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Etichetta ambientale, arriva un nuovo logo sostenuto da Nestlé e altri colossi alimentari. Obiettivo 2022























Dopo l’Eco-Score francese, una nuova etichetta ambientale potrebbe presto fare capolino sugli scaffali dei supermercati di tutta Europa e il Regno Unito. O almeno questa è l’intenzione dei suoi promotori e sviluppatori: l’associazione no profit Foundation Earth (creata dal fondatore dell’azienda Finnebrogue Artisan) e una schiera di imprese del settore agroalimentare, che comprende anche i colossi Tyson Foods e Nestlé. Un test pilota è previsto per settembre 2021, quando alcuni marchi metteranno sulle confezioni dei loro prodotti l’etichetta ambientale, con l’obiettivo di portare ufficialmente l’etichetta sul mercato nell’autunno del 2022.

Come nel caso dell’Eco-Score, il logo proposto ricorda molto da vicino il Nutri-Score, ma anche un po’ l’etichetta energetica degli elettrodomestici. Si tratta infatti di un’etichetta a semaforo che unisce una scala di colori – dal verde scuro al rosso – con delle lettere, in questo caso dalla A+ alla G, per comunicare ai consumatori l’impatto ambientale – “Eco Impact” – di un prodotto.

Ma come funziona questa etichetta? Il sistema si basa su un metodo sviluppato da Mondra e derivato da uno studio di due ricercatori dell’Università di Oxford per la valutazione del ciclo di vita (Life Cycle Assessment o Lca). Il sistema considera la produzione, la lavorazione, il confezionamento e il trasporto di un alimento. L’impatto ambientale che ne deriva viene ponderato del 49% per quanto riguarda l’emissione di carbonio e del 17% ciascuno per l’utilizzo dell’acqua, l’inquinamento idrico e la perdita di biodiversità. Questo metodo sarà utilizzato per generare le etichette ambientali durante il test pilota del prossimo autunno. Allo stesso tempo, però, verrà sviluppato, con il supporto economico di Nestlé, un sistema per combinarlo con quello sviluppato dall’Università belga di Leuven e dall’istituto di ricerca spagnolo AZTI grazie a un finanziamento europeo di EIT Food.

Sulla base delle informazioni rese note dai promotori dell’iniziativa, tuttavia il sistema di calcolo sembra essere un po’ meno trasparente rispetto a quello dell’Eco-Score, i cui ideatori hanno pubblicato tutti gli algoritmi utilizzati per calcolare il contributo di ciascun indicatore e correttore considerato insieme alla valutazione del ciclo di vita, basato a sua volta sui dati del programma pubblico Agribalyse dell’Ademe. Ma dato che il sistema è ancora in divenire e che il metodo usato nel test pilota forse non sarà quello definitivo, si può concedere ai promotori del logo il beneficio del dubbio. Per ora.

fonte: www.ilfattoalimentare.it


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La petizione di Greenpeace: Coca-Cola, Nestlé, e le altre riducano drasticamente l’uso di bottiglie di plastica



“Nell’ultimo anno e mezzo tutti noi, persone e governi, siamo stati impegnati a fronteggiare la pandemia. Le grandi multinazionali hanno approfittato di questo momento in cui l’attenzione sui temi ambientali si è abbassata, e hanno continuato a fare affari per produrre miliardi di tonnellate di plastica monouso”. Così Greenpeace Italia spiega l’appello lanciato per firmare la petizione rivolta alle multinazionali che inquinano “Siamo tornati a sfidare le multinazionali come Coca-Cola, Nestlé, PepsiCo, San Benedetto e Sant’Anna: a loro chiediamo di ridurre drasticamente l’uso di bottiglie di plastica, il prodotto in plastica più conosciuto, e non a caso uno dei rifiuti più presenti nei mari e nelle nostre spiagge”.

Numeri impressionanti

Non basta la Direttiva Europea contro la plastica monouso che mira all’eliminazione di cannucce, posate e pochi altri prodotti usa e getta. In Italia consumiamo più di 11 miliardi di bottiglie di plastica all’anno per l’acqua minerale e le bevande. Il nostro Paese è il terzo nel mondo -dopo Messico e Thailandia- e primo in Europa per il consumo di acqua minerale in bottiglie di plastica. Negli ultimi dieci anni, le vendite totali delle sole acque minerali imbottigliate in plastica sono passate dai circa 5 a circa 10 miliardi di bottiglie l’anno. Le percentuali di riciclo, secondo Greenpeace, si fermano a meno del 50% del totale. “Il resto finisce in inceneritori, discariche o disperso nell’ambiente e in mare. Non possiamo più permettercelo, il problema va risolto alla radice”.

Il legame col petrolio

L’associazione spiega: “La produzione mastodontica di bottiglie non è un problema solo per la salute dei nostri mari, ma anche per il clima. Più plastica infatti significa più petrolio e gas fossile. Per capire questo legame basta pensare che le principali compagnie responsabili dei cambiamenti climatici, tra cui ExxonMobil, Shell, Eni, Ineos e Chevron Phillips, sono anche responsabili della produzione di plastica.”
Perché le bottiglie in plastica riciclata non sono la soluzione

Ma quali sono le alternative che Coca-cola e simili dovrebbero mettere in campo? Lo spiega al Salvagente Giuseppe Ungherese, responsabile inquinamento Greenpeace Italia: “Per noi la risposta è incentivare il riutilizzo, anche con la spina al supermercato, e quando possibile col vuoto a rendere”. Per Ungherese, le politiche di alcuni produttori, che puntano a aumentare la percentuale di plastica riciclata nelle loro bottiglie, non bastano: “Al di là di tutto, si tende ad affrontare il problema passando da un materiale all’altro, ma in realtà non esiste un materiale sostenibile al 100%. Un materiale è tanto più sostenibile quante più volte lo utilizzi. Anche una bottiglia di plastica riutilizzabile va bene. Il processo di riciclo non è un processo con una resa del 100%. Hai una perdita di materiale nelle fasi di lavorazione. Secondo alcune stime siamo attorno al 20-30%. E in più, anche con una bottiglia riciclata vai a incentivare sempre la logica del monouso su cui non hai nessuna certezza dell’intercettazione ai fini del riciclo. E ricordiamo che una bottiglia riciclata che finisce in mare fa lo stesso male all’ambiente di una non riciclata”.

Per chi volesse firmare la petizione di Greenpeace, basta cliccare qui.

fonte: ilsalvagente.it


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Riciclo di capsule caffè in FVG

Progetto pilota finanziato da Illycaffè e Nestlè Italiana per la raccolta, selezione e riciclo delle capsule esauste in materiale plastico.



Regione Friuli Venezia Giulia ha siglato un protocollo d'intesa con Illycaffè, Nestlè Italiana e le tre aziende che gestiscono il ciclo dei rifiuti in regione (Net, A&T2000 e AcegasApsAmga) per sperimentare in un impianto pilota il riciclo delle capsule esauste di caffè in materiale plastico.
A partire dal mese di luglio, le capsule verranno raccolte in modo differenziato per poi essere trattate in un impianto sperimentale dove saranno prima svuotate (il caffè sarà destinato alla frazione organica) e quindi suddivise nei materiali costituenti - plastica, alluminio e carta - da avviare a riciclo meccanico.

Nell'ambito dell'intesa, Illycaffè e Nestlè Italiana sosterranno i costi del progetto, compresi quelli della progettazione, realizzazione e gestione dell'impianto sperimentale di separazione delle capsule e quelli connessi alla gestione dei rifiuti, mentre i tre gestori metteranno a disposizione know-how e impianti dislocati sul territorio (principalmente a Campoformido, Pasian di Prato, Trieste e Udine), oltre ad occuparsi della raccolta differenziata.

"Siamo i primi in Italia a portare avanti un progetto di economia circolare in questo campo, coinvolgendo due grandi aziende e i gestori dei rifiuti per il riutilizzo delle capsule di caffè esauste - ha dichiarato l'assessore regionale alla Difesa dell'ambiente e energia, Fabio Scoccimarro -. Ci sono tutti i presupposti affinché da progetto pilota diventi esempio in tutta Italia. Per questo mi impegno fin d'ora a portare i risultati di questa sperimentazione all'attenzione della Conferenza Stato-Regioni come buona pratica da consolidare a livello nazionale".

fonte: www.polimerica.it


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Il buongiorno non si vede dal mattino? Colpa del glifosato nel caffè
















Nestlè è finita sotto accusa a causa della presenza di glifosato nei suoi caffè. Nonostante gli allarmi della comunità scientifica mondiale circa la pericolosità dell’erbicida, il governo brasiliano continua a promuovere l’utilizzo del glifosato in agricoltura.
Recentemente ha destato grande scalpore e preoccupazione un articolo di Bloomberg che mette sotto accusa un grande colosso dell’industria alimentareAl centro dell’inchiesta questa volta è il caffè, o meglio il glifosato che sarebbe stato rinvenuto dentro ad alcuni prodotti del gruppo Nestlè. Secondo Bloomberg, i prodotti a marchio Nescafè e Nespresso sugli scaffali dei negozi di tutto il mondo conterrebbero quantità di glifosato superiori a quanto concesso dalle normative.
Il glifosato è l’erbicida più diffuso al mondo e da tempo gli effetti collaterali provocati dal principio attivo sono ben noti, tuttavia aziende come Monsanto, Syngenta e Bayer continuano a produrne 800mila tonnellate l’anno, respingendo le accuse e promuovendone l’utilizzo. Per decenni il glifosato è stato utilizzato in agricoltura su scala mondiale, conseguentemente tracce dell’erbicida sono state rilevate praticamente in qualunque tipo di prodotto agroalimentare. Considerata la vasta scala di utilizzo, logicamente i danni non potevano finire qui: test effettuati hanno dimostrato la presenza di glifosato anche nella carne degli animali e negli uomini.
Gli studi condotti dalla comunità scientifica non hanno potuto che confermare la tesi della pericolosità del glifosato riscontrando che ad una sola settimana di somministrazione corrispondevano aumenti dei livelli di obesità, alterazioni nell'apparato riproduttivo femminile, del funzionamento della prostata, dei reni e pubertà precoce. Non solo, questi test hanno inoltre dimostrato che l’assunzione del principio attivo può provocare una predisposizione a pluripatologie e delle mutazioni che sarebbero causa dello sviluppo di tumori nelle 2/3 generazioni successive. In seguito alla recente polemica che ha travolto i prodotti Nescafè e Nespresso, l’azienda madre Nestlè ha dichiarato: “Monitoriamo attivamente i residui chimici, incluso il glifosato, nel caffè verde che acquistiamo. Questo programma di monitoraggio ha dimostrato che in alcune forniture i livelli di residui chimici sono vicini ai limiti definiti dalle normative. Stiamo rafforzando i nostri controlli in collaborazione con i fornitori per garantire che il nostro caffè continui a soddisfare le normative in tutto il mondo”.


Le reazioni del mondo al problema del glifosato sono purtroppo eterogenee e lasciano molti spunti sui quali riflettere. Da una parte troviamo paesi come l’Austria dove l’utilizzo del glifosato è severamente vietato, oppure altri Stati Europei, la Malesia e l’Australia dove esistono delle soglie limite di impiego molto restrittive. Sull'altro piatto della bilancia però si posizionano paesi come il Brasile - non a caso il luogo d’origine dei chicchi di caffè dai quali si ricavano i due prodotti sotto accusa – che, incuranti degli allarmi lanciati dalla comunità scientifica, non solo non accennano a fare alcun passo verso la limitazione del glifosato, ma ne incentivano l’utilizzo. Il governo brasiliano ha introdotto per giunta la possibilità di utilizzare in agricoltura anche una serie di altri prodotti chimici dalla comprovata tossicità.
Ovviamente la politica interna di Nestlè viaggia sulla stessa lunghezza d’onda del governo del paese sudamericano. L’azienda, infatti, alle sue dichiarazioni ha aggiunto: “I nostri agronomi continueranno a lavorare con i coltivatori di caffè per aiutarli a migliorare le loro pratiche di gestione delle infestanti, compreso l’uso appropriato degli erbicidi e l’adozione di altri metodi di diserbo”. Nessun passo indietro quindi, né tanto meno nessun cambio di rotta annunciato: ora l’ultima parola sta ai consumatori.

fonte: https://www.nonsoloambiente.it/

ArticoloRoma, 24 ottobre 2019 Plastica monouso, se ad inquinare gli oceani è una manciata di multinazionali

Coca-Cola, PepsiCo e Nestlé sono responsabili da soli della maggior parte della plastica ritrovata negli oceani. Greenpeace avverte: riciclaggio, carta e bioplastiche non sono la soluzione.






















Le centinaia di migliaia di pezzi di plastica monouso che inquinano il pianeta provengono da una manciata di multinazionali. Questo il “verdetto” emesso lo scorso mercoledì da Break Free from Plastics, gruppo di pressione ambientalista di cui fanno parte più di 1800 organizzazioni, tra cui Greenpeace. Durante la seconda “Giornata mondiale della pulizia”, coordinata lo scorso settembre in 51 paesi del mondo, i volontari della coalizione hanno raccolto quasi mezzo milione di rifiuti in plastica provenienti da circa una decina di multinazionali. 

Per il secondo anno consecutivo, evidenzia il rapporto, Coca-Cola è risultata la peggiore con 11.732 pezzi di plastica monouso raccolti in 37 paesi di quattro continenti. Al secondo e terzo posto si collocano invece PepsiCo e Nestle, seguiti, tra i primi 10, da Mondelez International, Unilever, Mars, P&G, Colgate-Palmolive, Philip Morris e Perfetti Van Mille.
Sebbene Cina, Indonesia, Filippine, Vietnam e Sri Lanka continuino a scaricare la maggior parte della plastica negli oceani, i veri responsabili dell’inquinamento da plastica monouso in Asia  – sottolinea il gruppo ambientalista – sono in realtà società multinazionali con sede in Europa e negli Stati Uniti.
Molti di questi produttori – si legge nel rapporto –  pur promettendo di impegnarsi per rendere i propri prodotti più sostenibili, continuano ad adottare un modello commerciale obsoleto e responsabile  della situazione in cui ci troviamo oggi. Promuovere la pratica del riciclaggio è solo un modo per scaricare le proprie responsabilità verso i consumatori”.

Il rapporto afferma che le aziende dovrebbero allontanarsi dalla promozione di “false soluzioni” – come il riciclaggio e le cosiddette “bioplastiche” – e passare invece ad una nuova economia slegata dalla pratica dell’usa e getta. “Questo lavoro conferma ancora una volta che le multinazionali devono fare molto di più per affrontare la crisi dell’inquinamento da plastica che hanno creato. La loro dipendenza dagli imballaggi in plastica monouso si traduce nell’immissione di quantità crescenti di plastica nell’ambiente, i cui impatti sono già oggi devastanti. Il riciclo da solo non è la soluzione, bisogna ridurre urgentemente la produzione di plastica usa e getta”, ha dichiarato Von Hernandez, coordinatore globale della coalizione Break Free From Plastic. 
Le aziende sopra nominate hanno assunto impegni pubblici per ridurre i rifiuti di plastica monouso e aumentare il riciclaggio: Coca-Cola e PepsiCo e Nestlè, in particolare,  si sono impegnate a rendere i loro imballaggi riciclabili, riutilizzabili o compostabili entro il 2025. Ma non basta: “i recenti impegni di multinazionali come Coca-Cola, Nestlé e PepsiCo promuovono come sostenibili alternative come la carta o le bioplastiche che rischiano di generare ulteriori impatti su risorse naturali già eccessivamente sfruttate, come le foreste e i terreni agricoli. Per risolvere il problema dell’inquinamento da plastica – ha detto Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace – le grandi aziende devono ridurre drasticamente la produzione di usa e getta, investendo in sistemi di consegna dei prodotti basati sul riuso e sulla ricarica e che non prevedano il ricorso a packaging monouso”.

fonte: www.rinnovabili.it

La Plastica di Coca-Cola, Pepsi e Nestlè inquina il pianeta
















Appartengono a Coca-Cola, Pepsi e Nestlé la maggior parte dei contenitori e imballaggi usa e getta identificati nel corso di 239 attività di pulizia e catalogazione dei rifiuti – brand audit – condotti in 42 Paesi e sei continenti da Break Free From Plastic, la coalizione internazionale di cui fanno parte più di mille organizzazioni, tra cui Greenpeace.
Dalla catalogazione di oltre 187 mila rifiuti in plastica, sono stati identificati migliaia di marchi i cui imballaggi sono principalmente monouso. In particolare, gli imballaggi in plastica usa e getta appartenenti a Coca-Cola sono risultati i più comuni su scala globale e sono stati identificati in 40 dei 42 Paesi in cui le attività di brand audit sono state svolte.
«I brand audit offrono una prova innegabile del massiccio contributo delle grandi multinazionali alla grave crisi globale dell’inquinamento da plastica», afferma Von Hernandez, coordinatore globale della coalizione Break Free From Plastic. «Continuando ad inondare il mercato con enormi quantità di imballaggi in plastica usa e getta, queste aziende sono responsabili dello stato di contaminazione del Pianeta. È il momento che le grandi multinazionali si assumano le proprie responsabilità e la smettano di colpevolizzare i cittadini per l’utilizzo dei loro prodotti inquinanti e, il più delle volte, inutili e superflui».
L’applicazione del protocollo del Brand Audit, oltre a prevedere la raccolta di tutti i rifiuti, permette la catalogazione dei rifiuti in plastica e la loro suddivisione per tipologia di plastica (polimero) e, laddove possibile, l’identificazione del marchio di appartenenza. Nel complesso, il polistirolo, che non è riciclabile nella maggior parte delle nazioni, è risultato il tipo più comune di plastica, seguito da vicino dal PET (Polietilene Tereftalato), una tipologia di plastica utilizzata su scala globale per produrre bottiglie, contenitori e altri imballaggi usa e getta.
Gli audit, condotti dalla coalizione Break Free From Plastic, hanno rilevato che Coca-Cola, PepsiCo, Nestlé, Danone, Mondelez International, Procter & Gamble, Unilever, Perfetti van Melle, Mars Incorporated e Colgate-Palmolive sono stati, nell’ordine, i marchi individuati con maggior frequenza. In Italia Greenpeace ha condotto 11 attività di pulizia e catalogazione dei rifiuti in plastica in undici spiagge, tra cui Bari, Napoli, Genova, Trieste, Palermo, Pisa e Chioggia. Di tutti i rifiuti in plastica di cui è stato possibile identificare i marchi di appartenenza, gli imballaggi e contenitori più comuni sono riconducibili a Coca Cola, San Benedetto, Ferrero e Nestlé.
«I nostri mari pagano il prezzo della dipendenza delle multinazionali del cibo e delle bevande dalla plastica usa e getta», dichiara Chiara Campione, responsabile della Corporate Unit di Greenpeace Italia. «Grazie ai risultati dei brand audit, possiamo finalmente indirizzare le responsabilità nella giusta direzione, e chiedere alle grandi aziende di non utilizzare la plastica monouso per confezionare i propri prodotti», conclude.
Nei mesi scorsi Greenpeace ha lanciato una petizione (no-plastica.greenpeace.it), sottoscritta da quasi due milioni di persone in tutto il mondo, con cui chiede ai grandi marchi come Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Ferrero, Unilever, San Benedetto, Procter & Gamble e McDonald’s di assumersi le proprie responsabilità, partendo dalla riduzione di contenitori e imballaggi in plastica monouso immessi sul mercato.
fonte: http://www.beppegrillo.it

Nestlé, 100% del packaging riciclabile o riutilizzabile entro il 2025. Ma per Greenpeace è un’operazione di greenwashing



















Dopo McDonald’s e Coca-Cola, anche Nestlé si impegna nella lotta alla plastica e annuncia che entro il 2025 tutto il suo packaging sarà riciclabile o riutilizzabile. L’obiettivo è che “nessuna delle confezioni prodotte, comprese quelle in plastica, finisca nelle discariche o nella raccolta indifferenziata”. L’azione si concentrerà su tre aree: eliminare le plastiche non riciclabili; incoraggiare l’uso di materie plastiche che consentano migliori tassi di riciclo; eliminare o modificare il packaging in poliaccoppiato, che rende il riciclo più complesso da parte dei consumatori.
In particolare, Nestlé si impegna a sviluppare modelli efficienti per la raccolta, lo smistamento e il riciclo nei Paesi in cui opera; ricercare diverse soluzioni di imballaggio per ridurre l’uso di plastica, facilitare il riciclo e sviluppare nuovi approcci per eliminare i rifiuti di plastica; inserire sulle confezioni in plastica dei prodotti tutte le informazioni per i consumatori sul corretto riciclo; promuovere un mercato per le materie plastiche riciclate, continuando ad aumentare la percentuale di materiale riciclato nel suo packaging.
L’annuncio non ha del tutto convinto Greenpeace, che vede elementi di greenwashing, di semplice ripulitura della propria immagine, perché il piano “non va verso una riduzione significativa della plastica monouso, rischiando di stabilire uno standard incredibilmente basso per l’intero settore”. In una dichiarazione a EcoWatch, il responsabile della campagna Oceani dell’associazione ecologista, afferma che l’annuncio di Nestlé “è pieno di obiettivi ambigui o inesistenti e, anziché attribuire a se stessa la responsabilità di ripulire il proprio inquinamento da plastica, la scarica sui consumatori”.
fonte: www.ilfattoalimentare.it

Nestlé annuncia l’uso di imballaggi riciclabili entro 2025



















La Nestlé userà imballaggi riciclabili o riutilizzabili per i suoi prodotti entro il 2025. Un annuncio ambizioso che punta a eliminare dal packaging le plastiche non riciclabili. I rifiuti di plastica sono “uno dei maggiori problemi di sostenibilità che il mondo affronta oggi – ha dichiarato il Ceo di Nestlé, Mark Schneider – Affrontarlo richiede un approccio collettivo. Siamo impegnati a trovare soluzioni per ridurre, riutilizzare e riciclare. La nostra ambizione è arrivare entro il 2025 ad un packaging riciclabile o riutilizzabile al 100%”.

L’annuncio della multinazionale svizzera è stato fortemente criticato dall’associazione ambientalista Greenpeace che lo ha bollato come un’iniziativa di sola facciata – indicata come “greenwashing” – “Le dichiarazioni odierne di Nestlé sugli imballaggi in plastica includono alcuni elementi di greenwashing, con cui l’azienda svizzera non affronta concretamente la crisi globale dell’inquinamento da plastica che essa stessa ha contribuito a generare – ha dichiarato Graham Forbes, responsabile della campagna oceani di Greenpeace -. Il piano di Nestlé non va verso la riduzione della plastica monouso, rischiando di stabilire uno standard di basso livello per l’intero settore. Una società delle dimensioni di Nestlé dovrebbe ridurre – e gradualmente eliminare – l’impiego di plastica usa e getta, consapevole del fatto che il riciclo della plastica non basta a proteggere i mari del Pianeta”.

La petizione di Greenpeace per eliminare gli imballaggi di plastica – Proprio poco tempo fa Greenpeace aveva lanciato una petizione con la quale chiedeva alle multinazionali di eliminare l’uso del packaging inquinante:

“Le grandi aziende devono smettere di vendere prodotti, confezioni e imballaggi in plastica monouso… prima che la Terra diventi un Pianeta di Plastica! Unisciti a noi e chiedi a grandi aziende come Coca-Cola, Pepsi, Nestlé, Unilever, Starbucks, Procter & Gamble e McDonald’s di prendere le distanze dalla plastica usa-e-getta”, citava la petizione. “Per anni ci è stato detto che riciclare è la soluzione – prosegue il documento -. La verità è che oltre il 90% della plastica non è mai stata riciclata! Produciamo sempre più plastica e il riciclo da solo non basta. Riciclare è un gesto importante, ma la responsabilità di questo disastro non può essere scaricata sui cittadini: se il mare è pieno di plastica la colpa è soprattutto di chi per profitto continua a produrla, venderla e utilizzarla, anche se non necessaria”.

fonte: www.rinnovabili.it