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Emissioni di metano: urgente un taglio entro il 2030

La riduzione delle emissioni di metano gioca un ruolo importante per rallentare il tasso di riscaldamento globale



Le emissioni di metano causate dall'uomo possono essere ridotte fino al 45% nel prossimo decennio, evitando quasi 0,3°C di riscaldamento globale entro il 2045 e avvicinandosi così all'obiettivo dell'Accordo di Parigi di limitare l'aumento della temperatura media globale a 1,5° e rispettando anche gli scenari prospettati dall'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC).

Il taglio del metano, gas serra estremamente potente, può giocare dunque un ruolo chiave per contrastare il cambiamento climatico, andando ad affiancarsi agli sforzi per ridurre l'anidride carbonica. Rispetto a quest'ultima, che rimane in atmosfera per centinaia di anni, il metano inizia a degradarsi rapidamente e la maggior parte scompare dopo un decennio. Riducendo quindi le sue emissioni si può frenare rapidamente il tasso di riscaldamento nel breve periodo.

Essendo poi il metano un importante inquinante atmosferico, nonché precursore dell'ozono troposferico, questa riduzione del 45% delle emissioni eviterebbe 255.000 morti premature, 775.000 visite ospedaliere legate all’asma, 73 miliardi di ore di lavoro perse a causa del caldo estremo, 25 milioni di tonnellate di perdite di raccolto all’anno (vedi immagine a seguire).

Nonostante la crisi economica indotta dalla pandemia nel 2020, che ha impedito un altro anno record per le emissioni di anidride carbonica, la quantità di metano nell'atmosfera ha raggiunto livelli elevati, secondo gli ultimi dati della United States National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA).

Più della metà delle emissioni globali di metano derivano dalle attività umane principalmente in tre settori:
35% dai combustibili fossili, con l’estrazione, la lavorazione e la distribuzione di petrolio e gas che rappresentano il 23% e l’estrazione del carbone il 12%,
20% dai rifiuti (discariche e acque reflue),
40% dall’agricoltura, con le emissioni di bestiame da letame e fermentazione enterica che rappresentano circa il 32% e la coltivazione del riso l‘8%.

A proposito di quest'ultimo punto, il rapporto mette in evidenza il contributo importante al cambiamento climatico che deriva dalla produzione di cibo e dall’agricoltura. Quest'ultima è infatti responsabile di grand parte delle emissioni globali di metano, a causa della rapida crescita dell’agricoltura industriale e del consumo eccessivo di carne e latticini. Le emissioni di metano del settore zootecnico sono aumentate drammaticamente del 70% dal 1961 a oggi e si prevede che rappresenteranno una quota crescente delle emissioni future di metano.
Quali soluzioni possibili?

Il rapporto mette in evidenza le soluzioni mirate già disponibili e in grado di portare avanti le riduzioni che sono auspicate fino al 30%; circa il 60% di queste misure è a basso costo e il 50% di queste ha addirittura costi negativi, quindi costituisce un guadagno per le aziende che le applicano.

Quasi la metà di queste misure sono già disponibili per il settore dei combustibili fossili in cui è relativamente facile ridurre il metano nel punto di emissione e lungo le linee di produzione/trasmissione. Sono disponibili anche soluzioni mirate nei settori dei rifiuti e dell'agricoltura.

A fianco di queste misure, ne servono però anche di aggiuntive che possono ridurre le emissioni di metano di un altro 15% entro il 2030, ad esempio
passaggio alle energie rinnovabili,
efficienza energetica residenziale e commerciale,
riduzione della perdita e degli sprechi alimentari.

Nel settore agro-zootecnico, visto che le tecnologie non sono in grado di affrontare in modo decisivo le emissioni di metano, è necessario da una parte intervenire sulle abitudini dei consumatori e dall’altra puntare su politiche innovative. Tre in particolare sono i cambiamenti comportamentali che sarebbero efficaci in tal senso e che potrebbero ridurre le emissioni di metano di 65-80 Mt / anno nei prossimi decenni: ridurre lo spreco di cibo, migliorare la gestione del bestiame, adottare diete sane (vegetariane o con un contenuto inferiore di carne e latticini).

Per facilitare l’attuazione di tutte le misure necessarie, si potrebbe ricorrere ad alcune possibili strategie come mettere una tassazione sulle emissioni o stabilire un obiettivo di riduzione. Ci sono però anche ostacoli da affrontare come la mancanza di finanziamenti, la necessità di aumentare la consapevolezza e migliorare l'istruzione, i metodi di produzione da cambiare, lo sviluppo di nuove politiche e normative e la necessità, come detto, di operare cambiamenti nei consumi e nel comportamento dei consumatori.

Il potenziale di riduzione delle emissioni di metano varia però a seconda dei Paesi e delle regioni:
in Europa e in India il più grande potenziale si trova nel settore dei rifiuti,
in Cina nel settore della produzione di carbone, seguita dal bestiame,
in Africa dal bestiame seguito da petrolio e gas,
nella regione Asia-Pacifico, escluse Cina e India, proviene da carbone e rifiuti,
in Medio Oriente, Nord America e Russia proviene da petrolio e gas,
in America Latina dal sottosettore zootecnico.
Sforzi comuni per raggiungere i risultati

Oggi le riduzioni di metano sono sempre più affrontate attraverso leggi locali e nazionali e nell'ambito di programmi volontari e ci sono pochi accordi politici internazionali con obiettivi specifici per questo inquinante. Per raggiungere i risultati auspicati si rende invece necessaria una migliore e continua cooperazione per creare dati sulle emissioni, che siano trasparenti e verificabili in modo indipendente, e analisi di mitigazione. Tali sforzi di cooperazione consentirebbero ai governi e ad altre parti interessate di sviluppare e valutare politiche e normative sulla gestione delle emissioni di metano e monitorarne le riduzioni.

Per approfondimenti leggi Global Methane Assessment: Benefits and Costs of Mitigating Methane Emissions

fonte: www.arpat.toscana.it



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L’inquinamento da plastica è una questione di giustizia ambientale

Il rapporto di UNEP e dell’ong Azul legge l’impatto dell’inquinamento causato dalla plastica, in tutte le fasi del suo ciclo produttivo, come una questione che colpisce in modo sproporzionato le comunità più vulnerabili









L’inquinamento causato dalla plastica colpisce in modo sproporzionato le comunità più vulnerabili. Un problema di giustizia ambientale che riguarda tutte le fasi del ciclo di vita della plastica. Dall’estrazione delle materie prime necessarie alla produzione, fino al consumo e allo smaltimento. Lo sottolinea l’Unep, l’agenzia per la protezione ambientale delle Nazioni Unite, in un report scritto insieme alla Ong Azul dal titolo Neglected: Environmental Justice Impacts of Plastic Pollution.

“Giustizia ambientale significa istruire coloro che sono in prima linea sull’inquinamento da plastica e sui suoi rischi, includendoli nelle decisioni sulla sua produzione, sull’utilizzo e sullo smaltimento, e garantire loro l’accesso a un sistema giudiziario credibile”, puntualizza Inger Andersen, direttrice esecutiva dell’Unep.

Una questione, quello dell’inquinamento causato dalla plastica, che ha una geografia particolare. Secondo il rapporto, a essere colpite sono le comunità più vulnerabili a prescindere dal livello socio-economico e gli indici di disuguaglianza di un paese. Così, ad esempio, paesi così distanti e diversi come gli Stati Uniti e il Sudan condividono diversi aspetti legati all’impatto negativo delle materie plastiche. Succede con il fracking, la tecnica di fratturazione idraulica per estrarre idrocarburi da scisto, che contamina l’acqua potabile in entrambi i paesi.

Il rapporto mette poi in guardia sui problemi di salute tra le comunità afroamericane che vivono vicino alle raffinerie di petrolio nel Golfo del Messico, anche queste negli Stati Uniti. Così come sui rischi affrontati da circa due milioni di raccoglitori di rifiuti in India.

“L’inquinamento da plastica è una questione di giustizia sociale”, afferma Marce Gutiérrez-Graudiņš, coautrice e fondatrice e direttrice esecutiva di Azul. “Gli sforzi attuali, limitati alla gestione e alla riduzione dell’inquinamento da plastica, sono inadeguati per affrontare l’intera portata dei problemi che la plastica crea, in particolare i disparati impatti sulle comunità colpite dagli effetti dannosi della plastica in ogni punto, dalla produzione allo spreco”.

Il rapporto affronta il problema anche attraverso il prisma della dimensione di genere. A questo proposito, nota che sono le donne, in particolare, a soffrire del rischio di tossicità correlato alla plastica, a causa della maggiore esposizione complessiva alla plastica a casa e nei prodotti per la cura femminile.

fonte: www.rinnovabili.it


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“Siamo troppo poco circolari per salvare il Pianeta”. I dati del Circularity Gap report 2021

Dal Circularity Gap Report 2021 emerge che l'attuale tasso di circolarità all'8,6% va almeno raddoppiato. Per rimanere sotto i 2°C di aumento di temperatura media globale, il sistema deve puntare su strategie circolari che reimmettano più materiali nell'economia. Da dove partire? Mobilità, abitazioni e nutrizione










Ancora una volta Circle Economy, organizzazione dedicata ad accelerare la transizione verso un’economia circolare, presenta il suo studio annuale, Circularity Gap Report 2021, nel corso del World Economic Forum virtuale di Davos. La Circularity Gap Reporting Initiative si offre come punto di riferimento della ricerca sulla circolarità, misurando lo stato dell’economia globale e le potenzialità di una transizione verso un modello circolare.

Circolarità in calo rispetto al 2018

Il dato di partenza di ogni report è sempre lo stesso: quanto è circolare l’economia attuale? Il nuovo studio riporta che solo 8,6% dei materiali è reinserito nell’economia, una cifra più bassa rispetto al 9,1% misurato da Circle Economy nel suo primo report del 2018. Questo vuol dire che per il restante 91,4% l’economia globale persiste con una visione ‘produci-usa-getta’, che ha portato il consumo di materiali a toccare i 100 miliardi di tonnellate all’anno. “Usiamo sempre più cose e non le reinseriamo nella nostra economia – spiega Marc de Wit, Direttore Strategic Alliances presso Circle Economy e iniziatore del Circularity Gap Report – non siamo in grado di riportarle nell’economia, ecco perché tutti gli indicatori sono in rosso. Continuiamo a usare più cose, non siamo in grado di farle tornare indietro, di usarle più a lungo nella nostra economia, dobbiamo rallentare un po’ il ritmo. Usare meno per soddisfare i nostri bisogni”.

Materiali ed emissioni: una sfida aperta

A questo quadro si aggiunge il dato del surriscaldamento globale che non si arresta, il mondo è diventato già più caldo di 1°C rispetto ai livelli pre-industriali. La riflessione del Circularity Gap Report 2021 gira infatti intorno alla relazione molto stretta tra consumo di materiali ed emissioni di gas serra. Secondo i calcoli del report, il 70% delle emissioni sono da associare proprio all’uso e gestione dei materiali necessari a soddisfare le esigenze della società. L’analisi di Circle Economy conferma il ruolo centrale delle strategie di economia circolare: attuarle può significare tagliare le emissione del 39% rispetto ai livelli del 2019 (22,8 miliardi di tonnellate), facendo così in modo che l’aumento della temperatura media resti entro i 2°C. “Questo Circularity Gap Report per la prima volta non solo guarda alla circolarità in sé, ma a come la circolarità influenza altre questioni globali – interviene Matthew Fraser, alla guida del Circularity Gap Reporting Initiative -. L’economia circolare operante a livello globale ha il potenziale per colmare completamente il gap di emissioni: vuol dire che se adottiamo una roadmap con strategie di economia circolare, entro il 2032 possiamo raggiungere un percorso ben al di sotto dei 2°C. E raggiungere la neutralità”. Aumentando la circolarità del sistema globale del 7,7%, e quindi arrivando a un dato quasi doppio rispetto a quello attuale, si colmerebbe il gap di emissioni, ovvero il divario tra il livello delle emissioni previste per il 2030 e i livelli corrispondenti all’obiettivo di mantenere l’aumento delle temperature entro i 2 o meglio 1,5° C. Proprio sul recente Emission Gap Report del Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite (United Nations Environmental Programme – Unep): “Stiamo percorrendo la strada che porta a un riscaldamento globale elevato – prosegue Fraser -: se guardiamo a dove saremo con il business-as-usual entro il 2030, gli impegni e le politiche attuali delle nazioni ci porteranno solo al 15% del percorso per stare sotto i 2 °C, il restante 85% è economia circolare”.

Riprogettare la mobilità

Il report evidenzia tre settori che da soli producono il 70% delle emissioni globali: mobilità, abitazioni e nutrizione. Muoversi verso strategie circolari in queste tre aree porterebbe dei vantaggi importantissimi in termini di riduzione delle emissioni. Tra le tante attività economiche che generano emissioni di gas serra “la mobilità è la principale – spiega ancora Matthew Fraser – una cosa di cui ci siamo resi conto lo scorso anno, con il coronavirus e il lockdown, è che ridurre i viaggi può portare lontano in termini di riduzione delle emissioni. Il risparmio maggiore può derivare dal viaggiare di meno. Quello che attendiamo con ansia nella ripresa post Covid è pensare a modelli più permanenti di lavoro virtuale, spazi di lavoro flessibili, da remoto. Ma guardiamo anche a nuovi modelli di business: i modelli di condivisione stanno esplodendo nelle grandi città cambiando fondamentalmente le persone riguardo al possesso di auto”. Ma sicuramente il passo avanti in ottica circolare è ripensare l’intero modello: “Unirlo al design circolare di questi veicoli, se sono progettati per la longevità, la ripetibilità e la riciclabilità: questo è il punto di svolta” secondo Fraser.

Ripensare l’abitare

Anche tutto ciò che è abitare secondo gli autori del Circularity Gap report 2021 deve essere ripensato, interrogandosi su come è possibile utilizzare meglio lo spazio. Una progettazione circolare deve guardare non solo allo smantellamento e alla riciclabilità, ma anche alla modularità e a come poter rendere gli spazi adattabili e funzionali in modi diversi. “Il report vuole capire come possiamo massimizzare l’uso di input secondari (materie prime seconde), l’uso di rifiuti, come chiudere il ciclo. È su questo che bisogna agire nei prossimi 10 anni. Ci sono molti esempi in tutto il mondo, si tratta di guidare l’innovazione nel settore e riprodurre in scala. L’ispirazione c’è, bisogna metterla in pratica”.

Cambiare il modo di produrre e consumare cibo

Se si parla di emissioni e impatti non si può non nominare il settore alimentare. La catena alimentare che ci nutre ogni giorno è ormai globale e immensa, e a dover modificare le condotte sono sia i produttori sia i consumatori. “Se guardiamo ai Paesi occidentali, dobbiamo davvero ripensare ai nostri consumi, specialmente all’eccesso di consumo, a malattie come l’obesità e ai tassi di spreco alimentare superiori al 30%”. Secondo Fraser i maggiori produttori di cibo dovrebbero riflettere sull’utilizzo di pratiche come l’agricoltura rigenerativa capace di reimmettere costantemente carbonio nel suolo, creare biodiversità, costruire più diversità nell’economia locale.

Misurare per migliorare

Con il suo annuale lavoro sullo stato dell’economia circolare globale, la Circularity Gap Reporting Initiative ha portato alla luce il potere dei dati: “Alcuni anni fa non sapevamo nemmeno quanto fossimo circolari. Ora siamo in grado di eseguire quell’analisi a livello di Paese, anche a livello regionale” racconta Fraser. La nuova iniziativa portata avanti da Circle Economy è una piattaforma online partecipata dove si dia vita ai dati. In questo modo non si riportano semplicemente numeri che gli attori locali possono analizzare per capire i loro progressi, ma questo strumento permetterà loro di imparare da altri grandi esempi stimolanti. La Circularity Gap Reporting Initiative ha l’obiettivo di andare oltre la sua ricerca, come racconta il direttore Marc de Wit: “Quello che cerchiamo di fare con il rapporto è di fotografare il quadro globale, come organizzazione lavoriamo con città in tutto il mondo, con nazioni e Stati. Ma siamo ispirati a fare molto di più in tutto il Pianeta”.

fonte: economiacircolare.com


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Chi saprà guidare la battaglia per il clima?

Oggi nessun paese ha la forza politico-economica di guidare l’agenda internazionale verso obiettivi comuni. Cambiamenti climatici e rischi geopolitici del 2021 nel rapporto di Eurasia Group.



La lotta contro il cambiamento climatico porterà verso una maggiore cooperazione tra governi, o sarà un nuovo terreno di scontro e competizione?

Al netto della pandemia, il clima figura tra i principali rischi geopolitici del 2021 secondo il rapporto annuale Top Risks (allegato in basso) elaborato da Eurasia Group, la società di consulenza fondata e presieduta dal politologo americano Ian Bremmer.

Il 2020 intanto si è chiuso come l’anno più caldo della storia insieme con il 2016, afferma il Copernicus Climate Change Service (C3S): si è registrato un incremento della temperatura media di circa 1,25 gradi a livello globale in confronto al periodo preindustriale (1850-1900) e di 0,6 gradi in confronto al 1981-2010.

Nell’Artico e in Siberia ci sono state deviazioni delle temperature annuali molto consistenti: fino a +6 gradi rispetto alla media in alcune zone della Siberia settentrionale, mentre la concentrazione di anidride carbonica è continuata a salire, nonostante il temporaneo calo delle emissioni durante il lockdown.

Il 2020 è stato l’anno, scrive Eurasia Group, in cui si sono moltiplicati gli annunci net-zero di vari paesi: Unione europea, Cina, Corea del Sud, Giappone, si sono impegnati ad azzerare le emissioni nette di anidride carbonica entro metà secolo (2060 per la Cina).

Ecco perché la società di consulenza parla delle complesse relazioni tra obiettivi net-zero e scenario “G-Zero”, dove G-Zero è la teoria del vuoto politico (sostenuta da Bremmer) in cui nessun paese ha la forza politico-economica di guidare l’agenda internazionale verso obiettivi comuni. G-Zero è anche un modo per dire che i gruppi tradizionali di potere industriale e finanziario, come il G7, sono ormai obsoleti.

L’impegno climatico potrebbe cambiare questa situazione di vuoto, grazie anche al nuovo presidente americano, Joe Biden, il cui insediamento alla Casa Bianca avverrà il 20 gennaio, al termine del mandato di Trump.

Biden ha dichiarato che gli Stati Uniti torneranno dentro l’accordo di Parigi sul clima e ha puntato la sua campagna elettorale su una maxi ondata di investimenti nelle energie rinnovabili.

Tuttavia, afferma Eurasia Group, c’è il rischio di sovrastimare la nuova era di cooperazione globale sul clima, perché i nuovi piani su energia e clima potrebbero essere meno coordinati ed efficaci di quanto si creda oggi.

La transizione energetica, si legge nel rapporto, sarà dominata dalla competizione e da una mancanza di coordinamento internazionale, con il rischio di accentuare le fratture tra stati e governi.

Definire politiche globali sul clima, come una carbon tax, è sempre stato difficile, tanto per usare un eufemismo.

E un’analisi di Carbon Brief evidenzia che solamente 45 Paesi, alla scadenza fissata dalle Nazioni Unite in base all’accordo di Parigi (il 2020), hanno trasmesso i rispettivi piani con impegni rafforzati per ridurre le emissioni inquinanti.

Troppo poco, anche perché mancano all’appello colossi come Cina, India, Stati Uniti.

Il rischio allora è che gli annunci net-zero per il 2050 restino annunci vuoti, o solo in parte riempiti con gli investimenti necessari per realizzare un’economia a zero emissioni.

Greta Thunberg, su Twitter, con riferimento alla recente decisione del governo inglese di non intervenire contro il progetto di aprire una nuova miniera di carbone, West Cumbria Mining (il carbone servirà per la produzione di acciaio), ha scritto (traduzione nostra dall’inglese, in corsivo): “Questo mostra il vero significato del cosiddetto ‘net zero nel 2050’. Questi obiettivi vaghi, insufficienti e proiettati nel futuro, fondamentalmente non significano nulla oggi”.

A dicembre, in due distinti rapporti, il programma ambientale delle Nazioni Unite (Unep, United Nations Environment Programme) ha evidenziato l’enorme divario tra “dove si sta andando” e “dove si dovrebbe andare” in tema di cambiamenti climatici.

In sostanza, scriveva l’Unep, l’attuale modello di sviluppo economico-energetico è totalmente incompatibile con gli obiettivi per il clima al 2030 e 2050, perché i governi stanno pianificando di incrementare la produzione di carbone, petrolio e gas del 2% l’anno in media da qui al 2030, anziché ridurla.

Quindi le azioni dei governi su scala mondiale contraddicono gli annunci di obiettivi net-zero per azzerare le emissioni nette di anidride carbonica entro metà secolo.

Inoltre, come spiegava già Luca Mercalli in questa intervista a QualEnergia.it dello scorso maggio, il calo annuale della CO2, se rimarrà circoscritto al 2020 (circa -7% sul 2019 “grazie” agli effetti del lockdown), avrà una conseguenza trascurabile sulla tendenza del clima di lungo periodo.

Ecco perché diventa fondamentale utilizzare i piani di ripresa economica per investire nella transizione “verde”: fonti rinnovabili, efficienza energetica, tutela degli ecosistemi, auto elettriche, in modo da ridurre velocemente e costantemente le emissioni di CO2.

fonte: www.qualenergia.it


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Occorrono sforzi maggiori per ottenere un Mediterraneo più pulito

Rapporto congiunto dell'Agenzia europea e di quella Onu per l'ambiente



Il raggiungimento di un Mar Mediterraneo più pulito richiede una migliore attuazione delle politiche e dati e informazioni ambientali migliorati, secondo il rapporto congiunto dell'Agenzia europea dell'ambiente EAEA) e del Piano d'azione mediterraneo del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente (UNEP / MAP) "Verso un Mar Mediterraneo più pulito: un decennio di progressi".

Il rapporto fa il punto sui progressi compiuti e sulle sfide future nell'iniziativa dell'Unione per il Mediterraneo Horizon 2020 per un Mediterraneo più pulito (H2020).

Secondo il rapporto, gli attuali interventi sono efficaci per tenere il passo con le crescenti pressioni ambientali, ma la loro portata potrebbe non essere sufficiente per migliorare lo stato ambientale del Mediterraneo. Questo messaggio principale è coerente con i risultati del "Rapporto sullo stato dell'ambiente e dello sviluppo nel Mediterraneo" che sarà presto pubblicato da Plan Bleu, un Centro di attività regionale del sistema UNEP / MAP-Convenzione di Barcellona.



Il riciclaggio non riesce a tenere il passo con l'aumento della produzione di rifiuti in diversi paesi della sponda meridionale del Mediterraneo, a causa del costo relativamente elevato rispetto allo scarico aperto.

Allo stesso modo, il rapporto mostra che l'accesso a servizi igienico-sanitari gestiti in modo sicuro sta aumentando lentamente, ma almeno 5,7 milioni di persone nelle aree urbane e 10,6 milioni di abitanti rurali non hanno ancora accesso a sistemi igienico-sanitari migliorati.

Un'altra area che necessita di attenzione è la gestione integrata dell'inquinamento, comprese ad esempio politiche efficaci di riutilizzo dell'acqua che affronterebbero la crescente domanda e la diminuzione della disponibilità di acqua.



Nonostante gli sforzi per la transizione verso approcci circolari, importanti settori economici si basano ancora su modelli di business lineari che fanno affidamento su un consumo di risorse e catene di approvvigionamento non sostenibili.

La relazione rileva inoltre la necessità di una gestione più efficace dei rifiuti pericolosi. Finanziamenti adeguati e capacità di costruzione per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti pericolosi in tutto il bacino sono sia critici che urgenti.

Una delle sfide principali è che il panorama politico complesso ed eterogeneo della regione rende difficile affrontare le sfide ambientali in modo olistico. La relazione chiede una migliore applicazione delle politiche, che richiede informazioni ambientali più solide e condivise, nonché lo sviluppo di capacità a livello locale, nazionale e regionale. Sebbene i sistemi di dati regionali siano migliorati in modo significativo, il rapporto indica che c'è stato uno scarso miglioramento nella disponibilità e nella qualità dei dati a livello nazionale.

Per approfondimenti leggi Verso un Mar Mediterraneo più pulito: un decennio di progressi

fonte: www.arpat.toscana.it


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L'UNEP mette a disposizione di insegnanti e studenti "Earth school"

Per mantenere gli studenti connessi alla natura al tempo del Covid-19

In risposta alla crisi Covid-19, l'UNEP, l'agenzia delle Nazioni Unite per l'ambiente, in collaborazione con oltre 30 organizzazioni internazionali, fra le quali National Geographic, WWF e UNESCO, hanno realizzato "Earth School", che fornisce contenuti educativi gratuiti e di alta qualità per aiutare studenti, genitori e insegnanti di tutto il mondo che sono attualmente a casa.

Earth School porta gli studenti in una "avventura" di 30 giorni attraverso il mondo naturale, utilizzando video, materiali di lettura e attività - che saranno tradotti in 10 lingue - per aiutare gli studenti a comprendere l'ambiente mentre considerano il proprio ruolo al suo interno.

Questa è la più grande iniziativa di apprendimento online nella storia dell'UNEP ed è disponibile gratuitamente sul sito Web di TED-Ed.

TED-Ed crea lezioni gratuite basate su video su tutto, dagli animali e i cambiamenti climatici alle fattorie sottomarine. È il braccio educativo di TED, la cui biblioteca di migliaia di lezioni interattive - costruita da una rete di 500.000 educatori da tutto il mondo - abbraccia tutte le età e le materie.

Ogni avventura è stata accuratamente selezionata da un gruppo di professionisti esperti e si rivolge a diverse fasce di età. Ciascuno consiste in un esperimento pratico e una scoperta della natura. Oltre ai contenuti di TED-Ed, Earth School presenterà video di importanti organizzazioni mediatiche tra cui National Geographic, PBS LearningMedia e la BBC con l'obiettivo di autorizzare gli studenti partecipanti a essere custodi del nostro pianeta.

fonte: http://www.arpat.toscana.it


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Rapporto mondiale delle Nazioni Unite sullo sviluppo delle risorse idriche 2020

Pubblicato in occasione della giornata mondiale dell'acqua, il 22 marzo, tratta in dettaglio gli effetti dei cambiamenti climatici su questa risorsa essenziale





In occasione della Giornata mondiale dell'Acqua del 22 marzo, l'ONU ha pubblicato il rapporto sullo risorse idriche.

Secondo il rapporto, i cambiamenti climatici influenzeranno la disponibilità , la qualità e la quantità di acqua per le necessità essenziali dell'essere umano, minacciando così l'effettivo godimento dei diritti umani all'acqua e ai servizi igienico-sanitari potenzialmente per miliardi di persone.

Le alterazioni idrologiche causate dai cambiamenti climatici costituiranno una sfida che andrà ad aggiungersi alla gestione sostenibile delle risorse idriche, già oggetto di notevoli pressioni in numerose aree del mondo.

Sicurezza alimentare, salute, insediamenti urbani e rurali, produzione di energia, sviluppo industriale, crescita economica ed ecosistemi dipendono tutti dalle risorse idriche, risultano quindi vulnerabili agli impatti dei cambiamenti climatici.

L'adattamento ai cambiamenti climatici e la relativa mitigazione attraverso la gestione delle risorse idriche risultano quindi decisivi per lo sviluppo sostenibile ed essenziali per conseguire gli obiettivi fissati dall'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, nell'Accordo sui cambiamenti climatici e nel Quadro di riferimento di Sendai per la riduzione del rischio di disastri.

Il rapporto quindi tratta dettagliatamente tutti questi aspetti. Di seguito alcuni accenni molto sintetici.

Nel corso degli ultimi cento anni l'utilizzo globale di acqua è cresciuto di sei volte - una crescita che proseguirà costantemente ad un tasso pari all'1% annuo in conseguenza dell'incremento della popolazione, dello sviluppo economico e del cambiamento dei modelli di consumo.

Congiuntamente ad approvvigionamenti idrici sempre più incerti e irregolari, i cambiamenti climatici aggraveranno la situazione nelle regioni già sottoposte a stress idrico, generando inoltre stress idrico anche in quelle regioni in cui le risorse sono attualmente abbondanti.


I cambiamenti climatici generano ulteriori rischi a carico delle infrastrutture idriche, con una crescente necessità di misure di adattamento.

Gli impatti dei cambiamenti climatici previsti sulla salute umana correlati con l'acqua riguardano principalmente le patologie veicolate dagli alimenti, dall'acqua stessa e dai vettori, i decessi e le lesioni associate agli eventi meteorologici estremi, come pure la sottonutrizione quale conseguenza delle carenze alimentari causate da siccità e inondazioni.


Le proiezioni relative al clima indicano un incremento delle precipitazioni in Europa settentrionale e una riduzione in Europa meridionale. Il Gruppo Intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC) ha sottolineato le crescenti sfide per irrigazione, energia idroelettrica, ecosistemi e insediamenti umani nella regione.

fonte: http://www.arpat.toscana.it



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Quanti e quali paesi nel mondo hanno adottato misure per limitare l’inquinamento da plastiche usa e getta?

L’abbandono dei rifiuti, soprattutto in plastica usa e getta, è uno dei problemi ambientali più sentiti, infatti, ogni anno più di 8 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica finiscono negli oceani creando problemi all’habitat marino, ai pescatori e al turismo, con un danno all’ecosistema stimato in 8 bilioni di dollari




















Gli scienziati stanno iniziando a trovare evidenze del danno causato dalle plastiche, che,  deteriorandosi, si frantumano in piccoli frammenti, micro o nano plastiche, finendo nei mari ma anche nella catena alimentare.
Gli studiosi hanno trovato questi piccoli frammenti di plastica non solo in mare ma anche nel terreno, nei corsi d’acqua, nell’acqua potabile e persino nell’aria che respiriamo.
Il problema sta divenendo sempre più evidente e non è più possibile ignorarlo.
Le fonti più rilevanti per quanto riguarda l’inquinamento da plastica sono rappresentate da
  • borse in plastica usa e getta
  • oggetti e prodotti in plastica usa e getta, per lo più contenitori per bevande e alimenti ma anche cannucce e posate
  • micro e nano plastiche, spesso aggiunte ad altri prodotti, come quelli per la cura della persona, o per le pulizie della casa o dell'automobile.
Il report dell'Unep "Legal Limits on Single-Use Plastics and Microplastics" fornisce una panoramica su come i paesi stanno cercando, attraverso la normativa, di regolare la produzione, l’importazione, l’uso della plastica usa e getta e delle microplastiche, che, come detto, sono tra le principali fonti di inquinamento dei nostri mari e oceani. Infatti, il rapporto analizza
  • gli strumenti legali (divieti, restrizioni, tasse ed altro ancora)
  • i sistemi di gestione dei rifiuti (sia smaltimento che riuso o riciclo)
  • le soluzioni adottate per sostituire i prodotti in plastica, in particolare quelli usa e getta.
Il rapporto prende in esame:
  • il modo in cui vengono applicati i divieti alla fabbricazione, uso, distribuzione, importazione-esportazione dei prodotti in plastica monouso, se coinvolgono i prodotti e/o i processi produttivi o solo l’utilizzo in alcune catene produttive, come quella alimentare, dove si fa molto uso di prodotti in plastica usa e getta
  • il tipo di incentivi e disincentivi fissati e come vengono applicati alla fase di produzione, consumo e smaltimento
  • la modalità con cui, a livello nazionale, la normativa sulla gestione dei rifiuti e sul riciclo incide sui prodotti in plastica monouso
  • le misure volontarie che limitano l’uso di microplastiche.
A Luglio 2018, la situazione si presentava come segue.
Paesi che hanno adottato una normativa per la riduzione della plastica usa e getta127 paesi su 192 avevano adottato una qualche misura a livello legislativo tendente a regolare le buste in plastica usa e getta. Le prime norme, in questo ambito, sono state introdotte all’inizio del 2000 e poi incrementate nel corso del decennio successivo. La normativa sulle buste in plastica comprende le limitazioni sulla produzione, sulla distribuzione, sull’uso e sul commercio delle stesse, sulle tasse ed imposte e su disposizioni post consumo. Le norme che disciplinano questo tema sono varie ma hanno un elemento comune e molto diffuso che riguarda le limitazioni nel commercio.
mappa paesi con normativa che limita prodotti in plastica monouso27 paesi hanno introdotto divieti su specifici prodotti (piatti, tazze, cannucce ed imballaggi) o sui quantitativi di produzione.
mappa paesi con misure contro buste in plastica monouso27 hanno previsto tasse nella fase di produzione delle buste in plastica mentre 30 sulla fase di consumo, prevedendo un costo per il consumatore.
43 paesi hanno inserito nella legislazione la responsabilità del produttore per quanto riguarda le buste in plastica.
63 hanno previsto di inserire varie misure che vanno dalla responsabilità del produttore a target di riciclo ma anche cauzioni.
Per quanto riguarda le microplastiche, invece, hanno introdotto divieti normativi 192 paesi, tra questi troviamo: Canada, Francia, Italia, Repubblica di Corea, Nuova Zelanda, Svezia, Gran Bretagna e Stati Uniti d’America. Belgio, Brasile, India e Irlanda hanno proposto nuove norme e/o disposizioni che prevedono divieti di utilizzo di microplastiche. Lo stesso ha fatto l’Unione Europea.
Dei 7 paesi che hanno disciplinato le microplastiche solo la Nuova Zelanda ha previsto una disciplina complessiva (cura della persona, detersivi, prodotti per il lavaggio e la manutenzione dell’auto) mentre gli altri hanno introdotto limiti nell’uso delle microplastiche nei prodotti per la cura della persona.
fonte: http://www.arpat.toscana.it

Quali sono i fiumi che trasportano più plastica nei mari?

Una parte sostanziale dei detriti di plastica presenti in mare proviene dall'entroterra, i fiumi costituiscono le principali vie di trasporto




L'estate 2019 è all'insegna della lotta alle plastiche usa e getta che inquinano i mari, ma come finisce tutta questa plastica in mare?

Secondo l'Unep, circa l'80% della plastica che si trova nei mari è il risultato di una scarsa o insufficiente gestione dei rifiuti a terra, dovuta in particolare ad una limitata capacità di riusare e/o riciclare i materiali plastici.

Naturalmente il problema non riguarda un solo paese o un continente, ma l'intero pianeta.

L'Unep individua tra le principali cause:
le discariche illegali di rifiuti domestici e industriali e quelle legali mal gestite

lo scarso trattamento delle acque reflue e gli sversamenti di acque reflue

le cattive abitudini da parte delle persone che utilizzano le spiagge a fini ricreativi o per pesca sportiva
l'attività industriale, in particolare le industrie con processi che coinvolgono materiali plastici
i trasporti
le attività legate alla pesca
i contenitori per i rifiuti non adeguatamente coperti e le strutture per il contenimento dei rifiuti non chiuse ermeticamente
i rifiuti abbandonati al suolo che gli agenti atmosferi (pioggia o neve o vento) trasportano nei corsi d'acqua.

Le Nazioni Unite puntano molto sulla prevenzione e sulla corretta gestione dei rifiuti per risolvere, o almeno limitare fortemente il problema, che ormai è ampiamente conosciuto e motivo di crescente preoccupazione ecologica a causa della persistenza chimica delle materie plastiche e della loro frammentazione meccanica, che le riduce in microplastiche in grado di essere ingerite da piccoli organismi come lo zooplancton, entrando nella catena alimentare.

Uno studio inglese pubblicato nel giugno del 2017 ha stimato che i rifiuti plastici, che giungono in mare attraverso i fiumi, siano tra gli 1,15 e i 2,41 milioni di tonnellate. Le stime sono il risultato di una combinazione di informazioni geospaziali, di densità della popolazione, di gestione dei rifiuti, topografiche, idrografiche e relative alla posizione delle dighe.

Il modello evidenzia che la presenza di plastiche nei fiumi dipende dal drenaggio dei detriti dalle sponde del fiume e dalle insenature che conducono ai principali corsi d'acqua e risulta variabile in base alla stagione, sicuramente maggiore nel periodo che va da maggio a ottobre.


I ricercatori stimano che ben due terzi (67%) dell'intero inquinamento marino è dovuto a 20 corsi d'acqua, che si trovano quasi tutti in Asia; questi coprono il 2,2% della superficie continentale e rappresentano il 21% della popolazione mondiale. Inoltre, i 122 fiumi più inquinanti (4% della superficie totale di massa terrestre e 36% della popolazione mondiale) hanno contribuito per oltre il 90% degli apporti plastici con 103 fiumi situati in Asia, otto in Africa, otto in America centrale e meridionale e uno in Europa.

Moltissimi i rifiuti plastici, che provengono dai fiumi asiatici, principalmente a causa del rapido sviluppo economico manifestatosi in Asia negli ultimi anni, spesso non accompagnato da una gestione efficiente dei rifiuti prodotti, soprattutto nelle aree meno urbanizzate.

Per quanto riguarda la stagionalità, la ricerca ha evidenziato che le variazioni relative degli input mensili del subcontinente asiatico non appaiono così pronunciate come per gli altri continenti. Ciò è dovuto ad un sostanziale equilibrio tra gli input che provengono dall'Asia orientale e dal subcontinente indiano durante l'estate dell'emisfero settentrionale e i contributi dal Sud-est asiatico durante l'estate dell'emisfero meridionale.

Per le altre parti del mondo, il modello ha mostrato due distinti picchi per i rifiuti plastici fluviali: uno che si verifica tra giugno e ottobre per i fiumi dell'Africa, del Nord e dell'America centrale e uno che si verifica da novembre a maggio per i fiumi europei, sudamericani e Australia-Pacifico.


Secondo un altro studio, più recente, datato ottobre 2017 e realizzato da alcuni ricercatori tedeschi, sarebbero 10 i fiumi più importanti per il trasporto in mare di rifiuti plastici, responsabili del 90% circa della spazzatura di plastica presente nei mari.

Lo studio in questione è basato sull'analisi di campioni di plastica e sull'elaborazione di dati acquisiti da ricerche precedenti, in particolare la ricerca si concentra sull'analisi di una raccolta globale di informazioni sui detriti di varie dimensioni presenti nella colonna d'acqua, sia frammenti microplastici (particelle <5 mm) che macroplastici (particelle >5 mm), combinata con informazioni inerenti il sistema di gestione dei rifiuti nelle zone interessate.

Entrambi gli studi, seppur con differenze, indicano il fiume Yangtze, in Cina, come il maggior "trasportatore" di rifiuti. L'Indonesia, invece, è risultata uno dei principali contribuenti del continente asiatico, con quattro fiumi giavanesi che destano particolare preoccupazione, si tratta dei fiumi Brantas, Solo, Serayu e Progo, che trasportano rispettivamente 38.900 (range 32.300-63.700), 32.500 (range 26.500-54.100), 17.100 (range 13.300-29.900) e 12.800 (range 9.800-22.900) tonnellate di plastica all'anno.

Per quanto riguarda invece i corsi d'acqua europei, non sono molti gli studi realizzati, ma quelli esistenti evidenziano che il Danubio, ogni anno, trasporta nel Mar Nero da 530 a 1500 tonnellate di plastica, mentre attraverso il fiume Reno finiscono, ogni anno, nel Mare del Nord da 20 a 21 tonnellate di plastiche.


Per quanto riguarda, infine, l'Italia, i dati che si possono reperire riguardano principalmente il fiume Po, oggetto dell'iniziativa "Il Po d'AMare", realizzata grazie alla sinergia di Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Corepla (il consorzio per il riciclo della plastica) e Castalia (consorzio di aziende per la tutela del mare), col coordinamento dell'Autorità di Bacino distrettuale del fiume Po e con il patrocinio del Comune di Ferrara e dell'AIPO (Agenzia Interregionale per il fiume Po).

La barriera anti-marine litter è stata realizzata nel tratto del fiume Po in località Pontelagoscuro, nel Comune di Ferrara, a 40 km dalla foce, così da consentire una stima dei rifiuti presenti lungo quasi l'intero corso del fiume. Piccole barche "Sea hunter" hanno raccolto i rifiuti, in prevalenza plastica, materiali legnosi e canne, portandoli a riva. Da qui, i rifiuti sono stati trasportati presso l'impianto Transeco a Zevio (Verona), a circa 75 km di distanza, dove sono stati sottoposti ad una prima selezione, suddividendoli in plastica da riciclare e frazione non riciclabile. I primi sono stati inviati al centro di selezione del consorzio Corepla, a Legnago (Verona), per le operazioni di riciclo.

Approfondisci anche leggendo i rapporti Unep

"Marine litter: a global challenge"

"Legal limits on single-use. Plastics and microplastics.

fonte: http://www.arpat.toscana.it

Clean Seas e Flipiflopi insieme contro la plastica negli oceani

La campagna Clean Seas dell’UNEP e il progetto Flipiflopi insieme per sensibilizzare il mondo su una delle più grandi sfide ambientali: l’inquinamento da plastica negli oceani. La barca a vela è la prima realizzata interamente con plastica riciclata

















Una barca fatta di plastica riciclata che ha navigato lungo la costa africana per sensibilizzare il mondo su una delle più grandi sfide ambientali: l’inquinamento da plastica negli oceani. È quella realizzata nell’ambito del progetto Flipiflopi, co-fondato dal tour operator keniano Ben Morison nel 2016 e realizzato dal maestro artigiano Ali Skanda e da un gruppo di volontari, che hanno utilizzato 10 tonnellate di plastica riciclata. L’originale scafo multicolore, infatti, che prende il nome proprio dalle 30.000 infradito riciclate utilizzate per decorare la barca, ha unito le forze con Clean Seas, la campagna lanciata dall’UNEP per sollecitare governi, imprese e cittadini ad eliminare le principali fonti di rifiuti marini, le microplastiche nei cosmetici e l’uso eccessivo e dispendioso della plastica monouso, e aumentare la consapevolezza sui pericoli dell’inquinamento plastico.

L’80% dei rifiuti marini è rappresentato proprio dalla plastica negli oceani. Ogni anno finiscono più di 8 milioni tonnellate di plastica negli oceani, causando il caos sulla fauna marina, la pesca e il turismo, un danno che costa almeno 8 miliardi di dollari agli ecosistemi marini. Il viaggio di Flipflopi, prima barca a vela mai realizzata prima interamente in plastica riciclata, lungo la costa africana orientale ha avuto inizio il 23 gennaio ed è terminato il 7 febbraio, dopo aver completato 500 km di navigazione dall’isola keniota di Lamu all’isola tanzaniana di Zanzibar. Il viaggio ha previsto diverse soste, tra cui Kipini, Malindi e Mombasa, durante le quali sono state coinvolte le popolazioni locali nel capire come fare per fermare la diffusione di rifiuti di plastica negli oceani. Sono stati condotti seminari ad hoc per fornire alle comunità una migliore comprensione delle conseguenze di questo fenomeno e mostrare ai bambini come è possibile creare nuovi oggetti utili dalle bottiglie di plastica usate. Risultato positivo della campagna è stata la decisione di 29 aziende, tra cui 22 hotel, di ridurre al minimo i propri rifiuti di plastica attraverso misure quali il divieto di utilizzare bottiglie di plastica e cannucce.
  
La sinergia tra Clean Seas e Flipflopi è l’ultimo capitolo della spinta del Kenya a diventare un pioniere globale nell’affrontare l’inquinamento imputabile alla plastica. Nell’agosto 2017, il paese ha introdotto il divieto più severo del mondo di sacchetti di plastica, introducendo addirittura la reclusione fino a 4 anni o multe di 40.000 dollari per chiunque producesse, vendesse o usasse un sacchetto di plastica. Il prossimo passo per Flipflopi sarà un viaggio nella capitale keniana di Nairobi, dove capi di Stato, ministri dell’ambiente, attivisti ambientali, innovatori, ONG e amministratori delegati di società multinazionali si riuniranno per la quarta assemblea ambientale delle Nazioni Unite, in programma dall’11 al 15 marzo 2019.

fonte: www.rinnovabili.it

COP 24: ecco il decalogo dell’ONU

Le Nazioni Unite hanno elaborato un utile decalogo su tutto quello che è necessario sapere sulla COP24, la Conferenza ONU sui cambiamenti climatici in programma a Katowice dal 2 al 14 dicembre


















Le Nazioni Unite hanno dato inizio alla COP 24, due settimane di negoziazioni per individuare e definire l’azione collettiva per contrastare i cambiamenti climatici, che si tiene all’International Congress Centre di Katowice fino al 14 dicembre 2018. Migliaia di leader mondiali, esperti, attivisti e rappresentanti del settore privato e della comunità locale si riuniranno in Polonia per elaborare un piano d’azione capace di realizzare gli impegni presi tre anni fa a Parigi da tutti i paesi del mondo. Per capire quale è la posta in gioco e cosa è importante sapere, le Nazioni Unite hanno elaborato un utile decalogo che vi riproponiamo.

1- Le basi: UNFCCC, UNEP, WMO, IPCC, COP 24, Protocollo di Kyoto, Accordo di Parigi…facciamo un po’ di chiarezza
Questi acronimi e i nomi rappresentano organismi e strumenti internazionali creati sotto la guida dell’ONU per contribuire a far progredire l’azione per il clima a livello globale, ognuno con un ruolo specifico e diverso, ma tutti focalizzati sul raggiungimento della sostenibilità ambientale. Nel 1992, le Nazioni Unite organizzarono un grande evento a Rio de Janeiro chiamato Vertice della Terra, nel quale fu adottata la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). In questo trattato, le nazioni hanno accettato di “stabilizzare le concentrazioni di gas serra nell’atmosfera” per prevenire pericolose interferenze da attività umane sul sistema climatico. Oggi il trattato ha 197 firmatari e tuutti gli anni, da quando è entrato in vigore nel 1994, si tiene una “conferenza delle parti”, la COP appunto, per discutere su come andare avanti. Finora ci sono state 23 COP; quella di Katowice, dunque, sarà la COP 24. Poiché l’UNFCCC aveva limiti non vincolanti per le emissioni di gas serra per i singoli paesi e nessun meccanismo di applicazione, sono state negoziate varie “estensioni” a questo trattato durante le diverse COP, tra cui il Protocollo di Kyoto del 1997, che definiva i limiti di emissione per le nazioni sviluppate da raggiungere entro il 2012, e l’accordo di Parigiadottato nel 2015, in cui tutti i paesi del mondo hanno concordato di intensificare gli sforzi per limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C rispetto alle temperature preindustriali, e di promuovere finanziamenti per l’azione climatica. Due agenzie sostengono il lavoro scientifico delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici: il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) e la World Meteorological Organization (WMO), che insieme, nel 1988, hanno creato l’Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC), composto da centinaia di esperti impegnati nella valutazione dei dati e nell’individuazione di prove scientifiche affidabili per i negoziati sull’azione per il clima, compresi i prossimi di Katowice.

2- Ci sono state numerose conferenze ONU sull’argomento, ma quante hanno prodotto effettivi risultati?
Sono stati tutti incontri fondamentali per trovare un consenso globale su un problema che richiede una soluzione globale. Sebbene i progressi siano stati molto più lenti del necessario, il processo, tanto impegnativo quanto ambizioso, ha lavorato per portare tutti i paesi in circostanze molto diverse, insieme. I progressi sono stati fatti e alcune delle azioni concrete intraprese finora dimostrano una cosa: l’azione per il clima ha un reale impatto positivo e può davvero aiutarci a prevenire il peggio. Tra i risultati conseguiti ci sono: 57 paesi che sono riusciti a ridurre le loro emissioni di gas serra ai livelli richiesti per frenare il riscaldamento globale; almeno 51 iniziative di “carbon pricing”, grazie alle quali coloro che emettono biossido di carbonio pagano per ogni tonnellata emessa; 18 paesi ad alto reddito impegnati a donare 100 miliardi di dollari l’anno per l’azione per il clima nei paesi in via di sviluppo, con oltre 70 miliardi di dollari mobilitati finora.

3- Perché tutti parlano dell’Accordo di Parigi?
Il documento di Parigi, ratificato da 184 parti ed entrato in vigore a novembre 2016, è l’unica opzione valida per affrontare i cambiamenti climatici. Gli impegni in esso contenuti comprendono: limitare l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto dei 2 °C e ambire a un aumento di 1,5 °C; aumentare i finanziamenti per l’azione per il clima, incluso l’obiettivo annuale di 100 miliardi di dollari dei paesi donatori per i paesi a basso reddito; sviluppare piani climatici nazionali entro il 2020; proteggere gli ecosistemi che assorbono i gas serra, comprese le foreste; rafforzare la resilienza e ridurre la vulnerabilità ai cambiamenti climatici; completare un programma di lavoro per attuare l’accordo nel 2018. Gli Stati Uniti hanno aderito all’accordo nel 2016 per poi annunciare nel luglio 2017 la propria intenzione di ritirarsi da esso; tuttavia rimangono una delle parti dell’accordo almeno fino al novembre 2020, data in cui potranno legalmente richiedere un ritiro.

4- Perché si dice che sarebbe meglio limitare l’aumento di temperatura a 1,5 °C?
Secondo l’ultimo report dell’IPCC, mantenere il riscaldamento globale a non oltre 1,5 °C di media globale rispetto ai livelli pre-industriali contribuirà a prevenire devastanti danni permanenti al pianeta e alla sua popolazione, tra cui la perdita irreversibile di habitat per gli animali nell’Artico e nell’Antartico, ondate di calore, la scarsità d’acqua per oltre 300 milioni di persone, la scomparsa delle barriere coralline, essenziali per intere comunità e per la vita marina, l’aumento del livello del mare, che sta minacciando il futuro e l’economia di intere nazioni insulari. Le stime parlano di 420 milioni di persone in meno che potrebbero essere colpite dal cambiamento climatico se riusciamo ad attenerci a un aumento di 1,5 °C anziché di 2 °C. Gli esperti dicono che potremmo farcela, ma che è un’opportunità da cogliere al volo e con urgenza, che richiederà cambiamenti senza precedenti in tutti gli aspetti della società.

5- Perché è importante la COP 24?
Perché il 2018 è la scadenza che i firmatari dell’accordo di Parigi hanno concordato per adottare un programma di lavoro di attuazione degli impegni presi a Parigi. Ciò richiede la fiducia tra tutti i paesi. Tra le questioni calde, quella dei finanziamenti a favore dell’azione per il clima in tutto il mondo: il tempo stringe ed è necessario concordare collettivamente una strategia audace, decisiva, ambiziosa e responsabile.

6- Quali prove scientifiche saranno utilizzate come base per la discussione alla COP 24?
Si tratta di documenti elaborati da esperti e raccolti nel corso degli anni. Tra questi: Report on Global Warming of 1.5 °C dell’IPCC, 2018 Emissions Gap Report dell’UNEP, 2018 Bulletin on greenhouse gas concentrations del WMO e 2018 Ozone Depletion Assessment elaborato congiuntamente dal WMO e dall’UNEP.

7- In che modo è possibile essere sempre aggiornati su quello che sta accadendo a Katowice?
Ci sono molti modi per seguire i lavori della COP 24: la newsletter delle Nazioni Unite “Climate change”, per ricevere aggiornamenti quotidiani; la pagina di copertura della COP 24 opportunamente predisposta dalle Nazioni Unite; l’hashtag #ClimateAction da seguire su Twitter.

8- Come si può partecipare alla discussione e contribuire all’azione per il clima?
Aderendo al Climate Action ActNow.bot sarà possibile essere informati sulle azioni quotidiane raccomandate per salvare il pianeta e avere un’idea sull’impatto dell’azione collettiva. Si può, poi, condividere i propri sforzi a favore del clima sui social e incoraggiare più persone ad agire nella stessa direzione. Inoltre, con l’iniziativa People’s Seat, lanciata dal Segretariato dell’UNFCCC, è possibile partecipare direttamente alla conversazione della COP 24: #TakeYourSeat e di’ la tua.

9- Quali sono alcuni esempi di iniziative che l’ONU sta sostenendo per affrontare la sfida dei cambiamenti climatici?
L’ONU sta integrando la sostenibilità ambientale in tutti i suoi aspetti, con tante le iniziative sostenute dall’UNEP o dal Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP): nell’Europa rurale dell’Est, agricoltori e imprenditori possono tagliare le emissioni, una palude alla volta; nella regione del Lago Ciad sono state piantate decine di migliaia di alberi resistenti alla siccità; in Guatemala, la reintroduzione della produzione di cacao per i piccoli proprietari sta contribuendo a risolvere sia i problemi economici che quelli ambientali; in Bhutan, vengono sostenuti i mezzi di sostentamento e la conservazione della natura; a Timor Est, si sta costruendo una nuova generazione di infrastrutture verdi; nella Repubblica Democratica del Congo, i piccoli cambiamenti comportamentali stanno portando a grandi risultati.

10- Perché l’ONU sta anche programmando un vertice sul cambiamento climatico nel 2019?
Per sfruttare i risultati della COP 24 e rafforzare l’azione e l’ambizione per il clima ai massimi livelli possibili, il Segretario generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha convocato un vertice sul cambiamento climatico il prossimo settembre. In previsione della scadenza del 2020 che hanno i paesi per finalizzare i loro piani climatici nazionali, il vertice si concentrerà su iniziative pratiche per limitare le emissioni e costruire resilienza e sarà incentrato su 6 aree tematiche: transizione verso le energie rinnovabili; finanziamento dell’azione per il clima e prezzi del carbonio; riduzione delle emissioni provenienti dal settore industriale; l’utilizzo della natura come soluzione; città sostenibili e azioni locali; resilienza ai cambiamenti climatici.

fonte: www.rinnovabili.it