In Francia arriva il Planet-Score, la nuova etichetta che valuta pesticidi, clima, biodiversità e benessere animale
Etichetta ambientale, arriva un nuovo logo sostenuto da Nestlé e altri colossi alimentari. Obiettivo 2022
Come nel caso dell’Eco-Score, il logo proposto ricorda molto da vicino il Nutri-Score, ma anche un po’ l’etichetta energetica degli elettrodomestici. Si tratta infatti di un’etichetta a semaforo che unisce una scala di colori – dal verde scuro al rosso – con delle lettere, in questo caso dalla A+ alla G, per comunicare ai consumatori l’impatto ambientale – “Eco Impact” – di un prodotto.
Ma come funziona questa etichetta? Il sistema si basa su un metodo sviluppato da Mondra e derivato da uno studio di due ricercatori dell’Università di Oxford per la valutazione del ciclo di vita (Life Cycle Assessment o Lca). Il sistema considera la produzione, la lavorazione, il confezionamento e il trasporto di un alimento. L’impatto ambientale che ne deriva viene ponderato del 49% per quanto riguarda l’emissione di carbonio e del 17% ciascuno per l’utilizzo dell’acqua, l’inquinamento idrico e la perdita di biodiversità. Questo metodo sarà utilizzato per generare le etichette ambientali durante il test pilota del prossimo autunno. Allo stesso tempo, però, verrà sviluppato, con il supporto economico di Nestlé, un sistema per combinarlo con quello sviluppato dall’Università belga di Leuven e dall’istituto di ricerca spagnolo AZTI grazie a un finanziamento europeo di EIT Food.
Sulla base delle informazioni rese note dai promotori dell’iniziativa, tuttavia il sistema di calcolo sembra essere un po’ meno trasparente rispetto a quello dell’Eco-Score, i cui ideatori hanno pubblicato tutti gli algoritmi utilizzati per calcolare il contributo di ciascun indicatore e correttore considerato insieme alla valutazione del ciclo di vita, basato a sua volta sui dati del programma pubblico Agribalyse dell’Ademe. Ma dato che il sistema è ancora in divenire e che il metodo usato nel test pilota forse non sarà quello definitivo, si può concedere ai promotori del logo il beneficio del dubbio. Per ora.
fonte: www.ilfattoalimentare.it
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Delabler rimuove automaticamente le etichette dalle bottiglie
Delabler è in grado di lavorare fino a nove tonnellate all’ora di bottiglie di plastica, riuscendo a rimuovere fino all’80% delle etichette. È caratterizzato da una robusta struttura complessiva ed è resistente alle impurità.
La macchina è equipaggiata con lame in acciaio ad alta resistenza, assicurate da un lato con oscillazione libera al rotore e fissate dall’altro alla parete interna dell’alloggiamento, ed è in grado di elaborare un flusso di materiale fino a nove tonnellate all’ora, a seconda della densità e purezza del flusso di bottiglie in ingresso.
fonte: www.w-stadler.de
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Francia, via il punto verde dagli imballaggi: “Crea confusione”. Come orientarsi nella selva di simboli ambigui sul riciclo
Il simbolo della freccia verde che si avvolge a una freccia più chiara è molto comune sulle confezioni di prodotti alimentari e non solo. Quello che in molto non sanno è che il “punto verde” non indica che la confezione che si ha in mano è riciclabile, o fatta con materiale riciclato, ma indica soltanto l’adesione del produttore al sistema di contributi nei confronti dei consorzi di riciclo. Proprio per evitare questa confusione, la Francia ha deciso di abbandonare il punto verde. La legge sull’economia circolare del 10 febbraio 2020 prevede infatti che “i segni e le marcature che possono indurre confusione sulla norma di cernita o conferimento dei rifiuti dal prodotto sono colpiti da ‘una sanzione che non può essere inferiore all’importo del contributo finanziario richiesto per la gestione dei rifiuti ”. A partire dal 1 aprile, un produttore che si ostina ad apporre il punto verde vedrebbe raddoppiare il suo contributo all’eco-organizzazione. “Sufficientemente dissuasivo perché si possa sperare in una rapida scomparsa, anche se le scorte prodotte prima di questa data possono ancora essere vendute fino a ottobre 2022” scrive Que Choisir che combatte contro il punto verde da anni: “Questo pagamento è stato simboleggiato dal punto verde, ma non ha nulla a che fare con il fatto che l’imballaggio che lo reca è riciclabile. Non fornisce alcuna informazione utile al consumatore e quindi non ha motivo di apparire sui prodotti. Solo gli imperativi di marketing spiegano perché è sopravvissuto”.
Il punto verde non il solo problema: gran parte dell’etichettatura del riciclaggio della plastica è “confusa e incoerente”, secondo una valutazione globale del riciclo e della sostenibilità di etichettatura curata dal programma delle Nazioni Unite per l’ambiente e la rete Consumers International dello scorso maggio. Secondo il Programma ambientale delle Nazioni Unite, “È necessario fare molto di più” per passare a modelli di consumo e produzione sostenibili”Mappatura globale di standard, etichette e dichiarazioni
Secondo Helena Leurent, direttore generale di Consumers International, “Spesso i consumatori guardano gli imballaggi al fine di trovare informazioni su come smaltire correttamente il prodotto. Fornire informazioni chiare, accessibili e affidabili sulla sostenibilità degli imballaggi in plastica dei prodotti può aiutare a informare il consumatore e rendere la sostenibilità la scelta facile e contribuire a ridurre i rifiuti di plastica non necessari nell’ambiente”. Secondo i loro risultati, il 19% delle 31 etichette mondiali valutate ha ottenuto un punteggio negativo dagli esperti, il 19% era positivo e il resto ha ottenuto risultati contrastanti o neutri.
I giudizi sui loghi

Il logo “punto verde” crea confusione
L’etichetta “Punto verde”, che significa che per tale imballaggio, un contributo finanziario è stato versato a un’organizzazione nazionale competente per il recupero degli imballaggi, è stata negativamente ricevuta.
Biobased o biodegradabile?
Ci sono poi comuni confusioni sulle spiegazioni stampate sulle confezioni. L’affermazione “Realizzata in plastica riciclata”, continua FoodNavigator citando il rapporto, ad esempio, può essere confusa con l’affermazione “Riciclabile”. “Biobased” può essere erroneamente interpretato come “biodegradabile” dai consumatori e l’affermazione “compostabile e biodegradabile” è “potenzialmente insignificante”. Questo perché “solo una percentuale molto piccola” di persone ha accesso all’infrastruttura appropriata per compostare il materiale. “L’etichettatura sugli imballaggi in plastica, comprese le bevande e altri prodotti alimentari, non sempre fornisce informazioni chiare e fruibili per i consumatori”, ha dichiarato Helena Leurent, aggiungendo: “Insieme alla mancanza di coerenza tra marchi e paesi, ciò crea confusione in termini di sostenibilità, riciclabilità e altre caratteristiche del packaging.”
fonte: ilsalvagente.it/
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Dove lo butto? Ecco la nuova etichetta ambientale degli imballaggi
Ciò significa che gli altri tre quarti non dicono se e in che modo il packaging del prodotto può essere riciclato o se invece deve essere gettato nell’indifferenziato.
Tuttavia una nuova normativa in tema di etichettatura, entrata in vigore il 26 Settembre 2020 potrebbe portare informazioni più precise ai consumatori. La norma obbliga i produttori ad applicare un’etichetta ambientale su tutti gli imballaggi che vengono immessi in commercio, per facilitarne la raccolta, il riutilizzo, il recupero ed il riciclaggio. Ma fornirà anche informazioni ai consumatori sulla corretta destinazione.
La novità è stata introdotta a fronte del recepimento di due delle quattro direttive del pacchetto sull’economia circolare; nello specifico la Direttiva sui rifiuti e la Direttiva sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio.
Ma quali sono le informazioni che devono essere presenti sulla confezione?
1) la tipologia di imballaggio (scritta per esteso o mediante una rappresentazione grafica) per esempio: flacone, bottiglia, vaschetta, etichetta, lattina.
2) l’identificazione specifica del materiale (codifica alfanumerica ai sensi della Decisione 97/129/CE, integrata eventualmente con l’icona prevista ai sensi della UNI EN ISO 1043-1:2002 (imballaggi in plastica), oppure, ai sensi della CEN/CR 14311:2002 (imballaggi in acciaio, alluminio e plastica), per esempio: Pet(1), Alu(41), Pap(21).
3a) la famiglia di materiale di riferimento e l’indicazione sul tipo di raccolta (se differenziata o indifferenziata (vedi disegno 1).
Oppure
3b) indicazione sul tipo di raccolta (se differenziata o indifferenziata) e, nel caso si tratti si raccolta differenziata, indicazione del materiale di riferimento.
CONAI per supportare le imprese, ma anche i cittadini, nel comprendere le novità della normativa ha pubblicato interessanti Linee Guida che indicano, anche graficamente, come potrà essere strutturata un’etichetta ambientale:
Ogni produttore è libero di comunicare le informazioni previste sull’imballaggio nella forma grafica, e nell’ordine che più ritiene opportuno. Restano solo preferibili alcune indicazioni rispetto ai colori da utilizzare: Blu per la carta, Marrone per l’organico, Giallo per la plastica riciclabile, Turchese per i metalli, Verde per il vetro, Grigio per l’indifferenziato.
L’etichetta ambientale va prevista per tutte le componenti separabili manualmente del sistema di imballo: si considera separabile manualmente una componente che l’utente può separare completamente e senza rischi, dal corpo principale con il solo utilizzo delle mani e senza dover ricorrere a ulteriori strumenti e utensili.
Le informazioni potranno essere riportate sulle singole componenti separabili oppure sul corpo principale dell’imballaggio o ancora sulla componente che riporta già l’etichetta e rende più facilmente leggibile l’informazione da parte del consumatore finale; è prevista tuttavia la possibilità di soluzioni digitali come QR code e apposite APP qualora la tipologia di imballaggio non permettesse un’etichettatura chiara.
Le altre informazioni che possono essere volontariamente apposte sull’etichetta ambientale riguardano:
Le indicazioni al consumatore per supportare la raccolta differenziata
Le informazioni aggiuntive sulle caratteristiche ambientali dell’imballaggio (asserzioni di riciclabilità, asserzioni di contenuto di riciclato e/o asserzioni dei relativi marchi di certificazione dei contenuti di riciclato, adesione a CONAI o ai consorzi di filiera o ad altri sistemi EPR).

Si tratta di uno strumento che può essere usato previa registrazione e al suo interno vi sono vari step guidati per creare una corretta etichettatura ambientale.
Ecco quello che potremo trovare in etichetta secondo CONAI che, all’interno del suo sito, propone esempi pratici per i vari prodotti:



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Cosa fare se i sacchetti sono compostabili ma le etichette del prezzo e i bollini della frutta no?
Il problema si pone anche per i sacchetti di carta del pane venduto nei supermercati che spesso sono fatti con materiale compostabile, mentre l’etichetta del prezzo non essendo quasi mai “eco” dovrebbe essere ritagliata e tolta, prima di gettare il sacchetto nel bidone della carta o dell’umido.
Anche per la frutta marchiata con bollini multicolore che evidenziano la marca e il logo del produttore si pone un problema analogo. All’inizio c’erano solo le banane, poi sono arrivate le mele del Trentino, le pere dell’Emilia-Romagna e ormai molti tipi di frutta hanno il bollino autoadesivo. In questo caso se non si ha l’accortezza di scollarlo, il bollino finisce nel contenitore del rifiuto umido di casa. A questo punto viene spontaneo chiedersi quante persone hanno l’accortezza di togliere la piccola etichetta autoadesiva? “Melinda – precisa il consorzio – da anni porta avanti la ricerca per ottenere bollini biodegradabili in grado di essere utilizzati nella filiera di lavorazione che prevede movimentazione attraverso l’acqua e il mantenimento in celle ad umidità oltre il 90%. Ad oggi non sono ancora disponibili bollini compostabili in grado di resistere al processo di lavorazione, capaci di evitare l’innesco dei processi di degradazione del materiale. Le uniche soluzioni ad oggi esistenti sono applicabili “a valle” della filiera, le stesse che attualmente Melinda utilizza per la produzione biologica, nonostante impongano la necessità di essere applicati in modo non automatico e quindi comportino un impegno di manodopera molto importante”.
Cambiare però si può, visto che alcune catene di supermercati, come Iper, Bennet o Esselunga hanno adottato per le etichette del prezzo del sacchetto del pane e dell’ortofrutta materiale compostabile. La stessa cosa hanno fatto alcuni consorzi per i bollini della frutta.

fonte: www.ilfattoalimentare.it
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Lo spreco alimentare per ignoranza: la confusione sulla data di scadenza spinge a gettare via cibo ancora commestibile. Lo studio americano

Almeno il 25% di plastica riciclata nelle bottiglie in Pet entro il 2025

Sacchetti ortofrutta: le etichette del prezzo non sono compostabili. Ma qualcosa sta cambiando…anche per i bollini della frutta
Secondo gli esperti il prezzo lievita di circa il 20% (0,005 millesimi di euro al posto di 0,004), ma questo dovrebbe essere il problema minore.


Economia circolare, Francia: in etichetta la “durata di vita” dei beni
Un’etichetta che cambia colore indica la freschezza dopo l’apertura. In Gran Bretagna, la catena di supermercati Sainsbury’s la sperimenta contro lo spreco alimentare
In Gran Bretagna, la catena di supermercati Sainsbury’s sta per iniziare la sperimentazione di un nuovo dispositivo sul packaging dei prodotti alimentari, per aiutare le famiglie a ridurre lo spreco di prodotti che finiscono in pattumiera, pur essendo ancora commestibili. Si tratta di un’etichetta, posta sulla parte frontale della confezione, che cambia gradualmente colore dal giallo al viola, sulla base del tempo trascorso dalla sua apertura e della temperatura a cui il prodotto è stato conservato. La nuova tecnologia, denominata Smart Fresh, sarà sperimentata sulle confezioni di prosciutto cotto a fette a marchio Sainsbury’s. L’iniziativa era stata annunciata a fine maggio, quanto aveva presentato le nuove iniziative della sua campagna contro lo spreco alimentare, Waste less, Save more.
La scelta di iniziare dal prosciutto cotto in busta non è casuale. Infatti, secondo i dati dell’organismo di consulenza del governo sui rifiuti, il Waste & Action Resources Programme (Wrap), ogni giorno i britannici gettano in pattumiera 1,9 milioni di fette di prosciutto, per un costo di 190 milioni di sterline l’anno. Se la risposta dei consumatori sarà positiva, Sainsbury’s potrebbe testare l’etichetta Smart Fresh anche su altri prodotti.
fonte: www.ilfattoquotidiano.it
Donazioni di cibo e migliori etichette per combattere lo spreco alimentare
Etichette più chiare che indichino precisamente le scadenze, ma anche un sistema di donazioni del cibo oliato e senza ostacoli. Queste le richieste che i deputati dell’Europarlamento hanno votato lo scorso 16 maggio. La plenaria di Strasburgo ha approvato a maggioranza una nuova risoluzione (non legislativa) che mette dei paletti al problema dello spreco alimentare.
La legge italiana contro lo spreco alimentare
fonte: www.rinnovabili.it
Glifosato: Monsanto sotto attacco per informazioni ingannevoli sulle etichette
Informazioni ingannevoli per vendere il prodotto ad un prezzo più alto
Sempre nuovi studi confermano il legame tra glifosato e alcune patologie
Secondo l’Echa il glifosato non ha effetti cancerogeni: più complicato vietarlo?
Purtroppo, a complicare la strada verso lo stop al glifosato è intervenuta una decisione dell’Echa, l’Agenzia Ue per le sostanze chimiche, con cui nega gli effetti cancerogeni del il glifosato. E’ quindi possibile che per altri 15 anni la sostanza sia considerata del tutto utilizzabile, sebbene molte associazioni e consumatori tentino di lottare per un bando totale, forti di posizioni e studi come anche quello targato Iarc (agenzia internazionale per la ricerca sul cancro), che ribadisce fermamente gli effetti nocivi.Anche noi di GreenMe ci schieriamo in questa battaglia in supporto della “campagna Stop Glifosato”, potete firmare qui la petizione per vietarlo e potete consultare qui il relativo Manifesto (#stopglifosato).
fonte: www.greenme.it
Simboli di riciclabilità: un valido aiuto per una corretta raccolta differenziata
E questo dove lo butto? Ecco una delle domande più frequenti che tutti ci troviamo a ripetere quando dobbiamo eliminare gli incarti e gli imballaggi dei prodotti che acquistiamo e utilizziamo.

Allo scopo di mappare le conoscenze degli Italiani in materia di etichette di riciclabilità e di fornire un aiuto concreto ai cittadini nella loro corretta interpretazione, la nostra redazione ha deciso di aderire alla SERR 2016, svoltasi a fine novembre 2016, elaborando un quiz sull’argomento.

Questo simbolo, chiamato “Tidy Man” non fornisce indicazioni circa la riciclabilità del prodotto o della confezione, ma rappresenta un invito generico a non disperderlo nell’ambiente dopo l’uso. Ci ricorda che i rifiuti non vanno abbandonati nell’ambiente ma riposti negli appositi bidoni. Il simbolo può essere accompagnato o sostituito dalla dicitura “Non disperdere nell’ambiente”.
Questo simbolo è chiamato “Ciclo di Mobius” e indica che il prodotto o la confezione è riciclabile. E’ utilizzato principalmente su carta e cartone.
Il “Ciclo di Mobius” che riporta una percentuale (al centro del simbolo o a lato) non fornisce indicazioni circa la riciclabilità del prodotto o della confezione, ma indica che lo stesso è fatto di materiale riciclato. La percentuale indica la quantità di materiale riciclato rispetto alla massa complessiva del prodotto.
Questo simbolo, chiamato “Chasing Arrows” (o frecce che si inseguono) e riportante una serie di sigle e numeri, non fornisce indicazioni circa la riciclabilità del prodotto o della confezione, ma è un’indicazione del materiale utilizzato per produrlo: in questo caso il PET (o Polietilentereftalato), ovvero il polimero plastico utilizzato per produrre le bottiglie. In alternativa, le sigle PET o similari (PE, PVC, PS, etc.) possono essere riportate sui prodotti e sulle confezioni di origine plastica all’interno di un cerchio o un esagono. Questo tipo di simbolo può essere utile ai consumatori nel separare i materiali al momento della raccolta differenziata, ma di per sé non è un’indicazione che il prodotto sia riciclabile (ricorda che non tutte le tipologie di plastica sono riciclabili!).
Questo simbolo significa che il prodotto non deve essere gettato fra i rifiuti normali perché contiene sostanze potenzialmente pericolose, e deve essere quindi conferito presso il locale ecocentro per poter essere recuperato o smaltito a norma di legge. Il simbolo è solitamente utilizzato per i RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche).
Questo simbolo, chiamato “Green Dot” (o punto verde) non ha particolare significato in Italia, perché si riferisce a un sistema di gestione dei rifiuti da imballaggio di altri paesi europei, come ad esempio la Germania. I produttori mettono questo simbolo sulle confezioni dei prodotti che circolano nel mercato europeo e per i quali è stata pagata una speciale tassa all’associazione che gestisce gli imballaggi a fine vita in altri paesi europei. In Italia, il recupero degli imballaggi a fine vita si basa sull’adesione al Conai da parte di produttori e utilizzatori di imballaggi e non prevede l’uso obbligatorio di alcun simbolo sulle confezioni.
Questo simbolo fa riferimento ad un nuovo sistema di etichettatura volontaria proposto dal Conai, che mira a rendere più facile la raccolta differenziata per il consumatore finale indicando il materiale di cui è composto il prodotto (in questo caso poliaccoppiato, indicato dalla sigla C/PAP84), il tipo di prodotto (incarto), e il bidone dove il prodotto stesso va conferito dopo l’utilizzo (raccolta carta). Questo tipo di etichettatura di riciclabilità sta iniziando ad essere adottata da numerosi produttori, ed è ormai ampiamente diffusa sulle confezioni: controlla sempre prima di buttare i tuoi prodotti!
fonte: http://www.ehabitat.it/
















