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Gli aspetti più sottovalutati del nuovo rapporto IPCC



Il 6° Assessment Report dell’International Panel on Climate Change pubblicato il 9 agosto dimostra che l‘accordo di Parigi sta invecchiando male e che i tempi della diplomazia e i tempi del cambiamento climatico purtroppo non coincidono

Il nuovo rapporto IPCC è riuscito a conquistare le prime pagine di giornali e monopolizzare l’attenzione...

"Il peggio deve ancora venire", l'allarme nel rapporto Onu sul Clima

Approvato dai delegati di 195 Paesi con il contributo di 234 scienziati, la ricetta per riportare il termometro in equilibrio consiste nel dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 e portarle a uno zero netto entro il 2050



"Il peggio deve ancora venire e a pagarne il prezzo saranno i nostri figli e nipoti, più che noi stessi". È l'allarme lanciato nell'introduzione del rapporto sul clima del Gruppo Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (Ipcc) delle Nazioni Unite.

La ricetta per riportare il termometro in equilibrio consiste nel dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030 e portarle a uno zero netto entro il 2050. Se non si inverte la rotta, evidenziano gli scienziati, nel 2030 potremmo arrivare a 3 gradi e nel 2.100 fino a 4.
Il frutto del lavoro di 234 scienziati

Alla pubblicazione hanno lavorato 234 scienziati di 195 Paesi riuniti dal 26 luglio a porte chiuse e virtualmente per negoziare riga per riga, parola per parola, le previsioni degli esperti Onu sul clima che aggiornano le ultime stilate sette anni fa.

Il tutto, mentre si susseguono disastri naturali in tutto il mondo, dalle inondazioni in Germania e Cina ai maxi incendi in Europa e Nord America.

"Credo sarà uno dei più importanti rapporti scientifici mai pubblicati", ha dichiarato sui social la climatologa Corinne Le Quéré, non presente tra gli autori del documento, che arriva a tre mesi dalla conferenza sul clima COP26 delle Nazioni Unite a Glasgow (Scozia), ritenuta cruciale per il futuro dell'umanità.

Una delle questioni centrali sarà la capacità del mondo di limitare il riscaldamento globale a +1,5°C rispetto all'era preindustriale, obiettivo ideale dell'Accordo di Parigi.

Presidente COP26, agire ora o non avremo più tempo

"Non possiamo permetterci di aspettare due, cinque o 10 anni: questo è il momento, o si agisce ora o non avremo più tempo": parole dal sapore di ultimatum per il mondo, quelle del presidente designato della Conferenza mondiale dell'Onu (COP26) sul clima, Alok Sharma, pronunciate alla vigilia della pubblicazione di un rapporto delle Nazioni Unite che sarà per la comunità internazionale il più chiaro e deciso avvertimento sui pericoli e le conseguenze dell'accelerazione del cambiamento climatico.

Il capo del vertice in programma a novembre a Glasgow, in Scozia, ha avvertito che il rapporto dell'Intergovernmental Panel on Climate Change (IPCC) in uscita oggi, mostrerà che il mondo è sull'orlo di un potenziale disastro.

fonte: www.agi.it

https://ipccitalia.cmcc.it/climate-change-2021-le-basi-fisico-scientifiche-i-cambiamenti-climatici-sono-diffusi-rapidi-e-si-stanno-intensificando/


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Il cambiamento climatico ci sconvolgerà la vita: il nuovo rapporto IPCC

“Il peggio deve ancora venire”, scrivono gli autori del report del panel intergovernativo dell’Onu sul cambiamento climatico. La bozza vista da AFP in anteprima ha toni durissimi e scardina i punti di riferimento tradizionali usati per costruire le politiche climatiche in questi anni















Anche se terremo sotto controllo le emissioni di gas serra, nei prossimi decenni il cambiamento climatico modificherà profondamente la vita sulla Terra. L’impatto del climate change si farà sentire prima di quanto fosse stato previsto. Le soglie dell’accordo di Parigi non valgono più. Le diseguaglianze cresceranno vertiginosamente se non agiamo subito. “Il peggio deve ancora venire, incidendo sulla vita dei nostri figli e dei nostri nipoti molto più della nostra”. È quanto si legge nella bozza del nuovo rapporto dell’IPCC, il panel intergovernativo dell’Onu sui cambiamenti climatici.

Il nuovo report IPCC sul cambiamento climatico

Sul documento di oltre 4.000 pagine sono riusciti a mettere gli occhi in anteprima i giornalisti dell’AFP. Il rapporto IPCC dovrebbe uscire soltanto nel febbraio del 2022, ma i principali risultati sono già consolidati. L’IPCC infatti costruisce una “summa” della scienza climatica: lo stato dell’arte più aggiornato, con una ponderazione delle previsioni più attendibili, da cui emergono gli scenari di riferimento. È in base a questo documento che le politiche climatiche si devono muovere.

Sui numeri stabiliti dal panel dell’Onu si misura l’ambizione climatica degli Stati. Una bussola per comprendere se stiamo andando nella direzione giusta, e se ci stiamo andando abbastanza veloci. Insomma, un reality check rispetto ai piani di transizione ecologica messi in campo.

Se si tiene a mente questo, il contenuto del rapporto IPCC ha dei toni ancora più drammatici di quanto non sembra a prima vista. E non sembra un caso che in un documento scientifico di questa portata sia usato un linguaggio anche molto crudo, diretto, per nulla ambiguo. Le sfide che abbiamo di fronte sono sistemiche e intrecciate con la nostra vita di tutti i giorni. Il cambiamento climatico è già qui, avverte l’IPCC. E ci stiamo tirando la zappa sui piedi da soli, trasformando i nostri alleati più preziosi in potenziali nemici. Come? Diminuendo la capacità di foreste, oceani e altri ecosistemi di assorbire CO2 e quindi tamponare l’impatto del cambiamento climatico.

Il cambiamento climatico è già qui

Nel resoconto del rapporto fatto dall’AFP, l’agenzia stampa francese evidenzia 4 grandi conclusioni. Primo punto: il cambiamento climatico è già qui. L’IPCC calcola che le temperature globali siano cresciute finora di 1,1°C sui livelli preindustriali. Si tratta, sottolinea, di un valore che innesca già un climate change con effetti molto importanti sulle nostre vite. In pratica il messaggio è che le soglie individuate dall’accordo di Parigi non sono più valide: non bastano a tenerci al riparo. In ogni caso, l’IPCC sottolinea che il riscaldamento globale prolungato anche oltre gli 1,5 gradi Celsius potrebbe produrre “conseguenze progressivamente gravi, lunghe secoli e, in alcuni casi, irreversibili”.


Anche a questa soglia di riscaldamento globale, molte specie sono condannate all’estinzione e diversi ecosistemi sono profondamente degradati. Le condizioni climatiche corrono più veloci, troppo veloci, rispetto alla capacità di animali, piante e ecosistemi di adattarsi al cambiamento climatico.

Il secondo messaggio del rapporto è proprio sull’adattamento: non stiamo facendo abbastanza. “Gli attuali livelli di adattamento saranno inadeguati per rispondere ai futuri rischi climatici”, avverte l’IPCC. Non siamo pronti ad affrontare nemmeno gli scenari che contengono il global warming a 2°C entro il 2050. Tutto ciò punta chiaramente in una direzione: l’aumento delle diseguaglianze. Decine di milioni di persone in più soffriranno la fame, 130 milioni finiranno in povertà estrema. Centinaia di milioni di persone dovranno affrontare inondazioni nelle città costiere, ondate di caldo intollerabili, scarsità d’acqua.

Sul punto di non ritorno

Il terzo messaggio dell’IPCC riguarda i cosiddetti tipping points, i punti di non ritorno climatici. Una questione molto discussa e ancora troppo poco compresa. Per il panel dell’Onu la scienza è sufficientemente concorde: sono un pericolo reale. Perché sono importanti? C’è il pericolo che un cambiamento climatico inneschi impatti multipli e a cascata, come in un effetto domino che destabilizza una catena di ecosistemi. Il rapporto cita lo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia e Antartide, il degrado dell’Amazzonia e lo scioglimento del permafrost siberiano.

Per alcune regioni, in un futuro più immediato di quanto ci si aspettava finora, gli eventi climatici estremi possono colpire in rapida sequenza, dando forma a una sorta di tempesta perfetta. Brasile orientale, Sud-est asiatico, Mediterraneo, Cina centrale e quasi tutte le zone costiere potrebbero trovarsi di fronte, contemporaneamente, a siccità, ondate di calore, cicloni, incendi, inondazioni. L’umanità non sta agendo nel verso giusto, visto che la probabilità di innescare i punti di non ritorno è esacerbata da fenomeni profondamente influenzati dall’uomo come “perdita di habitat e di resilienza, sfruttamento eccessivo, estrazione di acqua, inquinamento, specie non autoctone invasive e dispersione di parassiti e malattie”.

Dobbiamo cambiare la nostra vita

Serve un cambiamento radicale e realmente trasformativo. Questo il quarto messaggio del rapporto IPCC sul cambiamento climatico. Le priorità devono essere evitare che gli scenari peggiori si concretizzino e prepararsi per quegli impatti del climate change che ormai non possiamo più evitare.

Cosa dobbiamo fare? Il rapporto nomina alcuni punti. Conservazione e ripristino dei cosiddetti ecosistemi blue carbon (foreste di alghe e mangrovie). Mangiare meno carne e prodotti animali. Abitudini di consumo più orientate a diete a base vegetale sono in grado di tagliare le emissioni legate al cibo anche del 70% entro il 2050.

“Abbiamo bisogno di un cambiamento trasformativo che operi su processi e comportamenti a tutti i livelli: individuo, comunità, imprese, istituzioni e governi”, conclude il rapporto IPCC. “Dobbiamo ridefinire il nostro modo di vivere e di consumare“.

fonte: www.rinnovabili.it



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A che ora è la fine del mondo? Il Climate clock arriva in Italia per ricordarci di agire

Il Climate clock ricorda e scandisce il tempo che abbiamo per agire per evitare che la crisi climatica abbia conseguenze irreversibili per il Pianeta.



Sappiamo tutti che il tempo passa inesorabile. Ma quando da questo tempo dipende la vita del e sul nostro Pianeta non ci sono giri di parole che tengano. Agire ora, agire subito, perché è già tardi. Per ricordarcelo e renderlo ancora più chiaro, c’è un orologio che scandisce i minuti, i giorni e gli anni – pochi – che restano prima che la crisi climatica sia irreversibile con conseguenze disastrose per la nostra vita e quella della Terra. È il Climate clock, apparso l’anno scorso a Union square a Manhattan a New York dall’idea di due artisti americani, Gan Golan e Andrew Boyd, e proprio nella Giornata mondiale per l’ambiente è arrivato anche in Italia.


Abbiamo 6 anni e 211 giorni per agire contro la crisi climatica Climate clock © Gse

Secondo il Climate clock abbiamo meno di sette anni per agire

Il Climate clock, il primo orologio del clima italiano, è stato installato sulla facciata del Ministero della Transizione ecologica a Roma, per ricordare che abbiamo meno di sette anni per agire per mantenere l’aumento della temperatura media globale entro i 1,5 gradi, come auspicato dall’Accordo di Parigi. La cifra ovviamente può variare, dipendendo dalle azioni che i governi intraprenderanno. Inoltre, indica anche la percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili nel mondo, proprio per ricordare che le azioni più significative avverranno solo attraverso la transizione energetica, lasciando alle spalle l’era dei combustibili fossili.

“Il tempo che questi orologi indicano è il tempo che abbiamo per agire. Un tempo che possiamo invertire”, ha affermato il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani durante l’inaugurazione del 4 giugno. “La transizione ecologica è lo strumento principale per spostare queste lancette e liberarci dalla spada di Damocle dei rischi a cui ci espongono i cambiamenti climatici. L’ora che segna è l’ora della volontà”.

L’ora che segna è l’ora della volontà


Il Climate clock indica anche la percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili nel mondo © Gse

Il calcolo del tempo utile per agire, per l’esattezza sei anni e 211 giorni, è stato calcolato dagli scienziati del Mercator research institute on global commons and climate change (Mcc), che si unisce agli studi, come quello dell’Ipcc, che invitano i governi del mondo ad agire urgentemente. Questo ancor più importante in vista della Cop 26, che si terrà a Glasgow a novembre, dove i paesi dovranno trovare nuovi accordi e strade comuni per l’azione climatica. “Nei prossimi mesi ci attendono sfide fondamentali, dal G20 Ambiente, Clima ed Energia fino alla Cop 26 sul clima a Glasgow, passando per la Youth4Climate e la PreCop che ospiteremo nel nostro Paese”, ricorda infatti Cingolani.


Sensibilizzare all’azione climatica

L’obiettivo del Climate clock è anche quello di smuovere le coscienze delle persone. “La battaglia contro il riscaldamento globale è la sfida del Ventunesimo secolo”, ha dichiarato l’amministratore delegato del Gestore dei servizi energetici (Gse), Roberto Moneta. “Si tratta di una sfida che richiede una decisa accelerazione per essere vinta. Le energie rinnovabili saranno le leve principali e agire la parola chiave per esprimere quel cambiamento culturale necessario ad aggiungere tempo prezioso alla lifeline del nostro Pianeta”.

Il dislpay del Climate clock mostra anche alcune citazioni di scienziati, attivisti e artisti che si sono battuti e si battono per l’ambiente © Gse

E ancor più significativa è l’installazione del Climate clock sulla facciata del Ministero della transizione ecologica, il nuovo dicastero voluto dal governo Draghi come evoluzione del Ministero dell’Ambiente, che ha appunto l’obiettivo di gestire l’interdipendenza della sfida climatica e di quella energetica, sottolineare la connessione intima tra ambiente, energia e sviluppo.












Insieme ai numeri del clima, il dislpay dell’orologio mostra anche alcune citazioni di scienziati, attivisti e artisti che si sono battuti e si battono per l’ambiente: “La CO2 è come il sale, indispensabile alla nostra vita, ma velenosa se in eccesso”, del chimico James Lovelock; “Non abbiamo più tempo per essere pessimisti”, dell’analista ambientale e fondatore del Worldwatch Institute, Lester R. Brown; “Il futuro ci giudicherà soprattutto per quello che potevamo fare e non abbiamo fatto”, del regista Ermanno Olmi; “L’immutabilità è il mutare della Natura”, della poetessa Emily Dickinson; “La gestione sostenibile delle nostre risorse naturali promuoverà la pace”, del premio Nobel per la pace Wangari Maathai; “La Terra non è un’eredità ricevuta dai nostri Padri, ma un prestito da restituire ai nostri figli”, del capo nativo americano See-ahth.

fonte: www.lifegate.it


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Un'azione rigorosa per il clima e la crescita economica non si escludono a vicenda

Obiettivi climatici ambiziosi possono essere raggiunti contemporaneamente alla crescita economica, secondo uno studio pubblicato da Sitra, il Fondo indipendente finlandese per l'innovazione


Se vogliamo mantenere il riscaldamento globale entro i limiti concordati a livello internazionale, è necessario affrontare una sfida enorme: l'obiettivo di 1,5° fissato dall'Accordo di Parigi, che richiede la riduzione delle emissioni globali allo zero netto entro il 2050, come indicato dal Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (IPCC), può essere raggiunto ma a condizioni rigorose. Questo è quanto confermato da uno studio condotto da un gruppo di ricerca internazionale guidato dall'University College di Londra e pubblicato da Sitra, il Fondo indipendente finlandese per l'innovazione; i ricercatori suggeriscono, inoltre, come un'azione rigorosa per il clima e la crescita economica non si escludano a vicenda.

Il raggiungimento dell'obiettivo climatico di 1,5° richiede sia un regime politico forte e coerente che copra tutti i settori economici, sia un'attuazione credibile delle politiche per i prossimi decenni. Ad esempio, l'uso del carbone per l'energia dovrebbe essere eliminato rapidamente in tutto il mondo e l'anidride carbonica dovrebbe essere rimossa dall'atmosfera con nuove tecnologie. E i settori del riscaldamento, dei trasporti e della trasformazione industriale devono essere incoraggiati, per quanto possibile, a utilizzare elettricità pulita al posto dei combustibili fossili.

Secondo i ricercatori, i paesi che mettono in atto tali politiche e promuovono l'innovazione e il progresso tecnologico prospereranno quando le emissioni globali scenderanno a zero.

L'argomento è tra l'altro di grande attualità poiché i paesi dovrebbero aggiornare i loro impegni sul clima ai sensi dell'accordo di Parigi in vista dei negoziati sul clima delle Nazioni Unite, previsti per il mese di novembre di quest'anno.

I risultati dello studio sottolineano che l'obiettivo sarà più facile da raggiungere se ci saranno
buona cooperazione globale tra i paesi,
rapido sviluppo tecnologico,
forti politiche ambientali,
bassa crescita della popolazione,
diminuzione delle disuguaglianze,
cambiamenti nella dieta,
protezione delle foreste.

Fino a poco tempo fa, il dibattito pubblico è stato dominato dalla percezione che la crescita economica aumentasse automaticamente le emissioni. Tuttavia, il team di ricerca ha trovato prove del disaccoppiamento delle emissioni e della crescita economica. Ad esempio, nel periodo 1990-2006, l'economia dell'UE è cresciuta di oltre il 50%, ma le emissioni associate alla combustione del carburante sono diminuite del 25%, questo grazie alle misure di efficienza energetica, alla sostituzione dei combustibili fossili con fonti di energia più pulite e ala ristrutturazione dell'economia.

I risultati dello studio suggeriscono che la crescita economica sostenibile deve essere promossa da un'ambiziosa politica climatica attraverso investimenti in tecnologie pulite e un miglioramento della produttività.

Lo studio non è comunque esaustivo nell'affrontare il disaccoppiamento degli impatti ambientali dannosi e della crescita economica, perché non è stato affrontato il disaccoppiamento dell'uso delle risorse naturali e della crescita economica, argomento che richiederebbe ricerche future.

fonte: www.arpat.toscana.it


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“Siamo sull’orlo dell’abisso”: il rapporto State of Global Climate 2020 dell’ONU

Guterres: “Il 2021 sia l’anno dell’azione sul clima”, perché non c’è tempo da perdere. Il riscaldamento globale è a +1,2°C, pericolosamente vicino alla soglia inferiore pattuita a Parigi. Il rapporto dell’ONU mostra l’intreccio tra le crisi in cui siamo invischiati: climatica, economica e sociale. A cui si aggiunge il fattore Covid-19.




L’ONU conferma che il 2020 è stato fa i 3 anni più caldi della storia e il segretario generale Antonio Guterres avverte: “siamo sull’orlo di un abisso climatico”. Il Palazzo di Vetro ha presentato la versione definitiva del rapporto State of Global Climate 2020 in cui fa il punto sullo stato di salute del clima del pianeta e mostra l’intreccio tra le diverse crisi in cui siamo invischiati: climatica, economica, sociale.

Il 2021 sia “l’anno dell’azione sul clima”

Come è solito fare, specie quando si tratta di clima, Guterres non si è tenuto a freno. Nella conferenza stampa di presentazione del rapporto State of Global Climate 2020 il diplomatico portoghese avverte che non c’è più tempo. “Questo è l’anno dell’azione”, ha ripetuto. “Il clima sta cambiando e gli impatti sono già troppo costosi per le persone e per il pianeta. I paesi devono presentare, molto prima della Cop26, piani ambiziosi per ridurre le emissioni globali del 45% entro il 2030″.

E’ tempo di eliminare i sussidi alle fossili, reindirizzandoli sulle energie rinnovabili per accelerare la transizione energetica, sottolinea il numero 1 del Palazzo di Vetro. Accelerazione che è assolutamente necessaria e che deve vedere gli Stati come protagonisti: “I paesi devono presentare nuovi ambiziosi contributi determinati a livello nazionale (NDC) progettati dall’accordo di Parigi. I loro piani climatici per i prossimi 10 anni devono essere molto più efficienti “.

A Guterres fanno eco le dichiarazioni di Petteri Taalas, segretario dell’Organizzazione meteorologica mondiale (Wmo), l’agenzia che ha firmato il rapporto State of Global Climate 2020. Taalas ha avvertito che la “tendenza negativa” del clima potrebbe continuare per i prossimi decenni indipendentemente dagli sforzi di mitigazione, e ha quindi chiesto più investimenti nelle misure di adattamento al cambiamento climatico. Anche per il Wmo non c’è tempo da sprecare e l’orizzonte comune dovrebbe essere quello di emissioni zero entro il 2050.

“Uno dei modi più efficaci per adattarsi è investire in servizi di allerta precoce e reti di osservazione meteorologica. Diversi paesi meno sviluppati hanno grandi lacune nei loro sistemi di osservazione e mancano di servizi meteorologici, climatici e idrici all’avanguardia”, ha concluso Taalas.
Emissioni, oceani e criosfera

La panoramica globale degli indicatori dello stato di salute del clima globale inizia con le emissioni. Il focus non è tanto sui valori assoluti, che avrebbe un significato solo relativo visto lo stravolgimento dei pattern consolidati causato dalla pandemia. Il rapporto ONU si sofferma invece sulla concentrazione di CO2 in atmosfera. Un indicatore meno soggetto alle oscillazioni temporanee nelle emissioni di gas serra, ma decisivo per comprendere l’intensità del cambiamento climatico in atto e la sua traiettoria futura. Lo State of Globale Climate 2020 dichiara ufficialmente superata la soglia dei 410 ppm (parti per milione) come media globale e stima che, se continua il trend degli ultimi anni, nel 2021 si supererà il livello di 414 ppm.

Passando agli oceani, le masse di acqua marina che assorbono circa un quarto delle emissioni antropiche di gas serra e fanno da cuscinetto contro il riscaldamento globale sono sotto forte stress. L’80% degli oceani ha patito almeno un’ondata di calore nel corso del 2020. E quasi la metà (45%) delle acque salate del pianeta ha dovuto fare i conti con ondate di calore definite intense. Continua a crescere anche il livello medio dei mari, con un’accelerazione negli ultimi anni dovuta allo scioglimento accelerato dei ghiacci artici e antartici.

La situazione della criosfera continua a segnare record di riscaldamento globale. I Poli hanno un tasso di aumento delle temperature doppio rispetto al resto del mondo, con un impatto potenzialmente dirompente sul clima globale nel caso si attivassero meccanismi di feedback positivo di grande entità, ad esempio rispetto alle emissioni di metano generate dallo scioglimento del permafrost artico.

L’Artico ha toccato nel 2020 il suo secondo valore minimo storico per l’estensione dei ghiacci al termine della stagione estiva, totalizzando appena 3,74 milioni di km2. Il mare di Laptev, una delle aree più preziose per comprendere l’andamento del clima nell’Artico, non ha mai iniziato a perdere ghiaccio così presto come nel 2020. Groenlandia e Antartide, quanto a scioglimento dei ghiacci, sono rimasti vicini alla media di lungo periodo.

Eventi climatici estremi

Anche sotto il profilo degli eventi climatici estremi, il rapporto State of Global Climate 2020 registra una serie di record poco invidiabili. Gli Stati Uniti escono dalla loro peggiore stagione degli incendi, l’Australia ha avuto picchi di caldo record che sfiorano i 49°C, e gli incendi nell’Artico hanno imperversato. Nella regione siberiana infatti le temperature medie sono state di ben 3°C superiori alla media e hanno toccato picchi anche di 38°C.

Africa e Asia hanno continuato a registrare il maggior numero di inondazioni e di eventi siccitosi. In particolare, la concentrazione delle precipitazioni in pochi momenti durante l’anno, con la caduta di livelli molto consistenti di acqua, ha interessato l’area del Sahel e del Corno d’Africa. Questo ha contribuito a scatenare una nuova invasione di locuste, che si sono poi diramate nella regione nelle settimane successive. La siccità ha invece interessato Brasile, Argentina e Paraguay in modo particolare, oltre che il Sudafrica dove però non ha raggiunto i livelli estremi toccati nel 2018.

Il 2020 è stato anche l’anno delle tempeste tropicali: un record , anche qui, con ben 30 cicloni generati nel quadrante atlantico che sono riusciti a toccare terra, squassando soprattutto il Centro America. L’Europa ha subito bombe d’acqua di grande entità, come la tempesta Alex a inizio ottobre.
L’impatto sulle popolazioni

A fare le spese dei cambiamenti climatici sono soprattutto i paesi e le popolazioni più vulnerabili, anche dal punto di vista socio-economico. Dopo decenni di declino, l’aumento dell’insicurezza alimentare dal 2014 è guidato da conflitti e rallentamento economico, ma anche dalla variabilità climatica e da eventi meteorologici estremi. “Tra il 2008 e il 2018, gli impatti dei disastri sono costati ai settori agricoli delle economie dei paesi in via di sviluppo oltre 108 miliardi di dollari in raccolti danneggiati o persi e produzione di bestiame”, si legge nel rapporto State of Global Climate 2020. “Il numero di persone classificate in condizioni di crisi, emergenza e carestia è aumentato a quasi 135 milioni di persone in 55 paesi nel 2019, secondo FAO e WFP”. Nel 2020 a questo trend si è sovrapposto il Covid-19, che ha ulteriormente messo pressione sui sistemi alimentari locali, regionali e globali.


La crisi climatica continua anche a essere causa di migrazioni. Nell’ultimo decennio, gli eventi legati al clima hanno innescato in media 23,1 milioni di sfollati di persone ogni anno, la maggior parte dei quali all’interno dei confini nazionali. Il 2020 conferma questi numeri. “Durante la prima metà del 2020 sono stati registrati circa 9,8 milioni di spostamenti, in gran parte dovuti a pericoli idrometeorologici e disastri, concentrati principalmente nell’Asia meridionale e sudorientale e nel Corno d’Africa”. Non ci sono ancora dati consolidati sulla seconda metà dell’anno, ma si prevede che la cifra finale batta su valore medio degli ultimi anni, a causa delle inondazioni nella regione del Sahel, della stagione degli uragani nell’Atlantico e degli impatti dei tifoni nel sud-est asiatico.

fonte: www.rinnovabili.it


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Alessandra Prampolini, Wwf Italia. Per salvare la Terra dobbiamo fermare lo sfruttamento nascosto



Quest’anno il tema della Giornata mondiale della Terra è il ripristino degli ecosistemi. Ne abbiamo parlato con Alessandra Prampolini che, dallo scorso gennaio, è direttrice generale del Wwf Italia, prima donna a ricoprire questa carica nell’associazione. Dal consumo di cibo non più sostenibile all’agricoltura, dall’allevamento fino alla deforestazione, Alessandra Prampolini invita ad analizzare la crisi climatica e quella della biodiversità come fenomeni interconnessi, rispetto ai quali vanno messe in campo azioni integrate e trasversali. In quest’ottica, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) che l’Italia si appresta a presentare a Bruxelles costituisce uno snodo fondamentale, perché le modalità con le quali decideremo di declinarlo tracceranno il solco lungo il quale ci muoveremo nei prossimi anni.

In occasione della Giornata mondiale della Terra il Wwf ha lanciato la campagna Food4Future. Qual è il messaggio principale che volete veicolare?

Dobbiamo modificare i sistemi agroalimentari sia dal punto di vista della produzione che da quello del consumo. Per come sono oggi, hanno impatti eccessivi sul pianeta e non sono efficienti: né per quanto riguarda la distribuzione – pensiamo al tema dei rifiuti e a quello della fame nel mondo –né per quanto concerne la salute, perché la gran parte del cibo che produciamo non è salutare. I sistemi agroalimentari vanno rivisti alla luce delle necessità umane e dei limiti del pianeta.

Alessandra Prampolini è direttore generale del Wwf Italia dallo scorso mese di gennaio © Giovanna Quaglieri

Quali sono gli impatti negativi sull’ecosistema di un consumo di cibo poco sostenibile?

Clima e biodiversità sono crisi planetarie che rappresentano due facce della stessa medaglia: l’80 per cento della perdita di biodiversità è causata dall’agricoltura e dall’allevamento, che sono responsabili anche del 24 per cento delle emissioni nocive. C’è poi il grande tema del consumo del suolo: abbiamo già consumato i tre quarti delle terre emerse e la prima causa della deforestazione sono proprio le nuove coltivazioni e l’allevamento, che già occupano il 40 per cento delle terre emerse. Un altro punto importante è quello dei cicli biogeochimici: consumiamo fertilizzanti minerali in numero dieci volte maggiore rispetto a 50 anni fa, e ciò si traduce in inquinamento, degrado del suolo e peggiore qualità delle acque. In proposito, l’uso scorretto della risorsa idrica ha portato a un consumo triplicato in 50 anni dell’acqua destinata all’agricoltura, senza dimenticare che l’80 per cento dei laghi italiani versa in uno stato ecologico non buono.
Abbiamo già consumato i tre quarti delle terre emerse e la prima causa della deforestazione sono proprio le nuove coltivazioni e l’allevamento, che già occupano il 40 per cento delle terre emerse.

Il tema della Giornata della Terra 2021 è il ripristino degli ecosistemi. In proposito, un vostro recente report ha quantificato gli impatti sulla deforestazione legati al commercio internazionale. Cosa emerge in particolare da questo lavoro?

Emerge l’enorme impatto della deforestazione importata, nascosta nelle nostre abitudini di consumo e in quello che mangiamo. Un tempo le foreste si utilizzavano principalmente per realizzare utensili in legno o per il riscaldamento domestico, mentre ora la produzione di soia, olio di palma e carne bovina è la principale responsabile della deforestazione. Il Wwf sta lavorando con l’Unione europea a una proposta legislativa per ridurre l’impronta dei consumi, ponendo limiti all’importazione di prodotti che abbiano origine forestale o che siano legati alla deforestazione. Quella nascosta pesa ormai per l’80 per cento rispetto alla deforestazione in tutto il mondo; l’Europa è seconda solo alla Cina in termini di deforestazione importata, e l’Italia figura al secondo posto in Europa.


La deforestazione dell’Amazzonia brasiliana © Mario Tama/Getty Images

Sempre in riferimento anche al cibo che arriva sulle nostre tavole, stiamo perdendo il prezioso esercito degli insetti impollinatori. Qual è il quadro e quali sono le conseguenze?

Si tratta di una delle crisi più drammatiche a livello globale, di un fenomeno che procede a velocità spaventosa e che spesso in passato è stato ignorato. Il numero dei volatori in Europa si è ridotto del 70 per cento negli ultimi 30 anni, e oggi a livello globale il 40 per cento degli insetti più comuni come api selvatiche, farfalle e coleotteri rischiano l’estinzione. Ben l’80 per cento delle 1.400 piante da cui si produce cibo nel mondo richiede l’impollinazione: il venir meno di questo servizio ecosistemico fa crollare le possibilità di portare in tavola alimenti che garantiscono la nostra salute e il nostro sostentamento. La riduzione di cibi legati a una dieta sana come frutta, verdura, noci e semi, aumenta i rischi di diabete e di malattie cardiovascolari; anche perché al contempo si assiste alla crescita di colture alimentari povere di nutrienti come riso, soia, mais e patate.

Tra le principali cause dell’estinzione degli impollinatori ci sono anche i cambiamenti climatici. A livello globale si sta facendo abbastanza per contrastarne gli effetti?

Ancora no, purtroppo. Come Unione europea ci siamo posti l’obiettivo della decarbonizzazione al 2050 e target progressivi intermedi con orizzonte al 2030. A fronte dell’Accordo di Parigi, manca però l’implementazione di un piano di azione vincolante per i diversi Paesi: gli obiettivi devono essere legati alla riduzione delle emissioni e a un aumento delle energie rinnovabili, e al contempo serve una chiara scansione temporale per il loro raggiungimento. Lo scorso anno non ha aiutato lo slittamento della Cop26 a causa dell’emergenza pandemica, perché avrebbe rappresentato un importante momento di confronto a cinque anni dagli accordi di Parigi.

L’agricoltura intensiva e il dissennato utilizzo di pesticidi hanno causato un allarmante declino degli insetti impollinatori, tra cui le api © Ingimage

Il Wwf ha rimarcato le “enormi prospettive di collaborazione” che esistono tra uomo e natura nel contrasto ai cambiamenti climatici.
Un aumento delle temperature causa una perdita di biodiversità, ma è bene rimarcare che è vero anche il contrario: ci sono tante specie animali che sono preziose alleate nel contrasto al cambiamento climatico. Faccio qualche esempio. Elefanti, gibboni e macachi svolgono un ruolo essenziale per diffondere i semi di molte specie arboree, e in questo modo contribuiscono all’espansione della biodiversità in habitat anche molto diversi fra di loro. In vita, le balene accumulano carbonio nei tessuti e quando muoiono lo depositano sui fondali marini: ogni balena adulta cattura in media 33 tonnellate di CO2. Anche le formiche, con il loro instancabile lavoro, generano una serie di reazioni chimiche che facilitano assorbimento della CO2 da parte del suolo: i suoli abitati da formiche hanno una capacità di assorbimento 300 volte superiore rispetto agli altri.

Il Next Generation Eu può rappresentare una svolta per la transizione ecologica dell’Europa?

Il Next Generation Eu è lo strumento del secolo e le modalità con le quali decideremo di utilizzarlo daranno l’impronta dei prossimi anni. Rappresenta insomma un’occasione unica e come Wwf stiamo chiedendo che l’approccio sia quello della transizione ecologica, a patto che lo sia realmente. Il primo principio è che il valore della natura deve essere, con un approccio trasversale, incorporato in tutti i processi decisionali.
In Italia si avrebbe entro il 2030 la creazione di 163 mila nuovi posti di lavoro grazie alle rinnovabili © Nicholas Doherty, Unsplash

Alessandra Prampolini, il 30 aprile l’Italia dovrà presentare il Piano nazionale di ripresa e resilienza all’Ue, su cosa si dovrebbe puntare con maggiore decisione?

Almeno il 37 per cento delle risorse deve essere destinato in azioni in difesa del clima e a tutela della biodiversità. In secondo luogo, l’azione di rilancio del nostro Paese deve prevedere un rinnovamento della strategia industriale, il cui fine ultimo deve essere la completa decarbonizzazione: ciò potrà avvenire solo con target di riduzione delle emissioni molto chiari e con investimenti massicci sulle energie rinnovabili. Va infine riqualificata la natura: in Italia abbiamo uno dei patrimoni più importanti in Europa, ma anni di consumo incauto di suolo hanno fatto sì che siano sopravvissute piccole isole di biodiversità, non collegate fra di loro, che oltretutto si stanno riducendo. Servono quindi azioni per la tutela, il ripristino e la riconnessione delle tante aree che il nostro Paese ospita: ciò a vantaggio non solo del turismo, ma anche di attività come l’agricoltura e la pesca.

fonte: www.lifegate.it



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Emergenza climatica, rinnovabili e paesaggio: tutte le contraddizioni da affrontare

Le preoccupazioni sull’alterazione dei territori in Italia con l’inserimento delle rinnovabili. Un delicato equilibrio tra la preservazione della bellezza del paesaggio e gli interventi volti a limitare i rischi della crisi climatica che colpisce gli stessi territori.



Parlare di cambiamenti climatici e di paesaggio obbliga ad una doppia lettura.

L’emergenza climatica sta infatti aggredendo i territori, in alcuni casi in modo evidente e progressivamente più drammatico.

Tutti ricordiamo le decine di milioni di alberi abbattuti dalla tempesta Vaia nel Nord-est italiano, i disastri legati alla forza devastante di uragani e cicloni, gli incendi che hanno distrutto migliaia di chilometri quadrati di foreste in California, in Australia, in Brasile, in Siberia, in Congo… con la natura ferita e milioni di animali bruciati vivi; le coste erose dall’innalzamento del livello degli oceani e dei mari, la desertificazione che avanza, la Groenlandia e l’Antartide che si sgretolano….

Si deve dunque intervenire, e rapidamente!

D’altra parte, alcune azioni per ridurre le emissioni e affrontare la sfida climatica possono comportare un’alterazione dei paesaggi.

Si tratta di modifiche che si aggiungono a quelle apportate dall’uomo con l’abusivismo, le cave, le discariche illegali di rifiuti, le raffinerie e le acciaierie sulle coste e con la costante sottrazione di spazio alla natura.

Proprio questo modello di sviluppo comporta anche una impressionante crescita delle emissioni climalteranti.

Non stupisce quindi la sollecitazione di coloro che propongono la rivisitazione di un modello non più sostenibile.

Resta il fatto che occorre agire da subito sul fronte climatico. Gli accordi internazionali, come quello di Parigi del 2015, rappresentano un risultato importante. Ma poi servono urgentemente soluzioni da attivare per contenere le emissioni.

Fra queste, diviene sempre più importante il contributo delle fonti rinnovabili. Certo, in un contesto di maggiore efficienza che include anche cambiamenti degli stili di vita.

Naturalmente l’installazione di impianti solari ed eolici può comportare un’alterazione del paesaggio e il loro inserimento va dunque pianificato con attenzione, cosa che non sempre è stata fatta in passato. Vanno inoltre coinvolte le comunità locali, e anche questo non sempre è avvenuto.

Per quanto riguarda il paesaggio, le reazioni dal punto di vista estetico variano molto in relazione alle diverse sensibilità.

Nel “sorriso di Angelica” di Andrea Camilleri, ad esempio, si legge:

“… un mari di bocche di lioni supra al quali, a ‘ntervalli regolari, si slanciavano altissime pale eoliche. Livia ne ristò affatata. Certo che avete dei paesaggi…”.

Ma nella società ci sono anche posizioni di netta chiusura.

Resta il fatto che, per arrivare alla neutralità climatica entro il 2050, obiettivo dell’Italia e degli altri paesi europei, il contributo delle rinnovabili dovrà crescere notevolmente.

Concentriamoci sul solare, che in Italia rappresenterà la tecnologia regina del sistema energetico sul lungo periodo.

Sono state effettuate diverse valutazioni sul potenziale legato alla parziale occupazione delle superfici degli edifici.

In un recente documento di Eurach si è stimata la potenza installabile utilizzando il 2,5% dell’area occupata dalle diverse tipologie di edifici. Si arriverebbe a 45 GW, poco sotto i 52 GW previsti dal Piano nazionale energia clima del governo al 2030 (A Strategic Plan for Research and Innovation to Relaunch the Italian Photovoltaic Sector).

Un Piano, che però andrà rapidamente rivisto per adeguarsi alla decisione della UE di portare l’obiettivo di riduzione dei gas climalteranti al 2030 dal -40% rispetto ai valori del 1990 al -55%.

In questo nuovo quadro, secondo Elettricità Futura che raccoglie i vari produttori elettrici del paese, il 70% dei consumi elettrici lordi dovrà essere soddisfatto da energie rinnovabili (oggi siamo al 36-38%).

Il Ministro Cingolani ha parlato di una quota pari al 72%. È dunque probabile che la potenza fotovoltaica al 2030 dovrà arrivare a valori attorno ai 70 GW (oggi siamo a 21 GW).

Ma, soprattutto, va ricordato che per il 2050 la strategia di lungo termine del Governo (pdf) prevede una potenza solare di 240 GW, oltre dieci volte superiore all’attuale.

Aumenteranno quindi notevolmente le installazioni decentrate, oggi oltre 800.000, anche grazie alla diffusione delle Comunità energetiche. Troveremo nuove soluzioni, magari si diffonderanno le vetrate solari, i moduli solari flessibili… Ma non c’è dubbio che dovremo installare anche molti impianti fotovoltaici a terra.

Di che superficie parliamo? Considerando un utilizzo delle superfici degli edifici quadruplo rispetto a quello considerato dallo studio Eurach, a metà secolo il mix di centrali solari convenzionali e agrovoltaiche occuperebbe una superficie pari a quella di un quadrato di una cinquantina di chilometri di lato, naturalmente grazie ad una molteplicità di interventi opportunamente distribuiti sui territori.

Parliamo di un’area inferiore al 2% dei 3,5 milioni di ettari della superficie agricola inattiva nel paese.

Le contraddizioni su paesaggio e lotta climatica

Partiamo dalla preoccupazione sull’alterazione del paesaggio perché consente di riflettere sulla necessità di affrontare un tema, quello dell’inserimento delle rinnovabili, che diventerà la principale, anche se non l’unica, criticità da affrontare nel processo di decarbonizzazione dei prossimi anni e decenni.

E consideriamo due casi emblematici delle contraddizioni che emergono.

Il Club Alpino Italiano (Cai) ha preso posizione contro la proposta di inserire nel Piano nazionale di recupero e resilienza la realizzazione di 1.000 piccoli invasi sulle zone di montagna e di alta collina, vista invece di buon occhio da Coldiretti.

I laghetti dovrebbero infatti servire come riserva d’acqua per l’agricoltura e contribuirebbero a ridurre il rischio di alluvioni. Inoltre, l’abbinamento tra laghetti a quote diverse consentirebbe di creare sistemi di pompaggio utili alla gestione della rete elettrica in presenza della futura larga diffusione di solare ed eolico.

Ma questa opposizione viene dallo stesso Cai che più volte ha lanciato l’allarme sulla progressiva scomparsa dei ghiacciai. In effetti, negli ultimi 50 anni la loro riduzione nelle Alpi è stata pari al 35-40%, con preoccupanti implicazioni.

Diceva Herman Hesse che “le lacrime sono il frutto del ghiaccio dell’anima che si scioglie“.

In tutto l’arco alpino nei mesi tra novembre e maggio, sotto i 2000 metri, dove cinquant’anni fa lo spessore medio della neve era di 1 metro oggi si misurano 60 cm e si è perso un mese di innevamento.

Ghiacci, neve, rocce che si frantumano sono solo alcuni degli impatti del cambiamento climatico sul paesaggio alpino…

Ma anche gli agricoltori stanno subendo gravi conseguenze dal riscaldamento globale. Coldiretti, ad esempio, ha più volte richiesto negli ultimi anni lo stato di calamità naturale per zone colpite da siccità, alluvioni, incendi…

La stessa associazione ha però finora contestato la realizzazione di grandi impianti fotovoltaici a terra.

Gli amanti della montagna e gli agricoltori sono, insomma, degli attenti sensori dei cambiamenti del clima in atto. Ma al tempo stesso si oppongono ad alcune importanti misure volte ad evitare un’evoluzione catastrofica del riscaldamento globale.

Questi due esempi illustrano il delicato equilibrio tra la preservazione della bellezza e della ricchezza del paesaggio e gli interventi volti a limitare i rischi dell’emergenza climatica.

Naturalmente andranno trovate soluzioni attente anche per aumentare il consenso sociale, decisivo per raggiungere obiettivi così ambiziosi.

E vanno definite con chiarezza aree di esclusione e limitazioni alla taglia delle centrali solari.

Significativamente, si iniziano a considerare opzioni nuove, come l’agrivoltaico che consiste nell’istallazione dei moduli ad un’altezza e ad una interdistanza tale da consentire di coltivare, in alcuni casi migliorando la qualità dei prodotti grazie all’ombreggiamento. Un risultato che si è apprezzato in alcune sperimentazioni su vigneti nella Francia meridionale. In un futuro che vedrà giornate sempre più calde, soluzioni come questa potrebbero essere apprezzate.

Si dirà, che questi interventi, se possono essere considerate validi perché consentono di mantenere o di incrementare i posti di lavoro agricoli, alterano comunque il paesaggio.

Ma va ricordato che il paesaggio si è sempre evoluto ed è la risultanza tra l’azione dell’uomo e la natura. Come dice il filosofo Rosario Assunto: “… il paesaggio è natura nella quale la civiltà rispecchia sé stessa”.

E, di fronte ai rischi gravissimi dell’emergenza climatica, bisogna rapidamente attrezzarsi.

È significativo che le tre più importanti associazioni ambientaliste, Legambiente, Wwf e Greenpeace stiano convergendo sulla necessità di accelerare la diffusione delle rinnovabili. Rilevante, ad esempio, l’ultimo documento comune sul parco eolico off-shore al largo delle coste della Sicilia.

Considerato che nei prossimi anni e decenni si dovranno installare molti impianti green in Italia, in Europa e nel resto del mondo, occorrerà pervenire ad una posizione equilibrata, per quanto possibile condivisa, sul loro inserimento nel territorio.

fonte: www.qualenergia.it



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Ci vuole un Recovery Planet

A fine aprile il governo Draghi dovrà consegnare la propria versione del Recovery Plan. Per uscire dalla crisi post-Covid serve però una strategia complessiva che cambi il modo in cui viviamo. La rete della Società della cura ha elaborato una proposta che ha messo insieme più di mille persone, suddivise in 13 tavoli tematici



L'antidoto a un esecutivo chiuso nelle sue stanze, con portatori di interesse ed esperti dei soliti affari e con scarsa attenzione alla dura realtà dei cambiamenti climatici?

Quelle minacce che, solo a volercisi adattare con soluzioni di mercato, costerebbero al mondo tra 130 e 300 miliardi di dollari l’anno fino al 2030, e tra 280 e 500 miliardi fino al 2050, mentre a novembre 2020 il Green Climate Fund istituito per sostenere l’Accordo di Parigi ne ha approvati 7,2 e davvero sborsati 1,4?

Non basta un Recovery Plan, pur a volerlo fare bene: serve un Recovery Planet. Una strategia complessiva che cambi il modo in cui produciamo, coltiviamo, distribuiamo, ci nutriamo, ci finanziamo, lavoriamo e affrontiamo la prospettiva digitale, operando scelte nette a partire da un cambio di paradigma complessivo che metta la pratica ecofemminista della cura al centro del sistema al posto del profitto.

Recovery Planet è il risultato del lavoro di oltre mille mani che per cinque settimane si sono incontrate regolarmente in modo virtuale pescando competenze e pensieri tra oltre 1400 tra realtà organizzate e persone che si riconoscono nel processo di convergenza verso una Società della Cura.

La Società della Cura nasce in un pomeriggio di mezza estate, quando a Roma, nella distopica cornice di Villa Pamphilj, l’ex premier italiano Giuseppe Conte accoglie alcune realtà della società civile e sindacali per provare a mitigare l’effetto-choc provocato dalla lettura del Piano Colao che indicava per l’uscita del Paese dalla crisi post-Covid le stesse scelte mercatiste che ci avevano portato alla crisi sociale e ambientale, insieme alla stagnazione economica, ben prima dello scoppio della pandemia. 



Nasce così un appello spontaneo a radunarsi fuori dalla cornice dorata, in un pic-nic, per ragionare insieme su quale dovesse essere, invece, una cornice di senso e un piano d’azione innovativo che consentisse all’Italia, ma non solo, di non sprecare le lezioni della pandemia, affrontare il collasso climatico e l’ingiustizia sociale per costruire la società della cura di sé, degli altri, del pianeta.

Da quel centinaio tra persone e realtà nasce un percorso di confronto che, dopo meno di un anno di lavoro insieme e due mobilitazioni – il 21 novembre e il 22 dicembre – con azioni simboliche da Aosta a Catania, che hanno lanciato un Manifesto comune e un “Dono” per reindirizzare 175 miliardi dell’ultima Legge di bilancio verso un cambiamento radicale di direzione delle politiche locali e nazionali per non lasciare nessun@ indietro.

Il 10 aprile torneremo a mobilitarci per presentare a istituzioni e territori il nostro Recovery Planet: un Piano nazionale di transizione verso la società della cura, la nostra alternativa al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza del governo, elaborato con un metodo partecipato da centinaia di persone organizzate in 13 tavoli tematici. Il documento si apre con una lettura critica femminista delle iniziative da intraprendere, e si accompagna a un testo più di dettaglio prodotto dal tavolo tematico “Ecologia e ambiente” cui hanno lavorato attivist@ dei Fridays for future, dei movimenti per l’acqua pubblica, No Tav, No Triv, dell’associazione Laudato Sì e di molti altri comitati e realtà ambientaliste, contadine e animaliste.

Il superamento del modello di economia lineare verso una circolarità multidimensionale dell’organizzazione dei mercati è uno dei pilastri della vera transizione, ma da solo non basta, perché per contenere all’origine i virus patogeni la cui diffusione è accelerata dalla degradazione dell’ambiente che abbiamo provocato, bisogna ispirare ogni intervento alla cura del patrimonio naturale, alla rigenerazione dei servizi ecosistemici che sorreggono la rete della vita e tra i viventi. 



È in questa chiave che si integrano con coerenza l’esigenza di ripubblicizzare i servizi pubblici locali a partire dall’acqua, a dieci anni dal referendum popolare che lo ha chiesto, riscrivere la Strategia nazionale della biodiversità, il Piano nazionale integrato per energia e clima, la Strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile tagliando le emissioni almeno del 7,6% l’anno come chiedono le Nazioni Unite, abolendo i sussidi ambientalmente dannosi ma introducendo anche tassazioni penalizzanti dei prodotti più inquinanti che gravino sui profitti degli azionisti.

Più importante, però, è colmare il deficit democratico e di partecipazione alle scelte strategiche del Paese che si va approfondendo, prevedendo un percorso per l’inserimento in Costituzione della salvaguardia dei diritti della natura e del vivente svelatisi con la pandemia così deboli ma determinanti per la nostra stessa sopravvivenza. Non sono solo pagine o critiche, la difesa di un diritto o di un bene comune, ma la sfida per un’alternativa di società, che contrapponga il prendersi cura alla predazione, la cooperazione solidale alla solitudine competitiva, il “noi” dell’eguaglianza e delle differenze all’“io” del dominio e dell’omologazione.

fonte: comune-info.net


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