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Cibo, ecco quanto dipendiamo dalle api


Un mondo senza api sarebbe sicuramente un pianeta privo di miele. Ma anche senza cioccolato. Il motivo? Il cacao è una delle colture – insieme al kiwi, meloni, cocomeri, zucche e noci del Brasile – che dipendono per il 90% dagli impollinatori, api in testa.

Le api, messe in pericolo dall’uso dei pesticidi (purtroppo non solo dai famigerati neonicotinoidi), svolgono insieme ad altri insetti – vespe e farfalle – un ruolo fondamentale nella ...

“Pronti a gestire il vuoto a rendere di qualsiasi oggetto”. Parla Lorenzo Pisoni di Pcup

Il cambiamento degli stili di consumo e dei modelli di business per passare dal paradigma lineare a quello dell’economia circolare, dall’usa e getta al riutilizzo, ha bisogno non solo di tecnologie, di innovazione, di fondi, di politiche. Ha bisogno anche di “educazione”. Il punto di vista di Lorenzo Pisoni co-founder di Pcap, la startup che ha inventato il bicchiere smart




Gli Stati Uniti non sono famosi per le buone abitudini alimentari e la dieta dell’americano medio è costituita in buona parte da cibo altamente processato e preconfezionato. Secondo un articolo di The New York Times del 2014, la quantità di cibi confezionati che gli americani consumano è del 31 per cento maggiore rispetto a quella di cibo fresco. Oltreoceano, poi, si mangia più spesso in giro e senza sedersi a tavola: si stima che gli americani consumino il 20% dei propri pasti in auto. Spesso si tratta di cibo da asporto preso dal ristorante di quartiere o, come accade sempre più di frequente per via del recente boom delle app di food delivery, di cibo consegnato a domicilio.

È una delle cose che più sorprende noi italiani quando ci ritroviamo a vivere o viaggiare negli Usa: l’onnipresenza del cibo da asporto. Anche la più classica delle cene in famiglia spesso consiste nell’ordinare piatti preparati al ristorante e consegnati a casa dei consumatori in una varietà di contenitori di materiali diversi, dalla plastica al polistirolo, dalla carta all’alluminio.

Pandemia di rifiuti

La pandemia ha peggiorato le cose: The International Solid Waste Association stima che l’emergenza sanitaria abbia fatto aumentare del 250-300% l’utilizzo di plastica monouso e uno dei motivi principali di questo aumento sarebbe la dipendenza dai contenitori usa e getta per alimenti da parte dei ristoranti che, costretti a chiudere al pubblico, potevano offrire solamente asporto o consegna a domicilio.

Tutto ciò produce grossi quantitativi di rifiuti, in particolare rifiuti plastici: secondo National Geographic, gli Stati Uniti usano circa 36 miliardi di utensili usa e getta all’anno. Insomma, ordinare pasti a domicilio equivale a ordinare spazzatura a domicilio. Lo scorso settembre, dopo 6 mesi di pandemia, il critico gastronomico di The Washington Post, Tom Sietsema, ha scritto un articolo in proposito, spiegando di aver conservato tutti i contenitori in cui gli era stato consegnato il cibo nei mesi precedenti e averne accumulati tanti da riempire un bidone da quasi 400 litri.

E, se è vero che molte città stanno progressivamente mettendo fuori legge i contenitori in materiali impossibili da riciclare, come quelli in polistirolo, è anche vero che le percentuali di riciclo sono ancora basse, oltre al fatto che il processo consuma energia. Meglio, quindi, sarebbe eliminare del tutto i contenitori usa e getta. Alcune aziende stanno iniziando ad affrontare il problema proponendo alternative al contenitore monouso, senza dover rinunciare alla comodità del pasto da asporto o consegnato alla porta di casa. Le idee sono tante e diversi sono gli approcci possibili.

Consegne senza peccato

A New York, una città che usa 200 milioni di chili di utensili usa e getta per ristoranti ogni anno, dopo qualche tentativo di programma pilota organizzato da agenzie della città, è nato di recente Deliverzero, un servizio di consegne a domicilio che mette a disposizione dei ristoranti contenitori riutilizzabili che poi lo stesso servizio ritira dalle case dei consumatori all’ordine successivo. In alternativa i clienti possono riportare i contenitori direttamente all’attività commerciale. È il ristorante che si occupa poi di lavare e sanificare i contenitori forniti da Deliverzero, come farebbe con piatti e altri utensili utilizzati all’interno del locale. Questa soluzione è pensata specificamente per New York, una città dove il ricorso alle app di food delivery è enorme e dove nessuno rinuncia facilmente alle comodità.

Con Deliverzero il consumatore usa la app come utilizzerebbe qualsiasi altra app per le consegne e i ristoranti possono scegliere di essere presenti su Deliverzero come su altre app. Il costo del servizio è molto contenuto (considerando anche che fa risparmiare al ristorante il costo dei contenitori usa e getta) e viene calcolato in base all’uso dei contenitori.

Vuoto a rendere

Diverso l’approccio di un’azienda della West Coast: a Portland, GoBox offre la possibilità di prendere in prestito contenitori riutilizzabili, in specifici punti vendita o ristoranti dove il consumatore acquista cibo, per poi restituirli. È poi il servizio stesso ad occuparsi di lavare e sanificare i contenitori che vengono poi distribuiti nuovamente a ristoranti e negozi. L’utente va sulla app solo per prenotare i contenitori, non per ordinare il cibo. Sarà poi il ristoratore che, alla consegna, confezionerà il cibo nei contenitori GoBox anziché in quelli usa e getta. Il servizio funziona con una sottoscrizione mensile che offre diverse opzioni a seconda delle necessità dell’utente.

Ha punti vendita in diverse zone del paese, invece, Just Salad, un’azienda che offre un approccio ancora diverso. Si tratta di una catena di fast food salutari dove il cibo da asporto e quello in consegna viaggiano all’interno di contenitori riutilizzabili. I consumatori ordinano online e poi riconsegnano i contenitori in uno dei punti vendita della catena che si occupa di lavarli e rimetterli in circolo. In questo caso, la possibilità per il consumatore di “fare la cosa giusta” è legata alla scelta di un marchio e di prodotti specifici. Il concetto è lo stesso anche nel caso di Fresh Bowl, che però non è una catena di ristoranti bensì di distributori automatici da cui il consumatore può acquistare insalate e altri cibi freschi in contenitori che poi possono essere restituiti al distributore stesso, guadagnando credito per acquisti successivi. Durante la pandemia, tuttavia, l’azienda ha sospeso il servizio e non è chiaro se riprenderà.

Mercato e regole

Altre aziende stanno sperimentando, a livello locale, soluzioni simili, ma quelli che abbiamo selezionato sono esempi che offrono una panoramica sui diversi possibili approcci al problema. Per evitare che una comodità si trasformi in disastro ambientale, le idee sono tante e diverse, ma per il momento le opzioni a disposizione del pubblico sono ancora limitate, si affidano all’iniziativa privata e lasciano al consumatore la responsabilità di fare la scelta più etica.

Sarà il mercato a decretare quali di questi modelli si diffonderanno, ma una spinta legislativa in questo senso potrebbe fare la differenza. In questo l’Europa sembrerebbe andare in una direzione diversa rispetto all’America, tradizionalmente più portata a farsi influenzare dal mercato che non da regolamentazioni dall’alto. Ma se è vero che nel vecchio continente tendiamo a prendere tutte le cattive abitudini del nuovo, dovremo esplorare anche le soluzioni ai problemi che quelle cattive abitudini generano.

fonte: economiacircolare.com




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Lo stile di vita delle donne è più sostenibile

Lo ha scoperto un nuovo studio svedese. I singoli consumatori risparmierebbero fino al 40 per cento di emissioni con scelte più consapevoli sul cibo, sulla casa e sulle vacanze



Cosa si può fare nel proprio piccolo per ridurre le emissioni? È una delle domande che ci si pone più spesso quando si parla di crisi climatica. La risposta sembrerebbe arrivare da un nuovo studio svedese che ha scoperto che i singoli consumatori possono risparmiare fino al 40 per cento di gas ad effetto serra semplicemente facendo scelte più consapevoli quando decidono cosa mangiare, cosa comprare per la casa e dove trascorrere le vacanze. È stato anche scoperto che, a parità di spese, le donne emettono meno degli uomini.

Lo studio attribuisce le emissioni ai consumatori

Lo studio è stato condotto dalla compagnia di ricerca Ecoloop, guidata da Annika Carlsson Kanyama, Jonas Nässén e René Benders e pubblicato sulla rivista Journal for industrial ecology. Lo scopo era dimostrare come ridurre le emissioni di gas a effetto serra generate dai consumi delle singole abitazioni e quantificare le opportunità di mitigazione con alternative già presenti sul mercato, ma non ancora popolari. L’obiettivo era proprio quello di attribuire le emissioni direttamente ai consumatori e non ai produttori, analizzando cosa viene acquistato dalla popolazione e poi tracciandone le emissioni fino alle origini.

I ricercatori hanno usato la Svezia come caso studio e tre campioni: un uomo single medio, una donna single media e una persona svedese media. Hanno poi scelto tre settori: il cibo, le vacanze e l’arredamento. Per mitigarne le emissioni, sono state proposte alternative a base vegetale, verdure coltivate localmente, oggetti di seconda mano o riparati, spostamenti con il treno o staycation, ossia vacanze fatte entro un certo chilometraggio dalla propria abitazione. Le alternative analizzate non richiedono investimenti aggiuntivi, a differenza di altre soluzioni, come acquistare una macchina elettrica o di installare pannelli solari, che necessitano di maggiori disponibilità finanziarie. “I nostri esempi sono semplici da seguire anche da un punto di vista economico”, si legge nello studio.


I risultati dimostrano infatti che il totale delle emissioni può essere abbassato del 36-38 per cento passando a soluzioni meno impattanti, senza cambiare il totale speso.
Il totale delle emissioni nei settori presi in esame dallo studio © Annika Carlsson Kanyama, Jonas Nässén e René Benders

L’importanza di scegliere vacanze sostenibili

I ricercatori hanno dimostrato che le scelte che vengono fatte quando si sceglie una vacanza sono quelle che determinano la quantità maggiore di emissioni. Per questo state analizzate varie tipologie di vacanze più sostenibili, tra cui dei tour in treno (che comprendevano sia l’alloggio sia gli spostamenti) o le staycation. Questo termine si riferisce alle vacanze fatte entro un certo chilometraggio dalla propria abitazione, durante le quali si partecipa a concerti e ad attività all’aperto.

L’analisi ha evidenziato come scegliere queste due alternative permettesse di risparmiare fino a dieci volte le emissioni prodotte da un viaggio in aereo e sei volte quelle di un viaggio in auto.


Le emissioni delle vacanze prese in esame dallo studio © Annika Carlsson Kanyama, Jonas Nässén e René Benders

La carne di agnello inquina venticinque volte più delle alternative vegetali

Le analisi riportate dai ricercatori poi non lasciano dubbi: la carne e i latticini generano emissioni nettamente più alte delle loro alternative a base vegetale e sostituirli con queste ultime permette di risparmiare tra il 32 e il 38 per cento delle emissioni. La carne di agnello inquina venticinque volte più del tofu, mentre quella di maiale cinque. Il latte di mucca inquina cinque volte di più del latte di avena e il formaggio tradizionale quattro volte di più di quello vegetale. I prezzi dei prodotti alternativi alla carne e ai latticini potrebbero essere sia più alti che più bassi dei loro corrispettivi, ma dipende sempre dalla qualità di quelli che vanno a sostituire.

Anche prestare attenzione alla provenienza delle verdure può comunque fare la differenza. Ad esempio, la lattuga che si trova nei supermercati inquina fino a dodici volte in più di quella coltivata localmente. Tuttavia, le emissioni di questi alimenti sono già di per sé basse, quindi secondo i ricercatori è l’acquisto di prodotti vegetali a far diminuire maggiormente il totale.

Le emissioni degli alimenti presi in esame © Annika Carlsson Kanyama, Jonas Nässén e René Benders

I prodotti di seconda mano emettono e costano meno

Per quanto riguarda i prodotti della casa, la ricerca ha dimostrato che quelli di seconda mano hanno in assoluto le emissioni più basse di tutte le altre alternative. In più, per alcune categorie, sono anche più economici. È il caso dei vestiti, ad esempio, i cui prezzi diminuiscono fino al 90 per cento.

Per il mobilio, i ricercatori hanno supposto che la stessa cifra venisse spesa per comprare lo stesso numero di prodotti, acquistati però di seconda mano o riparati. Il totale delle emissioni è sceso del 51-72 per cento.

Le emissioni dei prodotti per la casa presi in esame dallo studio © Annika Carlsson Kanyama, Jonas Nässén e René Benders

Le donne contribuiscono meno alla crisi climatica, ma ne soffrono di più le conseguenze

Oltre ad aver provato l’efficacia delle strategie di mitigazione, la ricerca ha anche scoperto che generalmente le donne emettono meno degli uomini. Questo scostamento non è da ricondursi ad una differenza di spesa, quanto di abitudini. Gli uomini tendono a spendere poco più delle donne (circa il 2 per cento), ma emettono il 16 per cento di gas ad effetto serra in più. Questo dipende da molti fattori: le donne spendono meno su prodotti e servizi che non emettono molto, mentre gli uomini spendono almeno il 70 per cento in più per prodotti e servizi con un impatto maggiore, come la benzina.

“È un classico: le donne spendono di più per arredare la casa, per la propria salute e per i vestiti, mentre gli uomini per le auto, per la benzina, per mangiare, bere o fumare”, ha spiegato al Guardian Annika Carlsson Kanyama, autrice dello studio. La ricercatrice si è anche detta sorpresa che non ci fossero più analisi sulle differenze dell’impronta climatica dei due sessi dato che le donne risultano essere tra i soggetti che contribuiscono meno alla crisi climatica, ma che allo stesso tempo ne soffrono di più le conseguenze. I risultati di questo studio, quindi, non dimostrano solo quanto le scelte dei consumatori possano davvero fare la differenza. Ma aprono anche un dibattito necessario sui legami tra la parità dei sessi e la protezione dell’ambiente.

fonte: www.lifegate.it


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Lo spreco di cibo a SuperQuark

 










Rai


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Città circolari per cambiare il sistema alimentare. Spazio alle giovani start up

Entro il 2050 l'80% di tutto il cibo sarà consumato nelle città, dicono le stime. Per questo l'Università di Torino in collaborazione con Leadership Group on Food waste, food systems and the bioeconomy e ECESP hanno organizzato un evento #EUCircularTalks sul ruolo delle città nella transizione circolare nei sistemi alimentari.



Dialogo, proposte, iniziative e soluzioni. Per trasformare in chiave circolare il sistema alimentare delle nostre città, l’Università di Torino in collaborazione con Leadership Group on Food waste, food systems and the bioeconomy e ECESP hanno organizzato un evento #EUCircularTalks sul ruolo delle città nella transizione circolare nei sistemi alimentari. Lo scopo di questi incontri non è solo ricordare l’insostenibilità del sistema alimentare europeo attuale – gestioni rifiuti, spreco, emissioni di CO2 – elencando solo le possibili soluzioni, ma anche condividere informazioni e buone pratiche che guidino la transizione nella direzione giusta.
Visione olistica, economia circolare e dialogo tra gli stakeholder

“Cambiare il sistema alimentare è molto complesso – spiega a EconomiaCircolare.com Paola De Bernardi, organizzatrice dell’evento e docente di Circular Economy Management all’Università di Torino – perché è costituito da parti interconnesse fra loro che spesso e volentieri presentano dei paradossi. Quando si risolve un aspetto, ci sono spesso conseguenze negative su altri aspetti su diversi ambiti. C’è sempre una fase di sperimentazione che richiede dei tentativi”.

“Durante la pandemia l’unica filiera funzionante è stata quella del cibo e questa è una buona notizia – dice all’#EUCircularTalks Peter Schmidt del Comitato Economico e Sociale Europeo (EESC) –. Già nel 2016 si parlava di un approccio olistico al fine di implementare un sistema alimentare sostenibile. Le politiche alimentari in territorio urbano non sono uniformi a livello europeo. La domanda è come ottenere politiche alimentari globali?”. Quello che serve è una visione olistica che coinvolga gli imprenditori in grado di creare virtuose simbiosi. “La visione olistica da adottare può avvenire solo con la partecipazione di tutti gli stakeholder che gravitano attorno al food system, non soltanto chi produce – aggiunge Paola De Bernardi –: la logica della visione sistemica della transizione verso un’economia circolare va intesa sui più livelli e più stakeholder”.

Il potenziale del sistema alimentare in città circolari

Nel sistema alimentare esistono criticità nelle fasi di produzione e consumo delle risorse. Si riscontrano impatti negativi nel consumo di cibo come obesità, malnutrizione e fame, ma anche nella produzione con effetti economici, ambientali e di salute. “Eliminare i rifiuti e l’inquinamento, tenere i materiali in vita, e rigenerare i sistemi naturali attraverso le biomasse – sottolinea Emma Chow della Ellen MacArthur Foundation Food initiative citando il report Cities and Circular Economy for Food uscito nel 2019”. Dal momento che l’80% di tutto il cibo sarà consumato nelle città entro il 2050, il documento sottolinea l’importanza fondamentale nell’attuare un sistema rigenerativo per il lungo termine. “Emergono tre ambizioni principali – aggiunge Emma Chow –: procurarsi cibo coltivato in modo rigenerativo e a livello locale; valorizzare il cibo; progettare e commercializzare prodotti alimentari più sani. Queste tre ambizioni avranno un impatto maggiore se perseguite contemporaneamente ed entro il 2050 potrebbero sbloccare benefici complessivi per un valore di 2,7 trilioni di dollari all’anno”. Ne trarrebbe giovamento anche l’ambiente “con una riduzione delle emissioni di gas serra di 4,3 miliardi di tonnellate equivalenti di CO2, una riduzione dei costi sanitari associati all’uso di pesticidi di 550 miliardi di dollari, insieme ad altri benefici per la salute e un’opportunità economica per le città di ridurre lo spreco alimentare e fare un uso migliore dei sottoprodotti alimentari, per un valore di 700 miliardi di dollari”.

Spazio alle giovani startup

Questa EU Circular Talk è stata anche l’occasione per dare spazio alle iniziative lanciate dalle giovani startup che nei tavoli delle grandi corporate hanno poca voce in capitolo. “La loro testimonianza non è soltanto una presentazione di modello di business che funziona ed è profittevole – sottolinea Paola De Bernardi che sta gestendo diversi progetti circolari tra cui Girl on Circular, che mira a fornire a 50mila studentesse di età compresa tra 14 e 18 anni in tutta Europa competenze digitali e imprenditoriali – sono progetti che al loro interno creano modelli di educazione e di consapevolezza, il loro obbiettivo è influenzare il consumatore, il cittadino e il cliente grazie alla motivazione di fondo della start up”. Uno dei giovani italiani a partecipare all’incontro è stato Alessio D’Antino, CEO della Forward Fooding che grazie ai Big Data e tecnologie all’avanguardia supporta la riprogettazione del modo in cui le start up del cibo innovano.

“Bisogna ascoltare di più queste piccole realtà e supportarle dove sia possibile – conclude la professoressa De Bernardi –. Il grande cambiamento è guidato sempre dalle grandi aziende. Tuttavia si parte sempre dalla società civile, la partecipazione del cittadino è fondamentale per cambiare mentalità. Queste talk hanno la finalità di educare e creare consapevolezza”.

fonte: economiacircolare.com


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L’Italia ritorni alla sua vocazione agricola e artigianale



Nel seguire l’impossibile coesistenza di un sistema della crescita infinita in un pianeta dalle risorse finite, l’Italia ha stravolto la sua natura e vocazione. Scimmiottando i paesi anglosassoni si è pensato di competere sul piano della potenza industriale. Una gara che ci ha visto sempre rincorrere affannosamente anche per la mancanza di risorse interne di fonti fossili e ora per l’impossibilità di uscire economicamente vincitori da una competizione con paesi come la Cina.

Inoltre una industrializzazione senza freni e scrupoli, ha il non indifferente contraccolpo della distruzione ambientale, quindi delle nostre risorse e ricchezze. L’Italia infatti è storicamente un paese a vocazione agricola e artigianale. La capacità di produrre con la nostra inventiva e le nostre mani si riflette anche nelle bellezze artistiche che ci sono sulla penisola in una innumerevole quantità.

Non è certo un caso che l’Italia sia meta turistica ambita anche per le sue realizzazioni create da persone di una capacità artigianale eccezionale che erano lo specchio di una conoscenza diffusa nella popolazione. Che gli italiani siano ottimi artigiani dalla grande creatività è un fatto evidente. Inoltre la nostra ricchezza e varietà dal punto di vista agricolo e alimentare è testimoniata anche dal movimento Slow Food diffuso a livello internazionale. Dove se non in Italia una realtà con queste caratteristiche poteva nascere? Un paese dove cresce una varietà e qualità strepitosa di piante commestibili e alberi da frutto, dove in ogni angolo, anche il più remoto, c’è una specialità alimentare.

Tutto questo è stato progressivamente messo in pericolo dalla massiccia e costante importazione di “cinafrusaglie” e di cibo spazzatura prodotto da paesi che hanno una cultura e ricchezza del cibo neanche lontanamente paragonabile a quella italiana. Cibo e altri prodotti realizzati con prezzi ambientali e umani altissimi e quindi conseguentemente con costi irrisori. Come si fa a competere con chi utilizza milioni di lavoratori super sfruttati e pagati miserie e non mette in nessun conto i disastri ambientali che provoca nella realizzazione delle merci?

Tentare di competere su piani che ci vedono sconfitti in partenza, non solo è illusorio ma assai poco intelligente e per nulla lungimirante. Non è certo correndo la corsa alla produzione illimitata di merci, per lo più superflue e dannose per l’ambiente, che faremo un servizio al nostro paese che invece deve necessariamente ritrovare la sua inclinazione, la sua natura che è il saper fare e il saper coltivare. Artigianato, agricoltura e benessere quindi sono la risposta, laddove il nostro “saperci godere la vita” ci è invidiato proprio da quei paesi anglosassoni e non, continuamente protesi alla performance, al segno più, mentre la loro vita si consuma in grafici e numeri. Anche noi però rischiamo di non saperci più godere la vita in questa impossibile rincorsa alla “performance” che con la nostra natura e saggezza mediterranea, hanno ben poco a che vedere.

E se si ritiene che ritrovare la via dell’artigianato e dell’agricoltura sia impossibile, anacronistico, utopico, si valuti se è più realistico proseguire a sfruttare tutte le risorse possibili e immaginabili, produrre quantità incalcolabili e ingestibili di rifiuti, competere con il mondo per vendere qualsiasi cosa, crescere in una corsa sfrenata verso il nulla e con ciò ottenere solo due risultati: una vita impazzita priva di senso e una natura distrutta dal nostro agire che ci porterà all’inevitabile suicidio collettivo.

Quindi volenti o nolenti, anche a causa dell’esaurimento delle risorse e della catastrofe ambientale, bisognerà ritornare a quello che ci contraddistingue e in cui siamo grandi maestri: costruire una società a misura di persona il più possibile autosufficiente e con un forte tessuto artigianale ed agricolo. Agendo in questo modo si possono ridurre drasticamente le importazioni di merci superflue, spesso dannose e ambientalmente impattanti, considerato che tutto quello che arriva da lontano lascia una scia di inquinamento non indifferente. Cosa c’è poi di più bello che creare con le proprie mani o coltivare vedendo crescere e assaporare i propri alimenti? Si può in questa direzione calibrare e pianificare una industria utile e sostenibile, alimentata da fonti rinnovabili, per le quali, a differenza delle fonti fossili, abbiamo potenzialità enormi e che supporti i settori artigianale e agricolo biologico.

L’Italia può ridiventare un giardino fiorito pieno di creatività, saggezza e prelibatezze, dove finalmente vivere e non competere, dove aiutarsi, cooperare e non farsi la guerra, tanto alla fine non ci sarà nessun vincitore e saremo tutti perdenti. Abbiamo il nostro paese che è già potenzialmente un paradiso terrestre, bisogna solo riscoprirlo e riscoprire i nostri talenti e le nostre capacità. Possiamo diventare un faro internazionale per un cambiamento epocale, sta a noi renderlo possibile.

fonte: www.ilcambiamento.it



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L’innovazione combatte spreco alimentare e nuove povertà

Dalle banche del cibo alla spesa sospesa. Come le iniziative solidali combattono lo spreco alimentare avvalendosi dell’innovazione tecnologica: semplificare i processi, incrociare i dati, digitalizzare eccedenze e bisogni garantendo tracciabilità e trasparenza grazie alla tecnologia blockchain




Università, startup, associazioni. La mobilitazione contro ogni forma di spreco alimentare è diventata un imperativo etico, sia dal punto di vista ambientale – più spreco genera più rifiuti da smaltire – che sociale. La pandemia ha creato condizioni di povertà assoluta come non si vedevano da molti anni: nel 2020 le persone in povertà assoluta in Italia hanno raggiunto i 5,6 milioni (un milione in più rispetto al 2019 secondo i dati ISTAT 2021). Nel periodo marzo-giugno 2020 le organizzazioni che si occupano di recuperare e ridistribuire il cibo in eccesso da mercati, negozi e dagli scaffali della grande distribuzione hanno avuto un aumento di richieste di aiuto del 50% soltanto in Europa.
Le banche del cibo

La prima banca del cibo (o food bank) fu fondata nel 1967 a Phoenix in Arizona da John Van Hengel; da allora la sua intuizione ha dato la spinta a organizzazioni che uniscono il fine umanitario alla lotta allo spreco alimentare. Le principali food bank europee aderiscono alla FEBA-European Food Banks Federation di cui fanno parte 24 organizzazioni nazionali; esiste inoltre una rappresentanza internazionale di cui fanno parte le organizzazioni di 30 Paesi, la rete GFB-The Global Food Banking Network. La Fondazione Banco Alimentare Onlus esiste in Italia dal 1989, e altri ne hanno seguito l’esempio a livello locale o nazionale.

Le banche del cibo collegano l’offerta di alimenti prossimi alla data di scadenza con la domanda delle organizzazioni non profit che gestiscono le mense per le persone in difficoltà. L’aumento dei richiedenti ha bisogno di un sistema che semplifichi i processi di redistribuzione incrociando i dati degli esercizi dove si genera lo spreco alimentare con quelli delle organizzazioni di aiuto sul territorio e delle persone in difficoltà.

“Dono ergo sum”

Un esperimento interessante in questa direzione è nato da un progetto di ricerca finanziato dal Ministero dell’Università e della Ricerca di cui fanno parte le Università della Tuscia (Viterbo), di Roma Tre e di Trento. Il nome del progetto è “Dono ergo sum” (redistribuzione dello spreco di filiera durante e post pandemia a favore delle categorie di persone più vulnerabili in allineamento agli obiettivi di sviluppo sostenibile). Si tratta di una ricerca interdisciplinare che coniuga competenze manageriali, statistiche, ingegneristiche e di public policy; l’obiettivo è sviluppare un sistema integrato di monitoraggio, comunicazione e analisi – grazie alla tecnologia blockchain – per tracciare i flussi di cibo dalla produzione alla donazione fino al consumo finale. Partner tecnologico del progetto è la startup Recuperiamo srl.

Il monitoraggio, la produzione e l’analisi dei dati su scala locale saranno in grado di favorire lo scambio informativo a livello di filiera, supportare la redistribuzione e, in linea più generale, contribuire ad allineare gli attuali modelli di produzione e consumo agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda Onu 2030. Digitalizzare il recupero delle eccedenze e la loro distribuzione tramite le organizzazioni non profit che operano sul territorio rende il tutto più facile, veloce e sicuro.

Esistono anche piattaforme digitali che mettono in contatto gli utenti tra di loro per lo scambio gratuito di alimenti, ma in Italia stentano a decollare nonostante uniscano la riduzione dello spreco alimentare a una dimensione sociale che favorisce le relazioni all’interno delle comunità.

Un altro esempio di innovazione in materia di lotta allo spreco alimentare è Regusto, un brand della startup Recuperiamo srl che si definisce un “marketplace della sostenibilità per ottimizzare i processi di donazione e vendita di prodotti alimentari e non”. Anche Regusto sfrutta la tecnologia blockchain per garantire tracciabilità e trasparenza: la piattaforma connette tra loro i soggetti coinvolti nella donazione e compravendita dei beni, e i dati relativi alle transazioni sono salvati all’interno di un registro pubblico.

La spesa sospesa

Tra le esperienze interessanti sul tema della lotta allo spreco alimentare con finalità sociali vogliamo segnalare l’iniziativa Spesasospesa di LAB00 Onlus. Il Manifesto di LAB00 si fonda su “sostenibilità, solidarietà e trasparenza al servizio della comunità per evitare gli sprechi alimentari” e agisce in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile 1 (Sconfiggere la povertà), 2 (Sconfiggere la fame), 8 (Lavoro dignitoso e crescita economica), 9 (Imprese, innovazione e infrastrutture), 10 (Ridurre le disuguaglianze), 11 (Città e comunità sostenibili) e 12 (Consumo e produzione responsabili) dell’Agenda 2030. Come funziona Spesasospesa? I cittadini donano denaro e le aziende donano cibo, con il denaro si acquistano beni di prima necessità e si coprono i costi logistici, i prodotti sono inviati ai centri di distribuzione presenti sul territorio che li consegnano ad associazioni non-profit convenzionate che a loro volta li distribuiscono alle famiglie bisognose. Spesasospesa si avvale della tecnologia blockchain della piattaforma Regusto per garantire tracciabilità e trasparenza.

fonte: www.rinnovabili.it


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Food Waste Index-Report 2021, pianificare strategie antispreco

Il Food Waste Index-Report 2021 stima che l’8-10% delle emissioni globali di gas serra siano dovute al cibo che non viene consumato, con un pesante impatto sui sistemi di gestione dei rifiuti e sul consumo di risorse. Lo spreco di cibo incide sul cambiamento climatico, sulla biodiversità, sull’inquinamento e sulla vita delle persone, delle quali esaspera l’insicurezza alimentare










«Se la perdita e lo spreco alimentare fossero un Paese, sarebbe la terza più grande fonte di emissioni di gas serra». Esordisce così Inger Andersen, Executive Director dell’UNEP-United Nations Environment Programme, nel presentare il Food Waste Index-Report 2021.

Produrre e sprecare cibo ha un impatto negativo da vari punti di vista: ambientale, sociale ed economico. Si stima che l’8-10% delle emissioni globali di gas serra siano dovute al cibo che non viene consumato, con un pesante impatto sui sistemi di gestione dei rifiuti e sul consumo di risorse: circa 1,4 milioni di ettari di terreno coltivabile vengono utilizzati per produrre alimenti che non verranno mai consumati. Lo spreco di cibo, quindi, incide sul cambiamento climatico, sulla biodiversità, sull’inquinamento e sulla vita delle persone, delle quali esaspera l’insicurezza alimentare.

Nessuno può chiamarsi fuori: lo spreco alimentare si può ridurre sia a livello di produzione, trasformazione e distribuzione, che a livello di ristorazione e familiare. Eliminarlo porterebbe un vantaggio per il Pianeta e, di conseguenza, per le persone. Nonostante l’evidenza della questione, la consapevolezza in materia è ancora molto scarsa: pochi conoscono la portata dello spreco e i suoi effetti sull’ambiente. Secondo il Food Waste Index Report 2021 lo spreco alimentare delle famiglie, dei negozi di vendita al dettaglio e del settore della ristorazione ammonta a 931 milioni di tonnellate ogni anno, con impatti non marginali sui cambiamenti climatici; la maggior parte di questi sprechi avviene tra le mura domestiche (61%). Un dato ci sembra particolarmente interessante: lo spreco domestico pro capite non accomuna i Paesi ricchi bensì le fasce di reddito, a prescindere dalla ricchezza del Paese.

Lo spreco alimentare è socialmente inaccettabile

L’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 12.3 dell’Agenda ONU 2030 punta a dimezzare lo spreco alimentare globale pro capite, ma come abbiamo visto siamo ancora lontani dal raggiungerlo. Si può invertire la tendenza? L’informazione è un buon punto di partenza. Pochi governi dispongono di dati affidabili che permettano di pianificare efficaci strategie antispreco e di monitorare gli auspicabili progressi. Il Food Waste Index Report 2021 dell’UNEP (United Nations Environment Programme) presenta la raccolta, l’analisi e la modellizzazione dei dati sullo spreco alimentare più completa fino ad oggi e indica una metodologia per misurarlo a livello domestico, di servizio di ristorazione e al dettaglio.

Nel 2019 circa 690 milioni di persone hanno sofferto la fame e tre miliardi non hanno potuto permettersi una dieta sana, dal 2020 a causa del COVID-19 questi numeri sono in crescita. Uno degli obiettivi del Food Waste Index Report 2021 è anche esortare i consumatori a non sprecare il cibo e spingere i governi a includere lo spreco alimentare nei piani di ripresa nazionale, un cambio di prospettiva per pianificare azioni climatiche sempre più ambiziose.

Il Food Waste Index Report 2021 è il contributo dell’UNEP al Food System Summit delle Nazioni Unite che si svolgerà a New York nel settembre prossimo. Il messaggio del rapporto è molto chiaro: si può fare di più e proprio i consumatori hanno un ruolo fondamentale nel raggiungimento degli obiettivi antispreco, a tutte le latitudini. Facciamo la spesa con attenzione e cuciniamo in modo creativo: tutti hanno diritto a un’alimentazione sana e sostenibile e lo spreco di cibo è socialmente inaccettabile.

fonte: www.rinnovabili.it


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Earth Day: Cibo per Nutrire il Pianeta Terra

Future Food Institute e Fao insieme a 100 voci dal mondo per la più grande lezione di sostenibilità. Il 22 aprile “Food for Earth” maratona digitale di 24h che attraverserà il Pianeta da Est a Ovest. A confronto le migliori pratiche sui sistemi alimentari sostenibili






















La più grande lezione mondiale sul potere rigenerativo dei sistemi alimentari a beneficio del Pianeta: il 22 aprile, in occasione della Giornata della Terra delle Nazioni Unite, Future Food Institute e FAO e-learning Academy organizzano “Food for earth”, la maratona digitale globale di 24h sulla Sostenibilità.

Dopo il successo della prima edizione, che ha riunito più di 100 voci di esperti, con 24 sessioni di lavoro, e registrato più di 100mila partecipanti in tutto il mondo, torna la staffetta virtuale per il Pianeta che, come un’ideale torcia olimpica, viaggerà da Est a Ovest e coinvolgerà imprenditori, startup, scienziati, giornalisti, giovani leader, policymakers, consulenti, agricoltori da ogni angolo del mondo con l’obiettivo di confrontarsi sulle migliori esperienze sui sistemi alimentari sostenibili.

Il Pianeta è in sofferenza: a livello globale, circa il 25% della superficie terrestre è stata danneggiata. Ogni anno si perdono 24 miliardi di tonnellate di terreno fertile, in gran parte a causa di pratiche agricole insostenibili (fonte: thegef.org), a cui si aggiungono le emissioni di gas serra prodotte per il 18,4% direttamente da agricoltura e silvicoltura (fonte: https://ourworldindata.org).

L’evento, che si inserisce tra le iniziative organizzate da EarthDay.org, l’organizzazione di Washington che da 51 anni organizza la Giornata Mondiale della Terra, attraverserà tutti i paesi del G20, il Mediterraneo, paesi emergenti e zone del mondo Patrimonio Naturale dell’Umanità: si susseguiranno interventi da Australia, Corea del Sud, Indonesia, India, Cina, Giappone, Singapore, Russia, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Marocco, Turchia, Vaticano, Italia, Francia, Spagna, Germania, Regno Unito, Sud Africa, Tunisia, Senegal, Costa d’Avorio, Congo, Zimbabwe, Stati Uniti d’America, Messico, Brasile, Repubblica Dominicana, Colombia, Costa Rica, Argentina e Canada.

Diverse le figure istituzionali che porteranno un loro contributo alla maratona, interverranno tra gli altri: il Direttore Generale Fao QU Dongyu, il vicedirettore e consigliere speciale Fao Maurizio Martina e il Ministro degli Esteri Luigi Di Maio, oltre a Ministri e Rappresentanze istituzionali da tutto il mondo.


La Global 24-hour Digital Marathon 2021 prevede anche collegamenti con i “Climate Shapers connessi da tutto il mondo ed impegnati in vere e proprie Climate Actions”. Dall’Italia ci si connetterà con Pollica, paese che ha ospitato il primo Boot Camp italiano per Formare Climate Shapers già nel 2020, luogo-simbolo per il rispetto dell’ambiente, della legalità e culla della Dieta Mediterranea. Il sindaco Stefano Pisani, il Forum dei Giovani ed i ragazzi delle scuole che saranno protagonisti di una grande lezione sul Pianeta che si terrà sulla famosa spiaggia Cinque Vele di Legambiente dal 2000. È previsto, inoltre, un momento più riflessivo dedicato al cibo e alla sostenibilità ambientale con un focus sulla Dieta Mediterranea, stile di vita che mira all’armonia tra l’uomo e l’ambiente e quindi alla salvaguardia della biodiversità e della nostra identità.

“La seconda edizione di Food for Earth Day rappresenta un’occasione unica per condividere conoscenze e competenze sui sistemi alimentari e sui loro impatti dal punto di vista sociale, culturale, ambientale, istituzionale, economico. Una base per ripensare i sistemi alimentari e per renderli più sostenibili – dichiara Sara Roversi, Fondatrice e Presidente del Future Food Institute -. Per riuscirci abbiamo bisogno di un pensiero sistemico, piattaforme multi-stakeholder e profili multidisciplinari. In questo senso, la maratona rappresenta un esempio unico sia di contenuti straordinari, che verranno raccolti in un libro, sia del potere di partnership tra settore pubblico e privato per contribuire a pratiche nuove, circolari e rigenerative”.

“La sostenibilità è il più grande obiettivo dell’umanità e l’unica via da seguire. Per questo grande scopo, abbiamo bisogno di professionisti competenti che siano in grado e capace di prendere decisioni appropriate, formulare politiche mirate e sostenibili e strategie e adottando metodologie e tecnologie “verdi” innovative. Dobbiamo generare responsabili del cambiamento, modellatori del clima e futuri leader autorizzati a rivoluzionare in modo sostenibile il cibo ecosistema, nel pieno rispetto dell’umanità e del nostro pianeta”, dichiara Cristina Petracchi, responsabile dell’Accademia e-learning della FAO.


La diretta dell’evento sarà trasmessa integralmente sul canale Youtube di Future Food Institute e sul sito dell’evento www.foodforearth.org

Sulla pagina Facebook di Future Food Institute verranno trasmesse le due sessioni italiane:

“Mediterraneo e Dieta Mediterranea: Patrimonio essenziale per il futuro dell’Umanità” ore 15.30 – 16.15

Intervengono:
Stefano Patuanelli*, Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali
Grammenos Mastrojeni, Vice Segretario Generale dell’Unione per il Mediterraneo
Angelo Riccaboni , Presidente di Fondazione Prima
Stefano Pisani, Sindaco di Pollica (Comunità Emblematica Unesco della Dieta Mediterranea)
Diana Battaggia, Direttore di UNIDO ITPO
Benedetto Zacchiroli, Presidente ICCAR UNESCO,
Elisabetta Moro, MedEatResearch, Università Suor Orsola Benincasa
Antonio Parenti, Capo Rappresentanza della Commissione Europea in Italia

Modera: Sara Roversi, Presidente future Food Institute

*in attesa di conferma

“Agorà Italia: il ruolo cruciale del nostro paese nell’anno della Presidenza del G20, di COP26 e del Food Systems Summit” ore 17.15 – 18.00

Intervengono:
Luigi Di Maio, Ministro degli Affari Esteri
Maurizio Martina, Special advisor e vice direttore generale FAO
Prof. Riccardo Valentini, University of Tuscia DIBAF; Premio Nobel per la Pace nel 2007 e membro dell’ Intergovernmental Panel on Climate Change
Emanuela Del Re, Presidente del Comitato Permanente sull’attuazione dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile

La voce dei Climate Shapers: Bernardo Melotti, Marina Lipari

Modera: Sara Roversi, Presidente future Food Institute

fonte: www.rinnovabili.it


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Come ridurre lo spreco alimentare nelle mense: cambiando la forma dei piatti

 

Gli americani sprecano circa il 31% del cibo acquistato in supermercati e negozi, e consumato in ristoranti e mense: una quantità enorme, con impatto ambientale molto rilevante, e che da tempo si cerca di ridurre. L’Università dell’Illinois di Urbana-Champaign, una delle più impegnate sul fronte alimentare da molti punti di vista, nel 2016 ha lanciato una campagna educazionale nelle sue residenze per studenti che, però, non ha portato ai risultati sperati. Uno studio di quello stesso anno, peraltro, aveva fatto emergere che per ogni pasto si sprecavano 93,5 grammi di cibo, per un totale – nelle sei mense presenti – di 6.747 chilogrammi buttati ogni settimana, una quantità impressionante. Inoltre aveva dimostrato come il costo complessivo dello spreco, sia ambientale che economico, degli alimenti sprecati fosse superiore a quello del cibo mangiato (perché anche smaltire costa, e consuma risorse).


Per questo le ricercatrici dei Dipartimenti di Economia agricola e del consumo (ACE) e di Scienze alimentari e nutrizione umana hanno pensato a un approccio diverso, che puntasse sulla quantità di cibo mangiata in mensa, spesso eccessiva e, di conseguenza, in parte sprecata. E, per diminuire le porzioni, questa volta hanno modificato la forma dei piatti, che da tonda è diventata ovale, con una minore superficie disponibile per il cibo.

Cambiare la forma dei piatti usati nelle mense può contribuire a ridurre lo spreco alimentare

Come hanno poi raccontato su Resources, Conservation and Recycling hanno utilizzato due mense self service in modalità all you can eat del campus per un test in condizioni reali, e hanno proposto lo stesso menu mettendo a disposizione piatti tondi, come al solito, oppure ovali. Dopo che gli avventori avevano deciso liberamente, li hanno avvicinati a uno a uno e hanno chiesto loro di fotografare il piatto scelto, pesarlo e rispondere a qualche domanda.

Alla fine hanno raccolto più di 1.200 osservazioni e dimostrato che chi aveva optato per il piatto ovale ha scelto (318 grammi, in media, contro 359,9), consumato (280,5 contro 302,9 grammi) e sprecato (37,5 contro 57 grammi) molto di meno: l’11,8%, contro il 15,8% rispetto a chi si è orientato sul piatto classico, anche quando si prendeva un bis. Tradotto in peso, chi aveva il piatto ovale per ogni piatto ha sprecato circa 20 grammi di cibo in meno: può sembrare poco, ma moltiplicato per migliaia di piatti serviti ogni giorno può fare una differenza rilevante.

Offrire meno cibo con questo espediente, anche se comporta una spesa iniziale per il cambio dei piatti, può aiutare a ridurre lo spreco e a mangiare di meno. Se poi – concludono gli autori – a ciò si aggiungono campagne educazionali, l’effetto può essere ancora più marcato, e forse durevole.

fonte: www.ilfattoalimentare.it


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