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Il fronte plastic-free si sposta sull'ortofrutta



In Francia pubblicato il decreto che mette al bando i packaging in plastica dal 2022. In Spagna aperta una consultazione pubblica.

Dopo sacchetti e articoli monouso, il fronte della

Riciclo in closed-loop nel fast food

In fase di sperimentazione in Francia presso i ristoranti della catena Cojean, con il supporto di Paccor.









Il produttore tedesco di imballaggi rigidi in plastica Paccor ha unito le forze con il riciclatore Tri.O & Greenwishes e la catena francese di fast food Cojean per avviare la sperimentazione del riciclo in circuito chiuso (closed-loop) di bicchieri, coppe e vaschette in poliestere utilizzati per il servizio ai tavoli.

Messo in cantiere all'inizio dell'anno, il progetto è partito alla fine di giugno con l'obiettivo di recuperare inizialmente tra 40 e 60 tonnellate di contenitori in PET, che una volta riciclati, torneranno a svolgere la loro funzione nei ristoranti della catena francese.
Paccor ha già sperimentato questo approccio con il programma "Circular Events", con il quale recupera bicchieri e contenitori in plastica dalle sedi di spettacoli, eventi sportivi e sagre; ha anche avviato uno schema di recupero nel settore del catering aeronautico.

fonte: www.polimerica.it


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Francia, la corte di Lione conferma: il glifosato va ritirato dal mercato

Il glifosato non rispetta il principio di precauzione e quindi non può essere messo in commerio. A dirlo è la Corte d’appello amministrativa di Lione.



Un prodotto sanitario che non rispetta il principio di precauzione non può essere messo in commercio. È netta la presa di posizione della Corte d’appello amministrativa di Lione che, con una sentenza del 29 giugno, ha ribadito ciò che era già stato deciso nel 2019: il Roundup 360, erbicida a base di glifosato, dev’essere ritirato dal mercato.


Il tribunale amministrativo francese contro Monsanto

Era il mese di marzo del 2017 quando l’Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare, ambientale e della salute sul lavoro (Anses) ha dato il via libera al Roundup Pro 360, senza procedere a una nuova valutazione visto che la composizione era la stessa rispetto a un altro prodotto fitosanitario in commercio, il Typhoon. Così facendo, però, l’Anses avrebbe “commesso un errore di valutazione per quanto riguarda il principio di precauzione”.


Una manifestazione degli apicoltori contro il glifosato a Berlino © Adam Berry/Getty Images

Il prodotto infatti è a base di glifosato, il controverso erbicida sviluppato dalla multinazionale dell’agrochimica e delle sementi Monsanto, ormai di proprietà della casa farmaceutica Bayer. Una sostanza che, secondo gli studi dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) consultati dalla Corte, è “potenzialmente cancerogena per l’uomo”. Da qui la richiesta di ritirare dal mercato il Roundup Pro 360, espressa con la sentenza di primo grado del 2019 e ora ribadita in appello. Per il verdetto definitivo bisognerà attendere che si pronunci il Consiglio di Stato, visto che Bayer e Anses hanno fatto ricorso.

Si discute sul glifosato nell’Unione europea

“Questa importante decisione dovrebbe quindi portare al ritiro di tutte le autorizzazioni per la rivendita di prodotti non preceduti da una valutazione specifica, e più in generale di tutti i prodotti a base di glifosato, visti i numerosi dati scientifici che mostrano gli impatti sulla salute e sull’ambiente di tale erbicida”, sostiene Joel Spiroux de Vendômois, alla guida dello studio legale che sta portando avanti la causa.

L’Unione europea sembra però incamminarsi verso la direzione opposta. Il glifosato infatti è ammesso fino al 15 dicembre 2022 e in questi mesi ha preso il via l’iter necessario per confermare o meno l’autorizzazione. Come primo step, le autorità di quattro paesi membri (tra cui la Francia, oltre a Olanda, Svezia e Ungheria) hanno stilato una dettagliata valutazione da cui emerge che l’erbicida non è cancerogeno, mutageno né tossico per la riproduzione. Ma c’è un però: secondo quanto rivelato dalla stampa internazionale, tale decisione si basa su studi che, per la maggior parte, non rispettano gli standard qualitativi minimi. E non possono quindi essere ritenuti indipendenti né attendibili.

fonte: www.lifegate.it



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Marsiglia, al mercato internazionale le eccedenze vengono trasformate sul posto per essere donate più facilmente

Dallo scorso dicembre Fruits et Légumes Solidarité (Frutta, verdura e solidarietà) attraverso il supporto di finanziatori pubblici e privati, ha sviluppato un laboratorio di trasformazione alimentare ad alti standard per dare vita ad una gamma di prodotti molto varia ottenuti da frutta e verdura recuperata al mercato




A Marsiglia esiste un’associazione che ha deciso di mettere fine all’enorme spreco di generi alimentari all’ingrosso nel Mercato d’Interesse Nazionale (MIN) di Arnavaux. Dallo scorso dicembre Fruits et Légumes Solidarité (Frutta, verdura e solidarietà) attraverso il supporto di finanziatori pubblici e privati, ha sviluppato un laboratorio di trasformazione alimentare ad alti standard per dare vita ad una gamma di prodotti molto varia ottenuti da frutta e verdura recuperata al mercato.

La trasformazione sul luogo

L’innovazione proposta da AFLS è quella di trasformare sul luogo ed al momento le eccedenze recuperate. In questo modo vengono prodotte conserve, succhi, minestre o surgelati che vengono donate ai più svantaggiati. Frutta e verdura confezionate sottovuoto, congelate o sterilizzate in barattoli, sono più facili da stoccare e distribuire.

Il lavoro viene svolto quotidianamente da un team di nov persone, delle quali sei arrivano da percorsi di reinserimento lavorativo, che hanno il compito di realizzare diversi prodotti, destinati ad essere ridistribuiti nel circuito solidale del Banco Alimentare. AFLS dopo un iniziale periodo di prova, vuole promuovere questa iniziativa anche in altre zona della Francia, che è la prima di questo tipo a livello di azione nei mercati all’ingrosso.

Il progetto è finanziato al 98,7% dal dipartimento di Bouches-du-Rhône ed è nato per fornire una rapida soluzione nella gestione delle scorte di prodotti freschi. La trasformazione del cibo invenduto all’interno del mercato si è rivelata una scelta vincente, in grado di evitare al massimo gli sprechi e di aumentare il tasso di recupero anche di quei prodotti che non potevano più essere più redistribuiti dal Banco Alimentare. Inoltre questa soluzione permette di assorbire i picchi di produzione, come succede con i pomodori o le insalate, e di aumentare le scorte e la relativa programmazione delle attività di redistribuzione.

AFLS vuole destinare allla vendita dal 20% al 30% della produzione, attraverso una rete in fase di costituzione. Grazie a questa operazione, l’associazione punta a bilanciare finanziariamente il suo progetto.




Il recupero di Banaste de Marianne

All’interno del Mercato Internazionale di Arnavaux opera anche l’associazione “La Banaste de Marianne” che raccoglie frutta e verdura invendute dai grossisti per poi fornirle ai negozi di alimentari solidali, membri della rete ANDES e di altre strutture di aiuto alimentare, che poi le rivendono a prezzi più bassi. L’azione di recupero si svolge dal lunedì al venerdì da parte di soggetti inoccupati che sono monitorati e supportati nel loro processo di integrazione professionale.




L’integrazione e la collaborazione attiva fra questi due innovativi progetti potrà permettere di rispondere al grande aumento dell’insicurezza alimentare che si sta registrando in Francia a causa della pandemia.

fonte: www.ecodallecitta.it



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Mobilità sostenibile: introdotti i treni a idrogeno in Francia

La Francia cambia passo: le ferrovie statali del Paese hanno inoltrato il primo ordine di treni a idrogeno per favorire la mobilità sostenibile



Il mese di aprile ha segnato una svolta storica per la mobilità francese: le regioni di Auvergne-Rhône-Alpes, Bourgogne-Franche-Comté, Grand Est e Occitanie hanno firmato il primo ordine di treni dual mode elettrico-idrogeno. La società statale francese che si occupa delle ferrovie, Sncf, ha all’attivo due diversi accordi: un contratto con Alstom per la fornitura dei treni a idrogeno e uno con il gruppo energetico Edf per la fornitura di energia elettrica rinnovabile di durata ventennale.

Un nuovo passo verso il raggiungimento di una mobilità sempre più sostenibile, così come dichiarato dalla stessa Sncf, che ambisce a raggiungere dal 40 al 50% di energie rinnovabili nel suo consumo totale di elettricità per la trazione dei treni entro il 2025.

L’accordo per i treni a idrogeno

L’inquinamento legato ai trasporti è un vero problema per il Paese, tanto che un report 2019 dell’HCC (Haut Council pour le Climat) ha stimato che il settore mobilità rappresenti il 31% delle emissioni francesi. Il sistema a idrogeno rappresenta dunque un passaggio epocale nella mobilità francese, con l’obiettivo di abbattere le emissioni di CO2 del comparto trasporti. I benefici di questa transizione saranno visibili per gli stessi passeggeri, ma anche e soprattutto per l’ambiente.

Sncf Voyageurs ha così effettuato un ordine con la società Alstom per la fornitura dei primi 12 treni dual mode elettrico-idrogeno (più due convogli opzionali) della gamma Coradia Polyvalent per la mobilità regionale. I treni avranno una capienza totale di 218 posti a sedere e vantano le medesime prestazioni della versione elettrico-diesel, con un'autonomia fino a 600 km su tratti di linea non elettrificata. In una seconda fase, il progetto sarà esteso anche ad altre regioni, che hanno già espresso la loro volontà ad abbracciare una transizione sostenibile della mobilità.

I treni a idrogeno possono essere considerati a "emissioni zero": questo perché questi emettono solo vapore acqueo e acqua condensata. Mixando l'idrogeno a bordo e l'ossigeno presente nell'aria, una cella a combustibile installata sul tetto produce l'energia elettrica necessaria per far muovere il treno. Inoltre, le batterie con accumulo permettono di stoccare l'energia recuperata in frenata, che viene riutilizzata durante le fasi di accelerazione. L’introduzione dei treni a idrogeno, così come l’accordo per la fornitura di energia rinnovabile “sono in linea con la volontà dell’intero gruppo di rendere il treno la soluzione definitiva per la mobilità sostenibile”

La situazione in Italia

Anche l’Italia avrà i suoi treni a idrogeno. La medesima società che fornirà i treni alla Francia, Alstom, ha annunciato di aver vinto un primo contratto del valore di 160 milioni di euro in Italia per la fornitura di sei treni regionali a idrogeno per le Ferrovie Nord Milano.

fonte: www.nonsoloambiente.it


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In vigore in Francia il decreto 3R

Entro il 2025 stop a tutti gli imballaggi monouso in plastica non necessari e taglio dei consumi di materiale anche potenziando il riutilizzo e la ricarica.



In Francia è stato pubblicato il 29 aprile scorso il decreto n° 2021-517, più noto come decreto 3R, sulla riduzione, riutilizzo e riciclo di imballaggi in plastica monouso, che copre il periodo 2021-2025 (testo integrale). Il provvedimento fa parte della legge quadro contro gli sprechi e l'economia circolare Aceg (anti-gaspillage pour une économie circulaire).

Il provvedimento si pone l'obiettivo di raccogliere in modo differenziato e riciclare tutti gli imballaggi in plastica entro l'inizio del 2025, mentre gli utilizzatori di packaging monouso dovranno ridurre del 20%, entro la fine dello stesso anno, il consumo di plastica rispetto ai livelli 2018 e metà di questo taglio dovrà essere effettuato ricorrendo al riutilizzo e reimpiego delle confezioni.

Il fine ultimo è eliminare, entro la fine del 2025, gli imballaggi monouso in plastica non necessari, ridurre la quantità di materiale plastico impiegato e sostituirlo con altri materiali, agevolare l'introduzione di confezioni ricaricabili e riutilizzabili più volte. Gli imballaggi non necessari sono definiti come quelli che non hanno una funzione tecnica essenziale, come la protezione o la garanzia di salute e integrità dei prodotti, il trasporto sicuro o il supporto informativo previsto dalla legge.

fonte: www.polimerica.it


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L'Alta Francia, dove la transizione ecologica funziona

Università Zero Carbonio, fotovoltaico sui tetti degli asili nido, scuole per i nuovi mestieri green



Nel Governo guidato da un Draghi che proclama l’importanza non solo di “una buona moneta”, ma anche di “un buon pianeta”, il tema della transizione ecologica è inaspettatamente diventato di grande attualità politica. Ma pochi sanno che l’idea di un ministero della Transizione ecologica viene da lontano, e precisamente dalla Regione francese del Nord Pas de Calais, oggi Hauts-de-France.

Era il 2012. Jeremy Rifkin aveva incontrato al Comitato delle regioni, a Bruxelles, Claude Lenglet, un ingegnere che a Meudon, nei sobborghi di Parigi, aveva progettato il primo edificio francese che produceva più energia di quanta ne consumava per la multinazionale delle costruzioni Bouygues. E’ un edificio da 25.000 metri quadrati che consuma 62 chilowattora annui per metro quadro e ne produce 64. Lenglet era stato nominato responsabile delle politiche ambientali della regione del Nord Pas de Calais, e disse a Rifkin che Daniel Percheron, presidente della Regione del Nord Pas de Calais, voleva incontrarlo.

L’intesa fra i due fu totale. Fu concordato un Master Plan per la “transizione ecologica a una economia di Terza Rivoluzione Industriale”, un nuovo modello economico attento alle leggi della termodinamica e rispettoso degli ecosistemi locali e globali.

Nel workshop iniziale di 4 giorni che si tenne nella capitale Lilla, gli esperti locali si incontrarono con gli esperti internazionali della task force guidata dallo stesso Rifkin per progettare una trasformazione economica radicale verso una economia di Terza Rivoluzione Industriale. Un processo basato su un mix di innovazioni: un sistema energetico distribuito costituito da migliaia di piccoli impianti di energia rinnovabile con tecnologie dell’idrogeno; la prima comunità dell’energia secondo i principi esposti dal pro rettore della Sapienza Livio de Santoli; un modello di consumi ispirato ai principi dell’economia circolare in cui il concetto di rifiuto non esiste più. Infine si prevedeva anche un radicale processo di reindustrializzazione basato sul modello delle stampanti 3D e la manifattura additiva, e una nuova sharing economy (chiamata “Economie de la fonctionnalité”) per dare massima efficienza alla produzione di beni e servizi.

Per la regione Nord Pas de Calais non si trattava di una impresa da poco perché era stata la culla del modello tradizionale basato sulla seconda rivoluzione industriale e sui fossili, con i suoi bacini carboniferi, le sue acciaierie e le sue grandi fabbriche automobilistiche.

Per raggiungere questi obiettivi era necessario creare una cabina di regia unica che potesse coordinare le politiche energetiche, ambientali, alimentari, agricole, industriali, commerciali e sociali prima disperse in una pletora di dipartimenti e assessorati diversi. Per questo Rifkin propose un nuovo sistema di governance con la creazione di un Assessorato alla Terza Rivoluzione Industriale e alla Transizione Ecologica che venne affidato proprio a Claude Lenglet. L’Assessorato aveva una dotazione di 200 miliardi di euro da investire in un arco di tempo lungo: fino al 2050.

Si trattava di un investimento che secondo il Master Plan avrebbe comportato risparmi energetici ed economici, per lo stesso periodo, di 320 miliardi, con un saldo attivo di 120 miliardi. Lo scenario convenzionale che continuava a mantenere la dipendenza dalle fonti fossili, avrebbe invece comportato una spesa netta al 2050 di minimo 400 miliardi di euro senza alcun ritorno. Anche il saldo occupazionale al 2050 era positivo: nello scenario di transizione, si prevedeva un saldo netto positivo di 165.000 posti di lavoro, nello scenario fossile il saldo era negativo, e cioè si perdevano 102.000 posti di lavoro.

Dopo la fusione amministrativa fra il Nord Pas de Calais e la Picardia, che diede luogo a una nuova regione da 7 milioni di abitanti chiamata Hauts de France, il Master Plan venne esteso alla nuova entità amministrativa e la Transizione ecologica venne trasferita dall’assessorato a una vicepresidenza regionale che venne affidata al numero due della Regione.

A quel punto Ségolène Royale (in procinto di diventare ministro dell’Ambiente), dopo un lungo colloquio con Rifkin, decise di sposare il progetto trasferendolo sul piano nazionale. Nacque così il ministero all’Ecologia, che concentrava le competenze di sviluppo economico, energia, trasporti, ambiente ed edilizia popolare e si diede l’obiettivo di elaborare e far approvare quanto prima una legge per la transizione ecologica e la crescita verde

Vennero aggiunte le competenze relative all’economia circolare, alla digitalizzazione e all’economia della condivisione. A quel punto il ministero venne ridenominato “ministero per la Transizione ecologica” e fu riconfermato in tutte le successive amministrazioni e oggi, nell’amministrazione Macron è guidato una ministra di origine italiana, Barbara Pompili.

Ma nel frattempo l’esperimento è andato avanti nella Regione Nord – Pas de Calais / Hauts de France a vari livelli. Il primo sono i nuovi modelli finanziari green che possono essere sostenuti direttamente dai cittadini. Ad esempio la regione ha promosso l’azionariato diffuso dalla sua pagina web con la start up innovativa Cow Funding che ha già finanziato progetti come il bike sharing elettrico, l’acqua in bottiglia di plastica con vuoto riutilizzabile, il fotovoltaico sui tetti degli asili nido.

Il secondo riguarda le nuove figure professionali richieste dalla transizione ecologica (esperti di idrogeno, smart grid, economia circolare, sharing economy). A Lilla è nata la Scuola di Formazione della Terza Rivoluzione Industriale, i cui locali sono stati ricavati in una ex fabbrica. Il Centro Specialistico ha preso il nome di Università Zero Carbonio. La più grande università della regione, l’Université Catholique de Lille, è già impegnata su questo fronte.

Il terzo livello è l’educazione all’economia circolare basata su campagne di comunicazione che sono all’ordine del giorno in Francia e di cui in Italia non si vede neanche l’ombra.

fonte: www.huffingtonpost.it


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Francia, entro il 2030 il 20% della superficie dei grandi supermercati dedicata a prodotti alla spina

Un nuova legge approvata dal parlamento francese, che dovrà comunque ripassare in Senato, impone ai supermercati oltre i 400 mq di dedicare un quinto del loro scaffali a prodotti alimentari senza imballaggi per consentire ai clienti di acquistare cibo usando contenitori riutilizzabili. Entusiasmo generale ma per alcuni ambientalisti comunque è una legge timida












Come ha reso noto con grande entusiasmo la ministra francese per la Transizione Ecologica, Barbara Pompili, venerdì 2 aprile il Parlamento transalpino ha votato a favore di una nuova norma che obbliga i supermercati di oltre 400 metri quadri a dedicare il 20% della loro superficie a prodotti alimentari senza imballaggio entro il 2030. Il disegno di legge fa parte di una serie di misure di resilienza ambientale e climatica e dovrà ancora essere discusso e approvato dal Senato il mese prossimo, prima di essere implementato.

La Loi Climat vuole rendere più facile ai clienti fare acquisti usando contenitori riutilizzabili, magari i propri portati da casa, rinunciando quasi definitivamente all’usa e getta. Se approvata, si applicherà a prodotti alimentari secchi, come pasta, cereali, fagioli e riso. Le piccole imprese e i negozi non alimentari non saranno soggetti alle nuove regole, così come le enoteche, i negozi di cosmetici, le profumerie. A questo proposito Zero Waste Europe parla di occasione persa perchè la norma di fatto escluderebbe il vetro, accettando le “argomentazioni fallaci” di alcuni deputati come quelle che “il vetro riutilizzato emetterebbe più gas serra a causa del suo peso” o che non sia necessario riutilizzarlo “poiché è già molto ben riciclato”.

Pompili ha affermato tuttavia che la legge è progettata per “non mettere in difficoltà le reti di distribuzione”, ma piuttosto per promuovere l’eliminazione graduale degli imballaggi usa e getta per combattere la crescente crisi dei rifiuti nel mondo, soprattutto di plastica. In Francia si consumano 1,2 milioni di tonnellate di imballaggi in plastica per uso domestico all’anno.

A partire dal 2023, la nuova legislazione richiederà inoltre ai produttori che i propri articoli abbiano dei componenti staccabili in modo che possono essere riparati per almeno cinque anni dopo essere stati venduti. Il disegno di legge è simile a un piano anti-usa e getta annunciato dalla Commissione europea nel marzo 2020, che costringerebbe i produttori a realizzare prodotti che durano più a lungo e possono essere facilmente sostituiti e ripristinati.

fonte: www.ecodallecitta.it


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Quello che c’è da sapere sull’indice di riparabilità introdotto in Francia. Tra dubbi e potenzialità

Da quest’anno tv, smartphone, computer portatili, tagliaerba e lavatrici in vendita Oltralpe devono riportare l’indice di riparabilità. Primo passo concerto per rafforzare l’economia circolare garantendo il diritto alla riparazione tanto incoraggiato dell’Europa.












Da gennaio 2021 in Francia, tv, smartphone, computer portatili, tagliaerba e lavatrici in vendita devono riportare l’indice di riparabilità. Come ha già raccontato EconomiaCircolare.com, questo indice è il frutto della valutazione di cinque diversi criteri: documentazione tecnica, facilità di disassemblaggio, disponibilità di pezzi di ricambio, prezzo di queste componenti, aspetti specifici del prodotto. Un primo passo importante nella lotta all’obsolescenza programmata e verso la riduzione dei Raee, i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche.

Imprese pronte entro fine anno ad applicare l’indice di riparabilità

Per fare un primo bilancio bisognerà aspettare almeno un anno, anche perché non tutte le aziende erano pronte all’applicazione dell’indice di riparabilità al momento della sua entrata in vigore, il primo gennaio 2021. “I documenti regolatori sono arrivati ufficialmente il 31 dicembre 2020, mentre gli strumenti di calcolo erano disponibili in francese da settembre e in inglese da ottobre. Le imprese hanno avuto due-tre mesi, e non tutti adesso sono pronti”, ha ammesso l’esperto di ecodesign del ministero della Transizione Ecologica francese Jean-Paul Ventere, durante un seminario organizzato dalla campagna europea Repair.eu a fine gennaio 2021. Secondo le previsioni della campagna Repair.eu, che raggruppa una quarantina di associazioni di vari Paesi europei, tutti i produttori dovrebbero avere l’indice entro la fine del 2021.

Efficacia e trasparenza: i punti in discussione

In attesa di dati completi sulla sua applicazione, l’esperienza dei primi mesi apre già alcune questioni. In particolare, il dibattito si concentra da una parte sull’efficacia dell’indice così com’è e su come migliorarlo, e dall’altra sul livello di trasparenza garantito dallo strumento, e sui controlli per verificare la correttezza delle informazioni fornite dalle aziende.
Sul primo fronte, la cofondatrice della Ong contro l’obsolescenza programmata HOP Laeticia Vasseur, durante il seminario di Repair.eu ha ribadito il timore già espresso altre volte dall’associazione: “Non è semplice differenziarsi, perché è troppo facile ottenere buoni punteggi. Così temiamo che le persone non si fidino dell’indice”. La forma dell’autodichiarazione, ha detto Ventere durante il seminario, “potrebbe sollevare dei dubbi, ma nel campo dell’informazione ai consumatori è un sistema molto comune”, aggiungendo che si tratta di uno strumento di calcolo automatico, senza spazi lasciati alla soggettività.

I dubbi della Ong HOP

La Ong HOP non nasconde però preoccupazioni sulla sincerità delle dichiarazioni dei produttori per l’indice di riparabilità, e la necessità di meccanismi che li obblighino a essere onesti. “Non possiamo impedire che alcuni soggetti possano rilasciare dichiarazioni false, ma le sanzioni sono abbastanza pesanti e rimane il rischio di danneggiare la propria reputazione. I grandi produttori mi hanno già detto che vogliono essere molto accurati nelle loro dichiarazioni perché sanno di essere sotto osservazione”, ha detto lo stesso Ventere. L’accento si sposta sui controlli: “Le autorità francesi incaricate della vigilanza sui mercati sono responsabili di controllare se i prodotti rispettano le regole. C’è preoccupazione che esse non abbiano le risorse per fare un controllo esteso”, spiegano da Repair.eu, lanciando una proposta: “I consumatori, le agenzie di protezione dei consumatori e le associazioni ambientaliste potrebbero avviare uno sforzo condiviso per verificare l’indice, ma questo richiede risorse e i parametri di calcolo, che non sono pubblici”.

Il ruolo centrale dei consumatori per un indice veramente efficace

Per Ventere, le lobby di riparatori e le ong stanno già controllando gratis, anche se il ruolo fondamentale è dei consumatori. Questi potranno chiedere che i produttori rendano pubblico l’indice e il punteggio di ognuno dei criteri. Realisticamente, però, i consumatori non riusciranno a esercitare un controllo esteso sui calcoli effettuati dalle aziende. Rimane da capire se sarebbero disposti a pagare per un controllo diffuso svolto dalle ong. Secondo Laeticia Vasseur, tra l’altro, alcuni aspetti si possono controllare, mentre su altri non c’è trasparenza e non sono chiari ai consumatori; gli stessi produttori del resto non sono tenuti a rendere pubblico cosa c’è dietro ai punteggi attribuiti ai diversi criteri che formano l’indice.

I finanziamenti nel Pnnr francese per la riparbilità

Nel 2024 in Francia dovrebbe scattare la fase 2, con il passaggio dall’indice di riparabilità a quello più completo di durabilità. Nel frattempo, l’indice di riparabilità in Francia dovrebbe essere esteso a un numero crescente di prodotti, ma per questo processo, ha ammesso Ventere, non c’è ancora una roadmap. Intanto però, sul tema nascono nuove prospettive. Il piano francese di ripartenza post-Covid19, il corrispettivo l’Oltralpe del Piano di ripresa e resilienza italiano denominato France Relance, prevede finanziamenti ad hoc per promuovere la riparabilità. Tra il 2021 e il 2022 verranno infatti erogati alle imprese di varie dimensioni (dalle micro a quelle di dimensioni intermedie) 21 milioni di euro per sostenere lo sviluppo della riparazione e di centri di riuso.

La risoluzione votata dall’Europarlamento

Sul fronte comunitario, il 10 febbraio il Parlamento di Strasburgo ha approvato una risoluzione sul nuovo Piano Ue per l’economia circolare indirizzata alla Commissione europea, in cui si sottolinea con forza l’importanza del diritto alla riparazione. Tra le altre cose, la risoluzione chiede l’introduzione a livello europeo di un indice di riparabilità e durabilità, e “misure volte a fornire a tutti i partecipanti al mercato un accesso gratuito alle informazioni necessarie per la riparazione e la manutenzione, (…) a garantire l’accesso ai pezzi di ricambio senza ostacoli iniqui (…), a definire periodi minimi obbligatori per la disponibilità dei pezzi di ricambio e/o aggiornamenti e limiti temporali massimi di consegna per una vasta gamma di categorie di prodotti”. Il mandato all’esecutivo europeo è chiaro, adesso per Laeticia Vasseur è importante tenere gli occhi aperti per scongiurare eventuali diluizioni: “L’indice non dovrà essere volontario, e dovrà tenere conto del prezzo delle parti di ricambio”.

fonte: economiacircolare.com


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Eco-Score: dopo il Nutri-Score, in Francia è arrivata l’etichetta dell’impatto ambientale

 

Dopo il Nutri-Score, in Francia è arrivato l’Eco-Score. Si tratta di un logo che ha l’obiettivo di informare i consumatori sull’impatto ambientale di un prodotto alimentare o di un piatto. Il nuovo simbolo assomiglia in tutto e per tutto alla famosa etichetta a semaforo francese: una scala di cinque lettere e cinque colori, dalla A verde scuro alla E rossa, collocata all’interno di una foglia stilizzata. Questa volta però, al posto degli aspetti nutrizionali, ad essere valutato è il ciclo di vita di un prodotto, dal sistema di produzione, all’imballaggio, passando per l’impatto sulla biodiversità.


Mentre il Nutri-Score è stato sviluppato da un gruppo di ricercatori, l’Eco-Score è nato da un’idea di alcuni attori del mondo digitale, della distribuzione e della ristorazione, con il supporto dell’Agenzia francese per la transizione ecologica (Ademe), e di associazioni come WWF, Greenpeace e Zerowaste. Nel collettivo che ha partecipato alla creazione dell’etichetta ambientale figurano lo studio di consulenza ambientale ECO2 Initiative, Open Food Facts e Yuka.


Ma come si calcola questo Eco-Score? Per attribuire un bollino verde, giallo o rosso, il sistema parte dall’analisi del ciclo di vita (Life cycle assessment o Lca) del prodotto, basata sui dati del programma Agribalyse dell’Ademe. A questo punto vengono aggiunti degli indicatori complementari, ad esempio quelli legati al sistema di produzione, come il biologico, l’equo-solidale o le certificazioni di sostenibilità. Altri aspetti considerati sono l’impatto legato ai trasporti, la riciclabilità degli imballaggi, le politiche ambientali dei Paesi produttori e il rispetto della biodiversità e delle specie minacciate. Ciò significa che non necessariamente un prodotto proveniente da un Paese lontano avrà un punteggio peggiore di uno made in France: sono tanti i fattori in gioco.

I conti, calcolati su 100 grammi di prodotto, sono decisamente più complessi di quelli del Nutri-Score, ma alla fine, aggiungendo all’analisi del ciclo di vita i bonus (fino a +20 punti) e i malus (fino a -15 punti) dati dagli indicatori supplementari, si ottiene un punteggio da zero a 100. Ogni 20 punti l’impatto ambientale raddoppia (*) e scatta il cambio di fascia: sotto i 20 punti si ottiene una E rossa, dai 20 in su la D arancione, da 40 punti la C gialla, da 60 la B verde chiara e da 80 la A verde scura (vedi immagine sopra).


L’Eco-Score si può già trovare sul Open Food Facts, database open source di prodotti alimentari e sulla nota app Yuka (ma non è ancora disponibile per la versione italiana), ma può essere utilizzata tranquillamente sia nei supermercati online che nei negozi. Secondo quanto riportato da FoodNavigator è già stato adottato anche dalla start up di food delivery FoodChéri, l’app di ricette Frigo Magic e l’azienda di pasti pronti a domicilio Seazon, mentre il negozio online del biologico La Fourche ha già iniziato ad apporlo sui prodotti a proprio marchio.

(*) L’impatto ambientale è calcolato un punteggio su scala logaritmica, che poi viene normalizzato in un punteggio da zero a 100 per facilitarne la lettura

fonte: www.ilfattoalimentare.it

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Francia, via il punto verde dagli imballaggi: “Crea confusione”. Come orientarsi nella selva di simboli ambigui sul riciclo

 












Il simbolo della freccia verde che si avvolge a una freccia più chiara è molto comune sulle confezioni di prodotti alimentari e non solo. Quello che in molto non sanno è che il “punto verde” non indica che la confezione che si ha in mano è riciclabile, o fatta con materiale riciclato, ma indica soltanto l’adesione del produttore al sistema di contributi nei confronti dei consorzi di riciclo. Proprio per evitare questa confusione, la Francia ha deciso di abbandonare il punto verde. La legge sull’economia circolare del 10 febbraio 2020 prevede infatti che “i segni e le marcature che possono indurre confusione sulla norma di cernita o conferimento dei rifiuti dal prodotto sono colpiti da ‘una sanzione che non può essere inferiore all’importo del contributo finanziario richiesto per la gestione dei rifiuti ”. A partire dal 1 aprile, un produttore che si ostina ad apporre il punto verde vedrebbe raddoppiare il suo contributo all’eco-organizzazione. “Sufficientemente dissuasivo perché si possa sperare in una rapida scomparsa, anche se le scorte prodotte prima di questa data possono ancora essere vendute fino a ottobre 2022” scrive Que Choisir che combatte contro il punto verde da anni: “Questo pagamento è stato simboleggiato dal punto verde, ma non ha nulla a che fare con il fatto che l’imballaggio che lo reca è riciclabile. Non fornisce alcuna informazione utile al consumatore e quindi non ha motivo di apparire sui prodotti. Solo gli imperativi di marketing spiegano perché è sopravvissuto”.

Il punto verde non il solo problema: gran parte dell’etichettatura del riciclaggio della plastica è “confusa e incoerente”, secondo una valutazione globale del riciclo e della sostenibilità di etichettatura curata dal programma delle Nazioni Unite per l’ambiente e la rete Consumers International dello scorso maggio. Secondo il Programma ambientale delle Nazioni Unite, “È necessario fare molto di più” per passare a modelli di consumo e produzione sostenibili”

Mappatura globale di standard, etichette e dichiarazioni

Secondo Helena Leurent, direttore generale di Consumers International, “Spesso i consumatori guardano gli imballaggi al fine di trovare informazioni su come smaltire correttamente il prodotto. Fornire informazioni chiare, accessibili e affidabili sulla sostenibilità degli imballaggi in plastica dei prodotti può aiutare a informare il consumatore e rendere la sostenibilità la scelta facile e contribuire a ridurre i rifiuti di plastica non necessari nell’ambiente”. Secondo i loro risultati, il 19% delle 31 etichette mondiali valutate ha ottenuto un punteggio negativo dagli esperti, il 19% era positivo e il resto ha ottenuto risultati contrastanti o neutri.

I giudizi sui loghi


Il logo EUCertPlast, certificazione europea per il riciclo di plastica, ha ricevuto una risposta intermedia. È trasparente, ma l’immagine è difficile da interpretare. Per quanto riguarda le etichette per la guida al riciclaggio, ad esempio, l’etichetta “On-Pack Recycling Label” del Regno Unito (OPRL) ha ottenuto risultati positivi, con gli esperti che ritengono il logo chiaro e pertinente. Il logo “EUCertPlast” – creato da Plastics Recyclers Europe – ha invece ricevuto una risposta “mista”. Gli esperti hanno apprezzato la sua trasparenza ma hanno trovato l’immagine difficile da interpretare. Per quanto riguarda le etichette per il finanziamento del riciclaggio – che sono progettate per indicare che le aziende hanno versato un fondo per sostenere infrastrutture di riciclaggio, schemi di deposito e partenariati per il riciclaggio – gli intervistati hanno anche notato una certa confusione.

Il logo “punto verde” crea confusione

L’etichetta “Punto verde”, che significa che per tale imballaggio, un contributo finanziario è stato versato a un’organizzazione nazionale competente per il recupero degli imballaggi, è stata negativamente ricevuta. 


La sua interpretazione non è chiara, secondo gli intervistati: “non significa riciclabile, ma le immagini suggeriscono il contrario”. Il logo “Pant, A, B, C” della Danimarca – utilizzato nel sistema di riciclaggio nazionale per indicare quali bottiglie possono essere restituite per riscuotere un rimborso del deposito – è stato l’unico logo a ricevere una valutazione positiva in questa categoria.

Biobased o biodegradabile?

Ci sono poi comuni confusioni sulle spiegazioni stampate sulle confezioni. L’affermazione “Realizzata in plastica riciclata”, continua FoodNavigator citando il rapporto, ad esempio, può essere confusa con l’affermazione “Riciclabile”. “Biobased” può essere erroneamente interpretato come “biodegradabile” dai consumatori e l’affermazione “compostabile e biodegradabile” è “potenzialmente insignificante”. Questo perché “solo una percentuale molto piccola” di persone ha accesso all’infrastruttura appropriata per compostare il materiale. “L’etichettatura sugli imballaggi in plastica, comprese le bevande e altri prodotti alimentari, non sempre fornisce informazioni chiare e fruibili per i consumatori”, ha dichiarato Helena Leurent, aggiungendo: “Insieme alla mancanza di coerenza tra marchi e paesi, ciò crea confusione in termini di sostenibilità, riciclabilità e altre caratteristiche del packaging.”

fonte: ilsalvagente.it/

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Alessandra, che raccoglie gli avanzi dalle nostre cucine

A Bordeaux i rifiuti organici trattati con gli EM finiscono come compost nei campi. La pratica innovativa di un’associazione giovanile è incoraggiata dal Comune. Un video che dobbiamo far vedere anche al nostro Sindaco!



Per le strade di Bordeaux, si può incontrare un triciclo davvero insolito: una ragazza di 24 anni trasporta degli strani bidoncini. Alessandra Neyroud, insieme con l’associazione Recup', si è lanciata nel recupero degli scarti organici della città, che finiscono come compost nei campi e orti del circondario: raccoglie ben 50 tonnellate/anno di scarti; una goccia in confronto con le 87.000 t. prodotte in totale ogni anno... Ma fra 2 anni la raccolta differenziata dell’organico-umido in tutte le principali città in Francia diventerà obbligatoria… Alessandra, come gli altri giovani che si battono per un mondo migliore, conta di trovarvi il suo posto.




fonte: http://osservatorioborgogiglione.it/

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Indice di riparabilità: ecco a cosa serve

 


La battaglia condotta a favore del diritto alla riparazione ha portato la Francia a prendere posizione e dettare legge: un esempio virtuoso da imitare Dal primo gennaio i cittadini francesi hanno a disposizione un elemento di informazione in più per aiutarli a scegliere un nuovo dispositivo elettrico e elettronico: l’indice di riparabilità. 

Un indice 0 di colore rosso segnala un prodotto che, una volta guasto, non sarà possibile riparare. 

Un indice 10 di colore verde indica invece un prodotto facilmente riparabile, a basso costo. 

E tra lo 0 e il 10, valori che riflettono la facilità, o meno, di smontaggio, come per esempio l’uso di colla, viti standard o viti particolari che richiedono utensili specializzati per tenere insieme l’apparecchio; la disponibilità, o meno, di pezzi di ricambio e il loro costo in relazione al prezzo d’acquisto del prodotto; la disponibilità, o meno, di istruzioni per la riparazione dei guasti più comuni; la tipologia e la durata degli aggiornamenti software forniti dal fabbricante. 

Inizialmente l’indice di riparabilità sarà disponibile per smartphone, computer, televisori, macchine da lavare e tagliaerba venduti online e in negozio. L’indice di riparabilità verrà poi progressivamente generalizzato ad altre categorie di prodotti fino a diventare, a partire dal 1 gennaio 2024, un indice più ampio di sostenibilità che, oltre alla riparabilità, includerà altri criteri come affidabilità, solidità, longevità. Oltre a fornire informazioni utili ai cittadini che dimostrano un’attenzione sempre maggiore per i prodotti sostenibili, longevi e riparabili, l’indice di riparabilità permette di premiare i fabbricanti che progettano e immettono sul mercato apparecchi più facilmente riparabili, così da prolungarne la vita, riducendo il loro impatto sull’ambiente e sul portafoglio. L’obiettivo è quello di arrivare, in Francia, a un tasso di riparazione dei dispositivi elettrici ed elettronici del 60% entro cinque anni. La creazione dell’indice di riparabilità è solo una delle misure previste dalla legge anti-spreco per un’economia circolare (Agec) promulgata nel febbraio dell’anno scorso dal parlamento francese. La legge, attualmente una delle più avanzate e comprensive al mondo, prevede tra l’altro l’eliminazione della plastica monouso entro il 2040, l’aggiunta di un filtro per la cattura delle microfibre nelle lavatrici nuove, il divieto della distruzione dei prodotti invenduti, la vendita dei medicinali all’unità, l’inasprimento delle misure contro lo spreco alimentare nella distribuzione e nella ristorazione collettiva, l’indicazione delle emissioni di gas serra prodotte nell’uso dei servizi digitali. L’entrata in vigore dell’indice di riparabilità in Francia porta a compimento un anno estremamente positivo per la campagna europea per il diritto alla riparazione. In novembre, infatti, il Parlamento Europeo ha dato il suo pieno sostegno alle proposte della Commissione Europea per eliminare l’obsolescenza programmata ed estendere la vita dei prodotti elettrici ed elettronici con la riparazione.

fonte: www.greenplanner.it


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Glifosato, la Francia cambia strategia. Fallita l’eliminazione entro il 2020, ora punta agli incentivi

 










La Francia cambia strategia, per dire addio al glifosato. Dopo il ritiro dal mercato di 36 prodotti che lo contengono e l’ammissione della sua agenzia per la sicurezza alimentare (Anses) che in molti casi non è ancora sostituibile per mancanza di alternative efficaci, prende atto dell’impossibilità di raggiungere l’obiettivo fissato da Emmanuel Macron nel 2017 di abbandonarlo totalmente entro il 2020, e punta sugli incentivi.

Lo riferisce la Reuters, specificando che a ogni coltivatore sarà proposto un credito d’imposta di 2.500 euro se abbandonerà l’erbicida nel 2021 o nel 2022, soprattutto nelle coltivazioni dove è più utilizzato, e cioè i cereali, le viti e i frutteti, coerentemente con il voto espresso nel 2017 contro il rinnovo della licenza (i voti contrari erano stati in tutto 9, i favorevoli 18 e le astensioni una). Allo stesso tempo, il Governo aumenterà fino a 215 milioni di euro i fondi per sostituire i macchinari agricoli.

Per un coltivatore, abbandonare la discussa sostanza significa perdere, per esempio, il 16% della produzione di cereali, con un aumento dei costi pari a 80 euro per ettaro (7 mila euro per 87 ettari, per esempio). Senza un’adeguata compensazione, è chiaro come sarebbero pochissimi i coltivatori che sceglierebbero di ricorrere ad altre strategie. La stessa Anses, nel suo documento dello scorso ottobre, indicava soluzioni non del tutto convincenti, quali il ricorso alle rotazioni o ad altre sostanze, qualora ve ne siano. Ma, appunto, non ve ne sono, se non in misura limitata e con un’efficacia che non sempre è paragonabile a quella del glifosato.

L’erbicida, negli ultimi anni, è stato oggetto di pronunciamenti controversi, che l’hanno indicato come cancerogeno, oppure, viceversa, scagionato da queste accuse. Ma gli indizi di una sua responsabilità in diversi ambiti sono piuttosto solidi, a cominciare dagli effetti sulle api, per continuare con quelli sulla salute umana. Nello scorso mese di giugno, la Bayer, l‘azienda che oggi lo produce dopo aver acquistato la Monsanto che l’aveva introdotto nel mercato negli anni Novanta, ha pagato 10,9 miliardi di dollari per chiudere oltre 100 mila cause negli Stati Uniti, tutte incentrate sulla sua responsabilità nel causare tumori ai ricorrenti.

fonte: www.ilfattoalimentare.it


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La pagella della riparabilità, dalla Francia il contributo per ridurre i RAEE

A partire dall'1 gennaio entra in scena "l’indice de réparabilité": ad ogni nuovo prodotto elettrico ed elettronico sarà assegnato un punteggio su una scala da 0 a 10, e dovrà essere ben visibile al consumatore. Non tutti però sono favorevoli: l'associazione DigitalEurope ha inoltrato una nota alle istituzioni comunitarie











Il mondo come sempre si divide in due: c’è chi rabbrividisce al solo pensiero di avere tra le mani le istruzioni di un mobile IKEA, quei fogli inconfondibili in bianco e nero che sembrano sempre troppo pochi per spiegare come i circa 200 pezzi, delle più disparate forme e dimensioni, sparsi sul pavimento possano trasformarsi in un oggetto dalle sembianze note; e c’è chi già in tenera età smontava e rimontava qualsiasi cosa gli passasse tra le mani. C’è insomma chi non capisce cos’abbia da sorridere quell’omino stilizzato che si, forse vorrebbe accompagnare amichevolmente, passo passo, l’avvitamento di ogni bullone e l’incastro di ogni tavola, ma che spesso dopo pochi minuti genera profonda sfiducia nel successo dell’operazione fai-da-te; e chi invece si è entusiasmato leggendo il racconto che vi abbiamo fatto sul mondo dei riparatori, dei Repair Cafè e dei Restart Party, una comunità di consumatori, esperti e volontari che lottano per allungare la vita dei prodotti e organizzano delle vere e proprie feste dedicate alla riparazione. A questi riparatori incalliti, ma anche ai meno smattoni che sarebbero però felici di trovare sul mercato prodotti più longevi e di avere a disposizione uno strumento in più da utilizzare come guida nelle proprie scelte di consumo, viene in soccorso una idea tutta francese: quello dell’indice di riparabilità.

Liberté, Égalité…Réparabilité

Più che solo di una idea, si tratta di un vero e proprio provvedimento legislativo votato dal governo francese il 30 gennaio di quest’anno e che, sotto il cappello delle azioni mirate alla prevenzione e alla corretta gestione dei rifiuti, aggiunge un nuovo articolo alla legge nazionale sull’economia circolare. Quali gli effetti? Dal 1° gennaio 2021 entra in scena l’indice de réparabilité: a partire da questa data cioè i produttori, gli importatori, i distributori e qualunque altro soggetto, anche operante online, che immetta sul mercato francese un nuovo prodotto elettrico ed elettronico sarà obbligato a rendere noto gratuitamente se questo è riparabile, difficile da riparare o non riparabile.

Ad ogni prodotto sarà assegnato un punteggio su una scala da 0 (prodotto non riparabile) a 10 (prodotto riparabile) che attraverso un sistema di marcatura o etichettatura dovrà essere ben visibile al consumatore al momento dell’acquisto di una nuova apparecchiatura. Per comunicare la riparabilità dei prodotti con immediatezza ancora maggiore è previsto in aggiunta l’utilizzo di un codice di colori, dal rosso al verde scuro a seconda del punteggio ottenuto. L’attuazione del provvedimento sarà graduale però: i primi prodotti ad essere coinvolti nella fase di test iniziale saranno smartphone, computer portatili, televisori, lavatrici e tosaerba elettrici.

Questo indice sembra essere insomma un aiuto significativo per tutti quelli che si affidano ciecamente alle classifiche per le loro scelte quotidiane (quanti riporrebbero grandi aspettative in un film con un punteggio minore di 3 su MYmovies.it o in un ristorante con meno di 4 pallini su TripAdvisor?). Ma è anche, sicuramente, uno strumento che va incontro alle esigenze di chi preferisce riparare i propri dispositivi piuttosto che sostituirli: secondo i dati dell’Eurobarometro si tratta del 77% dei cittadini dell’Unione Europea; il 79% pensa invece che i produttori dovrebbero essere tenuti a semplificare la riparazione dei dispositivi digitali o la sostituzione delle loro singole parti.

L’indice di riparabilità ambisce a fare anche questo: vuole essere cioè una misura che spinga, anche puntando su dinamiche di competitività, il mondo dell’industria a fare scelte più sostenibili a partire dalle fasi di eco-progettazione. Obiettivo finale: raggiungere entro 5 anni un tasso di riparazione del 60% per i prodotti elettrici ed elettronici presenti sul mercato francese, tasso che oggi è al 40% e il cui incremento è legato a sensibili benefici in termini di riduzione di uso delle risorse ed emissioni inquinanti.

I criteri (sono solo 5, niente paura)

I criteri che contribuiscono a definire il valore finale dell’indice sono 5, per ognuno dei quali sarà possibile acquisire da 0 a 20 punti (il punteggio finale andrà poi diviso per 10):

durata della disponibilità della documentazione tecnica e relativa ai consigli per l’uso e la manutenzione da rendere nota a produttori, riparatori e consumatori;

smontabilità dell’apparecchiatura: numero di passaggi di smontaggio necessari per avere accesso ai pezzi di ricambio, caratteristiche degli utensili da utilizzare e degli elementi di fissaggio tra i pezzi stessi;

tempi di disponibilità sul mercato dei pezzi di ricambio e loro tempi di consegna presso produttori, distributori di pezzi di ricambio, riparatori e consumatori;

rapporto tra il prezzo di vendita delle parti a opera del produttore o dell’importatore e il prezzo di vendita delle apparecchiature;

criteri specifici per ogni categoria di prodotto soggetto all’introduzione dell’indice di riparabilità.

Anche se quantitativamente lontani dagli altri ben più noti 21 criteri,quelli cioè relativi al Covid e che servono al governo per individuare zone gialle, arancioni e rosse, anche questi hanno iniziato a suscitare le prime polemiche. Ad esempio: come verrà effettuato il bilanciamento tra la necessità di avere a disposizione strumenti specifici per le operazioni di riparazione da effettuare su determinati prodotti e la facilità di smontaggio? Perché valorizzare anche la messa a disposizione delle parti di ricambio quando questo è già un requisito obbligatorio inserito nelle prescrizioni della normativa sull’ecodesign? C’è poi ancora il tema del rapporto tra prezzo delle parti di ricambio e quello della nuova apparecchiatura: quale prezzo viene considerato se la sostituzione di una parte di ricambio comporta la sostituzione di un componente più articolato, fatto di tanti pezzi tra loro inscindibili? Che peso ha il costo della manodopera su queste considerazioni? E in quale momento viene valuto questo rapporto, considerando quanto velocemente il costo di un elettrodomestico, come ad esempio quello di una lavatrice, diminuisca nel tempo.

Gli esperti di Right to Repair sono invece preoccupati sulla scelta di alcuni criteri specifici, per esempio quello relativo a smartphone e laptop, che prevede l’indicazione sulla natura del software utilizzato dal dispositivo, se questo ad esempio sia aggiornabile o meno, senza dare però maggiori rassicurazioni in tema di obsolescenza programmata.

A far discutere è anche il fatto che sia il produttore ad autodichiarare il valore finale dell’indice, che risulta essere poco verificabile e che poco dice al consumatore sulle performance del prodotto in merito al singolo criterio.

La versione finale del decreto francese deve essere ancora pubblicata, e una volta letta questa sarà possibile conoscere maggiori dettagli e avere indicazioni sui sottocriteri che verranno adottati.

Cosa ne pensa l’industria

La Francia vuole fare da volano alle scelte del Vecchio Continente e il suo approccio, nell’ambito della procedura di notifica, è passato al vaglio della Commissione Europea (siamo in attesa della pubblicazione dei risultati di questa revisione). Proprio durante il periodo di valutazione, è arrivata la fumata grigia di DigitalEurope, l’associazione che rappresenta l’industria della tecnologia digitale europea.

In una nota indirizzata alla Commissione, DigitalEurope da una parte si dice favorevole a condividere informazioni in maniera trasparente sulle credenziali di sostenibilità dei prodotti e servizi forniti dai suoi membri e a facilitare l’accesso alla riparazione da parte dei consumatori; dall’altra esprime non poche preoccupazioni relativamente alle tempistiche e alle modalità legate all’introduzione dell’indice di riparabilità in Francia.

I dubbi principali dell’associazione riguardano le fattibilità e l’efficacia dell’indice. Sotto la lente di ingrandimento la paura di una eccessiva frammentazione del mercato europeo, che, se non si adotta un approccio coordinato ed armonico, con il passare del tempo rischia di popolarsi di tanti indici e modalità di calcolo della riparabilità differenti. I produttori di smartphone e laptop si chiedono se non sia il caso di aspettare l’introduzione di un indice di riparabilità europeo, e quindi uguale per tutti. Con una prospettiva a più breve termine, DigitalEurope esprime perplessità anche su come i produttori possano adattarsi e familiarizzare entro fine anno con i nuovi requisiti. Questi sembrano piuttosto costituire una barriera significativa (sia a livello tecnico che burocratico) di ingresso al mercato francese. In ultimo, la nota lamenta il fatto che il disegno di legge francese non considera l’implementazione di una rete di riparatori autorizzati da parte dei produttori nei parametri di calcolo dell’indice. DigitalEurope richiede che il lavoro di questo tipo specifico di riparatori, diversi da quelli indipendenti, venga valorizzato in modo appropriato, perché portato avanti da esperti qualificati che operano in modo protetto e sicuro; oltre a fornire un servizio a chi suda freddo tenendo in mano un libretto di istruzioni e allo stesso tempo non vuole rinunciare ad allungare la vita al proprio elettrodomestico senza partecipare direttamente al successo dell’impresa.

Questo approccio sembra essere coerente con quanto indicato dalla direttiva sull’ecodesign (Direttiva 2009/125/CE): il principio della salvaguardia della sicurezza è quello che sottende la scelta di fare una distinzione tra quali sono le attività di riparazione che possono essere svolte in autonomia dai consumatori e quali sono invece le riparazioni che richiedono competenze particolari. Ad esempio, nel caso di una lavatrice, il regolamento specifica che le parti di ricambio che devono essere messe a disposizione anche degli utilizzatori finali sono maniglie, cerniere delle porte, vassoi, cesti e guarnizioni; mentre termostati, sensori di temperatura, schede a circuiti stampati e sorgenti luminose sono componenti che il produttore è obbligato a fornire solo a riparatori professionisti.

Il futuro degli elettrodomestici è già scritto

Sebbene l’indice di riparabilità sarà visibile in Francia tra poco meno di un mese e mezzo, le sanzioni rivolte a chi non si adeguerà ai nuovi requisiti saranno introdotte solo a partire dal 2022 (si prevedono multe di 15.000 euro a prodotto in caso di violazioni). E mentre l’industria europea frena, i francesi guardano ancora più avanti: per il 2024 annunciano l’adozione di un altro indice, quello della durabilità che darà indicazioni sull’affidabilità e sulla robustezza dei prodotti.

L’etichetta energetica, le certificazioni e i marchi ecologici a garanzia della sostenibilità dei prodotti, l’indice di riparabilità: la cassetta degli attrezzi dei consumatori si riempie di strumenti nuovi e che consentono di fare scelte consapevoli e sempre più informate.

Vale però la pena iniziare a valutare i costi associati a tutti questi nuovi oneri (sia tecnici che legislativi) a cui dovranno fare fronte i produttori, e monitorare che questi non ricadano proprio sui consumatori, con un aumento dei prezzi dei prodotti presenti sul mercato; e ai consumatori va dato il supporto adeguato per imparare a leggere, decodificare e capire l’importanza di tutte queste informazioni.

fonte: economiacircolare.com


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