Per informazioni:Segreteria: 075 855 81 15 (lunedì/venerdì dalle 9:00 alle 12:00)371 185 8865E-mail: segreteria@altrapagina.it
Link Depliant Convegno 2026
Visualizzazione post con etichetta #PianetaTerra. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #PianetaTerra. Mostra tutti i post
L'Altrapagina: LA BIOECONOMIA La fine della crescita e il recupero della vita - Città di Castello - 12_13 settembre 2026
Labels:
#Altrapagina,
#Ambiente,
#BattagliaCulturale,
#Bioeconomia,
#CittadiCastello,
#Crescita,
#GianniTamino,
#GuidoViale,
#NicolettaDentico,
#PianetaTerra,
#Recupero,
#RiccardoPetrella,
#Stiledivita,
#Vita
La tutela della biodiversità agroalimentare - talk con Telmo Pievani e Carlin Petrini - MaxxiRoma - 2 febbraio 2022
Un incontro sul tema della salvaguardia del patrimonio di biodiversità agroalimentare.
La biodiversità rappresenta il
Labels:
#Agricoltura,
#Allevamenti,
#Ambiente,
#Biodiversità,
#CarloPetrini,
#ConservazioneAmbientale,
#Maxxi,
#PianetaTerra,
#SalvaguardiaAgroalimentare,
#TelmoPievani
Nuovo libro del climatologo Micheal Mann: ‘La nuova guerra del clima – Le battaglie per riprenderci il pianeta’
Labels:
#Ambiente,
#Cambiamento,
#Clima,
#EdizioniAmbiente,
#Libri,
#MichealMann,
#NegazionismoClimatico,
#PianetaTerra,
#Responsabilità,
#RiscaldamentoGlobale
Il diseducatore globale

Foto tratta dal Floker di European Central Bank
Una parte dei processi di devastazione dell’ambiente provocati dai cambiamenti climatici sono ormai irreversibili. Lo dicono anche i governi, adesso. Tutti però lo sapevano da almeno quarant’anni e hanno fatto orecchie da mercante. Perché mercanti sono: i governi, le imprese, i finanziatori e tutti i divulgatori – più o meno scientifici – al loro servizio, che portano gigantesche responsabilità sulle falsità e la diseducazione che hanno fatto prosperare per decenni. Oggi in Europa, con la progressiva eclissi di Merkel e Macron, il principale rappresentante di questo obnubilamento di carattere quasi psichiatrico dell’intelligenza, che consiste nel nascondere la testa di fronte al disastro immanente, è Mario Draghi. Il suo Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, accoppiato agli altri fiumi di denaro che il governo ha deciso di spendere per “non lasciare indietro” nessuno degli aventi causa nella spartizione dei fondi europei, ha dimostrato di non voler deviare di una virgola da una visione che mette il PIL al primo posto. Tanto per ammettere che il pianeta brucia e che, per salvarlo, bisognerebbe fare scelte prima impensabili (e dunque ogni minuto è prezioso per poterlo spiegare al mondo intero) che fretta c’è?
L’IPCC, il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici, scrive...
Labels:
#Ambiente,
#Cambiamento,
#Clima,
#Crescita,
#CrisiClimatica,
#CrisiEcosistemica,
#Degrado,
#Devastazione,
#Governi,
#GretaThunberg,
#Ipcc,
#PianetaTerra,
#Pil,
#PNRR,
#RapportoIpcc
Le pillole di sostenibilità di ARPAT: prendersi cura dei propri abiti in modo sostenibile
Lavare i nostri indumenti, soprattutto in lavatrice, produce diversi impatti sull'ambiente che dobbiamo conoscere e limitare per ridurre il più possibile la nostra impronta sul Pianeta
Una delle principali questioni ambientali da tenere in considerazione, quando laviamo gli indumenti in lavatrice, è quella dell’inquinamento delle acque, di cui sono responsabili non solo gli scarichi industriali ma anche quelli domestici.
Importanti studi di settore hanno evidenziato l’alto potere inquinante di molti prodotti che utilizziamo quotidianamente in casa, compresi alcuni detersivi usati per i lavaggi in lavatrice, le sostanze utilizzate per renderli efficaci, spesso, sono di origine chimica e di natura tossica ed il loro potere inquinante è amplificato dal fatto che, una volta azionato il programma di risciacquo della lavatrice, lo scarico finisce nelle acque reflue urbane e, se non trattate correttamente, anche nei fiumi e mari.
A questo si aggiunge il problema dell’inquinamento da plastiche, dovuto anche alle micro-fibre tessili di tipo sintetico, che, secondo diversi studi, incidono, sul totale, per il 35%. In particolare, uno studio italiano, "The contribution of washing processes of synthetic clothes to microplastic pollution", condotto dal CNR e pubblicato nel 2019, mostra come, durante un normale lavaggio in lavatrice, vengano rilasciate da 124 a 308 mg per kg di microfibre tessili. Questo range è influenzato dal tipo di indumento lavato, in particolare dalla natura del filato e dalla sua torsione, come dimostrano anche diversi altri studi.
Secondo la ricerca “Evaluation of microplastic release caused by textile washing processes of synthetic fabrics”, pubblicata su Environmental Pollution (2017), l'acrilico è uno dei tessuti che crea i maggiori problemi, addirittura cinque volte in più rispetto al tessuto misto cotone-poliestere ed una lavatrice con un carico di 5 kg di materiale in poliestere produce tra i 6 e i 17,7 milioni di microfibre.
Un ulteriore studio effettuato dall'Università di Plymouth, pubblicato nel 2016, ha confrontato i diversi tessuti e le variabili durante il lavaggio, evidenziando come su un carico da 6 kg, i capi in tessuti misti, cotone e poliestere, rilascino quasi 138mila fibre, contro le oltre 496mila del poliestere e le quasi 729mila dell’acrilico.
Nel 2015, una ricerca realizzata da Life-mermaid metteva in luce come un grammo di tessuto rilasciasse, in un solo lavaggio, più di 3.000 microfibre per grammo. Una felpa in pile dal peso di 680 grammi, ad esempio, può perdere circa 1 milione di fibre a lavaggio mentre un paio di calze di nylon quasi 136.000.
Per limitare quest' impatto ambientale, possiamo adottare alcuni semplici accorgimenti:
-scegliere capi di abbigliamento in tessuti che riducano il numero di filamenti sintetici rilasciati, meglio optare per le fibre naturali (cotone, lana, seta, lino) che non dovrebbe mancare in un "armadio sostenibile"
Importanti studi di settore hanno evidenziato l’alto potere inquinante di molti prodotti che utilizziamo quotidianamente in casa, compresi alcuni detersivi usati per i lavaggi in lavatrice, le sostanze utilizzate per renderli efficaci, spesso, sono di origine chimica e di natura tossica ed il loro potere inquinante è amplificato dal fatto che, una volta azionato il programma di risciacquo della lavatrice, lo scarico finisce nelle acque reflue urbane e, se non trattate correttamente, anche nei fiumi e mari.
A questo si aggiunge il problema dell’inquinamento da plastiche, dovuto anche alle micro-fibre tessili di tipo sintetico, che, secondo diversi studi, incidono, sul totale, per il 35%. In particolare, uno studio italiano, "The contribution of washing processes of synthetic clothes to microplastic pollution", condotto dal CNR e pubblicato nel 2019, mostra come, durante un normale lavaggio in lavatrice, vengano rilasciate da 124 a 308 mg per kg di microfibre tessili. Questo range è influenzato dal tipo di indumento lavato, in particolare dalla natura del filato e dalla sua torsione, come dimostrano anche diversi altri studi.
Secondo la ricerca “Evaluation of microplastic release caused by textile washing processes of synthetic fabrics”, pubblicata su Environmental Pollution (2017), l'acrilico è uno dei tessuti che crea i maggiori problemi, addirittura cinque volte in più rispetto al tessuto misto cotone-poliestere ed una lavatrice con un carico di 5 kg di materiale in poliestere produce tra i 6 e i 17,7 milioni di microfibre.
Un ulteriore studio effettuato dall'Università di Plymouth, pubblicato nel 2016, ha confrontato i diversi tessuti e le variabili durante il lavaggio, evidenziando come su un carico da 6 kg, i capi in tessuti misti, cotone e poliestere, rilascino quasi 138mila fibre, contro le oltre 496mila del poliestere e le quasi 729mila dell’acrilico.
Nel 2015, una ricerca realizzata da Life-mermaid metteva in luce come un grammo di tessuto rilasciasse, in un solo lavaggio, più di 3.000 microfibre per grammo. Una felpa in pile dal peso di 680 grammi, ad esempio, può perdere circa 1 milione di fibre a lavaggio mentre un paio di calze di nylon quasi 136.000.
Per limitare quest' impatto ambientale, possiamo adottare alcuni semplici accorgimenti:
-scegliere capi di abbigliamento in tessuti che riducano il numero di filamenti sintetici rilasciati, meglio optare per le fibre naturali (cotone, lana, seta, lino) che non dovrebbe mancare in un "armadio sostenibile"
-utilizzare i vestiti più a lungo, infatti le microfibre rilasciate sono molto alte soprattutto nei primi lavaggi
-caricare la lavatrice in modo da garantire un rapporto tra tessuto e acqua, in grado di diminuire il rilascio di micro-fibre
-non avviare la lavatrice quando è troppo vuota, l’ideale sarebbe 3/4 di carico
-scegliere, ogni volta che sia possibile, cicli di lavaggio brevi, da 15 minuti, a 30°C, in grado di ridurre non solo la quantità di microfibre rilasciate dai tessuti ma anche lo spreco energetico e idrico.
Chiediamoci sempre se sia possibile adottare sistemi alternativi al bucato in lavatrice.
Tra questi, c’è l’uso del vapore, possiamo pensare di dotarci di una striratrice a vapore di tipo casalingo oppure approfittare della doccia quotidiana. Quando facciamo la doccia, infatti, si produce molto vapore che può essere utile per rinfrescare i nostri capi.
Spazzolare gli abiti è un’altra ottima alternativa al lavaggio in lavatrice, soprattutto nel caso di tessuti di lana, la spazzola elimina fango ed altre sostanze dense che non riescono ad inserirsi nella trama fitta di certi tessuti.
Ci sono poi “alternative più particolari”, come congelare i capi di abbigliamento; lasciandoli nel congelatore per tutta la notte, il freddo uccide i batteri, causa dei cattivi odori.
Talvolta, invece di un intero ciclo in lavatrice, è sufficiente agire, con un po' di acqua e sapone, in modo mirato sulla macchia.
Lavare a mano, soprattutto utilizzando acqua di recupero, ad esempio quella della vasca dopo il bagno, può prospettarsi una buona alternativa all'uso della lavatrice, soprattutto per i capi delicati, come la biancheria intima. In questo modo saranno meno soggetti ad usura, durando più a lungo.
Infine, bisogna fare attenzione anche agli elettrodomestici che ci aiutano nelle attività quotidiane in casa, seppure ormai indispensabili, dobbiamo usarli con criterio: non utilizziamo l'asciugatrice nel periodo estivo e in tutte quelle occasioni in cui le condizioni meteo consentono di stendere il bucato. Lo stesso possiamo dire del ferro da stiro, che non è necessario passare proprio su tutti gli indumenti.
Gli elettrodomestici di ultima generazione sono progettati per essere più "attenti all'ambiente", infatti, un gruppo di ricerca, confrontando diverse lavatrici "ultimo modello", ha verificato che queste garantiscono una riduzione nel rilascio di fibre da tessuti in pile e poliestere. Se dobbiamo acquistarne una nuova, dunque, optiamo, se possibile, per una di ultima generazione, con classe energetica efficiente, meglio se dotata di sistemi di monitoraggio del consumo energetico, idrico e di sistemi di analisi del carico.
La pillola di sostenibilità su come prendersi cura dei propri abiti
fonte: www.arpat.toscana.it
#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897. Grazie!
Chiediamoci sempre se sia possibile adottare sistemi alternativi al bucato in lavatrice.
Tra questi, c’è l’uso del vapore, possiamo pensare di dotarci di una striratrice a vapore di tipo casalingo oppure approfittare della doccia quotidiana. Quando facciamo la doccia, infatti, si produce molto vapore che può essere utile per rinfrescare i nostri capi.
Spazzolare gli abiti è un’altra ottima alternativa al lavaggio in lavatrice, soprattutto nel caso di tessuti di lana, la spazzola elimina fango ed altre sostanze dense che non riescono ad inserirsi nella trama fitta di certi tessuti.
Ci sono poi “alternative più particolari”, come congelare i capi di abbigliamento; lasciandoli nel congelatore per tutta la notte, il freddo uccide i batteri, causa dei cattivi odori.
Talvolta, invece di un intero ciclo in lavatrice, è sufficiente agire, con un po' di acqua e sapone, in modo mirato sulla macchia.
Lavare a mano, soprattutto utilizzando acqua di recupero, ad esempio quella della vasca dopo il bagno, può prospettarsi una buona alternativa all'uso della lavatrice, soprattutto per i capi delicati, come la biancheria intima. In questo modo saranno meno soggetti ad usura, durando più a lungo.
Infine, bisogna fare attenzione anche agli elettrodomestici che ci aiutano nelle attività quotidiane in casa, seppure ormai indispensabili, dobbiamo usarli con criterio: non utilizziamo l'asciugatrice nel periodo estivo e in tutte quelle occasioni in cui le condizioni meteo consentono di stendere il bucato. Lo stesso possiamo dire del ferro da stiro, che non è necessario passare proprio su tutti gli indumenti.
Gli elettrodomestici di ultima generazione sono progettati per essere più "attenti all'ambiente", infatti, un gruppo di ricerca, confrontando diverse lavatrici "ultimo modello", ha verificato che queste garantiscono una riduzione nel rilascio di fibre da tessuti in pile e poliestere. Se dobbiamo acquistarne una nuova, dunque, optiamo, se possibile, per una di ultima generazione, con classe energetica efficiente, meglio se dotata di sistemi di monitoraggio del consumo energetico, idrico e di sistemi di analisi del carico.
La pillola di sostenibilità su come prendersi cura dei propri abiti
fonte: www.arpat.toscana.it
#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ)
=> Seguici su Blogger
https://rifiutizeroumbria.blogspot.com
=> Seguici su Facebook
=> Seguici su Facebook
Labels:
#Abiti,
#Ambiente,
#Arpat,
#ImpattoAmbientale,
#ImprontaEcologica,
#InquinamentoAcque,
#PianetaTerra,
#Pillole,
#SostenibilitàAmbientale
Oceano e clima, dieci murales per la tutela degli ecosistemi marini
Da Milano a Bari, passando per Chioggia, Marina di Ravenna, Firenze, Malfa e Golfo Aranci: dieci opere di street art hanno inaugurato una campagna di comunicazione a supporto di mari ed oceani del Pianeta. Un primo passo verso un Mar Mediterraneo sempre più protetto.
Ancora una volta, l’arte diviene protagonista nella comunicazione ambientale. In occasione della Giornata Mondiale degli Oceani dell’8 giugno, l’onlus Worldrise ha svelato i 10 murales frutto del progetto ‘Oceano e Clima’. Da Nord a Sud, le dieci opere sono state realizzate in tutta Italia con vernici ecologiche, ma la vera novità in termini comunicativi è che ogni singolo murales è stato associato a un talk divulgativo finalizzato a sensibilizzare riguardo il ruolo della tutela dell’ambiente marino nel fronteggiare la crisi climatica. Dalla fauna tipica al rapporto indissolubile uomo-oceano, le opere raffigurano le bellezze del mondo marino e altre forme evocative in grado di suscitare interesse e far riflettere.


Alcuni esempi dei murales della campagna. Qui tutte le foto: Oceano e Clima
L’iniziativa si colloca all’interno della campagna 30×30 nata per puntare i riflettori sull’importanza degli ecosistemi marini del Pianeta. “Il mare – scrivono i promotori nella sezione “conoscenza” – genera tra il 50 e l’80% dell’ossigeno che respiriamo, rappresentando il polmone blu del nostro Pianeta, e assorbe un terzo del biossido di carbonio (CO₂) emesso nell’atmosfera”. Questo prezioso comparto della Terra è però in pericolo, ricordano nella sezione “consapevolezza” dove suggeriscono diverse sfide necessarie da affrontare per salvaguardarlo. Ma le potenziali soluzioni non mancano: nella sezione “rispetto”, infatti, sono diverse le possibilità elencate che potremmo adottare per proteggere mari ed oceani del Pianeta. A partire dalle Aree Marine Protette. L’iniziativa, non a caso, contribuisce ad uno sforzo internazionale indirizzato alla protezione di almeno il 30% dell’oceano entro il 2030. “La campagna – scrive Worldrise – punta ad applicare questo target nelle acque italiane, un obiettivo tanto grande quanto necessario a garantire la funzionalità e produttività del Mare nostrum, il Mar Mediterraneo”.
Una campagna a 360 gradi, ben fatta in termini grafici ed esaustiva a livello di contenuti. Promossa da un video dal forte impatto emotivo e corredata di tutte le informazioni utili per facilitare, anche a chi privo di un background scientifico, la comprensione dell’importanza dei nostri mari, nonché per capirne le problematiche e, di conseguenza, trovare il coraggio di agire. Inoltre, ha una marcia in più: non che il solo fine di sensibilizzare sia meno nobile, tuttavia, rispetto ad altre campagne, 30×30 si prefigge di dare seguito a degli obiettivi ecologici indispensabili, quali quelli stabiliti dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), oltreché ai nuovi target del Global Biodiversity Framework e della Eu biodiversity strategy.
L’iniziativa si colloca all’interno della campagna 30×30 nata per puntare i riflettori sull’importanza degli ecosistemi marini del Pianeta. “Il mare – scrivono i promotori nella sezione “conoscenza” – genera tra il 50 e l’80% dell’ossigeno che respiriamo, rappresentando il polmone blu del nostro Pianeta, e assorbe un terzo del biossido di carbonio (CO₂) emesso nell’atmosfera”. Questo prezioso comparto della Terra è però in pericolo, ricordano nella sezione “consapevolezza” dove suggeriscono diverse sfide necessarie da affrontare per salvaguardarlo. Ma le potenziali soluzioni non mancano: nella sezione “rispetto”, infatti, sono diverse le possibilità elencate che potremmo adottare per proteggere mari ed oceani del Pianeta. A partire dalle Aree Marine Protette. L’iniziativa, non a caso, contribuisce ad uno sforzo internazionale indirizzato alla protezione di almeno il 30% dell’oceano entro il 2030. “La campagna – scrive Worldrise – punta ad applicare questo target nelle acque italiane, un obiettivo tanto grande quanto necessario a garantire la funzionalità e produttività del Mare nostrum, il Mar Mediterraneo”.
Una campagna a 360 gradi, ben fatta in termini grafici ed esaustiva a livello di contenuti. Promossa da un video dal forte impatto emotivo e corredata di tutte le informazioni utili per facilitare, anche a chi privo di un background scientifico, la comprensione dell’importanza dei nostri mari, nonché per capirne le problematiche e, di conseguenza, trovare il coraggio di agire. Inoltre, ha una marcia in più: non che il solo fine di sensibilizzare sia meno nobile, tuttavia, rispetto ad altre campagne, 30×30 si prefigge di dare seguito a degli obiettivi ecologici indispensabili, quali quelli stabiliti dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), oltreché ai nuovi target del Global Biodiversity Framework e della Eu biodiversity strategy.
fonte: www.envi.info
#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ)
=> Seguici su Blogger
https://rifiutizeroumbria.blogspot.com
=> Seguici su Facebook
=> Seguici su Facebook
Parlare ai senza potere
Non possiamo più aspettare e, per quanto sia difficile da accettare, non possiamo neanche sperare che siano i governi a muoversi di fronte ai disastri climatici e ambientali. Abbiamo bisogno di confronti immediati e azioni, a livello locale e planetario, tra associazioni, comitati, sindacati, scuole e Università, centri di ricerca, mondo della cultura. In fondo l’obiettivo di Greta e di tanti e tante con lei è rivolgersi a tutti i potenti del mondo ma per farsi ascoltare da tutti coloro che potenti non sono. Mentre il pianeta va a fuoco e il parlamento italiano vota il ponte sullo Stretto, scrive Guido Viale, in basso dovremmo partire da questa domanda: serve un treno ad alta velocità o un ponte sospeso di quattro chilometri, per collegare regioni devastate dagli incendi, dove, di questo passo, si dovrà reggere a temperature di 50°C come a Vancouver, per fare arrivare dei turisti su spiagge ormai sommerse dall’innalzamento del livello del mare?


Tratta da unsplash.com
Greta Thumberg è tornata a dare il meglio di sé al vertice austriaco sul mondo promosso da Arnold Schwarzenegger, con Frau Merkel, Antonio Guterres ed altri. Rivolgendosi ancora una volta a tutti i potenti del mondo, ma per farsi ascoltare da tutti coloro che potenti non sono, ha spiattellato che nei sei anni che ci separano dal vertice di Parigi, politici, finanzieri e grandi industriali (la crème di Davos) ci hanno riempiti di parole, ma non hanno fatto niente per avvicinarci agli obiettivi di decarbonizzazione fissati. Anzi, hanno fatto, stanno facendo e si apprestano a fare esattamente l’opposto: la loro “lotta per il clima” serve solo a mascherare e giustificare la continuazione di una politica fondata sui fossili, cercando nuove occasioni di business.
Questa accusa coglie in pieno anche il PNRR italiano, il suo padre, il RRF della Commissione europea, e la sua madre, il programma NextgenerationEU, che altro non sono che armi di distrazione di massa, finalizzate a bloccare l’attenzione – e il confronto, dove c’è – intorno a misure e progetti assolutamente inconsistenti, se non controproducenti, mentre il pianeta va a fuoco. A fuoco: nello stesso giorno in cui si registravano a Vancouver 50 °C, il Parlamento italiano ha votato, alla Camera, il ponte sullo stretto di Messina (da finanziare non con il PNRR, bensì con un fondo, detto “fondone”, che Draghi ha fatto aggiungere, a debito, ai fondi, anch’essi a debito, del PNRR, per “non lasciare indietro nessuno”: in questo caso le lobby del cemento). D’altronde, non è stato forse il Senato italiano, forte delle sue competenze, a votare, anni fa, che il cambiamento climatico non esiste?
Tra le parole senza fatti o, meglio, con fatti che le contraddicono, di cui parla Greta, spicca l’istituzione in Italia di un Ministero della Transizione ecologica. Ora, se transizione ecologica significa – e non può significare altro; se no, verso che cosa mai si transita? – un cambiamento radicale, a partire dall’abbandono del presupposto su cui si basa tutto lo stato di cose attuale, cioè il mito fasullo e letale della “crescita” (che altro non è che accumulazione del capitale), è evidente che essa non può non coinvolgere profondamente comportamenti, stili di vita e assetti sociali di tutta la popolazione; oltre, ovviamente, alla determinazione di che cosa, con che cosa, per chi e come si produce. Il primo compito di un Ministero della Transizione ecologica (e del Governo che ne fa proprie le finalità) avrebbe dovuto essere, quindi, il lancio di una grande campagna di informazione: sul perché di questa svolta, sui rischi che corrono il pianeta, il paese e la vita di ciascuno; e la conseguente apertura di un confronto generale (non era certo tale la kermesse organizzata a suo tempo dal secondo Governo Conte a villa Pamphili), coinvolgendo tutte le istanze della “società civile” – associazioni, comitati, sindacati, scuole e Università, centri di ricerca, mondo della cultura – sulle alternative che ci troviamo di fronte: sia a livello planetario che a livello locale; ciascuno a fare i conti nel proprio territorio con la realtà in cui è inserito e in cui può operare. Le dimensioni del problema sono d’altronde tali che non si può sperare di ottenere dei risultati – se si vogliono veramente ottenere – che procedendo così. E se il governo non lo fa, la prima conseguenza da trarre è che di promuovere quel confronto dobbiamo farci carico noi. Chi? Tutti, dove e come si può. Mettendo al centro non la crescita ma la cura delle persone, del vivente e della Terra.
Ma invece di una campagna di informazione e di un grande confronto ci siamo ritrovati le continue esternazioni del ministro Cingolani, peraltro in frequente contraddizione tra loro, ma che, sostanzialmente, mirano a rassicurare che non c’è da cambiare gran che: il gas sostituirà – un po’ per volta – il petrolio come “combustibile di transizione” (verso che?), costruendo nuovi impianti e pipeline la cui vita utile va ben al di là del 2050, anno in cui il gas dovrebbe scomparire; l’idrogeno verde deve aspettare (non è ancora maturo); con le rinnovabili non c’è fretta, tanto arriverà la fusione nucleare, o anche la fissione in “piccoli impianti” distribuiti sul territorio; la dieta proteica è essenziale, quindi largo agli allevamenti industriali; l’agricoltura sostenibile si fa con l’agrofotovoltaico (pannelli in alto e ortaggi sotto), ecc.
Ma se il ministro della Transizione sembra sensibile soprattutto alla lobby del gas (Eni ed Enel), il PNRR, nel suo insieme, destina il giusto tributo anche a quella del cemento e delle Grandi opere: il piano pullula di autostrade, aeroporti e treni ad Alta velocità, chiamati infrastrutture, tutti finanziati a spese del trasporto locale (compreso il TAV Torino-Lione, ricompreso nel PNRR, senza nominarlo, nelle vesti del fallito Ten-T).
E qui, anche senza entrare nei dettagli (che peraltro il PNRR evita accuratamente), la prima e fondamentale domanda da fare, se si aprisse, come si dovrà aprire, ma da basso, un dibattito sulla transizione ecologica è: ma serve un treno ad alta velocità, o un ponte di quattro chilometri, per collegare regioni devastate dagli incendi, dove, di questo passo, si dovrà reggere a temperature di 50°C come a Vancouver (che è molto più a nord), per fare arrivare dei turisti su spiagge ormai sommerse dall’innalzamento del livello del mare? O serve portare altro gas in Italia cercando di seppellirne le emissioni sottoterra, in una regione già sconvolta da un terremoto di dubbia origine, lasciando in eredità alle future generazioni, ma forse anche a questa, una bomba di CO2 sotto pressione, pronta ad aprirsi un varco verso la superficie per restituire all’atmosfera tutta la CO2 fittiziamente sottrattale? Ma domande come queste chi ci governa se le è mai fatte?
fonte: comune-info.net/
Greta Thumberg è tornata a dare il meglio di sé al vertice austriaco sul mondo promosso da Arnold Schwarzenegger, con Frau Merkel, Antonio Guterres ed altri. Rivolgendosi ancora una volta a tutti i potenti del mondo, ma per farsi ascoltare da tutti coloro che potenti non sono, ha spiattellato che nei sei anni che ci separano dal vertice di Parigi, politici, finanzieri e grandi industriali (la crème di Davos) ci hanno riempiti di parole, ma non hanno fatto niente per avvicinarci agli obiettivi di decarbonizzazione fissati. Anzi, hanno fatto, stanno facendo e si apprestano a fare esattamente l’opposto: la loro “lotta per il clima” serve solo a mascherare e giustificare la continuazione di una politica fondata sui fossili, cercando nuove occasioni di business.
Questa accusa coglie in pieno anche il PNRR italiano, il suo padre, il RRF della Commissione europea, e la sua madre, il programma NextgenerationEU, che altro non sono che armi di distrazione di massa, finalizzate a bloccare l’attenzione – e il confronto, dove c’è – intorno a misure e progetti assolutamente inconsistenti, se non controproducenti, mentre il pianeta va a fuoco. A fuoco: nello stesso giorno in cui si registravano a Vancouver 50 °C, il Parlamento italiano ha votato, alla Camera, il ponte sullo stretto di Messina (da finanziare non con il PNRR, bensì con un fondo, detto “fondone”, che Draghi ha fatto aggiungere, a debito, ai fondi, anch’essi a debito, del PNRR, per “non lasciare indietro nessuno”: in questo caso le lobby del cemento). D’altronde, non è stato forse il Senato italiano, forte delle sue competenze, a votare, anni fa, che il cambiamento climatico non esiste?
Tra le parole senza fatti o, meglio, con fatti che le contraddicono, di cui parla Greta, spicca l’istituzione in Italia di un Ministero della Transizione ecologica. Ora, se transizione ecologica significa – e non può significare altro; se no, verso che cosa mai si transita? – un cambiamento radicale, a partire dall’abbandono del presupposto su cui si basa tutto lo stato di cose attuale, cioè il mito fasullo e letale della “crescita” (che altro non è che accumulazione del capitale), è evidente che essa non può non coinvolgere profondamente comportamenti, stili di vita e assetti sociali di tutta la popolazione; oltre, ovviamente, alla determinazione di che cosa, con che cosa, per chi e come si produce. Il primo compito di un Ministero della Transizione ecologica (e del Governo che ne fa proprie le finalità) avrebbe dovuto essere, quindi, il lancio di una grande campagna di informazione: sul perché di questa svolta, sui rischi che corrono il pianeta, il paese e la vita di ciascuno; e la conseguente apertura di un confronto generale (non era certo tale la kermesse organizzata a suo tempo dal secondo Governo Conte a villa Pamphili), coinvolgendo tutte le istanze della “società civile” – associazioni, comitati, sindacati, scuole e Università, centri di ricerca, mondo della cultura – sulle alternative che ci troviamo di fronte: sia a livello planetario che a livello locale; ciascuno a fare i conti nel proprio territorio con la realtà in cui è inserito e in cui può operare. Le dimensioni del problema sono d’altronde tali che non si può sperare di ottenere dei risultati – se si vogliono veramente ottenere – che procedendo così. E se il governo non lo fa, la prima conseguenza da trarre è che di promuovere quel confronto dobbiamo farci carico noi. Chi? Tutti, dove e come si può. Mettendo al centro non la crescita ma la cura delle persone, del vivente e della Terra.
Ma invece di una campagna di informazione e di un grande confronto ci siamo ritrovati le continue esternazioni del ministro Cingolani, peraltro in frequente contraddizione tra loro, ma che, sostanzialmente, mirano a rassicurare che non c’è da cambiare gran che: il gas sostituirà – un po’ per volta – il petrolio come “combustibile di transizione” (verso che?), costruendo nuovi impianti e pipeline la cui vita utile va ben al di là del 2050, anno in cui il gas dovrebbe scomparire; l’idrogeno verde deve aspettare (non è ancora maturo); con le rinnovabili non c’è fretta, tanto arriverà la fusione nucleare, o anche la fissione in “piccoli impianti” distribuiti sul territorio; la dieta proteica è essenziale, quindi largo agli allevamenti industriali; l’agricoltura sostenibile si fa con l’agrofotovoltaico (pannelli in alto e ortaggi sotto), ecc.
Ma se il ministro della Transizione sembra sensibile soprattutto alla lobby del gas (Eni ed Enel), il PNRR, nel suo insieme, destina il giusto tributo anche a quella del cemento e delle Grandi opere: il piano pullula di autostrade, aeroporti e treni ad Alta velocità, chiamati infrastrutture, tutti finanziati a spese del trasporto locale (compreso il TAV Torino-Lione, ricompreso nel PNRR, senza nominarlo, nelle vesti del fallito Ten-T).
E qui, anche senza entrare nei dettagli (che peraltro il PNRR evita accuratamente), la prima e fondamentale domanda da fare, se si aprisse, come si dovrà aprire, ma da basso, un dibattito sulla transizione ecologica è: ma serve un treno ad alta velocità, o un ponte di quattro chilometri, per collegare regioni devastate dagli incendi, dove, di questo passo, si dovrà reggere a temperature di 50°C come a Vancouver (che è molto più a nord), per fare arrivare dei turisti su spiagge ormai sommerse dall’innalzamento del livello del mare? O serve portare altro gas in Italia cercando di seppellirne le emissioni sottoterra, in una regione già sconvolta da un terremoto di dubbia origine, lasciando in eredità alle future generazioni, ma forse anche a questa, una bomba di CO2 sotto pressione, pronta ad aprirsi un varco verso la superficie per restituire all’atmosfera tutta la CO2 fittiziamente sottrattale? Ma domande come queste chi ci governa se le è mai fatte?
fonte: comune-info.net/
#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ)
=> Seguici su Blogger
https://rifiutizeroumbria.blogspot.com
=> Seguici su Facebook
=> Seguici su Facebook
Labels:
#Ambiente,
#CatastrofeClimatica,
#Decarbonizzazione,
#DisastroAmbientale,
#Ecologia,
#GretaThunberg,
#Infrastrutture,
#Mite,
#NextGenerationUe,
#PianetaTerra,
#PNRR,
#Transizione
Premio Goldman 2021: i 6 vincitori del Nobel dell’ecologia
Sono eroi dell’ambiente, ma anche persone comuni. Capaci di mobilitare le loro comunità e vincere battaglie importanti contro carbone, plastica, dighe, bracconaggio. Tutte le lotte delle 6 attiviste premiate

“Tutti noi abbiamo ruoli da svolgere, grandi e piccoli, nel compito cruciale di difendere il nostro pianeta”. Jane Fonda presenta così i vincitori del Premio Goldman 2021, 6 attiviste ambientali che portano avanti le loro lotte senza clamore, il più delle volte lontano dai riflettori, ma con successo. Trasformando le loro comunità, spingendole a prendere l’iniziativa e a difendere i loro diritti. Persone comuni, ma anche eroi dell’ecologismo al punto da ricevere il Goldman Environmental Prize 2021, un riconoscimento che viene considerato il “premio Nobel per l’ambiente”.
I vincitori del Premio Goldman 2021
Cinque donne, un uomo, sei battaglie contro la distruzione sistematica della natura e del clima. Protagoniste di campagne per cancellare il carbone e per ridare dignità alle comunità afroamericane intossicate dall’industria. Ma anche di lotte per la tutela della biodiversità (proteggendo il pangolino) e per mettere al bando la plastica. Ecco i loro nomi: i vincitori del Premio Goldman 2021 sono Kimiko Hirata dal Giappone e Thai Van Nguyen del Vietnam per l’Asia, Gloria Majiga-Kamoto dal Malawi per l’Africa, Maida Bilal dalla Bosnia-Erzegovina per l’Europa, Sharon Lavigne dagli Stati Uniti e Liz Chicaje Churay dal Perù per le Americhe.
Storie molto diverse tra loro, quelle delle 6 attiviste ambientali premiate con il Goldman Prize 2021. Il filo rosso però non manca ed è la dimensione collettiva, capace di innescare processi trasformativi nella comunità di origine. E magari avere un impatto a livelli molto più alti.
La sintesi migliore la offre Kimiko Hirata: “Molte persone pensano che l’azione climatica è qualcosa che fai solo a casa tua, risparmiando elettricità e usando meno plastica. Non è tutto qui. Abbiamo bisogno di qualcosa di più grande, ciascuno di noi deve agire per cambiare il sistema economico, fare di più per la collettività”. Hirata ha visto il Giappone tornare a bruciare carbone dopo il 2011, per compensare la chiusura delle centrali nucleari in tutto il paese dopo il disastro di Fukushima. Con il suo Kiko Network ha promosso campagne di pressione e fatto chiudere 13 impianti, con una capacità di 7 GW che avrebbero rilasciato più di 1,6 mld di t di CO2 in atmosfera. Tutto questo grazie a una rete capillare di attivisti sparsa sul territorio del Giappone.
Le campagne dei vincitori
Kimiko Hirata: campagna per cancellare l’uso del carbone termico in Giappone dopo il disastro nucleare di Fukushima
Thai Van Nguyen: lotta per tutelare i pangolini, specie a rischio estinzione (e possibile animale-serbatoio di malattie zoonotiche) martoriata dal commercio illegale, in Vietnam
Gloria Majiga-Kamoto: prima premiata dal Malawi, ha creato una campagna che ha portato all’abolizione nel paese di tutta la plastica monouso, sia la produzione che l’importazione
Maida Bilal: l’attivista contro il boom dell’idroelettrico nei Balcani, dove scorre la maggior parte degli ultimi fiumi senza barriere europei, è partita da una campagna contro due dighe sul fiume Kruščica
Sharon Lavigne: ha bloccato la costruzione di una fabbrica di plastica in Louisiana che avrebbe peggiorato l’inquinamento ambientale che impatta soprattutto sulle comunità afroamericane
Liz Chicaje Churay: l’attivista peruviana ha convinto il governo a creare un parco nazionale grande come Yellowstone per tutelare la biodiversità dell’Amazzonia
Cos’è il Goldman Environmental Prize
Il “Nobel per l’ecologia” è stato creato dai filantropi Richard e Rhoda Goldman nel 1989 a San Francisco per dare risalto alle lotte di tanti attivisti ambientali in tutti i continenti. Le nomination vengono decise da una giuria internazionale che raccoglie e valuta i suggerimenti che arrivano da associazioni e reti di attivisti in tutto il mondo. Ogni anno sono 6 i premiati, scelti uno per regione.
Dal 1989 a oggi sono stati due gli italiani insigniti del Premio Goldman. La pioniera è stata Anna Giordano nel 1998, conservazionista attiva con Lipu e Wwf contro il bracconaggio. Nel 2013 è stata la volta di Rossano Ercolini, maestro elementare di Capannori e fondatore del movimento “Rifiuti zero” che prese le mosse dall’opposizione a un inceneritore previsto a poca distanza dalla scuola.
fonte: www.rinnovabili.it
#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897. Grazie!

“Tutti noi abbiamo ruoli da svolgere, grandi e piccoli, nel compito cruciale di difendere il nostro pianeta”. Jane Fonda presenta così i vincitori del Premio Goldman 2021, 6 attiviste ambientali che portano avanti le loro lotte senza clamore, il più delle volte lontano dai riflettori, ma con successo. Trasformando le loro comunità, spingendole a prendere l’iniziativa e a difendere i loro diritti. Persone comuni, ma anche eroi dell’ecologismo al punto da ricevere il Goldman Environmental Prize 2021, un riconoscimento che viene considerato il “premio Nobel per l’ambiente”.
I vincitori del Premio Goldman 2021
Cinque donne, un uomo, sei battaglie contro la distruzione sistematica della natura e del clima. Protagoniste di campagne per cancellare il carbone e per ridare dignità alle comunità afroamericane intossicate dall’industria. Ma anche di lotte per la tutela della biodiversità (proteggendo il pangolino) e per mettere al bando la plastica. Ecco i loro nomi: i vincitori del Premio Goldman 2021 sono Kimiko Hirata dal Giappone e Thai Van Nguyen del Vietnam per l’Asia, Gloria Majiga-Kamoto dal Malawi per l’Africa, Maida Bilal dalla Bosnia-Erzegovina per l’Europa, Sharon Lavigne dagli Stati Uniti e Liz Chicaje Churay dal Perù per le Americhe.
Storie molto diverse tra loro, quelle delle 6 attiviste ambientali premiate con il Goldman Prize 2021. Il filo rosso però non manca ed è la dimensione collettiva, capace di innescare processi trasformativi nella comunità di origine. E magari avere un impatto a livelli molto più alti.
La sintesi migliore la offre Kimiko Hirata: “Molte persone pensano che l’azione climatica è qualcosa che fai solo a casa tua, risparmiando elettricità e usando meno plastica. Non è tutto qui. Abbiamo bisogno di qualcosa di più grande, ciascuno di noi deve agire per cambiare il sistema economico, fare di più per la collettività”. Hirata ha visto il Giappone tornare a bruciare carbone dopo il 2011, per compensare la chiusura delle centrali nucleari in tutto il paese dopo il disastro di Fukushima. Con il suo Kiko Network ha promosso campagne di pressione e fatto chiudere 13 impianti, con una capacità di 7 GW che avrebbero rilasciato più di 1,6 mld di t di CO2 in atmosfera. Tutto questo grazie a una rete capillare di attivisti sparsa sul territorio del Giappone.
Le campagne dei vincitori
Kimiko Hirata: campagna per cancellare l’uso del carbone termico in Giappone dopo il disastro nucleare di Fukushima
Thai Van Nguyen: lotta per tutelare i pangolini, specie a rischio estinzione (e possibile animale-serbatoio di malattie zoonotiche) martoriata dal commercio illegale, in Vietnam
Gloria Majiga-Kamoto: prima premiata dal Malawi, ha creato una campagna che ha portato all’abolizione nel paese di tutta la plastica monouso, sia la produzione che l’importazione
Maida Bilal: l’attivista contro il boom dell’idroelettrico nei Balcani, dove scorre la maggior parte degli ultimi fiumi senza barriere europei, è partita da una campagna contro due dighe sul fiume Kruščica
Sharon Lavigne: ha bloccato la costruzione di una fabbrica di plastica in Louisiana che avrebbe peggiorato l’inquinamento ambientale che impatta soprattutto sulle comunità afroamericane
Liz Chicaje Churay: l’attivista peruviana ha convinto il governo a creare un parco nazionale grande come Yellowstone per tutelare la biodiversità dell’Amazzonia
Cos’è il Goldman Environmental Prize
Il “Nobel per l’ecologia” è stato creato dai filantropi Richard e Rhoda Goldman nel 1989 a San Francisco per dare risalto alle lotte di tanti attivisti ambientali in tutti i continenti. Le nomination vengono decise da una giuria internazionale che raccoglie e valuta i suggerimenti che arrivano da associazioni e reti di attivisti in tutto il mondo. Ogni anno sono 6 i premiati, scelti uno per regione.
Dal 1989 a oggi sono stati due gli italiani insigniti del Premio Goldman. La pioniera è stata Anna Giordano nel 1998, conservazionista attiva con Lipu e Wwf contro il bracconaggio. Nel 2013 è stata la volta di Rossano Ercolini, maestro elementare di Capannori e fondatore del movimento “Rifiuti zero” che prese le mosse dall’opposizione a un inceneritore previsto a poca distanza dalla scuola.
fonte: www.rinnovabili.it
#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ)
=> Seguici su Blogger
https://rifiutizeroumbria.blogspot.com
=> Seguici su Facebook
=> Seguici su Facebook
Mount Recyclemore, la gigantesca scultura dei leader del G7 si trova su una scogliera vicino a Carbis Bay in Cornovaglia
I leader del G7 raffigurati nella scultura di rifiuti elettronici di Mount Recyclemore

L'installazione artistica in Cornovaglia creata da 20.000 pezzi di tecnologia scartata evidenzia la crescente minaccia che rappresenta per l'ambiente
Le sette facce giganti incombono sopra le dune, guardando cupamente le distese di mare luminoso che si dirige verso l'oceano.

L'installazione artistica in Cornovaglia creata da 20.000 pezzi di tecnologia scartata evidenzia la crescente minaccia che rappresenta per l'ambiente
Le sette facce giganti incombono sopra le dune, guardando cupamente le distese di mare luminoso che si dirige verso l'oceano.
Anche prima che il G7 si sedesse per iniziare il vertice della Cornovaglia, Mount Recyclemore, una scultura fatta di rifiuti elettronici scartati che raffigura i volti dei sette leader, sembrava destinata a essere una delle stelle dello spettacolo.
Creato dall'artista Joe Rush e dal tech business musicMagpie, il pezzo è apparso sulla spiaggia di Sandy Acres, proprio lungo la costa da Carbis Bay, dove i leader si stanno incontrando.
Circa 15 artisti hanno contribuito a creare la struttura in sei frenetiche settimane presso il cantiere/studio di Rush nel sud di Londra. Le parti sono state quindi spedite in Cornovaglia su camion e assemblate in loco.
Rimarrà sulla spiaggia fino a domenica, dopodiché il piano è di allestirlo presso la sede di musicMagpie a Stockport, Greater Manchester.
Diversi artisti hanno avuto il compito di raffigurare ogni leader. "Sono personaggi individuali e abbiamo avuto singoli artisti che ci hanno lavorato in modo che abbiano i loro gusti individuali", ha detto Rush.
“Dobbiamo riciclare le cose, dobbiamo far durare le cose. Non possiamo semplicemente buttarlo in discarica. Non è solo un problema di un politico; è un problema che la razza umana deve affrontare”.
Uno dei collaboratori di Rush, Alex Wreckage, ha ammesso che c'erano state discussioni su chi avrebbe ottenuto le parti migliori. "Ci sono state alcune discussioni: 'Voglio quel pezzo, è il naso di Biden', 'No, è Merkel'.
I volti sono 3 metri per 1 metro e costruiti con 12 tonnellate di rifiuti elettronici - circa 20.000 pezzi di tecnologia scartata.
Alex Wreckage, a sinistra, e Joe Rush davanti a Mount Recyclemore, la loro gigantesca scultura realizzata con componenti elettronici scartati.
Secondo musicMagpie, l'obiettivo era evidenziare l'enorme minaccia ambientale dei rifiuti elettronici: si sosteneva che il Regno Unito fosse uno dei peggiori trasgressori. Ha anche pubblicato una ricerca che ha scoperto che quattro britannici su cinque non sapevano cosa fossero i rifiuti elettronici e che metà dei britannici (47%) non riciclava, rivendeva o donava la loro vecchia tecnologia in beneficenza, con la maggior parte che ha optato per tenersi esso invece, dove finisce in fondo ai cassetti a raccogliere polvere.
Steve Oliver, fondatore e amministratore delegato di musicMagpie, ha affermato che c'è stata una reazione "sorprendente" al pezzo.
Il G7 e un momento cruciale per il clima
Ha detto: “I rifiuti elettronici sono un problema crescente in tutto il mondo e il suo impatto sull'ambiente è significativo. Se inviati in discarica, i rifiuti elettronici possono rilasciare sostanze chimiche nocive nel suolo e nell'acqua o, se inceneriti, i fumi rilasciano sostanze chimiche nell'aria, contribuendo al riscaldamento globale.
"Non solo questo, ma tutto, dai nostri telefoni ai nostri laptop, dipende molto da materiali preziosi per funzionare, che non sono solo risorse limitate, ma hanno anche un impatto diretto sui cambiamenti climatici quando vengono estratti dalla terra".
Come parte della sua campagna Mount Recyclemore, musicMagpie ha collaborato con l'ente benefico globale per la gestione dei rifiuti WasteAid. Per tutto il mese di giugno donerà all'organizzazione benefica £ 1 per ogni pezzo di merce di consumo scambiata dai clienti.
Rush è rinomato per le sue installazioni artistiche ambientali e ha collaborato con artisti tra cui Banksy, Vivienne Westwood e Damien Hirst. Si autodefinisce un “artista dei margini”.
Lui e Wreckage sono tra gli artisti che creano Trash City e Unfairground in un angolo del festival di Glastonbury.
fonte: www.theguardian.com
Creato dall'artista Joe Rush e dal tech business musicMagpie, il pezzo è apparso sulla spiaggia di Sandy Acres, proprio lungo la costa da Carbis Bay, dove i leader si stanno incontrando.
Circa 15 artisti hanno contribuito a creare la struttura in sei frenetiche settimane presso il cantiere/studio di Rush nel sud di Londra. Le parti sono state quindi spedite in Cornovaglia su camion e assemblate in loco.
Rimarrà sulla spiaggia fino a domenica, dopodiché il piano è di allestirlo presso la sede di musicMagpie a Stockport, Greater Manchester.
Diversi artisti hanno avuto il compito di raffigurare ogni leader. "Sono personaggi individuali e abbiamo avuto singoli artisti che ci hanno lavorato in modo che abbiano i loro gusti individuali", ha detto Rush.
“Dobbiamo riciclare le cose, dobbiamo far durare le cose. Non possiamo semplicemente buttarlo in discarica. Non è solo un problema di un politico; è un problema che la razza umana deve affrontare”.
Uno dei collaboratori di Rush, Alex Wreckage, ha ammesso che c'erano state discussioni su chi avrebbe ottenuto le parti migliori. "Ci sono state alcune discussioni: 'Voglio quel pezzo, è il naso di Biden', 'No, è Merkel'.
I volti sono 3 metri per 1 metro e costruiti con 12 tonnellate di rifiuti elettronici - circa 20.000 pezzi di tecnologia scartata.
Alex Wreckage, a sinistra, e Joe Rush davanti a Mount Recyclemore, la loro gigantesca scultura realizzata con componenti elettronici scartati.
Secondo musicMagpie, l'obiettivo era evidenziare l'enorme minaccia ambientale dei rifiuti elettronici: si sosteneva che il Regno Unito fosse uno dei peggiori trasgressori. Ha anche pubblicato una ricerca che ha scoperto che quattro britannici su cinque non sapevano cosa fossero i rifiuti elettronici e che metà dei britannici (47%) non riciclava, rivendeva o donava la loro vecchia tecnologia in beneficenza, con la maggior parte che ha optato per tenersi esso invece, dove finisce in fondo ai cassetti a raccogliere polvere.
Steve Oliver, fondatore e amministratore delegato di musicMagpie, ha affermato che c'è stata una reazione "sorprendente" al pezzo.
Il G7 e un momento cruciale per il clima
Ha detto: “I rifiuti elettronici sono un problema crescente in tutto il mondo e il suo impatto sull'ambiente è significativo. Se inviati in discarica, i rifiuti elettronici possono rilasciare sostanze chimiche nocive nel suolo e nell'acqua o, se inceneriti, i fumi rilasciano sostanze chimiche nell'aria, contribuendo al riscaldamento globale.
"Non solo questo, ma tutto, dai nostri telefoni ai nostri laptop, dipende molto da materiali preziosi per funzionare, che non sono solo risorse limitate, ma hanno anche un impatto diretto sui cambiamenti climatici quando vengono estratti dalla terra".
Come parte della sua campagna Mount Recyclemore, musicMagpie ha collaborato con l'ente benefico globale per la gestione dei rifiuti WasteAid. Per tutto il mese di giugno donerà all'organizzazione benefica £ 1 per ogni pezzo di merce di consumo scambiata dai clienti.
Rush è rinomato per le sue installazioni artistiche ambientali e ha collaborato con artisti tra cui Banksy, Vivienne Westwood e Damien Hirst. Si autodefinisce un “artista dei margini”.
Lui e Wreckage sono tra gli artisti che creano Trash City e Unfairground in un angolo del festival di Glastonbury.
fonte: www.theguardian.com
#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ)
=> Seguici su Blogger
https://rifiutizeroumbria.blogspot.com
=> Seguici su Facebook
=> Seguici su Facebook
Greenpeace: 300 droni, 1 messaggio: è ora di agire!
STOP ESTINZIONE. È ora di agire! GUARDA E CONDIVIDI IL VIDEO!
#ClimateAction #ActNow #Droni #G7 #Governo #Clima #CambiamentoClimatico #Cornovaglia #ClimateLeadersAct
#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897. Grazie!#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ)
=> Seguici su Blogger
https://rifiutizeroumbria.blogspot.com
=> Seguici su Facebook
=> Seguici su Facebook
A che ora è la fine del mondo? Il Climate clock arriva in Italia per ricordarci di agire
Il Climate clock ricorda e scandisce il tempo che abbiamo per agire per evitare che la crisi climatica abbia conseguenze irreversibili per il Pianeta.

Sappiamo tutti che il tempo passa inesorabile. Ma quando da questo tempo dipende la vita del e sul nostro Pianeta non ci sono giri di parole che tengano. Agire ora, agire subito, perché è già tardi. Per ricordarcelo e renderlo ancora più chiaro, c’è un orologio che scandisce i minuti, i giorni e gli anni – pochi – che restano prima che la crisi climatica sia irreversibile con conseguenze disastrose per la nostra vita e quella della Terra. È il Climate clock, apparso l’anno scorso a Union square a Manhattan a New York dall’idea di due artisti americani, Gan Golan e Andrew Boyd, e proprio nella Giornata mondiale per l’ambiente è arrivato anche in Italia.

Sappiamo tutti che il tempo passa inesorabile. Ma quando da questo tempo dipende la vita del e sul nostro Pianeta non ci sono giri di parole che tengano. Agire ora, agire subito, perché è già tardi. Per ricordarcelo e renderlo ancora più chiaro, c’è un orologio che scandisce i minuti, i giorni e gli anni – pochi – che restano prima che la crisi climatica sia irreversibile con conseguenze disastrose per la nostra vita e quella della Terra. È il Climate clock, apparso l’anno scorso a Union square a Manhattan a New York dall’idea di due artisti americani, Gan Golan e Andrew Boyd, e proprio nella Giornata mondiale per l’ambiente è arrivato anche in Italia.
Abbiamo 6 anni e 211 giorni per agire contro la crisi climatica Climate clock © Gse
Secondo il Climate clock abbiamo meno di sette anni per agire
Il Climate clock, il primo orologio del clima italiano, è stato installato sulla facciata del Ministero della Transizione ecologica a Roma, per ricordare che abbiamo meno di sette anni per agire per mantenere l’aumento della temperatura media globale entro i 1,5 gradi, come auspicato dall’Accordo di Parigi. La cifra ovviamente può variare, dipendendo dalle azioni che i governi intraprenderanno. Inoltre, indica anche la percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili nel mondo, proprio per ricordare che le azioni più significative avverranno solo attraverso la transizione energetica, lasciando alle spalle l’era dei combustibili fossili.
“Il tempo che questi orologi indicano è il tempo che abbiamo per agire. Un tempo che possiamo invertire”, ha affermato il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani durante l’inaugurazione del 4 giugno. “La transizione ecologica è lo strumento principale per spostare queste lancette e liberarci dalla spada di Damocle dei rischi a cui ci espongono i cambiamenti climatici. L’ora che segna è l’ora della volontà”.
L’ora che segna è l’ora della volontà
Secondo il Climate clock abbiamo meno di sette anni per agire
Il Climate clock, il primo orologio del clima italiano, è stato installato sulla facciata del Ministero della Transizione ecologica a Roma, per ricordare che abbiamo meno di sette anni per agire per mantenere l’aumento della temperatura media globale entro i 1,5 gradi, come auspicato dall’Accordo di Parigi. La cifra ovviamente può variare, dipendendo dalle azioni che i governi intraprenderanno. Inoltre, indica anche la percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili nel mondo, proprio per ricordare che le azioni più significative avverranno solo attraverso la transizione energetica, lasciando alle spalle l’era dei combustibili fossili.
“Il tempo che questi orologi indicano è il tempo che abbiamo per agire. Un tempo che possiamo invertire”, ha affermato il ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani durante l’inaugurazione del 4 giugno. “La transizione ecologica è lo strumento principale per spostare queste lancette e liberarci dalla spada di Damocle dei rischi a cui ci espongono i cambiamenti climatici. L’ora che segna è l’ora della volontà”.
L’ora che segna è l’ora della volontà
Il Climate clock indica anche la percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili nel mondo © Gse
Il calcolo del tempo utile per agire, per l’esattezza sei anni e 211 giorni, è stato calcolato dagli scienziati del Mercator research institute on global commons and climate change (Mcc), che si unisce agli studi, come quello dell’Ipcc, che invitano i governi del mondo ad agire urgentemente. Questo ancor più importante in vista della Cop 26, che si terrà a Glasgow a novembre, dove i paesi dovranno trovare nuovi accordi e strade comuni per l’azione climatica. “Nei prossimi mesi ci attendono sfide fondamentali, dal G20 Ambiente, Clima ed Energia fino alla Cop 26 sul clima a Glasgow, passando per la Youth4Climate e la PreCop che ospiteremo nel nostro Paese”, ricorda infatti Cingolani.
![]()
Sensibilizzare all’azione climatica
L’obiettivo del Climate clock è anche quello di smuovere le coscienze delle persone. “La battaglia contro il riscaldamento globale è la sfida del Ventunesimo secolo”, ha dichiarato l’amministratore delegato del Gestore dei servizi energetici (Gse), Roberto Moneta. “Si tratta di una sfida che richiede una decisa accelerazione per essere vinta. Le energie rinnovabili saranno le leve principali e agire la parola chiave per esprimere quel cambiamento culturale necessario ad aggiungere tempo prezioso alla lifeline del nostro Pianeta”.
Il calcolo del tempo utile per agire, per l’esattezza sei anni e 211 giorni, è stato calcolato dagli scienziati del Mercator research institute on global commons and climate change (Mcc), che si unisce agli studi, come quello dell’Ipcc, che invitano i governi del mondo ad agire urgentemente. Questo ancor più importante in vista della Cop 26, che si terrà a Glasgow a novembre, dove i paesi dovranno trovare nuovi accordi e strade comuni per l’azione climatica. “Nei prossimi mesi ci attendono sfide fondamentali, dal G20 Ambiente, Clima ed Energia fino alla Cop 26 sul clima a Glasgow, passando per la Youth4Climate e la PreCop che ospiteremo nel nostro Paese”, ricorda infatti Cingolani.
Sensibilizzare all’azione climatica
L’obiettivo del Climate clock è anche quello di smuovere le coscienze delle persone. “La battaglia contro il riscaldamento globale è la sfida del Ventunesimo secolo”, ha dichiarato l’amministratore delegato del Gestore dei servizi energetici (Gse), Roberto Moneta. “Si tratta di una sfida che richiede una decisa accelerazione per essere vinta. Le energie rinnovabili saranno le leve principali e agire la parola chiave per esprimere quel cambiamento culturale necessario ad aggiungere tempo prezioso alla lifeline del nostro Pianeta”.
Il dislpay del Climate clock mostra anche alcune citazioni di scienziati, attivisti e artisti che si sono battuti e si battono per l’ambiente © Gse
E ancor più significativa è l’installazione del Climate clock sulla facciata del Ministero della transizione ecologica, il nuovo dicastero voluto dal governo Draghi come evoluzione del Ministero dell’Ambiente, che ha appunto l’obiettivo di gestire l’interdipendenza della sfida climatica e di quella energetica, sottolineare la connessione intima tra ambiente, energia e sviluppo.
![]()
![]()
![]()
![]()

![]()
![]()
![]()
Insieme ai numeri del clima, il dislpay dell’orologio mostra anche alcune citazioni di scienziati, attivisti e artisti che si sono battuti e si battono per l’ambiente: “La CO2 è come il sale, indispensabile alla nostra vita, ma velenosa se in eccesso”, del chimico James Lovelock; “Non abbiamo più tempo per essere pessimisti”, dell’analista ambientale e fondatore del Worldwatch Institute, Lester R. Brown; “Il futuro ci giudicherà soprattutto per quello che potevamo fare e non abbiamo fatto”, del regista Ermanno Olmi; “L’immutabilità è il mutare della Natura”, della poetessa Emily Dickinson; “La gestione sostenibile delle nostre risorse naturali promuoverà la pace”, del premio Nobel per la pace Wangari Maathai; “La Terra non è un’eredità ricevuta dai nostri Padri, ma un prestito da restituire ai nostri figli”, del capo nativo americano See-ahth.
fonte: www.lifegate.it
E ancor più significativa è l’installazione del Climate clock sulla facciata del Ministero della transizione ecologica, il nuovo dicastero voluto dal governo Draghi come evoluzione del Ministero dell’Ambiente, che ha appunto l’obiettivo di gestire l’interdipendenza della sfida climatica e di quella energetica, sottolineare la connessione intima tra ambiente, energia e sviluppo.

Insieme ai numeri del clima, il dislpay dell’orologio mostra anche alcune citazioni di scienziati, attivisti e artisti che si sono battuti e si battono per l’ambiente: “La CO2 è come il sale, indispensabile alla nostra vita, ma velenosa se in eccesso”, del chimico James Lovelock; “Non abbiamo più tempo per essere pessimisti”, dell’analista ambientale e fondatore del Worldwatch Institute, Lester R. Brown; “Il futuro ci giudicherà soprattutto per quello che potevamo fare e non abbiamo fatto”, del regista Ermanno Olmi; “L’immutabilità è il mutare della Natura”, della poetessa Emily Dickinson; “La gestione sostenibile delle nostre risorse naturali promuoverà la pace”, del premio Nobel per la pace Wangari Maathai; “La Terra non è un’eredità ricevuta dai nostri Padri, ma un prestito da restituire ai nostri figli”, del capo nativo americano See-ahth.
fonte: www.lifegate.it
#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897. Grazie!
#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ)
=> Seguici su Blogger
https://rifiutizeroumbria.blogspot.com
=> Seguici su Facebook
=> Seguici su Facebook
Curare la casa comune
Non abbiamo bisogno soltanto della manutenzione delle cose e dei territori, ma anche delle relazioni sociali, quelle sui cui si fonda la vita di una comunità, per evitare che le persone vengano trasformate in scarti quando non servono più. Per questo servono ovunque artigiani riparatori e conflitti per la tutela dei beni comuni. In realtà si tratta prima di tutto di rivedere la gerarchia che la cultura dominante ha stabilito tra lavoro produttivo, di merci, di valore di scambio, di profitti, e lavoro riproduttivo: “La cura della casa comune – scrive Guido Viale – esige che quella gerarchia venga invertita, messa sottosopra”


Acquapendente (Viterbo). Foto di Antonio Citti
Sulla cura della casa comune è il sottotitolo dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco, un documento che l’associazione di cui faccio parte ha adottato come testo di riferimento fondamentale, assumendone anche il nome.
La casa comune è la Terra, il nostro pianeta, l’insieme di tutto ciò che vive, i monti, i fiumi, il mare; ma anche il cielo che è l’immagine di un universo infinito che ci si presenta come firmamento e che, come tale, ha ispirato tutto il pensiero e i sentimenti che in vario modo hanno cercato di “trascendere” le vicende che si svolgono sulla superficie del globo. Ma sono casa comune anche le città, le strade, i porti e gli aeroporti e l’infinita serie di manufatti che riempiono la nostra vita quotidiana, comprese tutte le forme di inquinamento che ci avvelenano. La casa comune è fatta di persone e di cose tra loro indissolubilmente connesse come tutto ciò che fa parte del nostro mondo e questo intreccio lega indissolubilmente la giustizia sociale, cioè la lotta per ridurre o eliminare le mostruose diseguaglianze che separano tra loro gli esseri umani, e la giustizia ambientale: il rispetto per le condizioni che rendono possibile la riproduzione della vita, degli ecosistemi, di tutte le specie di cui l’evoluzione ha dotato il pianeta.
Se i poveri della Terra sono le persone più colpite dal degrado dei territori che abitano e dell’ambiente in cui vivono, sono loro, anche, coloro che sono più interessati a risanarli, a tutelarli, a farli rivivere; e a operare per rendere compatibile e feconda la vita di entrambi.
La cura di cui parla l’enciclica è la manutenzione: delle persone, di tutto il vivente e di tutte le “cose”. Manutenzione innanzitutto delle relazioni tra gli esseri umani; quelle sui cui si fonda la vita di una comunità, per evitare che le persone vengano trasformate in “scarti” quando non servono più.
Ma manutenzione anche dei territori, degli ambienti e delle cose; anche di quelle che non ci piacciono o non ci servono più e di cui vorremmo sbarazzarci, ma di cui dobbiamo invece farci carico comunque, per impedire che continuino a danneggiare la vita.
Dall’operaio all’artigiano manutentore
Il più delle volte manutenzione vuol dire aggiustare, riparare, migliorare: sia un territorio che dei manufatti e delle apparecchiature. Il lavoro di chi è addetto a riparare non è un’attività seriale: ogni oggetto che gli si presenta di fronte è diverso dall’altro.
Per fare il suo mestiere l’artigiano riparatore deve sviluppare tre doti: la prima è una conoscenza tecnica acquisita in processi di istruzione formale o per affiancamento; la seconda è una forte “manualità”: saper mettere le mani dentro gli oggetti che ripara; la terza è un’attenzione, che a volte sconfina con l’amore, per l’oggetto di questa sua attività. Il tutto finalizzato a prolungare la vita delle cose a cui si applica, a dare loro una “seconda vita”, a consentirne il riuso secondo i principi dell’economia circolare, che non esclude innovazione e miglioramento, ma subordina entrambi alla salvaguardia del contesto. Tutte e tre quelle caratteristiche differenziano profondamente l’artigiano manutentore dall’operaio dell’era fordista impegnato alla catena di montaggio in un’attività seriale senza intelligenza, senza passione, senza abilità tecniche; ma anche dall’“uomo flessibile” dell’epoca post-fordista (come altro chiamarla?), totalmente deresponsabilizzato nei confronti di un lavoro precario, in un continuo cambiamento del “posto di lavoro”; ed entrambi impegnati a produrre o generare scarti lungo il percorso del loro prodotto, nel contesto di economia lineare che saccheggia le risorse dell’ambiente per restituirgliele sotto forma di rifiuti. Per questo l’artigiano manutentore è il paradigma di una nuova “civiltà”, di un nuovo modo di rapportarsi con il mondo.
Quelle caratteristiche, che è facile rilevare nell’attività dell’artigiano riparatore – anche se pochi vi prestano attenzione – sono le stesse che dovrebbero presiedere alla manutenzione delle relazioni; anch’essa richiede conoscenza, studio del contesto, visione, basi di ogni vera politica; poi buone pratiche, frequentazione effettiva delle persone, soprattutto di quelle diverse da noi, che mettono alla prova la nostra capacità di comprenderle e relazionarci con loro; infine attenzione (se non amore) per la vicenda umana di ciascuno: ognuna diversa da tutte le altre, tanto da richiedere ogni volta di cambiare il nostro modo di rapportarci con loro.
Manutenzione delle cose, e di un territorio, e manutenzione delle relazioni tra le persone si rafforzano reciprocamente: una comunità si costituisce solo in un rapporto aperto e non esclusivo con un territorio dato, con il suo patrimonio di risorse naturali e di lasciti storici, sia fisici (monumenti e opere d’arte) che immateriali, cultura e tradizioni. Ma ogni territorio rinasce e si riqualifica solo se una comunità – non il singolo individuo, e nemmeno un’impresa o un gruppo di imprese a scopo di lucro – lo prende in carico, ne fa la condizione della propria costituzione.
Bene comune beni comuni non sono la stessa cosa
La casa comune è un bene comune – anzi, un insieme di beni comuni – che non appartiene a nessuno e di cui ciascuno ha ricevuto in prestito una parte, grande o piccola, o anche minima, che dovrà comunque restituire in buone condizioni, o possibilmente migliorata, alla “generazione futura”.
“Bene comune” – al singolare e con la maiuscola – e beni comuni non sono la stessa cosa. Il primo è un concetto etico di cui ciascuno dà una interpretazione in base ai suoi principi; il secondo è un concetto giuridico, se regolato da una norma, o politico, se reso operativo dall’iniziativa di un raggruppamento sociale più o meno ampio. Il primo rimanda alla ricerca di un’armonia di cui si presuppone la realizzabilità; il secondo rimanda al conflitto per impedire l’appropriazione privata – o anche pubblica, nel senso di statuale – di una risorsa, o per rivendicarne la condivisione.
Senza conflitto non possono esserci beni comuni: nessuno, secoli fa, pensava che l’acqua, o l’aria, o il cielo, potessero essere contesi; oggi di fronte al tentativo di appropriarsene (privatizzando l’acqua, mettendo sul mercato il diritto di inquinare l’aria, o occupando un’orbita terrestre con un satellite), il conflitto contro queste pratiche le trasforma in beni comuni. Tutto ciò fa sì che il confine tra i beni comuni e quelli che non lo sono ancora, o non lo sono più, sia mobile e non possa essere fissato una volta per sempre.
La cura della casa comune ci porta anche a rivedere la gerarchia che la cultura dominante ha stabilito – da parecchi secoli a questa parte; sicuramente dall’avvento della modernità, ovvero dalla nascita del capitalismo – tra lavoro produttivo, di merci, di valore di scambio, di profitti, e lavoro riproduttivo: non solo della vita biologica, ma anche delle relazioni sociali, della comunità. Il lavoro riproduttivo è cura: cura della casa comune; o di quella parte di essa che ci è dato di raggiungere, sempre che la visione che presiede ad essa sia aperta, proiettata verso l’esterno, l’altro, e verso l’avvenire, la “generazione futura”. Il lavoro produttivo, invece, è per lo più improntato all’incuria: della salute e della vita di chi vi è forzosamente impegnato; delle persone che subiscono gli impatti negativi dei processi produttivi o dei prodotti a cui essi mettono capo; dell’ambiente e della vita. La cura della casa comune esige che quella gerarchia venga invertita; messa sottosopra.
fonte: comune-info.net
Sulla cura della casa comune è il sottotitolo dell’enciclica Laudato sì di papa Francesco, un documento che l’associazione di cui faccio parte ha adottato come testo di riferimento fondamentale, assumendone anche il nome.
La casa comune è la Terra, il nostro pianeta, l’insieme di tutto ciò che vive, i monti, i fiumi, il mare; ma anche il cielo che è l’immagine di un universo infinito che ci si presenta come firmamento e che, come tale, ha ispirato tutto il pensiero e i sentimenti che in vario modo hanno cercato di “trascendere” le vicende che si svolgono sulla superficie del globo. Ma sono casa comune anche le città, le strade, i porti e gli aeroporti e l’infinita serie di manufatti che riempiono la nostra vita quotidiana, comprese tutte le forme di inquinamento che ci avvelenano. La casa comune è fatta di persone e di cose tra loro indissolubilmente connesse come tutto ciò che fa parte del nostro mondo e questo intreccio lega indissolubilmente la giustizia sociale, cioè la lotta per ridurre o eliminare le mostruose diseguaglianze che separano tra loro gli esseri umani, e la giustizia ambientale: il rispetto per le condizioni che rendono possibile la riproduzione della vita, degli ecosistemi, di tutte le specie di cui l’evoluzione ha dotato il pianeta.
Se i poveri della Terra sono le persone più colpite dal degrado dei territori che abitano e dell’ambiente in cui vivono, sono loro, anche, coloro che sono più interessati a risanarli, a tutelarli, a farli rivivere; e a operare per rendere compatibile e feconda la vita di entrambi.
La cura di cui parla l’enciclica è la manutenzione: delle persone, di tutto il vivente e di tutte le “cose”. Manutenzione innanzitutto delle relazioni tra gli esseri umani; quelle sui cui si fonda la vita di una comunità, per evitare che le persone vengano trasformate in “scarti” quando non servono più.
Ma manutenzione anche dei territori, degli ambienti e delle cose; anche di quelle che non ci piacciono o non ci servono più e di cui vorremmo sbarazzarci, ma di cui dobbiamo invece farci carico comunque, per impedire che continuino a danneggiare la vita.
Dall’operaio all’artigiano manutentore
Il più delle volte manutenzione vuol dire aggiustare, riparare, migliorare: sia un territorio che dei manufatti e delle apparecchiature. Il lavoro di chi è addetto a riparare non è un’attività seriale: ogni oggetto che gli si presenta di fronte è diverso dall’altro.
Per fare il suo mestiere l’artigiano riparatore deve sviluppare tre doti: la prima è una conoscenza tecnica acquisita in processi di istruzione formale o per affiancamento; la seconda è una forte “manualità”: saper mettere le mani dentro gli oggetti che ripara; la terza è un’attenzione, che a volte sconfina con l’amore, per l’oggetto di questa sua attività. Il tutto finalizzato a prolungare la vita delle cose a cui si applica, a dare loro una “seconda vita”, a consentirne il riuso secondo i principi dell’economia circolare, che non esclude innovazione e miglioramento, ma subordina entrambi alla salvaguardia del contesto. Tutte e tre quelle caratteristiche differenziano profondamente l’artigiano manutentore dall’operaio dell’era fordista impegnato alla catena di montaggio in un’attività seriale senza intelligenza, senza passione, senza abilità tecniche; ma anche dall’“uomo flessibile” dell’epoca post-fordista (come altro chiamarla?), totalmente deresponsabilizzato nei confronti di un lavoro precario, in un continuo cambiamento del “posto di lavoro”; ed entrambi impegnati a produrre o generare scarti lungo il percorso del loro prodotto, nel contesto di economia lineare che saccheggia le risorse dell’ambiente per restituirgliele sotto forma di rifiuti. Per questo l’artigiano manutentore è il paradigma di una nuova “civiltà”, di un nuovo modo di rapportarsi con il mondo.
Quelle caratteristiche, che è facile rilevare nell’attività dell’artigiano riparatore – anche se pochi vi prestano attenzione – sono le stesse che dovrebbero presiedere alla manutenzione delle relazioni; anch’essa richiede conoscenza, studio del contesto, visione, basi di ogni vera politica; poi buone pratiche, frequentazione effettiva delle persone, soprattutto di quelle diverse da noi, che mettono alla prova la nostra capacità di comprenderle e relazionarci con loro; infine attenzione (se non amore) per la vicenda umana di ciascuno: ognuna diversa da tutte le altre, tanto da richiedere ogni volta di cambiare il nostro modo di rapportarci con loro.
Manutenzione delle cose, e di un territorio, e manutenzione delle relazioni tra le persone si rafforzano reciprocamente: una comunità si costituisce solo in un rapporto aperto e non esclusivo con un territorio dato, con il suo patrimonio di risorse naturali e di lasciti storici, sia fisici (monumenti e opere d’arte) che immateriali, cultura e tradizioni. Ma ogni territorio rinasce e si riqualifica solo se una comunità – non il singolo individuo, e nemmeno un’impresa o un gruppo di imprese a scopo di lucro – lo prende in carico, ne fa la condizione della propria costituzione.
Bene comune beni comuni non sono la stessa cosa
La casa comune è un bene comune – anzi, un insieme di beni comuni – che non appartiene a nessuno e di cui ciascuno ha ricevuto in prestito una parte, grande o piccola, o anche minima, che dovrà comunque restituire in buone condizioni, o possibilmente migliorata, alla “generazione futura”.
“Bene comune” – al singolare e con la maiuscola – e beni comuni non sono la stessa cosa. Il primo è un concetto etico di cui ciascuno dà una interpretazione in base ai suoi principi; il secondo è un concetto giuridico, se regolato da una norma, o politico, se reso operativo dall’iniziativa di un raggruppamento sociale più o meno ampio. Il primo rimanda alla ricerca di un’armonia di cui si presuppone la realizzabilità; il secondo rimanda al conflitto per impedire l’appropriazione privata – o anche pubblica, nel senso di statuale – di una risorsa, o per rivendicarne la condivisione.
Senza conflitto non possono esserci beni comuni: nessuno, secoli fa, pensava che l’acqua, o l’aria, o il cielo, potessero essere contesi; oggi di fronte al tentativo di appropriarsene (privatizzando l’acqua, mettendo sul mercato il diritto di inquinare l’aria, o occupando un’orbita terrestre con un satellite), il conflitto contro queste pratiche le trasforma in beni comuni. Tutto ciò fa sì che il confine tra i beni comuni e quelli che non lo sono ancora, o non lo sono più, sia mobile e non possa essere fissato una volta per sempre.
La cura della casa comune ci porta anche a rivedere la gerarchia che la cultura dominante ha stabilito – da parecchi secoli a questa parte; sicuramente dall’avvento della modernità, ovvero dalla nascita del capitalismo – tra lavoro produttivo, di merci, di valore di scambio, di profitti, e lavoro riproduttivo: non solo della vita biologica, ma anche delle relazioni sociali, della comunità. Il lavoro riproduttivo è cura: cura della casa comune; o di quella parte di essa che ci è dato di raggiungere, sempre che la visione che presiede ad essa sia aperta, proiettata verso l’esterno, l’altro, e verso l’avvenire, la “generazione futura”. Il lavoro produttivo, invece, è per lo più improntato all’incuria: della salute e della vita di chi vi è forzosamente impegnato; delle persone che subiscono gli impatti negativi dei processi produttivi o dei prodotti a cui essi mettono capo; dell’ambiente e della vita. La cura della casa comune esige che quella gerarchia venga invertita; messa sottosopra.
fonte: comune-info.net
#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ)
=> Seguici su Twitter - https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram - http://t.me/RifiutiZeroUmbria
Labels:
#Ambiente,
#Artigianato,
#BeniComuni,
#CasaComune,
#Cura,
#EconomiaCircolare,
#Manutenzione,
#PianetaTerra,
#Riparatori,
#SecondaVitaDegliOggetti
Iscriviti a:
Post (Atom)









