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Il rinascimento della plastica aggrava la crisi climatica


Andriy Onufriyenko, Getty Images

Qualche anno fa un ricercatore dell’US Geological Survey (Usgs, l’agenzia federale statunitense che si occupa di risorse naturali e del rischio geologico) stava analizzando alcuni campioni d’acqua piovana raccolta sulle Montagne Rocciose. L’ultima cosa che pensava di trovare erano delle microplastiche. “Sta piovendo plastica”, ha scritto Gregory Wetherbee insieme a due colleghi.

Altri scienziati, in Europa, hanno scoperto che cadono, ogni giorno, circa 365 particelle di microplastica per metro quadrato sui Pirenei, nel sud della Francia. I ricercatori hanno trovato plastica ovunque, negli oceani, nell’aria, negli stomaci degli animali marini, persino nella placenta umana. Uno studio pubblicato sulla rivista Environmental Science and Technology, stima che gli esseri umani consumino decine di migliaia di particelle microplastiche all’anno. Secondo gli statunitensi, le stime si aggirano tra le 39mila e le 52mila particelle microplastiche all’anno. Questi numeri aumentano a 74mila e 121mila quando si considera anche l’assorbimento tramite inalazione. Ulteriori 90mila particelle microplastiche all’anno sono da considerare se si consuma acqua in bottiglia. Possiamo ingerirle mangiando pesce, respirarle nell’aria, assorbirle da cibi e bevande che sono state a contatto con imballaggi. Ma da dove viene la plastica?

“Oggi il 99 per cento della plastica prodotta deriva dalla raffinazione di gas e petrolio, ovvero gli stessi materiali il cui sfruttamento ha determinato la crisi climatica”, ha detto Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia.

Un problema complesso

Il rapporto
The plastic waste makers index (indice dei produttori di rifiuti plastici) afferma che solo venti aziende sono fonte di più della metà di tutti i prodotti di plastica usa e getta. La statunitense ExxonMobil – tra le principali emittrici di CO2 al mondo – è la maggiore produttrice di plastica monouso, dice il rapporto, seguita dalla Dow, dalla Sinopec, dall’Indorama Ventures, dalla Saudi Aramco, dalla PetroChina e altre aziende. Il rapporto ha analizzato la catena di approvvigionamento della plastica per collegare i rifiuti di plastica monouso alle aziende che per prime producono i polimeri, “i mattoni” di tutte le materie plastiche, e a chi le finanzia.

La questione della plastica è un problema complesso, ma la ricerca ha rivelato che, in realtà, sono solo poche aziende a rappresentare la maggior parte della produzione mondiale di polimeri destinati a finire tra i rifiuti di plastica monouso. Secondo lo stesso studio, i grandi investitori globali e le banche “stanno agevolando la crisi della plastica monouso”. Si stima che venti delle più grandi banche al mondo, tra cui la Barclays, l’Hsbc e ka Bank of America, abbiano prestato quasi trenta miliardi di dollari alla produzione di polimeri di plastica monouso dal 2011.

La produzione di plastica si basa in parte su un componente del gas naturale chiamato etano, rilasciato durante il fracking

Alla sua radice, quindi, la crisi globale della plastica è il risultato di un sistema fondato sull’uso di combustibili fossili. In particolare, non può essere considerata un problema a sé stante, separata dalla crisi climatica: inquinamento da plastica e collasso climatico sono due facce della stessa medaglia. Il processo di produzione della plastica e le sue conseguenze, una volta prodotta e dispersa nell’ambiente, sono entrambi fonti di emissioni di gas serra. Una nuova ricerca condotta con il dall’University of Hawaii suggerisce anche che la plastica rilasci gas serra quando si degrada nell’ambiente. Secondo il Center for international environmental law, le emissioni globali legate alla plastica potrebbero raggiungere 1,3 miliardi di tonnellate entro il 2030, tanto quanto quasi 300 centrali elettriche a carbone. E, se la produzione crescerà come previsto, la plastica occuperà tra il 10 e il 13 per cento delle emissioni di carbonio “consentite” dagli obiettivi climatici per tenere il riscaldamento al di sotto di 1,5 gradi.

La produzione di plastica, inoltre, si basa in parte su un componente del gas naturale chiamato etano, rilasciato durante il fracking, la tecnica estrattiva di petrolio e gas che richiede perforazioni e fratturazioni continue e che, secondo gli esperti, pone grossi rischi per il pericolo di perdite di gas, sismicità indotta e contaminazione delle falde acquifere. Il National Geographic riferisce che secondo il gruppo industriale American chemistry council, dal 2010 sono stati programmati o portati a compimento all’incirca 350 progetti petrolchimici con autorizzazione al fracking per un costo totale di oltre 200 miliardi di dollari. Le aziende di fracking statunitensi vendono il gas etano “in eccesso” ai produttori di plastica in Europa dove l’etano viene sottoposto a un processo che utilizza grandi quantità di energia e che “rompe” il gas in etilene, a sua volta poi trasformato in resina plastica.

Un falso assunto

Tra i grandi produttori di plastica, però, non ci sono solo le aziende petrolifere e i giganti petrolchimici, ma anche le multinazionali di bevande e packaging come la Coca-Cola, la Nestlé e la Unilever e quelle del tabacco. Si tratta di alcune tra le più grandi e potenti aziende del mondo che hanno unito le loro forze per la propria convenienza.


L’inchiesta Plastic wars di National public radio (Npr) e Public broadcasting service Frontline del 2020 ha rivelato che queste industrie hanno venduto al pubblico un’idea sapendo già in partenza che non avrebbe funzionato, e cioè che il problema si sarebbe risolto perché la maggior parte della plastica poteva essere e sarebbe stata riciclata. Ma non è così. I produttori di plastica l’hanno sempre saputo ma hanno speso milioni di dollari per comunicare il contrario. Come ha detto a NPR un ex funzionario dell’industria: “Vendere la possibilità del riciclo faceva vendere la plastica, anche se era una possibilità non vera”. L’indagine mostra come i consumatori siano stati ingannati, dall’industria petrolifera in particolare, a pensare che il riciclo avrebbe risolto il problema dei rifiuti. “Se il pubblico pensa che il riciclo funziona, allora non sarà così preoccupato per l’ambiente”, ha dichiarato a NPR Larry Thomas, ex presidente della Society of the plastics industry, conosciuta oggi come Plastics industry association, uno dei gruppi commerciali più potenti del settore.

Anna Efetova, Getty Images


I documenti interni mostrano che negli Stati Uniti i dirigenti delle aziende conoscevano questa realtà sul riciclo della plastica già negli anni settanta. Queste strategie di manipolazione, infatti, risalgono soprattutto agli anni settanta e ottanta, quando prevaleva il negazionismo climatico dell’industria, promosso dalle lobby con l’obiettivo di ritardare e ostacolare il più possibile le politiche di protezione ambientale.

Responsabilità individuale

Le aziende di combustibili fossili finanziavano esperti di comunicazione per creare campagne pubblicitarie che potessero far arrivare il loro messaggio al pubblico. Il più conosciuto tra questi è “l’Indiano che piange”, da
Crying Indian Ad, uno spot pubblicitario degli anni settanta il cui slogan recitava “Le persone inquinano, le persone possono fermare l’inquinamento”. Lo spot era parte di una campagna pubblicitaria messa su da Keep America Beautiful, un’organizzazione fondata da aziende leader nel settore di bevande e packaging con l’obiettivo di prevenire i divieti statali sugli imballaggi monouso.

La campagna pubblicitaria, inoltre, introdusse l’idea della responsabilità individuale. L’obiettivo era distogliere l’attenzione dall’attività delle industrie e dalla produzione, in modo tale che potessero continuare ad agire indisturbate. Il messaggio all’opinione pubblica statunitense, e poi mondiale, era che la soluzione dell’inquinamento dipende dalle singole persone e non dal sistema. E che finché ci fosse stata la possibilità di riciclarla, la plastica non sarebbe mai stata un problema.


Eppure, una ricerca della fondazione Ellen MacArthur suggerisce che solo il 2 per cento della plastica è riciclato in prodotti con la stessa funzione. Un altro 8 per cento è trasformato in qualcosa di qualità inferiore, un processo detto “down cycling”. Il resto finisce in discariche, disperso nell’ambiente o incenerito. La maggior parte degli esperti fornisce cifre simili.

“Di tutta la plastica prodotta a partire dagli anni cinquanta è stato riciclato solo il 9 per cento. Il resto è finito in discariche e inceneritori sparsi nel territorio. E oggi i numeri globali indicano che, della plastica immessa in commercio in tutto il mondo, si riesce a riciclarne meno del 20 per cento”, ha spiegato Ungherese, aggiungendo che diversi elementi complicano lo smaltimento della plastica. “Innanzitutto, non tutta la plastica si ricicla, ma se ne ricicla solo una parte. In secondo luogo, alcune tipologie di materie plastiche, pur essendo tecnicamente riciclabili, non hanno domanda sul mercato quindi piuttosto raramente riescono a essere riprocessate per dare luogo a un prodotto che abbia delle caratteristiche qualitative paragonabili a quello di partenza. Quindi c’è un grosso problema”.

La plastica, infatti, si “degrada” ogni volta che viene riutilizzata, il che significa che non può essere riutilizzata infinite volte. Inoltre, la plastica nuova è economica e di qualità migliore. “Quindi tutti i proclami delle aziende che dicono ‘ricicla ricicla e ricicla’ si devono scontrare con la realtà dei fatti che non tutta la plastica effettivamente è riciclabile”, ha spiegato Ungherese.

Le aziende del settore, in sostanza, hanno speso decine di milioni di dollari per promuovere i benefici di un prodotto sapendo già quali sarebbero stati i problemi per lo smaltimento e l’inquinamento.

Rifiuti spediti oltremare

Ma questi sforzi di pressione e lobby non riguardano solo il passato. In una recente inchiesta,
Unearthed, Greenpeace UK ha mostrato come la Exxon lavori usando gruppi di facciata per sottrarsi alla regolamentazione sulle sostanze chimiche tossiche e la plastica. L’azienda, svela Unearthed, ha lavorato con gruppi come l’American chemistry council che comprende le operazioni petrolchimiche della Exxon Mobil, della Chevron e della Shell, così come le principali aziende chimiche tra cui la Dow, per influenzare la politica sui rifiuti di plastica e sulle sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) ultimamente sottoposte a un maggiore controllo al livello globale perché legate a problemi di salute come danni al fegato, cancro e disturbi alla nascita e allo sviluppo. I Pfas sono soprannominati “prodotti chimici eterni” (forever chemicals) perché non si decompongono nell’ambiente. I giornalisti di Unearthed sono andati sotto copertura, fingendosi reclutatori aziendali per assumere un lobbista della Exxon, Keith McCoy, per conto di un cliente. Secondo McCoy, le strategie delle aziende sulla plastica sono estrapolate dallo stesso “manuale” che la Exxon ha usato per ritardare l’azione sul cambiamento climatico.

Un altro grande problema è che, spesso, la responsabilità per la gestione dei rifiuti di plastica viene scaricata su paesi terzi. Molti paesi europei esportano tonnellate di rifiuti di plastica l’anno. Il rapporto Trashed di Greenpeace, per esempio, sottolinea che quelli del Regno Unito, finiscono in Turchia, in Malaysia e in Polonia. Per molti anni, gli Stati Uniti e altri paesi occidentali hanno inviato molti dei loro rifiuti in Cina fino a che, nel 2018, il paese ha imposto dei limiti sui rifiuti “importati”, così come ha fatto anche la Turchia nel 2020. Queste restrizioni, tuttavia, non hanno impedito ai paesi occidentali di trovare strade alternative per sbarazzarsi dei loro rifiuti e scaricarli oltremare.

A. Martin UW Photography, Getty Images


Secondo alcuni documenti esaminati dal New York Times, un gruppo industriale che rappresenta i più grandi produttori di prodotti chimici del mondo e le aziende di combustibili fossili sta facendo pressione per influenzare i negoziati commerciali degli Stati Uniti con il Kenya al fine di capovolgere la regolamentazione del paese sulla plastica, compreso il divieto sui sacchetti di plastica. Il gruppo sta anche facendo pressione affinché il Kenya continui a importare rifiuti plastici stranieri. Nel 2019, le esportazioni in Africa sono più che quadruplicate rispetto all’anno precedente. Sempre nel 2019, gli esportatori statunitensi hanno spedito più di 450 milioni di chilogrammi di rifiuti plastici in 96 paesi tra cui il Kenya, apparentemente per essere riciclati, sostiene l’indagine del New York Times.


Il punto è che la plastica è enormemente redditizia. L’industria petrolifera guadagna più di 400 miliardi di dollari all’anno producendo plastica. E adesso, con la domanda di combustibili fossili che continua a scendere, il settore deve trovare un modo per restare a galla. Per questo, sta puntando sempre più sulla plastica. E sta convincendo gli azionisti che i profitti deriveranno da lì. Secondo Greenpeace Italia, se le previsioni saranno rispettate, la plastica fornirà “l’ancora di salvezza” per aziende come la Shell, la Exxon e laBP che potranno perseverare nelle loro attività inquinanti basate sui combustibili fossili. Alcune stime indicano che la crescita della domanda di petrolio da parte del settore petrolchimico “sarà trainata per una quota che va dal 45 al 95 per cento proprio dalla crescente richiesta di plastica, finendo così per aggravare la crisi climatica”, sostiene Greenpeace Italia.

“Se osserviamo alcuni dati, soprattutto per il sudest asiatico e l’Europa, registriamo degli investimenti nel settore petrolchimico e per la produzione di plastiche che non si vedevano dalla fine degli anni settanta”, ha detto Ungherese.

Per l’industria fossile si tratta di un “rinascimento della plastica”. Il World economic forum prevede che la produzione di plastica raddoppierà nei prossimi vent’anni, in un momento in cui invece, soprattutto quella di plastica monouso, dovrebbe essere ridotta ai minimi.


Secondo Ungherese, la soluzione è fare in modo di ridurre l’uso della plastica a partire dall’usa e getta: “Oggi non ci sono ancora le condizioni per rimanere al 100 per cento senza plastica perché ci sono tantissimi ambiti in cui questo materiale è efficace e non può essere sostituito. Però l’usa e getta rappresenta il contrario di come dovrebbe essere usato perché si tratta di un materiale economico, leggero ma anche resistente e non biodegradabile. Noi invece lo usiamo per oggetti che restano nelle nostre mani da alcuni secondi a pochi minuti. È questo il paradosso di un oggetto che poi determina grandi danni sugli ecosistemi e sul mare. Una bottiglia, per esempio, è un contenitore che impiega centinaia di anni per degradarsi e noi l’abbiamo usato per pochissimo tempo”.

Soprattutto, è importante che si arrivi presto alla “responsabilità estesa al produttore”, cioè “chi immette nel mercato un prodotto deve essere responsabile dell’intero riciclo di vita”, ha aggiunto Ungherese. È poi è fondamentale che i governi stabiliscano una regolamentazione sulla produzione, senza ripetere il mito negazionista secondo cui agire contro la crisi climatica non conviene sul piano economico. “Arrivare prima alle soluzioni è un vantaggio competitivo non da poco, invece qui si continua ad adottare sempre la logica del meno peggio per lasciare alle aziende la possibilità di conservare le attività tradizionali”, ha commentato Ungherese. Anche perché, questo percorso agevolerebbe l’offerta dei posti di lavoro. Un’altra soluzione, infatti, sarebbe trasformare i prodotti in servizi, spiega il responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia. “Bisogna abbandonare un’economia lineare in cui compri un prodotto lo usi e lo getti via e andare verso un sistema in cui i prodotti diventano servizi. Per esempio, se voglio andare a fare il picnic con gli amici anziché comprare piatti o bicchieri di plastica li noleggio da una stoviglieria. Questo produce molti più posti di lavoro”.

L’azione dei singoli individui è necessaria ma non risolverà il problema. È necessaria un’azione urgente da parte dei governi e delle istituzioni, soprattutto se le aziende continuano a dare priorità al profitto sul resto. “Non vogliamo rivivere uno stesso film già visto con il clima,” ha dichiarato Ungherese “Queste aziende fanno enormi profitti vendendo il mito del riciclo e scaricando sulle singole persone la responsabilità, mentre continuano a incassare enormi profitti a scapito degli esseri umani e del pianeta su cui viviamo”.

fonte: www.internazionale.it


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Okavango, 130.000 elefanti africani in pericolo a causa della ricerca di petrolio

La vita di migliaia di elefanti di savana è in pericolo a causa della ricerca di nuovi pozzi di petrolio nell’area del delta dell’Okavango, tra Namibia e Botswana.








Sono decine di migliaia gli elefanti africani (Loxodonta africana) minacciati dalle ricerche per i pozzi esplorativi del giacimento petrolifero scoperto tra Namibia e Botswana, in Africa, di cui avevamo raccontato qui.

L’area della licenza per il giacimento si estende per più di 34mila chilometri quadrati di terreno di cui circa il 70 per cento si trova in Namibia, il resto in Botswana, e comprende parte dell’area vitale del delta dell’Okavango, uno dei più grandi delta interni del mondo. Il territorio è ricchissimo di flora e fauna, tanto che nel 2014 è entrato a far parte dei siti dell’Unesco. Tra le tante specie che abitano l’area – leoni, ippopotami, giraffe, antilopi, aquile – ci sono anche 130mila elefanti di savana che costituiscono la più grande popolazione di elefanti di savana d’Africa. L’elefante di savana, che insieme all’elefante di foresta costituisce una delle due specie di elefante africano, è a rischio d’estinzione. La popolazione di entrambe le specie ha subìto un forte calo dal 2008 a causa di un aumento significativo del bracconaggio che ha raggiunto il picco nel 2011 ma continua, ancora oggi, a minacciare le popolazioni. Il cambio d’uso del suolo costituisce un’altra minaccia significativa. Inoltre, in alcune parti del Botswana, il conflitto tra elefanti e comunità locali è in aumento poiché la perdita di habitat costringe gli animali ad avvicinarsi sempre di più ai raccolti. Secondo i dati dell’International union for conservation of nature, su un periodo di 31 anni, il numero di elefanti di foresta è diminuito di oltre l’86%, mentre quello degli elefanti di savana è diminuito di almeno il 60% negli ultimi 50 anni.


Il delta di Okavango, Botswana. © Chris Jackson/Getty Images
Una minaccia per la più grande popolazione di elefanti di savana d’Africa

La compagnia che sta esplorando l’area per gas e petrolio è ReconAfrica, una società canadese, quotata in borsa in Canada, Stati Uniti e Germania.

“Meno di 450mila elefanti sopravvivono in Africa, rispetto ai milioni di anni fa: 130mila di questi hanno stabilito questa regione come casa, e i piani illegittimi di ReconAfrica li mettono direttamente a rischio”, ha detto al Guardian Rosemary Alles della Global march for rhinos and elephants. E ha aggiunto: “C’è una profonda ironia qui. Abbiamo centinaia di elefanti che muoiono a causa di una fioritura di alghe causata dal cambiamento climatico, e a pochi chilometri di distanza vogliono iniziare a trivellare per ottenere ancora più petrolio”.

Inoltre, sembra che le vibrazioni emesse durante i lavori d’esplorazione petrolifera disturbano notoriamente gli elefanti, e l’aumento dei lavori di costruzione delle strade e il traffico non solo allontanerebbe gli animali, ma aprirebbe anche la zona ai bracconieri.

“Soprattutto quando hanno dei piccoli, evitano le zone dove c’è un’attività umana, dove c’è rumore e ciò che percepiscono come un pericolo. Questo può allontanarli dalle loro antiche rotte migratorie e avvicinarli ai villaggi e alle aree agricole, portando a più conflitti uomo-elefante”. Secondo gli esperti, dunque, il giacimento potrebbe avere effetti devastanti sugli ecosistemi, sulla fauna selvatica e sulle comunità locali.

Il Delta dell’Okavango, poi, è tra le più frequentate destinazioni per quanto riguarda l’eco turismo. Le trivellazioni hanno il potenziale di risultare in perdite ingenti non soltanto da un punto di vista ecologico, ma anche economico – soprattutto per le comunità locali il cui sostentamento si basa anche sulle entrate fornite dall’eco turismo.

Danni alla biodiversità e all’ecosistema

Il governo namibiano ha fatto sapere che i pozzi esplorativi non sono situati in nessuna “area protetta o sensibile dal punto di vista ambientale e non avranno un impatto significativo sulla nostra fauna selvatica”, secondo quanto riportato dal Guardian. Ma gli scienziati, gli ambientalisti e le comunità locali dicono che il progetto potrebbe mettere in pericolo le forniture d’acqua e minacciare l’enorme area incontaminata del delta dell’Okavango in Botswana.

National Geographic ha riferito che la società, tra l’altro, sta smaltendo le acque reflue senza permessi, secondo un ministro del governo: le perforazioni per il primo pozzo di prova sono iniziate a gennaio e i fluidi di scarto vengono immagazzinati in quello che sembra essere uno stagno non rivestito, dove potrebbero essere assorbiti dal terreno e contaminare la fornitura d’acqua.

Lo stop ai fossili e il riscaldamento globale

Il mese scorso l’Agenzia internazionale per l’energia ha pubblicato il rapporto 2021 nel quale delinea la rotta del settore energetico globale per arrivare allo zero netto di emissioni entro il 2050. Dal rapporto non solo è chiaro che gli impegni dei governi sono ben al di sotto di ciò che è necessario per azzerare le emissioni di gas serra del settore energetico entro il 2050 e mantenere l’aumento della temperatura media globale sotto i 1,5 gradi, ma anche che lo sfruttamento e lo sviluppo di nuovi giacimenti di petrolio e gas, e più in generale di combustibili fossili, deve fermarsi quest’anno se il mondo vuole rimanere entro i limiti di sicurezza posti dalla comunità scientifica. Non esiste più “la necessità” di nuovi investimenti fossili.

Questo giacimento petrolifero è solo la più recente delle minacce per gli elefanti della regione, centinaia dei quali sono morti misteriosamente nell’ultimo anno. Un gruppo di elefanti morti è stato segnalato per la prima volta nel delta dell’Okavango all’inizio di maggio 2020, con 169 individui morti entro la fine del mese. A metà giugno, il numero era più che raddoppiato, con il 70 per cento delle morti intorno alle pozze d’acqua.

Gli scienziati stanno cercando di trovare la causa delle morti, ma credono che possano essere legate ad una quantità crescente di alghe tossiche, i cianobatteri, comparse nelle pozze d’acqua dove gli animali vanno ad abbeverarsi e a lavarsi. Secondo gli esperti, la loro comparsa sarebbe una conseguenza del riscaldamento globale.

In dosi sufficientemente elevate, i cianobatteri possono uccidere i mammiferi interferendo con la capacità del sistema nervoso di inviare segnali in tutto il corpo. Questo può risultare nella paralisi e nell’insufficienza cardiaca o respiratoria. Molti degli elefanti morti in Botswana sono stati visti camminare in cerchio prima di crollare improvvisamente, ha riferito il Guardian.

In un momento in cui la biodiversità è gravemente minacciata dagli effetti della crisi climatica e dalla perdita di habitat, i governi dovrebbero agire con urgenza per tutelare il più possibile le popolazioni, soprattutto le specie che sono più a rischio e quelle aree che sono cruciali per la loro sopravvivenza, proprio come l’Okavango.

fonte: www.lifegate.it

 

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Ispra al National Geographic Festival delle Scienze di Roma

Ad aprire gli eventi, venerdì 13 novembre (ore 18) intervista al Presidente Ispra ed Snpa Stefano Laporta











Entra nel vivo la XV edizione del Festival delle Scienze di Roma e lo fa senza rinunciare al tema che avrebbe dovuto accompagnare in questo 2020 gli appuntamenti primaverili della manifestazione: “Ottimismo e scienza”. Un titolo che in questo anno della pandemia suona molto significativo e che rappresenta il fil rouge dei numerosi appuntamenti digitali. Ispra è parte della rete scientifica organizzatrice del Festival: dialoghi, riflessioni e incontri si snoderanno da lunedì 23 a domenica 29 novembre, attraverso canali social e il sito dell’Auditorium Parco della Musica di Roma e del National Geographic, pensati per dimostrare quanto e come la ricerca scientifica manifesti proprio oggi, in condizioni dominate da forti limitazioni personali e geografiche, il proprio carattere aperto, universale, privo di barriere, volto unicamente al bene comune.

Insieme ad altri enti di ricerca, Ispra ha promosso cinque eventi online che si svolgeranno nel corso del Festival. Prima della settimana della manifestazione, venerdì 13 novembre alle 18 , un dialogo a tre voci tra Marco Cattaneo, direttore di National Geographic Italia, Stefano Laporta, presidente dell’Ispra ed Snpa, e Vittorio Bo, direttore del Festival. Un percorso che tocca gli scenari attuali e futuri della tutela ambientale in Italia e in Europa, per raccontare il ruolo della ricerca e della divulgazione scientifica, a partire dal ruolo di Ispra ed Snpa nel corso dell’emergenza sanitaria. L’evento si può seguire dal sito dell’Auditorium Parco della Musica di Roma e del National Geographic e dal profilo Facebook del Festival.

I due eventi organizzati da Ispra:

Sabato 28 novembre ore 11 – RESTIAMO NEI LIMITI: LO SVILUPPO SOSTENIBILE ENTRO I CONFINI PLANETARI. Con Lorenzo Ciccarese, Giorgio Vacchiano, Pietro Greco

Domenica 29 novembre ore 14.45 – PIANTE E ANIMALI IN VIAGGIO CON L’UOMO. Con Piero Genovesi, Andrea Vico, Giuseppe Smorto.


Ricercatori Ispra partecipano a:

Mercoledì 25 novembre ore 18.30: Giovanna Marino partecipa a “LE VIE DEL MARE” (a cura di CMCC).

Giovedì 26 novembre ore 18.30: Andrea Taramelli partecipa a CAMBIAMENTI CLIMATICI E IL FUTURO SOSTENIBILE: DALLO SPAZIO A CASA NOSTRA” (a cura di CMCC).

Giovedì 26 novembre ore 19.45: Marco Pantaloni partecipa a “VERSO LA COLONIZZAZIONE DI MARTE” (a cura di ASI).

Il Festival si sarebbe dovuto svolgere a giugno presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma, ma dopo il rinvio non si è fermato nella sua versione digitale. A partire dalla scorsa estate, ogni settimana ha proposto una serie di venti online che hanno visto coinvolta anche Ispra con i suoi ricercatori.

Rivedi “Allarme Alieni” con con Manuela Falautano e Piero Genovesi di Ispra.





e “La genetica per la conservazione della fauna selvatica. Visita ai laboratori di Ozzano dell’Emilia” a cura di Ispra.


Qui tutte le info su eventi Ispra.

Sito ufficiale del National Geograhic Festival delle Scienze.

fonte: www.snpambiente.it


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L'UNEP mette a disposizione di insegnanti e studenti "Earth school"

Per mantenere gli studenti connessi alla natura al tempo del Covid-19

In risposta alla crisi Covid-19, l'UNEP, l'agenzia delle Nazioni Unite per l'ambiente, in collaborazione con oltre 30 organizzazioni internazionali, fra le quali National Geographic, WWF e UNESCO, hanno realizzato "Earth School", che fornisce contenuti educativi gratuiti e di alta qualità per aiutare studenti, genitori e insegnanti di tutto il mondo che sono attualmente a casa.

Earth School porta gli studenti in una "avventura" di 30 giorni attraverso il mondo naturale, utilizzando video, materiali di lettura e attività - che saranno tradotti in 10 lingue - per aiutare gli studenti a comprendere l'ambiente mentre considerano il proprio ruolo al suo interno.

Questa è la più grande iniziativa di apprendimento online nella storia dell'UNEP ed è disponibile gratuitamente sul sito Web di TED-Ed.

TED-Ed crea lezioni gratuite basate su video su tutto, dagli animali e i cambiamenti climatici alle fattorie sottomarine. È il braccio educativo di TED, la cui biblioteca di migliaia di lezioni interattive - costruita da una rete di 500.000 educatori da tutto il mondo - abbraccia tutte le età e le materie.

Ogni avventura è stata accuratamente selezionata da un gruppo di professionisti esperti e si rivolge a diverse fasce di età. Ciascuno consiste in un esperimento pratico e una scoperta della natura. Oltre ai contenuti di TED-Ed, Earth School presenterà video di importanti organizzazioni mediatiche tra cui National Geographic, PBS LearningMedia e la BBC con l'obiettivo di autorizzare gli studenti partecipanti a essere custodi del nostro pianeta.

fonte: http://www.arpat.toscana.it


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#NationalGeographic : PLANET OR PLASTIC?
















National Geographic presenta nei centri commerciali gestiti da CBRE il tour della mostra “Planet or Plastic?”. La mostra verrà presentata all’interno dell’iniziativa Plasticnet che incoraggia i visitatori a ridurre l’utilizzo della plastica monouso.
Un progetto fotografico che, dall’impatto sull’ambiente all’educazione al riciclo, racconta i danni provocati dall’enorme quantità di plastica dispersa negli oceani.

La mostra accompagna gli spettatori in un percorso fotografico che stimola una riflessione sulla gestione non sempre sostenibile dei materiali plastici. Otto i grandi temi affrontati: dalla sua invenzione, avvenuta poco più di un secolo fa, al consumo di massa, “Planet or Plastic?” ripercorre il tragico impatto della plastica sull’ambiente e sugli ecosistemi.

LE TAPPE DELLA MOSTRA

La partnership sviluppata da CBRE con National Geographic porterà la mostra “Planet or Plastic?”, per l’anno 2020, nei centri commerciali delle principali città italiane. L’esposizione fotografica sensibilizzerà i visitatori sulla tematica ambientale invitandoli a condurre uno stile di vita più attento e sostenibile.

https://www.nationalgeographic.it

Terre incontaminate: bisogna aumentare l’estensione delle aree protette

Le aree incontaminate occupano ancora una vasta parte del pianeta. Tuttavia, la loro frammentazione, dovuta alla presenza di ostacoli morfologici e antropici, mette a rischio gli ecosistemi




Circa la metà della superficie terrestre non coperta dai ghiacci rimane relativamente selvaggia, anche se molte di queste terre incontaminate risultano frammentate in piccole porzioni isolate e, per questo motivo, in grave pericolo. 

A suggerirlo sono i risultati dell’enorme inventario compilato dal 2017 al 2018 dalla National Geographic Society e pubblicato  a inizio ottobre. Lo studio conclude che, nonostante i danni ambientali diffusi causati dallo sviluppo umano (insediamenti urbani e coltivazioni in primis), esiste ancora la possibilità di proteggere le terre incontaminate o rimaste relativamente selvagge. “Non è troppo tardi per puntare in alto“, ha detto Andrew Jacobson, professore di sistemi di informazione geografica al Catawba College nella Carolina del Nord e autore principale dello studio.


Jacobson ha guidato un team di ricercatori utilizzando tecniche di mappatura satellitare per misurare gli impatti umani in tutto il mondo e identificare le aree con la più bassa concentrazione umana. La maggior parte di queste aree si trovano oggi nelle remote foreste boreali del Canada settentrionale e della Russia, lungo gli altopiani dell’Asia centrale, in particolare in Tibet e Mongolia, nei deserti del Nord Africa e dell’Australia e nelle foreste pluviali tropicali del bacino amazzonico. “È una buona notizia per il pianeta: i risultati suggeriscono che circa la metà della terra non ghiacciata è ancora relativamente vergine dall’attività umana, il che lascia aperta la possibilità di espandere la rete globale di aree protette e costruire habitat più grandi e tra loro collegati”, ha aggiunto Jacobson.
Lo studio si è infatti concentrato non solo sulla posizione geografica delle aree a basso impatto umano, ma anche sulle loro dimensioni e forme. In questo caso, i risultati sono stati meno rassicuranti, dimostrando al contrario che molte terre incontaminate risultano frammentate in piccoli pezzi isolati e tra loro separati sia da caratteristiche morfologiche naturali (come corsi d’acqua o rilievi montuosi) che da opere umane, come strade, coltivazioni ed insediamenti. “La metà delle zone in foreste temperate, foreste tropicali secche o foreste di conifere tropicali, ha spiegato Jason Riggio, scienziato della conservazione presso la UC Davis e coautore del rapporto “erano a meno di un miglio da insediamenti umani”.

La frammentazione delle aree selvagge e, soprattutto, la loro estrema vicinanza agli insediamenti sono il principale pericolo per gli ecosistemi: “se vogliamo raggiungere gli obiettivi climatici globali e gli obiettivi di sviluppo sostenibile evitando una crisi di estinzione globale, dobbiamo incoraggiare una maggiore protezione degli ecosistemi”, ha detto Jonathan Baillie, vicepresidente esecutivo e capo scienziato della National Geographic Society.
Questo rapporto ha concluso Jacobson mostra che è tardi ma che c’è ancora del tempo. Possiamo ancora notevolmente aumentare l’estensione delle aree protette ma dobbiamo agire rapidamente. Le pressioni stanno aumentando e la perdita e la frammentazione dell’habitat stanno rapidamente erodendo gli ecosistemi e la biodiversità in essi contenuta”. 

fonte: www.rinnovabili.it

Mostra "Capire il cambiamento climatico” al Museo Archeologico Nazionale di Napoli















Raccontare la minaccia ambientale che incombe sul nostro pianeta, partecipando alla mobilitazione internazionale per garantire un futuro green alle nuove generazioni: il Museo Archeologico Nazionale di Napoli scenderà in campo per l'ambiente, promuovendo, dal 10 ottobre 2019 (anteprima stampa ore 11.30; apertura al pubblico ore 17) al 31 maggio 2020, "Capire il cambiamento climatico – Experience exhibition", uno spazio narrativo ed esperienziale in cui i visitatori scopriranno le cause e gli effetti del riscaldamento globale. Prodotta da OTM Company e Studeo Group, in collaborazione con National Geographic Society, la mostra è realizzata con la curatela scientifica di Luca Mercalli, Presidente della Società Meteorologica Italiana.  Se, con l'esposizione "Mito e Natura" (MANN/Parco Archeologico di Pompei, marzo-settembre 2016), il rapporto tra uomo ed ambiente era stato analizzato grazie alla mediazione figurata delle opere d'arte antiche, con "Capire il cambiamento climatico" i temi più scottanti della contemporaneità irrompono nelle sale del Museo, dimostrando che passato e presente non sono così lontani come ci si aspetta. «La sfida è grande e invita i musei ancora una volta a confrontarsi con l'attualità: ambiente e clima sono oggi i temi centrali nel dibattito globale e coinvolgono in un crescendo entusiasmante i giovani di tutto il mondo.  Ed è a loro (ma non solo) che abbiamo voluto dedicare una mostra viva, per 'Capire il cambiamento climatico' in collaborazione con National Geographic, da ottobre e per tutta la durata dell'anno scolastico, con incontri e iniziative. Da dicembre l'esposizione 'Thalassa' sull'archeologia marina racconterà la storia del Mediterraneo come risorsa e le meraviglie che ha conservato: è l'approdo di un progetto sognato con Sebastiano Tusa, un grande archeologo che al binomio cultura e ambiente ha dedicato una vita, realizzato anche in suo nome insieme alla Regione Sicilia. Tutte occasioni per ricordare che il rapporto tra uomo e ambiente è stato conflittuale sin dall'antichità. Sullo sfondo di questi primi significativi passi c'è il MANN che vogliamo e per il quale stiamo lavorando: un  museo 'ecologico', dal punto di vista dell'energia ma anche  nei comportamenti e negli stili di vita, dal plastic-free ai consumi idrici,  un museo sempre più soggetto attivo nella vita della città», commenta il Direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, Paolo Giulierini.  Nella tappa napoletana di "Capire il cambiamento climatico – Experience exhibition", mostra già presentata a marzo 2019 al Museo di Storia Naturale di Milano, le istallazioni si arricchiranno di nuove immagini, con focus sull'inquinamento da plastica e sugli incendi incontrollati dovuti al riscaldamento globale. In mostra, vi sarà uno spazio di breaking news ambientali, con un corner costantemente aggiornato sulle principali notizie pertinenti ai cambiamenti climatici in atto nel mondo. Il percorso di visita, così, guiderà il pubblico a scoprire le profonde trasformazioni causate dal riscaldamento globale: dalla fusione dei ghiacci perenni ai fenomeni meteorologici estremi (ondate di caldo senza precedenti e incremento di tempeste e uragani), dall'intensificarsi dei periodi di siccità all'aumento del livello dei mari di 3,4 millimetri all'anno.
La potenza dell'immagine fotografica enfatizzerà l'evidenza scientifica dei dati: la temperatura della Terra è aumentata di oltre un grado Celsius nell'ultimo secolo; il 2018 è stato il quarto anno più caldo della storia a livello globale e il primo anno più caldo in Italia, Francia e Svizzera; luglio 2019 è stato il mese più caldo di sempre (+0,95 gradi sopra la media del XX secolo, dato National Oceanic and Atmospheric Adminatration).
Sviluppata su un'area di 250 m2, la mostra sarà suddivisa in tre momenti distinti: esperienza, consapevolezza e azione. Si partirà dall'esperienza: nella prima sala, i visitatori saranno accolti da grandi immagini di natura rigogliosa, ricreata lungo le pareti perimetrali; allo stupore e all'emozione per le meraviglie del nostro Pianeta, faranno da contraltare gli scatti delle catastrofi dovute al cambiamento climaticoSi passerà, dunque, alla consapevolezza: pareti interattive, infografiche e illustrazioni mostreranno come le scelte politiche, culturali ed economiche possano influire sull'ambiente e, di conseguenza, sul riscaldamento globale: la coscienza ecologica nascerà, così, dalla combinazione fra la potenza della fotografia ed i contenuti scientifici ad essa abbinati. Ultimo step della mostra sarà un invito ad agire: una call to action finale, "Cambiamo il nostro futuro", stimolerà il visitatore ad adottare comportamenti "ecosostenibili" nel proprio quotidiano (dall'alimentazione alla scelta dei trasporti, dalla riduzione dei consumi energetici alla gestione dei rifiuti).Il prossimo 21 novembre alle ore 19.30 il Museo Archeologico di Napoli e la mostra Capire il Cambiamento climatico ospiteranno la premiere del documentario Ocean's Breath (working title), la nuova produzione originale di National Geographic che racconta un viaggio alla scoperta delle antiche barriere coralline custodite dalle Dolomiti. Il documentario sarà poi in onda su National Geographic (Sky 403) nei prossimi mesi. Dopo una visita alla mostra il pubblico assisterà alla prima proiezione mondiale del documentario presso il vicino Cinema Modernissimo di Napoli. 
All'exhibit saranno legate le attività didattiche rivolte ai più giovani, organizzate dai Servizi Educativi del MANN e da CoopcultureQuattro i percorsi proposti"Climate change experience. Il mondo in trasformazione" (destinatari: alunni di scuole secondarie di II grado e gruppi), un viaggio tra i principali temi della mostra, in un approccio divulgativo equilibrato tra contenuti scientifici e suggestioni artistiche; "Change the future" (destinatari: allievi di scuola dell'infanzia, primaria e secondaria di I grado), racconto affidato a personaggi-testimoni (Orso polare, Tartaruga marina, Elefante asiatico ed Uomo), che spingeranno i piccoli visitatori, anche grazie alle installazioni interattive, a rispettare l'ambiente; "Messaggio dal Pianeta Terra" (destinatari: studenti di scuole secondarie di I e II grado), laboratorio in cui i ragazzi, sensibilizzati dalla mostra, produrranno un appello video per promuovere la disciplina dell'ecologia"Save the planet. Viaggio nella natura" (destinatari: allievi di scuola dell'infanzia, primaria e secondaria di I e II grado), suggestivo itinerario green tra collezioni permanenti del MANN ed esposizione sul cambiamento climatico.

In foto:
Brian J. Skerry
Iceberg in fusione ai margini dell'Isola di Baffin (Artico Canadese). Le datazioni al radiocarbonio di resti vegetali prelevati presso le fronti glaciali indicano che i ghiacciai della zona si trovano nelle posizioni più arretrate in ben 40.000 anni.


fonte: https://www.greencity.it

A Bologna una mostra di National Geographic per un uso responsabile della plastica















Dal 13 aprile National GeographicGenus Bononiae. Musei nella Città e la Fondazione Carisbo hanno inaugurato a Bologna, presso il complesso museale di Santa Maria della Vita, la mostra Planet or Plastic?, nell'ambito dell'omonima campagna internazionale lanciata da National Geographic, che vede anche Marco Mengoni impegnato come ambasciatore per l'Italia. 
Leggera, resistente, economica: la plastica ci ha cambiato la vita. Dall'elettronica alla sanità fino ai trasporti e al più semplice oggetto di consumo oggi non possiamo più farne a meno, ma quella prodotta dalla sua invenzione a oggi, riciclata solo in minima parte, si sta accumulando nell'ambiente. Da quel giorno ne sono stati prodotti 8,3 miliardi di tonnellate, di cui 6,3 sono diventati rifiuti che possono rimanere nell'ambiente anche per 400 anni o più. Perché le materie plastiche non sono biodegradabili. La plastica che finisce in mare mette in pericolo la vita degli animali marini, si accumula in grandi isole galleggianti, e con il tempo si rompe in pezzi sempre più piccoli che vengono ingeriti da pesci, cetacei, uccelli.
Il percorso della mostra – curata da Marco CattaneoDirettore di National Geographic Italia, e dalla redazione, con la collaborazione della scrittrice e documentarista Alessandra Viola – alternerà le fotografie dei grandi reporter di National Geographic all'originale lavoro artistico di Mandy Barker, che ha scelto di raccogliere rifiuti di plastica da tutto il mondo per un progetto fotografico di eccezionale valore estetico e al tempo stesso di grande impatto emotivo. All'interno della mostra l'installazione Iceberg, di Francesca Pasquali, artista nota per rivalutare oggetti d'uso comune, come delle semplici cannucce di plastica per farne delle vere e proprie opere d'arte. "Le cannucce si trasformano in presenze plastiche vibranti affondate in un mare riflettente che cattura la nostra stessa immagine e ci rende compartecipanti dell'opera stessa" (Ilaria Bignotti).
Completa il percorso la proiezione del documentario di National Geographic Punto di non ritorno del regista premio Oscar Fisher Stevens e dell'attore premio Oscar e Messaggero della Pace per conto dell'ONU Leonardo Di Caprio: un affascinante resoconto sui drammatici mutamenti che si verificano oggi in tutto il mondo a causa dei cambiamenti climatici,
L'esposizione accompagna lo spettatore in un coinvolgente percorso articolato in una quarantina di foto e due video-installazioni volte a provocare una riflessione sul materiale che è diventato ormai sinonimo di degrado e distruzione del pianeta. Otto i grandi temi in mostra, dalla quantità di plastica prodotta nel mondo all'impatto sull'ambiente e sulla catena alimentare, dal riuso all'educazione individuale e collettiva.
La mostra sarà anche l'occasione per partecipare a un grande progetto collettivo. Ai visitatori è richiesto di portare in mostra e lasciare in un grande contenitore le loro bottiglie di plastica, una per ciascuno di loro. Quelle bottiglie troveranno nuova vita in una installazione architettonica itinerante che sarà l'oggetto del concorso internazionale di idee Plastic Monument – Architectural Design Competition. Parallelo a Planet or Plastic?, il concorso vedrà giovani architetti sfidarsi per realizzare un'installazione destinata a farsi ambasciatrice internazionale dei valori di tutela e sensibilità ambientale propri della mostra. Bandito da YAC - Young Architects Competitions, società leader nella promozione di concorsi internazionali di idee, e sostenuto da Bio-On, gigante made in Italy nel settore delle bioplastiche il concorso – che si aprirà in concomitanza della mostra e si chiuderà nel luglio 2019 – vedrà la partecipazione in veste di giurati anche di architetti del calibro di Kengo Kuma, Carlo Ratti e Italo Rota.
L'esposizione – interamente prodotta con materiali sostenibili e riciclabili, come cartone alveolare e carta da parati – ha il Patrocinio del Comune di Bologna ed il sostegno di Basf, Coop Alleanza 3.0, Rossetto e Sharp, con la collaborazione di Bio-On e YAC - Young Architects Competitions e la partnership tecnica di Riciclia.

Planet or Plastic?
a cura di Marco Cattaneo
dal 13 aprile al 22 settembre 2019
Chiesa S. Maria della Vita
Via Clavature, 8-10, 40124 Bologna BO
orari: martedì/domenica, ore 10.00 – 19.00
ingresso: Intero 10 euro, ridotto 5 euro
informazioni mostra: tel. +39 051 19936343 - Mail: esposizioni@genusbononiae.it
Sito web: www.genusbononiae.it


fonte: https://www.greencity.it/