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Il prossimo “Accordo di Parigi” per la biodiversità

Ridurre il tasso di estinzione del 90 per cento è solo uno degli obiettivi che l’Onu ha incluso nella bozza di un ambizioso accordo sulla biodiversità.



 





L’Accordo di Parigi sul clima è considerato una pietra miliare nella lotta contro il riscaldamento globale. A distanza di sei anni, un trattato simile potrebbe vedere la luce per salvaguardare la preziosa biodiversità del Pianeta. Dopo una serie di negoziati virtuali a tema scientifico e finanziario, le Nazioni Unite hanno infatti preparato nuovi obiettivi che i paesi firmatari della Convenzione sulla diversità biologica (Cbd) dovranno approvare al prossimo dei loro incontri biennali, ovvero la quindicesima Conferenza delle parti (Cop) sulla biodiversità. Prevista per il mese di ottobre in Cina, rischia di essere nuovamente rimandata, causa coronavirus, al 2022.


Il fatto che i lavori siano proseguiti è un segnale molto positivo e si spera che possa consentire ai paesi di cominciare a stanziare le risorse necessarie a livello economico. Del resto, questa pandemia è stata l’ultima, tragica dimostrazione di quanto fermare la distruzione degli ecosistemi e ripristinare gli ambienti naturali sia fondamentale se vogliamo impedire la trasmissione di malattie pericolose dagli animali agli esseri umani. È anche risaputo che il rewilding e il ripristino degli ecosistemi sono fra le armi più efficaci per contrastare i cambiamenti climatici.

Preservare la biodiversità rappresenta una delle sfide più importanti del secolo © Wil Stewart/Unsplash

Gli obiettivi delle Nazioni Unite in tema biodiversità

Sfruttare il potere della natura per mitigare l’aumento della temperatura media globale figura proprio tra gli obiettivi fissati dall’Onu: il ripristino delle torbiere, degli habitat marini, lacustri e fluviali, e l’adozione dei principi dell’agricoltura rigenerativa consentirebbero di ridurre notevolmente le quantità di gas serra in atmosfera. In base alla bozza, le varie nazioni dovranno inoltre compiere tutti gli sforzi possibili per arrivare a:
proteggere almeno il 30 per cento delle terre emerse e il 30 per cento degli oceani entro il 2030;
rallentare il tasso di estinzione del 90 per cento;
dimezzare l’introduzione in natura delle specie invasive;
promuovere l’integrità di tutti gli ecosistemi e valorizzare il ruolo degli indigeni nella loro salvaguardia;
eliminare l’inquinamento dovuto alla plastica;
ridurre di due terzi l’utilizzo dei pesticidi;
tagliare 500 miliardi di dollari (oltre 400 miliardi di euro) all’anno di sussidi ad attività dannose per l’ambiente.

Sono necessarie politiche urgenti a livello globale, nazionale e regionale per trasformare i modelli economici, sociali e finanziari affinché i trend che hanno esacerbato la perdita di biodiversità si arrestino entro il 2030 e permettano agli ecosistemi naturali di ristabilirsi nei vent’anni successivi, portando a miglioramenti netti nel 2050.

Elizabeth Maruma Mrema, segretaria esecutiva della Convenzione sulla diversità biologica

È giunta l’ora di cambiare i nostri modelli produttivi

Come accennato sopra, l’agricoltura giocherà un ruolo fondamentale nel raggiungimento di questi obiettivi. Le tecniche di coltivazione tradizionali, così come l’allevamento intensivo, non sono più sostenibili. Il modo in cui produciamo il cibo dovrà necessariamente subire un drastico cambiamento.

“Tra dieci anni ci saranno molti più esseri umani che avranno bisogno di essere nutriti. Quindi la vera sfida non è ridurre la produzione, ma incrementare il risultato senza danneggiare la natura”, chiarisce al quotidiano britannico Guardian Basile van Havre, co-presidente del gruppo di lavoro che ha redatto il documento.

Solo così potremo arrestare quella che gli scienziati hanno definito “sesta estinzione di massa” nella storia del Pianeta, che potrebbe portare alla scomparsa di un milione di specie animali e vegetali a causa delle attività umane. Per questo, il nuovo accordo si inserisce all’interno di un piano più ampio che punta a far sì che l’uomo possa vivere in armonia con la natura entro il 2050.

I trattati internazionali, però, non bastano: i singoli stati devono infatti recepire le direttive e trasformarle in leggi nazionali e regionali. Come spesso accade, le decisioni dall’alto non sono le sole che contano: il cambiamento deve scorrere inarrestabile verso il basso, fino a spingersi al singolo individuo.

fonte: www.lifegate.it

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Okavango, 130.000 elefanti africani in pericolo a causa della ricerca di petrolio

La vita di migliaia di elefanti di savana è in pericolo a causa della ricerca di nuovi pozzi di petrolio nell’area del delta dell’Okavango, tra Namibia e Botswana.








Sono decine di migliaia gli elefanti africani (Loxodonta africana) minacciati dalle ricerche per i pozzi esplorativi del giacimento petrolifero scoperto tra Namibia e Botswana, in Africa, di cui avevamo raccontato qui.

L’area della licenza per il giacimento si estende per più di 34mila chilometri quadrati di terreno di cui circa il 70 per cento si trova in Namibia, il resto in Botswana, e comprende parte dell’area vitale del delta dell’Okavango, uno dei più grandi delta interni del mondo. Il territorio è ricchissimo di flora e fauna, tanto che nel 2014 è entrato a far parte dei siti dell’Unesco. Tra le tante specie che abitano l’area – leoni, ippopotami, giraffe, antilopi, aquile – ci sono anche 130mila elefanti di savana che costituiscono la più grande popolazione di elefanti di savana d’Africa. L’elefante di savana, che insieme all’elefante di foresta costituisce una delle due specie di elefante africano, è a rischio d’estinzione. La popolazione di entrambe le specie ha subìto un forte calo dal 2008 a causa di un aumento significativo del bracconaggio che ha raggiunto il picco nel 2011 ma continua, ancora oggi, a minacciare le popolazioni. Il cambio d’uso del suolo costituisce un’altra minaccia significativa. Inoltre, in alcune parti del Botswana, il conflitto tra elefanti e comunità locali è in aumento poiché la perdita di habitat costringe gli animali ad avvicinarsi sempre di più ai raccolti. Secondo i dati dell’International union for conservation of nature, su un periodo di 31 anni, il numero di elefanti di foresta è diminuito di oltre l’86%, mentre quello degli elefanti di savana è diminuito di almeno il 60% negli ultimi 50 anni.


Il delta di Okavango, Botswana. © Chris Jackson/Getty Images
Una minaccia per la più grande popolazione di elefanti di savana d’Africa

La compagnia che sta esplorando l’area per gas e petrolio è ReconAfrica, una società canadese, quotata in borsa in Canada, Stati Uniti e Germania.

“Meno di 450mila elefanti sopravvivono in Africa, rispetto ai milioni di anni fa: 130mila di questi hanno stabilito questa regione come casa, e i piani illegittimi di ReconAfrica li mettono direttamente a rischio”, ha detto al Guardian Rosemary Alles della Global march for rhinos and elephants. E ha aggiunto: “C’è una profonda ironia qui. Abbiamo centinaia di elefanti che muoiono a causa di una fioritura di alghe causata dal cambiamento climatico, e a pochi chilometri di distanza vogliono iniziare a trivellare per ottenere ancora più petrolio”.

Inoltre, sembra che le vibrazioni emesse durante i lavori d’esplorazione petrolifera disturbano notoriamente gli elefanti, e l’aumento dei lavori di costruzione delle strade e il traffico non solo allontanerebbe gli animali, ma aprirebbe anche la zona ai bracconieri.

“Soprattutto quando hanno dei piccoli, evitano le zone dove c’è un’attività umana, dove c’è rumore e ciò che percepiscono come un pericolo. Questo può allontanarli dalle loro antiche rotte migratorie e avvicinarli ai villaggi e alle aree agricole, portando a più conflitti uomo-elefante”. Secondo gli esperti, dunque, il giacimento potrebbe avere effetti devastanti sugli ecosistemi, sulla fauna selvatica e sulle comunità locali.

Il Delta dell’Okavango, poi, è tra le più frequentate destinazioni per quanto riguarda l’eco turismo. Le trivellazioni hanno il potenziale di risultare in perdite ingenti non soltanto da un punto di vista ecologico, ma anche economico – soprattutto per le comunità locali il cui sostentamento si basa anche sulle entrate fornite dall’eco turismo.

Danni alla biodiversità e all’ecosistema

Il governo namibiano ha fatto sapere che i pozzi esplorativi non sono situati in nessuna “area protetta o sensibile dal punto di vista ambientale e non avranno un impatto significativo sulla nostra fauna selvatica”, secondo quanto riportato dal Guardian. Ma gli scienziati, gli ambientalisti e le comunità locali dicono che il progetto potrebbe mettere in pericolo le forniture d’acqua e minacciare l’enorme area incontaminata del delta dell’Okavango in Botswana.

National Geographic ha riferito che la società, tra l’altro, sta smaltendo le acque reflue senza permessi, secondo un ministro del governo: le perforazioni per il primo pozzo di prova sono iniziate a gennaio e i fluidi di scarto vengono immagazzinati in quello che sembra essere uno stagno non rivestito, dove potrebbero essere assorbiti dal terreno e contaminare la fornitura d’acqua.

Lo stop ai fossili e il riscaldamento globale

Il mese scorso l’Agenzia internazionale per l’energia ha pubblicato il rapporto 2021 nel quale delinea la rotta del settore energetico globale per arrivare allo zero netto di emissioni entro il 2050. Dal rapporto non solo è chiaro che gli impegni dei governi sono ben al di sotto di ciò che è necessario per azzerare le emissioni di gas serra del settore energetico entro il 2050 e mantenere l’aumento della temperatura media globale sotto i 1,5 gradi, ma anche che lo sfruttamento e lo sviluppo di nuovi giacimenti di petrolio e gas, e più in generale di combustibili fossili, deve fermarsi quest’anno se il mondo vuole rimanere entro i limiti di sicurezza posti dalla comunità scientifica. Non esiste più “la necessità” di nuovi investimenti fossili.

Questo giacimento petrolifero è solo la più recente delle minacce per gli elefanti della regione, centinaia dei quali sono morti misteriosamente nell’ultimo anno. Un gruppo di elefanti morti è stato segnalato per la prima volta nel delta dell’Okavango all’inizio di maggio 2020, con 169 individui morti entro la fine del mese. A metà giugno, il numero era più che raddoppiato, con il 70 per cento delle morti intorno alle pozze d’acqua.

Gli scienziati stanno cercando di trovare la causa delle morti, ma credono che possano essere legate ad una quantità crescente di alghe tossiche, i cianobatteri, comparse nelle pozze d’acqua dove gli animali vanno ad abbeverarsi e a lavarsi. Secondo gli esperti, la loro comparsa sarebbe una conseguenza del riscaldamento globale.

In dosi sufficientemente elevate, i cianobatteri possono uccidere i mammiferi interferendo con la capacità del sistema nervoso di inviare segnali in tutto il corpo. Questo può risultare nella paralisi e nell’insufficienza cardiaca o respiratoria. Molti degli elefanti morti in Botswana sono stati visti camminare in cerchio prima di crollare improvvisamente, ha riferito il Guardian.

In un momento in cui la biodiversità è gravemente minacciata dagli effetti della crisi climatica e dalla perdita di habitat, i governi dovrebbero agire con urgenza per tutelare il più possibile le popolazioni, soprattutto le specie che sono più a rischio e quelle aree che sono cruciali per la loro sopravvivenza, proprio come l’Okavango.

fonte: www.lifegate.it

 

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Degrowth Day – Prendersi cura del cambiamento: la nostra decrescita è intersezionale!



Il 5 giugno 2021 si svolge la terza Giornata mondiale della decrescita sul tema della cura. Corinna Dengler e Giacomo D’Alisa approfondiscono la centralità dell’assistenza per la decrescita.

La decrescita è una rivendicazione di attivismo e politica, supportata dalla ricerca accademica, che mira a garantire il benessere umano globale entro i confini planetari. La decrescita problematizza l’interconnessione dei sistemi di dominio come le relazioni sociali di sfruttamento con la natura, il patriarcato, la colonialità / razzismo e le relazioni di classe. Nel tentativo di avventurarsi oltre queste relazioni di potere, costruire futuri alternativi e un sistema ecologicamente sano e socialmente giusto, la decrescita è anti-patriarcale, anticapitalista e decoloniale. Un approccio intersezionale di decrescita femminista prevede una società con differenti relazioni e ruoli di genere, diversa distribuzione del lavoro pagato e non retribuito tra tutti i membri della società, differenti interazioni culturali e anche differenti percorsi co-evolutivi tra specie umana e non umana.

La decrescita è un insieme di discorsi e pratiche che mirano a guidare la trasformazione della società mettendo al centro della visione politica la cura per l’uomo e l’ambiente, nonché la vulnerabilità della vita. Gran parte del lavoro socialmente necessario viene svolto in maniera non retribuita dalle donne, ai margini del lavoro formale. Crescere figli, prendersi cura di malati e anziani e fare i lavori domestici – riassunti come lavoro di cura, lavoro riproduttivo o riproduzione sociale – sono, nel nostro attuale sistema economico, femminizzati, invisibilizzati, svalutati e spesso esternalizzati lungo il nesso di classe-razza-genere . La pandemia Covid-19 ha reso ancora più evidente ciò che le femministe hanno sostenuto a lungo, vale a dire che il lavoro di assistenza – in particolare il lavoro di assistenza diretta che implica una relazione tra un caregiver e un assistente – è il fondamento della nostra economia e società.

Il concetto di cura può essere esteso anche alla cura dell’ambiente. Ad esempio, possiamo considerare il ruolo inestimabile che i lavoratori di sussistenza svolgono nel fornire le condizioni biofisiche per la riproduzione umana, mantenendo così in vita il mondo. È necessario riconoscere l’importanza che il lavoro di cura ha per il benessere delle persone e degli ecosistemi in tutte le società. Questo lavoro non è solo domestico o fornito tramite il mercato o lo stato, ma è anche un lavoro comunitario ed ecologico. Il lavoro di cura si differenzia strutturalmente dalle altre forme di lavoro, perché include una relazione interpersonale tra soggetti ed è quindi intrinsecamente relazionale. La relazione interdipendente tra il caregiver e il curante è solitamente caratterizzata dall’emotività ed è spesso basata su relazioni di potere asimmetriche, dipendenza della persona che riceve l’assistenza e quindi anche vulnerabilità.



Adottando un approccio che comprenda l’intero corso della vita, è fondamentale riconoscere che la dipendenza dall’assistenza non è eccezionale, ma piuttosto un denominatore comune con cui tutte le nostre vite iniziano e con cui in maggioranza finiscono. Durante tutto il corso della vita, ci sono fasi in cui avremo bisogno di ricevere o essere in grado di prestare assistenza. Una vita senza dolore e libera da ogni tipo di obbligo di cura è la promessa del moderno mondo capitalista occidentale, ma questa diventa una realtà solo in casi eccezionali e rari, a costo di sfruttamento sistematico e disuguaglianza. Per gli studiosi-attivisti della decrescita, la materialità del corpo si accompagna alla vulnerabilità immanente di ciò che è vivo e mostra la condizione di interdipendenza ed eco-dipendenza dell’esistenza. In linea con ciò, la vita che i decrescenti si impegnano a sostenere non aspira a essere un’emancipazione chimerica dalla natura, dal corpo e / o dalle interdipendenze attente, come fa il progetto coloniale civilizzatore della modernità capitalista. Ciò implica mettere in discussione i confini di un’epistemologia moderna capitalista che concettualizza un agente sempre autonomo, egoista e razionale come suo attore centrale. Piuttosto, come studiosi-attivisti della decrescita, dovremmo riconoscere che la vita dipende da una miriade di relazioni e interdipendenze, e che gli homines oeconomici e gli eroi solitari non sono altro che una finzione andro e antropocentrica.

Centrare la cura e la sostenibilità della vita è fondamentale non solo per superare la crisi sociale, ecologica, economica e assistenziale che molte persone affrontano, ma per promuovere una transizione ecosociale verso una società post-carbonio. La sostenibilità della vita è promossa da attività collaborative e relazionali necessarie per sostenere la vita nel tempo, comprese le sue dimensioni materiali e simboliche, le forme di vita umana e non umana e la loro interdipendenza. Questo è il motivo per cui la cura è il principale comune per istituire una società della decrescita che vuole sostenere la vita. In questo contesto, la Giornata mondiale della decrescita di quest’anno proclama: La cura è fondamentale per il futuro della decrescita che prevediamo, e nella cura del cambiamento, la nostra decrescita è intersezionale!

fonte: www.decrescitafelice.it/


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EEA: soluzioni basate sulla natura per combattere i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità

Lavorare con la natura può aiutare a prevenire i peggiori impatti del cambiamento climatico e la perdita di biodiversità e di ecosistemi

















Il cambiamento climatico e la perdita di biodiversità e dei servizi ecosistemici rappresentano una minaccia globale per la società umana. Lavorare con la natura per usare i processi naturali per ridurre il rischio di pericoli naturali legati al cambiamento del clima è la chiave per progettare e implementare un'efficiente lotta al cambiamento climatico (CCA) e la riduzione del rischio di disastri (DRR).

Le soluzioni basate sulla natura (NbS) riconoscono questo valore chiave della natura e proteggono e ripristinano in modo sostenibile gli ecosistemi per ridurre la perdita di biodiversità e la degradazione degli ecosistemi, aumentando nel contempo la resilienza della società agli agli impatti del cambiamento climatico.

La scienza e la politica hanno cominciato a riconoscere il potenziale delle soluzioni basate sulla natura e la conoscenza si sta espandendo rapidamente, identificando lacune e prospettando piani per colmarle, tuttavia, le sfide per l'implementazione di tutto ciò rimane a livello locale, come dimostrato dai casi studio riportati in questo rapporto dell’Agenzia Europea per l’Ambiente.

Il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità e il degrado degli ecosistemi sono interdipendenti e pongono sfide significative alla nostra società in quanto minacciano la stabilità economica e sociale, la salute pubblica e il benessere.

Il Forum economico mondiale considera gli eventi estremi legati al tempo e al clima insieme alla perdita di biodiversità tra i cinque rischi globali che saremo chiamati ad affrontare nel prossimo futuro. Combattere il cambiamento climatico e prevenire il degrado degli ecosistemi e la perdita di biodiversità, che sono strettamente dipendenti l’uno dall’altro, richiede una maggiore coerenza nelle agende politiche e nelle singole azioni.

Tali soluzioni riducono le vulnerabilità sociali e ambientali e possono portare molteplici benefici come:
la mitigazione del cambiamento climatico,
il miglioramento della salute,
il benessere umano,
la creazione di posti di lavoro,
le opportunità commerciali.

Questo rapporto mostra come le soluzioni basate sulla natura siano sempre più integrate nei quadri politici globali e comunitari che sono rilevanti per la resilienza al cambiamento climatico, per la conservazione e il ripristino della biodiversità.

Nel capitolo 2, infatti, si prendono in esame proprio i quadri politici globali e quelli dell’UE, valutando se, in essi, vi siano riferimenti alle varie soluzioni basate sulla natura come strumenti per l'adattamento al cambiamento climatico (CCA) e la riduzione del rischio di disastri (DRR). In particolare vengono esaminate 7 politiche internazionali e 15 politiche dell'UE.

I quadri politici globali e dell'UE, analizzati in questo studio, mostrano vari livelli di sostegno alle soluzioni basate sulla natura per la lotta al cambiamento climatico e la riduzione del rischio di disastri.

Su scala globale, le parti che hanno aderito alla Convenzione sulla Diversità Biologica hanno adottato linee guida volontarie tesi ad adottare approcci basati sugli ecosistemi. Molto importante a livello globale è l'agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

A livello europeo, l'European Green Deal risulta fondamentale per promuovere ulteriormente le soluzioni basate sulla natura, da applicarsi in diversi settori, aree tematiche e politiche. Lo stesso si può dire per la nuova strategia dell'UE sulla biodiversità per il 2030, che include, tra gli obiettivi, un piano di ripristino naturale anche attraverso l’adozione di soluzioni rigenerative basate sulla natura. Inoltre, la Commissione europea ha lanciato una nuova strategia sull'adattamento al cambiamento climatico, all'inizio del 2021, dove, anche in questo caso, sono previste soluzioni basate sulla natura.

Nel capitolo 3 del rapporto, invece, si analizzano le evidenze scientifiche delle soluzioni basate sulla natura per l'adattamento al cambiamento climatico e la riduzione del rischio di catastrofi.
A questo proposito è stata realizzata una revisione della letteratura scientifica per analizzare le opzioni chiave in grado di rappresentare le migliori soluzioni, evidenziare i molteplici benefici, così come i punti di compromesso e le limitazioni per i settori rilevanti in Europa (acqua, foreste e forestali, agricoltura, aree urbane e costiere).

Questa analisi conferma che l'approccio alle soluzioni basate sulla natura costituisce un'opzione socio-economica valida ed efficace, aumentando la resilienza al cambiamento climatico e fornendo molti benefici per la società. L'ulteriore implementazione di queste soluzioni, però, deve essere accompagnata dallo sviluppo di standard tecnici, da modelli di amministrazione di tipo collaborativo, dallo sviluppo di capacità e da finanziamenti sufficienti.

Nel capitolo 4 illustra come i settori e le aree tematiche rilevanti, come la gestione delle acque, le foreste, l'agricoltura (compresa l'agrosilvicoltura), le aree urbane, le aree costiere e quelle montane, affrontano varie sfide usando soluzioni basate sulla natura per l'adattamento al cambiamento climatico e la riduzione del rischio di disastri.

Il report prende in esame quasi 100 casi europei, che hanno coinvolto 107 località, in cui sono state adottate soluzioni basate sulla natura.

Il capitolo in questione fornisce una panoramica dei metodi applicati, delle misure attuate, delle caratteristiche innovative dei progetti e delle più ampie applicazioni dei risultati e delle lezioni apprese. Emerge con chiarezza che l'efficacia delle soluzioni basate sulla natura dipende fortemente dal contesto locale, dove molta importanza ricoprono gli stakeholder (portatori di interessi) locali, che devono essere coinvolti dalla fase di pianificazione e progettazione, cruciale per assicurare l'accettazione sociale, la piena realizzazione dei benefici delle soluzioni basate sulla natura.

L'analisi mette in evidenza che la progettazione delle soluzioni basate sulla natura dovrebbe basarsi su studi lungimiranti che riguardino sia gli impatti del cambiamento climatico che quelli socio-economici, includendo valutazioni, analisi multi-criteri e soluzioni di compromesso. Come sempre, standard concordati, obiettivi quantitativi e indicatori misurabili sono la chiave per monitorare e valutare i progressi, nonché l'efficacia e il ritorno dell'investimento delle soluzioni basate sulla natura.

Il capitolo 5 introduce e discute brevemente alcuni strumenti economici, strumenti economici, finanziari e di innovazione aziendale che favoriscono l'adozione di soluzioni basate sulla natura (NbS). Questi includono
incentivi o disincentivi,
schemi ambientali negoziabili,
schemi innovativi di finanziamento del rischio,
investimenti verdi.

I servizi ecosistemici hanno un valore economico nel contesto della riduzione del rischio di catastrofi naturali e dell'adattamento ai cambiamenti climatici anche se non viene pagato un prezzo per la loro fornitura e/o mantenimento.

Il rapporto si conclude evidenziando come ci siano ampie opportunità, in tutta Europa, per integrare le soluzioni basate sulla natura in diversi settori, sostenendo il cambiamento trasformativo necessario per affrontare le sfide interdipendenti del clima e della biodiversità.

Per approfondimenti leggi il report Nature-based solutions in Europe

fonte: www.arpat.toscana.it


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Spazi verdi in città e benessere dell'infanzia

Una corretta pianificazione del verde costituisce una strategia di mitigazione da promuovere nelle nostre città, per renderle così più sane e sostenibili




Numerose ricerche hanno permesso di quantificare il beneficio ambientale che la vegetazione, con le sue diverse tipologie, offre alle nostre città, dalla rimozione di inquinanti atmosferici come PM10 e ozono (si veda la scheda RIAS Verde urbano e miglioramento della qualità dell'aria) alla mitigazione dell'isola di calore. Per questo è ormai riconosciuta come fondamentale la valorizzazione della rete di infrastrutture verdi nelle aree urbane; citiamo a titolo di esempio il modello delle green city che le inserisce tra gli obiettivi strategici della rigenerazione urbana e le indicazioni di ANCI che nel suo documento sulle linee guida per il Recovery Fund le definisce essenziali per un futuro più resiliente delle città.

Vale la pena ricordare qui il progetto Forestami, promosso tra gli altri dal Comune di Milano, che prevede la messa a dimora di 3 milioni di alberi entro il 2030, per pulire l’aria, migliorare la vita della città e contrastare gli effetti del cambiamento climatico. In Toscana, la Regione, in linea con quanto stabilito nel suo Piano regionale per la qualità dell’aria, ha destinato ai Comuni che presentano maggiore criticità dal punto di vista dell’inquinamento atmosferico un bando che finanzia interventi di piantumazione di specie arboree e arbustive in ambito urbano.



La valorizzazione delle aree verdi è finalizzata al raggiungimento dello sviluppo sostenibile delle città, in linea anche con l’obiettivo 11 dell’Agenda 2030 “Rendere le città e gli insediamenti umani inclusivi, sicuri, duraturi e sostenibili”, e naturalmente del benessere e della salute dei cittadini che vi abitano.

Su quest’ultimo aspetto vale la pena soffermarci su una determinata fascia di popolazione, ovvero i bambini, che crescono sempre più in contesti urbani esposti a diversi fattori di rischio ambientale, subendone spesso il carico maggiore, insieme ad altre categorie fragili.

Ci piace citare a questo proposito il manifesto per “I diritti naturali dei bambini e delle bambine”, in cui l’educatore Gianfranco Zavalloni, alcuni anni fa, enucleava 10 concetti che ci possono far comprendere quanto le nostre città siano attualmente poco “adatte” al benessere dei bambini, siano cioè poco rispettose del loro bisogno di spazi aperti e natura:
Il diritto all’ozio, a vivere momenti di tempo non programmato dagli adulti
Il diritto a sporcarsi, a giocare con la sabbia, la terra, l'erba, le foglie, l'acqua, i sassi, i rametti
Il diritto agli odori, a percepirne il gusto, riconoscere i profumi offerti dalla natura
Il diritto al dialogo, ad ascoltatore e poter prendere la parola, interloquire e dialogare
Il diritto all’uso delle mani, a piantare chiodi, segare e raspare legni, scartavetrare, incollare, plasmare la creta, legare corde, accendere un fuoco
Il diritto ad un buon inizio, a mangiare cibi sani fin dalla nascita, bere acqua pulita e respirare aria pura,
Il diritto alla strada, a giocare in piazza liberamente, a camminare per le strade
Il diritto al selvaggio, a costruire un rifugio-gioco nei boschetti, ad avere canneti in cui nascondersi, alberi su cui arrampicarsi
Il diritto al silenzio, ad ascoltare il soffio del vento, il canto degli uccelli, il gorgogliare dell'acqua
Il diritto alle sfumature, a vedere il sorgere del sole e il suo tramonto, ad ammirare, nella notte, la luna e le stelle






















Ma perché la vita all’aperto, a contatto con la natura, aiuterebbe il benessere dei bambini anche e soprattutto nelle nostre città? La risposta, che WWF ci riassume nel suo decalogo “10 cose che non sai”, ovvero i benefici della natura sui bambini (vedi infografica a fianco che è possibile ingrandire), ci giunge da numerosi studi e sperimentazioni, come quella svolta in Inghilterra e raccontata nel report di Wildlife Trust Children and Nature: dopo aver trascorso del tempo in ambiente naturale, il 90% dei bambini partecipanti allo studio ha detto di aver imparato qualcosa di nuovo sulla natura, l’84% si ritiene capace di cose nuove, il 79% si è sentito più sicuro di sé. Ecco perché secondo Wildlife Trust, i bambini dovrebbero passare almeno un’ora al giorno imparando e giocando nella natura, per migliorare il loro benessere e la loro autostima.

Di quanto il contatto con l’ambiente naturale sia un fattore importante per il benessere psicofisico del bambino si è parlato in occasione di uno degli incontri del ciclo Mobilityamoci, dedicato alla mobilità scolastica sostenibile. Nel promuovere una mobilità attiva nei percorsi casa-scuola, è stata infatti citata la teoria del “restauro dell’attenzione” secondo cui l’ambiente aperto avrebbe un effetto positivo, riparatore, sulle capacità attentive del bambino, consentendo di prevenire e/o curare stati di stress o irritabilità: trascorrere del tempo in prossimità delle aree verdi cattura infatti l’attenzione spontanea, permettendo all’attenzione diretta di "riposare" e quindi "ripristinarsi".

In linea con questo aspetto riparatore delle aree verdi, ricordiamo il cosiddetto “disturbo pediatrico da deficit di natura”, definito per la prima volta da Richard Louv, giornalista e scrittore americano, nel 2005 e poi studiato e osservato da medici e ricercatori, che coinvolge proprio i bambini che vivono in agglomerati urbani e che non hanno contatti frequenti con ambienti verdi. Secondo questa teoria, stare in mezzo alla natura aiuterebbe a muoversi e socializzare in modo diretto e autentico, favorendo l’attività sportiva e la buona salute psicofisica, e la vegetazione, anche quella cittadina, migliorerebbe le qualità dell’aria respirata e anche solo la visione di un paesaggio verde costituirebbe un’immagine positiva a livello mentale.

















Per questa fascia di età, i benefici provenienti dal verde urbano possono toccare altre importanti sfere, come ad esempio lo sviluppo cognitivo. L'esposizione al verde e i suoi effetti benefici su diversi aspetti cognitivi e comportamentali sono stati analizzati attraverso alcuni studi di coorte, come quello condotto in Belgio, che ha mostrato come lo spazio verde residenziale possa essere utile per lo sviluppo intellettuale e comportamentale dei bambini che vivono nelle aree urbane, o quello svolto a Roma dal Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale, che ha associato l’esposizione al verde urbano ad un miglioramento nelle performance dei test riguardanti attenzione, concentrazione e ragionamento aritmetico.

Uno dei focus del progetto I primi 1000 giorni, finalizzato a capire in che modo l’ambiente e l’esposizione ad agenti inquinanti influiscano sui primi 1000 giorni del bambino, riguarda proprio il verde urbano, che, come abbiamo già accennato, svolge un ruolo importante di mitigazione nell’ambiente urbano, esercita un’azione di controllo della temperatura, della pioggia che cade al suolo e fornisce una barriera contro il rumore e l’inquinamento atmosferico.






















Il progetto intende dunque promuovere la corretta gestione e manutenzione del verde come misura di mitigazione da implementare, anche nelle scuole. Mettere a disposizione infatti dei cittadini, soprattutto giovanissimi, spazi per l’attività fisica e ricreativa, percorsi per spostarsi a piedi o in bicicletta, stimola la crescita della sensibilità ambientale e favorisce i contatti sociali. La mancata gestione e manutenzione del verde urbano, anche negli spazi scolastici, tra l’altro, può essere anche associata ad una maggiore prevalenza di piante allergizzanti, con effetti negativi nei soggetti più sensibili con asma o allergia, anche per la possibile interazione tra pollini e inquinamento atmosferico.

Chiudiamo richiamando con piacere alcuni dei consigli che il progetto I primi 1000 giorni propone sul suo sito Web, finalizzati a proteggere la salute dei bambini dai fattori di rischio ambientali:
Programmare attività fisica dei bambini in spazi verdi
Ricordare che il gioco con gli altri bambini in aree verdi favorisce anche la socializzazione e lo sviluppo psico-fisico
Limitare la frequentazione di parchi/giardini per bambini che sono affetti da patologie allergiche durante i periodi di fioritura.
In estate evitare attività all’aria aperta dalle 12 alle 18, quando i livelli di ozono sono più elevati.

fonte: www.arpat.toscana.it/

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Il valore della natura. Presentato il quarto Rapporto sullo stato del capitale naturale in Italia

 










È stato presentato in videoconferenza, alla presenza del ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani, il “Quarto Rapporto sullo stato del capitale naturale in Italia” che, dopo l'approvazione, sarà trasmesso al presidente del Consiglio e al ministro dell’Economia. Alla riunione plenaria del Comitato per il capitale naturale sono intervenuti tra gli altri, oltre al direttore generale del Mite per il patrimonio naturalistico Antonio Maturani, il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità sostenibili Enrico Giovannini, il ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli, il ministro del Turismo Massimo Garavaglia, la viceministra all’Economia Laura Castelli, la sottosegretaria al Lavoro Rossella Accoto, la sottosegretaria al Sud Dalila Nesci e il direttore generale dell'Ispra Stefano Laporta.

Il Rapporto è stato predisposto tra novembre 2020 e marzo 2021. La necessità di preservare e ripristinare il capitale naturale per garantire una ripresa duratura è riconosciuta dall’Agenda Onu per lo sviluppo sostenibile e dal Green Deal europeo. Nell’impostare questa quarta edizione, gli esperti hanno concordato sull’importanza strategica di tenere in considerazione ciò nell’ambito della transizione economica prevista dal programma integrato del Next Generation EU, da sviluppare attraverso un Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che dedichi il 37% delle risorse alla biodiversità, ad azioni per il clima e all’adattamento ai cambiamenti climatici, anche in virtù dei nuovi impegni comunitari derivanti dalla Strategia europea per la biodiversità al 2030 e alla Strategia “Farm to Fork” per una migliore sostenibilità ecologica di tutta la filiera agroalimentare.

“La nostra deve essere la prima generazione capace di lasciare i sistemi naturali e la biodiversità dell’Italia in uno stato migliore di quello che abbiamo ereditato - sostiene la “vision” del comitato. - Per questo si suggerisce che il Pnrr, costituendo una straordinaria occasione per il necessario cambio di rotta, includa una grande “opera pubblica” di ripristino degli ambienti terrestri e marini attraverso la creazione di infrastrutture verdi e soluzioni basate sulla natura, rispondendo altresì all’impegno delineato dal decennio delle Nazioni Unite sull’“Ecosystem Restoration” 2021-2030 e consentendo di affrontare l’adattamento ai cambiamenti climatici.
Proprio sulle azioni prioritarie del Pnrr si è soffermato nel suo intervento il ministro Cingolani, che ha sottolineato quanto sia fondamentale puntare sulla riforestazione, sul miglioramento delle aree fluviali, sui programmi per i parchi e il mare, sulla riconnessione degli ecosistemi, sul turismo verde, sul monitoraggio del capitale naturale, includendo la decarbonizzazione, la circular economy, lo stop al consumo di suolo, il recupero delle aree degradate, le infrastrutture idriche, la mobilità urbana, senza dimenticare la pianificazione delle risorse. “Ho osservato con soddisfazione – ha affermato il ministro – che l'impostazione del Quarto Rapporto sullo stato del capitale naturale è allineata con il Recovery Plan, pur essendo nata precedentemente. È una buona notizia: vuol dire che stiamo quindi lavorando, tutti insieme, nella giusta direzione".

fonte: www.e-gazette.it


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Il Wwf lancia una nuova campagna, 10 anni per rigenerare la natura italiana

Si chiama ‘ReNature Italy’. E’ un grande progetto per la natura del nostro Paese in un’ottica ambiziosa sulle cose da fare da qui al 2030. Quattro le parole chiave: connessione, ripristino, protezione, e ritorno in natura di specie importanti









L’Italia ha 10 anni di tempo per rigenerare la sua natura, e ricomporre il suo grande mosaico di biodiversità. Questo lo spirito con cui il Wwf lancia una nuova campagna, ‘ReNature Italy‘; si tratta di un grande progetto per la natura del nostro Paese che tiene insieme la visione ambiziosa su come dovremo trasformare l’Italia di qui al 2030. Sono quattro i capisaldi e le parole chiave: connessione, ripristino, protezione e rewild, cioè il ritorno in natura di specie importanti.

Secondo  Alessandra Prampolini, direttore di Wwf Italia, “in un momento in cui abbiamo la possibilità di tradurre in azione quello che ci ha insegnato la pandemia, ovvero che gli ecosistemi naturali sono cruciali per il nostro benessere e le nostre vite, dobbiamo fare il possibile per ridare spazio alla natura, ricostruendo quello che abbiamo distrutto. Il nostro messaggio è semplice: dobbiamo rigenerare l’Italia, passando da un sistema ‘nature negative’ ad una sfida ‘nature positive’”.

La campagna ‘ReNature Italy’ è la risposta concreta agli allarmi sulla perdita di biodiversità a livello globale e nazionale: una specie su due di vertebrati in Italia è minacciata d’estinzione, l’86% degli habitat europei è in cattivo stato di conservazione, perdiamo ogni giorno 16 ettari di territorio naturale sotto la pressione di cemento e degrado. Suolo fertile, ecosistemi con i loro servizi, piccoli e grandi habitat vengono trasformati e distrutti – osserva il Wwf – centinaia di tessere naturali si perdono quotidianamente, e silenziosamente, in ogni angolo del paese, e si erodono poco per volta le connessioni vitali di un ecosistema sempre piu’ fragile e il nostro capitale di natura.

La prima richiesta che viene rivolta alle istituzioni dal Wwf è quella di riportare al centro della politica il ruolo della natura, dedicando fondi significativi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) alla conservazione e al ripristino della natura. In questo modo si potrebbe cogliere la sfida della Strategia europea per la biodiversità e avviare la nuova Strategia nazionale per la Biodiversità al 2030.

Il grande progetto ‘ReNature Italy’ permetterà di migliorare l’efficacia delle aree protette esistenti, arrivando a proteggere il 30% di territorio nazionale, con un 10% tutelato integralmente, e mettendo in sicurezza tutte le foreste vetuste e più naturali d’Italia. Bisognerà ricostruire e completare la rete ecologica nazionale puntando su tre grandi corridoi ecologici principali – alpino, appenninico e della valle del Po – capaci di connettere le aree protette e sostenere la biodiversità anche a fronte degli impatti dei cambiamenti climatici e custodire il capitale naturale. Un salto di qualità è possibile soprattutto rigenerando almeno il 15% del territorio nazionale, rinaturando almeno 1.600 chilometri di fiumi, a cui negli ultimi 50 anni abbiamo tolto circa 2mila chilometri quadrati di spazio vitale, e rigenerando la natura in almeno il 10% della superficie agricola, soprattutto per gli impollinatori.

“Nessun Recovery fund ci traghetterà fuori dalla crisi in maniera duratura se non affrontiamo le radici dei problemi che stiamo vivendo, tra cui la distruzione della natura gioca un ruolo prominente – continua il Wwf – capitale naturale, biodiversità, servizi degli ecosistemi, devono entrare nei fatti e concretamente nei fondi per la ripresa e la resilienza. Cogliamo questo momento del nostro Paese, oggi abbiamo l’opportunità di ripensare il nostro modello di sviluppo anche grazie ai fondi e investimenti che nascono come Next Generation EU”. Ed è nella “profonda revisione” del Pnrr promessa dal governo Draghi che sarà possibile costruire un’occasione per delineare il futuro dell’Italia.

fonte: www.rinnovabili.it


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Programma LIFE. L'UE investe 121 milioni in progetti per ambiente, natura e azione per il clima. L’Italia presenta un solo progetto

Sono dodici i progetti avviati in diversi Paesi che riguarderanno natura, qualità dell’acqua gestione rifiuti e decarbonizzazione. In Italia, l’Umbria punterà sulla conservazione dei suoi habitat e della sua fauna












La Commissione europea ha annunciato investimenti per 121 milioni di € in nuovi progetti integrati nell'ambito del programma LIFE per l'ambiente e l'azione per il clima. Questa somma – aumentata del 20 % rispetto allo scorso anno – stimolerà la ripresa verde e aiuterà Belgio, Germania, Irlanda, Francia, Ungheria, Italia, Lettonia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo e Slovacchia a raggiungere i loro obiettivi ambientali. Si prevede che nei progetti integrati confluiranno ingenti fondi supplementari: gli Stati membri potranno quindi contare anche su altre fonti di finanziamento dell'UE, compresi i fondi agricoli, strutturali, regionali e per la ricerca, oltre ai fondi nazionali e agli investimenti del settore privato.

I nuovi finanziamenti LIFE, più cospicui, sosterranno 12 progetti su larga scala connessi all'ambiente e al clima in undici Stati membri. I progetti integrati migliorano la qualità della vita dei cittadini aiutando gli Stati membri a conformarsi alla normativa dell'UE in sei settori: natura, acqua, aria, rifiuti, mitigazione dei cambiamenti climatici e adattamento ai cambiamenti climatici. Sostengono i piani necessari per attuare la legislazione in materia di ambiente e clima in modo coordinato e su vasta scala territoriale. Gli investimenti annunciati nel quadro del programma LIFE saranno in grado di mobilitare importanti finanziamenti complementari provenienti da altre fonti UE, compresi i fondi agricoli, regionali e strutturali e Orizzonte 2020, oltre ai contributi di attori nazionali e regionali e di investitori privati.

Cosa prevedono i progetti
Conservazione della natura: cinque progetti naturalistici in Lettonia, Slovacchia, Italia, Paesi Bassi e Germania favoriranno il ripristino degli ecosistemi naturali, in linea con la strategia dell'UE sulla biodiversità per il 2030, migliorando la gestione della rete Natura 2000 e i collegamenti fra aree protette. Ne beneficeranno vari habitat e specie, tra cui foreste, fiumi, terreni agricoli, pascoli, torbiere, specie acquatiche e avicole. Acqua: un progetto introdurrà misure per migliorare la qualità dell'acqua nella regione francese dei Paesi della Loira, mentre un altro contribuirà a ripulire il bacino idrografico del fiume Pilica, in Polonia, attraverso azioni pilota incentrare sulle infrastrutture blu e verdi e altre iniziative, il tutto a sostegno della direttiva quadro dell'UE sulle acque. Gestione dei rifiuti: un progetto belga ridurrà i rifiuti di plastica promuovendo la sostenibilità – dal miglioramento della durata di vita dei prodotti alla prevenzione, al riutilizzo e al riciclaggio dei rifiuti – nell'intento di sostenere il piano d'azione dell'UE per l'economia circolare.
Mitigazione dei cambiamenti climatici: un progetto affronterà la dipendenza dell'Ungheria dalla lignite, sfruttando i finanziamenti LIFE per aiutare le autorità a decarbonizzare progressivamente la centrale elettrica di Mátra mediante la sostituzione dei generatori alimentati a lignite con soluzioni tecnologiche a basse emissioni di carbonio. Il programma LIFE favorirà anche l'attuazione del piano d'azione regionale per il clima e l'energia nella regione polacca di Małopolska al fine di garantire una transizione giusta. Infine, un progetto in Irlanda ripristinerà circa 10.000 ettari di torbiere, che vantano grandi capacità di stoccaggio del carbonio: si tratta di una superficie equivalente all'incirca a quella della città di Dublino. Adattamento ai cambiamenti climatici: i fondi del programma LIFE aiuteranno l'arcipelago portoghese delle Azzorre a diventare più resiliente ai cambiamenti climatici. Il gruppo responsabile del progetto contribuirà infatti ad attuare il programma regionale di adattamento ai cambiamenti climatici sulle nove isole. I progetti sono illustrati nell'allegato del presente comunicato stampa.

Il progetto italiano
In Umbria sono presenti 102 siti Natura 2000 con una superficie complessiva di circa 140 000 ettari, approssimativamente venti volte le dimensioni di San Marino. La regione dispone già di un piano strategico, frutto di un precedente progetto LIFE, che definisce le misure necessarie per gestire la rete Natura 2000: è proprio attuando queste misure che la Regione Umbria, capofila del progetto https://ec.europa.eu/environment/lif...
, mira a conseguire gli obiettivi di conservazione fissati dall'UE nella direttiva Habitat e nella direttiva Uccelli. Le attività includeranno l'armonizzazione della legislazione regionale in materia di protezione della natura e il miglioramento dello stato di conservazione di vari habitat e specie.

Le dichiarazioni
"Per realizzare il Green Deal europeo – dice Frans Timmermans, Vicepresidente esecutivo della Commissione europea - dobbiamo iniziare a mobilitare le risorse senza precedenti messe a disposizione per la transizione verde in Europa dal bilancio a lungo termine dell'UE e dal fondo per la ripresa. I progetti integrati LIFE promuovono interventi concreti che contribuiscono a proteggere l'ambiente, ripristinare la natura e rafforzare la biodiversità. Con questi investimenti aiutiamo paesi e regioni a reagire alle crisi sul fronte del clima e della biodiversità e a costruire un futuro giusto e sostenibile."
Il Commissario responsabile per l'Ambiente, gli oceani e la pesca, Virginijus Sinkevičius, ha aggiunto: "Sono impaziente di vedere come questo nuovo investimento contribuirà a rendere più verde l'economia, a dare nuovo vigore alla natura e alla biodiversità e a migliorare la resilienza di questi 11 paesi di fronte ai cambiamenti climatici. I progetti integrati LIFE permettono agli Stati membri di introdurre veri cambiamenti a favore dell'ambiente e della vita delle persone: rispetto ai progetti LIFE tradizionali rendono infatti disponibili ben più fondi e capacità da destinare a strategie a lungo termine."

Il programma LIFE è lo strumento finanziario dell'UE per l'ambiente e l'azione per il clima. Attivo dal 1992, ha cofinanziato più di 5 500 progetti nell'UE e oltre; il numero di progetti in corso si attesta costantemente sui 1 100. La dotazione per il periodo 2014-2020 era pari a 3,4 miliardi di € a prezzi correnti, mentre l'accordo politico sul bilancio a lungo termine dell'UE per il periodo 2021-2027 prevede una dotazione di 5,4 miliardi di € a prezzi correnti, con un aumento di quasi il 60 %.

LINK https://ec.europa.eu/commission/pres...

fonte: www.e-gazette.it/

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Salvare la biodiversità significa salvare l’economia. Lo dice uno degli studi più importanti mai condotti sul tema

Includere la natura nel calcolo del pil, retribuire gli stati che tutelano gli ecosistemi. A proporlo è l’analisi sull’economia della biodiversità voluta dal governo britannico

“La natura è la nostra casa. Una buona economia ci richiede di gestirla meglio”. Parola di Partha Dasgupta, professore emerito di economia all’università di Cambridge. A lui il dipartimento del Tesoro britannico ha affidato il compito di passare al vaglio la letteratura scientifica sull’economia della biodiversità. È la prima volta in cui un ministero delle Finanze assegna un incarico simile. Al termine di un anno e mezzo di lavoro, con il supporto di una commissione di 18 esperti, il risultato è la cosiddetta Dasgupta review. Più di 600 pagine, fitte di grafici, tabelle e riferimenti bibliografici, che giungono a una conclusione molto chiara: dobbiamo rivoluzionare il modo in cui pensiamo, agiamo e misuriamo il successo economico, a beneficio della natura e della nostra stessa prosperità. E dobbiamo farlo in fretta, prima che sia troppo tardi.

In tutto il mondo il numero di insetti è in drammatico declino, con un tasso di estinzione otto volte più rapido di quello dei vertebrati © Sean Gallup/Getty Images

Non esiste prosperità economica senza un equilibrio con la natura

“Una crescita economica davvero sostenibile significa riconoscere che la nostra prosperità nel lungo termine fa perno sulla capacità di trovare un equilibrio tra la nostra domanda di beni e servizi naturali e la capacità da parte della natura di offrirli. Significa anche tener pienamente conto di qualsiasi impatto derivante dalle nostre interazioni con la natura, a ogni livello della società. La Covid-19 ci ha mostrato cosa può accadere quando non lo facciamo”, dichiara Partha Dasgupta tramite una nota.

Era giunto a conclusioni simili la Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi (Ipbes), organismo intergovernativo indipendente accreditato dalle Nazioni Unite. Nel suo Global assessment pubblicato nel 2019 aveva infatti messo nero su bianco che “la biosfera, da cui dipende l’umanità nel suo insieme, subisce alterazioni di dimensioni inaudite”. E “il declino della biodiversità procede a ritmi più rapidi di quelli raggiunti in qualsiasi altra epoca della storia umana”. Qualche esempio? La degradazione del suolo ha ridotto la produttività del 23 per cento dei terreni. La scomparsa degli insetti impollinatori, compromettendo la produzione agricola, potrebbe tradursi in perdite monetarie annue comprese tra i 235 e i 577 miliardi di dollari. Circa un milione di specie animali e vegetali rischia l’estinzione.


Le proposte concrete per un’economia della biodiversità

Oltre a scattare una fotografia dell’allarmante situazione in cui ci troviamo, il report sull’economia della biodiversità suggerisce alcune soluzioni.

Per soddisfare le esigenze di una popolazione globale in crescita senza forzare i limiti del nostro Pianeta, innanzitutto, bisogna tutelare il capitale naturale – per esempio stabilendo altre aree protette o investendo nelle cosiddette nature-based solutions, soluzioni basate sulla natura – e cercare di riparare i danni fatti finora. “Nell’ambito dei pacchetti di stimoli fiscali a seguito della Covid-19, gli investimenti nel capitale naturale hanno il potenziale per assicurare un ritorno in tempi rapidi”, si legge nello studio.

L’analisi entra anche nel merito di una questione ampiamente dibattuta: qual è la metrica più affidabile per misurare la crescita economica? Il pil è utile, sostiene lo studio, ma troppo lacunoso. Se gli stati vogliono dotarsi degli strumenti giusti per delineare le proprie politiche economiche, devono introdurre anche le risorse della natura nei loro sistemi contabili.

Infine bisogna ricucire una frattura. Quella per cui le comunità locali custodiscono conoscenze preziose sugli ecosistemi, ma a tenere le redini dei processi decisionali sono le autorità nazionali e internazionali, oppure le filiere produttive dell’industria. Quando gli ecosistemi sono entro i confini nazionali, come nel caso delle foreste tropicali, gli stati devono essere retribuiti perché li custodiscono per il bene di tutti. Quando invece ricadono in zone extraterritoriali, come nel caso degli oceani, bisogna imporre tariffe per il loro sfruttamento commerciale (che va proibito nelle zone troppo delicate a livello ambientale). Cambiamenti rilevanti, sottolinea lo studio, che diventano possibili solo se alla base c’è un profondo ripensamento del nostro sistema educativo e finanziario.

fonte: www.lifegate.it


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