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Lions2Life: la seconda vita delle batterie

 

Secondo il rapporto “Una visione per una catena sostenibile del valore delle batterie, entro il 2030” stilato dal World Economic Forum, le batterie rappresenterebbero la tecnologia cruciale per raggiungere gli obiettivi fissati dall’Accordo di Parigi sul clima, poiché si configurano come lo strumento migliore per ridurre le emissioni di CO2 nel settore dei trasporti e, grazie alla mobilità elettrica, aiutare la transizione verso sistemi di energia rinnovabile (sfruttando la possibilità di accumulare l’energia creata).

Con l’unione questi due settori sarà possibile trasformare le fonti rinnovabili in soluzioni concrete. Le batterie, infatti, potrebbero permettere il raggiungimento del 30% delle riduzioni richieste in termini di emissioni di carbonio.

Il progetto Lions2Life, finanziato da EIT Climate-KIC, si concentra principalmente sui sistemi di mobilità elettrica condivisa che stanno iniziando a proliferare nelle nostre città, come scooter, biciclette e motociclette elettriche, e mira ad evitare la generazione di rifiuti, promuovendo un’economia circolare e sostenibile, dove a fine vita le batterie diventano parte di sistemi di stoccaggio di energia rinnovabile.

LIONS2LIFE è un’esperienza pilota che vuole dimostrare la validità del modello che prevede il riutilizzo delle batterie a fine vita provenienti da un sistema di mobilità sostenibile (ad esempio gli e-scooter, e-bike), sia dal punto di vista tecnico che economico attraverso l’elaborazione di un nuovo modello di business.

Erion, partner del progetto, si occupa di raccogliere le informazioni da operatori di raccolta, trattamento e riciclatori, associazioni europee e produttori al fine di coinvolgere altri sistemi collettivi europei nella promozione del modello di business che verrà sviluppato.

L’uso di batterie di seconda mano avrà diversi vantaggi dal punto di vista ambientale:
riduzione della produzione di rifiuti grazie alla vita prolungata delle batterie;
diminuzione del costo dell’immagazzinamento di energia con la conseguente abilitazione di nuovi modelli di energia distribuita e rinnovabile;
maggiore consapevolezza dei cittadini relativa a un utilizzo più frequente di veicoli green che si traduce in energia più pulita e un modo di vivere più sostenibile.

fonte: erion.it


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“Siamo troppo poco circolari per salvare il Pianeta”. I dati del Circularity Gap report 2021

Dal Circularity Gap Report 2021 emerge che l'attuale tasso di circolarità all'8,6% va almeno raddoppiato. Per rimanere sotto i 2°C di aumento di temperatura media globale, il sistema deve puntare su strategie circolari che reimmettano più materiali nell'economia. Da dove partire? Mobilità, abitazioni e nutrizione










Ancora una volta Circle Economy, organizzazione dedicata ad accelerare la transizione verso un’economia circolare, presenta il suo studio annuale, Circularity Gap Report 2021, nel corso del World Economic Forum virtuale di Davos. La Circularity Gap Reporting Initiative si offre come punto di riferimento della ricerca sulla circolarità, misurando lo stato dell’economia globale e le potenzialità di una transizione verso un modello circolare.

Circolarità in calo rispetto al 2018

Il dato di partenza di ogni report è sempre lo stesso: quanto è circolare l’economia attuale? Il nuovo studio riporta che solo 8,6% dei materiali è reinserito nell’economia, una cifra più bassa rispetto al 9,1% misurato da Circle Economy nel suo primo report del 2018. Questo vuol dire che per il restante 91,4% l’economia globale persiste con una visione ‘produci-usa-getta’, che ha portato il consumo di materiali a toccare i 100 miliardi di tonnellate all’anno. “Usiamo sempre più cose e non le reinseriamo nella nostra economia – spiega Marc de Wit, Direttore Strategic Alliances presso Circle Economy e iniziatore del Circularity Gap Report – non siamo in grado di riportarle nell’economia, ecco perché tutti gli indicatori sono in rosso. Continuiamo a usare più cose, non siamo in grado di farle tornare indietro, di usarle più a lungo nella nostra economia, dobbiamo rallentare un po’ il ritmo. Usare meno per soddisfare i nostri bisogni”.

Materiali ed emissioni: una sfida aperta

A questo quadro si aggiunge il dato del surriscaldamento globale che non si arresta, il mondo è diventato già più caldo di 1°C rispetto ai livelli pre-industriali. La riflessione del Circularity Gap Report 2021 gira infatti intorno alla relazione molto stretta tra consumo di materiali ed emissioni di gas serra. Secondo i calcoli del report, il 70% delle emissioni sono da associare proprio all’uso e gestione dei materiali necessari a soddisfare le esigenze della società. L’analisi di Circle Economy conferma il ruolo centrale delle strategie di economia circolare: attuarle può significare tagliare le emissione del 39% rispetto ai livelli del 2019 (22,8 miliardi di tonnellate), facendo così in modo che l’aumento della temperatura media resti entro i 2°C. “Questo Circularity Gap Report per la prima volta non solo guarda alla circolarità in sé, ma a come la circolarità influenza altre questioni globali – interviene Matthew Fraser, alla guida del Circularity Gap Reporting Initiative -. L’economia circolare operante a livello globale ha il potenziale per colmare completamente il gap di emissioni: vuol dire che se adottiamo una roadmap con strategie di economia circolare, entro il 2032 possiamo raggiungere un percorso ben al di sotto dei 2°C. E raggiungere la neutralità”. Aumentando la circolarità del sistema globale del 7,7%, e quindi arrivando a un dato quasi doppio rispetto a quello attuale, si colmerebbe il gap di emissioni, ovvero il divario tra il livello delle emissioni previste per il 2030 e i livelli corrispondenti all’obiettivo di mantenere l’aumento delle temperature entro i 2 o meglio 1,5° C. Proprio sul recente Emission Gap Report del Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite (United Nations Environmental Programme – Unep): “Stiamo percorrendo la strada che porta a un riscaldamento globale elevato – prosegue Fraser -: se guardiamo a dove saremo con il business-as-usual entro il 2030, gli impegni e le politiche attuali delle nazioni ci porteranno solo al 15% del percorso per stare sotto i 2 °C, il restante 85% è economia circolare”.

Riprogettare la mobilità

Il report evidenzia tre settori che da soli producono il 70% delle emissioni globali: mobilità, abitazioni e nutrizione. Muoversi verso strategie circolari in queste tre aree porterebbe dei vantaggi importantissimi in termini di riduzione delle emissioni. Tra le tante attività economiche che generano emissioni di gas serra “la mobilità è la principale – spiega ancora Matthew Fraser – una cosa di cui ci siamo resi conto lo scorso anno, con il coronavirus e il lockdown, è che ridurre i viaggi può portare lontano in termini di riduzione delle emissioni. Il risparmio maggiore può derivare dal viaggiare di meno. Quello che attendiamo con ansia nella ripresa post Covid è pensare a modelli più permanenti di lavoro virtuale, spazi di lavoro flessibili, da remoto. Ma guardiamo anche a nuovi modelli di business: i modelli di condivisione stanno esplodendo nelle grandi città cambiando fondamentalmente le persone riguardo al possesso di auto”. Ma sicuramente il passo avanti in ottica circolare è ripensare l’intero modello: “Unirlo al design circolare di questi veicoli, se sono progettati per la longevità, la ripetibilità e la riciclabilità: questo è il punto di svolta” secondo Fraser.

Ripensare l’abitare

Anche tutto ciò che è abitare secondo gli autori del Circularity Gap report 2021 deve essere ripensato, interrogandosi su come è possibile utilizzare meglio lo spazio. Una progettazione circolare deve guardare non solo allo smantellamento e alla riciclabilità, ma anche alla modularità e a come poter rendere gli spazi adattabili e funzionali in modi diversi. “Il report vuole capire come possiamo massimizzare l’uso di input secondari (materie prime seconde), l’uso di rifiuti, come chiudere il ciclo. È su questo che bisogna agire nei prossimi 10 anni. Ci sono molti esempi in tutto il mondo, si tratta di guidare l’innovazione nel settore e riprodurre in scala. L’ispirazione c’è, bisogna metterla in pratica”.

Cambiare il modo di produrre e consumare cibo

Se si parla di emissioni e impatti non si può non nominare il settore alimentare. La catena alimentare che ci nutre ogni giorno è ormai globale e immensa, e a dover modificare le condotte sono sia i produttori sia i consumatori. “Se guardiamo ai Paesi occidentali, dobbiamo davvero ripensare ai nostri consumi, specialmente all’eccesso di consumo, a malattie come l’obesità e ai tassi di spreco alimentare superiori al 30%”. Secondo Fraser i maggiori produttori di cibo dovrebbero riflettere sull’utilizzo di pratiche come l’agricoltura rigenerativa capace di reimmettere costantemente carbonio nel suolo, creare biodiversità, costruire più diversità nell’economia locale.

Misurare per migliorare

Con il suo annuale lavoro sullo stato dell’economia circolare globale, la Circularity Gap Reporting Initiative ha portato alla luce il potere dei dati: “Alcuni anni fa non sapevamo nemmeno quanto fossimo circolari. Ora siamo in grado di eseguire quell’analisi a livello di Paese, anche a livello regionale” racconta Fraser. La nuova iniziativa portata avanti da Circle Economy è una piattaforma online partecipata dove si dia vita ai dati. In questo modo non si riportano semplicemente numeri che gli attori locali possono analizzare per capire i loro progressi, ma questo strumento permetterà loro di imparare da altri grandi esempi stimolanti. La Circularity Gap Reporting Initiative ha l’obiettivo di andare oltre la sua ricerca, come racconta il direttore Marc de Wit: “Quello che cerchiamo di fare con il rapporto è di fotografare il quadro globale, come organizzazione lavoriamo con città in tutto il mondo, con nazioni e Stati. Ma siamo ispirati a fare molto di più in tutto il Pianeta”.

fonte: economiacircolare.com


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Il Fondo monetario internazionale chiede la fine dei sussidi ai combustibili fossili (VIDEO)



















Durante un meeting virtuale del World Economic Forum (Wef), l’amministratore delegato del Fondo monetario internazionale (FMI), Kristalina Georgieva, ha annunciato la svolta: «Ora è il momento di porre fine ai sussidi per i combustibili fossili e creare un’economia più verde e più equa per il futuro».


La Georgieva lo ha dichiarato in occasione del lancio del “Great Reset”, l’iniziativa globale del Wef per costruire un mondo migliore dopo la pandemia di Covid-19, mettendo così tutto il peso dell’FMI sull’accelerazione del passaggio dai combustibili fossili alla green economy.


La Georgieva ha sottolineato che «ora dobbiamo fare un passo avanti, usare tutta la forza che abbiamo, che nel caso del FMI ammonta a 1 trilione di dollari per garantire che la storia parli di una grande ripresa e non di un grande rovesciamento. Questo significa mettere in atto i giusti investimenti e incentivi e rompere con quelli insostenibili. Sono particolarmente desiderosa di sfruttare i bassi prezzi del petrolio per eliminare i sussidi dannosi».


Il documento “Global Fossil Fuel Subsidies Remain Large: An Update Based on Country-Level Estimates” pubblicato dall’FMI nel 2019 ha stimato sussidi annuali globali per combustibili fossili in 5,2 trilioni di dollari nel 2017, ovvero il 6,5% dell’economia globale, illustrando l’entità della sfida. Secondo il sesto dossier “Stop sussidi alle fonti fossili – Stato dei sussidi e dei finanziamenti diretti e indiretti, al settore Oil&Gas” presentato a fine marzo 2019 da Legambiente, sono invece «circa 18,8 i miliardi di euro che sono arrivati in un anno in Italia al settore delle fonti fossili, tra sussidi diretti e indiretti al consumo o alla produzione di idrocarburi».


Ma i leader che hanno partecipato al meeting Wef hanno convenuto che «questo momento di crisi è anche un momento di opportunità per tracciare un percorso diverso». La Georgieva ha tracciato un parallelo con il modo in cui la Seconda Guerra Mondiale ha portato alla fondazione del Servizio sanitario nazionale nel Regno Unito: «Il miglior memoriale che possiamo costruire per coloro che hanno perso la vita nella pandemia è un mondo più verde, più intelligente e più giusto».


Persino l’amministratore delegato di Bp, Bernard Looney, ha affermato di appoggiato la fine dei sussidi per i combustibili fossili e di «sostenere le politiche di investimento ecologico che le istituzioni, compresa l’Ue, stanno iniziando a mettere in atto. Il portafoglio di energia alternativa di BP comprende energia eolica, solare e biocarburanti. Sappiamo tutti che esiste un bilancio del carbonio. E’ limitato, si sta esaurendo».


Looney ha raccontato di aver parlato con un operaio di una raffineria che lo ha ringraziato per aver avviato la transizione verso le energie rinnovabili, sulla base del fatto che: «Data la scelta, la sceglierei ogni volta per i miei nipoti».


Al Wef sottolineano che «a meno che le cose non cambino, le prospettive per questa generazione sono desolanti. Senza azione, entro la fine del secolo è previsto un riscaldamento catastrofico di oltre 4 gradi, con le attuali politiche che ci mettono in rotta verso i circa 3 gradi di riscaldamento, abbastanza per far finire sott’acqua le principali città, portare a estinzioni di massa e rendere inabitabili ampie parti del mondo».


Usa e Cina sono i maggiori inquinatori del mondo e in Cina, dopo la pausa del blocco per il Covid-19 che ha portato a un calo delle emissioni di CO2 e dello smog, l’inquinamento atmosferico è già tornato ai livelli precedenti. Per questo anche Ma Jun, presidente del China Green Finance Committee, ha sostenuto una grande revisione dell’attuale modello produttivo: «Deve essere più ecologico di qualsiasi altra ripresa precedente» e ha sollecitato che la ripresa post-Covid-19 comprenda «Relazioni e normative più rigorose per le aziende, incentivi al consumo come incentivi per beni ad alta efficienza energetica, sviluppo di infrastrutture verdi e utilizzo di green bond per incanalare gli investimenti».





fonte: http://www.greenreport.it


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8 modi per salvare gli oceani, secondo chi dedica la sua vita a proteggerli

Salvare gli oceani non è una missione disperata. Servono tempo, risorse e sacrifici, ma esistono ben otto strade da seguire. A partire da adesso.





I nostri oceani, fondamentali per la salute del nostro pianeta, soffrono. Soffrono perché sono diventati un’immensa discarica di rifiuti di ogni tipo. Primi fra tutti, quelli di plastica: ne finiscono in oceano 8 milioni di tonnellate l’anno (l’equivalente del peso di tutta la popolazione spagnola messa insieme), che diventeranno 60 tonnellate al minuto nel 2050, se non faremo qualcosa per cambiare rotta. Secondo il primo studio sistemico su questo tema, condotto dalla University of Queensland e dalla Wildlife Conservation Society, in questo momento soltanto il 13 per cento degli oceani può dirsi intoccato. Si tratta soprattutto di aree molto remote nel Pacifico e nei pressi dei poli. Tutto il resto della superficie oceanica è stato danneggiato dall’uomo.

Di fronte a uno scenario così compromesso, è normale farsi prendere dallo sconforto e pensare che ormai non ci sia più niente da fare. Ma la realtà dei fatti è diversa. Salvare gli oceani è possibile, però bisogna agire insieme. E subito.
La missione di Nina Jensen e Rev Ocean

Un lungo articolo pubblicato dal World Economic Forum propone otto azioni concrete per salvare gli oceani dalla plastica. La firma è quella di Nina Jensen, che per la sua storia professionale ha maturato una conoscenza più che approfondita di questo tema. Biologa marina con competenze anche in materia di comunicazione e marketing, Jensen ha lavorato per quindici anni per Wwf Norvegia, per poi dedicarsi a tempo pieno a Rev Ocean, di cui è amministratore delegato.

Rev, acronimo di research expedition vessel, è un progetto ambizioso e già avviato. In questo momento è in fase di costruzione una nave che solcherà gli oceani per studiare i problemi che li affliggono (dalle conseguenze dei cambiamenti climatici, alla plastica, fino alla pesca intensiva) e trovare delle soluzioni. La nave, il cui varo è previsto per il 2020, sarà la più grande al mondo — e la più avanzata a livello tecnologico — a occuparsi di questo compito. È progettata in modo tale da riuscire a navigare anche in acque molto remote e “difficili” per lunghi periodi, senza bisogno di alcun supporto esterno. Scienziati, esperti e ricercatori di tutto il mondo avranno accesso all’imbarcazione e alle sue tecnologie per portare avanti i loro studi.

Tra i progetti di Rev c’è anche quello di dare vita al World Ocean Headquarter con sede a Fornebu, una località pochi chilometri a ovest di Oslo, che sarà il punto di ritrovo di ong, autorità, scienziati e chiunque altro possa dare un contributo concreto per salvare gli oceani. Da questo lavoro nascerà la World Ocean Data Platform, il più grande database aperto dedicato agli oceani.
Le otto azioni concrete per salvare gli oceani

Secondo Jensen, sono otto le strade che abbiamo a disposizione per salvare gli oceani. Richiedono sacrifici, tempo e una ferrea volontà da parte di tutti, ma sono percorribili e reali.
Smettere di essere così dipendenti dalla plastica

Cannucce, sacchetti, bicchieri, bottiglie: gli oggetti di plastica usa e getta che fanno parte integrante della nostra vita quotidiana sono veramente troppi. Diverse amministrazioni stanno cercando di porre un freno a tutto questo. La Commissione europea a fine maggio ha presentato una direttiva per bandire (o regolamentare in modo ferreo) la plastica monouso, l’India la vuole vietare entro il 2022, Seattle è stata la prima città americana a proibire l’uso di cannucce di plastica.

Queste regolamentazioni d’ora in poi non devono essere più l’eccezione, ma la regola. In tutto il mondo. In attesa che ciò accada, i consumatori devono prestare più attenzione ai prodotti che scelgono in casa, in ufficio o al bar.





Responsabilizzare le aziende

Negli ultimi cinquant’anni la produzione globale di plastica è raddoppiata. Nel 1974 il consumo medio pro capite era pari a 2 chili, ora è a quota 43. Secondo i piani delle maggiori imprese del settore, la produzione crescerà di un terzo nell’arco dei prossimi cinque anni.

Questi dati dimostrano in modo inequivocabile che l’industria deve virare verso lo sviluppo di alternative alla plastica. Servono normative e accordi che identifichino le aziende responsabili di un grande consumo di plastica e le mettano di fronte alle loro responsabilità, ad esempio con un impegno formale a gestire lo smaltimento in modo più rispettoso dell’ambiente.
Imporre una tassa sulla plastica

Ad oggi, la maggior parte della plastica usata nel mondo è realizzata a partire dal petrolio, risultando particolarmente dannosa per il Pianeta tanto a monte, con la sua stessa produzione, quanto a valle, nella fase di smaltimento. Questa situazione difficilmente cambierà a meno che la plastica riciclata non diventi più conveniente a livello economico rispetto a quella realizzata con il petrolio. Che fare? Secondo Jensen, è necessario imporre una vera e propria tassa.
Migliorare la gestione dei rifiuti proprio dove risulta più problematica

Nei paesi in via di sviluppo la crescita demografica è forte, si allarga il perimetro della classe media e, parallelamente alla crescita dei consumi, anche l’uso di plastica usa e getta si diffonde in modo molto più rapido rispetto agli impianti e alle strutture che servirebbero per riciclarla. Si rende necessario così un programma di cooperazione internazionale volto a costruire infrastrutture per il riciclo e la gestione ottimale dei rifiuti.
Far sì che l’obiettivo “zero plastica in mare” diventi concreto

Nel mese di dicembre 2017, l’Assemblea per l’ambiente delle Nazioni Unite (Un Environment Assembly) ha dichiarato, tramite un documento ufficiale, che bisogna firmare l’afflusso di plastica in mare. Dopo questo primo passo serve un accordo internazionale che sancisca con precisione obiettivi e tempistiche, mappando la provenienza dei rifiuti, identificando le responsabilità e migliorando la loro gestione su scala globale.
Puntare sul monitoraggio, sullo studio e sulla ricerca

Del problema della plastica in mare ultimamente si discute tanto, ma basta scavare un po’ più a fondo per rendersi conto di quanti sono gli aspetti che ad oggi ancora non conosciamo. Secondo alcune ricerche, per esempio, il 70 per cento della plastica finisce sui fondali, dove nel tempo si smembra in tante minuscole particelle. A quel punto non siamo più in grado di sapere cosa succede né come possiamo sbarazzarci di quei rifiuti. Questo problema si può affrontare solamente sostenendo la ricerca, per arrivare a un sistema di monitoraggio molto più accurato.
Fare in modo che i rifiuti di plastica non finiscano in mare

L’80 per cento dei rifiuti di plastica negli oceani viene da terra. Chiunquepuò provare nel suo piccolo a porre un freno a questa catastrofe ambientale, partecipando in prima persona alle operazioni di raccolta, evitando di usare la plastica o semplicemente facendo in modo di non disperdere rifiuti.




Incrementare i fondi per le operazioni di clean-up

Bisogna intensificare i meccanismi per ripulire mari e oceani dalla plastica, come Ocean Cleanup di Boyan Slat o i seabin progettati da Pete Ceglinski, che da poco sono stati adottati anche in Italia. E bisogna farlo soprattutto nelle aree che risultano più problematiche. Spesso il problema principale sta nella difficoltà di reperire risorse finanziarie per queste operazioni che possono risultare anche parecchio costose. Servirebbe un Fondo globale per gli oceani, sul modello del Fondo verde per il clima.

fonte: www.lifegate.it

I millennials sono molto preoccupati per il cambiamento climatico (e sono meglio di quel che pensano gli anziani)

Distruzione dell’ambiente, guerre e disuguaglianze i maggiori pericoli secondo i millennials




















In questa vecchia e rancorosa Italia – dove ormai si è considerati ancora giovani a più di 40 anni, e dove pallidi vecchi che credono di essere poveri se la prendono con immigrati giovani e scuri mentre i loro figli e nipoti migrano all’estero – non ce ne rendiamo conto, ma oltre la metà della popolazione mondiale è al di sotto dei 30 anni. Sono giovani che sentono di non essere ascoltati dai leader e decisori politici, ma che prima o poi faranno sentire la loro voce e cercheranno di cambiare gli equilibri globali.
È per questo, per capire cosa pensano i leader e i cittadini del futuro, che con il suo Global Shapers Annual Survey 2017 il World economic forum (Wef) ha nuovamente intervistato 25.000 giovani di età compresa tra 18 e 35 anni provenienti da 186 Paesi e territori. Quel che ne è emerso è sia un quadro confortante (i millennials sono molto meglio di quanto crediamo, e comunque molto più progressisti e aperti degli anziani sempre più incarogniti e razzisti) che politicamente sconfortante: il 55,9% degli intervistati crede che le loro opinioni non siano prese in considerazione prima di prendere decisioni importanti.  Ma come dice il Wef, alla fine l’influenza dei giovani su politica ed economia migliorerà per il semplice fatto che «occupano una quota crescente della forza lavoro globale, la loro base elettorale e il loro potere di spesa tra i consumatori crescono». Insomma, il mondo va in direzione opposta a quella immobile di un’Italia che invecchia – tra i 18 e i 35 anni nel nostro Paese si contano 9,5 milioni di cittadini, a fronte di 15,9 milioni di pensionati –, lascia fuggire i suoi giovani e vuole chiude le porte a chi dovrà pagare la pensione ai razzisti da tastiera.
I risultati dell’indagine della Global Shapers Community del Wef forniscono una panoramica interessante su come i giovani vedono il mondo e pensano di affrontare le sfide del futuro, con il World economic forum ad ammonire: «I governi, le imprese e le altre istituzioni che ignorano l’attuale generazione di giovani lo fanno a loro pericolo».
Il rapporto Wef evidenzia le 5 cose più importanti emerse dal Global Shapers Annual Survey 2017:
I giovani sono molto preoccupati per il cambiamento climatico. Tra tutti i problemi mondiali, i giovani sono più preoccupati per l’impatto dei cambiamenti climatici e la distruzione della natura in generale (48,8%). La Global Shapers Community del Wef sottolinea che «questo è il terzo anno consecutivo che il cambiamento climatico è stato votato come il più grave problema mondiale, suggerendo che i giovani devono ancora essere convinti dagli sforzi globali – come l’Accordo di Parigi – messi in campo per affrontare il problema». Forse non sorprendentemente, considerando l’attuale livello di instabilità globale, le guerre e le disuguaglianze sono state elencate rispettivamente come seconda (38,9%) e terza (30,8%) più grande preoccupazione. Anche la povertà, i conflitti religiosi e la responsabilità e la trasparenza del governo preoccupano fortemente i giovani di tutto il mondo.
I giovani diffidano dei media, del big business e dei governi. Il boom delle fake news, anche durante le recenti campagne elettorali un po’ in tutto il mondo, potrebbe spiegare in qualche modo la crescente diffidenza verso i media tra i giovani. Poco più del 30% degli intervistati ha dichiarato di aver fiducia nei media, contro quasi il 46% che ha dichiarato di non averne affatto. Livelli di sfiducia simili sono stati espressi verso le grandi aziende, le banche e i governi. Questa diffidenza verso il grande potere economico porta il 22,7% dei giovani ad essere molto preoccupato per la corruzione. Le istituzioni ritenute più affidabili dai giovani sono le scuole, le organizzazioni internazionali, i datori di lavoro e i tribunali.
I giovani non sono pigri, sono workaholics. C’è un malinteso senso comune sui millenials  (bollati come “bamboccioni” in Italia) e il lavoro: il Global Shapers Annual Survey 2017 mostra infatti che i giovani sono infatti molto orientati a far carriera. «Quando gli viene chiesto di nominare i criteri più importanti quando considerano delle opportunità di lavoro, lo stipendio è andato in testa, seguito da un senso di scopo e dall’avanzamento della carriera. Solo circa il 16% hanno dichiarato di essere disposto a sacrificare la carriera e lo stipendio per godersi la vita». Per sottolineare il fatto che i giovani non sono pigri e bamboccioni, l’indagine ha rilevato che la stragrande maggioranza degli intervistati (81,1%) sarebbe disposta a spostarsi all’estero per lavorare e fare carriera. Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Germania e Australia sono considerati i Paesi più desiderabili per cogliere le opportunità di lavoro. Insomma, in questa Europa e in questo mondo delle frontiere, dei muri  e della Brexit i giovani si sentono cittadini globali, e sentono che il lavoro è un diritto che va cercato dove è più opportuno, gratificante e redditizio. Sono quelli che chiamiamo con disprezzo “migranti economici”, che però smettono di esserlo se hanno la pelle bianca, un buon livello di istruzione e soprattutto se sono italiani che vanno all’estero.
Ai giovani non fa paura la tecnologia: sono ottimisti. I progressi tecnologici negli ultimi anni hanno suscitato preoccupazioni nella società per il fatto che i datori di lavoro cercheranno di sostituire i lavoratori umani con i robot. Ma la maggior parte dei giovani (78,6%) crede che la tecnologia creerà posti di lavoro piuttosto che distruggerli. Quando è stato chiesto loro di citare il prossimo grande trend tecnologico, il 28% dei giovani ha dichiarato che ad avere l’impatto più significativo sarà l’intelligenza artificiale, mentre considerano l’istruzione come il settore che probabilmente trarrà maggiore vantaggio dall’adozione di nuove tecnologie. Tuttavia, solo il 3,1% degli intervistati avrebbe fiducia nei robot se dovessero prendere decisioni al posto loro, e quando è stata loro prospettata la possibilità di installare un impianto tecnologico sotto la propria pelle, il 44,3% dei giovani intervistati ha rifiutato l’idea.
I giovani si preoccupano degli altri e non sono razzisti. Nonostante quel che credono le generazioni più anziane (come d’altronde hanno sempre fatto quelle che le hanno precedute), la generazione dei millennils è empatica e il rapporto Wef sottolinea che «questo è forse meglio evidenziato dal fatto che quasi i tre quarti (73,6%) degli intervistati hanno dichiarato di voler accogliere i rifugiati nel loro Paese. Quando viene chiesto come i governi devono rispondere alla crisi globale dei rifugiati, più della metà (55,4%) ha affermato che bisogna fare di più per includere i rifugiati nella forza lavoro nazionale. Solo il 3,5% ha detto che i rifugiati dovrebbero essere deportati. In un momento di incertezza globale e di spostamento verso l’isolazionismo, la stragrande maggioranza dei giovani (86,5%) si considera semplicemente “umano”, in contrasto con l’identificazione con un particolare Paese, religione o etnia».

fonte: www.greereport.it