Dal combustibile per il riscaldamento al pet food: i casi di aziende virtuose che danno concretezza alla sostenibilità
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Il tabù della decrescita
L’obiettivo di aumentare il Pil è incompatibile con la lotta ai cambiamenti climatici. Lo ha detto Giorgio Parisi, ma non ha avuto
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Cambiamento climatico: ecco quanto spendono le compagnie petrolifere per negarlo
Ogni anno le multinazionali petrolifere spendono sempre di più per creare una cultura di massa fondata sulla convinzione che abbiamo bisogno dei ...
Il mondo che non vogliamo più
Il problema non sono più i “negazionisti” ma i numerosi camuffamenti del greenwashing, gli ambientalisti dei consigli di amministrazione, gli idolatori delle soluzioni tecnocratiche della geo e bio ingegneria. “Questo mondo dominato da relazioni umane gerarchiche, discriminatorie, patriarcali, razziste, speciste – scrive Paolo Cacciari – non lo vogliamo più, nemmeno se fossero ancora a nostra disposizione tutte le risorse naturali del pianeta”
Due fisici – il primo senior professor presso la facoltà di ingegneria del Politecnico di Torino, il secondo ha insegnato Fisica Tecnica Ambientale al Politecnico di Milano – si rivolgono, uno, ai decisori politici (Angelo Tartaglia, Clima, lettera di un fisico alla politica, Edizioni Gruppo Abele, 2021), l’altro agli insegnati (Federico M. Butera, Affrontare la complessità. Per governare la transizione ecologica, Edizioni Ambiente, 2021), ma potrebbero invertirsi i compiti e gli argomenti non cambierebbero di molto. Come dire: il problema va affrontato sia dal basso che dall’alto, alla base della formazione culturale e scientifica delle persone, come ai vertici del potere. La sfida sarà vinta, probabilmente, quando avremo un ecologo al ministero dell’ecologia e l’ecologia in cattedra nelle scuole. Il tema è il rapporto tra attività antropiche e mondo fisico, a partire dai cambiamenti climatici, ma non solo.
Il lavoro di Tartaglia è un agile, ironico e tagliente pamphlet, quello di Butera è un ponderoso compendio di storia della natura pensato per gli educatori che devono introdurre l’insegnamento obbligatorio dell’educazione ambientale fin dalla scuola primaria, voluto dall’ex ministro Lorenzo Fioramonti (pdf).

Tralasciamo qui le parti analitiche dei due volumi, utilissime, ma oramai note ai più. Il problema non sono più i “negazionisti” – che si sono sciolti con il surriscaldamento climatico -, ma i numerosi camuffamenti del greenwashing, gli ambientalisti dei consigli di amministrazione, i teorici della Green Growth, gli idolatori delle soluzioni tecnocratiche della geo e bio ingegneria. Più deperisce il mondo vitale, più cresce una vera e propria religione fondata su due assiomi: la tecnoscienza troverà sempre, stupefacendoci, le soluzioni più idonee a tutti i nostri problemi; la “mano invisibile” del libero mercato economico (con “pilota automatico”, prima evocato poi materializzatosi in Italia con Draghi) canalizzerà il denaro necessario a finanziare le innovazioni necessarie. Il cerchio denaro-tecnologia si chiude così in modo tautologico e autoreferenziale.
I nostri autori si sforzano a dimostrare la fallacia e la pericolosità di tale visione magica della scienza e del mercato. Butera richiama la necessità di figurare la giusta rappresentazione dell’economia nel mondo fisico. La biosfera come “sovra-sistema” con “limiti planetari” (stock e servizi ecosistemici) difficili da forzare dalla potenza trasformativa dell’homo sapiens industrializzato senza provocare dannosi “effetti collaterali”, senza alterare i processi biogeochimici, senza perturbare le concatenazioni (interconnessioni) che regolano il funzionamento del sistema Terra. Stiamo compromettendo cicli vitali complessi e complicatissimi, come quello del fosforo e dell’azoto, da cui dipende la fertilità dei suoli e quindi, in ultima analisi, l’assorbimento dell’anidride carbonica e la stessa fotosintesi clorofilliana. Stiamo ignorando leggi del mondo reale, della fisica e della termodinamica.

Sia Butera che Tartaglia concordano sul dover “fermare il treno del progresso”, cambiare il modello economico e culturale che ha un nome – scrive Butera –: “É il capitalismo nella forma estrema del neoliberismo” (p.290). Per lui l’idea del “Green New Deal” può essere un primo passo per avviare una transizione che “includa il bilancio ecologico nel bilancio economico” delle aziende, degli stati, delle famiglie. L’obiettivo deve essere “la diminuzione drastica della quantità di prodotti che vengono immessi nel mercato nei paesi sviluppati e una crescita contenuta e selettiva di essi nei paesi in via di sviluppo, in un contesto culturale ed economico in cui prevalga il concetto di sobrietà” (p. 283). Dovremmo: “ridurre la produzione di nuovi beni, progettandoli e realizzandoli in modo che siano durevoli, riparabili e riusabili” (p.271).
Butera comunque non ama il concetto di “decrescita”, che lo ritiene una “infelice locuzione” e lascia aperta la possibilità di un “disaccoppiamento” tra la crescita dei profitti aziendali e la cura della Terra. La frase topica è questa: “(una impresa) può guadagnare tanto sia con la qualità che con la quantità” (p.270). Tartaglia è più radicale: la “crescita [perpetua, illimitata, universale] sostenibile” è mera metafisica, un mito e un inganno. Non può esserci aumento del Pil che non trascini con sé maggiori flussi di energia e di materia, di “tonnellate e di chilowattora”. Almeno di non pensare di poter “mettere un prezzo a “sorrisi e atti di benevolenza reciproca” (p.58) e di volerli riservare solo a chi è solvibile sul mercato. Così come è impossibile ipotizzare una circolarità compiuta delle materie impegnate nei cicli produttivi, distributivi e di consumo: “Per crescere, cioè se l’ampiezza del ciclo deve aumentare, bisogna attingere a risorse primarie che si trovano fuori del ciclo” (p.61). Nessun nuovo Piano Marshall, nessuna espansione basata sull’indebitamento, sull’appropriazione dei saperi e sulla competizione tra aree di influenza economiche potrà mai portarci fuori dalla crisi ecologica in atto.
Da scienziati della più “dura” delle discipline – la fisica – i nostri due autori si lamentano di un paradosso irrisolto. Come è possibile conoscere l’insostenibilità e l’irragionevolezza del sistema socioeconomico in cui viviamo sia attraverso l’esperienza (fa più caldo, le specie animali si estinguono, le pandemie avanzano, le migrazioni di profughi ambientali si avvicinano …), sia in termini scientifici, ma non riuscire a cambiare rotta? Evidentemente la ragione e la razionalità non bastano a battere “ignoranza ed egoismo”, “diffidenza e paura” (sempre Tartaglia). Il pessimismo rischia di avere il sopravvento se non interviene la dimensione etica e spirituale che ci deve far dire che questo mondo dominato da relazioni umane gerarchiche, discriminatorie, patriarcali, razziste, speciste … non lo vogliamo più, nemmeno se fossero ancora a nostra disposizione tutte le risorse naturali del pianeta. Dimensione ecologica, dimensione sociale e dimensione spirituale-culturale – che idea abbiamo noi del senso della nostra vita – non possono essere disgiunte nel pensare e creare un’alternativa.
fonte: comune-info.net/
Due fisici – il primo senior professor presso la facoltà di ingegneria del Politecnico di Torino, il secondo ha insegnato Fisica Tecnica Ambientale al Politecnico di Milano – si rivolgono, uno, ai decisori politici (Angelo Tartaglia, Clima, lettera di un fisico alla politica, Edizioni Gruppo Abele, 2021), l’altro agli insegnati (Federico M. Butera, Affrontare la complessità. Per governare la transizione ecologica, Edizioni Ambiente, 2021), ma potrebbero invertirsi i compiti e gli argomenti non cambierebbero di molto. Come dire: il problema va affrontato sia dal basso che dall’alto, alla base della formazione culturale e scientifica delle persone, come ai vertici del potere. La sfida sarà vinta, probabilmente, quando avremo un ecologo al ministero dell’ecologia e l’ecologia in cattedra nelle scuole. Il tema è il rapporto tra attività antropiche e mondo fisico, a partire dai cambiamenti climatici, ma non solo.
Il lavoro di Tartaglia è un agile, ironico e tagliente pamphlet, quello di Butera è un ponderoso compendio di storia della natura pensato per gli educatori che devono introdurre l’insegnamento obbligatorio dell’educazione ambientale fin dalla scuola primaria, voluto dall’ex ministro Lorenzo Fioramonti (pdf).

Tralasciamo qui le parti analitiche dei due volumi, utilissime, ma oramai note ai più. Il problema non sono più i “negazionisti” – che si sono sciolti con il surriscaldamento climatico -, ma i numerosi camuffamenti del greenwashing, gli ambientalisti dei consigli di amministrazione, i teorici della Green Growth, gli idolatori delle soluzioni tecnocratiche della geo e bio ingegneria. Più deperisce il mondo vitale, più cresce una vera e propria religione fondata su due assiomi: la tecnoscienza troverà sempre, stupefacendoci, le soluzioni più idonee a tutti i nostri problemi; la “mano invisibile” del libero mercato economico (con “pilota automatico”, prima evocato poi materializzatosi in Italia con Draghi) canalizzerà il denaro necessario a finanziare le innovazioni necessarie. Il cerchio denaro-tecnologia si chiude così in modo tautologico e autoreferenziale.
I nostri autori si sforzano a dimostrare la fallacia e la pericolosità di tale visione magica della scienza e del mercato. Butera richiama la necessità di figurare la giusta rappresentazione dell’economia nel mondo fisico. La biosfera come “sovra-sistema” con “limiti planetari” (stock e servizi ecosistemici) difficili da forzare dalla potenza trasformativa dell’homo sapiens industrializzato senza provocare dannosi “effetti collaterali”, senza alterare i processi biogeochimici, senza perturbare le concatenazioni (interconnessioni) che regolano il funzionamento del sistema Terra. Stiamo compromettendo cicli vitali complessi e complicatissimi, come quello del fosforo e dell’azoto, da cui dipende la fertilità dei suoli e quindi, in ultima analisi, l’assorbimento dell’anidride carbonica e la stessa fotosintesi clorofilliana. Stiamo ignorando leggi del mondo reale, della fisica e della termodinamica.

Sia Butera che Tartaglia concordano sul dover “fermare il treno del progresso”, cambiare il modello economico e culturale che ha un nome – scrive Butera –: “É il capitalismo nella forma estrema del neoliberismo” (p.290). Per lui l’idea del “Green New Deal” può essere un primo passo per avviare una transizione che “includa il bilancio ecologico nel bilancio economico” delle aziende, degli stati, delle famiglie. L’obiettivo deve essere “la diminuzione drastica della quantità di prodotti che vengono immessi nel mercato nei paesi sviluppati e una crescita contenuta e selettiva di essi nei paesi in via di sviluppo, in un contesto culturale ed economico in cui prevalga il concetto di sobrietà” (p. 283). Dovremmo: “ridurre la produzione di nuovi beni, progettandoli e realizzandoli in modo che siano durevoli, riparabili e riusabili” (p.271).
Butera comunque non ama il concetto di “decrescita”, che lo ritiene una “infelice locuzione” e lascia aperta la possibilità di un “disaccoppiamento” tra la crescita dei profitti aziendali e la cura della Terra. La frase topica è questa: “(una impresa) può guadagnare tanto sia con la qualità che con la quantità” (p.270). Tartaglia è più radicale: la “crescita [perpetua, illimitata, universale] sostenibile” è mera metafisica, un mito e un inganno. Non può esserci aumento del Pil che non trascini con sé maggiori flussi di energia e di materia, di “tonnellate e di chilowattora”. Almeno di non pensare di poter “mettere un prezzo a “sorrisi e atti di benevolenza reciproca” (p.58) e di volerli riservare solo a chi è solvibile sul mercato. Così come è impossibile ipotizzare una circolarità compiuta delle materie impegnate nei cicli produttivi, distributivi e di consumo: “Per crescere, cioè se l’ampiezza del ciclo deve aumentare, bisogna attingere a risorse primarie che si trovano fuori del ciclo” (p.61). Nessun nuovo Piano Marshall, nessuna espansione basata sull’indebitamento, sull’appropriazione dei saperi e sulla competizione tra aree di influenza economiche potrà mai portarci fuori dalla crisi ecologica in atto.
Da scienziati della più “dura” delle discipline – la fisica – i nostri due autori si lamentano di un paradosso irrisolto. Come è possibile conoscere l’insostenibilità e l’irragionevolezza del sistema socioeconomico in cui viviamo sia attraverso l’esperienza (fa più caldo, le specie animali si estinguono, le pandemie avanzano, le migrazioni di profughi ambientali si avvicinano …), sia in termini scientifici, ma non riuscire a cambiare rotta? Evidentemente la ragione e la razionalità non bastano a battere “ignoranza ed egoismo”, “diffidenza e paura” (sempre Tartaglia). Il pessimismo rischia di avere il sopravvento se non interviene la dimensione etica e spirituale che ci deve far dire che questo mondo dominato da relazioni umane gerarchiche, discriminatorie, patriarcali, razziste, speciste … non lo vogliamo più, nemmeno se fossero ancora a nostra disposizione tutte le risorse naturali del pianeta. Dimensione ecologica, dimensione sociale e dimensione spirituale-culturale – che idea abbiamo noi del senso della nostra vita – non possono essere disgiunte nel pensare e creare un’alternativa.
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50 sfumature di greenwashing
Dal colosso del nucleare Westinghouse, già negli anni Sessanta, ai fuoriclasse di Chevron, negli anni Ottanta, arrivando fino a DuPont, solo per fare qualche nome. Quella del greenwashing è una storia odiosa e ricca che continua a rinnovarsi. In Italia, grazie a Teachers for Future si è tornati negli ultimi mesi a parlare delle bugie delle grandi aziende. Nell’anno in cui l’educazione ambientale entra nelle scuole, l’Associazione nazionale dei presidi ha spalancato le porte a Eni: “Non possiamo che prendere le distanze da questa iniziativa – ha scritto Tff – che coinvolge una delle grandi aziende mondiali che causano cambiamento climatico e contaminazione del Pianeta attraverso l’estrazione senza limiti dei combustibili fossili, che è già stata riconosciuta responsabile di immani disastri ambientali, corruzione, sfruttamento dei Paesi poveri e che tenta di dipingere di verde la sua anima nera attraverso costante e pressante attività di greenwashing…”

Da dove nasce la parola Greenwashing
Il termine «greenwashing» è la sincrasi tra «green» e «washing»: una lavata di verde, per nascondere con il marketing attività tutt’altro che sostenibili. Ma quando e come nasce la parola «greenwashing»? Quando, nel 1983, Jay Westerveld – ci ricorda il Guardian – ebbe per la prima volta l’idea del termine greenwashing, non stava pensando all’energia nucleare, ma agli asciugamani. Studente universitario in un viaggio di ricerca a Samoa, si fermò alle Fiji per fare surf. Trovandosi nell’immenso resort Beachcomber, vide un biglietto che chiedeva ai clienti di ritirare i loro asciugamani. In sostanza diceva che gli oceani e le scogliere sono una risorsa importante, e che il riutilizzo degli asciugamani ridurrebbe i danni ecologici e finiva dicendo qualcosa del tipo: «Aiutateci ad aiutare il nostro ambiente». Westerveld in realtà non alloggiava nel resort, ma in una pensione modesta nelle vicinanze, e si era appena intrufolato per rubare degli asciugamani puliti. Rimase colpito dall’ironia della nota: mentre sosteneva di proteggere l’ecosistema dell’isola, infatti, il Beachcomber – che oggi si definisce «la destinazione più ricercata del Pacifico meridionale» – si stava espandendo.
Tre anni dopo, nel 1986, Westerveld stava scrivendo una tesina sul multiculturalismo quando si ricordò della nota. Un suo compagno di corso che lavorava per una rivista letteraria gli fece scrivere un saggio al riguardo e, dato che la rivista aveva una grande affluenza di lettori nella vicina New York City, non passò molto tempo prima che il termine prendesse piede nei media più ampi. Il saggio di Westerveld uscì un anno dopo il lancio della campagna «People Do», ma la Chevron non è stata l’unica azienda a cavalcare l’onda del greenwashing.
Questi possono sembrare casi isolati, tuttavia oggi, come afferma Michela Melis intervistata da Asia Moretti – Research Fellow presso GREEN (il Centre for Geography, Resources, Environment, Energy and Networks della Bocconi) – «le strategie di green marketing non sono più, come è capitato in passato, delle strategie di nicchia che si rivolgono a dei segmenti di mercato molto specifici e puntuali, ma stanno diventando sempre più pervasive, lo si vede soprattutto nei mercati dei beni di largo consumo».
Il caso DuPont
Nel 1989 – come raccontava nel 1991 il The Multinational Monitor– l’azienda chimica DuPont presentò le sue nuove petroliere a doppio scafo con una pubblicità che mostrava animali marini battere le pinne e le ali sulle note dell’Inno alla Gioia di Beethoven. Tuttavia, come ha sottolineato l’associazione non-profit Friends on Earth nel suo rapporto «Hold the Applause», la società è stata la più grande inquinatrice degli Stati Uniti. La decennale battaglia legale tra la multinazionale DuPonte l’avvocato Robert Bilott è descritta nell’articolo del New York Times Magazine «The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmar», pubblicato nel gennaio del 2016. La vicenda ha inizio nel 1998 quando l’avvocato valuta la condotta dell’azienda dopo la richiesta di un contadino sicuro che questa stesse contaminando i suoi terreni: dopo diverse ricerche, Bilott trova rimandi al PFOA, un composto chimico allora sconosciuto anche all’EPA.
Si stima che tra il 1951 e il 2003 la DuPont abbia riversato quasi 7100 tonnellate di PFOA-C8 nei corsi d’acqua limitrofi al suo stabilimento di Washington Works, fino a contaminare il vicino fiume Ohio. Grazie al report compilato da Bilott e inviato al Dipartimento di giustizia di Washington e all’EPA, nel 2005 l’ente ambientale multò la DuPont per 16,5 milioni di dollari – una cifra irrisoria rispetto al fatturato annuale dell’azienda – per aver insabbiato i rischi legati allo smaltimento del PFOA. Dopo la sentenza Bilott decide di non fermarsi e organizza una class action collettiva che coinvolgesse tutte le almeno 100mila persone entrate in contatto con l’acqua contaminata da PFOA.
Dopo 7 anni di ricerche nel dicembre del 2011 arrivano i risultati, i ricercatori parlano di «probabili legami» tra il PFOA e l’insorgere di cancro ai reni e ai testicoli, disfunzioni della tiroide, picchi del colesterolo e ulcere intestinali. Quando il nesso è evidente, la DuPont cerca di limitare i danni portando in tribunale uno alla volta gli oltre 3500 contenziosi intentati nei suoi confronti. Dopo la vittoria di Bilott nei primi tre contenziosi e i risarcimenti milionari imposti alla DuPont, nel 2017 l’azienda chimica ha deciso di accettare la class action guidata dall’avvocato e di accordarsi per una maxi multa da 671 milioni di dollari. Come si legge nel sito dell’AIRC, l’EPA «ha affermato che i dati oggi disponibili suggeriscono un possibile legame causale tra PFOA (e altri composti simili) e il cancro; l’American Conference of Governmental Industrial Hygienists (ACGIH) ha classificato il PFOA come cancerogeno confermato negli animali, con rilevanza ancora incerta per gli esseri umani». Nel 2016, la stessa AIRC «ha classificato il PFOA nel gruppo 2B, del quale fanno parte le sostanze possibilmente cancerogene per l’uomo».
Anche alla luce di questi accadimenti, dice Michela Melis, «il fenomeno del greenwashing è sotto la lente dell’attenzione anche dalle istituzioni ed è evidente che ci sia un interesse crescente a normare l’utilizzo di questi termini, perché l’abuso e l’uso scorretto da parte delle aziende si traduce da un lato nel danneggiamento dei competitor, e dall’altro in un’informazione misleading sul mercato».
Una sanzione per ENI
La pubblicità ENI Diesel+, che ha circolato tra il 2016 al 2019, può essere considerato il primo caso di greenwashing in Italia, sanzionato, il 15 gennaio 2020, con una multa da cinque milioni di euro. Sentenza arrivata dopo una denuncia da parte di Legambiente, dal Movimento Difesa del Cittadino e da Transport & Environment (T&E) ed erogata dall’Autorità Antitrust. Come si legge nel comunicato stampa pubblicato il 15 gennaio 2020 dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), ENI è stata sanzionata «per la diffusione di messaggi pubblicitari ingannevoli utilizzati nella campagna promozionale che ha riguardato il carburante Eni Diesel+, sia relativamente all’affermazione del positivo impatto ambientale connesso al suo utilizzo, che alle asserite caratteristiche di tale carburante in termini di risparmio dei consumi e di riduzioni delle emissioni gassose».
Il carburante in questione viene definito dalla multinazionale biodiesel o anche semplicemente green diesel perché promette più attenzione all’ambiente e una riduzione dei consumi e delle emissioni rispettivamente del 4% e del 40%. Secondo l’AGCM «nei messaggi si utilizzavano in maniera suggestiva le qualifiche “componente green” e “componente rinnovabile”, e altri claim di tutela dell’ambiente, quali “aiuta a proteggere l’ambiente. E usandolo lo fai anche tu, grazie a una significativa riduzione delle emissioni”, sebbene il prodotto sia un gasolio per autotrazione che per sua natura è altamente inquinante e non può essere considerato green». Questi green claim deriverebbero dalla presenza, nella sua versione di biodiesel, di una componente di HVO (Hydrotreated Vegetable Oil) che in questo caso provengono dall’olio di palma grezzo. Oltre a questo, ENI giustificherebbe l’aumento del prezzo di questo carburante del 10%, proprio perché sostenibile, bio e rinnovabile.
L’Italia è, al momento, il secondo produttore in Europa di biodiesel da olio di palma. Nel 2018 il 54% di questo olio è stato utilizzato proprio per produrre questo tipo di carburante, utilizzato soprattutto per camion e auto. La maggior parte dell’olio di palma sul mercato, deriva da piantagioni dell’Indonesia e della Malesia, due Paesi in cui il tasso di deforestazione è schizzato alle stelle negli ultimi dieci anni. È quindi da considerare come una delle principali cause della distruzione di foreste pluviali e della perdita di fauna selvatica. Nonostante le campagne e le petizioni di successo per ridurne l’utilizzo nei prodotti alimentari, continua ad aumentare l’utilizzo di olio di palma nei biodiesel. In un rapporto di Legambiente, intitolato «Enemy of the Planet», si legge che «gli studi internazionali hanno dimostrato che il 30% delle nuove coltivazioni di palma e l’8% di quelle di soia, utilizzati per la produzione di biocombustibile poi importato nel nostro Paese per le bioraffinerie di ENI, hanno comportato distruzione di foreste vergini, di brughiere e di praterie. Si stima che un litro di olio di palma determini emissioni indirette di CO2 pari al triplo dell’equivalente di petrolio e un litro di olio di soia il doppio».
La Commissione europea ha quindi deciso di modificare i criteri di sostenibilità dei biocarburanti di prima generazione con la Direttiva Rinnovabili che prevede un congelamento della produzione di biodiesel ai livelli del 2019, per il periodo 2021 – 2023, con l’obiettivo di abbandonare definitivamente l’utilizzo di olio di palma entro il 2030.
Generalizzando la vicenda di ENI, «se comunichi male ti esponi ad una serie di rischi – ricorda Michela Melis – il primo è quello sanzionatorio, che potrebbe anche tradursi in un esborso monetario non previsto che in alcuni casi non impatta troppo sul bilancio dell’impresa; il secondo si porta dietro un inevitabile danno d’immagine e reputazione che è molto più difficile da colmare. A questo bisogna aggiungere che oggi, i consumatori, sono molto più attenti e precisi nelle loro richieste alle aziende rispetto alle loro performance ambientali».
L’Italia è tra i primi paesi al mondo a rendere obbligatorio l’insegnamento annuale alcune ore di educazione allo sviluppo sostenibile. Risulta paradossale che l’Associazione nazionale dei presidi abbia chiesto proprio a ENI di formare i docenti, visto che il core business dell’azienda rimangono ancora i combustibili fossili. Le prime a mobilitarsi sono state le insegnanti di Teachers for Future (un gruppo che fa riferimento ai Fridays for Future) che hanno dichiarato in una lettera che «come Teachers for future Italia non possiamo che prendere le distanze da questa iniziativa che coinvolge una delle grandi aziende mondiali che causano cambiamento climatico e contaminazione del Pianeta attraverso l’estrazione senza limiti dei combustibili fossili, che è già stata riconosciuta responsabile di immani disastri ambientali, corruzione, sfruttamento dei Paesi poveri e che tenta di dipingere di verde la sua anima nera attraverso costante e pressante attività di greenwashing».
Solo nell’ultimo anno, ENI ha prodotto 1,9 milioni di barili di petrolio al giorno e ha speso, nel 2019, 73 milioni di euro in pubblicità e attività di comunicazione; secondo il rapporto Enemy of the Planet, «nel 2018 ha investito solo 143 milioni di euro per investimenti tecnici in sviluppo di progetti rinnovabili, economia circolare e digitalizzazione».
L’azionariato attivo
All’inizio degli anni Novanta, i consumatori erano consapevoli delle preoccupazioni in materia di sostenibilità: i sondaggi hanno mostrato che la condotta ambientale delle aziende ha influenzato la maggior parte degli acquisti dei consumatori. Un sondaggio Nielsen del 2015 ha mostrato che il 66% dei consumatori globali è disposto a pagare di più per prodotti sostenibili dal punto di vista ambientale. Tra i millennial (ovvero le generazioni nate tra il 1981 e il 1996), questo numero salta al 72%. Molte aziende hanno adottato la strategia della sensibilizzazione con lo scopo di coinvolgere i clienti nei loro sforzi di sostenibilità, anche quando il loro modello di business principale rimane insostenibile dal punto di vista ambientale.
Questo interesse per l’ambiente ha portato a una maggiore consapevolezza del greenwashing; alla fine del decennio, la parola è entrata ufficialmente nella lingua inglese con l’inserimento nel dizionario inglese di Oxford. Da allora, la tendenza è solo aumentata. Grazie all’identificazione e alla conoscenza del fenomeno, il consumatore ha aguzzato lo spirito critico e quando nel 2010 la stessa Chevron ha proposto una nuova campagna pubblicitaria dal titolo «We Agree», gli attivisti dell’associazione The Yes Man hanno prontamente risposto. Per screditare la Chevron hanno creato una finta versione della stessa campagna con tanto di sito internet e comunicato stampa, che i giornalisti hanno prese per vere.
I consumatori hanno inoltre sviluppato strategie per riuscire a imporre alle aziende il peso della loro opinione. In molti Paesi, infatti, è nata una nuova forma d’intervento: l’azionariato attivo (o critico). Grazie all’acquisto di azioni (anche in quantitativi simbolici), gli attivisti hanno iniziato a intervenire alle assemblee annuali delle imprese come azionisti, portando all’attenzione dei consigli di amministrazione di grandi società multinazionali le controversie ambientali nelle quali sono coinvolte. L’azionariato attivo ha già dato risultati significativi. Le grandi imprese, molto spesso sorde alle proposte dei consumatori, delle campagne e dei movimenti, sono generalmente più attente alle richieste provenienti dagli azionisti che, in quanto «comproprietari», acquistano il diritto di partecipare alla vita delle società e di ottenere risposte su questioni ambientali o sociali. «È quello che ha fatto Follow This, un’organizzazione che invita chiunque abbia a cuore l’ambiente ad aderire con una quota minima di 32 euro, sufficiente per diventare azionista di Shell», si legge su Lifegate. Il colosso dell’energia ha annunciato che si sarebbe impegnato a dimezzare la propria impronta di carbonio entro il 2050, ma Follow This ha sottoposto a Shell una risoluzione per chiedere obiettivi climatici più ambiziosi.
Il Greenwashing ha sicuramente cambiato forma nell’ultimo decennio, in parallelo alla crescente consapevolezza del consumatore ma rimane un fenomeno molto diffuso e che è bene conoscere per imparare a tutelarsi.
Bibliografia:
[1] Karliner J., The Corporate Planet, Sierra Club Books, 2002
fonte: comune-info.net

Tratta da pixabay.com
Il greenwashing rappresenta la pratica aziendale di mostrarsi attenti alla sostenibilità per nascondere un discutibile impegno per la salvaguardia ambientale. L’articolo «The troubling evolution of corporate greenwashing» del quotidiano britannico The Guardian ne ripercorre alcune tappe mettendone in luce gli aspetti più torbidi.
Negli anni Sessanta, il movimento antinucleare metteva in dubbio l’affidabilità delle centrali nucleari, la loro sicurezza e il loro apparentemente basso impatto ambientale. Il colosso americano Westinghouse, e in particolare la sua divisione nucleare, ribatteva con una serie di annunci che proclamavano la pulizia e la sicurezza delle centrali nucleari, avvalendosi di immagini evocative come quella di una centrale nucleare adagiata sulla riva di un lago incontaminato. Alcune delle affermazioni degli spot erano vere: nel 1969, le centrali nucleari della Westinghouse producevano grandi quantità di elettricità a basso costo con un inquinamento atmosferico molto inferiore rispetto alle centrali a carbone concorrenti. Tuttavia le pubblicità sembravano ignorare che solo qualche anno prima si erano verificati due episodi di meltdown nucleare: uno interessò la centrale SL-1 in Idaho nel 1961 e il secondo la centrale Fermi 1 in Michigan nel 1966. Gli annunci della Westinghouse tralasciavano anche le preoccupazioni sull’impatto ambientale delle scorie nucleari, che continuano a essere un problema.
Si potrebbe pensare che le cose nel tempo siano migliorate, ma nel 2013, in mezzo alle preoccupazioni per la disoccupazione e per la sostenibilità energetica, la Westinghouse ha lanciato un nuovo spot. «Lo sapevate che l’energia nucleare è la più grande fonte di energia per l’aria pulita del mondo?», ha chiesto agli spettatori poco prima di affermare che le sue centrali nucleari «forniscono aria più pulita, creano posti di lavoro e aiutano a sostenere le comunità in cui operano». Anche in questo caso l’azienda sembrava sperasse nella breve memoria dei consumatori. Solo due anni prima, infatti, la Westinghouse era stata citata dalla U.S. Nuclear Regulatory Commission – agenzia indipendente che ha lo scopo di garantire l’uso sicuro dei materiali radioattivi per scopi civili benefici – per aver nascosto delle falle nei progetti dei suoi reattori e aver fornito informazioni false alle autorità di controllo. Inoltre, nel febbraio 2016, un altro impianto che utilizza i reattori della Westinghouse, l’Indian Point di New York, ha rilasciato materiale radioattivo nelle acque sotterranee dell’area circostante. Un articolo del The Guardian sulla vicenda riporta che in una località colpita i livelli di radioattività erano aumentati di quasi il 65.000%, passando da 12.300 pCi/L (picocurie per litro) a oltre 8.000.000 pCi/L. Il livello massimo di contaminazione di trizio nell’acqua potabile stabilito dall’Environmental Protection Agency (EPA) è di 20.000 pCi/L, anche se Entergy, la società proprietaria dell’impianto, ha sottolineato che solo le acque sotterranee, e non l’acqua potabile, erano state contaminate.
Un’altra tappa emblematica nella storia del greenwashing fu la campagna pubblicitaria lanciata dalla compagnia petrolifera Chevron a metà degli anni Ottanta. L’azienda commissionò una serie di costosi spot per convincere il pubblico della sua attenzione verso l’ambiente: il titolo era «People Do». Uno spot in particolare mostra un grizzly andare in letargo in una incontaminata grotta di montagna, mentre la voce fuori campo racconta di come i loro dipendenti avrebbero eseguito esplorazioni di petrolio nel sottosuolo, per poi provvedere a ripristinare eventuali danni ambientali in tempo per il risveglio dell’orso.
Molti dei programmi ambientali che la Chevron ha promosso nelle sue pubblicità, come in questo caso, erano stati in realtà imposti dalla legge. Erano anche relativamente poco costosi se confrontati con il budget pubblicitario della Chevron. L’attivista ambientale Joshua Karliner1 ha stimato che, a esempio, la realizzazione della campagna di tutela delle farfalle della Chevron richiedeva 5.000 dollari all’anno, mentre la produzione e diffusione degli annunci pubblicitari per promuoverla costarono milioni di dollari.
Inoltre, nel periodo in cui veniva lanciata la campagna «People Do», la Chevron violava il Clean Air Act, il Clean Water Act, le leggi federali che regolano le emissioni atmosferiche e gli scarichi di sostanze inquinanti nelle acque degli Stati Uniti, in vigore rispettivamente dal 1970 e 1972, e rilasciava petrolio in rifugi dedicati alla fauna selvatica. Gli spot tuttavia furono molto efficaci, come ricorda il Guardian, tanto da vincere il premio pubblicitario Effie advertising award nel 1990, e successivamente essere utilizzati come caso di studio alla Harvard Business School. Ma non passò molto prima che diventassero famosi anche tra gli ambientalisti, che li proclamarono il gold standard del greenwashing.
Il greenwashing rappresenta la pratica aziendale di mostrarsi attenti alla sostenibilità per nascondere un discutibile impegno per la salvaguardia ambientale. L’articolo «The troubling evolution of corporate greenwashing» del quotidiano britannico The Guardian ne ripercorre alcune tappe mettendone in luce gli aspetti più torbidi.
Negli anni Sessanta, il movimento antinucleare metteva in dubbio l’affidabilità delle centrali nucleari, la loro sicurezza e il loro apparentemente basso impatto ambientale. Il colosso americano Westinghouse, e in particolare la sua divisione nucleare, ribatteva con una serie di annunci che proclamavano la pulizia e la sicurezza delle centrali nucleari, avvalendosi di immagini evocative come quella di una centrale nucleare adagiata sulla riva di un lago incontaminato. Alcune delle affermazioni degli spot erano vere: nel 1969, le centrali nucleari della Westinghouse producevano grandi quantità di elettricità a basso costo con un inquinamento atmosferico molto inferiore rispetto alle centrali a carbone concorrenti. Tuttavia le pubblicità sembravano ignorare che solo qualche anno prima si erano verificati due episodi di meltdown nucleare: uno interessò la centrale SL-1 in Idaho nel 1961 e il secondo la centrale Fermi 1 in Michigan nel 1966. Gli annunci della Westinghouse tralasciavano anche le preoccupazioni sull’impatto ambientale delle scorie nucleari, che continuano a essere un problema.
Si potrebbe pensare che le cose nel tempo siano migliorate, ma nel 2013, in mezzo alle preoccupazioni per la disoccupazione e per la sostenibilità energetica, la Westinghouse ha lanciato un nuovo spot. «Lo sapevate che l’energia nucleare è la più grande fonte di energia per l’aria pulita del mondo?», ha chiesto agli spettatori poco prima di affermare che le sue centrali nucleari «forniscono aria più pulita, creano posti di lavoro e aiutano a sostenere le comunità in cui operano». Anche in questo caso l’azienda sembrava sperasse nella breve memoria dei consumatori. Solo due anni prima, infatti, la Westinghouse era stata citata dalla U.S. Nuclear Regulatory Commission – agenzia indipendente che ha lo scopo di garantire l’uso sicuro dei materiali radioattivi per scopi civili benefici – per aver nascosto delle falle nei progetti dei suoi reattori e aver fornito informazioni false alle autorità di controllo. Inoltre, nel febbraio 2016, un altro impianto che utilizza i reattori della Westinghouse, l’Indian Point di New York, ha rilasciato materiale radioattivo nelle acque sotterranee dell’area circostante. Un articolo del The Guardian sulla vicenda riporta che in una località colpita i livelli di radioattività erano aumentati di quasi il 65.000%, passando da 12.300 pCi/L (picocurie per litro) a oltre 8.000.000 pCi/L. Il livello massimo di contaminazione di trizio nell’acqua potabile stabilito dall’Environmental Protection Agency (EPA) è di 20.000 pCi/L, anche se Entergy, la società proprietaria dell’impianto, ha sottolineato che solo le acque sotterranee, e non l’acqua potabile, erano state contaminate.
Un’altra tappa emblematica nella storia del greenwashing fu la campagna pubblicitaria lanciata dalla compagnia petrolifera Chevron a metà degli anni Ottanta. L’azienda commissionò una serie di costosi spot per convincere il pubblico della sua attenzione verso l’ambiente: il titolo era «People Do». Uno spot in particolare mostra un grizzly andare in letargo in una incontaminata grotta di montagna, mentre la voce fuori campo racconta di come i loro dipendenti avrebbero eseguito esplorazioni di petrolio nel sottosuolo, per poi provvedere a ripristinare eventuali danni ambientali in tempo per il risveglio dell’orso.
Molti dei programmi ambientali che la Chevron ha promosso nelle sue pubblicità, come in questo caso, erano stati in realtà imposti dalla legge. Erano anche relativamente poco costosi se confrontati con il budget pubblicitario della Chevron. L’attivista ambientale Joshua Karliner1 ha stimato che, a esempio, la realizzazione della campagna di tutela delle farfalle della Chevron richiedeva 5.000 dollari all’anno, mentre la produzione e diffusione degli annunci pubblicitari per promuoverla costarono milioni di dollari.
Inoltre, nel periodo in cui veniva lanciata la campagna «People Do», la Chevron violava il Clean Air Act, il Clean Water Act, le leggi federali che regolano le emissioni atmosferiche e gli scarichi di sostanze inquinanti nelle acque degli Stati Uniti, in vigore rispettivamente dal 1970 e 1972, e rilasciava petrolio in rifugi dedicati alla fauna selvatica. Gli spot tuttavia furono molto efficaci, come ricorda il Guardian, tanto da vincere il premio pubblicitario Effie advertising award nel 1990, e successivamente essere utilizzati come caso di studio alla Harvard Business School. Ma non passò molto prima che diventassero famosi anche tra gli ambientalisti, che li proclamarono il gold standard del greenwashing.
Da dove nasce la parola Greenwashing
Il termine «greenwashing» è la sincrasi tra «green» e «washing»: una lavata di verde, per nascondere con il marketing attività tutt’altro che sostenibili. Ma quando e come nasce la parola «greenwashing»? Quando, nel 1983, Jay Westerveld – ci ricorda il Guardian – ebbe per la prima volta l’idea del termine greenwashing, non stava pensando all’energia nucleare, ma agli asciugamani. Studente universitario in un viaggio di ricerca a Samoa, si fermò alle Fiji per fare surf. Trovandosi nell’immenso resort Beachcomber, vide un biglietto che chiedeva ai clienti di ritirare i loro asciugamani. In sostanza diceva che gli oceani e le scogliere sono una risorsa importante, e che il riutilizzo degli asciugamani ridurrebbe i danni ecologici e finiva dicendo qualcosa del tipo: «Aiutateci ad aiutare il nostro ambiente». Westerveld in realtà non alloggiava nel resort, ma in una pensione modesta nelle vicinanze, e si era appena intrufolato per rubare degli asciugamani puliti. Rimase colpito dall’ironia della nota: mentre sosteneva di proteggere l’ecosistema dell’isola, infatti, il Beachcomber – che oggi si definisce «la destinazione più ricercata del Pacifico meridionale» – si stava espandendo.
Tre anni dopo, nel 1986, Westerveld stava scrivendo una tesina sul multiculturalismo quando si ricordò della nota. Un suo compagno di corso che lavorava per una rivista letteraria gli fece scrivere un saggio al riguardo e, dato che la rivista aveva una grande affluenza di lettori nella vicina New York City, non passò molto tempo prima che il termine prendesse piede nei media più ampi. Il saggio di Westerveld uscì un anno dopo il lancio della campagna «People Do», ma la Chevron non è stata l’unica azienda a cavalcare l’onda del greenwashing.
Questi possono sembrare casi isolati, tuttavia oggi, come afferma Michela Melis intervistata da Asia Moretti – Research Fellow presso GREEN (il Centre for Geography, Resources, Environment, Energy and Networks della Bocconi) – «le strategie di green marketing non sono più, come è capitato in passato, delle strategie di nicchia che si rivolgono a dei segmenti di mercato molto specifici e puntuali, ma stanno diventando sempre più pervasive, lo si vede soprattutto nei mercati dei beni di largo consumo».
Il caso DuPont
Nel 1989 – come raccontava nel 1991 il The Multinational Monitor– l’azienda chimica DuPont presentò le sue nuove petroliere a doppio scafo con una pubblicità che mostrava animali marini battere le pinne e le ali sulle note dell’Inno alla Gioia di Beethoven. Tuttavia, come ha sottolineato l’associazione non-profit Friends on Earth nel suo rapporto «Hold the Applause», la società è stata la più grande inquinatrice degli Stati Uniti. La decennale battaglia legale tra la multinazionale DuPonte l’avvocato Robert Bilott è descritta nell’articolo del New York Times Magazine «The Lawyer Who Became DuPont’s Worst Nightmar», pubblicato nel gennaio del 2016. La vicenda ha inizio nel 1998 quando l’avvocato valuta la condotta dell’azienda dopo la richiesta di un contadino sicuro che questa stesse contaminando i suoi terreni: dopo diverse ricerche, Bilott trova rimandi al PFOA, un composto chimico allora sconosciuto anche all’EPA.
Si stima che tra il 1951 e il 2003 la DuPont abbia riversato quasi 7100 tonnellate di PFOA-C8 nei corsi d’acqua limitrofi al suo stabilimento di Washington Works, fino a contaminare il vicino fiume Ohio. Grazie al report compilato da Bilott e inviato al Dipartimento di giustizia di Washington e all’EPA, nel 2005 l’ente ambientale multò la DuPont per 16,5 milioni di dollari – una cifra irrisoria rispetto al fatturato annuale dell’azienda – per aver insabbiato i rischi legati allo smaltimento del PFOA. Dopo la sentenza Bilott decide di non fermarsi e organizza una class action collettiva che coinvolgesse tutte le almeno 100mila persone entrate in contatto con l’acqua contaminata da PFOA.
Dopo 7 anni di ricerche nel dicembre del 2011 arrivano i risultati, i ricercatori parlano di «probabili legami» tra il PFOA e l’insorgere di cancro ai reni e ai testicoli, disfunzioni della tiroide, picchi del colesterolo e ulcere intestinali. Quando il nesso è evidente, la DuPont cerca di limitare i danni portando in tribunale uno alla volta gli oltre 3500 contenziosi intentati nei suoi confronti. Dopo la vittoria di Bilott nei primi tre contenziosi e i risarcimenti milionari imposti alla DuPont, nel 2017 l’azienda chimica ha deciso di accettare la class action guidata dall’avvocato e di accordarsi per una maxi multa da 671 milioni di dollari. Come si legge nel sito dell’AIRC, l’EPA «ha affermato che i dati oggi disponibili suggeriscono un possibile legame causale tra PFOA (e altri composti simili) e il cancro; l’American Conference of Governmental Industrial Hygienists (ACGIH) ha classificato il PFOA come cancerogeno confermato negli animali, con rilevanza ancora incerta per gli esseri umani». Nel 2016, la stessa AIRC «ha classificato il PFOA nel gruppo 2B, del quale fanno parte le sostanze possibilmente cancerogene per l’uomo».
Anche alla luce di questi accadimenti, dice Michela Melis, «il fenomeno del greenwashing è sotto la lente dell’attenzione anche dalle istituzioni ed è evidente che ci sia un interesse crescente a normare l’utilizzo di questi termini, perché l’abuso e l’uso scorretto da parte delle aziende si traduce da un lato nel danneggiamento dei competitor, e dall’altro in un’informazione misleading sul mercato».
Una sanzione per ENI
La pubblicità ENI Diesel+, che ha circolato tra il 2016 al 2019, può essere considerato il primo caso di greenwashing in Italia, sanzionato, il 15 gennaio 2020, con una multa da cinque milioni di euro. Sentenza arrivata dopo una denuncia da parte di Legambiente, dal Movimento Difesa del Cittadino e da Transport & Environment (T&E) ed erogata dall’Autorità Antitrust. Come si legge nel comunicato stampa pubblicato il 15 gennaio 2020 dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), ENI è stata sanzionata «per la diffusione di messaggi pubblicitari ingannevoli utilizzati nella campagna promozionale che ha riguardato il carburante Eni Diesel+, sia relativamente all’affermazione del positivo impatto ambientale connesso al suo utilizzo, che alle asserite caratteristiche di tale carburante in termini di risparmio dei consumi e di riduzioni delle emissioni gassose».
Il carburante in questione viene definito dalla multinazionale biodiesel o anche semplicemente green diesel perché promette più attenzione all’ambiente e una riduzione dei consumi e delle emissioni rispettivamente del 4% e del 40%. Secondo l’AGCM «nei messaggi si utilizzavano in maniera suggestiva le qualifiche “componente green” e “componente rinnovabile”, e altri claim di tutela dell’ambiente, quali “aiuta a proteggere l’ambiente. E usandolo lo fai anche tu, grazie a una significativa riduzione delle emissioni”, sebbene il prodotto sia un gasolio per autotrazione che per sua natura è altamente inquinante e non può essere considerato green». Questi green claim deriverebbero dalla presenza, nella sua versione di biodiesel, di una componente di HVO (Hydrotreated Vegetable Oil) che in questo caso provengono dall’olio di palma grezzo. Oltre a questo, ENI giustificherebbe l’aumento del prezzo di questo carburante del 10%, proprio perché sostenibile, bio e rinnovabile.
L’Italia è, al momento, il secondo produttore in Europa di biodiesel da olio di palma. Nel 2018 il 54% di questo olio è stato utilizzato proprio per produrre questo tipo di carburante, utilizzato soprattutto per camion e auto. La maggior parte dell’olio di palma sul mercato, deriva da piantagioni dell’Indonesia e della Malesia, due Paesi in cui il tasso di deforestazione è schizzato alle stelle negli ultimi dieci anni. È quindi da considerare come una delle principali cause della distruzione di foreste pluviali e della perdita di fauna selvatica. Nonostante le campagne e le petizioni di successo per ridurne l’utilizzo nei prodotti alimentari, continua ad aumentare l’utilizzo di olio di palma nei biodiesel. In un rapporto di Legambiente, intitolato «Enemy of the Planet», si legge che «gli studi internazionali hanno dimostrato che il 30% delle nuove coltivazioni di palma e l’8% di quelle di soia, utilizzati per la produzione di biocombustibile poi importato nel nostro Paese per le bioraffinerie di ENI, hanno comportato distruzione di foreste vergini, di brughiere e di praterie. Si stima che un litro di olio di palma determini emissioni indirette di CO2 pari al triplo dell’equivalente di petrolio e un litro di olio di soia il doppio».
La Commissione europea ha quindi deciso di modificare i criteri di sostenibilità dei biocarburanti di prima generazione con la Direttiva Rinnovabili che prevede un congelamento della produzione di biodiesel ai livelli del 2019, per il periodo 2021 – 2023, con l’obiettivo di abbandonare definitivamente l’utilizzo di olio di palma entro il 2030.
Generalizzando la vicenda di ENI, «se comunichi male ti esponi ad una serie di rischi – ricorda Michela Melis – il primo è quello sanzionatorio, che potrebbe anche tradursi in un esborso monetario non previsto che in alcuni casi non impatta troppo sul bilancio dell’impresa; il secondo si porta dietro un inevitabile danno d’immagine e reputazione che è molto più difficile da colmare. A questo bisogna aggiungere che oggi, i consumatori, sono molto più attenti e precisi nelle loro richieste alle aziende rispetto alle loro performance ambientali».
L’Italia è tra i primi paesi al mondo a rendere obbligatorio l’insegnamento annuale alcune ore di educazione allo sviluppo sostenibile. Risulta paradossale che l’Associazione nazionale dei presidi abbia chiesto proprio a ENI di formare i docenti, visto che il core business dell’azienda rimangono ancora i combustibili fossili. Le prime a mobilitarsi sono state le insegnanti di Teachers for Future (un gruppo che fa riferimento ai Fridays for Future) che hanno dichiarato in una lettera che «come Teachers for future Italia non possiamo che prendere le distanze da questa iniziativa che coinvolge una delle grandi aziende mondiali che causano cambiamento climatico e contaminazione del Pianeta attraverso l’estrazione senza limiti dei combustibili fossili, che è già stata riconosciuta responsabile di immani disastri ambientali, corruzione, sfruttamento dei Paesi poveri e che tenta di dipingere di verde la sua anima nera attraverso costante e pressante attività di greenwashing».
Solo nell’ultimo anno, ENI ha prodotto 1,9 milioni di barili di petrolio al giorno e ha speso, nel 2019, 73 milioni di euro in pubblicità e attività di comunicazione; secondo il rapporto Enemy of the Planet, «nel 2018 ha investito solo 143 milioni di euro per investimenti tecnici in sviluppo di progetti rinnovabili, economia circolare e digitalizzazione».
L’azionariato attivo
All’inizio degli anni Novanta, i consumatori erano consapevoli delle preoccupazioni in materia di sostenibilità: i sondaggi hanno mostrato che la condotta ambientale delle aziende ha influenzato la maggior parte degli acquisti dei consumatori. Un sondaggio Nielsen del 2015 ha mostrato che il 66% dei consumatori globali è disposto a pagare di più per prodotti sostenibili dal punto di vista ambientale. Tra i millennial (ovvero le generazioni nate tra il 1981 e il 1996), questo numero salta al 72%. Molte aziende hanno adottato la strategia della sensibilizzazione con lo scopo di coinvolgere i clienti nei loro sforzi di sostenibilità, anche quando il loro modello di business principale rimane insostenibile dal punto di vista ambientale.
Questo interesse per l’ambiente ha portato a una maggiore consapevolezza del greenwashing; alla fine del decennio, la parola è entrata ufficialmente nella lingua inglese con l’inserimento nel dizionario inglese di Oxford. Da allora, la tendenza è solo aumentata. Grazie all’identificazione e alla conoscenza del fenomeno, il consumatore ha aguzzato lo spirito critico e quando nel 2010 la stessa Chevron ha proposto una nuova campagna pubblicitaria dal titolo «We Agree», gli attivisti dell’associazione The Yes Man hanno prontamente risposto. Per screditare la Chevron hanno creato una finta versione della stessa campagna con tanto di sito internet e comunicato stampa, che i giornalisti hanno prese per vere.
I consumatori hanno inoltre sviluppato strategie per riuscire a imporre alle aziende il peso della loro opinione. In molti Paesi, infatti, è nata una nuova forma d’intervento: l’azionariato attivo (o critico). Grazie all’acquisto di azioni (anche in quantitativi simbolici), gli attivisti hanno iniziato a intervenire alle assemblee annuali delle imprese come azionisti, portando all’attenzione dei consigli di amministrazione di grandi società multinazionali le controversie ambientali nelle quali sono coinvolte. L’azionariato attivo ha già dato risultati significativi. Le grandi imprese, molto spesso sorde alle proposte dei consumatori, delle campagne e dei movimenti, sono generalmente più attente alle richieste provenienti dagli azionisti che, in quanto «comproprietari», acquistano il diritto di partecipare alla vita delle società e di ottenere risposte su questioni ambientali o sociali. «È quello che ha fatto Follow This, un’organizzazione che invita chiunque abbia a cuore l’ambiente ad aderire con una quota minima di 32 euro, sufficiente per diventare azionista di Shell», si legge su Lifegate. Il colosso dell’energia ha annunciato che si sarebbe impegnato a dimezzare la propria impronta di carbonio entro il 2050, ma Follow This ha sottoposto a Shell una risoluzione per chiedere obiettivi climatici più ambiziosi.
Il Greenwashing ha sicuramente cambiato forma nell’ultimo decennio, in parallelo alla crescente consapevolezza del consumatore ma rimane un fenomeno molto diffuso e che è bene conoscere per imparare a tutelarsi.
Bibliografia:
[1] Karliner J., The Corporate Planet, Sierra Club Books, 2002
fonte: comune-info.net
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Sulla plastica il fallimento delle multinazionali
A partire dal 2018 più di duecentocinquanta aziende, incluse le più grandi multinazionali degli alimenti, delle bevande e dell’igiene domestica e personale (Coca Cola, Pepsi, Nestlé, Unilever, L’Oreal e Colgate-Palmolive solo per citarne alcune), si sono impegnate volontariamente per una “New Plastics Economy”.
L’iniziativa, promossa dalla Fondazione Ellen MacArtuhr, mira a intervenire su uno dei problemi ambientali dei nostri tempi: l’inquinamento da plastica. L’impegno prevede per esempio di eliminare, entro il 2025, gli imballaggi in plastica non riciclabili e non necessari, fare in modo che tutti gli imballaggi in plastica messi in commercio siano riutilizzabili, riciclabili o compostabili, incrementare l’utilizzo di plastica riciclata fino al 30 per cento.
Ma quali sono stati i risultati raggiunti finora? A nostro avviso insignificanti, e lo certifica proprio il rapporto della fondazione Ellen MacArtuhr che valuta i progressi annuali delle aziende. Un esempio su tutti l’impiego di plastica vergine che è diminuito solo dello 0,1 per cento rispetto all’anno precedente, mentre il ricorso ad imballaggi riutilizzabili è cresciuto pochissimo, praticamente con la stessa variazione percentuale. Meno di un quinto della plastica non necessaria e più problematica per il riciclo è stata eliminata dalle aziende e anche l’uso di plastica riciclabile (che ha raggiunto i due terzi della produzione delle multinazionali) non può essere considerato un traguardo rassicurante per noi e per il Pianeta. Questo perché, anche se un imballaggio è tecnicamente riciclabile, non è detto che venga effettivamente riciclato.
Lo confermano i numeri del riciclo che, nonostante gli sforzi e gli investimenti in tutto il mondo, sono ben distanti dal farci considerate la riciclabilità e il riciclo come una soluzione concreta per risolvere il problema.
Questi risultati certificano, ancora una volta, come le aziende continuino a basare le loro politiche ambientali in fatto di plastica su false soluzioni che permetteranno di perpetuare il loro attuale modello di business, fondato sullo sfruttamento dei combustibili fossili, con cui continuano a riempire di questo materiale le nostre vite e il nostro Pianeta.
Le aziende hanno concentrato i loro interventi sulla riciclabilità degli imballaggi e sull’aumento di materiale riciclabile, tralasciando completamente gli obiettivi più importanti, come il ricorso allo sfuso e l’impiego di contenitori riutilizzabili. E mentre mettono in campo martellanti operazioni di greenwashing i governi decidono di non intervenire. Potrebbero, per esempio, incentivare chi sceglie di adottare modelli di consegna dei prodotti basati sullo sfuso o sulla ricarica, oppure imporre tasse per le aziende meno virtuose e che con il loro modello di business basato sull’usa e getta continuano ad essere la vera causa scatenante dell’inquinamento globale da plastica. E invece poco o nulla.
In Italia, per esempio, abbiamo un concreto esempio di inazione politica: la Plastic tax la cui entrata in vigore continua a essere procrastinata da parte del governo. Una vicenda emblematica della mancanza di coerenza e assunzione di responsabilità da parte della politica ma anche di aziende che continuano a rinviare un cambiamento necessario.
Eppure, la pandemia che stiamo vivendo avrebbe dovuto spingerci a modificare il rapporto uomo-natura e favorire una riconversione green della nostra economia, in cui la tutela del Pianeta e delle persone venga prima del profitto di pochi. A maggior ragione considerando il contesto attuale in cui abbiamo già dovuto necessariamente aumentare l’uso di plastica monouso per i dispositivi di protezione individuale, indispensabili per proteggerci dal virus.
Questo avrebbe dovuto spingere aziende e governi a diminuire drasticamente la produzione delle altre tipologie di plastica non necessarie e indispensabili. Invece così non è stato. Solo con azioni concrete e incisive, e non di greenwashing, insomma diverse da quelle che le multinazionali continuano a proporre, riusciremo a creare un Pianeta più pulito e più sano.
fonte: www.huffingtonpost.it
L’iniziativa, promossa dalla Fondazione Ellen MacArtuhr, mira a intervenire su uno dei problemi ambientali dei nostri tempi: l’inquinamento da plastica. L’impegno prevede per esempio di eliminare, entro il 2025, gli imballaggi in plastica non riciclabili e non necessari, fare in modo che tutti gli imballaggi in plastica messi in commercio siano riutilizzabili, riciclabili o compostabili, incrementare l’utilizzo di plastica riciclata fino al 30 per cento.
Ma quali sono stati i risultati raggiunti finora? A nostro avviso insignificanti, e lo certifica proprio il rapporto della fondazione Ellen MacArtuhr che valuta i progressi annuali delle aziende. Un esempio su tutti l’impiego di plastica vergine che è diminuito solo dello 0,1 per cento rispetto all’anno precedente, mentre il ricorso ad imballaggi riutilizzabili è cresciuto pochissimo, praticamente con la stessa variazione percentuale. Meno di un quinto della plastica non necessaria e più problematica per il riciclo è stata eliminata dalle aziende e anche l’uso di plastica riciclabile (che ha raggiunto i due terzi della produzione delle multinazionali) non può essere considerato un traguardo rassicurante per noi e per il Pianeta. Questo perché, anche se un imballaggio è tecnicamente riciclabile, non è detto che venga effettivamente riciclato.
Lo confermano i numeri del riciclo che, nonostante gli sforzi e gli investimenti in tutto il mondo, sono ben distanti dal farci considerate la riciclabilità e il riciclo come una soluzione concreta per risolvere il problema.
Questi risultati certificano, ancora una volta, come le aziende continuino a basare le loro politiche ambientali in fatto di plastica su false soluzioni che permetteranno di perpetuare il loro attuale modello di business, fondato sullo sfruttamento dei combustibili fossili, con cui continuano a riempire di questo materiale le nostre vite e il nostro Pianeta.
Le aziende hanno concentrato i loro interventi sulla riciclabilità degli imballaggi e sull’aumento di materiale riciclabile, tralasciando completamente gli obiettivi più importanti, come il ricorso allo sfuso e l’impiego di contenitori riutilizzabili. E mentre mettono in campo martellanti operazioni di greenwashing i governi decidono di non intervenire. Potrebbero, per esempio, incentivare chi sceglie di adottare modelli di consegna dei prodotti basati sullo sfuso o sulla ricarica, oppure imporre tasse per le aziende meno virtuose e che con il loro modello di business basato sull’usa e getta continuano ad essere la vera causa scatenante dell’inquinamento globale da plastica. E invece poco o nulla.
In Italia, per esempio, abbiamo un concreto esempio di inazione politica: la Plastic tax la cui entrata in vigore continua a essere procrastinata da parte del governo. Una vicenda emblematica della mancanza di coerenza e assunzione di responsabilità da parte della politica ma anche di aziende che continuano a rinviare un cambiamento necessario.
Eppure, la pandemia che stiamo vivendo avrebbe dovuto spingerci a modificare il rapporto uomo-natura e favorire una riconversione green della nostra economia, in cui la tutela del Pianeta e delle persone venga prima del profitto di pochi. A maggior ragione considerando il contesto attuale in cui abbiamo già dovuto necessariamente aumentare l’uso di plastica monouso per i dispositivi di protezione individuale, indispensabili per proteggerci dal virus.
Questo avrebbe dovuto spingere aziende e governi a diminuire drasticamente la produzione delle altre tipologie di plastica non necessarie e indispensabili. Invece così non è stato. Solo con azioni concrete e incisive, e non di greenwashing, insomma diverse da quelle che le multinazionali continuano a proporre, riusciremo a creare un Pianeta più pulito e più sano.
fonte: www.huffingtonpost.it
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Ipocrisia e greenwashing
Greta Thunberg, intervistata dal Guardian in concomitanza con l'uscita del documentario ufficiale su di lei, non usa mezzi termini: "Ipocrisia e greenwashing" afferma riferendosi ai leader politici degli Stati, ancora inconcludenti nelle politiche per il contrasto ai cambiamenti climatici.
Nell'intervista al quotidiano britannico non manca di sottolineare come politici e governanti si mostrino entusiasti quando parlano di obiettivi lontani decenni per poi vacillare e annaspare quando si tratta di prendere decisioni radicali e scomode nell'immediato.
Greta Thunberg esorta a trattare la crisi climatici come la crisi legata al coronavirus, che ha dimostrato che si può cambiare molto o tutto nel giro di pochissimi tempo.
«La prima cosa che dobbiamo fare è comprendere che siamo in emergenza - ha detto - e ammettere che abbiamo fallito, l'umanità intera ha fallito, perché non si riesce a risolvere una crisi che non si comprende».
«Fino a che non tratteremo questa crisi per quello che è, potremo fare tutti i summit che vogliamo ma saranno sempre e solo trattative, parole vuote, scappatoie e greenwashing».
E attacca i proclami di Inghilterra, Cina e Giappone che hanno annunciato l'azzeramento delle emissioni per il 2050-2060. «Sono solo dichiarazioni simboliche, se si guarda a ciò che includono e a ciò che escludono, ci sono innumerevoli scappatoie. È inutile focalizzarsi a obiettivi a 10, 20 o 30 anni. Se non riduciamo le emissioni ora, tutti gli altri obiettivi futuri non avranno alcun significato perché il nostro impatto durerà troppo».
E la Thunberg ribadisce anche che «laddove c'è giustizia climatica ci deve essere anche giustizia sociale, non esiste l'una senza l'altra».
«La crisi climatica è un sintomo di una crisi ben più ampia che implica la perdita di biodiversità, la perdita di terreno fertile, disuguaglianza sociale e minaccia per la democrazia»: sintomi ormai insostenibili che indicano come non ci sia più margine alcuno.
Nell'intervista al quotidiano britannico non manca di sottolineare come politici e governanti si mostrino entusiasti quando parlano di obiettivi lontani decenni per poi vacillare e annaspare quando si tratta di prendere decisioni radicali e scomode nell'immediato.
Greta Thunberg esorta a trattare la crisi climatici come la crisi legata al coronavirus, che ha dimostrato che si può cambiare molto o tutto nel giro di pochissimi tempo.
«La prima cosa che dobbiamo fare è comprendere che siamo in emergenza - ha detto - e ammettere che abbiamo fallito, l'umanità intera ha fallito, perché non si riesce a risolvere una crisi che non si comprende».
«Fino a che non tratteremo questa crisi per quello che è, potremo fare tutti i summit che vogliamo ma saranno sempre e solo trattative, parole vuote, scappatoie e greenwashing».
E attacca i proclami di Inghilterra, Cina e Giappone che hanno annunciato l'azzeramento delle emissioni per il 2050-2060. «Sono solo dichiarazioni simboliche, se si guarda a ciò che includono e a ciò che escludono, ci sono innumerevoli scappatoie. È inutile focalizzarsi a obiettivi a 10, 20 o 30 anni. Se non riduciamo le emissioni ora, tutti gli altri obiettivi futuri non avranno alcun significato perché il nostro impatto durerà troppo».
E la Thunberg ribadisce anche che «laddove c'è giustizia climatica ci deve essere anche giustizia sociale, non esiste l'una senza l'altra».
«La crisi climatica è un sintomo di una crisi ben più ampia che implica la perdita di biodiversità, la perdita di terreno fertile, disuguaglianza sociale e minaccia per la democrazia»: sintomi ormai insostenibili che indicano come non ci sia più margine alcuno.
fonte: www.ilcambiamento.it
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Sostenibilità alimentare: che ne pensano gli italiani? L’indagine Altroconsumo
Che rapporto hanno gli italiani con il cibo che portano in tavola? A rivelarlo è un’indagine Altroconsumo, che mostra le intenzioni degli italiani in tema di scelte alimentari

La scarsità di risorse e la crescente domanda di generi alimentari pone le nuove generazioni verso grandi sfide sempre più ambiziose. Rendere sostenibile la filiera alimentare e abbattere gli sprechi è il solo modo per ridurre l’impatto che la produzione di cibo ha sull'ambiente. La sola agricoltura genera circa il 30% di gas serra nell'atmosfera ed è responsabile del 70% dello sfruttamento delle risorse idriche . Per comprendere a fondo il rapporto che gli italiani hanno con la sostenibilità alimentare, Altroconsumo ha condotto un’indagine prima della pandemia Covid-19, che ha coinvolto complessivamente un campione di 1.025 individui tra i 18 e i 74 anni. La ricerca è stata condotta con il coordinamento del Beuc in 11 Paesi UE, con il fine di individuare i comportamenti più diffusi e i provvedimenti più urgenti in materia di alimentazione e sostenibilità.
Le intenzioni degli italiani
La ricerca mostra una forte propensione da parte degli italiani ad adottare comportamenti virtuosi per la salvaguardia dell’ambiente. Il 76% del campione ha dichiarato di fare attenzione all'impatto ambientale delle proprie scelte alimentari e il 68% si è dichiarato disposto a cambiare le proprie abitudini e ad abbracciare uno stile di vita più sostenibile. E ancora: ben 2 italiani su 3 sarebbero disposti ad acquistare solo frutta e verdura di stagione, mentre il 55% acquisterebbe più verdura e prodotti a base vegetale. Il 29% del campione ha anche dichiarato di voler spendere di più per l’acquisto di prodotti sostenibili. Il quadro cambia, però, nel momento in cui si passa dalle intenzioni ai comportamenti effettivi.
La disinformazione blocca gli italiani
Gli italiani sono ben disposti a porre l’attenzione verso la sostenibilità alimentare. Concretamente, però, i comportamenti effettivi sono ancora poco orientati ad uno stile alimentare più green. Basti pensare al consumo di carne rossa: solo il 7% ha smesso di mangiarla e il 45% ne ha ridotto il consumo per motivi ambientali; dall'altra parte, il 21% del campione non ne ha ridotto il consumo né ha intenzione di farlo. Ma cosa blocca gli italiani a passare dalle intenzioni alle azioni? Secondo Altroconsumo, vi sono tre barriere fondamentali:
● Il costo più alto dei prodotti sostenibili (44%)
● Poca chiarezza in etichetta rispetto ai metodi di produzione e le origini della materia prima (41%)
● Scarsa informazione sul tema (39%)
Per ottenere un cambiamento significativo nei comportamenti delle persone sono auspicabili interventi che agiscano direttamente su questi tre punti, favorendo la buona informazione e incentivando politiche alimentari sostenibili in UE.
Le proposte: il Manifesto Verde Altroconsumo
Altroconsumo ha presentato il suo Manifesto Green, un codice che raccoglie 10 best practices per sostenere uno stile di vita più sostenibile. Tra i punti di maggior rilievo, l’informazione di qualità e la lotta alle fake news sulla sostenibilità. Di pari passo con questo processo, anche la necessità di distinguere gli interventi di greenwashing dall'impegno concreto delle aziende in un percorso di sostenibilità. In più, grande enfasi è rivolta alla promozione dell’economia circolare, all'attenzione verso le risorse idriche, la difesa alla salute e l’educazione alla sostenibilità. Il manifesto completo è scaricabile qui.
fonte: https://www.nonsoloambiente.it
#RifiutiZeroUmbria - #DONA IL #TUO 5 X 1000 A CRURZ - Cod.Fis. 94157660542
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La scarsità di risorse e la crescente domanda di generi alimentari pone le nuove generazioni verso grandi sfide sempre più ambiziose. Rendere sostenibile la filiera alimentare e abbattere gli sprechi è il solo modo per ridurre l’impatto che la produzione di cibo ha sull'ambiente. La sola agricoltura genera circa il 30% di gas serra nell'atmosfera ed è responsabile del 70% dello sfruttamento delle risorse idriche . Per comprendere a fondo il rapporto che gli italiani hanno con la sostenibilità alimentare, Altroconsumo ha condotto un’indagine prima della pandemia Covid-19, che ha coinvolto complessivamente un campione di 1.025 individui tra i 18 e i 74 anni. La ricerca è stata condotta con il coordinamento del Beuc in 11 Paesi UE, con il fine di individuare i comportamenti più diffusi e i provvedimenti più urgenti in materia di alimentazione e sostenibilità.
Le intenzioni degli italiani
La ricerca mostra una forte propensione da parte degli italiani ad adottare comportamenti virtuosi per la salvaguardia dell’ambiente. Il 76% del campione ha dichiarato di fare attenzione all'impatto ambientale delle proprie scelte alimentari e il 68% si è dichiarato disposto a cambiare le proprie abitudini e ad abbracciare uno stile di vita più sostenibile. E ancora: ben 2 italiani su 3 sarebbero disposti ad acquistare solo frutta e verdura di stagione, mentre il 55% acquisterebbe più verdura e prodotti a base vegetale. Il 29% del campione ha anche dichiarato di voler spendere di più per l’acquisto di prodotti sostenibili. Il quadro cambia, però, nel momento in cui si passa dalle intenzioni ai comportamenti effettivi.
La disinformazione blocca gli italiani
Gli italiani sono ben disposti a porre l’attenzione verso la sostenibilità alimentare. Concretamente, però, i comportamenti effettivi sono ancora poco orientati ad uno stile alimentare più green. Basti pensare al consumo di carne rossa: solo il 7% ha smesso di mangiarla e il 45% ne ha ridotto il consumo per motivi ambientali; dall'altra parte, il 21% del campione non ne ha ridotto il consumo né ha intenzione di farlo. Ma cosa blocca gli italiani a passare dalle intenzioni alle azioni? Secondo Altroconsumo, vi sono tre barriere fondamentali:
● Il costo più alto dei prodotti sostenibili (44%)
● Poca chiarezza in etichetta rispetto ai metodi di produzione e le origini della materia prima (41%)
● Scarsa informazione sul tema (39%)
Per ottenere un cambiamento significativo nei comportamenti delle persone sono auspicabili interventi che agiscano direttamente su questi tre punti, favorendo la buona informazione e incentivando politiche alimentari sostenibili in UE.
Le proposte: il Manifesto Verde Altroconsumo
Altroconsumo ha presentato il suo Manifesto Green, un codice che raccoglie 10 best practices per sostenere uno stile di vita più sostenibile. Tra i punti di maggior rilievo, l’informazione di qualità e la lotta alle fake news sulla sostenibilità. Di pari passo con questo processo, anche la necessità di distinguere gli interventi di greenwashing dall'impegno concreto delle aziende in un percorso di sostenibilità. In più, grande enfasi è rivolta alla promozione dell’economia circolare, all'attenzione verso le risorse idriche, la difesa alla salute e l’educazione alla sostenibilità. Il manifesto completo è scaricabile qui.
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Se politica e imprese a parole sono sostenibili, green e vogliono salvare il pianeta, come mai la situazione peggiora?
Oggi tutti si riempiono la bocca della parola "sostenibilità" e "ambientalismo", persino chi non solo ha inquinato finora, ma continua bellamente a farlo per non perdere un euro di profitto. Come uscire dal circolo vizioso?

Fino a ieri l’ambiente era considerato meno di zero e gli ambientalisti venivano ritenuti poveri scemi che facevano le Cassandre; oggi improvvisamente, a parole, sono tutti diventati sostenibili, tutti sono per il cambiamento, tutti sono green e tutti stanno salvando il pianeta. Qualsiasi politico, qualsiasi impresa ormai infila queste parole nei suoi discorsi o pubblicità. Ma utilizzate da coloro che sono i maggiori responsabili della catastrofe, sono parole vuote e insignificanti perché la situazione non sta migliorando di un millimetro e si sta aggravando sempre di più.
Il già blando e insufficiente accordo di Parigi sulla riduzione delle emissioni di gas serra non è nemmeno vicino all’obiettivo. I consumi energetici e la produzione illimitata di merci crescono, le emissioni non calano, anzi aumentano. Se non c’è un reale miglioramento, come mai ci prendono costantemente e pervicacemente in giro? Il perché è presto detto, si vorrebbe mantenere la capra della crescita e i cavoli dell’ambiente, cioè tutti quelli che hanno governato, sfruttato, approfittato, inquinato a più non posso, ora vorrebbero con un colpo di bacchetta magica, fare profitti e avere potere come e più di prima, facendo solo un po’ di “green washing” e con quello abbindolare i gonzi che gli credono.
E così ogni politico si trasforma in green e qualsiasi ditta si inventa una stupidaggine minima, fosse solo perché il packaging è fatto per l’uno per cento di plastica riciclata e automaticamente diventa una azienda green e sostenibile. Tanto questi termini non vogliono dire nulla e non ci sono parametri per determinare chi è veramente sostenibile e chi no. La Ferrari consuma un paio di gocce in meno? Automaticamente è green. La Maserati vuole fare un bolide elettrico? Anche lei è senz’altro green. Elon Musk vende dei carri armati elettrici dai costi stellari e per la cui costruzione servono risorse che devastano mezza Africa? E’ senza dubbio green. Addirittura la moda, che è quanto di più superfluo e legato al continuo cambio di vestiti (altrimenti non sarebbe moda) e conseguente spreco di risorse, si spertica in green di qua e green di là.
Oltre quindi a inventarsi balle colossali pur di vendere o mantenere potere, si procrastina sempre, pensando che la natura ci aspetti e che alle multinazionali dei combustibili fossili, chimiche, alimentari, farmaceutiche gli si dia tutto il tempo di “cambiare”, senza che perdano un solo euro di profitto. Cioè quindi che praticamente cambino in qualche centinaio di anni.
E in questo costante procrastinare l’improcrastinabile, l’Unione Europea fissa al 2050 l’ennesimo lontanissimo traguardo in cui dovremmo azzerare le emissioni, quando ci potremmo arrivare tranquillamente in una decina di anni. Proseguendo così al 2050 il pianeta sarà un inferno, altro che green, sostenibile e pulito. L’unico sistema green e sostenibile è quello che mette al primo posto ambiente e persone. Invece quello che accade e per cui la situazione non può migliorare, è che viene prima il profitto, gli azionisti e poi, forse l’ambiente e le persone.
Stessa cosa per la politica: prima vengono il potere e i voti, poi forse l’ambiente e le persone. In questo modo il cambiamento necessario e urgente non avverrà mai, né ora, né al 2030 o al 2050 che sia. E’ infatti fisicamente impossibile far convivere un pianeta dalle risorse finite con un sistema predatorio e produttore di rifiuti come quello della crescita e del profitto sempre e comunque.
Nessuna politica, nessuna impresa che non cambi radicalmente obiettivi, modo di pensare e agire e lo faccia immediatamente, perché immediatamente si può fare, salverà un bel nulla. Siamo in mano a gente senza scrupoli che ci porterà a fondo per la loro brama di potere e soldi. Unica possibilità che abbiamo è creare da subito zone liberate, in città e campagna che si auto organizzino in maniera completamente differente: dal lavoro all’economia, dall’ambiente alla salute, dall’educazione all’alimentazione, dall’energia alla finanza e costruiscano una società dove persona e ambiente siano al centro, poi viene tutto il resto, ma nei fatti, non nei vuoti slogan. E quando si faranno questi cambiamenti, inevitabilmente politica e imprenditoria seguiranno, se non altro perché non vorranno perdere clienti ed elettori Non si può fare, è utopia, è difficile? Allora auguri a chi ancora si illude che un sistema suicida lo salvi.
Paolo Ermani
fonte: www.ilcambiamento.it

Fino a ieri l’ambiente era considerato meno di zero e gli ambientalisti venivano ritenuti poveri scemi che facevano le Cassandre; oggi improvvisamente, a parole, sono tutti diventati sostenibili, tutti sono per il cambiamento, tutti sono green e tutti stanno salvando il pianeta. Qualsiasi politico, qualsiasi impresa ormai infila queste parole nei suoi discorsi o pubblicità. Ma utilizzate da coloro che sono i maggiori responsabili della catastrofe, sono parole vuote e insignificanti perché la situazione non sta migliorando di un millimetro e si sta aggravando sempre di più.
Il già blando e insufficiente accordo di Parigi sulla riduzione delle emissioni di gas serra non è nemmeno vicino all’obiettivo. I consumi energetici e la produzione illimitata di merci crescono, le emissioni non calano, anzi aumentano. Se non c’è un reale miglioramento, come mai ci prendono costantemente e pervicacemente in giro? Il perché è presto detto, si vorrebbe mantenere la capra della crescita e i cavoli dell’ambiente, cioè tutti quelli che hanno governato, sfruttato, approfittato, inquinato a più non posso, ora vorrebbero con un colpo di bacchetta magica, fare profitti e avere potere come e più di prima, facendo solo un po’ di “green washing” e con quello abbindolare i gonzi che gli credono.
E così ogni politico si trasforma in green e qualsiasi ditta si inventa una stupidaggine minima, fosse solo perché il packaging è fatto per l’uno per cento di plastica riciclata e automaticamente diventa una azienda green e sostenibile. Tanto questi termini non vogliono dire nulla e non ci sono parametri per determinare chi è veramente sostenibile e chi no. La Ferrari consuma un paio di gocce in meno? Automaticamente è green. La Maserati vuole fare un bolide elettrico? Anche lei è senz’altro green. Elon Musk vende dei carri armati elettrici dai costi stellari e per la cui costruzione servono risorse che devastano mezza Africa? E’ senza dubbio green. Addirittura la moda, che è quanto di più superfluo e legato al continuo cambio di vestiti (altrimenti non sarebbe moda) e conseguente spreco di risorse, si spertica in green di qua e green di là.
Oltre quindi a inventarsi balle colossali pur di vendere o mantenere potere, si procrastina sempre, pensando che la natura ci aspetti e che alle multinazionali dei combustibili fossili, chimiche, alimentari, farmaceutiche gli si dia tutto il tempo di “cambiare”, senza che perdano un solo euro di profitto. Cioè quindi che praticamente cambino in qualche centinaio di anni.
E in questo costante procrastinare l’improcrastinabile, l’Unione Europea fissa al 2050 l’ennesimo lontanissimo traguardo in cui dovremmo azzerare le emissioni, quando ci potremmo arrivare tranquillamente in una decina di anni. Proseguendo così al 2050 il pianeta sarà un inferno, altro che green, sostenibile e pulito. L’unico sistema green e sostenibile è quello che mette al primo posto ambiente e persone. Invece quello che accade e per cui la situazione non può migliorare, è che viene prima il profitto, gli azionisti e poi, forse l’ambiente e le persone.
Stessa cosa per la politica: prima vengono il potere e i voti, poi forse l’ambiente e le persone. In questo modo il cambiamento necessario e urgente non avverrà mai, né ora, né al 2030 o al 2050 che sia. E’ infatti fisicamente impossibile far convivere un pianeta dalle risorse finite con un sistema predatorio e produttore di rifiuti come quello della crescita e del profitto sempre e comunque.
Nessuna politica, nessuna impresa che non cambi radicalmente obiettivi, modo di pensare e agire e lo faccia immediatamente, perché immediatamente si può fare, salverà un bel nulla. Siamo in mano a gente senza scrupoli che ci porterà a fondo per la loro brama di potere e soldi. Unica possibilità che abbiamo è creare da subito zone liberate, in città e campagna che si auto organizzino in maniera completamente differente: dal lavoro all’economia, dall’ambiente alla salute, dall’educazione all’alimentazione, dall’energia alla finanza e costruiscano una società dove persona e ambiente siano al centro, poi viene tutto il resto, ma nei fatti, non nei vuoti slogan. E quando si faranno questi cambiamenti, inevitabilmente politica e imprenditoria seguiranno, se non altro perché non vorranno perdere clienti ed elettori Non si può fare, è utopia, è difficile? Allora auguri a chi ancora si illude che un sistema suicida lo salvi.
Paolo Ermani
fonte: www.ilcambiamento.it
Settimana d'azione per il clima: meglio non aspettarsi troppo dalla politica
Tornano le manifestazioni e gli scioperi di giovani (e non solo) per il clima e l'emergenza ambientale. Eppure la politica sembra ancora girata dall'altra parte, con qualche piccolo e irritato accenno di ascolto. Inazione colpevole?
Tornano le manifestazioni e gli scioperi degli studenti (e non solo) nell’ambito della settimana d'azione per il clima promossa a livello mondiale dai gruppi di giovani nati dalla protesta di Greta Thunberg. Si prevede che la pressione sui politici sarà significativa, vista anche ormai la enorme popolarità della candidata al premio Nobel per la pace. E la stessa Greta Thunberg continua il suo confronto con i politici ai quali non risparmia dure e giustissime critiche.
In Italia su proposta dei gruppi FFF italiani, sono state stilate varie dichiarazioni di emergenza climatica da parte dei Comuni, ma analizziamo meglio questo avvenimento. Una emergenza è qualcosa, come dice la parola stessa, che spinge ad agire immediatamente; eppure, nonostante le varie adesioni, sembra che ciò non stia accadendo, non come un'emergenza richiederebbe.
Non solo non si sta agendo, ma c’è il concreto rischio che queste dichiarazioni si trasformino in un boomerang per l’ambiente. Sappiamo bene come i Comuni e la politica in generale piuttosto che agire e cambiare lo status quo si farebbero tagliare le mani, quindi per molti di loro una dichiarazione d’emergenza con tanti bei proponimenti diventa l’inizio e la fine del percorso. Con la differenza rispetto a prima che fanno una bella figura nei confronti dei giovani e l’opinione pubblica. Una specie di green washing come quello delle imprese ma che in questo caso è delle amministrazioni pubbliche.
Prevederanno qualche blanda iniziativa, bandiranno le cannucce di plastica monouso, metteranno qualche pannello fotovoltaico sui tetti, organizzeranno assieme a qualche organizzazione ambientalista la raccolta di rifiuti nelle spiagge e così l’emergenza sarà affrontata.
Ma tutto ciò non significa ovviamente affrontare un'emergenza che in quanto tale presuppone un totale ripensamento di tutto, come se fossimo in guerra, visto che proprio di guerra si tratta, di noi contro la natura, cioè contro noi stessi.
A questo punto sorge legittima la domanda: la politica può e vuole davvero impegnarsi per fare qualcosa? In teoria potrebbe fare tanto, in pratica fa assai poco e lo testimoniano tutti gli interventi che Greta ha fatto ovunque rivolgendosi ai politici, criticando fortemente l’inazione della politica stessa. Si parla tanto di Green new deal ma se ne parlava anche quando era al governo Obama e quella amministrazione non ha fatto praticamente niente in quel senso. Intanto sono passati vari anni, la situazione è peggiorata e ora ci si trova addirittura con l’Attila Trump che non solo non fa nulla per l’ambiente morente ma praticamente infierisce con una logica pervicacemente dannosa pure su quel poco di intatto e sano che rimane. Ma a pensarci bene cosa e chi glielo fa fare a un politico di impegnarsi sul serio, dato che farlo forse significherebbe più lavoro, più impegno e magari anche la perdita di qualche interesse da parte di finanziatori e lobby inquinanti varie che da sempre ungono e foraggiano interi eserciti di politici?
Sperando che la politica agisca per davvero in emergenza come le varie risoluzioni richiederebbero, la strada principale da percorre è un'altra ed è in teoria potentissima e avrebbe anche l’effetto di fare agire la politica, se non altro per paura di perdere potere e consenso.
Dato che si stanno mobilitando milioni di persone in Italia e nel mondo e sono persone che poi hanno influenza su parenti, amici, conoscenti, basterebbe che prendessero pochi ma chiari e netti provvedimenti per far valere molto più pesantemente la loro voce. Alcune semplici azioni efficaci alla portata di tutti. Ritirare o fare ritirare tutti i soldi che ci sono nelle banche tradizionali e depositarli in banche etiche o locali, che comunque non abbiano progetti o finanzino progetti di nessun tipo contro l’ambiente e le persone. Iniziare a formarsi e organizzare un lavoro che non sia nocivo per persone e ambiente e convincere parenti, conoscenti e amici a farlo anche loro. Costruire comunità in città o fuori città dove organizzare la maggiore autosufficienza alimentare ed energetica possibile, anche ripopolando assieme ad amici o persone affini, luoghi periferici o abbandonati dove creare una alternativa, seria, concreta di società ecologicamente sostenibile e socialmente giusta ed egualitaria. Siamo sicuri che se si agisse in questo modo e quindi si avesse un impatto profondo nei tre aspetti fondamentali della finanza, economia e lavoro, declinati attraverso una coscienza ambientalista, si avrebbe un impatto così forte che anche i politici sarebbero costretti a cambiare e finalmente assecondare richieste sacrosante. Fino a quel momento e cioè fino a quando i cambiamenti saranno concreti, seri, efficaci e duraturi, il rischio che succeda poco e che quel poco sia assolutamente insufficiente, è assai alto.
Pensare di manifestare senza costruire un mondo diverso, aspettando che ci pensino i politici, oltre che essere ingenuo, è la strada più veloce per la disfatta totale.
Paolo Ermani
fonte: http://www.ilcambiamento.it
Nestlé, 100% del packaging riciclabile o riutilizzabile entro il 2025. Ma per Greenpeace è un’operazione di greenwashing
Dopo McDonald’s e Coca-Cola, anche Nestlé si impegna nella lotta alla plastica e annuncia che entro il 2025 tutto il suo packaging sarà riciclabile o riutilizzabile. L’obiettivo è che “nessuna delle confezioni prodotte, comprese quelle in plastica, finisca nelle discariche o nella raccolta indifferenziata”. L’azione si concentrerà su tre aree: eliminare le plastiche non riciclabili; incoraggiare l’uso di materie plastiche che consentano migliori tassi di riciclo; eliminare o modificare il packaging in poliaccoppiato, che rende il riciclo più complesso da parte dei consumatori.
In particolare, Nestlé si impegna a sviluppare modelli efficienti per la raccolta, lo smistamento e il riciclo nei Paesi in cui opera; ricercare diverse soluzioni di imballaggio per ridurre l’uso di plastica, facilitare il riciclo e sviluppare nuovi approcci per eliminare i rifiuti di plastica; inserire sulle confezioni in plastica dei prodotti tutte le informazioni per i consumatori sul corretto riciclo; promuovere un mercato per le materie plastiche riciclate, continuando ad aumentare la percentuale di materiale riciclato nel suo packaging.
L’annuncio non ha del tutto convinto Greenpeace, che vede elementi di greenwashing, di semplice ripulitura della propria immagine, perché il piano “non va verso una riduzione significativa della plastica monouso, rischiando di stabilire uno standard incredibilmente basso per l’intero settore”. In una dichiarazione a EcoWatch, il responsabile della campagna Oceani dell’associazione ecologista, afferma che l’annuncio di Nestlé “è pieno di obiettivi ambigui o inesistenti e, anziché attribuire a se stessa la responsabilità di ripulire il proprio inquinamento da plastica, la scarica sui consumatori”.
fonte: www.ilfattoalimentare.it
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