Verso un accordo globale e vincolante per fermare l’inquinamento da plastica
Emissioni di metano: urgente un taglio entro il 2030

Le emissioni di metano causate dall'uomo possono essere ridotte fino al 45% nel prossimo decennio, evitando quasi 0,3°C di riscaldamento globale entro il 2045 e avvicinandosi così all'obiettivo dell'Accordo di Parigi di limitare l'aumento della temperatura media globale a 1,5° e rispettando anche gli scenari prospettati dall'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).
Il taglio del metano, gas serra estremamente potente, può giocare dunque un ruolo chiave per contrastare il cambiamento climatico, andando ad affiancarsi agli sforzi per ridurre l'anidride carbonica. Rispetto a quest'ultima, che rimane in atmosfera per centinaia di anni, il metano inizia a degradarsi rapidamente e la maggior parte scompare dopo un decennio. Riducendo quindi le sue emissioni si può frenare rapidamente il tasso di riscaldamento nel breve periodo.
Essendo poi il metano un importante inquinante atmosferico, nonché precursore dell'ozono troposferico, questa riduzione del 45% delle emissioni eviterebbe 255.000 morti premature, 775.000 visite ospedaliere legate all’asma, 73 miliardi di ore di lavoro perse a causa del caldo estremo, 25 milioni di tonnellate di perdite di raccolto all’anno (vedi immagine a seguire).
Nonostante la crisi economica indotta dalla pandemia nel 2020, che ha impedito un altro anno record per le emissioni di anidride carbonica, la quantità di metano nell'atmosfera ha raggiunto livelli elevati, secondo gli ultimi dati della United States National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA).
Più della metà delle emissioni globali di metano derivano dalle attività umane principalmente in tre settori:
35% dai combustibili fossili, con l’estrazione, la lavorazione e la distribuzione di petrolio e gas che rappresentano il 23% e l’estrazione del carbone il 12%,
20% dai rifiuti (discariche e acque reflue),
40% dall’agricoltura, con le emissioni di bestiame da letame e fermentazione enterica che rappresentano circa il 32% e la coltivazione del riso l‘8%.
A proposito di quest'ultimo punto, il rapporto mette in evidenza il contributo importante al cambiamento climatico che deriva dalla produzione di cibo e dall’agricoltura. Quest'ultima è infatti responsabile di grand parte delle emissioni globali di metano, a causa della rapida crescita dell’agricoltura industriale e del consumo eccessivo di carne e latticini. Le emissioni di metano del settore zootecnico sono aumentate drammaticamente del 70% dal 1961 a oggi e si prevede che rappresenteranno una quota crescente delle emissioni future di metano.
Quali soluzioni possibili?
Il rapporto mette in evidenza le soluzioni mirate già disponibili e in grado di portare avanti le riduzioni che sono auspicate fino al 30%; circa il 60% di queste misure è a basso costo e il 50% di queste ha addirittura costi negativi, quindi costituisce un guadagno per le aziende che le applicano.
Quasi la metà di queste misure sono già disponibili per il settore dei combustibili fossili in cui è relativamente facile ridurre il metano nel punto di emissione e lungo le linee di produzione/trasmissione. Sono disponibili anche soluzioni mirate nei settori dei rifiuti e dell'agricoltura.
A fianco di queste misure, ne servono però anche di aggiuntive che possono ridurre le emissioni di metano di un altro 15% entro il 2030, ad esempio
passaggio alle energie rinnovabili,
efficienza energetica residenziale e commerciale,
riduzione della perdita e degli sprechi alimentari.
Nel settore agro-zootecnico, visto che le tecnologie non sono in grado di affrontare in modo decisivo le emissioni di metano, è necessario da una parte intervenire sulle abitudini dei consumatori e dall’altra puntare su politiche innovative. Tre in particolare sono i cambiamenti comportamentali che sarebbero efficaci in tal senso e che potrebbero ridurre le emissioni di metano di 65-80 Mt / anno nei prossimi decenni: ridurre lo spreco di cibo, migliorare la gestione del bestiame, adottare diete sane (vegetariane o con un contenuto inferiore di carne e latticini).
Per facilitare l’attuazione di tutte le misure necessarie, si potrebbe ricorrere ad alcune possibili strategie come mettere una tassazione sulle emissioni o stabilire un obiettivo di riduzione. Ci sono però anche ostacoli da affrontare come la mancanza di finanziamenti, la necessità di aumentare la consapevolezza e migliorare l'istruzione, i metodi di produzione da cambiare, lo sviluppo di nuove politiche e normative e la necessità, come detto, di operare cambiamenti nei consumi e nel comportamento dei consumatori.
Il potenziale di riduzione delle emissioni di metano varia però a seconda dei Paesi e delle regioni:
in Europa e in India il più grande potenziale si trova nel settore dei rifiuti,
in Cina nel settore della produzione di carbone, seguita dal bestiame,
in Africa dal bestiame seguito da petrolio e gas,
nella regione Asia-Pacifico, escluse Cina e India, proviene da carbone e rifiuti,
in Medio Oriente, Nord America e Russia proviene da petrolio e gas,
in America Latina dal sottosettore zootecnico.
Sforzi comuni per raggiungere i risultati
Oggi le riduzioni di metano sono sempre più affrontate attraverso leggi locali e nazionali e nell'ambito di programmi volontari e ci sono pochi accordi politici internazionali con obiettivi specifici per questo inquinante. Per raggiungere i risultati auspicati si rende invece necessaria una migliore e continua cooperazione per creare dati sulle emissioni, che siano trasparenti e verificabili in modo indipendente, e analisi di mitigazione. Tali sforzi di cooperazione consentirebbero ai governi e ad altre parti interessate di sviluppare e valutare politiche e normative sulla gestione delle emissioni di metano e monitorarne le riduzioni.
Per approfondimenti leggi Global Methane Assessment: Benefits and Costs of Mitigating Methane Emissions
fonte: www.arpat.toscana.it
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L’inquinamento da plastica è una questione di giustizia ambientale
“Giustizia ambientale significa istruire coloro che sono in prima linea sull’inquinamento da plastica e sui suoi rischi, includendoli nelle decisioni sulla sua produzione, sull’utilizzo e sullo smaltimento, e garantire loro l’accesso a un sistema giudiziario credibile”, puntualizza Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’Unep.
Una questione, quello dell’inquinamento causato dalla plastica, che ha una geografia particolare. Secondo il rapporto, a essere colpite sono le comunità più vulnerabili a prescindere dal livello socio-economico e gli indici di disuguaglianza di un paese. Così, ad esempio, paesi così distanti e diversi come gli Stati Uniti e il Sudan condividono diversi aspetti legati all’impatto negativo delle materie plastiche. Succede con il fracking, la tecnica di fratturazione idraulica per estrarre idrocarburi da scisto, che contamina l’acqua potabile in entrambi i paesi.
Il rapporto mette poi in guardia sui problemi di salute tra le comunità afroamericane che vivono vicino alle raffinerie di petrolio nel Golfo del Messico, anche queste negli Stati Uniti. Così come sui rischi affrontati da circa due milioni di raccoglitori di rifiuti in India.
“L’inquinamento da plastica è una questione di giustizia sociale”, afferma Marce Gutiérrez-Graudiņš, coautrice e fondatrice e direttrice esecutiva di Azul. “Gli sforzi attuali, limitati alla gestione e alla riduzione dell’inquinamento da plastica, sono inadeguati per affrontare l’intera portata dei problemi che la plastica crea, in particolare i disparati impatti sulle comunità colpite dagli effetti dannosi della plastica in ogni punto, dalla produzione allo spreco”.
Il rapporto affronta il problema anche attraverso il prisma della dimensione di genere. A questo proposito, nota che sono le donne, in particolare, a soffrire del rischio di tossicità correlato alla plastica, a causa della maggiore esposizione complessiva alla plastica a casa e nei prodotti per la cura femminile.
fonte: www.rinnovabili.it
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“Siamo troppo poco circolari per salvare il Pianeta”. I dati del Circularity Gap report 2021
Circolarità in calo rispetto al 2018
Il dato di partenza di ogni report è sempre lo stesso: quanto è circolare l’economia attuale? Il nuovo studio riporta che solo 8,6% dei materiali è reinserito nell’economia, una cifra più bassa rispetto al 9,1% misurato da Circle Economy nel suo primo report del 2018. Questo vuol dire che per il restante 91,4% l’economia globale persiste con una visione ‘produci-usa-getta’, che ha portato il consumo di materiali a toccare i 100 miliardi di tonnellate all’anno. “Usiamo sempre più cose e non le reinseriamo nella nostra economia – spiega Marc de Wit, Direttore Strategic Alliances presso Circle Economy e iniziatore del Circularity Gap Report – non siamo in grado di riportarle nell’economia, ecco perché tutti gli indicatori sono in rosso. Continuiamo a usare più cose, non siamo in grado di farle tornare indietro, di usarle più a lungo nella nostra economia, dobbiamo rallentare un po’ il ritmo. Usare meno per soddisfare i nostri bisogni”.
Materiali ed emissioni: una sfida aperta
A questo quadro si aggiunge il dato del surriscaldamento globale che non si arresta, il mondo è diventato già più caldo di 1°C rispetto ai livelli pre-industriali. La riflessione del Circularity Gap Report 2021 gira infatti intorno alla relazione molto stretta tra consumo di materiali ed emissioni di gas serra. Secondo i calcoli del report, il 70% delle emissioni sono da associare proprio all’uso e gestione dei materiali necessari a soddisfare le esigenze della società. L’analisi di Circle Economy conferma il ruolo centrale delle strategie di economia circolare: attuarle può significare tagliare le emissione del 39% rispetto ai livelli del 2019 (22,8 miliardi di tonnellate), facendo così in modo che l’aumento della temperatura media resti entro i 2°C. “Questo Circularity Gap Report per la prima volta non solo guarda alla circolarità in sé, ma a come la circolarità influenza altre questioni globali – interviene Matthew Fraser, alla guida del Circularity Gap Reporting Initiative -. L’economia circolare operante a livello globale ha il potenziale per colmare completamente il gap di emissioni: vuol dire che se adottiamo una roadmap con strategie di economia circolare, entro il 2032 possiamo raggiungere un percorso ben al di sotto dei 2°C. E raggiungere la neutralità”. Aumentando la circolarità del sistema globale del 7,7%, e quindi arrivando a un dato quasi doppio rispetto a quello attuale, si colmerebbe il gap di emissioni, ovvero il divario tra il livello delle emissioni previste per il 2030 e i livelli corrispondenti all’obiettivo di mantenere l’aumento delle temperature entro i 2 o meglio 1,5° C. Proprio sul recente Emission Gap Report del Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite (United Nations Environmental Programme – Unep): “Stiamo percorrendo la strada che porta a un riscaldamento globale elevato – prosegue Fraser -: se guardiamo a dove saremo con il business-as-usual entro il 2030, gli impegni e le politiche attuali delle nazioni ci porteranno solo al 15% del percorso per stare sotto i 2 °C, il restante 85% è economia circolare”.
Riprogettare la mobilità
Il report evidenzia tre settori che da soli producono il 70% delle emissioni globali: mobilità, abitazioni e nutrizione. Muoversi verso strategie circolari in queste tre aree porterebbe dei vantaggi importantissimi in termini di riduzione delle emissioni. Tra le tante attività economiche che generano emissioni di gas serra “la mobilità è la principale – spiega ancora Matthew Fraser – una cosa di cui ci siamo resi conto lo scorso anno, con il coronavirus e il lockdown, è che ridurre i viaggi può portare lontano in termini di riduzione delle emissioni. Il risparmio maggiore può derivare dal viaggiare di meno. Quello che attendiamo con ansia nella ripresa post Covid è pensare a modelli più permanenti di lavoro virtuale, spazi di lavoro flessibili, da remoto. Ma guardiamo anche a nuovi modelli di business: i modelli di condivisione stanno esplodendo nelle grandi città cambiando fondamentalmente le persone riguardo al possesso di auto”. Ma sicuramente il passo avanti in ottica circolare è ripensare l’intero modello: “Unirlo al design circolare di questi veicoli, se sono progettati per la longevità, la ripetibilità e la riciclabilità: questo è il punto di svolta” secondo Fraser.
Ripensare l’abitare
Anche tutto ciò che è abitare secondo gli autori del Circularity Gap report 2021 deve essere ripensato, interrogandosi su come è possibile utilizzare meglio lo spazio. Una progettazione circolare deve guardare non solo allo smantellamento e alla riciclabilità, ma anche alla modularità e a come poter rendere gli spazi adattabili e funzionali in modi diversi. “Il report vuole capire come possiamo massimizzare l’uso di input secondari (materie prime seconde), l’uso di rifiuti, come chiudere il ciclo. È su questo che bisogna agire nei prossimi 10 anni. Ci sono molti esempi in tutto il mondo, si tratta di guidare l’innovazione nel settore e riprodurre in scala. L’ispirazione c’è, bisogna metterla in pratica”.
Cambiare il modo di produrre e consumare cibo
Se si parla di emissioni e impatti non si può non nominare il settore alimentare. La catena alimentare che ci nutre ogni giorno è ormai globale e immensa, e a dover modificare le condotte sono sia i produttori sia i consumatori. “Se guardiamo ai Paesi occidentali, dobbiamo davvero ripensare ai nostri consumi, specialmente all’eccesso di consumo, a malattie come l’obesità e ai tassi di spreco alimentare superiori al 30%”. Secondo Fraser i maggiori produttori di cibo dovrebbero riflettere sull’utilizzo di pratiche come l’agricoltura rigenerativa capace di reimmettere costantemente carbonio nel suolo, creare biodiversità, costruire più diversità nell’economia locale.
Misurare per migliorare
Con il suo annuale lavoro sullo stato dell’economia circolare globale, la Circularity Gap Reporting Initiative ha portato alla luce il potere dei dati: “Alcuni anni fa non sapevamo nemmeno quanto fossimo circolari. Ora siamo in grado di eseguire quell’analisi a livello di Paese, anche a livello regionale” racconta Fraser. La nuova iniziativa portata avanti da Circle Economy è una piattaforma online partecipata dove si dia vita ai dati. In questo modo non si riportano semplicemente numeri che gli attori locali possono analizzare per capire i loro progressi, ma questo strumento permetterà loro di imparare da altri grandi esempi stimolanti. La Circularity Gap Reporting Initiative ha l’obiettivo di andare oltre la sua ricerca, come racconta il direttore Marc de Wit: “Quello che cerchiamo di fare con il rapporto è di fotografare il quadro globale, come organizzazione lavoriamo con città in tutto il mondo, con nazioni e Stati. Ma siamo ispirati a fare molto di più in tutto il Pianeta”.
fonte: economiacircolare.com
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Chi saprà guidare la battaglia per il clima?

La lotta contro il cambiamento climatico porterà verso una maggiore cooperazione tra governi, o sarà un nuovo terreno di scontro e competizione?
Al netto della pandemia, il clima figura tra i principali rischi geopolitici del 2021 secondo il rapporto annuale Top Risks (allegato in basso) elaborato da Eurasia Group, la società di consulenza fondata e presieduta dal politologo americano Ian Bremmer.
Il 2020 intanto si è chiuso come l’anno più caldo della storia insieme con il 2016, afferma il Copernicus Climate Change Service (C3S): si è registrato un incremento della temperatura media di circa 1,25 gradi a livello globale in confronto al periodo preindustriale (1850-1900) e di 0,6 gradi in confronto al 1981-2010.
Nell’Artico e in Siberia ci sono state deviazioni delle temperature annuali molto consistenti: fino a +6 gradi rispetto alla media in alcune zone della Siberia settentrionale, mentre la concentrazione di anidride carbonica è continuata a salire, nonostante il temporaneo calo delle emissioni durante il lockdown.
Il 2020 è stato l’anno, scrive Eurasia Group, in cui si sono moltiplicati gli annunci net-zero di vari paesi: Unione europea, Cina, Corea del Sud, Giappone, si sono impegnati ad azzerare le emissioni nette di anidride carbonica entro metà secolo (2060 per la Cina).
Ecco perché la società di consulenza parla delle complesse relazioni tra obiettivi net-zero e scenario “G-Zero”, dove G-Zero è la teoria del vuoto politico (sostenuta da Bremmer) in cui nessun paese ha la forza politico-economica di guidare l’agenda internazionale verso obiettivi comuni. G-Zero è anche un modo per dire che i gruppi tradizionali di potere industriale e finanziario, come il G7, sono ormai obsoleti.
L’impegno climatico potrebbe cambiare questa situazione di vuoto, grazie anche al nuovo presidente americano, Joe Biden, il cui insediamento alla Casa Bianca avverrà il 20 gennaio, al termine del mandato di Trump.
Biden ha dichiarato che gli Stati Uniti torneranno dentro l’accordo di Parigi sul clima e ha puntato la sua campagna elettorale su una maxi ondata di investimenti nelle energie rinnovabili.
Tuttavia, afferma Eurasia Group, c’è il rischio di sovrastimare la nuova era di cooperazione globale sul clima, perché i nuovi piani su energia e clima potrebbero essere meno coordinati ed efficaci di quanto si creda oggi.
La transizione energetica, si legge nel rapporto, sarà dominata dalla competizione e da una mancanza di coordinamento internazionale, con il rischio di accentuare le fratture tra stati e governi.
Definire politiche globali sul clima, come una carbon tax, è sempre stato difficile, tanto per usare un eufemismo.
E un’analisi di Carbon Brief evidenzia che solamente 45 Paesi, alla scadenza fissata dalle Nazioni Unite in base all’accordo di Parigi (il 2020), hanno trasmesso i rispettivi piani con impegni rafforzati per ridurre le emissioni inquinanti.
Troppo poco, anche perché mancano all’appello colossi come Cina, India, Stati Uniti.
Il rischio allora è che gli annunci net-zero per il 2050 restino annunci vuoti, o solo in parte riempiti con gli investimenti necessari per realizzare un’economia a zero emissioni.
Greta Thunberg, su Twitter, con riferimento alla recente decisione del governo inglese di non intervenire contro il progetto di aprire una nuova miniera di carbone, West Cumbria Mining (il carbone servirà per la produzione di acciaio), ha scritto (traduzione nostra dall’inglese, in corsivo): “Questo mostra il vero significato del cosiddetto ‘net zero nel 2050’. Questi obiettivi vaghi, insufficienti e proiettati nel futuro, fondamentalmente non significano nulla oggi”.
A dicembre, in due distinti rapporti, il programma ambientale delle Nazioni Unite (Unep, United Nations Environment Programme) ha evidenziato l’enorme divario tra “dove si sta andando” e “dove si dovrebbe andare” in tema di cambiamenti climatici.
In sostanza, scriveva l’Unep, l’attuale modello di sviluppo economico-energetico è totalmente incompatibile con gli obiettivi per il clima al 2030 e 2050, perché i governi stanno pianificando di incrementare la produzione di carbone, petrolio e gas del 2% l’anno in media da qui al 2030, anziché ridurla.
Quindi le azioni dei governi su scala mondiale contraddicono gli annunci di obiettivi net-zero per azzerare le emissioni nette di anidride carbonica entro metà secolo.
Inoltre, come spiegava già Luca Mercalli in questa intervista a QualEnergia.it dello scorso maggio, il calo annuale della CO2, se rimarrà circoscritto al 2020 (circa -7% sul 2019 “grazie” agli effetti del lockdown), avrà una conseguenza trascurabile sulla tendenza del clima di lungo periodo.
Ecco perché diventa fondamentale utilizzare i piani di ripresa economica per investire nella transizione “verde”: fonti rinnovabili, efficienza energetica, tutela degli ecosistemi, auto elettriche, in modo da ridurre velocemente e costantemente le emissioni di CO2.
fonte: www.qualenergia.it
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Occorrono sforzi maggiori per ottenere un Mediterraneo più pulito

Il raggiungimento di un Mar Mediterraneo più pulito richiede una migliore attuazione delle politiche e dati e informazioni ambientali migliorati, secondo il rapporto congiunto dell'Agenzia europea dell'ambiente EAEA) e del Piano d'azione mediterraneo del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP / MAP) "Verso un Mar Mediterraneo più pulito: un decennio di progressi".
Il rapporto fa il punto sui progressi compiuti e sulle sfide future nell'iniziativa dell'Unione per il Mediterraneo Horizon 2020 per un Mediterraneo più pulito (H2020).
Secondo il rapporto, gli attuali interventi sono efficaci per tenere il passo con le crescenti pressioni ambientali, ma la loro portata potrebbe non essere sufficiente per migliorare lo stato ambientale del Mediterraneo. Questo messaggio principale è coerente con i risultati del "Rapporto sullo stato dell'ambiente e dello sviluppo nel Mediterraneo" che sarà presto pubblicato da Plan Bleu, un Centro di attività regionale del sistema UNEP / MAP-Convenzione di Barcellona.
Il riciclaggio non riesce a tenere il passo con l'aumento della produzione di rifiuti in diversi paesi della sponda meridionale del Mediterraneo, a causa del costo relativamente elevato rispetto allo scarico aperto.
Allo stesso modo, il rapporto mostra che l'accesso a servizi igienico-sanitari gestiti in modo sicuro sta aumentando lentamente, ma almeno 5,7 milioni di persone nelle aree urbane e 10,6 milioni di abitanti rurali non hanno ancora accesso a sistemi igienico-sanitari migliorati.
Un'altra area che necessita di attenzione è la gestione integrata dell'inquinamento, comprese ad esempio politiche efficaci di riutilizzo dell'acqua che affronterebbero la crescente domanda e la diminuzione della disponibilità di acqua.
Nonostante gli sforzi per la transizione verso approcci circolari, importanti settori economici si basano ancora su modelli di business lineari che fanno affidamento su un consumo di risorse e catene di approvvigionamento non sostenibili.
La relazione rileva inoltre la necessità di una gestione più efficace dei rifiuti pericolosi. Finanziamenti adeguati e capacità di costruzione per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti pericolosi in tutto il bacino sono sia critici che urgenti.
Una delle sfide principali è che il panorama politico complesso ed eterogeneo della regione rende difficile affrontare le sfide ambientali in modo olistico. La relazione chiede una migliore applicazione delle politiche, che richiede informazioni ambientali più solide e condivise, nonché lo sviluppo di capacità a livello locale, nazionale e regionale. Sebbene i sistemi di dati regionali siano migliorati in modo significativo, il rapporto indica che c'è stato uno scarso miglioramento nella disponibilità e nella qualità dei dati a livello nazionale.
Per approfondimenti leggi Verso un Mar Mediterraneo più pulito: un decennio di progressi
fonte: www.arpat.toscana.it
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L'UNEP mette a disposizione di insegnanti e studenti "Earth school"

In risposta alla crisi Covid-19, l'UNEP, l'agenzia delle Nazioni Unite per l'ambiente, in collaborazione con oltre 30 organizzazioni internazionali, fra le quali National Geographic, WWF e UNESCO, hanno realizzato "Earth School", che fornisce contenuti educativi gratuiti e di alta qualità per aiutare studenti, genitori e insegnanti di tutto il mondo che sono attualmente a casa.
Earth School porta gli studenti in una "avventura" di 30 giorni attraverso il mondo naturale, utilizzando video, materiali di lettura e attività - che saranno tradotti in 10 lingue - per aiutare gli studenti a comprendere l'ambiente mentre considerano il proprio ruolo al suo interno.
Questa è la più grande iniziativa di apprendimento online nella storia dell'UNEP ed è disponibile gratuitamente sul sito Web di TED-Ed.
TED-Ed crea lezioni gratuite basate su video su tutto, dagli animali e i cambiamenti climatici alle fattorie sottomarine. È il braccio educativo di TED, la cui biblioteca di migliaia di lezioni interattive - costruita da una rete di 500.000 educatori da tutto il mondo - abbraccia tutte le età e le materie.
Ogni avventura è stata accuratamente selezionata da un gruppo di professionisti esperti e si rivolge a diverse fasce di età. Ciascuno consiste in un esperimento pratico e una scoperta della natura. Oltre ai contenuti di TED-Ed, Earth School presenterà video di importanti organizzazioni mediatiche tra cui National Geographic, PBS LearningMedia e la BBC con l'obiettivo di autorizzare gli studenti partecipanti a essere custodi del nostro pianeta.
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Rapporto mondiale delle Nazioni Unite sullo sviluppo delle risorse idriche 2020

In occasione della Giornata mondiale dell'Acqua del 22 marzo, l'ONU ha pubblicato il rapporto sullo risorse idriche.
Secondo il rapporto, i cambiamenti climatici influenzeranno la disponibilità , la qualità e la quantità di acqua per le necessità essenziali dell'essere umano, minacciando così l'effettivo godimento dei diritti umani all'acqua e ai servizi igienico-sanitari potenzialmente per miliardi di persone.
Le alterazioni idrologiche causate dai cambiamenti climatici costituiranno una sfida che andrà ad aggiungersi alla gestione sostenibile delle risorse idriche, già oggetto di notevoli pressioni in numerose aree del mondo.
Sicurezza alimentare, salute, insediamenti urbani e rurali, produzione di energia, sviluppo industriale, crescita economica ed ecosistemi dipendono tutti dalle risorse idriche, risultano quindi vulnerabili agli impatti dei cambiamenti climatici.
L'adattamento ai cambiamenti climatici e la relativa mitigazione attraverso la gestione delle risorse idriche risultano quindi decisivi per lo sviluppo sostenibile ed essenziali per conseguire gli obiettivi fissati dall'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, nell'Accordo sui cambiamenti climatici e nel Quadro di riferimento di Sendai per la riduzione del rischio di disastri.
Il rapporto quindi tratta dettagliatamente tutti questi aspetti. Di seguito alcuni accenni molto sintetici.
Nel corso degli ultimi cento anni l'utilizzo globale di acqua è cresciuto di sei volte - una crescita che proseguirà costantemente ad un tasso pari all'1% annuo in conseguenza dell'incremento della popolazione, dello sviluppo economico e del cambiamento dei modelli di consumo.
Congiuntamente ad approvvigionamenti idrici sempre più incerti e irregolari, i cambiamenti climatici aggraveranno la situazione nelle regioni già sottoposte a stress idrico, generando inoltre stress idrico anche in quelle regioni in cui le risorse sono attualmente abbondanti.
I cambiamenti climatici generano ulteriori rischi a carico delle infrastrutture idriche, con una crescente necessità di misure di adattamento.
Gli impatti dei cambiamenti climatici previsti sulla salute umana correlati con l'acqua riguardano principalmente le patologie veicolate dagli alimenti, dall'acqua stessa e dai vettori, i decessi e le lesioni associate agli eventi meteorologici estremi, come pure la sottonutrizione quale conseguenza delle carenze alimentari causate da siccità e inondazioni.
Le proiezioni relative al clima indicano un incremento delle precipitazioni in Europa settentrionale e una riduzione in Europa meridionale. Il Gruppo Intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) ha sottolineato le crescenti sfide per irrigazione, energia idroelettrica, ecosistemi e insediamenti umani nella regione.
fonte: http://www.arpat.toscana.it
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Quanti e quali paesi nel mondo hanno adottato misure per limitare l’inquinamento da plastiche usa e getta?
- borse in plastica usa e getta
- oggetti e prodotti in plastica usa e getta, per lo più contenitori per bevande e alimenti ma anche cannucce e posate
- micro e nano plastiche, spesso aggiunte ad altri prodotti, come quelli per la cura della persona, o per le pulizie della casa o dell'automobile.
- gli strumenti legali (divieti, restrizioni, tasse ed altro ancora)
- i sistemi di gestione dei rifiuti (sia smaltimento che riuso o riciclo)
- le soluzioni adottate per sostituire i prodotti in plastica, in particolare quelli usa e getta.
- il modo in cui vengono applicati i divieti alla fabbricazione, uso, distribuzione, importazione-esportazione dei prodotti in plastica monouso, se coinvolgono i prodotti e/o i processi produttivi o solo l’utilizzo in alcune catene produttive, come quella alimentare, dove si fa molto uso di prodotti in plastica usa e getta
- il tipo di incentivi e disincentivi fissati e come vengono applicati alla fase di produzione, consumo e smaltimento
- la modalità con cui, a livello nazionale, la normativa sulla gestione dei rifiuti e sul riciclo incide sui prodotti in plastica monouso
- le misure volontarie che limitano l’uso di microplastiche.
Quali sono i fiumi che trasportano più plastica nei mari?

L'estate 2019 è all'insegna della lotta alle plastiche usa e getta che inquinano i mari, ma come finisce tutta questa plastica in mare?
Secondo l'Unep, circa l'80% della plastica che si trova nei mari è il risultato di una scarsa o insufficiente gestione dei rifiuti a terra, dovuta in particolare ad una limitata capacità di riusare e/o riciclare i materiali plastici.
Naturalmente il problema non riguarda un solo paese o un continente, ma l'intero pianeta.
L'Unep individua tra le principali cause:
le discariche illegali di rifiuti domestici e industriali e quelle legali mal gestite
lo scarso trattamento delle acque reflue e gli sversamenti di acque reflue
le cattive abitudini da parte delle persone che utilizzano le spiagge a fini ricreativi o per pesca sportiva
l'attività industriale, in particolare le industrie con processi che coinvolgono materiali plastici
i trasporti
le attività legate alla pesca
i contenitori per i rifiuti non adeguatamente coperti e le strutture per il contenimento dei rifiuti non chiuse ermeticamente
i rifiuti abbandonati al suolo che gli agenti atmosferi (pioggia o neve o vento) trasportano nei corsi d'acqua.
Le Nazioni Unite puntano molto sulla prevenzione e sulla corretta gestione dei rifiuti per risolvere, o almeno limitare fortemente il problema, che ormai è ampiamente conosciuto e motivo di crescente preoccupazione ecologica a causa della persistenza chimica delle materie plastiche e della loro frammentazione meccanica, che le riduce in microplastiche in grado di essere ingerite da piccoli organismi come lo zooplancton, entrando nella catena alimentare.
Uno studio inglese pubblicato nel giugno del 2017 ha stimato che i rifiuti plastici, che giungono in mare attraverso i fiumi, siano tra gli 1,15 e i 2,41 milioni di tonnellate. Le stime sono il risultato di una combinazione di informazioni geospaziali, di densità della popolazione, di gestione dei rifiuti, topografiche, idrografiche e relative alla posizione delle dighe.
Il modello evidenzia che la presenza di plastiche nei fiumi dipende dal drenaggio dei detriti dalle sponde del fiume e dalle insenature che conducono ai principali corsi d'acqua e risulta variabile in base alla stagione, sicuramente maggiore nel periodo che va da maggio a ottobre.
Moltissimi i rifiuti plastici, che provengono dai fiumi asiatici, principalmente a causa del rapido sviluppo economico manifestatosi in Asia negli ultimi anni, spesso non accompagnato da una gestione efficiente dei rifiuti prodotti, soprattutto nelle aree meno urbanizzate.
Per quanto riguarda la stagionalità, la ricerca ha evidenziato che le variazioni relative degli input mensili del subcontinente asiatico non appaiono così pronunciate come per gli altri continenti. Ciò è dovuto ad un sostanziale equilibrio tra gli input che provengono dall'Asia orientale e dal subcontinente indiano durante l'estate dell'emisfero settentrionale e i contributi dal Sud-est asiatico durante l'estate dell'emisfero meridionale.
Per le altre parti del mondo, il modello ha mostrato due distinti picchi per i rifiuti plastici fluviali: uno che si verifica tra giugno e ottobre per i fiumi dell'Africa, del Nord e dell'America centrale e uno che si verifica da novembre a maggio per i fiumi europei, sudamericani e Australia-Pacifico.
Lo studio in questione è basato sull'analisi di campioni di plastica e sull'elaborazione di dati acquisiti da ricerche precedenti, in particolare la ricerca si concentra sull'analisi di una raccolta globale di informazioni sui detriti di varie dimensioni presenti nella colonna d'acqua, sia frammenti microplastici (particelle <5 mm) che macroplastici (particelle >5 mm), combinata con informazioni inerenti il sistema di gestione dei rifiuti nelle zone interessate.
Entrambi gli studi, seppur con differenze, indicano il fiume Yangtze, in Cina, come il maggior "trasportatore" di rifiuti. L'Indonesia, invece, è risultata uno dei principali contribuenti del continente asiatico, con quattro fiumi giavanesi che destano particolare preoccupazione, si tratta dei fiumi Brantas, Solo, Serayu e Progo, che trasportano rispettivamente 38.900 (range 32.300-63.700), 32.500 (range 26.500-54.100), 17.100 (range 13.300-29.900) e 12.800 (range 9.800-22.900) tonnellate di plastica all'anno.
Per quanto riguarda invece i corsi d'acqua europei, non sono molti gli studi realizzati, ma quelli esistenti evidenziano che il Danubio, ogni anno, trasporta nel Mar Nero da 530 a 1500 tonnellate di plastica, mentre attraverso il fiume Reno finiscono, ogni anno, nel Mare del Nord da 20 a 21 tonnellate di plastiche.
La barriera anti-marine litter è stata realizzata nel tratto del fiume Po in località Pontelagoscuro, nel Comune di Ferrara, a 40 km dalla foce, così da consentire una stima dei rifiuti presenti lungo quasi l'intero corso del fiume. Piccole barche "Sea hunter" hanno raccolto i rifiuti, in prevalenza plastica, materiali legnosi e canne, portandoli a riva. Da qui, i rifiuti sono stati trasportati presso l'impianto Transeco a Zevio (Verona), a circa 75 km di distanza, dove sono stati sottoposti ad una prima selezione, suddividendoli in plastica da riciclare e frazione non riciclabile. I primi sono stati inviati al centro di selezione del consorzio Corepla, a Legnago (Verona), per le operazioni di riciclo.
Approfondisci anche leggendo i rapporti Unep
"Marine litter: a global challenge"
"Legal limits on single-use. Plastics and microplastics.
fonte: http://www.arpat.toscana.it





