sfruttati solo in misura limitata, a meno di non attuare profonde ristrutturazioni e di non ricorrere interamente a sistemi efficienti quali l’idroponica.
Ma lo studio ha anche un’altra conseguenza. Grazie all’analisi approfondita del fabbisogno di ben 28 nutrienti, può costituire un modello per chi vuole progettare orti urbani e, ancora di più, per i decisori che devono pianificare progetti più ampi. Se si tengono in conto le necessità nutrizionali di una certa popolazione (per esempio quella di un quartiere), si possono insediare colture mirate. In questo modo si possono ottenere raccolti bilanciati, che darebbero un contributo migliore all’autosufficienza della zona.
fonte: www.ilfattoalimentare.it
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Transizione ecologica e agricoltura
In Europa, ad esempio, un’alleanza rappresentata da politici, imprenditori, eurodeputati e ambientalisti chiede che gli investimenti per la ripartenza siano diretti alla formazione di un “nuovo modello economico europeo: più resiliente, più protettivo, più sovrano e più inclusivo”. La presidentessa della Commissione europea, Ursula Von der Leyen, ha presentato la visione della nuova Europa sottolineando la necessità di fare un salto in avanti e non indietro.
Il nostro continente dovrà divenire più resiliente, più verde e più digitale. Al centro di questa trasformazione, ci sarà il Green Deal europeo e la doppia transizione verso la digitalizzazione e la decarbonizzazione.
Agricoltura: un settore su cui puntare nel prossimo futuro
Se questa è la rotta, in quali ambiti è preferibile investire ? La Fondazione Ellen MacArthur ha individuato 5 settori chiave su cui puntare nel prossimo futuro:
edilizia e costruzioni
imballaggi in plastica
mobilità
tessile e moda
agricoltura e produzione di cibo.
Questi 5 settori sono considerati “strategici” per la loro capacità di:
generare soluzioni alle sfide fondamentali create dalla pandemia (ad esempio aumentando la resilienza e consentendo l’accesso a beni vitali)
soddisfare le priorità governative per la ripresa economica (ad esempio stimolare l’innovazione, creare posti di lavoro, raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile posti dalle Nazioni Unite e gli obiettivi climatici)
offrire un potenziale di crescita per l’economia circolare (guidato, ad esempio, da innovazione, politiche e preferenze dei clienti)
contribuire a ridurre il rischio di shock futuri (ad esempio quelli relativi ai cambiamenti climatici e alla perdita di biodiversità).
In quest’articolo si vogliamo occupare di agricoltura, che insieme all’alimentazione sostenibile è tra le sfide che dobbiamo affrontare.
Non dobbiamo dimenticare che la sola produzione di carne è responsabile di quasi un quinto delle emissioni di gas serra, l’area occupata dai pascoli è pari al 26% della superficie terrestre del Pianeta non coperta da ghiacci, la produzione di foraggio rappresenta un terzo del terreno coltivabile complessivo, tutto questo si concretizza in un forte impatto sull’ambiente.
Il settore agro-alimentare è ad una svolta, la filiera agroalimentare, nel suo complesso, è responsabile del 10,3% delle emissioni di gas ad effetto serra, oltre che della perdita di suolo, acqua e biodiversità. Nonostante in Europa, questo comparto abbia già standard di qualità elevati ma ora gli agricoltori, pescatori e gli altri attori della filiera si devono muovere più celermente nella direzione della sostenibilità.
Agricoltura e cambiamenti climatici
Un altro importante fattore da tenere in considerazione, quando si parla di agricoltura del futuro, è il cambiamento climatico, che influenzerà il settore, in Europa e non solo, alterando le condizioni di crescita delle colture regionali e l’incidenza dei parassiti.
Secondo il report dell’Agenzia Europea per l’ambiente “ Global climate change impacts and the supply of agricultural commodities to Europe “, sebbene la produzione agricola globale non dovrebbe diminuire prima del 2050, le zone di coltivazione e produzione cambieranno, i rendimenti annuali diventeranno più variabili e aumenterà la variabilità dei prezzi delle materie prime agricole. Ciò influenzerà i modelli di coltivazione, il commercio internazionale e i mercati regionali.
Quasi un quarto del cibo per il consumo umano è scambiato sui mercati internazionali anche se questa proporzione varia ampiamente a seconda della merce: per riso, burro e maiale è inferiore al 10%, per soia, oli vegetali, pesce e zucchero supera il 30%, per mais, manzo e frumento rispettivamente il 12%, 15% e 24%. Si prevede che queste proporzioni rimarranno stabili per il prossimo decennio ma aumenteranno leggermente entro la metà del secolo a causa dei cambiamenti climatici.
L’Europa è un importante esportatore di alimenti trasformati e prodotti lattiero-caseari ed è per lo più autosufficiente per quanto riguarda i cereali (grano, orzo) e verdure; quindi non si prevedono problemi per gli impatti dei cambiamenti climatici che si verificano fuori del continente, mentre, il nostro continente dipende molto dalle importazioni di prodotti per l’alimentazione e la lavorazione animale (soia e mais), prodotti coltivati in regioni tropicali (cacao, caffè, banane) e prodotti per la trasformazione secondaria (olio di palma, barbabietola e zucchero di canna). È probabile che le forniture di fave di cacao, olio di palma e frutta esotica siano messe particolarmente i crisi poiché queste materie prime sono altamente esposte ai fattori legati al clima e i loro fornitori sono concentrati in alcuni paesi. Tutto questo rende l’Europa vulnerabile agli impatti dei cambiamenti climatici che si verificano altrove.
L’Agenzia propone alcune soluzioni per affrontare questa situazione come l’apertura del commercio con più paesi, con un’attenzione alla protezione ambientale nelle loro politiche agricole e la diversificazione delle importazioni potrebbe ridurre il rischio di interruzioni dell’approvvigionamento. Ma si tratta di un’azione che non è applicabile a tutte le merci e che si basa sull’azione privata piuttosto che sulla politica pubblica. Quest’ultima può aiutare nel compito di evitare i rischi di approvvigionamento, riducendo del tutto la domanda di prodotti ‘vulnerabili’, elemento da introdurre soprattutto per i prodotti sottoposti a elevate pressioni ambientali.
L’Europa deve dare maggiore sostegno all’adattamento e alla mitigazione ai cambiamenti climatici, anche in chiave internazionale, in particolare con il rafforzamento delle capacità di adattamento nei paesi produttori, come annunciato nel progetto della Commissione europea della prossima strategia di adattamento dell’UE.
L’Europa vuole superare le criticità ambientali e climatiche, garantendo una filiera più equa e meno impattante nei prossimi anni.
È impellente ridurre la dipendenza da pesticidi e dagli antimicrobici, nonché dai fertilizzanti e, al contempo, bisogna migliorare il benessere degli animali, potenziare l’agricoltura biologica ed invertire la perdita di biodiversità.
Nel documento della Commissione “ From farm to fork” sono indicati con chiarezza le maggiori criticità da affrontare:
l’uso dei pesticidi chimici
l’eccesso di nutrienti (in particolare azoto e fosforo)
la salute degli animali e la resistenza antimicrobica
la salute delle piante e la sicurezza e diversità delle sementi
gli sprechi alimentari
le frodi alimentari
il sistema di informazione ai cittadini (etichettature alimentari)
La Commissione, nella sua strategia, fornisce anche qualche spunto per cambiare rotta e propone nuovi modelli di business verde, quali:
sequestrare il carbonio da parte di agricoltori e selvicoltori
implementare la bioeconomia circolare, con l’implementazione delle bioraffinerie avanzate che producono i biofertilizzanti, mangimi proteici, bionergia e sostanze biochimiche
costruire i digestori anaerobici per la produzione di biogas da rifiuti e da residui agricoli come il letame
installare i pannelli solari su casolari e capannoni per produrre energia rinnovabile
aumentare l’agricoltura biologica e stimolare la domanda e offerta di prodotti bio
incentivare la produzione ittica sostenibile con un impatto minore rispetto alla produzione animale su terra ferma
sostenere il settore della produzione di alghe che costituisce un’importante fonte di proteine alternative
progettare imballaggi sostenibili, riutilizzabili, facilmente riciclabili e sicuri dal punto di vista alimentare.
Per comprendere a pieno come si concretizzerà tutto questo, dovremo aspettare il 2023, quando la Commissione Europea presenterà la proposta legislativa per un sistema alimentare sostenibile, a quel punto verrà avviato l’iter di approvazione della direttiva, che, una volta diventata tale, dovrà ricevere il consenso, attraverso il recepimento, anche dei Parlamenti nazionali.
Ci vorrà del tempo e sarà necessario anche armonizzare la Politica Agricola Comune (Pac) e la Politica Comune della Pesca (Pcp), che rimarranno comunque gli strumenti chiave per sostenere questa transizione ecologica.
fonte: www.snpambiente.it/
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Spreco alimentare, Coldiretti: avanzi a tavola per 1 italiano su 2 (55%)
La pandemia ha impresso una vera e propria svolta green nei comportamenti degli italiani proprio a partire dalla tavola, spinta dal fatto che le misure anti contagio – sostiene la Coldiretti – portano la gente a stare di più a casa con il recupero di riti domestici come il cucinare che diventa oltre che necessità quotidiana anche un momento di aggregazione familiare più sicura di un pasto o di un aperitivo in mezzo a estranei o a persone che vivono fuori dal proprio nucleo domestico.Il risultato è anche un più efficiente utilizzo del cibo che si traduce in una maggiore attenzione agli sprechi.
Sulle tavole degli italiani – continua la Coldiretti – sono così tornati i piatti del giorno dopo come polpette, frittate, pizze farcite, ratatouille e macedonia. Ricette che non sono solo una ottima soluzione per non gettare nella spazzatura gli avanzi, ma aiutano anche a non far sparire tradizioni culinarie del passato secondo una usanza molto diffusa che ha dato origine a piatti diventati simbolo della cultura enogastronomica del territorio come – rileva la Coldiretti – la ribollita toscana, i canederli trentini, la pinza veneta o al sud la frittata di pasta.
Nonostante ciò il problema resta però rilevante con gli sprechi domestici che – denuncia Coldiretti – ammonta ancora a circa 27 kg all’anno procapite secondo Waste Watcher. Tra gli alimenti più colpiti svettano verdura e frutta fresca, seguite da pane fresco, cipolle e aglio, latte e yogurt, formaggi, salse e sughi.
Non si tratta quindi solo di un problema etico ma che determina anche – precisa la Coldiretti – effetti sul piano economico ed anche ambientale per l’impatto negativo sul dispendio energetico e sullo smaltimento dei rifiuti.
fonte: www.greencity.it
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Anche in condominio si può
Se si hanno vicini diffidenti, terrorizzati da ogni novità, che minacciano maledizioni e veti, che temono che i pannelli fotovoltaici si spostino con il vento, portandosi il palazzo con sé, e altre piaghe d’Egitto… niente paura, nervi saldi, la legge è dalla vostra. Secondo la Legge n. 220 dell’11 dicembre 2012, infatti, se il progetto non arreca problemi estetici o funzionali, se non modifica la destinazione d’uso di parti comuni e non consuma tutto o buona parte del tetto disponibile, allora il condomino che vuole installare un impianto (per il proprio appartamento) ha possibilità di farlo. Quindi, occorrerà dare «comunicazione all’amministratore indicando il contenuto specifico e le modalità di esecuzione degli interventi». La sentenza n.11707/2014 è esplicativa: il Tribunale di Milano ha annullato una delibera assembleare che vietava a un condomino l’utilizzo del tetto comune per l’installazione di un impianto fotovoltaico per la produzione di energia elettrica a uso personale. Secondo il giudice, il veto dell’assemblea era in netto contrasto con quanto disposto dalla Legge suddetta, la quale dà diritto al condomino di installare l’impianto anche senza il consenso dell’assemblea condominiale. Quest’ultima può soltanto prescrivere, a maggioranza, «modalità alternative di esecuzione, imporre cautele a salvaguardia della stabilità, della sicurezza o del decoro architettonico dell’edificio, oppure provvedere a richiesta a ripartire l’uso del lastrico solare o delle altre superfici comuni salvaguardando le diverse forme di utilizzo previste dal regolamento di condominio…».
Se proprio non fosse possibile, perché si vive in affitto, o perché (ahimè) ci sono vincoli architettonici sugli edifici, si può comunque utilizzare energia 100% rinnovabile da un fornitore etico (noi abbiamo scelto Ènostra25). Nel nostro caso, abbiamo scelto un appartamento appena fuori le mura, senza vincoli architettonici, in una posizione favorevole (secondo e ultimo piano, sotto al tetto) che ha semplificato molto i problemi di collegamento tra i pannelli sul tetto e il nostro appartamento. Un altro vantaggio è stato avere un tetto non troppo spiovente e quindi poter usufruire anche del lato nordovest. Meglio ancora sarebbe un tetto piatto. In Germania, sono molto più avanti di noi nello sfruttare l’energia solare, i tetti dei condomini sono piatti, erbosi e ricoperti da pannelli fotovoltaici. I pannelli fotovoltaici inoltre possono essere ondulati, seguendo la forma delle tegole, da qualche anno hanno persino inventato i coppi fotovoltaici “Invisible Solar”, togliendo ogni scusa ai “vincoli architettonici”. In conclusione, senza usare più spazio di quello destinatoci, siamo comunque riusciti a installare pannelli fotovoltaici che ci servono per illuminazione, riscaldamento, acqua calda, cucina. Quando d’inverno o di notte, il sole non basta, compriamo energia pulita dalla rete, come soci della cooperativa Ènostra (25 www.enostra.it).
Illuminarci… senza inquinare!
Il sole colpisce la terra con un’energia che è 10mila volte superiore al suo uso totale nel mondo. Uno spreco immane. Per avere energia elettrica ecologica, a zero CO2, e risolvere buona parte del riscaldamento globale, basterebbe installare pannelli fotovoltaici sul tetto di ogni casa e, per risparmiare energia, sostituire le illuminazioni casalinghe (e pubbliche) con quelle a Led.
Sembra una tecnologia recente e ancora poco diffusa ma in realtà i pannelli fotovoltaici furono scoperti decine di anni prima del petrolio e poco dopo il carbone: nel 1884, infatti, apparve il primo impianto fotovoltaico sul tetto di Charles Fritts a New York. Come in altri casi, il mondo non ha saputo sviluppare appieno questa tecnologia (attualmente produce solo il 2% dell’energia globale), perché i monopoli economici puntavano sul fossile.
Ora che il Covid-19 ha fatto precipitare il prezzo del petrolio, la speranza è che nessuno vorrà più investire in questa risorsa perché il costo di estrazione sarà troppo alto per un prezzo così basso. Nei prossimi anni, speriamo quindi di vedere più tetti solari e importanti investimenti in questo senso da parte degli Stati.
Gli impianti fotovoltaici possono essere:
• senza batterie di accumulo e connesso alla rete: nei momenti di eccesso di energia (estate, ore centrali), questa viene venduta alla rete GSE, mentre nei momenti di scarsità (notte) viene riacquistata dalla rete;
• con accumulo e connesso alla rete: le batterie di accumulo, come già ricordato, hanno un’energia grigia elevata, poiché fatte con litio e cobalto che deriva da miniere nei paesi poveri. Possono essere utili se condivisi da un condominio;
• con accumulo e stand alone: adatte a quelle situazioni abitative particolarmente isolate, per democratizzare l’accesso all’energia nelle zone rurali o sperdute, che non hanno accesso alla rete, e nei paesi poveri. Ad esempio, nel villaggio del lago Titicaca, a 4.000 metri di altezza, i pannelli solari hanno sostituito il kerosene e sono stati salutati con grande entusiasmo dalla popolazione indigena. Dal 2020 è possibile produrre e scambiare localmente l’energia in eccesso, tra i condomini, imprese, edifici pubblici e attività commerciali, per impianti fino a 200 kW di potenza.
Il dossier A Just(ice) Transition is a Post-Extractive Transition (una transizione di giustizia è una transizione post-estrattiva) ci mette in guardia però sui rischi dell’estrattivismo.
Secondo il rapporto, i metalli sono scarsi e non possiamo estrarne quanti ne vogliamo. Bisogna che l’umanità si dia una scala di priorità: cosa ci serve davvero? Energie rinnovabili per riscaldarci e illuminarci sono la priorità. L’industria degli armamenti, dell’elettronica, delle auto elettriche e dell’aviazione sono e saranno altri comparti con una domanda ingente di materie prime minerarie. Ma qui il rapporto solleva una domanda strutturale: «È giusta e necessaria l’ambizione di avere su strada entro il 2050 un miliardo di veicoli elettrici in gran parte privati e destinati al Nord globale?».
Tratto da Questione di futuro. Guida per famiglie eco-logiche (Edizioni San Paolo): pubblicato in accordo con l’editore. Questa la pagina facebook Questione di Futuro.
fonte: comune-info.net
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Il riciclo dei rifiuti nell’anno della pandemia
Nel 2020 è diminuita anche la produzione di rifiuti. A causa della pandemia essendo diminuite le attività industriali, delle costruzioni e, soprattutto, quelle commerciali e del turismo sono diminuiti anche i rifiuti speciali in modo significativo, si stima di circa il 10%.
Un po’ minore è stimato il calo dei rifiuti urbani: la quota di organici della ristorazione e delle mense è calata in modo consistente, di almeno il 15%, ma quelli domestici sono rimasti gli stessi. I rifiuti d’imballaggio delle utenze commerciali assimilati agli urbani sono calati parecchio, ma non i rifiuti degli imballaggi domestici, anche per via del forte aumento degli acquisti on-line che generano quantità importanti di rifiuti d’imballaggio. Queste stime sono fornite dal Rapporto annuale 2020 ”L’Italia del riciclo” elaborato dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile, da Fise-Unicircular, in collaborazione con le varie filiere della gestione dei rifiuti.
Sia pure con qualche difficoltà la raccolta dei rifiuti è proseguita regolarmente, ma si è registrata una forte crescita, specie in alcune aree del Sud, della mancata riscossione delle bollette sui rifiuti sia di utenze commerciali, sia di un numero importante di famiglie che si trovano in serie difficoltà economiche. Anche la filiera del riciclo ha avuto seri problemi sia per gli sbocchi di mercato delle materie prime seconde (MPS) sia per la caduta dei loro prezzi.
I tradizionali settori di impiego delle materie prime seconde (industria e costruzioni) hanno rallentato le attività e quindi anche la loro domanda di materiali provenienti dal riciclo. Anche l’export di questi materiali è stato fortemente rallentato per le chiusure o le forti limitazioni dei transiti delle frontiere di diversi Paesi per lunghi periodi.
A causa della flessione delle produzioni e dei consumi i prezzi di molte materie prime vergini sono crollati e, di conseguenza, anche quelli di diversi materiali provenienti dal riciclo. In condizioni così avverse il sistema italiano del riciclo ha tuttavia, complessivamente, dimostrato una buona resilienza: non c’è stata un’emergenza con rifiuti lasciati per strada e le attività di riciclo non sono state interrotte.
In questo contesto il provvedimento che ha consentito di aumentare gli stoccaggi in attesa di riciclo è stato certamente utile, ma il sistema ha retto soprattutto perché dispone di imprese solide e di un sistema di consorzi che si è confermato fattore strategico per il presente e il futuro del riciclo dei rifiuti.
In particolare va segnalato - anche per la rilevanza quantitativa degli imballaggi nei rifiuti urbani - il sistema CONAI - Consorzi di filiera che, in questa crisi, ha assicurato la continuità del ritiro di tutti i rifiuti d’imballaggio raccolti in maniera differenziata, nonostante le difficoltà di riciclo, ha aumentato le quantità di rifiuti ritirate sopperendo alle riduzioni delle gestioni indipendenti legate al mercato. Ha mantenuto e versato regolarmente ai comuni, in maggiore difficoltà, contributi ambientali consistenti, anche se sono diminuiti i suoi ricavi. ha sostenuto le imprese del riciclo, assicurando un conferimento di rifiuti da riciclare a prezzi non di mercato, anche se ciò ha costretto ad aumentare i costi e il deficit a suo carico.
Che sarebbe successo in questa crisi se invece del sistema CONAI avessimo avuto un sistema basato sul mercato, con una pluralità di consorzi in concorrenza fra loro? Chi avrebbe potuto assicurare, in una crisi come questa, la gestione e l’avvio al riciclo della quota più importante dei rifiuti urbani - gli imballaggi - anche in condizioni così economicamente svantaggiose, contribuendo in modo decisivo a tenere aperto e pienamente operativo il settore del riciclo, strategico non solo per l’ambiente, ma per la ripresa e il cambiamento verso un’economia circolare?
fonte: www.huffingtonpost.it
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L’uscita dalla crisi è circolare. Intervista a Soukeyna Gueye, della Ellen MacArthur Foundation

L’economia circolare può offrire una soluzione.
Il mondo post-Covid dovrà essere circolare. Ne sono convinti alla Ellen MacArthur Foundation che, dalla sua creazione nel 2010, lavora con aziende, settore pubblico e istituti di ricerca per promuovere e diffondere l’idea di un’economia circolare e creare un contesto economico strutturato in modo da potersi rigenerare. Di fronte alla necessità di ricostruire le nostre economie a seguito di una crisi senza precedenti, la fondazione ha pubblicato una dichiarazione congiunta in cui i firmatari – oltre 50 leader del settore pubblico, privato e non-profit – si impegnano a “ricostruire meglio” con l’economia circolare. Un impegno per l’individuazione di soluzioni per i settori della plastica, della moda, dell’alimentare e della finanza che combina le opportunità economiche con i benefici per la società e l’ambiente. La dichiarazione, dal titolo A Solution to Build Back Better: The Circular Economy, lancia un appello rivolto ad aziende e governi del mondo perché prendano parte al viaggio verso un’economia circolare.

“La pandemia ha rivelato la vulnerabilità al rischio del nostro attuale sistema economico – ha detto a EconomiaCircolare.com Soukeyna Gueye, ricercatrice dell’Insight and Analysis Team della fondazione -. Abbiamo visto il mondo diventare sempre più globalizzato e interconnesso e le catene globali di approvvigionamento stanno diventando sempre più economicamente efficienti e questo ci ha portato numerosi vantaggi. Tuttavia, la pandemia di Covid19 ha rivelato che l’efficienza può avere un prezzo in termini di resilienza. In alcuni settori per esempio, abbiamo visto che quando si spezza un anello nella catena, fornitori e clienti a monte e a valle, anche in regioni diverse o dall’altra parte del mondo, possono subirne le conseguenze”. La sfida è ora ricostruire le nostre economie riequilibrandone efficienza e resilienza. Alle priorità immediate, come creare posti di lavoro e garantire sostegno economico a cittadini e imprese, si affiancano obiettivi di lungo termine che consentano di creare modelli economici in grado di resistere a future crisi. “Un’economia resiliente – ha continuato Gueye – è quella che riesce a trovare un equilibrio tra globalizzazione e localizzazione, perché essere troppo dipendenti dall’una o dall’altra ci rende più vulnerabili. Dobbiamo affrontare altre sfide globali che non possiamo perdere di vista, come il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità. Problemi che dovranno essere presi in considerazione all’interno dei piani di rilancio per assicurarci che si possa dare forma a un’economia post-pandemica che non sia solo prospera ma anche climaticamente resiliente”. L’economia circolare garantisce questo equilibrio, consentendo una crescita che non si traduca in depauperamento del sistema. “L’economia circolare può offrire una soluzione – ha detto ancora Gueye – poiché separa la crescita economica dall’uso delle risorse e dall’impatto ambientale, progettando prodotti che non entrano nel ciclo dei rifiuti, mantenendo i materiali in uso e rigenerando i sistemi naturali. In tal modo, non solo contrasta gli impatti negativi dell’economia lineare, ma soprattutto rappresenta un cambiamento sistemico che costruisce resilienza a lungo termine, genera opportunità economiche e commerciali e offre benefici ambientali e sociali”.
Per questo, a supporto della dichiarazione congiunta, la Ellen MacArthur Foundation ha messo insieme una serie di documenti e studi dedicati a diversi settori, mettendo in evidenza come l’economia circolare sia oggi più rilevante che mai. Questi studi illustrano il ruolo chiave che i decisori pubblici svolgono nell’aiutare ad affrontare i rischi sistemici globali delle nostre attuali economie lineari nel tentativo di fornire più posti di lavoro e una crescita equa a breve termine e ridurre i rischi a lungo termine legati ai cambiamenti climatici e alla perdita di biodiversità . In questo contesto, sono state identificate dieci interessanti opportunità di investimento circolare che si estendono in cinque settori chiave dell’ambiente costruito, mobilità, imballaggi in plastica, moda e cibo.
Ciò è particolarmente rilevante ora che molti governi in tutto il mondo stanno stanziando migliaia di miliardi a livello globale per la ripresa post-Covid. “I governi in questo momento hanno un ruolo fondamentale nella definizione del futuro in cui vivremo, sia nell’allocazione di pacchetti di aiuti economici, sia nella creazione di strategie che nel lungo periodo siano in grado di dare vita ad economie più resilienti. Alla Ellen MacArthur Foundation siamo convinti che l’economia circolare svolga un ruolo fondamentale. L’Europa, in particolare, sta svolgendo un ruolo di leadership in questo sia con l’European Green Deal che con il Circular Economy Action Plan”, ha concluso Soukeyna Gueye.
A fornire un esempio specifico delle opportunità che si aprono è il rapporto Breaking the Plastic Wave di The Pew Charitable Trusts e SYSTEMIQ che ha dimostrato che un approccio globale all’economia circolare per il settore della plastica potrebbe ridurre il volume globale annuale di plastica che finisce nei nostri mari di oltre l’80%, generare risparmi pari a 200 miliardi di dollari all’anno, ridurre le emissioni di gas serra del 25% e creare 700.000 posti di lavoro entro il 2040.
L’economia circolare, adottando un approccio sistemico per affrontare le sfide globali, può contribuire a garantire una ripresa più forte che non sia solo più resiliente e prospera, ma che soddisfi anche molteplici obiettivi strategici sia a breve che a lungo termine, mitigando il rischio di crisi future. Un cambio di passo e di modello che oggi la mobilitazione di fondi per la ricostruzione rende possibile. È allora una questione di volontà, di impegno reale, da parte della comunità internazionale, dei singoli governi, così come del settore privato, a costruire economie in grado di andare oltre la società del consumo e ripensare il capitalismo.
I 50 leader che hanno firmato la dichiarazione lanciata dalla Ellen MacArthur Foundation sono pronti alla sfida. Tra i firmatari del documento, anche il direttore generale del WWF International, Marco Lambertini, che ha commentato a EconomiaCircolare.com: “Questo è un momento cruciale per le aziende e i leader mondiali per ragionare su come adottare nuovi approcci per garantire che la loro risposta all’attuale crisi sanitaria ed economica sia verde e contribuisca direttamente a una ripresa migliore e al raggiungimento di società sostenibili. Ad esempio, dobbiamo assistere a una transizione verso modelli sostenibili di produzione e consumo e verso sistemi alimentari sostenibili che soddisfino i bisogni delle persone, pur rimanendo entro i confini planetari, e c’è bisogno di una trasformazione dei nostri settori economici e finanziari per raggiungere il benessere: questi sono i momenti in cui bisogna guardare in profondità come questi obiettivi possano essere raggiunti. Il WWF sta sollecitando i governi ad adottare approcci sostenibili a lungo termine per assicurarsi che il mondo post Covid19 sia un posto migliore rispetto a prima della crisi”.
Che ci sia una lezione dietro la crisi causata dalla pandemia di Covid19, sono in molti a dirlo. Che la lezione sia nella necessità di cambiare economia, sono sempre in più a pensarlo. In questo autunno in cui dobbiamo imparare a convivere con il virus, agli sforzi per ripartire si accompagnano studi e proposte che cercano l’opportunità nella crisi, l’occasione di ricostruire scegliendo, stavolta, un sistema migliore, meno impattante e più resiliente. Ricostruire meglio è il motto di chi crede che si debba investire oggi per prevenire le crisi di domani. Per raggiungere questo obiettivo è necessario un ripensamento dei modelli economici del capitalismo globalizzato.
Lo ha detto anche il fondatore ed executive chairman del World Economic Forum, Klaus Schwab, che, in un recente saggio, sostiene la necessità di ripensare l’ideologia neoliberista e il capitalismo come lo conosciamo. “Il fondamentalismo del libero mercato ha eroso i diritti dei lavoratori e la sicurezza economica, innescato una corsa al ribasso per la deregolamentazione e una rovinosa concorrenza fiscale e ha consentito l’emergere di nuovi e massicci monopoli globali – scrive Schwab -. Le regole del commercio, della tassazione e della concorrenza che riflettono decenni di influenza neoliberista dovranno ora essere riviste. Altrimenti il pendolo ideologico, che è già in movimento, potrebbe tornare indietro verso il protezionismo su vasta scala e altre strategie economiche lose-lose”.
La Ellen MacArthur Foundation non è sola nello sforzo verso una ricostruzione improntata alla sostenibilità e all’economia circolare. La spinta arriva da più parti. A giugno, l’Organisation for Economic Co-operation and Development, organizzazione internazionale di studi economici composta da 37 paesi, ha pubblicato il documento Building Back Better: A Sustainable, Resilient Recovery after Covid19 in cui il gruppo sostiene che non bisogna semplicemente rimettere in piedi le economie e ritornare ai modelli precedenti, bensì “innescare cambiamenti comportamentali che riducano la probabilità di shock futuri”. Diverse le soluzioni proposte per i diversi settori economici. Obiettivo comune: benessere, inclusività e riduzione della diseguaglianza. Un approccio che mette le persone e le comunità al centro degli obiettivi di ricostruzione, riconoscendo l’interrelazione tra la società umana e l’ambiente. Anche We Mean Business, una coalizione internazionale di aziende contro il cambiamento climatico, ha fatto sentire la propria voce e chiesto ai governi internazionali di impegnarsi ad affrontare la ricostruzione all’impronta della sostenibilità: “Un chiaro segnale da parte dei governi – si legge nel documento pubblicato dalla coalizione – del proprio sostegno alla rapida transizione verso un’economia resiliente a zero emissioni e alla serie di soluzioni climatiche già esistenti aiuterà il settore privato a investire con fiducia nel ricostruire e rilanciare l’economia”.
Negli Stati Uniti, lo slogan Build Back Better è entrato anche nella campagna elettorale per le presidenziali di novembre, con il candidato democratico Joe Biden che ha proposto un piano di ripresa che prevede un sempre maggiore ricorso alle energie pulite e una più equa distribuzione delle risorse. Le idee non mancano, i soldi ci sono e stavolta sembra esserci anche la volontà politica. Fare tesoro della lezione che il Covid ci ha dolorosamente impartito non significa che saremo in grado di evitare crisi future, ma che ci arriveremo più preparati e con un’economia meno vulnerabile.
fonte: economiacircolare.com
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Ambiente sano, vita sana

Migliorare la salute e il benessere dei cittadini europei risulta più importante che mai in questo momento in cui tutto il mondo è impegnato ad affrontare la pandemia; quest’ultima ci ha fornito un chiaro esempio dei complessi legami tra l'ambiente, i nostri sistemi sociali e la nostra salute.
Da un nuovo rapporto dell’Agenzia europea per l’ambiente, basato in larga parte sui dati dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS) sulle cause di morte e malattia, emerge quanto una percentuale significativa di malattie in Europa continui ad essere associata all'inquinamento ambientale derivante dall'attività umana (nell’immagine che segue le 10 principali malattie non trasmissibili che causano decessi attribuibili all'ambiente nei paesi europei ad alto reddito).
Vediamo alcuni dei risultati chiave che emergono dal rapporto.
L'inquinamento atmosferico resta la principale minaccia ambientale europea per la salute, con oltre 400.000 morti premature dovute a tale inquinamento ogni anno nell'UE. La cattiva qualità dell'aria indoor correlata all’uso di combustibili solidi provoca quasi 26.000 morti premature ogni anno.
L'inquinamento acustico è al secondo posto, contribuendo a 12.000 morti premature e a 48.000 nuovi casi di cardiopatia ischemica.
Seguono al terzo posto gli impatti dei cambiamenti climatici, in particolare le ondate di calore: negli attuali scenari di riscaldamento globale, ulteriori morti dovute a ondate di calore potrebbero superare la cifra di 130.000 all'anno. Le forti precipitazioni, le inondazioni, l'innalzamento del livello del mare e le ondate di calore, nonché i cambiamenti climatici a lungo termine, rappresentano una minaccia per le infrastrutture, la produzione alimentare e altre attività economiche. Altri effetti a catena del cambiamento climatico, ad esempio la perdita di biodiversità, avranno impatti indiretti, come ad esempio la riduzione della produttività agricola.
Una vasta gamma di malattie croniche è associata all'esposizione a sostanze chimiche pericolose: l'OMS stima che il 2,7% dei decessi totali sia attribuibile all'esposizione chimica. Tuttavia, l'impatto totale delle sostanze chimiche sulla salute in Europa non è ben conosciuto, poiché la comprensione dell'esposizione della popolazione europea alle sostanze chimiche è ancora limitata.
Anche l'esposizione ai campi elettromagnetici, che si prevede in aumento, è ancora poco conosciuta: sebbene ci siano effetti acuti ben definiti dell'esposizione a determinati campi elettromagnetici sulla salute, inclusi sintomi come la stimolazione dei nervi e degli organi sensoriali e il riscaldamento dei tessuti, ci sono poche prove riguardo all'impatto sulla salute dell'esposizione a lungo termine.
L'inquinamento dell'acqua può avere un impatto sulla salute attraverso l'uso di acqua potabile contaminata, o per contatto con acque di balneazione contaminate, nonché attraverso l'esposizione indiretta, per il consumo di pesce contenente inquinanti come il mercurio. Per quanto riguarda l’acqua potabile a preoccupare è la possibile presenza di inquinanti emergenti che non sono attualmente monitorati in tale acqua. Il rilascio di antibiotici attraverso gli impianti di trattamento delle acque reflue urbane può accelerare in modo significativo l'emergere e la diffusione della resistenza agli antimicrobici. Si stima che ogni anno nell'UE le infezioni causate da batteri multiresistenti causino 25.000 decessi.
Come si può vedere da questo quadro, le persone sono esposte a molteplici rischi per la propria salute e ad una combinazione di diversi fattori, in qualsiasi momento della loro vita. Le città europee dal canto loro sono particolarmente vulnerabili a queste molteplici minacce.
Il peso dell'inquinamento e del cambiamento climatico varia però in Europa, con chiare differenze tra i paesi dell'Europa orientale e occidentale. La percentuale più alta di morti attribuibili all'ambiente si riscontra in Bosnia ed Erzegovina (27%) e la più bassa in Islanda e Norvegia (9%). Le comunità socialmente svantaggiate di solito lottano sotto il triplice carico di povertà, ambienti di scarsa qualità e cattiva salute. Le comunità più povere sono spesso esposte a livelli più elevati di inquinamento e rumore e ad alte temperature, mentre le condizioni di salute preesistenti aumentano la vulnerabilità ai rischi per la salute ambientale. Il rapporto evidenzia la necessità di misure mirate per migliorare le condizioni ambientali per i più vulnerabili in Europa.
La ricerca in corso sta studiando i collegamenti tra l'attuale pandemia e le dimensioni ambientali. Si pensa che il virus dietro Covid-19 sia passato dall’animale all'uomo, un risultato cioè imprevisto della pressione che l'aumento del consumo esercita sui nostri sistemi naturali. Per quanto riguarda l'impatto del Covid-19 sulle comunità, le prime prove suggeriscono che l'esposizione a lungo termine all'inquinamento atmosferico e la povertà possono essere collegati a tassi di mortalità più elevati. Sono però ancora necessarie ulteriori ricerche per chiarire queste interazioni, secondo una valutazione iniziale dell'Agenzia europea.
Il rapporto sottolinea quindi come sia necessario un approccio integrato delle politiche ambientali e sanitarie per affrontare i rischi ambientali, proteggere i più vulnerabili e realizzare appieno i benefici che la natura offre a sostegno della salute e del benessere.
Una natura sana è infatti uno strumento chiave per garantire la salute pubblica, ridurre le malattie e promuovere il benessere. Le soluzioni verdi offrono un triplice vantaggio per la salute, la società e l'ambiente.
Oltre a ridurre il numero di morti premature, l'accesso ad ambienti più sani riduce anche quelle condizioni di salute che influenzano la nostra qualità della vita quotidiana, come malattie cardiovascolari, ictus, asma, ipertensione, demenza, stress e esposizione al calore.
Ambienti naturali di alta qualità offrono benefici per la salute poiché offrono luoghi per svolgere attività fisica, rilassarsi, incontrarsi. Questi ambienti offrono una migliore salute mentale e migliori funzioni cognitive, ridotta morbilità cardiovascolare, ridotta prevalenza di diabete, migliori esiti materni e fetali e mortalità complessivamente ridotta.
Le infrastrutture verdi possono mitigare i fattori di stress ambientale. Gli spazi verdi e blu offrono effetti di raffreddamento per contrastare l'effetto isola di calore urbano e mitigare le inondazioni. Temperature urbane più stabili riducono il fabbisogno energetico degli edifici. Gli spazi verdi possono anche ridurre il rumore, in particolare nelle aree edificate.
All'interno dell'UE, il Green Deal europeo rappresenta un cambiamento di direzione fondamentale nell'agenda politica europea e definisce una strategia sostenibile e inclusiva per migliorare la salute e la qualità della vita delle persone, prendersi cura della natura e non lasciare indietro nessuno.
Per approfondimenti leggi il rapporto Healthy environment, healthy lives: how the environment influences health and well-being in Europe
fonte: http://www.arpat.toscana.it
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