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Lo stile di vita delle donne è più sostenibile

Lo ha scoperto un nuovo studio svedese. I singoli consumatori risparmierebbero fino al 40 per cento di emissioni con scelte più consapevoli sul cibo, sulla casa e sulle vacanze



Cosa si può fare nel proprio piccolo per ridurre le emissioni? È una delle domande che ci si pone più spesso quando si parla di crisi climatica. La risposta sembrerebbe arrivare da un nuovo studio svedese che ha scoperto che i singoli consumatori possono risparmiare fino al 40 per cento di gas ad effetto serra semplicemente facendo scelte più consapevoli quando decidono cosa mangiare, cosa comprare per la casa e dove trascorrere le vacanze. È stato anche scoperto che, a parità di spese, le donne emettono meno degli uomini.

Lo studio attribuisce le emissioni ai consumatori

Lo studio è stato condotto dalla compagnia di ricerca Ecoloop, guidata da Annika Carlsson Kanyama, Jonas Nässén e René Benders e pubblicato sulla rivista Journal for industrial ecology. Lo scopo era dimostrare come ridurre le emissioni di gas a effetto serra generate dai consumi delle singole abitazioni e quantificare le opportunità di mitigazione con alternative già presenti sul mercato, ma non ancora popolari. L’obiettivo era proprio quello di attribuire le emissioni direttamente ai consumatori e non ai produttori, analizzando cosa viene acquistato dalla popolazione e poi tracciandone le emissioni fino alle origini.

I ricercatori hanno usato la Svezia come caso studio e tre campioni: un uomo single medio, una donna single media e una persona svedese media. Hanno poi scelto tre settori: il cibo, le vacanze e l’arredamento. Per mitigarne le emissioni, sono state proposte alternative a base vegetale, verdure coltivate localmente, oggetti di seconda mano o riparati, spostamenti con il treno o staycation, ossia vacanze fatte entro un certo chilometraggio dalla propria abitazione. Le alternative analizzate non richiedono investimenti aggiuntivi, a differenza di altre soluzioni, come acquistare una macchina elettrica o di installare pannelli solari, che necessitano di maggiori disponibilità finanziarie. “I nostri esempi sono semplici da seguire anche da un punto di vista economico”, si legge nello studio.


I risultati dimostrano infatti che il totale delle emissioni può essere abbassato del 36-38 per cento passando a soluzioni meno impattanti, senza cambiare il totale speso.
Il totale delle emissioni nei settori presi in esame dallo studio © Annika Carlsson Kanyama, Jonas Nässén e René Benders

L’importanza di scegliere vacanze sostenibili

I ricercatori hanno dimostrato che le scelte che vengono fatte quando si sceglie una vacanza sono quelle che determinano la quantità maggiore di emissioni. Per questo state analizzate varie tipologie di vacanze più sostenibili, tra cui dei tour in treno (che comprendevano sia l’alloggio sia gli spostamenti) o le staycation. Questo termine si riferisce alle vacanze fatte entro un certo chilometraggio dalla propria abitazione, durante le quali si partecipa a concerti e ad attività all’aperto.

L’analisi ha evidenziato come scegliere queste due alternative permettesse di risparmiare fino a dieci volte le emissioni prodotte da un viaggio in aereo e sei volte quelle di un viaggio in auto.


Le emissioni delle vacanze prese in esame dallo studio © Annika Carlsson Kanyama, Jonas Nässén e René Benders

La carne di agnello inquina venticinque volte più delle alternative vegetali

Le analisi riportate dai ricercatori poi non lasciano dubbi: la carne e i latticini generano emissioni nettamente più alte delle loro alternative a base vegetale e sostituirli con queste ultime permette di risparmiare tra il 32 e il 38 per cento delle emissioni. La carne di agnello inquina venticinque volte più del tofu, mentre quella di maiale cinque. Il latte di mucca inquina cinque volte di più del latte di avena e il formaggio tradizionale quattro volte di più di quello vegetale. I prezzi dei prodotti alternativi alla carne e ai latticini potrebbero essere sia più alti che più bassi dei loro corrispettivi, ma dipende sempre dalla qualità di quelli che vanno a sostituire.

Anche prestare attenzione alla provenienza delle verdure può comunque fare la differenza. Ad esempio, la lattuga che si trova nei supermercati inquina fino a dodici volte in più di quella coltivata localmente. Tuttavia, le emissioni di questi alimenti sono già di per sé basse, quindi secondo i ricercatori è l’acquisto di prodotti vegetali a far diminuire maggiormente il totale.

Le emissioni degli alimenti presi in esame © Annika Carlsson Kanyama, Jonas Nässén e René Benders

I prodotti di seconda mano emettono e costano meno

Per quanto riguarda i prodotti della casa, la ricerca ha dimostrato che quelli di seconda mano hanno in assoluto le emissioni più basse di tutte le altre alternative. In più, per alcune categorie, sono anche più economici. È il caso dei vestiti, ad esempio, i cui prezzi diminuiscono fino al 90 per cento.

Per il mobilio, i ricercatori hanno supposto che la stessa cifra venisse spesa per comprare lo stesso numero di prodotti, acquistati però di seconda mano o riparati. Il totale delle emissioni è sceso del 51-72 per cento.

Le emissioni dei prodotti per la casa presi in esame dallo studio © Annika Carlsson Kanyama, Jonas Nässén e René Benders

Le donne contribuiscono meno alla crisi climatica, ma ne soffrono di più le conseguenze

Oltre ad aver provato l’efficacia delle strategie di mitigazione, la ricerca ha anche scoperto che generalmente le donne emettono meno degli uomini. Questo scostamento non è da ricondursi ad una differenza di spesa, quanto di abitudini. Gli uomini tendono a spendere poco più delle donne (circa il 2 per cento), ma emettono il 16 per cento di gas ad effetto serra in più. Questo dipende da molti fattori: le donne spendono meno su prodotti e servizi che non emettono molto, mentre gli uomini spendono almeno il 70 per cento in più per prodotti e servizi con un impatto maggiore, come la benzina.

“È un classico: le donne spendono di più per arredare la casa, per la propria salute e per i vestiti, mentre gli uomini per le auto, per la benzina, per mangiare, bere o fumare”, ha spiegato al Guardian Annika Carlsson Kanyama, autrice dello studio. La ricercatrice si è anche detta sorpresa che non ci fossero più analisi sulle differenze dell’impronta climatica dei due sessi dato che le donne risultano essere tra i soggetti che contribuiscono meno alla crisi climatica, ma che allo stesso tempo ne soffrono di più le conseguenze. I risultati di questo studio, quindi, non dimostrano solo quanto le scelte dei consumatori possano davvero fare la differenza. Ma aprono anche un dibattito necessario sui legami tra la parità dei sessi e la protezione dell’ambiente.

fonte: www.lifegate.it


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Dalla Svezia l’allarme sui rifiuti elettronici: si deve puntare di più sul riuso degli apparecchi











Il rapido processo di digitalizzazione degli ultimi anni ha innescato un incremento esponenziale nella produzione e nel consumo di apparecchi elettronici. Essendo ormai diventati parte essenziale della vita di miliardi di persone, lo smaltimento di questi dispositivi deve diventare una prerogativa di politiche industriali e governative che, nonostante le direttive, si sono sempre approcciate al problema in modo lineare (take, make, waste)”. Nonostante le complessità nelle varie fasi del processo di smistamento e riciclo dei rifiuti elettronici – specialmente nel caso di quelli tossici – il modello circolare propone di sfruttare a pieno il potenziale del riutilizzo, fino ad ora ancora inespresso.

Dati sul riciclo preoccupanti

Secondo il rapporto del Global E-waste Monitor 2020 prodotto dalle Nazioni Unite, nel 2019 sono state generate 53,6 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici in tutto il mondo, con un aumento del 21% in soli cinque anni. Il documento prevede anche che i rifiuti elettronici globali – prodotti scartati con una batteria o una spina – raggiungeranno i 74 milioni di tonnellate il 2030, quasi un raddoppio dei rifiuti elettronici in soli 16 anni.

Nel 2019 durante la raccolta e il riciclo sono state riciclati solo 9,3 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, pari al 17,4% dei prodotti generati. Un dato che, rispetto al 2014, è cresciuto di 1,8 milioni di tonnellate. Ciò significa che oro, argento, rame, platino e altri materiali recuperabili di alto valore, valutati attorno ai 57 miliardi di dollari USA, sono stati per lo più buttati in discarica o bruciati piuttosto che raccolti per il trattamento e riutilizzo. Per capire meglio la portata del problema, i rifiuti elettronici dello scorso anno – si legge nel report – pesavano sostanzialmente più di tutti gli adulti europei, ovvero fino a 350 navi da crociera delle dimensioni della Queen Mary.

I Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche – siglati RAEE – includono una vasta gamma di materiali che includono: metalli preziosi e di base, (il ferro conta per il 46%), materie prime – come vetro, ceramica indio, gallio, cobalto – plastica (22%) e sostanze pericolose per la salute e l’ambiente per via degli additivi tossici o sostanze pericolose come il mercurio. Secondo la ricerca Emergency Challenges of Waste Management in Europe commissionata dall’Agenzia Europea dell’Ambiente, dei RAEE in Europa solo il 37% viene riciclato. L’Italia occupa uno degli ultimi posti con il 26%, mentre la Svezia, poco sotto la Croazia e il Liechtenstein, si conferma uno dei Paesi più virtuosi riciclando il 66% dei rifiuti elettronici.

Dispositivi elettronici, verso il 100% del riuso

La Svezia è uno dei Paesi più virtuosi nel processo di smaltimento dei rifiuti elettronici ma il suo segreto non è solo nel riciclo. Per esempio l’azienda svedese Inergo acquista computer, smartphone e apparecchi elettronici di seconda mano dalle aziende di tutto il mondo, che vengono testati, ricondizionati e reinventati da un team di tecnici esperti. L’apparecchiatura poi viene rivenduta a prezzi competitivi che invogliano il cliente ad acquistare i prodotti. Proprio sul tema del riuso, Inergo, su commissione dell’Unione Europea, ha presentato la conferenza “Circular electronics – Towards 100% reuse” coinvolgendo in un meeting virtuale altri attori virtuosi – operanti nei Paesi scandinavi e baltici – della filiera delle telecomunicazione che stanno adottando soluzioni interessanti per risolvere il problema dei rifiuti elettronici.

“Il flusso di rifiuti cresce rapidamente, vengono prodotti globalmente 15 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici all’anno – spiega Alexandra Wu, project manager dell’istituto di ricerca svedese Svenska Miljöinstitutet – Si dovrebbe iniziare a minimizzare la perdita di materiale nella forma del rifiuto e le perdite per inefficienza”. Il termine centrale che viene menzionato spesso durante il webinar è “product life extension”, che indica quanto tempo un prodotto o un articolo può essere utilizzato, con l’obiettivo finale di massimizzarne il tasso di “utilizzo” e quindi il ciclo vita.

I vantaggi e le problematiche del riuso

“Riparare è logisticamente più efficiente di riciclare perché salta alcune lunghe fasi del riciclo come lo smistamento dei materiali e la logistica del trasporto – aggiunge Alexandra Wu – Riutilizzare è importante, soprattutto nei Paese ad altro reddito pro capite come la Svezia”. Le persone però solitamente sono sempre alla ricerca di un prodotto migliore e in questo la comunicazione svolge un ruolo fondamentale. “La percezione e le abitudine del consumatore nei confronti di un dispositivo di seconda mano rappresenta sempre un grande interrogativo – aggiunge Wu – Una ricerca ha calcolato che il 22% delle famiglie svedesi tende a tenere i vecchi telefonini, anche se questi hanno un ottimo potenziale di riutilizzo”.

Spesso è lo stesso prezzo a rendere più conveniente il nuovo rispetto che l’usato. “Comprare un prodotto è più conveniente di riparlo – spiega Henrik Lampa, Head of Sustainability alla Dustin. C’è ancora una grave mancanza di politiche a sostengo della riparazione. Queste politiche oggi si concentrano maggiormente sul riciclo e il risparmio energetico. I consumatori sono ancora troppo legati alla nozione di possedere. Il cambio di mentalità sta andando a rilento, più di quanto pensassimo”. In media, in Svezia riutilizzare o riparare un computer può evitare di emettere 289 kg di emissioni derivanti dal reperimento materie prime, produzione e trasporto.

fonte: economiacircolare.com


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Una batteria ricaricabile in cemento per trasformare l’edilizia

Grazie alla ricerca della Chalmers University of Technology nasce un nuovo concept per lo stoccaggio elettrochimico che porterebbe aprire le porte all’integrazione delle batterie nelle strutture urbane



Immaginate interi edifici capaci di immagazzinare energia nelle proprie pareti, al pari di una gigantesca batteria ricaricabile. Grazie alla ricerca della Chalmers University of Technology, in Svezia, questa visione potrebbe un giorno divenire realtà. Qui infatti un gruppo di ricercatori del Dipartimento d’Architettura e Ingegneria Civile ha messo a punto un nuovo concept per l‘accumulo energetico in grado di fornire anche sostegno strutturale. Il risultato, tratteggiato nella rivista scientifica Building, è un’innovativa batteria ricaricabile in cemento con una densità energetica media di 7 Wh per metro quadrato.

La soluzione richiede una ricetta ad hoc. Per realizzare la speciale soluzione di stoccaggio si parte da una miscela a base di cemento con l’aggiunta di piccole quantità di fibre di carbonio. Tali elementi sono necessari per aumentarne la conduttività e la resistenza alla flessione. Il passo successivo richiede di incorporare alla miscela una rete in fibra di carbonio rivestita di metallo: ferro per l’anodo e nichel per il catodo. Al pari degli elettrodi tradizionali, questi trasportano gli elettroni avanti e indietro in fase di carica e scarica.

La ricetta finale è frutto di diverse sperimentazioni avviate per migliorare le ricerche sul tema. “Risultati di studi precedenti sulla tecnologia delle batterie in calcestruzzo avevano mostrato prestazioni molto basse”, spiega la dottoressa Emma Zhang. “Ci siamo resi conto che dovevamo pensare fuori dagli schemi, per trovare un altro modo per produrre l’elettrodo. L’idea che abbiamo sviluppato […] non è mai stata esplorata prima. Ora abbiamo la prova del concetto su scala di laboratorio”.

Credits: Chalmers University of Technology

La nuova batteria ricaricabile in cemento ha una densità di energia di 7 Wh per metro quadrato o 0,8 Wh per litro. Valori che secondo il team, guidato dal professor Luping Tang, potrebbero rivelarsi più di 10 volte maggiori rispetto ai precedenti tentativi. E sebbene si tratti di prestazioni ancora molto basse rispetto ai dispostitivi di accumulo commerciale, la possibilità di essere scalata per formare strutture massicce potrebbe aiutare a contrastare la sua capacità limitata. “Potrebbe anche essere accoppiata – suggerisce Zhang – con pannelli solari per fornire energia, ad esempio, ai sistemi di monitoraggio in autostrade o ponti”.

Ovviamente l’idea è ancora in una fase iniziale. Il gruppo deve risolvere diverse questioni tecniche prima di pensare alla commercializzazione inclusa l’estensione della vita utile e lo sviluppo di tecniche di riciclaggio.

fonte: www.rinnovabili.it


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È svedese la più grande nave a propulsione eolica del mondo

Si chiama Oceanbird ed è la nave più grande al mondo a sfruttare il vento grazie a speciali vele d’acciaio. Frutto di un progetto supportato dal governo svedese, taglierà le emissioni di CO2 del 90 per cento. Il varo è fissato per il 2024.








Si chiama Oceanbird ed è la più grande nave da carico a propulsione eolica al mondo. A progettarla il costruttore navale svedese Wallenius Marine con il supporto del governo svedese e del Royal Institute of Technology di Stoccolma, insieme ad altri istituti di ricerca. Al momento ancora in fase progettuale, Oceanbird è lunga 198 metri e il suo maestoso scafo è sormontato da cinque “vele alari” telescopiche che verranno realizzate in acciaio e materiali compositi, ciascuna alta 80 metri e capaci di ridurre la loro altezza in caso di cattive condizioni meteo e di ruotare di 360 gradi.

La buona notizia? Alimentata principalmente dal vento, Oceanbird sarà in grado di ridurre le emissioni CO2 del 90 per cento rispetto a una nave da carico convenzionale, “soluzioni come queste potrebbero aiutare la Svezia a dire addio ai carburanti fossili entro il 2045”, ha spiegato durante una recente visita al cantiere il ministro delle finanze Per Bolund.

La cattiva notizia? Con una velocità massima prevista di circa 10 nodi (contro una media attuale di 17), Oceanbird rischia di essere molto più lenta (dunque meno competitiva economicamente) delle navi a motore, il che significa che per un’attraversata atlantica potrebbero volerci circa 12 giorni contro i 7 attuali.




Vele come ali d’acciaio, le più alte mai costruite

Le vele devono avere dimensioni così imponenti per permettere a Oceanbird di muoversi sfruttando unicamente la forza del vento e perché questo accada la superficie velica deve poter generare una potenza propulsiva sufficiente a muovere una stazza di 35mila tonnellate. Progettare queste vele è stata una vera sfida e sebbene “i principi generali delle vele ad ala solida non siano nuovi”, ha dichiarato alla Cnn Mikael Razola, architetto navale e responsabile del progetto Oceanbird, “queste sono le vele più alte che siano mai state costruite”.

“La cima dell’albero si troverà a più di 100 metri sopra la superficie dell’acqua”, ha spiegato Razola, che ha sottolineato come a quell’altezza la direzione e la velocità del vento cambiano molto, per questo prima di arrivare alla versione definitiva sono stati necessari molti studi preliminari, alla fine dei quali la scelta è caduta su vele metalliche a forma di ali, “in grado – secondo l’architetto navale – di sfruttare al massimo la potenza del vento”. Attualmente Oceanbird è un prototipo in scala, lungo 7 metri, sul quale i progettisti stanno effettuando calcoli su prestazioni e aerodinamica in condizioni di navigazione realistiche. In pratica questa nave sarà in grado di muoversi quasi unicamente grazie al vento, utilizzando i motori solo per le manovre nei porti o per le emergenze. Secondo il costruttore Oceanbird potrebbe entrare in servizio già nel 2024. 


Alimentata principalmente dal vento, Oceanbird sarà in grado di ridurre le emissioni CO2 del 90 per cento rispetto a una nave da carico convenzionale © Wallenius Marine

fonte: www.lifegate.it


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H&M: ricicla i vestiti da capo a capo

H&M offrirà presto ai clienti in Svezia la possibilità di trasformare gli indumenti indesiderati in nuove mode con l’aiuto del sistema di riciclaggio da capo a capo “Looop“.





Looop apre al pubblico in un negozio Drottninggatan a Stoccolma il 12 ottobre.

Questa è la prima volta che questo sistema di riciclaggio da capo a capo viene mostrato in negozio da un rivenditore di moda e H&M offrirà presto ai clienti l’opportunità di guardare questo contenitore- macchine di dimensioni adeguate riciclano i loro vecchi tessuti in qualcosa di nuovo.


Questo fa parte di un piano più ampio: l’ambizione di H&M è diventare completamente circolare e positiva per il clima.


“Esploriamo costantemente nuove tecnologie e innovazioni per aiutare a trasformare l’industria della moda mentre stiamo lavorando per ridurre la dipendenza dalle risorse vergini. Coinvolgere i clienti è la chiave per ottenere un cambiamento reale e siamo così entusiasti di vedere cosa ispirerà Looop”, afferma Pascal Brun, responsabile della sostenibilità di H&M.

COME FUNZIONA

Looop utilizza una tecnica che dissimula e assembla vecchi indumenti in nuovi. Gli indumenti vengono puliti, sminuzzati in fibre e filati in nuovo filato che viene poi lavorato a maglia in nuovi reperti di moda.

Alcuni materiali vergini di provenienza sostenibile devono essere aggiunti durante il processo. Il sistema non utilizza acqua e prodotti chimici, avendo così un impatto ambientale notevolmente inferiore rispetto alla produzione di capi da zero.


Entro il 2030 H&M punta a che tutti i materiali siano riciclati o acquistati in modo più sostenibile, una cifra che per il 2019 era al 57%.

fonte: www.economia-circolare.info

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In Svezia la prima acciaieria al mondo senza energie fossili

L'impianto pilota è un primo importante passo nella decarbonizzazione dell'industria siderurgica, oggi causa del 7% delle emissioni globali di gas serra.




I piani per la siderurgia sostenibile e la decarbonizzazione dell’industria pesante in genere sono al centro dell’attenzione un po’ in tutta Europa, compresa l’Italia.

Stando alla bozza di piano del Governo, il nostro paese vorrebbe destinare all’acciaio verde 5 miliardi di euro, grazie alle risorse messe a disposizione dal Recovery Fund.

E proprio in questo ambito si registra un’iniziativa significativa dalla Svezia, dove sorgerà la prima acciaieria pilota che farà completamente a meno dell’energia fossile.

“Oggi state gettando le basi che permetteranno all’industria siderurgica svedese di essere completamente priva di fossili e di biossido di carbonio nel giro di 20 anni“, ha dichiarato il Primo Ministro svedese, Stefan Löfven, presente al lancio dell’impianto HYBRIT (Hydrogen Breakthrough Ironmaking Technology) nel sito di Luleå.

L’impianto è una joint venture fra il gruppo siderurgico SSAB, la società mineraria LKAB e la utility energetica Vattenfall – tutte e tre aziende svedesi con attività preminenti nel paese scandinavo.

“Insieme possiamo ricostruire la Svezia come la prima nazione del benessere senza fossili al mondo”, ha aggiunto Lövfen.

La tecnologia HYBRIT mira a sostituire il carbon coke, tradizionalmente necessario per la produzione di acciaio a base di minerale, con elettricità e idrogeno privi di fonti fossili. Ne dovrebbe risultare la prima tecnologia siderurgica al mondo con un’impronta di carbonio praticamente inesistente.

“L’impianto pilota avrà un ruolo decisivo nel potenziamento della tecnologia per l’utilizzo su scala industriale. L’ossigeno presente nel ferro è l’ostacolo maggiore e dobbiamo eliminarlo”, ha detto Jan Moström, amministratore delegato di LKAB, a The Barents Observer.

Le operazioni minerarie in profondità dell’azienda stanno già testando veicoli elettrici con l’obiettivo di sostituire tutte le macchine a gasolio entro il 2030.

“Abbiamo la possibilità di rivoluzionare l’intera industria siderurgica e di dimostrare che emissioni nette pari a zero sono possibili. Dobbiamo cogliere questa opportunità”, ha dichiarato Martin Lindqvist, ad di SSAB.

Se l’impianto pilota avrà successo, SSAB prevede la piena operatività sul mercato entro il 2026, di essere completamente libera da fossili entro il 2045 e di riuscire a sfruttare la spinta della domanda globale di prodotti rispettosi del clima da parte della green economy.

L’obiettivo legato alla tecnologia HYBRIT è di ridurre le emissioni di CO2 della Svezia del 10% e della Finlandia del 7%.

In Italia, intanto, non più tardi di qualche giorno fa, i giganti italiani dell’energia, e cioè Enel ed Eni, nell’illustrare dal loro punto di vista le priorità relative al Recovery Fund durante delle audizioni alla Camera, hanno menzionato la necessità di puntare anche sul produrre energie rinnovabili per fornire idrogeno all’Ilva di Taranto, idea citata anche nel piano dell’esecutivo per usare i fondi di Next Generation Europe.

Proprio questo progetto figura al quarto posto fra i 10 investimenti prioritari indicati da Enel, dopo quelli per “Accelerazione Verde, Circular Power Plants e Gigafactory Fotovoltaica”.

fonte: www.qualenergia.it


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Volta Zero, il camion elettrico fatto di lino e resina

Il veicolo sarà il primo ad utilizzare nella carrozzeria pannelli in un nuovo materiale composito biodegradabile. Il prodotto è stato sviluppato in collaborazione con l’Agenzia spaziale europea ed è attualmente utilizzato nelle competizioni automobilistiche.



Società come AB Volvo e Scania hanno aperto la strada ad un modello di trasporto merci su strada decisamente più sostenibile. Ora una startup svedese è pronta a rendere questo stesso modello ancora più verde. Parliamo di Volta Trucks, creatrice di Volta Zero, camion elettrico da 16 tonnellate progettato per lavorare negli ambienti urbani. Il veicolo è dotato di una batteria da 200 kWh in grado di regalare alla guida un’autonomia di 200 km con una ricarica.

La società, si legge in una nota stampa, “mira a mitigare l’impatto ambientale della logistica e delle consegne di merci che costituiscono la linfa vitale del commercio nelle grandi città metropolitane”. Ma l’approccio alla sostenibilità dell’azienda va oltre la “semplice” trazione elettrica. Volta Zero sarà, infatti, anche il primo a mezzo per il trasporto merci su strada ad essere dotato di speciali pannelli “bio”. Il materiale è stato sviluppato in collaborazione con l’Agenzia spaziale europea (ESA) ed è costituito da fibre di lino mescolate con resine biodegradabili. Il risultato è un prodotto composito e completamente naturale che dovrebbe essere neutro in termini di impronta di carbonio, considerando l’intero ciclo di vita.

Lo speciale materiale è già stato impiegato nei veicoli delle competizioni automobilistiche. Questa, tuttavia, è la prima volta che viene utilizzato in un mezzo destinato alle strade pubbliche. E promette anche una serie di vantaggi rispetto ai pannelli in fibra di carbonio o ad altre soluzioni leggere: il mix lino e resina è fino a tre volte più efficiente nello smorzamento delle vibrazioni; inoltre in caso di impatto non rischia di frantumarsi in pezzi taglienti.



powerRibs(TM) Credits: Volta Trucks

“Ogni Volta Zero rimuoverà tonnellate di CO2 dall’atmosfera della nostre città, ma crediamo che la sostenibilità sia qualcosa di più che eliminare i gas di scarico. Per questo motivo abbiamo adottato un approccio ecologico più ampio”, afferma il CEO di Volta Trucks, Rob Fowler. “Continueremo a impegnarci con tutte le nostre forze per assicurarci di mantenere la nostra mission: diventare il produttore di veicoli commerciali più sostenibile al mondo”. Sebbene per ora vi siano solo rendering del Volta Zero, la società afferma che il primo prototipo è già in fase di costruzione e verrà mostrato entro la fine dell’anno.

Le prime flotte dei nuovi camion elettrici sono in programma per il 2021 a Londra e Parigi.

fonte: www.rinnovabili.it


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Eolico: torri in legno ridurranno impatto ambientale, la prima in Svezia

Dal legno modulare un'alternativa green ed economica per la realizzazione di torri eoliche, la prima installata in Svezia.



Nel futuro dell’energia eolica potrebbero esserci strutture realizzate in legno. Questa la strada indicata da una nuova torre eolica, installata in Svezia e realizzata in legno modulare. Un impianto alto 30 metri e presentato come più resistente ed economico dell’acciaio. Inoltre garantirebbe anche una migliore prestazione in termini di rispetto per l’ambiente.

Ideata dalla compagnia svedese Modvion, la torre eolica in legno modulare è stata installata sull’isola di Björkö, nei pressi di Göteborg. I benefici sarebbero molteplici, anche climatici secondo quanto affermato da Otto Lundman (CEO Modvion):

Si tratta di una scoperta rilevante che mostra la strada alla prossima generazione di turbine eoliche. Il legno laminato è più resistente dell’acciaio a parità di peso e costruendo le torri in maniera modulare, le turbine eoliche possono essere più alte. Costruendo in legno possiamo anche ridurre le emissioni di CO2 durante la lavorazione e anzi stoccare CO2 nel progetto.

La turbine eolica installata a Björkö verrà utilizzata per effettuare test e ricerche su questo tipo di costruzioni, mentre l’avvio delle installazioni su scala commerciale è previsto per il 2022. Modvion ha sottoscritto alcune dichiarazioni di intenti con alcune compagnie, che porteranno l’azienda svedese a produrre un esemplare alto 110 metri per la Varberg Energi e 10 torri di almeno 150 metri per la Rabbalshede Kraft. Ha concluso Ola Carlson, direttore dello Swedish Wind Power Technology Centre:

L’eolico è atteso come la maggiore fonte energetica UE già nel 2027. Con le torri eoliche in legno possiamo produrre energia rinnovabile ancora più intelligente dal punto di vista ambientale per contrastare la crisi climatica.

fonte: www.greenstyle.it


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Via dal carbone: Svezia e Austria spengono le ultime centrali

Altri sei paesi europei dovrebbero uscire definitivamente da questa fonte fossile entro il 2025, tra cui l'Italia.



Con due anni di anticipo sulla tabella di marcia prevista, la Svezia ha abbandonato definitivamente il carbone; è il secondo paese europeo ad aver centrato l’obiettivo in pochissimi giorni, visto che in Austria è appena stato fermato l’ultimo impianto che impiegava la fonte fossile più inquinante, quello gestito dall’utility Verbund a Mellach.

In Svezia ha chiuso per sempre i battenti l’ultima centrale a cogenerazione alimentata a carbone in tutto il paese, l’unità KVV6 a Värtaverket, che forniva non solo elettricità ma anche calore alla capitale Stoccolma tramite la rete di teleriscaldamento.

La chiusura, afferma in una nota la società proprietaria dell’impianto, Exergi AB, è una “pietra miliare” per l’azienda e più in generale per il cambiamento che sta interessando il mix energetico svedese sempre più orientato verso le rinnovabili.

L’obiettivo di Exergi, prosegue poi la nota, è testare soluzioni per produrre energia da biomasse integrando sistemi CCS (carbon capture and storage) che permettono di catturare la CO2 e di conseguenza realizzare un ciclo di produzione energetica a emissioni negative, perché l’anidride carbonica rilasciata con la combustione delle biomasse è recuperata e immagazzinata nel sottosuolo.

In una nota, il movimento Europe Beyond Coal ricorda che altri sei paesi sono intenzionati a uscire totalmente dal carbone entro il 2025 o prima: la Francia nel 2022, Slovacchia e Portogallo nel 2023, poi la Gran Bretagna l’anno successivo seguita da Italia e Irlanda nel 2025.

Altri cinque paesi faranno altrettanto tra 2025 e 2030: Grecia, Olanda, Finlandia, Ungheria e Danimarca, mentre la Germania punta ad azzerare il carbone entro il 2038.

Tornando all’Austria, ricordiamo infine che il nuovo governo di verdi e conservatori punta al 100% di energia elettrica rinnovabile nel 2030.

fonte: https://www.qualenergia.it


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Torri eoliche in legno, ecologiche e modulari

La società svedese di ingegneria e design industriale Modvion sta sviluppando un nuovo concetto di torre eolica "full-wood" innovativa e modulare.






Mediamente servono 200 tonnellate di acciaio per costruire una turbina eolica di grandi dimensioni, con tutto ciò che consegue in termini di impatto ambientale e di impronta ecologica. Riuscendo a costruire torri in legno, si potebbero evitare fino a 2.000 tonnellate di emissioni di CO2 (per torre) nel corso dell'intero ciclo di vita dell'impianto, grazie anche a un processo produttivo a bassa intensità energetica. Senza contare che il legno è un prodotto naturale spesso reperibile localmente, contribuendo così alla creazione di ulteriori posti di lavoro.

La visione utopica della Modvion potrebbe presto diventare realtà: nei prossimi mesi è infatti prevista l'installazione, su un'isola nei pressi di Göteborg, di una torre prototipo in scala 1:5, con un'altezza del mozzo di 30 metri. Se i test sul campo daranno esito positivo, si tratterà del primo passo verso la realizzazione della torre commerciale alta 150 metri, adatta per range di potenza di 4-4,5 MW. Questa torre avrà un diametro di base di 12,5 metri, che si restringe fino a 4 metri nella parte superiore. L'idea è quella di suddividere la torre in sezioni di 15-25 metri; a sua volta, ogni singola sezione è suddivisa in quattro o otto moduli precurvati identici, il cui numero e larghezza diminuiscono al crescere dell'altezza.

La stabilità e la resistenza delle torri progettate dalla Modvion saranno garantite dall'impiego di legno microlamellare (LTV) e lamellare incollato (GLT). La laminazione di strati di impiallacciatura di legno molto sottili compensa le naturali imperfezioni del materiale e conferisce alla torre Modvion una notevole capacità portante, renendendola più resistente del 250% rispetto ad un'equivalente realizzata in legno multistrato (CLT).

Il passo successivo alla fase di test del prototipo di 30 metri sarà la realizzazione, entro il 2021, di una prima torre commerciale con un'altezza del mozzo di 110 metri. Questa potrebbe diventare non solo la struttura in legno più alta al mondo ma anche la turbina eolica con l'impronta di carbonio in assoluto più bassa.
Riferimenti

WindTech: Why wood works for modular, low-carbon towers
l'articolo su windpowermonthly.com



fonte: http://www.nextville.it

Accumulo: finanziata la gigafactory più grande d’Europa

Northvolt completa l’aumento del capitale azionario per la realizzazione della prima fabbrica di batterie al litio per auto della Svezia. Prossima meta: la Germania















Tutto è pronto a Skellefteå, in Svezia, per realizzare la prima gigafatory d’Europa per la produzione di batterie auto al litio. A darne l’annuncio è la svedese Northvolt comunicando l’accordo per un aumento di capitale azionario da ben 1 miliardo di dollari. Il Gruppo Volkswagen insieme ai fondi gestiti dalla Divisione Merchant Banking del Goldman Sachs Group, guideranno la raccolta di risorse insieme al capitale fornito dal BMW Group, AMF, Folksam Group e IMAS Foundation. Un passo avanti fondamentale per l’industria europea dell’accumulo, celebrato così Peter Carlsson, co-fondatore e CEO della società svedese “Ciò non rappresenta solo una grande pietra miliare per Northvolt, segna anche un momento chiave per l’Europa che dimostra chiaramente che siamo pronti a competere nella prossima ondata di elettrificazione, e che lo faremo usando batterie con il minimo impatto di CO2”.

L’impianto in questione, il “Northvolt Ett”, era stato annunciato per la prima volta nel 2017 e a maggio di quest’anno aveva ricevuto il primo finanziamento – 350 milioni di euro – dalla Banca europea degli Investimenti (BEI). L’aumento di capitale permette ora di passare all’azione, previa approvazione dell’autorità svedese della concorrenza.
Il piano prevede di realizzare la gigafactory a Skellefteå, nel nord del paese, una regione che ospita un importante giacimento di materie prime e miniere, e con una lunga storia di produzione e riciclaggio dei processi. Inoltre il territorio può contare su percentuali di rinnovabile nel mix energetico così alte da permettere alla futura fabbrica di funzionare al 100% con energia pulita. I lavori di costruzione inizieranno ad agosto di quest’anno e si prevede che la produzione su larga scala inizi a partire dal 2021. A regime, spiega la società, avrà una capacità produttiva di 32 GWh l’anno di batterie agli ioni di litio.
La notizia dell’aumento di capitale, è stata anche l’occasione per Northvolt di annunciare la nuova una joint venture con Volkswagen: insieme i due partner realizzeranno una seconda gigafatory, stavolta a Salzgitter, in Germania.

fonte: www.rinnovabili.it

La carrozzeria auto diventa batteria con le fibre di carbonio

Questo materiale, opportunamente manipolato, può funzionare come degli elettrodi, immagazzinando energia, e mantenere nel contempo le qualità meccaniche

















Le fibre di carbonio rappresentano uno dei materiali più impressionanti creati dall’uomo. Grazie alla sua incredibile leggerezza, resistenza e robustezza, in poco tempo si sono fatte strada nei settori più disparati, dal ciclismo sportivo all’industria eolica per finire nell’industria aerospaziale. Alla Chalmers University of Technology, in Svezia, stanno tentando di ampliare ulteriormente i settori di destinazione. Come? Con una ricerca focalizzata sull’impiego delle fibre di carbonio nei sistemi di accumulo elettrochimico.
Lo studio, condotto dallo scienziato dei materiali Leif Asp e colleghi, ha dimostrato che questi “filamenti”, opportunamente manipolati, possono funzionare come degli elettrodi, immagazzinando direttamente energia, e mantenere nel contempo le loro qualità meccaniche.


Questo risultato porta con sè importanti applicazioni nel campo della mobilità elettrica: riuscire a combinare proprietà elettrochimiche e meccaniche in un unico materiale, potrebbe ad esempio portare alla creazione di sistemi di accumulo integrati nella struttura stessa dei veicoli. “Un corpo vettura non sarebbe quindi semplicemente un elemento portante, ma funzionerebbe anche da batteria”, afferma Asp. “Sarà anche possibile utilizzare la fibra di carbonio per altri scopi come la raccolta dell’energia cinetica, la realizzazione di sensori o per conduttori di energia e dati. Se tutte queste funzioni facessero parte di un’auto o del corpo di un aereo, ciò potrebbe ridurre il peso fino al 50 per cento”. 
Leif Asp con una bobina di filato di fibra di carbonio
Leif Asp con una bobina di filato di fibra di carbonio
Attualmente le fibre di carbonio fabbricate per scopi strutturali, lasciano molto a desiderare in termini di capacità elettrochimica. Al contrario, quelle con buone capacità elettrochimiche tende ad offrire una rigidità molto inferiore. Gli scienziati del team svedese hanno cercato di trovare un compromesso. Ciò significava studiare le microstrutture in diversi tipi di fibre disponibili in commercio. Hanno scoperto così che le proprietà finali del materiale dipendono essenzialmente da come i cristalli di carbonio sono dimensionati e disposti all’interno, riuscendo così a trovare il punto d’incontro: fibre con buone proprietà elettrochimiche e una robustezza leggermente superiore all’acciaio. “Ora – spiega Asp – sappiamo come le fibre di carbonio multifunzionali dovrebbero essere fabbricate per raggiungere una capacità di stoccaggio ad alta energia, garantendo al tempo stesso sufficiente rigidità”. 

fonte: www.rinnovabili.it

In Svezia una bambina di 15 anni sta scioperando contro il surriscaldamento del clima

Greta Thunberg ha deciso di non andare a scuola e di organizzare una personale protesta davanti alla sede del Parlamento a Stoccolma: il suo obiettivo è spingere le istituzioni ad agire contro i cambiamenti climatici




















“Faccio sciopero. Lo faccio perché gli adulti stanno sputando sul mio futuro”. Così Greta Thunberg, una ragazza di quindici anni, risponde alle domande di chi le chiede cosa sta facendo seduta davanti alla sede del parlamento di Stoccolma, in Svezia.
Greta ha smesso di andare a scuola e ha deciso di organizzare una protesta personale contro l’indifferenza delle istituzioni sull’emergenza clima: “Se i politici non fanno niente, è mia responsabilità morale fare qualcosa. E poi perché dovrei andare a scuola? I fatti non contano più. Se i politici non ascoltano gli scienziati, perché mai dovrei studiare?”, ha detto intervistata dal The Guardian.
Il suo obiettivo è puntare l’attenzione del governo e dei concittadini sui cambiamenti climatici. Così, fino a domenica 9 settembre, la data in cui in Svezia si terranno le elezioni, Greta ha deciso di sedersi per strada e cercare di convincere i politici ad agire contro l’aumento delle temperature.
La Svezia ha preso parte agli accordi di Parigi sul cambiamento climatico e si è impegnato ad abbattere le emissioni: il governo ha approvato una legge che impegna il paese ad abbandonare il carbone e abbracciare fonti di energie pulita entro il 2045. Tuttavia, secondo Greta, “è necessario agire più velocemente”.
Per il paese scandinavo, quella appena trascorsa è stata una delle estati più calde degli ultimi duecento anni e ha contribuito a fare riemergere la questione climatica, altrimenti passata in secondo piano nell’agenda politica, fatta eccezione per il partito dei Verdi, che ha raddoppiato il consenso nei sondaggi, pur restando al 6 per cento.
Che chi sostiene la giovane ragazza, come Benjamin Wagner, il suo professore di liceo 26enne, che si è unito alla protesta tanto da perdere un mese di stipendio. “Greta è una piantagrane, non sta ascoltando gli adulti. Ma stiamo andando a tutta velocità verso una catastrofe e in questa situazione l’unica cosa ragionevole è essere irragionevoli”, ha detto il professore.
I genitori, invece, riconoscono  il valore della sua azione di protesta ma le chiedono di tornare a scuola. “Greta ci ha costretti a cambiare le nostre vite”, dice suo padre Svante intervistato dal The Guardian. “Non avevamo coscienza del clima. Abbiamo iniziato a esaminarlo, a leggere tutti i libri, anche lei li ha letti. E ora ha un messaggio”.
“Sono molto colpito dal coraggio e dalla determinazione di Greta”, ha affermato Janine Alm Ericson, un membro dei Verdi in Parlamento.
“Ma sono anche triste che lei senta di dover essere lì: i partiti politici in Svezia non hanno fatto abbastanza. Grazie alla calda estate è diventato più facile per le persone immaginare che cosa può significare il cambiamento climatico per noi e per gli altri in Europa, se continuiamo a ignorare ciò che sta accadendo”.
fonte: https://www.tpi.it