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Il prossimo “Accordo di Parigi” per la biodiversità

Ridurre il tasso di estinzione del 90 per cento è solo uno degli obiettivi che l’Onu ha incluso nella bozza di un ambizioso accordo sulla biodiversità.



 





L’Accordo di Parigi sul clima è considerato una pietra miliare nella lotta contro il riscaldamento globale. A distanza di sei anni, un trattato simile potrebbe vedere la luce per salvaguardare la preziosa biodiversità del Pianeta. Dopo una serie di negoziati virtuali a tema scientifico e finanziario, le Nazioni Unite hanno infatti preparato nuovi obiettivi che i paesi firmatari della Convenzione sulla diversità biologica (Cbd) dovranno approvare al prossimo dei loro incontri biennali, ovvero la quindicesima Conferenza delle parti (Cop) sulla biodiversità. Prevista per il mese di ottobre in Cina, rischia di essere nuovamente rimandata, causa coronavirus, al 2022.


Il fatto che i lavori siano proseguiti è un segnale molto positivo e si spera che possa consentire ai paesi di cominciare a stanziare le risorse necessarie a livello economico. Del resto, questa pandemia è stata l’ultima, tragica dimostrazione di quanto fermare la distruzione degli ecosistemi e ripristinare gli ambienti naturali sia fondamentale se vogliamo impedire la trasmissione di malattie pericolose dagli animali agli esseri umani. È anche risaputo che il rewilding e il ripristino degli ecosistemi sono fra le armi più efficaci per contrastare i cambiamenti climatici.

Preservare la biodiversità rappresenta una delle sfide più importanti del secolo © Wil Stewart/Unsplash

Gli obiettivi delle Nazioni Unite in tema biodiversità

Sfruttare il potere della natura per mitigare l’aumento della temperatura media globale figura proprio tra gli obiettivi fissati dall’Onu: il ripristino delle torbiere, degli habitat marini, lacustri e fluviali, e l’adozione dei principi dell’agricoltura rigenerativa consentirebbero di ridurre notevolmente le quantità di gas serra in atmosfera. In base alla bozza, le varie nazioni dovranno inoltre compiere tutti gli sforzi possibili per arrivare a:
proteggere almeno il 30 per cento delle terre emerse e il 30 per cento degli oceani entro il 2030;
rallentare il tasso di estinzione del 90 per cento;
dimezzare l’introduzione in natura delle specie invasive;
promuovere l’integrità di tutti gli ecosistemi e valorizzare il ruolo degli indigeni nella loro salvaguardia;
eliminare l’inquinamento dovuto alla plastica;
ridurre di due terzi l’utilizzo dei pesticidi;
tagliare 500 miliardi di dollari (oltre 400 miliardi di euro) all’anno di sussidi ad attività dannose per l’ambiente.

Sono necessarie politiche urgenti a livello globale, nazionale e regionale per trasformare i modelli economici, sociali e finanziari affinché i trend che hanno esacerbato la perdita di biodiversità si arrestino entro il 2030 e permettano agli ecosistemi naturali di ristabilirsi nei vent’anni successivi, portando a miglioramenti netti nel 2050.

Elizabeth Maruma Mrema, segretaria esecutiva della Convenzione sulla diversità biologica

È giunta l’ora di cambiare i nostri modelli produttivi

Come accennato sopra, l’agricoltura giocherà un ruolo fondamentale nel raggiungimento di questi obiettivi. Le tecniche di coltivazione tradizionali, così come l’allevamento intensivo, non sono più sostenibili. Il modo in cui produciamo il cibo dovrà necessariamente subire un drastico cambiamento.

“Tra dieci anni ci saranno molti più esseri umani che avranno bisogno di essere nutriti. Quindi la vera sfida non è ridurre la produzione, ma incrementare il risultato senza danneggiare la natura”, chiarisce al quotidiano britannico Guardian Basile van Havre, co-presidente del gruppo di lavoro che ha redatto il documento.

Solo così potremo arrestare quella che gli scienziati hanno definito “sesta estinzione di massa” nella storia del Pianeta, che potrebbe portare alla scomparsa di un milione di specie animali e vegetali a causa delle attività umane. Per questo, il nuovo accordo si inserisce all’interno di un piano più ampio che punta a far sì che l’uomo possa vivere in armonia con la natura entro il 2050.

I trattati internazionali, però, non bastano: i singoli stati devono infatti recepire le direttive e trasformarle in leggi nazionali e regionali. Come spesso accade, le decisioni dall’alto non sono le sole che contano: il cambiamento deve scorrere inarrestabile verso il basso, fino a spingersi al singolo individuo.

fonte: www.lifegate.it

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Batterie di accumulo, è possibile “resuscitare” il litio

Un gruppo di scienziati ha messo a punto una strategia per ripristinare il cosiddetto “litio morto”, responsabile della instabilità termica e del decadimento di capacità nella batterie ricaricabili










Il litio è il materiale numero uno per le batterie di accumulo, sia quelle che alimentano l’elettronica portatile, sia per quelle a bordo dei veicoli elettrici. Nonostante i continui progressi nel campo, questi dispositivi offrono ancora oggi dei punti deboli. Uno di questi è l’incapacità, in alcuni casi specifici, di mantenere alte prestazioni nel tempo.

Uno dei motivi di tale decadimento è l’inattivazione del litio stesso. In alcune batterie di accumulo si innescano meccanismi di degradazione a livello dell’anodo che portano alla formazione del cosiddetto “litio morto”, materiale isolato e inattivo. La diretta conseguenza è una riduzione dell’efficienza coulombica, influendo su prestazioni e durata della batteria.

I ricercatori della Zhejiang University of Technology in Cina e dell’Argonne National Laboratory negli Stati Uniti hanno trovato una strategia per “resuscitarlo”. Il processo, delineato in un articolo pubblicato su Nature Energy (testo in inglese), si basa su una reazione chimica nota come ossidoriduzione (redox) dello iodio. Lo studio si è focalizzato sull’interfase solido-elettrolita (SEI), strato passivante e isolante che viene prodotto sull’anodo delle batterie di accumulo agli ioni di litio durante i primi cicli di carica. Il SEI svolge un ruolo cruciale nel garantire l’efficienza, la stabilità e la sicurezza delle batterie.

In una tipica cella a unioni di litio con un convenzionale anodo in grafite, questa interfase è composta da fluoruro di litio (LiF), combinato con carbonato di litio (Li2CO3), alchil carbonato e altre sostanze. Studi recenti hanno dimostrato che nelle batterie con anodo al litio metallico, il SEI è costituito principalmente da ossido di litio (Li2O), piuttosto che da LiF. In questa tipologia di batterie la formazione di litio inattivo è un problema più frequente. Tuttavia, i potenziali vantaggi che offre come ricaricabile (es. elevata densità di carica) ne fanno il più papabile erede della tradizionale tecnologia agli ioni.

Nel loro articolo, Chengbin Jin e colleghi hanno cercato di quantificare la quantità di Li2O nello strato SEI formato sugli anodi metallici. Inoltre, hanno studiato il ruolo delle interfase nella produzione di litio morto. I risultati raccolti dal gruppo suggeriscono che una perdita di litio nel SEI e la presenza di dendriti aghiformi rotti sono le cause principali del decadimento delle prestazioni. Per ripristinare il tutto hanno utilizzato una reazione di ossidoriduzione.

“Presentiamo un metodo di ripristino del litio basato su una serie di reazioni redox dello iodio che coinvolgono principalmente I3−/I−“, hanno spiegato i ricercatori nel loro articolo. “Utilizzando una capsula ospite in biochar per lo iodio, dimostriamo che l’ossidoriduzione […] avviene spontaneamente, ringiovanendo efficacemente il litio compensado la perdita”.

Utilizzando questa strategia di progettazione il gruppo ha creato una cella con pochissimo litio nell’anodo, una durata di vita di 1.000 cicli ed un’efficienza coloumbica del 99,9%. In futuro, la strategia potrebbe portare a nuove batterie al litio metallico con prestazioni migliori o essere impiegata per estendere la vita di quelle a ioni di litio.

fonte: www.rinnovabili.it


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