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Etichetta ambientale, arriva un nuovo logo sostenuto da Nestlé e altri colossi alimentari. Obiettivo 2022























Dopo l’Eco-Score francese, una nuova etichetta ambientale potrebbe presto fare capolino sugli scaffali dei supermercati di tutta Europa e il Regno Unito. O almeno questa è l’intenzione dei suoi promotori e sviluppatori: l’associazione no profit Foundation Earth (creata dal fondatore dell’azienda Finnebrogue Artisan) e una schiera di imprese del settore agroalimentare, che comprende anche i colossi Tyson Foods e Nestlé. Un test pilota è previsto per settembre 2021, quando alcuni marchi metteranno sulle confezioni dei loro prodotti l’etichetta ambientale, con l’obiettivo di portare ufficialmente l’etichetta sul mercato nell’autunno del 2022.

Come nel caso dell’Eco-Score, il logo proposto ricorda molto da vicino il Nutri-Score, ma anche un po’ l’etichetta energetica degli elettrodomestici. Si tratta infatti di un’etichetta a semaforo che unisce una scala di colori – dal verde scuro al rosso – con delle lettere, in questo caso dalla A+ alla G, per comunicare ai consumatori l’impatto ambientale – “Eco Impact” – di un prodotto.

Ma come funziona questa etichetta? Il sistema si basa su un metodo sviluppato da Mondra e derivato da uno studio di due ricercatori dell’Università di Oxford per la valutazione del ciclo di vita (Life Cycle Assessment o Lca). Il sistema considera la produzione, la lavorazione, il confezionamento e il trasporto di un alimento. L’impatto ambientale che ne deriva viene ponderato del 49% per quanto riguarda l’emissione di carbonio e del 17% ciascuno per l’utilizzo dell’acqua, l’inquinamento idrico e la perdita di biodiversità. Questo metodo sarà utilizzato per generare le etichette ambientali durante il test pilota del prossimo autunno. Allo stesso tempo, però, verrà sviluppato, con il supporto economico di Nestlé, un sistema per combinarlo con quello sviluppato dall’Università belga di Leuven e dall’istituto di ricerca spagnolo AZTI grazie a un finanziamento europeo di EIT Food.

Sulla base delle informazioni rese note dai promotori dell’iniziativa, tuttavia il sistema di calcolo sembra essere un po’ meno trasparente rispetto a quello dell’Eco-Score, i cui ideatori hanno pubblicato tutti gli algoritmi utilizzati per calcolare il contributo di ciascun indicatore e correttore considerato insieme alla valutazione del ciclo di vita, basato a sua volta sui dati del programma pubblico Agribalyse dell’Ademe. Ma dato che il sistema è ancora in divenire e che il metodo usato nel test pilota forse non sarà quello definitivo, si può concedere ai promotori del logo il beneficio del dubbio. Per ora.

fonte: www.ilfattoalimentare.it


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Delabler rimuove automaticamente le etichette dalle bottiglie

 

Delabler è in grado di lavorare fino a nove tonnellate all’ora di bottiglie di plastica, riuscendo a rimuovere fino all’80% delle etichette. È caratterizzato da una robusta struttura complessiva ed è resistente alle impurità. 


La macchina è equipaggiata con lame in acciaio ad alta resistenza, assicurate da un lato con oscillazione libera al rotore e fissate dall’altro alla parete interna dell’alloggiamento, ed è in grado di elaborare un flusso di materiale fino a nove tonnellate all’ora, a seconda della densità e purezza del flusso di bottiglie in ingresso.


 fonte: www.w-stadler.de


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Francia, via il punto verde dagli imballaggi: “Crea confusione”. Come orientarsi nella selva di simboli ambigui sul riciclo

 












Il simbolo della freccia verde che si avvolge a una freccia più chiara è molto comune sulle confezioni di prodotti alimentari e non solo. Quello che in molto non sanno è che il “punto verde” non indica che la confezione che si ha in mano è riciclabile, o fatta con materiale riciclato, ma indica soltanto l’adesione del produttore al sistema di contributi nei confronti dei consorzi di riciclo. Proprio per evitare questa confusione, la Francia ha deciso di abbandonare il punto verde. La legge sull’economia circolare del 10 febbraio 2020 prevede infatti che “i segni e le marcature che possono indurre confusione sulla norma di cernita o conferimento dei rifiuti dal prodotto sono colpiti da ‘una sanzione che non può essere inferiore all’importo del contributo finanziario richiesto per la gestione dei rifiuti ”. A partire dal 1 aprile, un produttore che si ostina ad apporre il punto verde vedrebbe raddoppiare il suo contributo all’eco-organizzazione. “Sufficientemente dissuasivo perché si possa sperare in una rapida scomparsa, anche se le scorte prodotte prima di questa data possono ancora essere vendute fino a ottobre 2022” scrive Que Choisir che combatte contro il punto verde da anni: “Questo pagamento è stato simboleggiato dal punto verde, ma non ha nulla a che fare con il fatto che l’imballaggio che lo reca è riciclabile. Non fornisce alcuna informazione utile al consumatore e quindi non ha motivo di apparire sui prodotti. Solo gli imperativi di marketing spiegano perché è sopravvissuto”.

Il punto verde non il solo problema: gran parte dell’etichettatura del riciclaggio della plastica è “confusa e incoerente”, secondo una valutazione globale del riciclo e della sostenibilità di etichettatura curata dal programma delle Nazioni Unite per l’ambiente e la rete Consumers International dello scorso maggio. Secondo il Programma ambientale delle Nazioni Unite, “È necessario fare molto di più” per passare a modelli di consumo e produzione sostenibili”

Mappatura globale di standard, etichette e dichiarazioni

Secondo Helena Leurent, direttore generale di Consumers International, “Spesso i consumatori guardano gli imballaggi al fine di trovare informazioni su come smaltire correttamente il prodotto. Fornire informazioni chiare, accessibili e affidabili sulla sostenibilità degli imballaggi in plastica dei prodotti può aiutare a informare il consumatore e rendere la sostenibilità la scelta facile e contribuire a ridurre i rifiuti di plastica non necessari nell’ambiente”. Secondo i loro risultati, il 19% delle 31 etichette mondiali valutate ha ottenuto un punteggio negativo dagli esperti, il 19% era positivo e il resto ha ottenuto risultati contrastanti o neutri.

I giudizi sui loghi


Il logo EUCertPlast, certificazione europea per il riciclo di plastica, ha ricevuto una risposta intermedia. È trasparente, ma l’immagine è difficile da interpretare. Per quanto riguarda le etichette per la guida al riciclaggio, ad esempio, l’etichetta “On-Pack Recycling Label” del Regno Unito (OPRL) ha ottenuto risultati positivi, con gli esperti che ritengono il logo chiaro e pertinente. Il logo “EUCertPlast” – creato da Plastics Recyclers Europe – ha invece ricevuto una risposta “mista”. Gli esperti hanno apprezzato la sua trasparenza ma hanno trovato l’immagine difficile da interpretare. Per quanto riguarda le etichette per il finanziamento del riciclaggio – che sono progettate per indicare che le aziende hanno versato un fondo per sostenere infrastrutture di riciclaggio, schemi di deposito e partenariati per il riciclaggio – gli intervistati hanno anche notato una certa confusione.

Il logo “punto verde” crea confusione

L’etichetta “Punto verde”, che significa che per tale imballaggio, un contributo finanziario è stato versato a un’organizzazione nazionale competente per il recupero degli imballaggi, è stata negativamente ricevuta. 


La sua interpretazione non è chiara, secondo gli intervistati: “non significa riciclabile, ma le immagini suggeriscono il contrario”. Il logo “Pant, A, B, C” della Danimarca – utilizzato nel sistema di riciclaggio nazionale per indicare quali bottiglie possono essere restituite per riscuotere un rimborso del deposito – è stato l’unico logo a ricevere una valutazione positiva in questa categoria.

Biobased o biodegradabile?

Ci sono poi comuni confusioni sulle spiegazioni stampate sulle confezioni. L’affermazione “Realizzata in plastica riciclata”, continua FoodNavigator citando il rapporto, ad esempio, può essere confusa con l’affermazione “Riciclabile”. “Biobased” può essere erroneamente interpretato come “biodegradabile” dai consumatori e l’affermazione “compostabile e biodegradabile” è “potenzialmente insignificante”. Questo perché “solo una percentuale molto piccola” di persone ha accesso all’infrastruttura appropriata per compostare il materiale. “L’etichettatura sugli imballaggi in plastica, comprese le bevande e altri prodotti alimentari, non sempre fornisce informazioni chiare e fruibili per i consumatori”, ha dichiarato Helena Leurent, aggiungendo: “Insieme alla mancanza di coerenza tra marchi e paesi, ciò crea confusione in termini di sostenibilità, riciclabilità e altre caratteristiche del packaging.”

fonte: ilsalvagente.it/

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Dove lo butto? Ecco la nuova etichetta ambientale degli imballaggi










Lo studio sul packaging dei prodotti alimentari condotto dall’Osservatorio Immagino di Nielsen e GS1 Italy, fotografa un panorama desolante in cui il consumatore riceve pochissime informazioni sul corretto smaltimento degli imballaggi alimentari una volta divenuti rifiuti (leggi qui l’articolo). Secondo i dati dell’Osservatorio solo un prodotto alimentare su quattro (25,4%) riporta in etichetta le informazioni sul corretto smaltimento della confezione.
Ciò significa che gli altri tre quarti non dicono se e in che modo il packaging del prodotto può essere riciclato o se invece deve essere gettato nell’indifferenziato.

Tuttavia una nuova normativa in tema di etichettatura, entrata in vigore il 26 Settembre 2020 potrebbe portare informazioni più precise ai consumatori. La norma obbliga i produttori ad applicare un’etichetta ambientale su tutti gli imballaggi che vengono immessi in commercio, per facilitarne la raccolta, il riutilizzo, il recupero ed il riciclaggio. Ma fornirà anche informazioni ai consumatori sulla corretta destinazione.
La novità è stata introdotta a fronte del recepimento di due delle quattro direttive del pacchetto sull’economia circolare; nello specifico la Direttiva sui rifiuti e la Direttiva sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio.

Solo un prodotto alimentare su quattro riporta in etichetta le informazioni sul corretto smaltimento

Ma quali sono le informazioni che devono essere presenti sulla confezione?

1) la tipologia di imballaggio (scritta per esteso o mediante una rappresentazione grafica) per esempio: flacone, bottiglia, vaschetta, etichetta, lattina.
2) l’identificazione specifica del materiale (codifica alfanumerica ai sensi della Decisione 97/129/CE, integrata eventualmente con l’icona prevista ai sensi della UNI EN ISO 1043-1:2002 (imballaggi in plastica), oppure, ai sensi della CEN/CR 14311:2002 (imballaggi in acciaio, alluminio e plastica), per esempio: Pet(1), Alu(41), Pap(21).
3a) la famiglia di materiale di riferimento e l’indicazione sul tipo di raccolta (se differenziata o indifferenziata (vedi disegno 1).

Oppure

3b) indicazione sul tipo di raccolta (se differenziata o indifferenziata) e, nel caso si tratti si raccolta differenziata, indicazione del materiale di riferimento.

CONAI per supportare le imprese, ma anche i cittadini, nel comprendere le novità della normativa ha pubblicato interessanti Linee Guida che indicano, anche graficamente, come potrà essere strutturata un’etichetta ambientale:
Disegno 1

Ogni produttore è libero di comunicare le informazioni previste sull’imballaggio nella forma grafica, e nell’ordine che più ritiene opportuno. Restano solo preferibili alcune indicazioni rispetto ai colori da utilizzare: Blu per la carta, Marrone per l’organico, Giallo per la plastica riciclabile, Turchese per i metalli, Verde per il vetro, Grigio per l’indifferenziato.
L’etichetta ambientale va prevista per tutte le componenti separabili manualmente del sistema di imballo: si considera separabile manualmente una componente che l’utente può separare completamente e senza rischi, dal corpo principale con il solo utilizzo delle mani e senza dover ricorrere a ulteriori strumenti e utensili.
Le informazioni potranno essere riportate sulle singole componenti separabili oppure sul corpo principale dell’imballaggio o ancora sulla componente che riporta già l’etichetta e rende più facilmente leggibile l’informazione da parte del consumatore finale; è prevista tuttavia la possibilità di soluzioni digitali come QR code e apposite APP qualora la tipologia di imballaggio non permettesse un’etichettatura chiara.

Le altre informazioni che possono essere volontariamente apposte sull’etichetta ambientale riguardano:
Le indicazioni al consumatore per supportare la raccolta differenziata
Le informazioni aggiuntive sulle caratteristiche ambientali dell’imballaggio (asserzioni di riciclabilità, asserzioni di contenuto di riciclato e/o asserzioni dei relativi marchi di certificazione dei contenuti di riciclato, adesione a CONAI o ai consorzi di filiera o ad altri sistemi EPR).

Inoltre CONAI fornisce uno strumento online (e-tichetta) che le aziende potranno utilizzare per creare autonomamente l’etichetta ambientale dei loro imballaggi, in conformità ai riferimenti normativi. Lo strumento è disponibile al sito www.conai.org oppure direttamente al sito e-tichetta.conai.org
Si tratta di uno strumento che può essere usato previa registrazione e al suo interno vi sono vari step guidati per creare una corretta etichettatura ambientale.

Ecco quello che potremo trovare in etichetta secondo CONAI che, all’interno del suo sito, propone esempi pratici per i vari prodotti:



fonte: www.ilfattoalimentare.it


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Cosa fare se i sacchetti sono compostabili ma le etichette del prezzo e i bollini della frutta no?

 










Quando il 1 gennaio 2018 è entrata in vigore la legge che obbligava i consumatori a utilizzare sacchetti compostabili per frutta, verdura e prodotti alimentari sfusi in vendita nei supermercati e nei negozi, il legislatore si è dimenticato delle etichette che vengono attaccate sui sacchetti per indicare il prezzo. La campagna creata per la riduzione della plastica non ha considerato questo piccolo problema che si pone per centinaia di milioni di sacchetti che usiamo ogni anno in Italia. La maggior parte delle etichette del prezzo che vengono applicate sui sacchetti di materiale compostabile, non sono biodegradabili ed è molto probabile che nella maggior parte dei casi finiscano erroneamente nel rifiuto umido insieme al sacchetto.

Il problema si pone anche per i sacchetti di carta del pane venduto nei supermercati che spesso sono fatti con materiale compostabile, mentre l’etichetta del prezzo non essendo quasi mai “eco” dovrebbe essere ritagliata e tolta, prima di gettare il sacchetto nel bidone della carta o dell’umido.


Solo alcuni bollini utilizzati per etichettare la frutta sono compostabili

Anche per la frutta marchiata con bollini multicolore che evidenziano la marca e il logo del produttore si pone un problema analogo. All’inizio c’erano solo le banane, poi sono arrivate le mele del Trentino, le pere dell’Emilia-Romagna e ormai molti tipi di frutta hanno il bollino autoadesivo. In questo caso se non si ha l’accortezza di scollarlo, il bollino finisce nel contenitore del rifiuto umido di casa. A questo punto viene spontaneo chiedersi quante persone hanno l’accortezza di togliere la piccola etichetta autoadesiva? “Melinda – precisa il consorzio – da anni porta avanti la ricerca per ottenere bollini biodegradabili in grado di essere utilizzati nella filiera di lavorazione che prevede movimentazione attraverso l’acqua e il mantenimento in celle ad umidità oltre il 90%. Ad oggi non sono ancora disponibili bollini compostabili in grado di resistere al processo di lavorazione, capaci di evitare l’innesco dei processi di degradazione del materiale. Le uniche soluzioni ad oggi esistenti sono applicabili “a valle” della filiera, le stesse che attualmente Melinda utilizza per la produzione biologica, nonostante impongano la necessità di essere applicati in modo non automatico e quindi comportino un impegno di manodopera molto importante”.

Cambiare però si può, visto che alcune catene di supermercati, come Iper, Bennet o Esselunga hanno adottato per le etichette del prezzo del sacchetto del pane e dell’ortofrutta materiale compostabile. La stessa cosa hanno fatto alcuni consorzi per i bollini della frutta.




fonte: www.ilfattoalimentare.it


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Lo spreco alimentare per ignoranza: la confusione sulla data di scadenza spinge a gettare via cibo ancora commestibile. Lo studio americano


















Lo spreco di cibo deriva anche dalla scarsa conoscenza del vero significato della data di scadenza riportata sulle etichette. Lo dimostra uno studio pubblicato su Waste Management dai ricercatori del Johns Hopkins Centre for a Livable Future di Baltimora, nel quale oltre mille persone di età compresa tra i 18 e i 65 anni sono state interrogate sulle abitudini domestiche e sulle opinioni relative alle diciture che indicano le scadenze di nove diversi cibi.
Il risultato è che l’84% dei partecipanti ha ammesso di buttare via alimenti vicini alla data di scadenza almeno occasionalmente, e il 37% di farlo abitualmente. Più della metà delle persone aveva idee errate sulla scadenza. C’è chi pensa a una regolamentazione stabilita a livello federale, chi ritiene la data   un’indicazione relativa al giorno successivo rispetto all’effettiva scadenza, mentre in realtà si tratta di consigli dei produttori. Proprio questo gruppo, soprattutto se di età compresa tra i 18 e i 34 anni, era più inclini a eliminare cibo ancora confezionato.
Negli Stati Uniti le nuove norme adottate da pochi mesi, prevedono due tipi di diciture: “da consumarsi preferibilmente entro…”, che indica il giorno oltre il quale la qualità nutrizionale dell’alimento non è più assicurata al 100% perché potrebbe progressivamente diminuire, e “da consumare prima di…”,  che indica  la data entro la quale il prodotto deve essere consumato. Anche se in linea generale gli intervistati associano la prima dicitura alla qualità e la seconda alla sicurezza e tendono a buttare più spesso i cibi su cui compare la scadenza e quelli deperibili, ci sono alcuni aspetti meno scontati, a dimostrazione del fatto che il messaggio delle diciture non è correttamente interpretato.
Così, per esempio, il pollo crudo è molto temuto e il 69% degli intervistati lo “cestina”  quando è vicino alla data di scadenza, mentre potrebbe essere consumato anche nei giorni successivi, dopo un’attenta e completa cottura. Per quanto riguarda gli alimenti confezionati, il 62% afferma di buttarli quando si raggiunge la data indicata, così come sostiene di fare il 61% delle persone per i piatti pronti a base di carne. Se  si approfondisce il tema però  si score che la percentuale di chi lo getta il formaggio molle scaduto è pari al 49%, anche se si tratta di prodotti  che rappresentano una fonte reale di contaminazione batterica. Ultimi in classifica sono risultati i cibi in scatola e i cereali da colazione, che comunque il 47% degli intervistati dice di buttare dopo la data impressa sull’etichetta, anche se è noto che il pericolo per questi cibi è molto basso.
etichetta cibo uomo
Il 47% degli intervistati dice di buttare dopo la data impressa sull’etichetta cereali per la colazione e carne in scatola anche se i rischi sono improbabili
In definitiva, concludono gli autori, c’è bisogno di una seria campagna di informazione – soprattutto mirata ai giovani, che sembrano essere più attenti, ma troppo spesso male informati – per spiegare  meglio di quanto non si sia fatto finora il reale significato delle date apposte sulle confezioni degli alimenti.
fonte: www.ilfattoalimentare.it

Almeno il 25% di plastica riciclata nelle bottiglie in Pet entro il 2025




ROMA - Bottiglie, tappi e etichette in plastica 100% riciclabili e con almeno il 25% di plastica riciclata nelle bottiglie in PET entro il 2025; il miglioramento della raccolta dei contenitori in plastica utilizzati, rafforzando la collaborazione con i soggetti coinvolti nella raccolta dei rifiuti; il riutilizzo degli imballi in plastica, incluse le bottiglie, dove questa soluzione offre particolari benefici a livello ambientale ed economico. Sono questi in sintesi i punti del programma europeo di Assobibe, l'associazione di Confindustria che rappresenta le imprese che producono bevande analcoliche, per rafforzare la sostenibilità dei propri imballaggi in plastica e per ridurre l'impronta di carbonio sull'ambiente.
"L'obiettivo del settore, i cui imballaggi sono i più raccolti nell'UE - afferma David Dabiankov, direttore generale Assobibe - è quello di contribuire alla creazione di un modello circolare per gli imballaggi in plastica migliorandone la riciclabilità, il contenuto riciclato, la raccolta e il riutilizzo. E' un messaggio davvero importante che questi impegni vengano estesi a tutta Europa: le imprese vogliono che i loro imballaggi, comprese le materie plastiche, siano raccolti e riciclati e non vengano gettati nelle strade, negli oceani e nei corsi d'acqua". Secondo Dabiankov infine "una migliore raccolta e riciclo degli imballaggi, insieme a una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori, sono elementi fondamentali per questi obiettivi e per aumentare quantità e qualità di materie plastiche riciclate da poter usare".
Assobibe ricorda infine che in Italia, l'83,5% degli imballaggi in plastica è già raccolto e recuperato, anche grazie al sistema Conai-Corepla per cui le imprese pagano per ogni tonnellata di materiale immesso in consumo. 
(ANSA).

Sacchetti ortofrutta: le etichette del prezzo non sono compostabili. Ma qualcosa sta cambiando…anche per i bollini della frutta



























C’è chi dà la colpa al legislatore distratto e chi alle catene di supermercati, ma una cosa è certa, quando il 1° gennaio 2018 è iniziata la vendita di sacchetti monouso compostabili per la frutta e la verdura, qualcuno si è dimenticato dell’etichetta. La norma non prevedeva nessun obbligo per l’etichetta adesiva che riporta il prezzo da pagare e che si appiccica al sacchetto. Il risultato è che 6 mesi fa solo la catena di supermercati Esselunga proponeva ai consumatori sacchetti con etichette del prezzo compostabili. Negli altri supermercati le etichette non erano compostabili e quindi per usare il sacchetto come contenitore per il rifiuto umido di casa, bisognava avere l’accortezza di staccare l’etichetta senza rompere il sacchetto.
I clienti più attenti all’ambiente avevano imparato ad applicare l’etichetta adesiva del prezzo nella parte alta del sacchetto in modo da poterla ritagliare con le forbici e utilizzare la borsina per l’umido. È facile immaginare che nella maggior parte dei casi i sacchetti della frutta e della verdura finivano nel bidone dell’umido con l’etichetta contaminando così il rifiuto organico.
Qualcosa però sta cambiando. Se nel gennaio 2018 solo Esselunga era in grado di vendere sacchetti con etichette compostabili adesso anche Bennet e Iper adottano lo stesso sistema. Conad ha iniziato la conversione da qualche settimana e conta di concludere l’operazione entro fine anno. Per quanto riguarda la catena di supermercati Coop, ci sono  realtà come  Novacoop, Coop Lombardia, Coop Liguria e Unicoop Firenze che impiegano già etichette compostabili.
Secondo gli esperti  il prezzo  lievita di circa il 20%  (0,005 millesimi di euro al posto di 0,004), ma questo dovrebbe essere il problema minore.
Un discorso analogo riguarda i bollini della frutta. Questi sticker, che una volta venivano utilizzati solo sulle banane Chiquita,  sono diventati il marchio di riconoscimento per: mele, pere, kiwi, meloni… e persino le noci di cocco. Anche in questo caso il problema è capire se si tratta di bollini biodegradabili e compostabili, da buttare insieme alla buccia del frutto nel rifiuto umido, oppure se vanno staccati prima. Tranne qualche eccezione i bollini della frutta andrebbero tolti  e messi nel rifiuto indifferenziato perché non sono compostabili. Si tratta di centinaia di milioni di pezzi che ogni giorno finiscono erroneamente nel sacchetto dell’umido di casa.
Sacchetti ortofrutta esselunga
Il cartello nei supermercati Esselunga avvisa i clienti che le etichette dei sacchetti dell’ortofrutta sono compostabili
“In questo periodo – spiega a Il Fatto Alimentare Luca Bianconi della Polycart – una catena di supermercati sta provando a utilizzare la nostra etichetta CompostLabel (in bioplastica compostabile) per le linee di prodotto bio. Siamo ancora in una fase sperimentale perché gli ostacoli da superare sono diversi e poi bisogna trovare una condivisione sinergica con i macchinari di confezionamento“. La scelta ecologica comporta una lievitazione dei costi per i singoli bollini del 50% circa. La catena di supermercati Coop ha dichiarato a Il Fatto Alimentare che il processo di adeguamento verso l’adozione di bollini “eco” per la frutta è in corso e che al momento solo alcuni sono biodegradabili e compostabili, certificati. Si sta però lavorando per ampliare la rete di punti vendita coinvolti nella sperimentazione.
I bollini sulla frutta non sono ancora biodegradabili e compostabili
Il Consorzio delle mele Melinda, interpellato da Il Fatto Alimentare, da anni porta avanti la ricerca per ottenere bollini biodegradabili, senza avere trovato una soluzione. Le mele vengono movimentate attraverso una corrente di acqua, e questo rende difficile trovare un bollino di materiale compostabile in grado di resistere. Poi bisogna considerare la conservazione  in ambiente freddo e umido, che innesca un processo di degradazione del materiale. L’unica nota interessante è che molti bollini sono dotati di una linguetta che ne facilita la rimozione prima del consumo in modo facilitare il distacco.
fonte: www.ilfattoalimentare.it

Economia circolare, Francia: in etichetta la “durata di vita” dei beni

Parigi sta pensando di introdurre nelle etichette dei prodotti elettrici ed elettronici un “indice durée de vie” che indichi anche il grado di riparabilità dei beni

















Quante volte nella vita sei stato costretto a cambiare computer portatile? Quanto è durata l’ultima stampante? Quanti televisori hai dovuto sostituire dopo l’abbandono del tubo catodico? L’impressione generale è che maggiori sono i progressi tecnologici, più corta diventa la vita dei prodotti. Un recente studio dell’Università di Aelen ha rivelato che si tratta ben più di un’impressione: dal 1998 a oggi la vita media di molti elettrodomestici si è praticamente dimezzata, passando da 12 appena 6 anni; 3 per quelli più economici. Molti apparecchi sono persino realizzati con componenti elettriche che non possono sopravvivere oltre il periodo di garanzia di due anni. Riparare ciò che si è rotto? Il più delle volte non è conveniente, in altri è letteralmente impossibile.

In Europa c’è chi ha deciso di mettere qualche paletto all’obsolescenza programmata, reale o percepita che sia. Parliamo della Francia che dopo averla proclamata reato nella legge del 2015 sulla transizione energetica, compie un ulteriore passo avanti. Seguendo le orme dell’Austria, Parigi sta pensando di introdurre nelle etichette dei beni di consumo un “indice durée de vie”, ossia l’indice della durata di vita. L’idea è di replicare quanto fatto con l’etichettatura energetica, introducendo una scala da 1 a 10 per i prodotti elettrici ed elettronici che dia conto di una serie di caratteristiche tra cui, appunto, la durabilità, la robustezza o la riparabilità del prodotto. Il sistema sarebbe dapprima volontario, per divenire obbligatorio dopo il 1° gennaio 2020. “Agire per estendere la vita dei prodotti è lottare contro una doppia aberrazione, ecologica ed economica” , ha commentato il Segretario di Stato Brune Poirson.

La misura è parte di quella road map per l’economia circolare che il governo francese sta attualmente definendo. Un altro degli strumenti menzionati per il nuovo programma, prevede l’applicazione di leve fiscali  – come un’IVA ridotta –  per incoraggiare lo sviluppo di una catena di riparazione dei prodotti. Queste soluzioni, che devono ancora essere discusse e approvate, provengono da una consultazione lanciata ad ottobre 2017 dal Segretario di Stato e confluiranno in un documento finale che il governo pubblicherà a marzo 2018.

fonte: www.rinnovabili.it

Un’etichetta che cambia colore indica la freschezza dopo l’apertura. In Gran Bretagna, la catena di supermercati Sainsbury’s la sperimenta contro lo spreco alimentare

























In Gran Bretagna, la catena di supermercati Sainsbury’s sta per iniziare la sperimentazione di un nuovo dispositivo sul packaging dei prodotti alimentari, per aiutare le famiglie a ridurre lo spreco di prodotti che finiscono in pattumiera, pur essendo ancora commestibili. Si tratta di un’etichetta, posta sulla parte frontale della confezione, che cambia gradualmente colore dal giallo al viola, sulla base del tempo trascorso dalla sua apertura e della temperatura a cui il prodotto è stato conservato. La nuova tecnologia, denominata Smart Fresh, sarà sperimentata sulle confezioni di prosciutto cotto a fette a marchio Sainsbury’s. L’iniziativa era stata annunciata a fine maggio, quanto aveva presentato le nuove iniziative della sua campagna contro lo spreco alimentare, Waste less, Save more.
La scelta di iniziare dal prosciutto cotto in busta non è casuale. Infatti, secondo i dati dell’organismo di consulenza del governo sui rifiuti, il Waste & Action Resources Programme (Wrap), ogni giorno i britannici gettano in pattumiera 1,9 milioni di fette di prosciutto, per un costo di 190 milioni di sterline l’anno. Se la risposta dei consumatori sarà positiva, Sainsbury’s potrebbe testare l’etichetta Smart Fresh anche su altri prodotti.






Sainsbury 





 
Sainsbury’s sta sperimentando un’etichetta contro lo spreco alimentare che indica da quanto tempo un prodotto è stato aperto e come è stato conservato





fonte: www.ilfattoquotidiano.it

Donazioni di cibo e migliori etichette per combattere lo spreco alimentare

I deputati dell’europarlamento votano in plenaria una risoluzione con cui chiedono di aumentare gli sforzi contro i rifiuti alimentari














Etichette più chiare che indichino precisamente le scadenze, ma anche un sistema di donazioni del cibo oliato e senza ostacoli. Queste le richieste che i deputati dell’Europarlamento hanno votato lo scorso 16 maggio. La plenaria di Strasburgo ha approvato a maggioranza una nuova risoluzione (non legislativa) che mette dei paletti al problema dello spreco alimentare.

Stime ufficiali mostrano che, ogni anno, nell’UE si producono ben 88 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari, equivalenti a circa 173 kg a persona. Gran parte di questo spreco finisce nel cestino senza alcuna ragione valida. E tutta la filiera è coinvolta, dalle aziende agricole al consumatore finale, i cui comportamenti quotidiani possono rappresentare oltre la metà del problema. Parte della soluzione, secondo gli eurodeputati, passa per obiettivi europei di riduzione dei rifiuti alimentari più ambiziosi. Rispetto ai target presentati dalla Commissione Europea nel pacchetto Economia Circolare, i parlamentari chiedono un 30% entro il 2025 e un ulteriore 50% entro il 2030 (rispetto al 2014).

Una delle criticità su cui Strasburgo punta il dito è l’attuale confusione che regna nelle etichette alimentari, divise fra un “da consumarsi preferibilmente prima” e un “da consumarsi entro”. La proposta è quella di includere informazioni sulla possibile fruizione dei prodotti anche dopo la scadenza lì dove l’indicazione recita “preferibilmente prima”, valutando anche la rimozione delle date di deperibilità per prodotti, vedi il sale, che non presentano alcun rischio per la salute e per l’ambiente.

“Nei paesi sviluppati il cibo viene sprecato principalmente al termine della catena, da distribuzione e consumo. Ognuno ha la responsabilità di affrontare questo problema”, ha commentato a termine della votazione il relatore Biljana Borzan (S&D -Socialisti e Democratici). “Il mio rapporto chiede una risposta politica coordinata in materia di etichettatura, responsabilità ed educazione. Inoltre, dovremmo affrontare le carenze della legislazione comunitaria esistente nei casi in cui si ostacolano le donazioni alimentari“.
La risoluzione chiede anche che Bruxelles proponga una modifica della direttiva sull’IVA per autorizzare esplicitamente l’esenzione fiscale per le donazioni di cibo. Il Fondo di aiuti europei agli indigenti (FEAD) dovrebbe essere utilizzato per finanziare la raccolta, lo stoccaggio, il trasporto e la distribuzione degli alimenti donati.

La legge italiana contro lo spreco alimentare

In questo campo, l‘Italia è già preparata. Nel 2016 ha approvata la legge anti spreco alimentare che prevede, tra  le altre cose, una maggiore chiarezza tra il termine minimo di conservazione e la data di scadenza, e una semplificazione delle procedure per la donazione, nel rispetto delle norme igienico-sanitarie e della tracciabilità.

Cosa cambia nella pratica? Se fino a ieri un qualsiasi soggetto economico intenzionato a donare le proprie eccedenze alimentari era obbligato a rilasciare una dichiarazione preventiva (cinque giorni prima della donazione), con la nuova legge ne basterà invece una consuntiva a fine mese. “Come a dire: tu dona, poi riepiloghi, garantendo la tracciabilità di ciò che hai dato – spiegava a marzo dello scorso anno la deputata del Pd Maria Chiara Gadda, prima firmataria della proposta – E allora il supermercato presenterà il documento di trasporto e il panettiere gli scontrini, dai quali potrà scaricarsi l’Iva. Punire chi spreca serve a poco, va capito che gli alimenti recuperati non sono rifiuti, ma il prolungamento del cibo buono. E questa legge lo dice chiaramente, perché si fonda sul concetto di dono”.

fonte: www.rinnovabili.it

Glifosato: Monsanto sotto attacco per informazioni ingannevoli sulle etichette














Monsanto è sempre nell’occhio del ciclone per via di Roundup, ma stavolta il prodotto a base di glifosato è accusato da alcune associazioni per via delle informazioni scorrette che compaiono sulle etichette.

Informazioni ingannevoli per vendere il prodotto ad un prezzo più alto

La battaglia non è soltanto mediatica ma anche legale, visto che il nome di Beyond Pesticides e Organic Consumers Association compare già sul caso "Beyond Pesticides et al v Monsanto Co. et al.”.
L’accusa sostiene che Monsanto continui a pubblicizzare Roundup come sicuro per esseri umani e animali, anche se nuovi studi indicano che il glifosato è cancerogeno e colpisce i sistemi cardiovascolare, endocrino, nervoso e riproduttivo, sia negli uomini che negli animali. In altre parole, secondo l’accusa, il consumatore da queste informazioni non si aspetterebbe mai che Roundup possa nuocere alla salute

E tutto questo è ben noto alla Monsanto, che ne approfitta diffondendo informazioni non veritiere per non perdere profitti e per vendere il prodotto ad un prezzo più elevato. “La Monsanto sa bene come funziona il glifosato e ne conosce gli effetti e conosce altrettanto bene gli studi che mostrano come il glifosato vada ad inibire un enzima presente sia in animali che esseri umani”, dice l’accusa, riferendosi al CYP, Ciytochrome P450, che negli organismi permette una pulizia da componenti tossici esterni.
E, quindi, a causa di sostanze come il glifosato smette di agire e moltiplica l’effetto tossico di altri componenti chimici presenti nel cibo o nell’ambiente circostante. In particolare ora le associazioni chiedono che i proventi della vendita del prodotto nel District of Columbia vengano devoluti in beneficenza o proprio per aumentare la consapevolezza dei consumatori sugli effetti del glifosato.

Sempre nuovi studi confermano il legame tra glifosato e alcune patologie

Sono ormai molti gli studi che confermano la pericolosità del glifosato, citiamo ad esempio quello recentemente pubblicato su Nature, che lo collega all’insorgere della malattia del fegato grasso non alcolico. I ricercatori hanno già verificato questa teoria in laboratorio e stanno valutando se si possa affermare con certezza che il glifosato possa danneggiare seriamente il fegato umano.
Ma sappiamo anche che già nel 2015 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inserito il glifosato tra le sostanze cancerogene per l’uomo, una posizione che ha, da un lato, rafforzato le proteste, dall’altro, portato la Monsanto a negare e a non cedere alle pressioni.

Secondo l’Echa il glifosato non ha effetti cancerogeni: più complicato vietarlo?

Purtroppo, a complicare la strada verso lo stop al glifosato è intervenuta una decisione dell’Echa, l’Agenzia Ue per le sostanze chimiche, con cui nega gli effetti cancerogeni del il glifosato. E’ quindi possibile che per altri 15 anni la sostanza sia considerata del tutto utilizzabile, sebbene molte associazioni e consumatori tentino di lottare per un bando totale, forti di posizioni e studi come anche quello targato Iarc (agenzia internazionale per la ricerca sul cancro), che ribadisce fermamente gli effetti nocivi.
Anche noi di GreenMe ci schieriamo in questa battaglia in supporto della “campagna Stop Glifosato”, potete firmare qui la petizione per vietarlo e potete consultare qui il relativo Manifesto (#stopglifosato).

fonte: www.greenme.it

Simboli di riciclabilità: un valido aiuto per una corretta raccolta differenziata

















E questo dove lo butto? Ecco una delle domande più frequenti che tutti ci troviamo a ripetere quando dobbiamo eliminare gli incarti e gli imballaggi dei prodotti che acquistiamo e utilizziamo.
Nonostante le etichette presenti su imballi e confezioni forniscano sempre più spesso anche istruzioni su come sia possibile riciclarli correttamente, la grande varietà di sigle e simboli utilizzati talvolta rende complicata l’interpretazione delle indicazioni di riciclabilità riportate sugli imballi da parte dei consumatori, generando incertezza e confusione.
Se sugli imballaggi di vetro e alluminio generalmente non ci sono tanti dubbi, molte perplessità sorgono invece relativamente agli imballaggi di plastica e di carta, nonché di multimateriale. Quanti di voi, ad esempio, saprebbero collegare la sigla C/PAP84 al Tetrapak, riciclabile nella carta ormai in molti comuni italiani?



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Allo scopo di mappare le conoscenze degli Italiani in materia di etichette di riciclabilità e di fornire un aiuto concreto ai cittadini nella loro corretta interpretazione, la nostra redazione ha deciso di aderire alla SERR 2016, svoltasi a fine novembre 2016, elaborando un quiz sull’argomento.
Le numerose risposte pervenute hanno evidenziato una situazione con più ombre che luci. Quasi il 60% dei rispondenti, infatti, ha riconosciuto meno della metà dei simboli proposti, e un rispondente su 10 ne ha riconosciuti soltanto due (o di meno) su un totale di otto. Solo il 3% dei rispondenti, al contrario ha riconosciuto correttamente tutti i simboli proposti. Se alcuni di questi (come ad esempio il “tidy man” o il “ciclo di Mobius”) sembrano essere abbastanza noti, il significato di altri sembra invece rimanere sconosciuto ai più. Ecco allora che un ripassino sembra d’obbligo: vediamo assieme il significato dei simboli maggiormente utilizzati.

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Questo simbolo, chiamato “Tidy Man” non fornisce indicazioni circa la riciclabilità del prodotto o della confezione, ma rappresenta un invito generico a non disperderlo nell’ambiente dopo l’uso. Ci ricorda che i rifiuti non vanno abbandonati nell’ambiente ma riposti negli appositi bidoni. Il simbolo può essere accompagnato o sostituito dalla dicitura “Non disperdere nell’ambiente”.
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Questo simbolo è chiamato “Ciclo di Mobius” e indica che il prodotto o la confezione è riciclabile. E’ utilizzato principalmente su carta e cartone.
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Il “Ciclo di Mobius” che riporta una percentuale (al centro del simbolo o a lato) non fornisce indicazioni circa la riciclabilità del prodotto o della confezione, ma indica che lo stesso è fatto di materiale riciclato. La percentuale indica la quantità di materiale riciclato rispetto alla massa complessiva del prodotto.
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Questo simbolo, chiamato “Chasing Arrows” (o frecce che si inseguono) e riportante una serie di sigle e numeri, non fornisce indicazioni circa la riciclabilità del prodotto o della confezione, ma è un’indicazione del materiale utilizzato per produrlo: in questo caso il PET (o Polietilentereftalato), ovvero il polimero plastico utilizzato per produrre le bottiglie. In alternativa, le sigle PET o similari (PE, PVC, PS, etc.) possono essere riportate sui prodotti e sulle confezioni di origine plastica all’interno di un cerchio o un esagono. Questo tipo di simbolo può essere utile ai consumatori nel separare i materiali al momento della raccolta differenziata, ma di per sé non è un’indicazione che il prodotto sia riciclabile (ricorda che non tutte le tipologie di plastica sono riciclabili!). 

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Questo simbolo significa che il prodotto non deve essere gettato fra i rifiuti normali perché contiene sostanze potenzialmente pericolose, e deve essere quindi conferito presso il locale ecocentro per poter essere recuperato o smaltito a norma di legge. Il simbolo è solitamente utilizzato per i RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche).

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Questo simbolo, chiamato “Green Dot” (o punto verde) non ha particolare significato in Italia, perché si riferisce a un sistema di gestione dei rifiuti da imballaggio di altri paesi europei, come ad esempio la Germania. I produttori mettono questo simbolo sulle confezioni dei prodotti che circolano nel mercato europeo e per i quali è stata pagata una speciale tassa all’associazione che gestisce gli imballaggi a fine vita in altri paesi europei. In Italia, il recupero degli imballaggi a fine vita si basa sull’adesione al Conai da parte di produttori e utilizzatori di imballaggi e non prevede l’uso obbligatorio di alcun simbolo sulle confezioni.

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Questo simbolo indica che il prodotto è biodegradabile e può essere avviato a compostaggio.
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Questo simbolo fa riferimento ad un nuovo sistema di etichettatura volontaria proposto dal Conai, che mira a rendere più facile la raccolta differenziata per il consumatore finale indicando il materiale di cui è composto il prodotto (in questo caso poliaccoppiato, indicato dalla sigla C/PAP84), il tipo di prodotto (incarto), e il bidone dove il prodotto stesso va conferito dopo l’utilizzo (raccolta carta). Questo tipo di etichettatura di riciclabilità sta iniziando ad essere adottata da numerosi produttori, ed è ormai ampiamente diffusa sulle confezioni: controlla sempre prima di buttare i tuoi prodotti!
I suggerimenti forniti dai simboli di riciclabilità possono rendere la raccolta differenziata più facile, quindi impariamo a familiarizzare con loro e consultiamoli più spesso! Una recente ricerca ha messo in luce che, anche quando le indicazioni di riciclabilità sono presenti, solo l’8% dei consumatori le consulta nel momento in cui deve smaltire un imballaggio. Infine, è bene ricordare che è importante verificare sempre le indicazioni sulla raccolta differenziata fornite dal proprio Comune: il fatto che un certo materiale vada conferito in alcuni comuni in un bidone e in altri in un bidone differente dipende infatti dal sistema di riciclo adottato localmente.
Raccontateci le difficoltà che incontrate nel fare la raccolta  differenziata e saremo felici di potervi aiutare. Buona raccolta differenziata a tutti!

fonte: http://www.ehabitat.it/